martedì 15 novembre 2011

Come fosse...

Non si può piangere
come fosse morta,
poiché non lo è.
Non si può sorridere
come fosse viva,
poiché non lo è.
Tra il molto inferno
e il nullo paradiso
un limbo di terra,
nebuloso e nebbioso,
non si riesce a vedere
che cosa è vita
e cosa non lo è
senza essere morte.
Nel silenzio della sera
i pensieri volano,
vanno oltre le nuvole
cercando una stella.
Ma viene la notte,
un'altra di tante
orfana di stelle.

mercoledì 19 ottobre 2011

Levante - pausa - ponente

Sono nato in una terra inzuppata nel mare,
in un levante lontano, senza raggi di sole.
Ho gattonato su strade da subito in salita,
le ho poi percorse, molto camminando,
sovente correndo, talvolta arrancando.
Con più di metà del cammino superata,
la strada era in piano o in dolce discesa;
ma un brutto mattino me la son ritrovata
nuovamente in salita, ripida e sconnessa.
L’ho affrontata, e in quest’ultimo tratto
ho incontrato vermi in sembianze umane,
con il cuore chiuso in un conto alla banca
o in uno stupido fasullo sentore di potenza:
monnezza, che tutta l’aria intorno ammorba.
Ma ho anche trovato tanti fiori di campo,
umili, immersi in un perpetuo precariato,
creato da altri vermi che vanno decretando,
gentaglia che taglia, la benda sugli occhi,
e decide chi vivere può e chi deve morire.
Questi fiori hanno profumo di speranza,
persone che del mestiere fanno missione
e che sopra le cure distendono l’amore.
Li ho benedetti ieri e li benedico ancora:
è grazie a questi fiori che pietà non muore.
Non inattesa, proprio sul bordo della strada
ho trovato anche una pietra, pietra miliare,
quelle che dicono quanto cammino è fatto,
e dovrebbero segnare quello ancor da fare.
Anomala, questa pietra ha un solo numero,
quello che comunica “qui sei arrivato”;
qualcuno, un vandalo, ha scalpellato l’altro,
quello che m’avrebbe al meglio indirizzato.
Era quasi nascosta dall’erba degli eventi,
e stavo andando oltre, tentando d’ignorarla,
preciso ingenuo intento di fregare il tempo;
si è messa di traverso, facendomi inciampare,
pur di darmi il messaggio da non cancellare,
spingendomi a vedere ciò che volevo evitare:
quel numero solo, pesante e un po’ acciaccato,


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Siedo su questo sasso, per riposare un poco,
riprenderò il cammino appena tirato il fiato.
Uno sguardo verso ponente (non il mio lato b)
per guardare la strada, quella da affrontare;
non ne vedo la fine, ma è quanto mai in salita.
Mezzogiorno è passato, pure da un pezzo,
il sole ormai declina, si sta facendo sera.
Sollevo le natiche (queste sì mio lato b),
un poco anchilosate dal pur breve riposo
su ‘sta dura pietra, e riprendo a scarpinare.
Sono facile profeta, fra molto poco tempo
tornerò a gattonare, su questa stessa strada,
non so quanto lunga, ma ormai solo salita.
E camminando, e gattonando, e arrancando,
troverò ancora una pietra, l’ultima miliare,
senza numero, ma solo una esplicita figura:


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(Questo cucciolo dormiente non sono io; non credo alla scaramanzia,
che per un gatto nero sarebbe un suicidio, ma non si sa mai…)

Non cercherò il nome e neppure la data,
ma capirò al volo che l’ora è scoccata,
perentorio invito ad andarmi a riposare.
Quello sarà, definitivo, il mio ponente,
abbarbicato al sole anch’io tramonterò.
Consolandomi col fatto d’esser tra i migliori,
coloro che da sempre per primi se ne vanno.
Ma una cosa è certa: se dovessi mai tornare,
cercherò di nicknamarmi “gattomalvagio”,
‘scenderò’ in politica per esser tra i peggiori,
quelli di cui si dice che non muoiono mai.
҉҉҉


Condividere i guai di persone ancorché sconosciute è un dovere.

Partecipare alla loro gioia (?!?!?!?!) è volontariato volontario.
Con poche parole (come sempre)…



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In alternativa anche i cioccolatini vanno bene. Se possibile fondenti, grazie.

sabato 15 ottobre 2011

Omega 3 e radicali liberi

Di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi: un ennesimo sciopero/ricatto della fame per ottenere almeno qualche sottosegretariato?

bossI dice:"Si vota quando lo diciamo noi!",

pannellA va dove lo porta il cu...ore giorno dopo giorno...

Queste sono le colonne di questo bel paesE.


domenica 4 settembre 2011

"Vorrei darmi fuoco..."

Angela, vieni,
andiamo a passeggio,
andiamo in palestra,
andiamo a mangiare,
andiamo a dormire.
Angela, andiamo...
Mani guantate,
prive d'odore e di calore,
anonime,
brancicano il mio corpo,
mani amorevoli, sì,
ma non amorose.
Occhi, che guardano
questo mio corpo, nudo,
senza vederlo.
Puliscono, lavano,
asciugano, rivestono.
Io dico 'grazie', e sorrido,
ma
"ho perso la mia dignità".

Ricordo altre mani, nude,
mi percorrevano,
al loro passare lasciando
una scia di piacere.
La schiena, oggi curva,
ad ogni sfiorata s'inarcava,
invitante.
Ricordo altri occhi,
mi vedevano
senza bisogno
di guardarmi,
sapevano già tutto
di me.
Oggi le mie mani
e i miei occhi
carezzano e vedono
solo ricordi.

Ecco perché
"vorrei darmi fuoco...
ho perso la mia dignità".

Il corsivo è tutto di Angela; da queste frasi ho tratto questi pensieri, che sarebbero i miei se mi trovassi nelle sue stesse condizioni. Con la sua stessa disperata angoscia.


domenica 14 agosto 2011

Sei mesi e mezzo dopo...

Siamo in un tunnel,

il varco all'entrata si è chiuso,

quello d'uscita è lontano,

un lontano quasi infinito.

La guardo negli occhi,

le parlo mi ascolta,

ma non riesce a capirmi.

Mi guarda negli occhi,

mi parla la ascolto,

ma non riesco a capirla.

La chiamo per nome,

lo grido,

è come un urlo sott'acqua:

si frantuma in mille bolle,

piene di silenzio.

Una parete di cristallo

ci divide;

siamo di fronte l'uno all'altra,

le braccia tese,

a chiedere aiuto le sue,

impotenti a darlo le mie.

Universi paralleli,

divisi da un velo,

impenetrabile.

Ogni tanto una luce

illumina l'antro,

una fiammella

un fuoco fatuo

una stella cadente,

un breve lampo

e la speranza si spegne.

Al ritorno del buio

fisso l'oscurità,

in attesa

che altra luce s'accenda.

Rassegnarsi alla morte

fa parte della vita,

rassegnarsi alla vita,

a questa vita,

è un peso che schiaccia,

la tegola iniziale

divenuta macigno.

Da portare,

fino alla fine

di questa galleria,

senza più entrata

forse senza più uscita.

