venerdì 8 giugno 2018

Diamoci una sveglia

Dovrebbe essere nata intorno agli anni '60.
Io l'avevo adottata nel '68.
Adottata, poi sedotta e poi abbandonata.
L'ho ritrovata casualmente, cercando altro, in uno scatolone dentro a un ripostiglio, coperto da altra cianfrusaglieria. Ci era finita dopo l'ultimo, definitivo trasloco. Un amico nell'occasione, per buon augurio, ci aveva regalato una radiosveglia, silenziosa, con orario luminoso e funzionamento ininterrotto anche in assenza momentanea di corrente, grazie a una batteria incorporata. Aveva preso posto sul comodino a fianco al letto, sostituendo di fatto la sveglia che per oltre dieci anni aveva accudito ai nostri sonni e ai nostri risvegli.
Ritrovata anni dopo nel corso di un tentativo di riordino avevo preso atto che, per motivi suoi, forse indispettita dall'abbandono, aveva smesso di funzionare con la regolarità che le era propria. Perdeva colpi, correva, stava indietro, si fermava... un po' quello che succede agli umani con l'avanzare dell'età.
L'avevo portata da un paio di orologiai, ma non ci avevano messo mani, poiché per loro era un modello troppo vecchio e, nel caso ce ne fosse stato bisogno, non avrebbero trovato pezzi di ricambio.
Si fa presto a dire 'orologiai'... Venditori di orologi e bazzecolerie varie, non più anche, e soprattutto, riparatori di orologi.
Come se 'calzoleria' significasse anche, e soprattutto, riparazione calzature. Quando mai!
Di orologi capivano ormai un tubo, artigianato scomparso come, appunto, le calzolerie, i ramaioli. gli arrotini...
Orologi? usa-e-getta... Scarpe? usa-e-getta... Pentolame di rame usurato? usa-e-getta... Coltelli, forbici, lame generiche? usa-e-getta...
È il consumismo, bellezza!
Tornando alla sveglia, a questa sveglia, in effetti vecchiotta lo è: cinquant'anni, per un oggetto, non sono un'eternità, ma sono tanti. Fra un paio di cent'anni sarà antica, e sarò curioso di vedere cosa mi offriranno quei trafficanti dilettanti di orologi pur di averla.
Sarà cooptata dall'Unesco come patrimonio dell'umanità.
Made in Germany, con la scritta in inglese three-in-one, senza la superflua dei secondi, scanditi da un sommesso tic-tac, trillava per la sveglia, con ripetizione del richiamo salvo disattivazione; volendo campanella a segnalare ogni scadere delle ore; opportunamente disattivabile pure quella.
Acciaio tedesco, peso poco meno di un chilogrammo, carica manuale, ore puntate e pirillini di comando fluorescenti; quello di sinistra andato perso, ma in qualche modo lo sistemerò.
Proprio una gran bella sveglia.
L'acciaio e la robustezza avevano pesato molto nella scelta, tra le tante offerte dal negozio di ferramenta sotto casa.

Ab ovo.
All'epoca Angela lavorava in una fabbrica elettromeccanica situata in un paese dell'immediata cintura, colà addetta all'assemblaggio di fanalerie stradali. Una catena di montaggio. Se mancava un 'anello' era d'uopo provvedere alla sostituzione, pena l'interruzione del ciclo produttivo.
Una seccatura per i capo-turno e un rischio licenziamento per chi la interrompeva troppo.
Per recarsi al lavoro doveva prendere un bus, che aveva capolinea in una piazza, alcune traverse più in là da dove abitavamo. In partenza c'era una corsa al mattino presto e una seconda nella tarda mattinata; quest'ultima assolutamente inutile allo scopo.
Al mattino, prima dell'alba, l'invito ad alzarci ce lo dava una sveglietta, carina, a carica meccanica visto che quelle a batteria ancora non esistevano, o erano ritenute costose americanate.
Leggerina, tanto che erano bastati un paio di violenti lanci verso un muro per sfasciarla del tutto.
Lo so, di solito contro i muri, nei momenti d'ira, al limite dell'esasperazione, si lanciano stoviglie, chi li ha frantuma pure preziosi vasi cinesi... Ma eravamo in camera da letto e quelle cose (non i preziosi vasi cinesi) stavano in cucina; andarli a prendere per sfogarsi avrebbe dato la possibilità  alla rabbia di sbollire, e ne avrebbe attenuato la reazione.
Momenti d'ira che si erano ripetuti un po' troppe volte, con assenze forzate dal lavoro, e conseguente esplicita minaccia di licenziamento.
Inverno, freddo, nebbia, riscaldamento in camera da letto spento per scelta comune, il tepore sotto le coperte di due corpi, allora giovani, teneramente accostati...
E una sveglietta che. quando dimenticava di caricarla, al mattino consentiva tacitamente il prosieguo di sonni beati.
Angela era svedese.
In un corpo tecnicamente mediterraneo si nascondeva una bustina di minerva; per accendersi non era necessario sfruculiare più di tanto per infiammarsi, come invece poteva accadere con i comuni cerini.
Bastava poco per farla divampare, prima che un bidoncino di benzina.
E la sveglia non funzionante al mattino di un giorno lavorativo era uno di quei "poco"...
Era posizionata sul suo comodino poiché la sveglia era di sua pertinenza. Il mio lavoro mi impegnava solo di pomeriggio; in altri orari si trattava di interventi straordinari che non prevedevano particolare attenzione all'inizio. Comunque, questi eccezionali, mai all'alba.
Quindi era direttamente alla sua portata di mano, sia per spegnerla che, appunto, per scaraventarla verso il muro in caso di occasionale non funzionamento quando era in servizio.
Fosse stata (la sveglia) dalla mia parte, già lo scavalcarmi per arrivarci avrebbe (forse) diluito la sua ira. O, sempre forse ma anche probabilmente, anziché verso il muro, come invito alla condivisione della sua ira, l'avrebbe 'appoggiata' sulla mia fronte.
Serviva qualcosa di robusto, meglio se pesante.
E questa sveglia mi era sembrata una buona soluzione.
Più visibile, più scomoda e pesante per i 'lanci', più difficile dimenticare di caricarla...
Pace fu, orari del bus rispettati, licenziamento evitato, sveglia e muro (e forse testa mia) salvati.

Vista l'impossibilità di utilizzo, la sveglia tedesca era tornata nello sgabuzzino, sotterrata da altri pezzi poco o niente utilizzati, e lì dimenticata.
Fino a qualche giorno fa quando, ancora per caso, sempre cercando altro, me la sono ritrovata fra le mani.
Ripulita dalla polvere, avevo pensato di piazzarla in uno spazio della libreria, tipo soprammobile.
Istintivamente, poiché ben ricordavo il mal funzionamento, avevo dato un paio di giri di ricarica con la chiavetta delle ore.
Tic-tac tic-tac tic-tac... sempre tenue, educato, ma deciso.
Ne avevo completato la carica, passando poi a quella delle suonerie.
Da non credere, tutte le voci previste (three-in-one) funzionavano perfettamente.
"Dura minga, non può durare", mi ero detto posandola sulla mensola del caminetto.
Infatti la mattina successiva continuava a tichettachettare, facendo la linguaccia alle mie previsioni. Era andata avanti di qualche minuto; con la minuscola levetta sul retro avevo leggermente ritoccato sul "-" e nel pomeriggio spaccava il minuto. Farlo su qualunque orologiame contemporaneo sarebbe utopico: bisognerebbe cambiare una scheda al prezzo di un orologio nuovo.
Affine alla situazione delle scarpe consumate...
O delle pentole di rame bucate...
O dei coltelli divenuti seghetto...
L'ho lasciata sul caminetto, in vista costante per vedere +/- la durata della carica, poi le troverò una più degna collocazione.

