lunedì 14 gennaio 2019

La manutenzione dell'amore

Troppo bello e troppo attuale per non condividerlo. 
È un articolo tratto dalla rubrica "Letti da rifare" di Alessandro D'Avenia, sul Corriere della Sera di oggi, lunedì 14 gennaio, titolato appunto "La manutenzione dell'amore".

Alcune famiglie al completo, nonni compresi, sono sedute ciascuna attorno a una bella tavola natalizia. Una voce fuori campo pone delle domande ai singoli componenti. Chi risponde correttamente rimane, se sbaglia esce dal gioco. Quale famiglia vincerà? I primi giri di domande, mirate sull’età e gli interessi di ciascuno, vedono trionfare tutti: come si chiama l’eroe di Game of Thrones? Dove sono andati in vacanza Ferragni e Fedez per Natale? Quanti gol ha segnato Ronaldo in questo campionato? Dove si sposerà Lady Gaga? Ma a un tratto le domande cambiano. Quale è il gruppo preferito di tuo figlio? Dove si sono conosciuti papà e mamma? Dove sono andati in viaggio di nozze? Dove lavora la mamma? Di che cosa si occupa esattamente papà? Che cosa faceva il nonno prima della pensione? Qual è la canzone preferita di tua figlia? Il libro preferito di tua sorella? Il sogno di tuo fratello? Perché papà e mamma ti hanno chiamato così? A queste domande, apparentemente più semplici, i componenti della famiglia danno risposte sbagliate o non sanno rispondere. I tavoli si svuotano. Ho rielaborato una pubblicità che mostra, amaramente, che sappiamo tutto di persone lontane e niente di chi ci sta accanto. Preferiamo le infinite e immaginarie emozioni delle relazioni virtuali alla gioia faticosa di quelle reali. Perché passiamo, in media, 24 ore a settimana con il telefono in mano e gli occhi sullo schermo e non abbiamo il tempo per parlare faccia a faccia o mano nella mano?
La maggior parte delle lettere che ricevo dai ragazzi riguardano sofferenze nascoste, da casi gravi (anoressia, bulimia, dipendenze, autolesionismo) a più ordinarie, ma non meno dolorose, solitudini. I ragazzi si confidano con uno sconosciuto e io, non conoscendo le loro storie e situazioni reali, dico loro che la prima cosa da fare è parlare con i genitori o altri adulti di riferimento, ma spesso mi sento rispondere: non capirebbero, rimarrebbero delusi, non hanno tempo, mi hanno detto di non dare peso alla cosa, passerà... Ecco una delle ultime lettere ricevute: «Ho 18 anni e mi sento vuota. Scrivo, sperando che qualcuno legga l’email confusa, scritta tra lacrime salate, di una ragazza che non ne può più. Ti scrivo la sera della vigilia di Natale perché è l’ennesima vigilia che nasce piena di buoni propositi e speranze che poi vengono spezzati dai miei. Mi capita di pensare di scappare via e lasciarli con una frase: “Avete rotto un legame: adesso è andato via, irrecuperabile”. Non so come affrontare la situazione e con chi parlarne. Potrai dire che ci sono i professori: per me sono degli estranei, pronti a svalutarmi. Potrai dire che ci sono gli zii e i nonni, ma è anche a causa loro che alla vigilia di Natale mi trovo dietro allo schermo, scrivendo e sperando che la persona a cui chiedo aiuto mi legga. Potrai continuare a replicare che ho un mondo di persone con cui potrei parlare