Riaffiorano intanto

i mille "perché"

d'un'infanzia lontana:

domande,

come allora senza risposta.

domenica 22 maggio 2011

Annus horribilis

Il pelo canuto, il peso degli anni e la cosiddetta esperienza accumulata nel corso di decenni, mi hanno reso un po’ coriaceo di fronte alla definizione di ‘anno orribile’; nel passato, di questi anni ce ne sono stati e pensavo fossero unici e irripetibili, li ho lasciati alle spalle, non dimenticati, ma senza ricamarci troppo sopra, ritenendoli bagaglio da portare, dazio da pagare alla vita.
Comincio a ricredermi.
Siamo verso metà anno e credo che questo 2011, per me, non sia un anno buono.
In ordine più o meno cronologico, voglio raccontarvi il perché di questa convinzione.
Sorvolo sul fatto di Angela di cui ho già scritto con dovizia di particolari, e il cui capitolo rimane aperto.
Nel periodo di assistenza in clinica mi ero ritrovato con alcune pustolette, tipo i morsi di zanzara, nel fianco e sulla schiena. Non ci avevo dato peso, ritenendoli appunto morsi di insetti, beccati forse nelle passeggiate in pineta al seguito di Angela.
Polaramin a iosa, con risultati pressoché nulli.
Non avevo tempo da perdere, e da far perdere, andando dal nostro medico. Quando, poco dopo la dimissione, ho avuto modo di farmi vedere da lui, ho saputo che mi ero preso il “fuoco di sant’Antonio”, che interessava tutto il giro vita.
Si tratta di un malanno che dà dolenzìa diffusa, persistente, e lunga da cancellare; ha collegamenti con la varicella.
Avevo attribuito i dolori allo stress e alle lunghe scomode posture per assistere Angela.
Per curarlo bisogna intervenire ai primi sintomi.
Nel mio caso, trascurato, ho dovuto aspettare che ‘sto sant’Antonio, forse deluso dalla mia indifferenza, guarisse da solo.
Verso la fine del ricovero nella casa di cura, mia sorella, che abita mille miglia lontana da noi, è caduta per strada, scivolando su un tratto con ghiaietto in terra, fratturandosi un polso e lussandosi una caviglia.
A dimostrazione che la ‘bella sanità’ non ha confini, le hanno sbagliato il gesso, per cui pochi giorni dopo l’hanno dovuta operare per inserire un supporto metallico come tutore all’arto fratturato.
A tutt’oggi pare che non sia ancora finita, visto che gonfiore e dolore permangono.
Torno un attimo ad Angela, poiché la trafila per ottenere un’assistenza medica non dico adeguata, ma almeno decente, mi sta mandando in fumo ben oltre lo stress fisico e mentale.
Una decina di giorni prima della dimissione, era venuto un geriatra, mandato dall’ASL per valutare le condizioni di Angela, in vista di un eventuale ricovero in altra struttura per proseguire le cure.
Aveva fatto alcune domande, a lei e a me, e aveva ritenuto fosse il caso di aspettare il ritorno a casa per vedere l’impatto del rientro al domicilio, prima di prendere decisioni.
I medici della clinica, per superare il suo stato di agitazione perenne, avevano consigliato una visita psichiatrica; secondo loro era l‘unica branca medica in grado di risolvere il problema.
Bene, ancora prima del rientro a casa, avevamo chiesto una visita psichiatrica domiciliare, indicando la data di uscita per programmare tale visita.
Lo psichiatra aveva chiesto che, prima di lui, Angela fosse vista da un neurologo in modo da avere già un referto su cui ‘lavorare’.
Impegnativa, ticket pagato, per avere ‘udienza’ da una neurologa abbiamo dovuto affidarci a vie traverse.
Gentilissima, aveva ascoltato il racconto della vicenda e soprattutto aveva preso atto che Elena ed io eravamo ormai prossimi a collasso fisico e nervoso.
Ci aveva fatto un predicozzo sulla necessità di avere pazienza e aveva stilato il suo refertino; calmanti no, delegava allo psichiatra il compito delle cure farmacologiche.
Impegnativa per lo psichiatra, ticket pagato, la possibilità di una visita in ambulatorio era slittata a settembre.
Tramite la stessa persona avevamo ottenuto di essere ‘ricevuti’, quasi di nascosto, un sabato mattina (prima delle otto, poiché poi doveva uscire per visite).
Referto della neurologa, avevamo ripetuto lo stesso racconto, avevamo spiegato la nostra situazione di assistenza a rischio collasso.
Da cui era scaturito un piano terapeutico, in cui era prevista la cessazione dei precedenti calmanti, sostituiti da altri, più nuovi e di sicura efficacia.
Dico subito che si sono rivelati inefficaci dal primo giorno e soprattutto dalla prima notte.
Avevamo aspettato tre giorni, per dare tempo al farmaco di entrare in circolo, poi avevamo telefonato al medico, che si era limitato a rincarare la dose.
Senza il minimo risultato.
Aveva chiesto di effettuare una visita di controllo neurochirurgica: prenotata per il 20 settembre.
Controllo previsto dal chirurgo che aveva effettuato l’intervento.
Andremo in settimana nel suo studio privato, a pagamento.
A seguire, visita in ambulatorio dal geriatra che avevamo visto in clinica.
Stesso racconto, stessa esposizione dei nostri problemi di assistenza; in particolare avevamo accennato al fatto che se Angela, per fatti suoi, talvolta rifiutava le medicine o di mangiare, non sapevamo come convincerla a farlo.
Il medico ha avuto un lampo di genio: ci ha invitato ad eliminare ogni medicinale, prescrivendole in loro vece uno sciroppo per l’appetito.
Un orango al nostro confronto ci era apparso l’homo erectus, tanto le nostre nocche erano radenti terra.
Altro: domenica scorsa avevo portato Angela da un’amica per farle passare un po’ del pomeriggio con una compagnia diversa dalla nostra.
Nel giardinetto davanti casa c’era un grosso cane, pastore tedesco, legato a una catena piuttosto lunga.
L’amica ci aveva rassicurato sulla docilità della bestia, comunque avevo fatto fare ad Angela un giro largo per evitare contatti a rischio.
Il cane mi era venuto incontro festante, in cerca di una carezza. E io, più bestia di lui, ho allungato la mano per fargliela.
Sarà stato affamato, fatto sta che mi ha azzannato l’avambraccio destro con il preciso scopo di spolparmelo. Per fare pendant, con l’unghia mi ha fatto una ferlecca anche sul dorso della mano sinistra.
Medicazione in ospedale, rinuncia all’antitetanica (per cui sarebbe stata necessaria l’apertura di una pratica che avrebbe messo nei pasticci l’amica di Angela), una intramuscolo di antibiotico.
A livello di suggerimento, il medico del pronto soccorso: nei due giorni prossimi tenere d’occhio la temperatura corporea, osservare eventuali tremori o nausee fuori dall’usuale. Nel caso tornare al pronto soccorso.
Sono sopravvissuto anche a questo, con un braccio, una mano e una natica dolenti.
Purtroppo non è finita: alcuni giorni fa un nipote (d’acquisto, figlio del fratello di Angela, morto trent’anni fa per un incidente sul lavoro), quarantenne, con problemi di depressione dopo il divorzio, due figli piccoli, si è impiccato.
La corda si è rotta e il fratello è riuscito a tagliare il cappio prima che l’assenza del flusso di sangue al cervello divenisse letale.
Per ora è fuori pericolo di vita; per il resto si vedrà col tempo.
Altre piccolezze: un albero di limoni, uno di prugne e un grosso piede di uva fragola sono seccati, senza chiari collegamenti di malattia.
Le piante di kiwi, solitamente prolifiche, quest’anno sono in riposo sabbatico: zero frutti.
Per ora è tutto; mi pare che basti e ne avanzi pure.