Quest'oggetto mi porta alla memoria un ricordo particolare.
Da qualche anno eravamo nella nuova casa, in affitto. Nuova anche perché ci eravamo andati quando ancora era da rifinire, proprio nuova di zecca.
Con i vicini non erano nate frequentazioni d'amicizia, ma solo scambi di piccole cortesie reciproche (qualche uovo, zucchero... le solite cosucce raccontate in letteratura e nei films come scusa per approcci di pianerottolo, talvolta forieri di amicizie).
Cortese indifferenza, come succede in tutte le città.
Al piano sopra il nostro c'era stato un cambio di inquilini; con la riservatezza tipica dei cittadini ci eravamo ben guardati dallo spiare il loro trasloco, tanto meno di cercare di incontrarli per fare pronta conoscenza.
Tra l'altro erano tempi alquanto bui e il rischio di venire a contatto con gente pericolosa aleggiava un po' dappertutto.
Una volta sistemati, evidentemente avevano organizzato un incontro con amici e conoscenti per festeggiare la nuova sistemazione.
A cena e seguente dopocena.
Silenziosa o tranquilla la prima, rumorosa quanto bastava la seconda. Dal tinello, gemello al nostro, il gruppo si era spostato in una camera che forse avevano adibito a soggiorno.
Sopra la nostra camera da letto.
Avevamo rilevato, poco tempo prima, nello stesso palazzo, un negozietto di vendita di fiori e piccola oggettistica di contorno. Per il mattino successivo era previsto un giro di rifornimento allo specifico mercato.
Angela non aveva la patente, quindi ero precettato a portarcela.
Quel mercato, come tutti i mercati all'ingrosso, apriva i battenti molto presto, già alle cinque del mattino c'era la coda dei commercianti del genere in attesa dell'apertura dei cancelli. Per trovare un parcheggio, sbrigare le pratiche d'ingresso con la guardia giurata (e armata), era opportuno arrivare là prima possibile.
Dormire, o almeno riposare, qualche ora...
Alle due di notte il casino sulle nostre teste non accennava a diminuire.
Probabilmente il battito contro soffitto col classico manico di una scopa sarebbe stato interpretato come simpatica partecipazione alla baldoria.
Ammesso che ci facessero caso...
Vestito per il minimo indispensabile a non presentarmi in déshabillée, ero salito al piano di sopra armato di... sveglia.
Questa.
Driinn, uno solo, breve; compatibilmente con l'orario, educato.
A porta spalancata non avevo proferito parola, avevo alzato la sveglia bene alla vista del giovanotto che era venuto ad aprire.
"Scusate...", aveva sussurrato "smettiamo subito".
Insalutato ospite ero tornato al mio nido, e da quel momento in poi dal piano di sopra o dalle scale fosse volato un moscerino avremmo sentito il battito delle sue ali.
Immagino che, chiusa la porta, il ragazzo si sia avviato in punta di piedi verso la compagnia, e con questa si sia fatto una silenziosamente fragorosa risata.
Io, nei suoi panni, me la sarei fatta... Uno sconosciuto che, alle due di notte, 'armato' di sveglia, si presenta alla tua porta, non apre bocca e se ne va, non è cosa da tutti i giorni (meglio: da tutte notti).
La sera successiva il driinn era stato per noi.
Marito e moglie erano scesi per scusarsi e impegnarsi a non ripetere più. Ci invitavano a visitarli, a prendere un caffè e conoscerci un pochino.
Il rendez-vous era stato fissato per alcuni giorni dopo.
Luigi, detto Gigi, e Margherita erano due sposini freschi freschi, ed erano in attesa dell'assegnazione di una casa popolare in un paese vicino.
La visita alla loro casa era stata sommaria, essendo assolutamente gemella alla nostra.
L'aspetto curioso era emerso nella tinteggiatura del soggiorno, quello in cui si era concretizzato il 'crimine' notturno nei nostri confronti.
Pareti e soffitto nerissimi, senza neanche uno spicchio di colore che ne indicasse altra professione di fede, ad esempio di tipo calcistico.
Il nero, all'epoca, era distintivo dei preti, degli addetti alle pompe funebri, di una fetta della bandiera di una squadra di calcio cittadina...
O dei fascisti...
Mi ci era voluto un attimo per metterli nel quadro. Non era necessario avere il fiuto di un cane da tartufi per capire al volo la situazione.
Non erano preti, non sembravano addetti alle pompe funebri, non c'era la minima traccia che indicasse un loro tifo calcistico specifico.
Erano, senza alcun dubbio, fascisti.
Per il mio acume avrei potuto laurearmi in psicologia.
Infatti...
Erano comunisti; comunisti tipo quelli della prima ora, quelli non contaminati dal modernismo consumistico. Se non figli, almeno nipoti di quelli che nell'immediato dopoguerra ancora mangiavano i bambini.
Quanto al tifo calcistico, lei agnostica, lui tifosissimo dell'altra squadra, quella con quasi gli stessi colori del suo tifo politico.
Lui lavorava in un'azienda meccanica specializzata in esportazioni verso l'estero. In particolare verso Stati al di là del muro di Berlino, noti Paesi comunisti, sotto l'ombrello sovietico.
Ci andava sovente al seguito di macchinari da montare, per istruire gli indigeni al loro uso.
Negli incontri successivi era emerso un comunista sui generis, in un periodo in cui la dottrina di massa era quella dettata da Mosca. Dire cose o raccontare fatti negativi su quel sole o sui suoi satelliti era considerato eresia allo stato puro; la pena poteva essere la radiazione e il vituperio da parte di tutti gli allineati.
Ideologicamente Gigi era comunista convinto, ma le sue frequenti visite in Cecoslovacchia e dintorni gli avevano aperto gli occhi e non disdegnava di descrivere apertamente e senza remore quello che di volta in volta in volta aveva modo di vedere e constatare, ridisegnando l'immagine di un paradiso sovietico, che molto paradiso non era.
Parlandone non lesinava, né si moderava, nel raccontare il tipo di vita di quei luoghi; riconosceva che la povertà ancora presente anche nel nostro Paese, là era miseria assoluta. Così come la fame.
Non si faceva scrupolo a specificare la limitatezza delle sue informazioni, ristrette ai pochi spazi di movimento loro concessi, in pratica il solo circondario immediato dei luoghi dei loro interventi; una libertà di movimento condizionata da divieti e da limitazioni logistiche e temporali.
Zakázaný, interzis, verboten, zabroniony, tiltott, zabranien, erano tra le poche parole che aveva avuto modo di memorizzare, tanto erano ripetute nei cartelli e ribadite da imperiosi richiami verbali: vietato.
Quanto alla ricettività degli abitanti locali, quelli che aveva modo di frequentare per lavoro, a ricevere le loro istruzioni, ne raccontava senza veli la quasi totale indifferenza, la mancanza assoluta di stimoli, una endemica rassegnazione a una specie di dolce far niente, che quel socialismo favoriva impedendo di fatto ogni miglioramento che fosse a rischio di sovvertire la situazione politica di quei Paesi.
Margherita era molto più 'rossa', al limite del fanatismo; forse riversava in quel campo quello che non sprecava sul calcio. Era senz'altro più prossima a Mao, nel cui faccione vedeva il sole dell'avvenire, mentre il compassato Breznev non le dava la stessa emozione.
Studiava sociologia all'università di Padova e là aveva fatto amicizia con altri studenti, alcuni dei quali tempo dopo sarebbero diventati famosi: alcuni soltanto famosi, altri famigerati e per questo passati alla storia.
Era nata una discreta amicizia, diluita poi dal loro trasloco nella casa assegnata e dal successivo nostro verso nuovi lidi.
Gigi aveva sviluppato una forma di comunismo domestico, sulla traccia suggerita da Berlinguer.
Margherita aveva avuto una bambina e tanto era bastato ad avvicinarla alle idee del marito, ormai tendenti a un comunismo prettamente nostrano.
La maternità le aveva addolcito i bollori rivoluzionari.