ma quelle persone non mi stanno realmente a sentire e tutte le volte che ho provato sono stata descritta come problematica, disagiata, insomma da curare. Non so più in cosa credere. Non so il significato reale di donarsi, quali siano i veri valori da seguire, cosa voglia veramente dire Natale. Non so cosa si prova a ricevere una carezza di qualcuno importante. Recentemente in una discoteca mi stavo per avvicinare al bancone per una birra, quando un ragazzo sconosciuto mi ha messo la mano sulla spalla e mi sono sentita “presente” ma, l’attimo dopo, allontanandomi da lui, mi sono resa conto che in quel tocco c’era una solitudine immensa e che non si sa realmente quale sia il significato di amore. Mi sono resa conto che la discoteca è un bordello per chi non vuole sentirsi solo il mattino dopo, al risveglio. Mi sono resa conto che non sono l’unica a essere ignorante delle basi della vita e non so a che cosa sia dovuto». Parole scritte a uno sconosciuto, la vigilia di Natale, da una tastiera. La lettera si apre con un «mi sento vuota» (ricerca di pienezza) per approdare, con perfetta coerenza, alla domanda: quali sono le basi della vita e perché non le ho ricevute (ricerca di senso)? La «pienezza di senso» è ciò che spesso manca a questi ragazzi e molto dipende dalla qualità delle relazioni principali.
Tempo fa lessi un libro, molto pragmatico e semplice, di Gary Chapman, un consulente familiare: I cinque linguaggi dell’amore . L’autore spiega che ciascuno di noi impara a riempire il proprio «serbatoio dell’amore» da bambino, sulla base dei cinque possibili modi in cui l’amore viene trasmesso nelle relazioni. Li usiamo tutti e cinque, ma ognuno ha la sua classifica e dà amore nel linguaggio con cui lo ha ricevuto, sicuro che anche l’altro parli lo stesso, ma non è così. Spesso una relazione (di coppia, d’amicizia, educativa...) non cresce perché le persone non usano l’uno il linguaggio dominante dell’altro: ciascuno fa il suo discorso amoroso che, per quanto sincero, l’altro non riesce a recepire, perché è sintonizzato su un’altra stazione. Tante relazioni si rovinano, benché ci sia impegno, semplicemente perché non si parla la lingua altrui, convinti che la propria sia l’unica. Ecco i cinque linguaggi. 1) Parole di incoraggiamento: tutta l’area delle parole di conforto e rassicurazione («figlio mio, sono fiero di te», «figlia mia, se potessi scegliere tra tutti i ragazzi del mondo sceglierei te», «sei una moglie eccezionale», «caro, hai fatto un lavoro perfetto»...). 2) Momenti speciali: vicinanza e ascolto esclusivi (eliminando ogni distrazione: cellulare, tv, giornale...), insomma dialogo con contatto visivo costante, senza interrompere, osservando il linguaggio del corpo altrui, chiedendo chiarimenti e il permesso per dire la propria opinione. 3) Doni: non grandi regali ma piccole cose e gesti frequenti e sentiti, cioè personalizzati (un biglietto affettuoso, un fiore inaspettato, un piatto speciale, una canzone azzeccata...). 4) Gesti di servizio: partecipare ai lavori di casa e non, gratuitamente, facendoli insieme (dalla lavatrice ai piatti, dal mettere i panni sporchi nella cesta a sparecchiare la tavola, dalla spazzatura alla spesa...). 