domenica 15 maggio 2011

Troia

E’ la città immortalata da Omero, con le sue passioni, il suo coraggio e la sua ingenuità. Riportarne qui la sua storia sarebbe superfluo.
Troia è anche una ridente cittadina del foggiano (‘ridente’, poiché si usa definire così ogni paesotto che non sia più borgo e non ancora città). Con un nome così, il ‘ridente’ stride un po’, ma contenti i paesani contenti tutti.
Tra l’altro, nella sua storia c’è un fatto curioso che non sono riuscito a spiegarmi: nel suo stemma originario era raffigurata una scrofa allattante dei maialini e il nome della città era diverso; nel 1500 la scrofa era stata sostituita da un’anfora con dei serpenti in essa inzuppati, e il nome era stato cambiato in quello attuale, che dà l’idea del nobile animale senza mostrarne l’onusta figura. (Nel mio passato lavorativo sono stato diverse volte in quel paese; uno dei divertimenti preferiti era la telefonata al nostro gruppo di segreteria, antesignano dei call center, che ci assisteva e raccoglieva le informazioni che via via arrivavano da ogni parte del Bel Paese.
La prima domanda alle nostre chiamate era invariabilmente:
“Da dove chiami?”.
Più che una informazione indagatoria era, da parte loro, un modo per spaziare virtualmente oltre la bruma degli uffici, verso mari monti città strade che probabilmente mai avrebbero visitato.
La risposta alla domanda era, ovviamente:
“Sono a xxx”.
Quando ero a Troia, il “sono a…” lo davo per implicito, e passavo direttamente al nome di quella località.
“Troia”.
Facile da immaginare la reazione immediata della corrispondente; chiarito il punto, c’era una risata liberatoria, ma su di me sentivo aleggiare dolci inviti ad andare aff…
Bei ricordi, con molti altri).
Questo preambolo mi è servito per introdurre il seguito immediato al post precedente sull’accidente di Angela.
In questo seguito compare una figura che, per rispetto alla privacy, dovrò citare con un nome di fantasia; casualmente ho pensato a Tròia, che, visto appunto il preambolo, non dovrebbe risultare offensivo.
Angela, il martedì successivo al ricovero, era stata operata, le era stato applicato un drenaggio esterno ed era alimentata con le fleboclisi; applicati al petto i sensori e ad un dito un aggeggio per la rilevazione costante della pressione arteriosa; un monitor nella testata del letto trasmetteva i dati relativi al decorso post-operatorio.
Già dalla partenza dal primo pronto soccorso era agitatissima, tanto che per fare le TAC avevano dovuto ‘sedarla’ totalmente.
Quell’agitazione era riemersa, amplificata, al risveglio dall’anestesia somministrata per l’intervento.
Le avevano fermato le mani con dei bendaggi alle sponde laterali del letto, ma, nonostante queste legature, riusciva a strapparsi dal corpo tutto quello che non faceva parte del suo corpo stesso.
Dopo tre giorni di tentativi, che avevamo fermato, era riuscita a strapparsi anche il drenaggio esterno, che era posizionato alla sommità del capo. Era stato necessario un ulteriore intervento per posizionare un drenaggio all’interno che convogliasse l’eventuale uscita di liquido cerebrale in dispersione verso l’addome.
Avevamo chiesto qualcosa per calmarla; ci avevano risposto che non era possibile, a causa di possibili interferenze con l’assestamento post-operatorio della zona cerebrale interessata.
(L’ignoranza è la madre di tutte le cazzate, e, da ignorante, a posteriori rivedo il corso della vicenda Sposini: tenuto in coma farmacologico, quindi ‘sedato’, per diversi giorni dopo l’intervento. Ribadisco la mia ignoranza, ma trovo strano che, a fronte di un intervento delicato e di una agitazione parossistica che ne metteva a rischio l’esito, non fosse stato possibile un passaggio farmacologico perlomeno calmante; ferme restando le possibili differenze tra i due casi).
Fatto sta che i dieci giorni successivi erano stati un vero inferno sia per Elena che per me. Ci davamo il cambio ogni mattina e stavamo accanto al letto fino al mattino successivo. Che ci trovava con gli occhi sbarrati per la veglia continua e il sistema nervoso a rischio di collasso.
Le oltre due ore di autobus per il ritorno a casa erano coperte da un sonno improvviso e traballante. Per fortuna il viaggio era da capolinea a fine linea, altrimenti chissà dove saremmo finiti.
D’altronde era impensabile il ricorso a un mezzo nostro: sarebbe stato un sicuro suicidio preterintenzionale.
Il primario, che l’aveva operata, lo avevamo visto qualche volta in transito nel corridoio del reparto.
E lo avevamo visto da vicino il mercoledì pomeriggio, quando, accompagnato dalla dottoressa Tròia, mi aveva comunicato le inattese dimissioni di Angela, programmate per il giorno successivo.
Vale la pena di ricordare che lei era ancora vincolata al letto, ancora agitatissima e sempre non cosciente.
Non avessi saputo il significato della parola ‘panico’ l’avrei appreso dal vivo in quel momento.
Avevo pensato al trasferimento nel reparto di neurologia medica per un prosieguo delle cure; la dimissione nuda e cruda era una ennesima mazzata dopo il malanno che ci aveva colpito.
Senza una guida telefonica per cercare un ricovero adatto alle condizioni di Angela, senza neanche un nome da cercare che avesse le caratteristiche per una terapia adeguata, parlare di panico è perfino eufemistico.
Avevo telefonato al nostro medico di famiglia, gli avevo spiegato l’accaduto e chiesto una dritta per l’immediato dopo ospedale. Mi aveva dato un nome, assicurandomi che avrebbe telefonato lui stesso per fermare un posto.
Avevo poi chiamato Elena, affinché cercasse sulla guida telefonica il recapito di quella casa di cura. Purtroppo l’ufficio ricoveri era aperto solo fino alle due del pomeriggio, bisognava richiamare al mattino dopo, dalle 8 in poi.
Inoltre avevo chiamato un servizio ambulanze per il trasporto in autolettiga, rinviando all’indomani la comunicazione dell’orario della dimissione.
Nottata più infernale che mai.
Il giovedì mattina, alle 8 avevo chiamato la casa di cura; avevano chiesto un’oretta per vedere il loro programmato, avrebbero richiamato loro per la risposta positiva o negativa.
Positiva, dalle 14 in poi il posto c’era, disponibile fino alla sera; dopo quell’orario sarebbe stata annullata la prenotazione, per renderlo disponibile per altro eventuale ricovero.
Nel pomeriggio di mercoledì, impegnato in telefonate alla ricerca spasmodica di una soluzione, non avevo avuto modo di vedere alcun dottore; tanto meno la dottoressa Tròia (per abbreviare questo testo, che mi sembra leggermente prolisso, eliminerò il titolo accademico, limitandomi al cognome affibbiato a questa esimia persona).
La mattina di giovedì, espulso dal reparto (dalle 8 alle 12 veniva intimato il “fuori tutti” per consentire visite mediche, medicazioni e pulizie del reparto), come detto mi ero tuffato nella ricerca dell’alternativa al portarla direttamente a casa.
Un paio di volte avevo tentato di mettermi in contatto con un medico per comunicare l’evoluzione della mia ricerca.
L’infermiera di guardia alla porta, mi aveva lasciato fuori:
“Dopo le 12” era stata la sua sentenza.
Verso le 13, non vedendo movimenti riguardanti la dimissione avevo chiesto chi fosse delegato all’operazione; era la Tròia.
Ero andato nello studio, lei era davanti al computer, le avevo chiesto notizie in merito all’uscita di Angela.
“Non mi ha fatto sapere la destinazione, quindi non compilo la dimissione”.
Le avevo fatto presente che il pomeriggio precedente non l’avevo vista per dirle del procedere della ricerca.
A quel punto la Tròia era schizzata dalla sedia ed era uscita furibonda dallo studio, urlando come un’ossessa.
Camice spalancato sul davanti, poppe in poppa, si era lanciata nel corridoio, gridando a tutti l’offesa ricevuta, forse intendendo il mio ‘non averla vista’ come la definizione di ‘assenteista’.
Dopo aver dato spettacolo davanti a infermieri, degenti e parenti di questi, era rientrata nello studio sbattendo con violenza la porta.
Tròia, secondo me, non era medico da neurochirurgia, bensì da neurodeliri.
Da ricoverata.
A parte il fatto che le dimissioni non erano state concordate, ma decise unilateralmente, non mi risulta che fosse obbligatorio comunicare la destinazione una volta usciti dal nosocomio.
Avremmo potuto andare direttamente a casa o in altra struttura, nel foglio di dimissione non era previsto risultasse la scelta.
Il suo comportamento indicava un'unica alternativa: buttarci da un ponte, Angela, Elena ed io.
Con i nervi che non erano corde di violino bensì filo spinato, avevo bussato ed ero entrato nello studio, implorando a mani giunte che facesse questo foglio di dimissione, altrimenti sarebbero saltati tutti gli accordi presi con la clinica e l’ambulanza.
Continuando a urlare, mi aveva invitato a uscire, alzando il telefono per chiamare il posto di polizia, per denunciare un’aggressione da parte mia.
Si parla sovente di ‘istinti omicidi’ dell’essere umano.
Me li sono sentiti addosso: Elena ed io eravamo due stracci che da tredici giorni assistevamo uno straccio stracciato, ed essere trattati così da una miserabile, mi aveva portato a quei pensieri, e solo l’assenza di un’arma aveva impedito il completamento dell’opera.
Ero tornato nella camera, avevo telefonato alla clinica per bloccare il posto per l’indomani: nessuna garanzia di poterlo tenere.
Avevo bloccato l’ambulanza, in attesa degli sviluppi.
Mi sarei messo a piangere, ma sarebbero uscite lacrime di sangue tanto ero furibondo.
Ero andato dalla caposala chiedendo il modulo per le dimissioni volontarie, e, grazieadio, mi aveva assicurato che avrebbe sistemato la cosa.
Poco dopo aveva dato disposizione agli infermieri per la dimissione: distacco delle flebo e di tutto l’apparato medico.
Il foglio di dimissione ci era stato recapitato in busta chiusa da un portantino.
La legatura era rimasta.
L’abbiamo dovuta staccare noi, con l’aiuto dell’autista dell’ambulanza, al suo arrivo.
Il ‘travaso’ di Angela dal letto alla lettiga ce lo siamo dovuti fare noi; non un infermiere che ci desse una mano.
Nel passaggio lungo il corridoio, tutte le porte chiuse: nessun degente, nessun parente, nessun infermiere, nessun medico.
Deserto.
Avanzando verso l’uscita, spingendo la lettiga cigolante, mi sono sentito il monatto manzoniano mentre spingeva il carretto con sopra un’appestata, lungo le strade deserte della città.
A chi di voi è sopravvissuto a questa lungaggine: nel prossimo post sarò molto più conciso, poiché finalmente sarà un post positivo, e, come al solito, per raccontare le cose belle bastano poche parole e poche righe (vedi Tg e giornali).