Per noi, altro lido, altra storia, altre persone.
Una decina di anni dopo c'era stato un intervento simile, ma non supportato dalla sveglia (che riposava già in fondo al ripostiglio), bensì da un comune orologio da polso.
Il padre di Angela, ultraottantenne, aveva avuto un ictus. Dopo il lungo ricovero in ospedale, che gli aveva restituito una piccola parte di mobilità ma non la parola, era tornato a casa. Lentamente stava riprendendo le piccole attività che, nel loro minimo, facevano sperare in una soluzione limitata ma, nel contesto, accettabile.
Il mio lavoro mi teneva fuori casa per buona parte della settimana; la suocera, anche lei avanti con l'età e molto poco in salute, e le figlie lo accudivano con amore.
Aveva ricominciato a imboccarsi da solo, con cautela, e a bere il suo mezzo bicchiere di vino rosso... Quando ero in casa, a pranzo e cena mi cercava con gli occhi per far truzzare tra loro i nostri bicchieri. Il brillìo dei suoi occhi al loro tintinnio erano per noi premio senz'altri pari.
Sciocchezzuole, per chi non sa; passi enormi per chi viene colpito e per chi assiste.
E galeotta, anche qui, fu la notte.
Luglio avanzato, uno di quei luglio bollenti che passano alla storia.
Notte, come già detto, finestre spalancate per suggere un po' di frescura a parziale ristoro di giornate di calore.
Piena notte: nel palazzo adiacente il nostro, un vicino, anche lui con finestre a tutto spalanco, faceva martirizzare un pianoforte dalla figlioletta, inondando il quartiere di plin-plin-plin senza alcun minimo costrutto musicale, con i tasti pestati evidentemente a casaccio, a favore di una goduria che neanche un masochismo parossistico avrebbe sopportato.
Suocero sveglio, chiaramente infastidito, forse non tanto dal caldo quanto da quell'insulto alla musica e all'educazione, nel buio della notte, a pochi metri dalle finestre spalancate.
Stessa scena della volta precedente, già collaudata la decina d'anni prima: in assenza della sveglia di allora orologio al polso, ero andato alla fonte dello scempio.
Secondo piano, porta d'entrata spalancata, anche qui avevo proposto un driinn, uno solo, breve, compatibilmente con il motivo educato, per chiedere il permesso all'accesso.
La risposta era stata un chiaro, non detto ma chiaramente decifrabile: "Che cazzo mi suoni, non vedi che è aperto?".
Era stravaccato su un divano, in compagnia di un tizio che, cancelliere presso una pretura, si spacciava per giudice, con le rispettive signore a dissertare su qualcosa accanto a un tavolinetto laterale.
Memore della passata esperienza, non avevo parlato: avevo picchiettato con l'indice sul polso sinistro portatore dell'orologio, come tacito invito a dare una controllata all'ora.
"Sì, sì, va bene, adesso finisce...", detto con sufficienza strafottente, quella stessa che invita, chiama, pretende, una pallottola non metaforica in mezzo agli occhi.
Aveva ritenuto offensivo il mio intervento, ritenendolo sminuitivo del suo censo nei confronti dell'illustre ospite. Arricchitosi con commercio e intrallazzi, dopo una giovinezza e un'adolescenza stentate, aveva fatta sua la poetica del Belli, pur senza conoscerlo, nella frase in seguito resa famosa da Sordi nella parte del Marchese del Grillo ("io sò io, e voi non siete un cazzo!").
Con comodo aveva imbrigliato la sua degna figlioletta, ed era finita lì.
Erano passati circa dieci anni: il suocero se n'era andato l'anno successivo lo strazio subito quella notte, a quel vicino avevo tolto il saluto per ben altri motivi, la strafottenza di allora era cresciuta, elevata a potenza anno dopo anno, della prepotenza aveva fatto virtù rendendosi inviso a tutto il quartiere.
C'era stato uno scontro verbale su qualche problema locale, e aveva colto l'occasione per rinfacciarmi il gesto "offensivo" di dieci anni prima, portando a ricordo quella notte: picchiettando con l'indice sul suo orologio da polso, imitando, con becero sarcasmo, il mio gesto di allora.
Le condizioni in cui era maturato erano state cancellate, l'ingiuria verso "io so' io..." era rimasta, indelebile in una mente bacata.
Il vaffanculo, all'epoca, non rientrava nel mio lessico abituale.
In assenza di una seconda ipotetica pallottola, diretta, stavolta, alle tonsille, mi ero limitato a mandarlo all'inferno.
Non ci è ancora arrivato.









sabato 2 giugno 2018

L'abito fa il monaco?