5) Contatto fisico: gesti affettuosi, da una carezza data senza motivo a un abbraccio quando si rientra a casa, da un bacio sugli occhi stanchi la sera a uno sulle labbra uscendo di casa, dal prendersi per mano in pubblico al saper ascoltare il corpo dell’altro nell’intimità amorosa. Chiaramente ogni linguaggio va adattato al tipo di relazione e all’età delle persone: saper amare in fondo è imparare ad usare tutti i linguaggi con naturalezza.
Avendo ognuno di noi uno o due linguaggi privilegiati, se non conosciamo quelli delle persone vicine, anche se li «amiamo», non riusciremo a farli «sentire amati». Anzi magari ci e li colpevolizzeremo se non rispondono, ma stiamo semplicemente parlando lingue diverse. Se l’amata preferisce il «tempo di qualità» un uomo non può cercare sempre e solo il «contatto fisico». Se un figlio ha bisogno di «parole di incoraggiamento» non serve sbrigarsela facendogli «doni». Sono esempi generici: occorre osservare, chiedere, provare, e poi stilare la graduatoria dei cinque linguaggi, propria e di ciascuno, per impegnarsi a usare quello adatto a riempire il serbatoio dell’amore altrui, uscendo dal proprio modo di amare e imparando anche gli altri: questo fa maturare sé e la relazione. Ho alunni a cui serve una mano sulla spalla, altri a cui fa bene un «sono fiero di te», ad altri devo regalare un libro e ad altri ancora offrire un caffè a tu per tu. Ognuno può ricevere amore solo nella lingua in cui riesce a comprenderlo: la porta delle persone si apre solo con la chiave adatta alla loro storia, non esiste il passepartout. E la persona, nella sua unicità, emerge e si consolida solo quando si sente dare del tu dall’amore.
Quando i miei genitori hanno festeggiato un importante anniversario di matrimonio, noi figli abbiamo recuperato, da una scatola che ritenevano ben nascosta, le loro lettere. Le abbiamo rilegate in ordine cronologico in un libro che abbiamo regalato loro. Noi figli non le abbiamo lette (o quasi...), per rispetto della loro intimità, ma quelle righe, scritte a mano con cura e trepidazione, erano la futura storia di ciascuno di noi. Non sarà possibile farlo con le mail e i messaggi WhatsApp, a meno che non decidiamo di prendere carta e penna. Avete mai scritto una lettera (magari a mano) a vostro figlio, ai vostri genitori? Io lo consiglio sempre a chi non riesce a confidarsi faccia a faccia. Una mail dopo un po’ non si rilegge e non si conserva, al contrario di una lettera scritta a mano. Queste sono «le basi della vita» e richiedono una calma creativa. In questo nostro tempo, troppo veloce e ingolfato, forse proprio per zittire l’urlo del cuore vuoto, così come per pensare bisogna fermarsi a pensare, per amare bisogna fermarsi ad amare.
Il letto da rifare è trovare il tempo, un poco ogni giorno, per immaginare, e poi realizzare, un gesto quotidiano per ogni relazione fondamentale, in base al linguaggio dell’amore principalmente usato dell’altro. La manu-tenzione dell’amore si fa con gli strumenti giusti, e così l’amore cresce, altrimenti, pur con tutte le buone intenzioni, l’improvvisazione e la routine ne diventano la fatale mano-missione.