(La situazione di Angela, oggi: i miglioramenti cognitivi sono costanti, quelli comportamentali vanno a fasi alterne, con preminenza delle situazioni negative).

sabato 30 aprile 2011

Tanto per parlare...

Lamberto Sposini, giornalista, è stato colpito da una emorragia cerebrale. Gli auguro di tutto cuore di superare l’ostacolo e riprendersi al meglio.
Il fatto nostro similare è talmente recente che non posso fare a meno di drizzare le antenne e cogliere tutte le sfumature della vicenda.
Mentre lui lotta per la vita, sono intanto scoppiate le polemiche in merito ai tempi del soccorso, non so da parte di chi e perché; al limite si poteva aspettare che la vicenda si chiudesse, prima di attizzare un fuoco che lascia il tempo che trova.
Pare che il tempo dell’intervento, da parte di chi polemizza, sia stato di 40’; i soccorritori dicono, invece, 19’.
Prendo lo spunto per tornare indietro di tre mesi e dire come sono andate le cose per Angela.
Lo faccio senza venature polemiche; avevo detto, in “Senza bussare”, che appena possibile avrei raccontato quella giornata infame, e mi sembra giusto il momento di farlo.
Sabato 29 gennaio, verso le 9,30 del mattino Angela aveva accusato un violento malessere. Con la sorella l’avevamo stesa su un divanetto, gambe sollevate e aria al viso con una rivista.
Era svenuta, e avevamo notato la bocca distorta, motivo di forte dubbio di ictus.
Chiamato il 118, postato a non più di un chilometro da casa nostra, presso l’ospedale locale, ne avevamo atteso l’arrivo col cuore in gola, come si suol dire e come era in realtà.
Non siamo stati a contare i minuti; per pochi che fossero, sono stati un’eternità, come sempre in questi casi.
Medico, infermiere e autista dell’ambulanza.
Nel frattempo Angela era riemersa dallo svenimento e appariva fortemente agitata.
Pressione, polso, alcune domande per accertare il suo stato di 'coscienza'.
Avevamo segnalato il fatto della bocca storta, ma il medico non ne aveva tenuto conto.
Sintomi di influenza, aveva detto.
Una flebo di Plasil con un calmante, e l’ambulanza se ne era andata, vuota come alla venuta.
Nel primo pomeriggio i dolori alla testa si erano accentuati ed era sempre più agitata, in maniera parossistica.
Essendo sabato, ci eravamo rivolti alla guardia medica.
“Non competente per i ricoveri; chiamate il pronto soccorso dell’ospedale”.
Pronto soccorso, descritti i sintomi, rivolgersi al 118 per il ricovero.
Nuovo 118, una dottoressa, l’infermiere e l’autista.
Pressione, polso, solite domande, endovena calmante per portarla in barella all’ambulanza.
Ospedale: urge una TAC cerebrale, ma bisognava ‘sedarla’ per poterla effettuare.
Si erano fatte le 18, il buio di fuori era un giorno di sole a confronto del buio dentro di noi.
Emorragia cerebrale estesa, chiamata all’ospedale del capoluogo di provincia, l’unico con reparto neurochirurgico, per fermare un posto, due ore e mezzo di ambulanza, con un tempo che nel frattempo si era scatenato con pioggia violenta e vento fortissimo.
Eravamo tornati a casa, Elena ed io, per racimolare qualcosa da metterci addosso in previsione di una fermata notturna; al nuovo pronto soccorso ci avevano avviati al reparto, e in quel momento Angela veniva portata a fare una nuova TAC, stavolta ‘con contrasto’, per individuare la causa dell’emorragia.
Nuovamente ‘sedata’.
Dalla radiologia era uscita l’anestesista, e, senza giri di parole, ci aveva comunicato che Angela era in coma.
Forse stupidamente, forse ingenuamente, avevo fatto ricorso ai ricordi di telefilm a sfondo medico (pochi, poiché odio la spettacolarizzazione della sofferenza) o alle citazioni dei TG, e avevo chiesto se fosse un ‘coma farmacologico’ o un coma suo proprio.
“Suo proprio, inoltre ha un respiro che non mi fa ben sperare”.
Angela, coricata supina, aveva sempre russicchiato (‘russato’ mi sembra troppo da scaricatore di porto, con tutto il rispetto per la categoria), ma non potevo mettere in dubbio il parere di una dottoressa, che sul fatto di respiro sicuramente ne sapeva ben più di me.
Un forte sbalzo di pressione aveva provocato l’esplosione di un piccolissimo aneurisma da cui era fuoruscito il liquido.
Bisognava piazzare un drenaggio per liberare la zona cerebrale e procedere poi all’intervento di chiusura di quel buchetto.
Però, per fare questa prima manovra, era necessaria la ‘coscienza’ della paziente: ‘restando’ in coma, non sarebbe stato possibile.
Rientro al reparto, in attesa del medico della rianimazione.
Verso mezzanotte, questi era arrivato, aveva chiesto il nome della visitanda, e l’aveva chiamata ad alta voce per un primo riscontro.
Risposta di Angela: “Ohhh!”.
A suo modo e con i limiti contingenti, era cosciente.
Evidentemente calmata al mattino, calmata al pomeriggio e poi sedata, ancora sedata nella notte, il torpore da coma aveva prevalso.
E il respiro preoccupante era proprio un volgare russamento.
Dopo una giornata così, finalmente l’efficienza era scesa in campo: verso le due di domenica mattina Angela era tornata in reparto con il suo drenaggio applicato alla testa.
L'intervento riparatorio era previsto per il 1° febbraio.
Un primo passo verso la fine del tunnel, verso la vita.
Nel reparto poteva stare solo una persona per l’assistenza, e si era fermata Elena; perlomeno stava al coperto, vista la pioggia e il vento che continuavano a flagellare la città.
A quell’ora e con quel tempaccio cercare un albergo era utopico; mi ero rannicchiato in macchina, con il riscaldamento acceso, avevo pregato, avevo bestemmiato e avevo atteso l’alba.
Al rientro in ospedale, Angela era ancora sotto sedativi.
Questa è stata la nostra prima di altre lunghe giornate e lunghissime nottate.
Non è un messaggio al buon Lamberto, ma chi polemizza sui "minuti" vorrei sapesse che esiste una metà abbondante del cielo (che non necessariamente si riferisce all'universo femminile) che quotidianamente vive la stessa nostra situazione, e che alle polemiche sopperisce con speranze preghiere bestemmie e attese, poiché altro non le è concesso.
In bocca al lupo, Lamberto, anche se onestamente non posso dire "sei tutti noi".
Per tua fortuna, non appartieni a quella massa abbondante del cielo che non si può permettere di polemizzare sui 19 0 40 minuti del tempo dei soccorsi.
Tutto questo, sempre tanto per parlare...