E le omelie da un pulpito bastano a santificare chi le propone?
Il 'predicare bene' rientra nel vocabolario dei religiosi come in quello dei politici.
Il 'razzolare male' pure, in entrambi i settori.
È il 'predicare male e razzolare bene' che è indigesto.
In mancanza della valenza dell'abito i comportamenti possono essere indicativi della possibile capacità operativa degli individui.
Per i religiosi predicare male sarebbe un controsenso: immaginare un prete che inciti all'odio, che solleciti i furti e le corruttele, che inviti a 'fornicare' a più non posso poiché i tempi goduriosi hanno una fine che, apparendo lontana in piena gioventù, si concretizza mano a mano che l'età avanza (fatte le dovute debite distinzioni, ovviamente, che sono poi solo due: una era Chaplin, l'altra è cosa nostra...).
Facendo poi letteralmente l'inverso di quanto mal predicato, ergo razzolando bene: quindi amore indiscriminante, condanna assoluta di furto e corruzione (fino ad ipotizzare il taglio delle mani a chi ruba o corrompe), il sesso limitato agli atti indispensabili alla procreazione... e non plus ultra...
Un caso a sé, in fatto di religiosi, sono alcuni (tanti, troppi) iman che predicano male e razzolano altrettanto, che in casistica non fanno testo.
Politici che predicano male, ci sono e sono i più: le parole no, per carità, quelle sono sempre belle, accattivanti, forbite, convincenti. Predicano male quando, per raccogliere consensi, promettono il paradiso in terra, escludendo la presenza delle vergini, che l'avvento della parità dei sessi ha reso discriminatoria nei confronti degli altri quattro/cinque generi che nel tempo hanno preso piede.
In poche parole, predicano male ogni volta che mentono sapendo di mentire.
Predicano male quando contano sull'ignoranza (incolpevole) di coloro cui le prediche sono indirizzate. Ignoranza incolpevole, causata da loro stessi, ammantata di una burocrazia che ha ormai più peso di Vangeli o Costituzione.
Intoccabile, indistruttibile, non eliminabile.
Razzolano male quando, al culmine del potere, raggiunto lo scopo, "messe le mani in pasta", limano, sovvertono, stravolgono, rinnegano quanto promesso, forti del fatto, a quel punto evidente, che "non è possibile"... a causa di... per colpa di...
Credevamo, sembrava, era nei progetti... tutto come mai pontificato.

L'abito del monaco: sto cercando di capire, non dico di interpretare che è fuori dalle mie capacità, il comportamento del nuovo, rinnovato, presidente del consiglio.
Alla prima chiamata era arrivato al Quirinale in taxi (mancia e scorta bene in vista).
Tipo monaco benedettino, quello che, ora et labora, lavorava i manoscritti con miniature artistiche a futura memoria.
Saltato il primo turno, si era allontanato a bordo della sua Jaguar (essendo decaduto niente scorta).
Tipo monaco domenicano, difensore della sua fede, legato a filo doppio al periodo d'oro dell'Inquisizione.
Seconda chiamata: a piedi verso il Quirinale (scorta?).
Nominato, ha 'festeggiato' in pizzeria.
Tipo monaco francescano, quello che 'povertà' deve fare rima con 'onestà', altrimenti è solo fuffa.
Tralascio con chi ha pizzato, sorvolo se avesse o meno nuovamente la scorta (e se c'era spero abbia offerto le pizze anche a quella), limito i dubbi all'andamento delle camminate, stesso identico percorso con variazioni sul tema...
Potrebbe essere interpretato come andamento del nostro (prossimo) futuro?

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse...

Ecco, ci fermiamo al "risorse".
Il poi si vedrà.

martedì 29 maggio 2018

Ieri e oggi. Domani?

Complimenti, insulti e retromarce

Le parole senza regole del sovranismo

Pubblicato il 29/05/2018                                                                                                
Luigi Di Maio, in collegamento con Sky, scorso 18 febbraio: «Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli». Forse, come hanno scritto alcuni quirinalisti, Sergio Mattarella ha incaricato Cottarelli, così amato dal Movimento, per non dispiacergli troppo. Se è così, una bella ingenuità.  

Lo stesso identico Luigi Di Maio, ieri: «Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità». Usare gli strumenti della logica non ha più nessuna logica. Pensare a Cottarelli per la ragione che il Movimento parlò bene di Cottarelli è una ragione irragionevole. Andrea Roventini, indicato da Di Maio al ministero dell’Economia prima dell’assunzione celeste di Paolo Savona, confermò: «Si possono fare tagli mirati alla spesa realizzando il piano Cottarelli». Alessandro Di Battista, domenica sera: «Cottarelli è un uomo del Fondo monetario, è la dimostrazione che avevano un piano già pronto». Non si scrivono queste cose col medesimo spirito di Mattarella, ossia con la speranza di cavarne qualcosa. Non se ne caverà nulla. La coerenza non è da un bel po’, o probabilmente da mai, un requisito essenziale per fare strada in politica. 

Anzi, oggi l’incoerenza è più redditizia tanto più è sfrontata. Nessuno sarà chiamato a renderne conto poiché prevale l’avvenenza dell’impudente: l’incoerente di sfuggita, che cerca di svicolare dalle cose fatte e dalle cose dette, sarà travolto dall’incoerente impetuoso, che urla la sua incoerenza e travolge il passato con un cazzotto sul tavolo.  
«Cottarelli è molto bravo, ha una grande esperienza internazionale», disse Silvio Berlusconi un pomeriggio di marzo in conferenza stampa, mentre alla sua sinistra Matteo Salvini approvava. Salvini ieri: «Cottarelli è l’emblema di quei poteri forti per i quali l’Italia o si allinea a certi diktat o non ha diritto di dar seguito alla volontà popolare». Ma che importa? Volete dire a Salvini che era potere forte lui allora, o non è emblema Cottarelli oggi? A che servirebbe? Salvini aveva trascorso mesi a chiedere a Berlusconi un patto antiribaltone dal notaio per impedirgli col bollo, dopo le elezioni, di mollare il centrodestra per fare il governo col Pd. Ecco, dal notaio non sono andati e Salvini ha mollato il centrodestra per fare il governo con Cinque stelle. Tutto buono. Tanto i voti li prendono lo stesso, non scuote nulla in nessuno.  

Però, giusto per divertirci qualche minuto. Di Maio, giovedì: «Della squadra dei ministri se ne occupano il presidente Conte e il presidente Mattarella». Di Maio, domenica: «È inutile, i governi li scelgono sempre gli stessi». Di Maio, ieri: «Mattarella è andato oltre le sue prerogative». Dunque impeachment, messa in stato d’accusa. Prima poteva, dopo non può più. Secondo Salvini, non poteva neanche prima, e siccome Mattarella s’era scocciato e aveva chiesto di piantarla coi diktat, Salvini s’era scusato - è un semplice spiacevole fraintendimento. «Ma quale diktat, piuttosto idee, proposte, suggerimenti...». Era giovedì. Poi è arrivata domenica anche per Salvini. Poteri forti, lobby, banche, sovranità, mancava soltanto «plutocrazie».  

A quel punto Paolo Savona non era più un’idea, una proposta, un suggerimento, era il caposaldo del cambiamento. E ancora Di Maio: «In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi avere fatto reati contro la Pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare, ma se hai criticato l’Europa no». E di nuovo Di Maio: «Un’alternativa a Savona era Armando Siri», e cioè uno che ha patteggiato per bancarotta fraudolenta, e quindi condannati sì o condannati no? È irrilevante. Condannati no o condannati sì, dipende dal giorno, dall’ora. Di Maio lo ha spiegato, ieri, «dobbiamo combattere le bufale, le menzogne, le falsità dei media». Ecco, sarà colpa di media se Alfonso Bonafede (M5S) ha liquidato Cottarelli: «Nemmeno si è presentato alle elezioni». Sapete chi è l’ultimo presidente incaricato che nemmeno si era presentato alle elezioni? Giuseppe Conte. Non è fantastico? E non è fantastico che l’altro totem della coalizione, e cioè il solito Savona, nemmeno fosse eletto e non fosse nemmeno candidato? 