venerdì 11 gennaio 2019

A Fabrizio

Tra le sue tante, ho scelto questa. Oggi, da un paio di decenni, lui ne sa più di quanto sappiamo noi. A dimostrazione che, per sapere, non c'è altra via che morire.
Un Blasfemo
Mai più mi chinai, e nemmeno su un fiore,
Più non arrossii nel rubare l'amore
Dal momento che Inverno mi convinse che Dio
Non sarebbe arrossito rubandomi il mio.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino
Non avevano leggi per punire un blasfemo,
Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
Mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbroglìò il primo uomo,
Lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
Nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
A ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male,
Quando vide che l'uomo allungava le dita
A rubargli il mistero d'una mela proibita
Per paura che ormai non avesse padroni
Lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
Se furon due guardie a fermarmi la vita,
È proprio qui sulla terra la mela proibita,
E non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
Ci costringe a sognare in un giardino incantato.

lunedì 7 gennaio 2019

Su un libro di poesie

Commentare una poesia non è facile.
Chi la propone vede qualcuno o qualcosa in un modo tutto suo proprio, con una visione assolutamente personale; difficile per chi la legge riuscire a riproporsi gli stessi sentimenti, lo stesso vedere del poeta.
Questo per una singola poesia; quando si va a leggere un libro intero di poesie dello stesso autore, ci si trova ingarbugliati in una ragnatela di 'cosa' in ognuna egli intendesse dire, e di mai finiti 'perché' che a loro volta aprono a mille altre domande che restano tali, senza mai trovare una risposta.
Invogliato da un amico, appassionato lettore e altrettanto ferrato scrittore, ho acquistato un libro di poesie che lui aveva recensito con la passione che gli è congeniale verso tutte le opere che non abbiano una sola possibilità di lettura, vincolata da una trama troppo preconfezionata su binari da cui non è possibile deragliare, con prologo-cuore-epilogo tracciati su un unico filo conduttore che, pur essendo di possibile splendida lettura, non dà l'uggia di svariare al di fuori di fantasie correlate ai singoli testi.
Il libro è di Nicola Vacca, scrittore che non conosco né di persona né per altre sue opere precedenti, salvo qualche assaggio in letture veloci e, lo confesso, poco attente. Ho sette libri in lista d'attesa, me li sto sciroppando uno per uno e, almeno per un po', non ne voglio aggiungere altri.
Potrei non avere tempo a sufficienza per cominciarli, figuriamoci per finirli...
L'ho preso per curiosità, visto che nella recensione citata, queste poesie erano presentate non come porta in entrata di un sapere ridotto a singoli pensieri, ma come portone in uscita di dubbi, e relative domande, velati da una forma di amarezza e speranza.
In questo libro Vacca applica l'antica prassi (mefistofelica) del lancio del sasso in un lago che già tracima di dubbi e domande, con l'invito al lettore a seguire i cerchi concentrici fino al loro infrangersi sulle sponde.
Cerchi che si dissolvono in un nulla senza possibilità di recupero.
L'Autore si definisce laico, ma nelle sue poesie non esita a scivolare nell'agnostico.
Da laico osserva ed espone un suo pensare, non fa nulla per nascondere il suo non credere, pur lasciando apertamente capire che il suo è un agnosticismo sui generis: non crede ma vorrebbe credere, non crede ma vorrebbe sapere, non crede ma vorrebbe sperare di poter credere.
Il credente verace crede: punto e basta. Evita di fare e farsi domande su quello in cui crede, è granitico nella sua convinzione e difficilmente si riescono a iniettare in lui interrogativi, per altri umanamente accettabili, magari discutibili. Neanche nel senso corrente del pourparler., di parlarne per parlare.
Un poeta, vedendo, che dire, una nuvola, ne descrive sì la morfologia aerea, ma ne propone una visione più eterea, esprime la sensazione personale che la detta nuvola gli dà; chi lo legge capisce perfettamente sia la descrizione fisica che qualche spicchio di quelle sensazioni. Soggettivo il testo della poesia, soggettive le interpretazioni che ciascuno le dà.
Il poeta magari fa intravvedere dietro una nuvola, per nera che sia e gravida di piogge temporalesche, il sole che, superata questa, effettivamente deve esserci.
Nicola Vacca, in queste sue poesie va oltre, molto oltre.
Arrivato al sole non si ferma, e non si ferma neanche di fronte all'immensità dell'universo che gli si prospetta... Nicola vuole (vorrebbe) arrivare al nulla, a un niente che dovrebbe essere punto apice di un tutto che a noi appare limitato e irraggiungibile.
Non che creda che quell'apice possa essere Dio, e i motivi per tenerlo lontano da questa ipotesi sono ben evidenti. Ma la ricerca di quel grammo di salvezza, che dà il titolo al libro, deve assolutamente ricevere un riscontro.
Altrimenti non avrà mai pace.
Avrebbe reso più semplice la lettura se anziché un grammo di salvezza avesse voluto cercare un grammo di speranza.
Grammi di speranza sono tutti gli atti umani che ci fanno gonfiare il cuore, che ci rendono orgogliosi di far parte di questa umanità: gli eroi che, consapevolmente, gettano alle ortiche le loro vite per salvarne altre; samaritani anonimi che donano senza chiedere nulla in cambio; la natura che ci circonda; il sorriso innocente di un bimbo; una guarigione inaspettata... e altri enormi piccoli riscontri, ormai sempre più rari nel vivere odierno...
Piccoli petardi, micette, a confronto delle bombe atomiche di cattiverie, di malvagità, di soppressione di vite, di supremazie degli uni su altri...
Che però infondono la comunemente detta speranza.