lunedì 25 aprile 2011

L'alloro

(Secoli fa avevo preparato questo post; interrompo un attimo il racconto dei nostri guai per non mandarlo al macero intonso. Oggi, 25 Aprile, oltre che Pasquetta, è 'anche' l'anniversario della Liberazione. Chi in questa Liberazione è stato coinvolto, il più delle volte suo malgrado, oggi non festeggia: ricorda, e ancora piange chi per questa Liberazione se ne è andato).



Oltre che per le foglie usate per dare un particolare sapore agli arrosti, l’alloro porta il pensiero alle tipiche corone, appunto di alloro, periodicamente riesumate come simbolo di ricordo e onore verso i Caduti nelle guerre, in atti terroristici o in vigliacche rappresaglie, tipiche queste ultime del periodo dell’ultimo conflitto ufficiale. La confezione di queste corone era affidata ai fiorai, ed erano, di solito, ordinate dalle pubbliche amministrazioni.
Essendo con cadenza periodica per date fisse, gli importi erano inseriti nel bilancio di previsione delle spese; l’assegnazione del compito veniva data con la canonica gara di appalto.
Già allora indetta al massimo ribasso possibile, poiché è noto che il risparmio di qualche ‘mille lire’ salva i comuni dalla bancarotta.
I milioni scialacquati già allora erano sempre per il bene dei cittadini; il fatto che finissero nelle tasche solo di alcuni di essi è notoriamente pura demagogia.
Se al fatto di essere la loro confezione più una seccatura che un lavoro di pregio, si aggiungono i prezzi bassi e la ben nota lentezza dei pagamenti, sovente le gare d’appalto andavano deserte.
Oppure, nelle cittadine piccole e medie, ci si affidava al primo fioraio volonteroso che accettasse l’incombenza.
Nel paese in cui operavamo, mia moglie titolare ed io umile servo tuttofare, sia per la prossimità topografica al Comune sia per una certa dabbenaggine, il compito della confezione di queste corone ci era stato affidato non appena rilevato il negozio dalla precedente operatrice (che, tra l’altro, non ne aveva mai voluto sapere).
Forse il Comune, prima di volturare la licenza, ci aveva preso le misure, decidendo che eravamo abbastanza allocchi per meritare l’onore di questa assegnazione.
Si trattava di confezionare quattro corone, per le cadenze fisse del 25 Aprile e del 4 Novembre.
Essendo una città di media grandezza, ma territorialmente estesa, era suddivisa in altrettante contrade, e ciascuna aveva il suo cippo o la sua stele in memoria dei propri Caduti locali.
La prima volta era venuto un vigile urbano, e aveva portato la richiesta del comune, con gli indirizzi di postazione di ciascuna corona.
Successivamente arrivava solo una telefonata di conferma.
Il primo ordine si riferiva a un 4 Novembre, ed era stato inoltrato a noi verso metà ottobre.
Non avendo mai fatto questo tipo di servizio, eravamo dovuti andare in cerca di un fioraio anziano di mestiere, in grado di insegnarci la loro fattura.
Che, a ben vedere, era abbastanza semplice, a parte il tempo che richiedeva.
Con modalità rimaste poi immutate negli anni, finché avevamo tenuto il negozio, la mattina delle due date citate, caricavo in macchina le quattro corone e le andavo a collocare davanti ai cippi.
Erano tutti pressoché identici, nella muratura; cambiavano gli identificativi di complemento: una specie di aquila, forse in ferro battuto, che il tempo aveva reso di un colore nero-verdastro che la faceva sembrare più a un corvo che al nobile volatile; un ghirigoro di foglie, forse di quercia, dello stesso materiale e con lo stesso colorito dell’aquila; a fianco di una stele, situata di fronte a una scuola elementare, c’era un piccolo cannoncino, puntato proprio verso la scuola (che, guarda caso, molti anni dopo sarebbe stato indicativo di quello che della scuola si sarebbe fatto: abbattuta, come a colpi di cannone); una figura vagamente stilizzata, forse femminile, probabile omaggio alle vedove e alle figlie dei Caduti.
Erano otto visite all’anno, ed erano otto volte i pensieri, sempre gli stessi, ricorrenti per ciascun cippo, mentre ne ponevo le corone ai piedi.
"Sono di nuovo qui, a portare una corona a ricordo del vostro sacrificio: lo sapete meglio di me, voi non siete stati eroi, come tra poco l’inclita amministrazione, con tanto di tricolore a tracolla, vi ri-presenterà; siete stati vittime, che ben più volentieri sareste tornate, vive, nelle vostre famiglie, in cerca di una vecchiaia decorosa e possibilmente longeva. Questa corona rende omaggio alla vostra sfortuna, e imbianca la faccia di chiunque questa vostra sfortunata fine ha provocato”.
Se oggi svolgessi ancora quel servizio, direi loro della inutilità del loro (obbligato) sacrificio: volenti o nolenti hanno contribuito, a colpi di fucile ricevuti, a fare dell’Italia una nazione; oggi, quasi senza colpo ferire, la si sta distruggendo.
Ma tant’è, non è compito dei fiorai, tanto meno degli ex tali, filosofeggiare sul passato o sul futuro; oggi c’è chi ci pensa,a modo suo: lavora di piccone e dice di costruire, usa l’accetta e dice di farlo per unire, ha un ampio senso della moralità per convincere che in realtà questa proprio non esiste…
Un altro pensiero ricorrente era proprio personale: ad ogni stele, deponendo la corona ero solo, non dico come un cane, ma comunque solissimo.
Poi nei telegiornali dello stesso giorno vedevo un via-vai di alte uniformi, corazzieri qui, vigili urbani là, carabinieri poliziotti guardie forestali vigili del fuoco ecc., che in ghingheri, a due a due, portavano le corone identiche alle mie, con passo cadenzato, con musica italiota sottofondo e le deponevano con mosse mimate davanti ai vari monumenti; poi l’autorità di turno si appropinquava con passo solenne e viso compunto, dava una toccatina alla corona, quasi a darle vita, e retrocedeva con lo stesso passo, sostando in silenzio per qualche istante, magari seccata per la perdita di tempo impostale dai protocolli, quando avrebbe potuto essere altrove a farsi i fatti suoi.
E ai ‘miei’ Caduti era concesso solo un affarino come me, a portare la memoria di un paese; che poi, sul tardi, venissero i vigili e le autorità a rendere il dovuto omaggio, non cancellava la mia impressione di diseguaglianza, pure verso i Caduti (ribadisco: Caduti, certamente, ma non per la patria, meno che meno per ‘questa’ patria).
La cadenza delle date coincideva con l’arrivo dei mandati di pagamento: così, per la prima esperienza, il saldo era arrivato a metà dell’aprile successivo, giusto in tempo per ricevere la delega alle corone del 25 dello stesso mese; il mandato per aprile era arrivato a metà ottobre, concomitante con l’ordine per il 4 Novembre.
E così via, per la decina d’anni che abbiamo tenuto il negozio.
Per la cronaca: sempre per tenere in piedi il Comune, il prezzo concordato per le prime corone era rimasto invariato fino alle ultime fornite; questo per dire che le amministrazioni, quando vogliono, i collaboratori li sanno scegliere.