E fantastico e lo è soprattutto perché funziona. Le memoria sono tutte piene, come quelle dei telefonini. Non ci entra più nulla se non lo squillo dell’istante. Ieri mattina i mercati si sono aperti con il calo dello spread, e Salvini ha detto guarda caso, ci fanno fuori e lo spread scende; poi lo spread ha ricominciato a salire e Di Maio ha detto guarda caso, allora è vero che usavano lo spread contro di noi, «ma era una bufala».  

È come quando da ragazzi giocavamo alla schedina e mettevamo 1-X-2, l’unico modo di pigliarci sempre. Soltanto che potevamo farlo una volta sola. Loro possono sempre. E qui ormai siamo alla pesca a strascico. Salvini, dicembre 2017: «Escludo l’appoggio della Lega a un governo Di Maio. Basta vedere Spelacchio a Roma. Dico no al governo Spelacchio». E poi aggiunse (ossignùr) che va bene cambiare idea, ma «il Movimento cambia idea continuamente». Di Maio replicò: «Questa di Salvini è una buona notizia: finalmente vi metterete l’anima in pace su accordi o inciuci tra M5S e Lega». E poi aggiunse (maronna) «noi cambiamo idea? L’ultima volta aveva detto “perché no?”. Ci usa soltanto per fare notizia. Nessun accordo, nessun inciucio». È perfetto così, non è successo niente, mai niente, avanti verso il prossimo Spelacchio.

"Buongiorno" di Mattia Feltri su La Stampa del 29 maggio 2018

lunedì 28 maggio 2018

Nonostante tutto

UN SORRISO
Cos'è un sorriso
se non la voce silenziosa della tua anima,
la dolce bellezza che si dona al tuo volto.
Sorridi amore,
sorridi sempre,
solo così potrai
apprezzare ogni singolo
istante della tua vita.
Sorridi a te stesso
mentre ti specchi,
sorridi al cielo che ti avvolge con il suo manto trasparente,
alla terra che sostiene i tuoi passi,
all' acqua che sa dissetarti,
e al sole che sa riscaldarti.
Sorridi anche alla pioggia
quando silenziosamente
dona la vita al mondo,
ai semi che sanno offrirti fiori e frutti,
alle nuvole che si rincorrono lassù.
Un sorriso anche
agli anziani che incontri
per strada,
ai bambini che giocano
in cortile.
Sorridi alle aurore
come ai tramonti
e non dimenticarlo
di farlo anche alla notte
con la sua luna
e le sue stelle.
Lancia un sorriso
anche ai tuoi sogni,
alle tue idee
come alle tue speranze.
Sorridi a chi vuoi,
ma sorridi
e vedrai che anche gli altri
impareranno a farlo.
Sorridi anche alle tue angosce,
ai tuoi dubbi
come alle tue tristezze
e vedrai che ti sembreranno
meno pesanti.
Infine sorridi a me
quando ti sono vicina
e quando sono lontana,
quando piango
per infondermi coraggio,
quando sorrido
per condividerlo,
quando mi distraggo
per riportarmi
nel nostro unico mondo...
( Dora Addeo )