Vorrei solo differenziare la speranza dalla salvezza. Per come la vedo io, quindi senza impegno e senza autorevolezza alcuna. 
Vacca, in queste poesie, non parla di speranza, e neanche di speranza di salvezza.
La speranza, nella prospettiva teologica, è un dono di Dio, che la concede come strada che a lui conduce. Con fede e carità, è uno dei pilastri della religione cristiana.
A parte la fede, che riguarda il credente nel proprio intimo, penso che la speranza come la carità abbiano bisogno di fisicità umane per raggiungere uno scopo credibile.
Quelle stesse fisicità che le rendono, tra l'altro, veramente universali.
Vacca fa precedere alcune poesie da richiami a Scritture, antiche e nuove, con particolare riguardo al Qohèlet del Testamento antico, all'Apocalisse, a filosofi che del pessimismo hanno fatto veste, senza peraltro disdegnare le proposte di profeti e studiosi del Testamento nuovo.
Il che farebbe pensare che la ricerca del suo grammo di salvezza sia orientata verso un Dio, mai chiaramente definito.
Instillando alcuni dubbi che si guarda bene dal dissolvere.
Il dio che lui cerca sarà quello ampiamente presente nell'Antico Testamento?
Non mi pare che quel dio proponga mai offerte di salvezza. È un dio che passa il tempo a punire l'essere umano che lui stesso ha creato, per mancanze e peccati difficili da individuare. Quando premia, lo fa dopo avere fatto provare i sorci verdi a quelli che, a suo dire, sono i suoi prediletti. Non a caso tra le citazioni in prologo a una poesia è citato Giobbe, passato alla storia come simbolo di pazienza oltre i limiti dell'umana sopportazione. Era una prova, dicono i racconti dell'epoca... ed erano prove tutti i disastri colà raccontati? Prove e castighi, raramente premi o riconoscimenti benevoli di un agire a lui gradito.
I santi non erano ancora stati inventati, per cui pensare che tutto il genere umano fosse dissoluto e peccatore (quindi degno delle peggiori punizioni) non è fantasioso.
Il Nuovo Testamento sembra portare le novità della misericordia e del perdono.
Qui Vacca, in alcuni altri preamboli alle poesie, raccoglie i messaggi di salvezza con citazioni dai Salmi, riferimenti a Profeti e studiosi della religione, e pure di santi o filosofi che fanno presagire qualcosa di diverso da quanto offerto dal dio dell'Apocalisse.
Parole.
È cambiato l'approccio, ma la sostanza è rimasta invariata: non si spiegano altrimenti i cataclismi che continuano a martoriare questa nostra Terra.
Potrebbe essere questo, il Dio cui il poeta chiede quel grammo di salvezza?

"Almeno" un grammo di salvezza: il minimo sindacale per una richiesta del genere.
Ma si tratta di un grammo che non è una semplice misura di peso.
È un grammo pesantissimo, che ha alle spalle migliaia di anni di dubbi, stracarico di punti interrogativi che lo scorrere dei secoli non ha minimamente scalfito; anzi, la loro crescita temporale ha rafforzato domande e richiesta, sempre più pressante, di almeno una risposta.
Almeno una, il peso di un grammo.
La speranza è attesa: che qualcosa, o qualcuno, dia questa risposta.
La salvezza è certezza: se questa risposta raggiungesse lo scopo di cancellare ogni dubbio, questa sarebbe la salvezza.
Ma quel grammo è pure leggerissimo...
Contravvenendo a ogni legge fisica a noi conosciuta, nonostante il suo peso infinito, sale verso il cielo, supera le nuvole della poesia, oltrepassa anche il sole, ignora il nostro firmamento, per ritrovarsi vagante in quel nulla in cui, forse, c'è il tutto.

Forse Vacca non pensava a questo, e se la mia lettura non collima col suo pensare è solo colpa della mia fantasia bacata, che sovente mi spinge oltre, bollicina di sapone che si aggiunge, in maniera sciocca, a perplessità che magari non esistono nelle menti sane.











martedì 1 gennaio 2019

domenica 30 dicembre 2018

Anno nuovo in vista, a prua

Anno nuovo anche per chi soffre
L'anno vecchio se ne va, sale in soffitta o scende in cantina, finisce nella cartella delle pratiche finite, chiuse, non più modificabili.
L'anno nuovo. un libro bianco, un po' di pagine a righe come indirizzo nella stesura di un diario, un po' di pagine a quadretti per riportare cifre, in nero quelle positive, in rosso quelle negative.
Ma è corretto definire "vecchio" un anno di appena un anno? 
Neanche il tempo di goderne la crescita, e già viene dato per morto.
Dice: ma l'esperienza maturata in questo pur breve periodo si aggiungerà a quella degli anni precedenti, che sono tanti, creando un tesoro che accrescerà la Storia.
Vero, un tesoro da cui attingere per migliorare il futuro...
Ma chi si prende più la briga di rivedere il passato, di leggere la Storia, per trarre da essa il meglio ed  evitare il peggio che lutti e rovine ha provocato?

♈ ♉ ♊ ♋ ♌ ♍ ♎ ♏ ♐ ♑ ♒ ♓
Anno nuovo anche per chi soffre
(di Raoul Follereau)
Signore, insegnaci a non amare noi stessi,
a non amare soltanto i nostri,
a non amare soltanto quelli che amiamo.
Insegnaci a pensare agli altri
ed amare in primo luogo quelli che nessuno ama.
Signore, facci la grazia di capire che ad ogni istante,
mentre noi viviamo una vita troppo felice,
protetta da Te,
ci sono milioni di esseri umani,
che sono pure tuoi figli e nostri fratelli,
che muoiono di fame
senza aver meritato di morir di fame,
che muoiono di freddo
senza aver meritato di morire di freddo.
Signore,
abbi pietà di tutti i poveri del mondo.
E non permettere più,
Signore,
che noi viviamo felici da soli.