(Per l'altra faccenda: Angela sta migliorando, qua e là, lentamente ma migliora. Le notti sono ancora lunghe, infinite: alle due di notte guardo l'ora, tre ore dopo la riguardo e sono le due e tre minuti; comincio a capire il senso del termine 'eternità'. I dettagli poi).

domenica 17 aprile 2011

La quercia

Uno legge il titolo del post e chi pensa a Pascoli ne ha ben donde.
Mi sento (ci sentiamo, la sorella di Angela ed io) come quella quercia, abbattuta da un boscaiolo assassino.
Anche noi sentiamo i violenti colpi d'ascia che, botta dopo botta, ci stanno abbattendo.
Lo spirito è forte, sembra una quercia secolare, ma se non è sostenuto da un corpo efficiente resta una cosa astratta, che può attraversare i muri o spaziare nell'universo, ma se lo carezzi o lo spintoni trovi solo il vuoto.
Eravamo rimasti ai primi, piccoli, progressi. Da allora, fino alla dimissione dalla clinica, lo scorso nove di aprile, le cose sono precipitate.
Gli effetti collaterali del suo enorme progresso fisico li abbiamo subiti noi.
I suoi piccoli passi iniziali si erano trasformati in una iperattività che per un lungo, eterno, periodo ha messo a rischio collasso le due querce.
Ancora oggi, ricordando, riteniamo umanamente impossibile non chiudere gli occhi per settimane intere, giorno dopo giorno, e soprattutto notte dopo notte.
Angela lo ha fatto.
E noi appresso.
Il secondo tentativo per toglierle il catetere era andato a buon fine.
L'eliminazione di quel tentacolo era stata una bella conquista, ma le aveva dato una maggiore autonomia che, unita alla progressiva ripresa fisica, le aveva dato una capacità pedestre da maratoneta.
Prima su e giù per il corridoio del piano, poi nella pineta interna, erano chilometri che si sciroppava, senza un attimo di sosta.
E noi, nei rispettivi turni, sempre dietro, senza mai perderla di vista, a causa dell'imprevedibilità dei suoi movimenti.
Per tutto il giorno, con la speranza che la stanchezza portasse a un corroborante riposo notturno, suo e nostro.
Il neurologo che l'aveva visitata subito dopo il ricovero aveva prescritto delle gocce e delle compresse calmanti per mitigare l'agitazione perenne e favorire il riposo perlomeno notturno.
Ogni tanto questi interventi medicali venivano recepiti, altre volte avevo il forte dubbio che fossero soltanto un placebo, un tentativo psicologico messo in atto più per noi che per lei.
Il classico bicchiere d'acqua fresca...
Di giorno e, quando le riusciva, anche di notte, nel suo peregrinare puntava ad entrare nelle stanze degli altri ospiti, mettendo mano in tutto ciò che attirava la sua attenzione: medicinali, vestiti, coperte e lenzuola, bottiglie con vari contenuti, e soprattutto cosette mangerecce, tipo frutta o dolciumi.
Il bloccare sul nascere questi tentativi provocava una reazione irata, che si ripercuoteva sulle operazioni di cura e sostentamento. Il rifiuto dei medicinali e dei pasti erano conseguenza immediata di queste sue alterazioni.
E anche qui avveniva un fatto che, oltre all'iniziale sconcerto, ci aveva allarmato in vista del ritorno a casa.
Gli inviti a prendere le gocce o le pillole, come quelli per mangiare, come quelli per mettersi a letto la sera, se proposti da noi venivano sovente respinti; e se era "no", non c'era verso di farle cambiare idea; il troppo insistere la faceva alterare di brutto.
Bastava fare intervenire un infermiere, o un operatore qualunque, foss'anche un addetto alle pulizie, e il rifiuto tenace si trasformava in sorrisi e nell'adesione immediata all'operazione richiesta.
Il punto interrogativo era conseguente: non avendo a casa estranei che la convincessero, tra l'altro senza neanche insistere troppo, come avremmo risolto il problema?
Dico subito che, dopo la dimissione, a casa si "accontenta" della nostra presenza e, salvo casi sporadici, accetta sia le medicine che i pasti. Ha saltato le une e gli altri, ma a livelli accettabili; le medicine no, ma nel pomeriggio un passaggio in cucina, magari per mangiare un paio di mele o una banana, ci scappa sempre.
E' ancora restìa alla preparazione per la notte, fatta ancora di piazzamento del pannolone e del pigiama, e per farla andare a letto dobbiamo aspettare che le saracinesche oculari lambiscano le labbra, ma alla fine cede.
I giri in pineta: raccolta di pinoli secchi e vuoti, pigne, erbette per fare insalata, asparagi selvatici (io non li riesco a vedere, lei li vedeva e li raccoglieva, unica erba eventualmente commestibile tra quanto estirpato); negli ultimi tempi raccoglieva scaglie di pigna, se ne riempiva le tasche o le affidava a me: sarebbero servite per fare il risotto. Quelle date alla mia custodia tornavano subito, di nascosto, al terreno, le altre finivano sul tavolo della stanza in attesa di smaltimento successivo.
Dei progressi fisici mi pare di avere dato un buona idea; quelli del 'ponte di comando' sono ancora molto vaghi, sembrano le luci psichedeliche dei night, spruzzi di lampi colorati che girano in modo vorticoso, talvolta ricorrenti, altre volte unici e non ripetibili.
Continuerò appena possibile, ma voglio che sappiate che è stata dura, e lo è tutt'ora, ma finché quel bastardo di boscaiolo non ci avrà tranciato del tutto, continueremo a 'tenzonare'.
Quando mai fossimo abbattuti, il canto della capinera sarà sostituito dal miagolio del gatto.
A presto.
Spero.