Mala tempora currunt




giovedì 24 maggio 2018

Cose così

I misteri mi piacciono finché sono misteri tipo cubo di Kubrick: cerchi di risolverlo, poi lo sbatti sul pavimento e lo mandi al diavolo, senza nulla guadagnare o qualcosa perdere.
Quando sono misteri che rischiano di angustiarmi l'esistenza più di quanto questa sia angustiante di suo, cerco di accantonare quanto possibile, nella certezza che prima o poi qualche mente eccelsa svelerà l'arcano a favore anche di chi, come me, preferisce non affrontare il problema.
Poi ci sono i misteri che ti capitano tra capo e collo, che non riesci ad evitare e, per quanto ti scervelli, non riesci a venirne a capo.
Allora si accende la lampadina di Archimede, quello che risolve i problemi a tutta la banda Disney. Nel caso specifico solo per dare un'indicazione: divulgare il problema, sminuzzarlo tra tante menti pensanti, tipo chi frequenta Blogger o Facebook.
Magari non ne verrà una soluzione ma, diluito, il mistero finirà per apparire quasi insignificante.
Dopo questo incipit, voglio precisare che quanto segue è una specie di film di un vissuto recente, che vorrei mettere sotto censura ancora prima di raccontarlo.
Ammesso che riesca a introdurle, in questo filmato ci "potrebbero" essere immagini non in sintonia col mio bloggare regolare.
Pertanto lo piazzo sotto lo scudo del "vietato ai minori di 80 anni", dando per scontato che dopo quell'età più nulla possa turbare occhi e menti, poiché si dovrebbe avere visto tutto il peggio del visibile.
Introduzione: scena di vita serotina in interno.
Un sabato sera, ore 22,30 circa.
Lo spazio scenico si presentava così:
- la cognata seduta sul divano, teoricamente guardando un film in tivvù, con alternanza di crolli di capocchia e momentanei sussulti da risveglio;
- al suo fianco, appollaiata (sarebbe meglio dire aggattaiolata, ma non è termine molto usato, forse del tutto inesistente) sul bracciolo dello stesso divano, Blu, la gatta di casa, anche lei oscillante tra il film, la congenita sonnolenza e soprattutto l'attesa che vada a mia volta a sedermi sul divano per potersi accoccolare sulle mie ginocchia;
- io, seduto su uno sgabellino appositamente piazzato accanto al caminetto, attento marginalmente al film e più intento a che il fumo della sigaretta si inoltri nello stesso (quando non vado in giardino questo è il posto preferito per sfumazzare; oltre al bagno; colà per rinverdire ricordi lontanissimi di fumate a rischio di schiaffoni).
A parte le stupidate del film, di cui infatti manco ricordo il titolo, c'era un silenzio silenzioso, per non svegliare le due dormienti interrompendo i loro sogni, di già spezzettati dall'alzo di volume stupidamente improvviso delle pubblicità ricorrenti.
La cognata non so, ma la gatta mi è sempre piaciuto pensarla sognante grassi e appetitosi topi topini toponi, che peraltro sapevo che neanche in sogno avrebbe catturato e ucciso come legge di natura comanderebbe.
Quanto al mangiarli, ho l'impressione che il vomito, ogni tanto seminato per casa, sia proprio dovuto a quell'incubo, alternativo ai croccantini menu quotidiano.
Parte prima del filmato scritto.
Come detto, mi trovavo con l'occhio sinistro verso il caminetto a seguire il fumo per indirizzarlo all'interno dello stesso; quello destro oscillante tra televisione e le due appisolate, tipo l'occhio di un camaleonte.
All'improvviso, in questo girare lo sguardo a 180° mi era sembrato di vedere, verso il fondo della stanza, una specie di ombra nera, un lampo veloce verso la libreria.
Forse un baluginìo di riflesso dal televisore...
Con questa convinzione mi ero nuovamente concentrato nel mio compito di attesa dell'ora della nanna.
Ancora... e non era un baluginìo...
Era "qualcosa" che scorrazzava liberamente per casa.
Primo pensiero: un topino, forse infilatosi in casa in un attimo di disattenzione.
Secondo pensiero: impossibile!
Con una cognata che sente il battito d'ali di un moscerino; con una gatta adulta che "dovrebbe" sentire la presenza di un topo; con gatti che vanno e vengono in giardino come in una stazione della metro...
I gatti più famosi della storia risalgono all'antichissimo Egitto, dove erano venerati come semidei, a ragione ben veduta: infatti nella storiografia di quel luogo si parla di gatti, a miglior memoria mummificati come i faraoni, e non mi pare ci siano tracce di topi o pantegane o collaterali.
Da qui a dedurre che i gatti di allora sapevano qual era il loro dovere e lo assolvevano con religioso impegno è un passo obbligato.
Terzo pensiero: da buon gatto sarò io a scoprire il fantasma o la belva che si aggira per casa.
Quarto pensiero visivo: è un topo!
"C'è un topo!".
Sotto la libreria.
Cognata che schizza fino al soffitto, gatta (infame) che la segue spaventata.
Caccia grossa: aperta via di fuga (al nemico che fugge, ponti d'oro...), scopa con manico roteante, baccano, spazzolate sotto il mobile.
Gatta (sempre infame) che segue tutte le operazioni da vicino con il massimo interesse, guardandosi bene dal prendervi parte in maniera attiva.
Si era fatta mezzanotte, il sonno era andato a farsi friggere, e noi ancora in attesa che la belva uscisse di casa per tornare nella foresta. esterna.
Scopa, racchetta antizanzare ben sistemate a giusta altezza, in tenace attesa delle mosse del nemico.
Silenzio tombale, per sentire il minimo rumorino, uno squittio, che ci indicasse il migliore punto di postazione.
Si era fatta l'una, e la tensione aveva lasciato il posto a una sonnolenza non più contenibile.
Cognata e gatta cominciavano a guardarmi dubbiose, inizio della convinzione che mentre loro dormivano io avessi tenuto loro giusta compagnia, appisolandomi e sognando.
Un topo.
Ovvero, meno prosaicamente, che fossi rincoglionito...
Non potendo escludere del tutto la presenza del ratto, avevamo messo in atto un astuto piano d'emergenza.
Chiuse le porte del soggiorno, aperto un spiraglio della porta del giardino, bustina topicida subito fuori nel terrazzo... e tutti a nanna.
Mattino: prima delle operazioni solite che seguono i risvegli avevamo aperto con cautela la porta del soggiorno; nessun movimento.
Dal terrazzo era sparita la bustina...
Ergo, il topo c'era stato, e la mia sanità mentale, per quella volta, era salvata.
A pulizie e bisogni del mattino adempiuti, a colazione rilassante, a verifica sommaria sulla presenza di eventuali cadaveri in vista, eravamo passati alla disinfezione operando sui presunti passaggi del roditore.
Da sotto la libreria erano spuntate pallottole di polvere, un paio di viti residuo del montaggio del mobile e... una cosina non ben definibile, almeno sul momento.
Per farla breve, non era un topo quello a cui avevamo dato la caccia, bensì una topa.
Gravida, aveva scambiato il nostro soggiorno per una sala parto, aveva scodellato il frutto dei suoi amori e se ne era andata, insalutata ospite, lasciandoci un ricordino del suo passaggio.

Questo, malamente fotografato per imperizia congenita irreversibile.
Era lungo meno di un centimetro e per ottenere una foto decente (vabbé, si fa per dire...) avevo frapposto una lente d'ingrandimento tra il soggetto e l'obiettivo del cellulare.
Forse un po' deformato, dà l'impressione di una creatura preistorica, dinosaurica direi.

             

Per chiudere il racconto: brutta fine (probabile) per la topina, brutta fine (accertata) per il pargoletto.






domenica 13 maggio 2018

In festa della Mamma

       ♥ Tanti cuori oggi, per la festa della Mamma; cardiologi a secco
           ♦ Tanti i quadri oggi, a onorare la Mamma; musei saccheggiati
           E quanti fiori oggi, tutti per la Mamma; i fiorai ringraziano 
           ♠ E oggi, ma solo oggi, niente picche (forse?)
       
Macedonia di pensieri in libertà.

Otto marzo festa della Donna, tredici maggio festa della Mamma.
In poco più di due mesi delle donne assassinate abbiamo perso il conto.
Di queste, buona parte erano mamme, alcune di bambini in tenerissima età, che non avranno più alcun motivo di festeggiare in futuro questo giorno di festa; altri, più grandicelli, la vivranno come si vive un incubo, senza fine.

Ha avuto la "fortuna" di perdere sua madre prima che questa gli potesse insegnare a sillabare 'mam-ma', che per tradizione è il primo termine che i neonati imparano.
E memorizzano per tutta la vita.
Anche in punto di morte, magari centenari ma ancora senzienti, pare sia la chiamata più gettonata.
Che segue quella citata per tutta una vita, nelle più svariate occasioni.
Col tempo si era reso conto che si tratta di una "fortuna" capitata a milioni di bambini. Come detto in apertura del post, quando non si perdono per cause naturali, c'è chi vigliaccamente incrementa la casistica.
Con tanta compagnia non ha neanche avuto il piacere di sentirsi un privilegiato.
Morta lei, a nessuno era venuto in mente di 'insegnargli' questo sostantivo.
E poi, insegnarglielo a che scopo?
Sapendolo, a chi avrebbe potuto rivolgersi chiamandola 'mamma'?
Crescendo se lo era insegnato da solo, mettendolo nella cartellina delle parole inutili, delle conoscenze fini a se stesse.
Un semplice singenionimo...
Una volta che aveva scoperto, secoli fa, che mamma deriva da mammella, quale mammella di madre lo avrebbe mai più allattato?

Oh, non piangete per lui: in realtà di madri ne ha avute a bizzeffe, ma nessuna ha potuto chiamarla 'mamma'. Non avendo imparato a tempo debito quel termine, con la crescita fisica non avrebbe più avuto alcun senso.
Madri/sorelle tante, padri/fratelli altrettanti.
Mamma nessuna, padre nemmeno.