♈ ♉ ♊ ♋ ♌ ♍ ♎ ♏ ♐ ♑ ♒ ♓
Bambini in cattedra
Il 2019 sarà l'anno buono per ascoltarli?
Avere ignorato fino ad oggi il loro allarme, la loro paura, non fa ben sperare.
Riusciremo (riusciranno?...) a far sì che il loro allarme, la loro paura,
siano finalmente recepiti e fatti nostri?
Noi vecchi siamo già morti, facciamo qualcosa perché loro vivano. 


♈ ♉ ♊ ♋ ♌ ♍ ♎ ♏ ♐ ♑ ♒ ♓

La solidarietà più semplice

Chi bussa alla tua porta non è mai un estraneo,
a meno che tu non lo veda come tale.

Chi ha fame non è mai un altro.
 Chi ha sete non è mai un altro.
Chi è malato non è mai un altro.
Chi è depresso, disperato, non è mai un altro.

Sono io che, avendo fame, sono stato nutrito.
Sono io  che, avendo sete, sono stato dissetato.
Sono io che, malato, sono stato curato.
Sono io che, depresso, disperato, sono stato consolato.

Da chi non mi ha visto come un estraneo,
ma soltanto come una persona,
come un amico, come un fratello.

IO è destinato a morire, NOI può essere eterno
solo se IO si renderà conto che solo NOI è il futuro.


♈ ♉ ♊ ♋ ♌ ♍ ♎ ♏ ♐ ♑ ♒ ♓


✌️...✌️ ✌️e✌️ ✌️che✌️ ✌️Buon✌️ ✌️Anno✌️ ✌️sia✌️ ✌️...✌️



martedì 25 dicembre 2018

Natale 2018, data storica



Oggi, 25 Dicembre 2018, alla quasi veneranda età di 926 mesi, per la prima, e per ora unica, volta in vita mia, ho fatto i fusilli.
Temo che, vista l'abilità dimostrata, non sarà l'ultima.
Fino a ieri, quando sentivo "Oggi fusilli", continuavo a veleggiare per casa in assoluta libertà, in attesa di dare il mio contributo con le gambe sotto al tavolo, consumatore finale felicemente saziato.
Dicevo, ed era ufficialmente riconosciuto, "Non li so fare", giustamente compatito come incapace.
Da oggi, al suono della trombetta, novello Garibaldi, dovrò rispondere "Obbedisco", lavarmi bene bene le mani, asciugarle con la massima cura, e avviarmi al campo di lavoro.
Sarò l'immagine spiccicata dello spot "Dal produttore al consumatore", una specie di km 0 dal tavoliere al piatto.
Quelle in video sono le mie zampe anteriori in fase operativa. 
In futuro vorrei imparare a farli anche con quelle posteriori (volgarmente dette 'piedi), per presentare la performance a Tu sì que vales; forse sbaraglierei tutta la concorrenza.


Le ragazze di casa sono astute, e non perderanno questa incredibile tarda occasione che ho loro offerto.

Prendo lo spunto per ribadire gli auguri a tutto il web. Chi vuole può prendere tutti quelli che servono, per tutti i gusti e per tutte le salse.
I miei oggi sono al ragù: questo, per ora, è fuori dalle mie capacità, ma finché c'è vita c'è speranza. 
La breccia si è aperta.



lunedì 24 dicembre 2018

Il canto della pace

Non è necessario essere credenti per apprezzare la musica e le parole di questa "canzone".
Il fatto che venga riesumata per le festività natalizie nulla toglie al suo valore universale che, pur cantato in lingue diverse, nulla perde nel suo messaggio di pace.
Lo metto come augurio generico, ciascuno lo legga e senta come gli pare.


https://www.lastampa.it/2018/12/21/spettacoli/l-apos-anniversario-Ven0BssDxRbALpxJ6Sn8gJ/pagina.html


AUGURI