domenica 13 marzo 2011

Grazie - Pensieri - Piccoli passi

GRAZIE
Prima di passare al resto, vi rinnovo il mio "grazie"; non mi ripeterò più per non tediarvi. Questo è un ringraziamento in abbonamento. A vita.

PENSIERI
Dal terrazzo fuori dalla stanzetta della casa di cura vedo il mare, laggiù, subito oltre la ferrovia. Nei giorni scorsi era agitatissimo.
Le onde, sospinte da un fortissimo vento, battevano con violenza contro gli scogli, sollevando alte colonne verso il cielo; sembravano fumo, invece erano lacrime di sale.
Salivano verso l'alto, poi si abbattevano tornando parte nel mare che le aveva create e parte sulla spiaggia, a inumidire la sabbia di gocce amare.
Le lacrime, di mare o di terra, sono salate, di un salato amaro; e sono pesanti.
Tanto pesanti e amare e salate che non riescono a salire verso il cielo, sono respinte al mittente, non sono gradite.

PICCOLI PASSI
La fisioterapia la sta rendendo (quasi) autonoma: cammina su e giù nel corridoio, sotto stretta sorveglianza poiché ancora tentennante; si nutre da sola, ogni tanto pungolata.
Purtroppo questo recupero fisico ha un risvolto negativo che ci costringe a non perderla mai di vista, soprattutto di notte: infatti ha il pallino di alzarsi in piedi sul letto, tentando di scavalcare la sponda o la testata in fondo al letto. Un paio di volte ci è riuscita, rovinando a terra, per fortuna senza danni. Non fa tanto paura un colpo alla testa, quanto una frattura ad un arto, che nelle sue condizioni mentali sarebbe pressoché impossibile riuscire a curare. Nelle sue camminate, inoltre, punta verso le scale, in discesa verso il piano inferiore: sono munite di un robusto mancorrente, che sarebbe regolarmente ignorato, con un rischio di ruzzolamento altissimo.
Un altro grosso tormentone riguarda il catetere e il pannolone; hanno provato una volta a toglierlo, ma la mancanza di specifico stimolo cerebrale ha impedito la rieducazione della vescica a una espulsione propria, per cui hanno dovuto rimetterlo in attesa di tempi migliori. Questo crea il problema dell'andare in bagno: a ogni pie' sospinto chiede di andarci, per l'una o l'altra funzione, e ogni volta è una battaglia per tentare di convincerla che ha un bagno incorporato.
Ci sono però anche buone notizie.
Ricorderete il bacino in punta di dito; qualche giorno dopo avevo riprovato l'esperimento. Dopo averlo accettato come la prima volta, aveva lasciato le labbra in posizione, fissandomi intensamente; stavolta negli occhi avevo letto chiaramente "ma che 'razza' di bacio è questo?" (il virgolettato a razza indica che il termine era chiaramente un altro, facilmemte intuibile): le ho dato tre baci, labbra su labbra, e il sorriso del viso e degli occhi mi avevano fatto capire che aveva avuto ciò che voleva.
Anche il riconoscimento delle persone, o il loro ricordo, ha dei lampi che fanno ben sperare.
Era venuto a trovarla un compagno d'infanzia (casualmente in clinica a causa del ricovero della suocera, fratturata e in riabilitazione); oltre a riconoscerlo lo aveva salutato in un modo non consueto: "Ah, cornutazzo!".
Spiritosamente, il così definito aveva commentato: "Beh, in effetti...".
Sposato, divorziato, prima con una compagna, oggi con un'altra, voluto o non voluto l'epiteto aveva un suo fondamento...
Aveva chiesto notizie della figlia della sorella; questa le aveva detto che in serata sarebbe andata al compleanno di una compagna di scuola, figlia di...
"Ah, sì, Nausica...".
Non è che Nausica sia un nome che si trova a ogni angolo di strada, e neanche era oggetto di particolari nostre attenzioni in casa. Incassiamo lo strano ricordo, tutto fa brodo.
Altri piccolissimi episodi, lampi di magnesio, piccoli passi dentro un tunnel ancora lungo, ancora buio.
Per il resto, in evidenza il fatto che l'aggeggio orgoglio maschile rimbalza contro tutte le pareti che trova, diretto democraticamente a medici, infermiere, portantine; e a noi in primis.
Giusto ieri sera se l'è beccato anche una suora che era passata nelle stanze, invitando alla preghiera le ammalate.
Le lacrime, salate e amare, chiamate 'preghiera'; arrivano al soffitto e ricadono al suolo.