La prima donna che gli era stata presentata come mamma era una Madonna.
Non poteva ricordare quale, fra le tante che per un lunghissimo periodo gli era stato chiesto (metaforico) di venerare, amare, pregare.
Ricorda, però, che una delle sue prerogative più osannate, inculcata, inoculata quotidianamente in menti assetate di 'sapere', era il fatto di essere vergine.
Su questa situazione non aveva mai avuto dubbi: chi lo circondava di affetto (e di ceffoni) era convinto di questo e lui non aveva motivo di metterne in dubbio l'autenticità.
Non aveva idea di cosa fosse una mamma, come avrebbe potuto disquisire su un'altra cosa, ad essa attinente, di cui nulla conosceva?
Allora, non aveva la più pallida idea di cosa fosse la verginità e cosa la rendesse così preziosa. Se qualche anima buona, meglio se non troppo pia, gli avesse spiegato, anche sommariamente, l'evoluzione della faccenda, avrebbe potuto meglio valutare quel concetto.
Tra l'altro, in illo tempore, parlando dell'olio si sapeva che era una spremuta di olive e basta; che l'olio potesse essere vergine, o addirittura più che vergine, si sarebbe saputo nei decenni successivi; e anche per questo dal 'poter essere' si era passati al 'dover essere', per legge, anzi, visto l'ambiente, per dogma.
Quindi, anche ne fosse stato a conoscenza, forse non avrebbe in alcun modo potuto collegare i due tipi di verginità; anzi, senza forse, lo avrebbe mandato in maggior confusione.
Che poi, a ragion veduta, lo avrebbe lasciato assolutamente indifferente. Il tipico caso in cui sapere e ignorare vanno a braccetto, danno lo stesso risultato, senza sottilizzare su considerazioni teo-filosofiche che lasciano il tempo che trovano.
Col passare degli anni, ancora si chiedeva a chi diavolo fosse venuta in mente l'abbinata madre/vergine, con un contrasto fisiologico evidente e innegabile, che ha fatto scorrere inchiostro a fiumi e scontri epocali tra chi la propugnava e chi la riteneva semplicemente improponibile.
A chi giovava il concetto che la verginità fosse indicativa della purezza di una donna, quando per l'uomo questo requisito non è previsto?
Una donna santificata da un martirio in nome della fede o da altri meriti, nel caso sia riconosciuta 'anche' vergine, acquisisce un ulteriore "pregio". Per l'uomo, anche lui fatto santo per martirio o merito, non risulta che ne venga esaltata anche la verginità.
Pensieri, a tempo perso...

Diverso il discorso su un'altra importantissima prerogativa di quella che gli veniva (ripeto: quotidianamente e in tutte le salse) proposta come mamma: oltre che sua risultava anche madre di Dio, e oltre ancora madre di miliardi di altri esseri umani, viventi e defunti.
Dei quali, sia detto per inciso, non poteva fregargliene di meno.
Ma una piccola operazione matematica lo aveva erudito su quella che sarebbe stata la sua giusta posizione nel creato: se la madre di Dio era anche sua madre, valeva il conto elementare del due più due, lui era fratello di Dio.
Quindi anche lui era dio: un dio minore, forse un mini-cadetto, ma comunque qualcosa di più dello scarabocchio che sembrava fosse.
Venuto a conoscenza di quello che sarebbe dovuto essere il suo rango non si era montato la testa, anzi...
Con una forza di volontà sovrumana (appunto) aveva tenuta ben nascosta la sua scoperta. Si ero reso conto che il divulgare questa notizia avrebbe potuto metterlo in un sacco di guai.
Intanto con le lezioni di catechismo: se alla classica ripetitiva domanda "Chi è Dio?" gli fosse sfuggito un "Lo sono anch'io!", magari sussurrato per modestia, la reazione immediata sarebbe stata un trasferimento dalla struttura educativa in cui era coatto a una struttura ri-educativa, dove con elettroshock, botte e sedativi a secchiate, avrebbero cancellato dalla sua mente questa, per loro insana, convinzione.
E la "Basaglia" non era ancora manco in embrione.
Sapeva, già allora, di gente che per molto meno era finita sul rogo, bruciata viva...

(Esperienza diretta, a mo' d'esempio: nel corso di una discussione tra compagni di scuola, a un ragazzo indigeno era sfuggito un "Mi diu mac..." prontamente recepito da un assistente borbonico come bestemmia. Il ragazzo si era salvato dalla lapidazione immediata solo per il fatto che nel cortilotto della ricreazione non c'erano pietre. Portato davanti al sinedrio, aveva avuto la fortuna di incocciare in un giudice togato (erano tutti togati, anzi tonacati) suo corregionale, che aveva giustamente tradotto la 'bestemmia' in un più accettabile "Io dico solo...", assolvendolo, con l'invito ad evitare in futuro altri rischiosi accostamenti che espressioni dialettali avrebbero potuto provocare in menti ottusangole e fanatiche).

A parlarne nelle periodiche confessioni, neanche pensarlo: già gli ispirava poca fiducia un tizio (forse un prete) il quale, al di là di una fitta grata che lo rendeva irriconoscibile, poneva domande a non finire, anche su temi che a lui parevano delicati e privati, quasi inquisendolo alla ricerca di chissà quali segreti. Al primo simposio tra confessionisti avrebbe spiattellato il fatto di avere per 'cliente' un dio in incognito che lo faceva partecipe della sua posizione in vista di una possibile, e altamente improbabile, elezione al soglio romano.
Cielo, in questo caso c'era la quasi certezza che la camicia di forza l'avrebbero messa all'eretico... ma qualcosina sicuramente l'avrebbero avanzata anche per lui.
Riepilogando: senza mamma, fratello di un dio che lo ignorava o lo aveva ripudiato, con un altro fratello che, secondo la Storia, era finito maluccio (è vero, risorto dopo tre giorni, da poco ne è stato festeggiato il trionfo... ma non era a sua conoscenza che l'evento si sia ripetuto con altri figli, fratelli suoi anonimi), per cui aveva ragione il saggio quando diceva che il tacere allunga la vita e la rende meno perigliosa.

Ragionando a freddo: sua madre, oltre a tutte le qualità personali che le sono state attribuite, ha realizzato molte lucrose iniziative, sparse in tutto il globo, riuscendo perfino a inserirsi in un libro sacro gemello del vangelo, e che è guida di una religione che ha tra le priorità assolute l'eliminazione fisica della concorrenza: il Corano.
Quindi tra potenza economica, politica e spirituale, altro al mondo non c'è...
Teoricamente dovrebbe essere stato inserito, sempre in illo tempore, non tanto in una ipotetica iscrizione dinastica quanto nell'asse ereditario di tutto questo bendidio.
Forse era stato "ospitato" per tanti anni, ignorato/cancellato dal vivere comune, proprio con lo scopo di estrometterlo da questo diritto sacrosanto?
"La maschera di ferro", scritto e cinematografato anni dopo, poteva essere un plagio della sua prigionia?
Tante domande, nessuna risposta.
Resta il fatto che aveva passato la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua prima adultità, circondato da decine di madri mascherate da sorelle, da una madre virtuale universale... ma di una mamma vera manco l'ombra.

Ultimo paragrafo della storiella: è tradizione, quando ci si sposa, che i suoceri diventino "mamma e papà", con scambio reciproco della nuova parentela.  Non avendo appreso questi termini quando sarebbe stato il momento, non aveva potuto inaugurarlo al momento del fatidico sì.
Forse per il fatto di non avere avuto una mamma da offrire in cambio di quella nuova, adeguarsi all'usanza in età quasi adulta lo avrebbe ritenuto ridicolo. Affetto, e tanta cura essendo entrambi già anzianotti e malandati in salute, questo sì, a vagonate.
Ma erano rimasti suoceri, e la moglie, figlia loro, non aveva mai insinuato la possibilità di chiamarli 'mamma e papà'.

Per finire in gloria: auguri a tutte le mamme, a quelle che già lo sono e a quelle che lo saranno.
La speranza, e l'augurio, è che tutte si salvino da questa incomprensibile e inaccettabile follia che sta attraversando la Terra, che porta a massacrare quanto di più caro e prezioso e unico ci sia: la mamma, appunto.













martedì 8 maggio 2018

Elogio dell'ignoranza


L'ignoranza è una dote che col passare del tempo diventa virtù.
Se tutti nascessero "saputi" questo sostantivo non avrebbe motivo di trovarsi inserito nel vocabolario.
Parlo dell'ignoranza dei cosiddetti 'tempi andati', quando questa, giustamente connaturata nei bambini, veniva colmata nel tempo, negli anni, in decenni di scoperte continue che via via colmavano le lacune iniziali, fino all'ultimissima esperienza che chiudeva il tempo dell'apprendistato.
Per sempre.

Oggi, ormai, la nascita di un bambino segue regole precise, che hanno stravolto quello che è stato per migliaia di anni l'andazzo di un parto.
Intanto, prima del neonato, dal canale vaginale escono, nell'ordine, un tesserino con il codice fiscale, poi un telefonino personale, ultimissimo modello se la partoriente, o chi per lei, se lo può permettere, altrimenti un modello del nese precedente il parto, quindi già obsoleto e da cambiare subito dopo l'uscita dalla clinica, per non creare traumi al nascituro che potrebbe sentirsi discriminato nei confronti di pargoletti più tecnolocizzati.
Il quale nascituro, sempre parlando di oggi, dimostra da subito di avere appreso come gira il mondo: sarà la placenta, saranno le acque che, analizzate al momento della rottura, dicono se sono sulfuree, di Fiuggi, di Montecatini, di Caronte, di san Bernardo, insomma di acque nobilitate dalla pubblicità...
Ovvero di semplici acque da rubinetto, arricchite di cloro e ferro da ruggine di tubi antichi, magari contenenti piombo di tubature dell'epoca romana.
E poi con tracce di uranio, plutonio, arsenico, perfino di stronzio che, oltre ad essere dannoso, fa pure schifo già dal nome, pur se storpiato.
E ci sono pure tracce di H2O, che sono le più difficili da individuare.
Fatto sta che se il parto avviene regolarmente cefalico, con l'aiuto terminale e delicato del forcipe, garantito al limone che il primo vagito del neonascente sarà un "vaffanculo" all'ostetrica che, involontariamente durante la leggera trazione, ha impigliato un orecchino provocando la detta reazione.
Podalico: se di piede, "vaffanculo, il solletico fallo a tua madre"; se di natiche, "vaffanculo, la mano morta la fai con tuo fratello".
Ventosa, usata con particolare attenzione per il rischio di allungamento, comunque provvisorio, della sommità cervicale: qui l'epiteto dei casi precedenti è di natura letteralmente pornografica, poiché è l'invito all'ostetrica ad andare a 'pompare e succhiare' altrove.
La differenza tra i vari tipi di acque in rottura è evidenziata dalla tonalità dei "vagiti": delicata al limite della preghiera con le acque pregiate, prepotente e offensiva al limite di denuncia quella comune del rubinetto.
        
Il vanto d'essere ignoranti è stato sublimato da un noto personaggio, ufficialmente cantante, che si è autonominato "re" di questa diffusa categoria. Non avendo ricevuto contestazioni il titolo gli è rimasto, a suo onore e gloria imperitura.
Di questo re mi piacciono tutte le canzoni, alcune le canticchio pure; non mi piacciono i suoi soliloqui silenziosi, con bevute d'acqua continue manco avesse problemi di prostata.
Non riesco mai a capire se ha perso la battuta o se, con le grattatine di labbra e mento, manda messaggi subliminali a qualcuno; e, non essendo io quel qualcuno, li traviso come una presa per i fondelli.
E questo, più che ignorante, mi fa sentire cretino.
Se esiste un re di qualcosa, per forza devono esserci dei sudditi...
In fondo siamo tutti, almeno parzialmente, ignoranti, ergo sudditi di questo o di altri re similari.
Un abilissimo chirurgo, che taglia e cuce per mestiere, è probabile sia totalmente ignorante nel campo sartoriale.
Un ingegnere aeronautico non è detto che sappia alcunché di culinaria.
Un prete o una monaca si presume siano ignoranti in fatto di sesso, perlomeno quello applicato (ma su questa interpretazione c'è il fondato dubbio che i preti 'ignorino' per contratto ecclesiale, studiando peraltro teoria nei confessionali; altrimenti non si spiegherebbero gli insistenti "quanto, quando, come, con chi, ecc.", prodromi di una eventuale pratica diretta; informazioni passate poi alle monache, sempre tramite confessionale, con suggerimenti sussurrati su quanto-quando-come-conchi-ecc. Ma sono solo illazioni maligne, in parte dovute al pensiero che essi possano 'operare' senza pagare dazio come gli altri comuni mortali).
I giudici talvolta sono mastri di leggi e codici, ma saranno ignoranti, per esempio, in medicina o farmaceutica...
(No, questo capoverso lo devo eliminare: avvenimenti recenti hanno dimostrato che, almeno questi due campi citati rientrano nelle loro specifiche conoscenze e le inseriscono nelle loro sentenze, ormai multidisciplinari). Diciamo che non hanno il pallino della meccanica. Forse.
Comunque anche loro hanno un bel bagaglio di ignoranza, per esempio sull'evoluzione dei tempi, quando continuano imperterriti ad applicare leggi preistoriche senza contestarne apertamente la vetustità.

Velo pietoso su chi si butta in politica; velo prossimo ad essere lenzuolo sudario. Teoricamente usato, questo, per coprire il corpo dei dipartiti a miglior vita; soprattutto il loro viso, quasi a velarne una specie di vergogna nei confronti di chi hanno abbandonato, talvolta veramente addolorati.
In campagna elettorale sanno tutto, sanno come muoversi nei meandri della burocrazia, sanno di economia, di sanità, di 'politica' intesa come polis...
Strombazzano ai quattro venti, e anche oltre, il loro essere al servizio dei cittadini, del popolo, del Paese...
Tutto è loro chiaro, anzi limpido...
Passata la festa, gabbatu lu santu, l'unica operazione in cui si mostrano abilissimi è la difesa ad oltranza delle poltrone appena 'conquistate'. Feudi, baronie, ottenute per merito o per grazia ricevuta.
Che la Nazione stia andando in malora a causa della loro incapacità a trovare le soluzioni promesse, non potrebbe fregargliene di meno.
Dal loro vocabolario è sparita la vergogna.