giovedì 24 febbraio 2011

La situazione, oggi

Ho passato il testimone alla sorella, smonto dalla notte, ma sento la necessità di aggiornarvi sul percorso di (speriamo) recupero.
Intanto devo ringraziarvi tutti: solo oggi sono riuscito a leggere i vostri "in bocca al lupo" e i vostri incoraggiamenti. Ma non ho avuto bisogno di leggerli per sentirmeli fisicamente addosso: a ogni cenno di sconforto, di delusione, mi sono sentito sospinto, abbracciato, sostenuto da un mondo che sarà pure virtuale, ma non è impalpabile. Il sostegno da parte di tanti sconosciuti (sconosciuti veramente 'illustri', non illustri sconosciuti) mi spinge appunto a battere questo post, che vuole essere ringraziamento e comunicazione.
Forse riuscirò a essere un po' caotico nella descrizione, ma sono certo della vostra comprensione.
Abbiamo tutti nella testa la fuga di petrolio nei mari del nordamerica.
La stessa cosa è successa ad Angela, mia moglie: un'esplosione, inattesa quanto violenta, ha fatto tracimare da una piccola vena una quantità di liquido sanguigno che ha invaso la zona cerebrale, squassando tutto il settore.
Ricoverata in coma nel reparto di neurochirurgia, hanno provveduto a drenare questo liquido per poter poi intervenire a mettere un tappo all'aneurisma esploso.
L'intervento è avvenuto il 1° di febbraio; i controlli successivi hanno segnalato un esito positivo nella chiusura della falla.
(Incidentalmente: il 1° febbraio era il nostro 41° anniversario di matrimonio).
Non ha avuto danni agli arti o altre manifestazioni di paresi; purtroppo sono rimasti residui neurologici, che ancora oggi rendono difficoltoso il recupero a livello cerebrale.
Dopo dieci giorni è stata dimessa (su questo metodo delle dimissioni su protocolli prestabiliti conto di tornare, appena un po' di lucidità, mia, mi consenta di essere obiettivo: accenno solo al fatto che, in stato agitatissimo e confusionale, le erano state legate entrambe le mani alle sponde del letto, per impedirle di strappare flebo, cerotti, catetere e quant'altro riusciva ad acchiappare; queste legature le sono state rimosse solo al momento del trasbordo sulla lettiga dell'ambulanza che avrebbe provveduto al trasporto in altra struttura).
Mercoledì 9, di pomeriggio, inatteso l'annuncio delle dimissioni per il giorno successivo.
La ricerca di un posto dove sistemarla, nelle poche ore a disposizione, è stata un girone infernale: intanto perché al pomeriggio nessuno rispondeva all'appello, con gli uffici chiusi rimandavano all'indomani la presa in considerazione del ricovero.
Giovedì 10 in mattinata abbiamo trovato una casa di cura fisiatrica che aveva un posto disponibile, e colà l'abbiamo portata.
(Non per essere cattivo, ma anche per il momento delle dimissioni mi riprometto un post apposito, poiché all'eccellenza chirurgica del reparto ha fatto da contrappeso un comportamento che non ho remore a definire infame da parte della dottoressa (?) che ha provveduto a licenziare mia moglie).
Dal giorno 10 siamo in questa struttura, che purtroppo è prettamente indicata per fisioterapia di tipo ortopedico, del tutto priva di assistenza specifica neurologica, sia a livello medico che farmacologico.
Infatti tutti i medicinali necessari li sto comprando direttamente in farmacia, su richiesta di un neurologo esterno che ho fatto intervenire per una prima valutazione del danno cerebrale.
A questa carenza strutturale, peraltro, ho trovato un'assistenza e un interesse personale al caso, che stanno portando (piccoli) miglioramenti, che fanno bene sperare.
Per l'assistenza nelle 24 ore è stata sistemata in una cameretta singola, con l'aggiunta di un lettino per noi che la vegliamo (a pagamento, ma ha risolto il problema della presenza maschile, la mia, in camerette di sole donne, consentendo a me e alla sorella di alternarci al capezzale, giorno dopo giorno).
Avevo avviato le pratiche per il trasferimento in una struttura specifica; purtroppo risulta molto fuori mano, e comunque la pratica sta andando a rilento (non so perché, ma ogni volta il mio pensiero corre alla nostra schifosa classe politica, per cui un raffreddore ottiene autostrade per ricoveri e cure, negate ai cittadini che con le tasse pagano loro il pass per questi privilegi).
Questa è la situazione, oggi.
Per non chiudere in mestizia, vi racconto un piccolo episodio, di un paio di giorni fa.
Alla sera, al momento di lasciare la trincea alla sorella, avevo salutato Angela, dandole la buona notte (lo so, in occasioni simili è una presa per i fondelli, poiché si sa che non sarà una buona notte, ma viene spontane la speranza che lo sia).
Mi aveva fissato, e nei suoi occhi sembravano evidenti due domande: "Chi sei? Cosa vuoi?".
Ignorandole, avevo appoggiato le mie labbra al mio indice, appoggiando il bacio alle sue labbra: ha risposto al mio bacio.
Non dico altro, e per adesso chiudo.
Un grazie e un abbraccio a tutti, dal blog mi siete entrati nel cuore.

domenica 6 febbraio 2011

Senza bussare

Il postino suona due volte.
Gli accidenti non bussano, entrano in casa, colpiscono e se ne vanno, in cerca di altre vittime.
Sabato 29 di gennaio, uno grosso mi è piombato in casa, ha colpito brutalmente mia moglie, e si è allontanato.
Emorragia cerebrale, molto estesa, fuoriuscita da un piccolo aneurisma, ha bloccato lei e il tempo a quel sabato mattina.
Trovo un attimo di pausa per dirvelo, non per cercare solidarietà che purtroppo non troverei il tempo di raccogliere, ma solo per rassicurarvi sul fatto che il gatto è impegnato su un altro fronte e che se oggi cadesse il mondo, questo fatto sarebbe un problema secondario.
Dopo una settimana non so ancora come andrà a finire: se l'esito fosse positivo, un giorno vi racconterò anche questa esperienza.
Un saluto e un abbraccio a tutti.

giovedì 27 gennaio 2011

Ricordare

Ho 'rubato' la vignetta di Giannelli
sul Corriere della Sera di oggi,
GIORNO DELLA MEMORIA:
le parole, talvolta, si perdono
nel vissuto quotidiano,
una vignetta secca
si imprime meglio nella mente,
per ricordare,
per non dimenticare.

martedì 18 gennaio 2011

domenica 16 gennaio 2011



L'imbarìgh


Da quand ch’ho vèst che i’an i ciàpa via,

che mor i dè senza un po’ ’d rimissiòn,

ho mes da un chént la mi reputaziòn

e am so zarchè e mi post in ‘t l’ustarìa.


D’in sdài in ‘t’la scaràna ad lègn e ‘d paja,

la nòta la’s strabìga pièn pianìn,

un zìgar, un sbadài, un pér ‘d quartìn,

do ciàcri, e ac-sé… a m’ingòz fin a la scaja.


E cun la testa pèrsa in ‘t un élt mond

cun la chitàra a bagàt una canzòn

par zarché and chilzè via che magòn,

ch’l’ha ardòt la mi vita a un mér ad piomb.


L’ingarbòj ad tot i dè, d’incùa e ad ììr

par un pér d’ori ài las in ‘t’un cantòn

e vers e zìl a soffi un’uraziòn

ch’im lassa sté pr’un po’ i mi pansìr.


Pu a m’imbarìgh pien pien, cun discreziòn,

a stagh so e a m’invèj longh a la stréda,

a trabàl cùme un scàf a l’ingulfèda

fin che a mardùs in péta a e mi purtòn…


… E a lè a m’afèrum, e quési cun rispét

a guérd cun i guzlùn in ti oc cla stéla

che a guardèva, agrapé a cla burdèla

che un dè la m’ha vlù ben. E am vagh a lét.


(Leonardo Maltoni – 1979)


L’ubriaco


Da quando ho visto che gli anni scappano,

che muoiono i giorni senza pietà,

ho messo da parte la mia reputazione

e mi sono cercato un posto all’osteria.


Seduto su un sedia di legno e di paglia,

la notte si trascina pian pianino,

un sigaro, uno sbadiglio, un paio di quartini,

due chiacchiere, e così bevo fino alla sbornia.


E con la testa perduta in un altro mondo

con la chitarra rovino una canzone

per cercare di calciare via quel magone,

che ha ridotto la mia vita a un mare di piombo.


Le delusioni della vita, di oggi e di ieri

per un paio d’ore le lascio in un angolo

e verso il cielo soffio una preghiera

affinché per un po’ i miei pensieri mi lascino in pace.


Poi mi ubriaco pian piano, con discrezione,

mi alzo e mi avvio lungo la strada,

vacillo come una barca nella tempesta

finché mi trascino di fronte al mio portone…


… E lì mi fermo, e quasi con rispetto

guardo con le lacrime agli occhi quella stella

che guardavo, abbracciato a quella ragazza

che un giorno mi ha voluto bene. E vado a letto.