lunedì 4 gennaio 2021

A una Blu che se ne va

Ripescata da un post di febbraio 2012, in una giornata piovosa, che sembra fatta apposta per andare indietro di qualche anno, quando nei ricordi tristissimi di allora si apre un piccolo varco di dolcezza. Varco che oggi si è richiuso, aggiungendo a quei ricordi amari, anche questo. Se n'è andata, e non mi vergogno nel dire che gli occhi sono gonfi... senza essere residuo di una recente cataratta.

 L'amicizia è quella cosa che riscalda il cuore,
dicono e sarà pure vero, però c'è sempre un ma...
Sono all'antica, ho un concetto un poco ristretto:
per me 'amicizia' è molto dare e poco ricevere.
L'amicizia è in tanti aspetti, è elastica,
ma ha molti paletti, e molti sono i freni.
Uno: con un'amica metti il cuore in pace
a tutti la darà, giammai ad un amico.
Però ci sono casi in cui è ingombrante,
e, molto raramente, perfino imbarazzante.
Esempio, un'amica che insiste: "Datti da fare,
tanto nessuno al mondo avrà da ridire",
e il concetto che ne ho va a farsi benedire.
Dice il vecchio saggio, quello senza amici:
"Chi trova un'amica, ha trovato un tesoro".
Ma se quell'amica l'hai tenuta in braccio
quand'era piccolina, e l'hai allattata,
non con latte tuo, e l'hai coccolata,
vezzeggiata, già quand'era implume,
l'hai veduta crescere, diventare adulta,
l'amicizia è a rischio, un rischio di sventura.
Un giorno te la trovi che gira per la casa,
nuda, col pelo al posto giusto e anche di più,
ti cerca, ti insegue, chiaramente ti vuole.
E tu non puoi, non vuoi e manco vorresti,
darle quello che, a gran voce, lei ti chiede.
Non vuoi credere, e neanche pensare,
che il farla sedere sulle tue ginocchia,
carezzarle lievemente le tette ormai mature,
titillarle dolcemente il timido ombelico,
far correre la mano lungo la sua schiena,
a vedere e sentire corde di violino
come pizzicate da un seghetto,
accettarne il mordicchìo dei tuoi lobi
e gl'improbabili tentativi di succhiotti...
Beh, tutto questo non la autorizza
a pensare che con lei io voglia copulare.
Non posso, proprio non posso.
Questo senza essere un falso moralista,
ché ormai la morale è soltanto una faccenda
che riempie un grasso bigotto portafoglio,
ma proprio non posso, proprio non voglio.
Insiste; le ho pure detto: "Ti caccio da casa",
ma lei continua, mi vuole concupire,
sperando nell'assurda, impossibile,
certezza di riuscire alla fine a fornicare.

 
BLU, l'amica mia
Non è calore d'amicizia quello che la porta, da un po' di tempo a questa parte, a rompermi l'anima, con miagolii struggenti e rotolìi e salti e ronfi e rotolamenti:
è soltanto calore, quel tipo di calore che non entra dentro il cuore ma, delicatamente, ti  rompe le pudenda. Le ho dato estropil gocce, a più riprese; è stato come dare un bicchier d'acqua ad uno che pasteggia con la grappa. E fuori, nel giardino, c'è la fila dei compari in vana attesa.

C'era, allora, ma rientrava; da ora riposerà in un angolo del giardino, sotto un fico d'india che le sarà ombra e protezione.

mercoledì 30 dicembre 2020

Insisto, non ho risposte

 Tema: parla degli incentivi auto 2020/2021

Più che un tema è un quesito, che mi porto appresso da ottobre scorso, e al quale non riesco a trovare risposta. La casalinga di Voghera è passata di moda da parecchio, oggi è il cretese di Putumajori che tenta di avere un chiarimento (la località è di fantasia, il cretese [eufemistico] c'è e sono io, modestia a parte).

È fuor di dubbio che nel corso dell'anno in via d'estinzione, in Italia sono stati distribuiti centinaia di milioni, miliardi a pioggia, sotto le voci più disparate: ristori, rimborsi, contributi, incentivi... I ristori e i rimborsi hanno avuto valutazioni e percentuali di 'ristoro' variabili, che di solito hanno suscitato malcontenti, e la cui valutazione lascio alle categorie interessate. Pochi o tanti che siano, si tratta di soldini che, subito o poi, finiranno nelle tasche di chi li richiede.

Alla voce contributi sono finiti articoli di ogni genere: occhiali, caldaie, monopattini, biciclette... che hanno ricevuto sgravi diretti al momento dell'acquisto o a breve termine. Anche qui, pochi o tanti che siano, subito o dopo vanno a pesare nell'acquisto del bene.

Gli incentivi, qui ti voglio, riguardano il settore auto dove, presentati a luna piena come incentivi all'acquisto di auto nuove rottamando quelle con oltre 10 anni di vita, verosimilmente inquinanti, si parla di cifre consistenti che dovrebbero agevolare il cambio detto, aiutando nel contempo il settore già in sofferenza per la crisi pre-pandemia, che ne ha aggravato la vita grama, come in tutti i settori salvo la politica e il malaffare, che non hanno mai conosciuto crisi e anzi ci stanno ancora guadagnando.

Le Case, prontamente attrezzatesi, hanno lanciato, e lanciano, promo sui giornali e soprattutto sui social, prospettando possibilità di acquisto che poco ci manca che ti portino i mezzi nel tuo soggiorno.

Ipotesi (ma neanche tanto): auto prezzo listino 18.000 € - incentivi vari 6-8-10.000 € = TUA al prezzo di 8-10-12.000 €. Una pacchia, da inventarsi una vettura vetusta pur di accedere a incentivi così appetitosi.

Ce l'ho, giro un po' di concessionarie, alla ricerca del modello e, soprattutto, delle migliori condizioni d'acquisto. Tutte le proposte prevedono un piccolo acconto (2-3.000 €) e la dilazione del rimanente in almeno quattro anni, con una percentuale di TAN adeguatamente conveniente, tramite una finanziaria.

Raschio il fondo del barile, vendo un gatto, un tostapane a manovella, un computer a carbone... metto il malloppo in un sacchetto nero della monnezza (per evitare rapine e per non farmi vedere carico di soldi...). E vado in concessionaria per acquistare la vettura nuova cash, pronta cassa, al prezzo dell'offerta.

Non si può, no se puede, per avere i “vantaggi” degli incentivi, è possibile versare quanto dovuto soltanto tramite la finanziaria, del gruppo o scelta dalla Casa.

Per la matematica ho sempre avuto un rispettoso odio, ho appreso con fatica che 2+2 dovrebbe fare circa 4, ma non so andare molto oltre. Così, contando sulle sole dieci dita delle mani, mi rendo conto che, dati i 3.000 € di acconto su una vettura TUA a 12.000 € ne resterebbero 9 da pagare con ratei mensili in quattro anni. Per una strana coincidenza a me, che non sono di natura maligno, balza al naso che il TAN applicato porterà alla Casa l'esatta somma (compreso l'acconto) di 18.000 €, il prezzo di listino iniziale.

Il cretese su citato ritiene che non di incentivo all'acquisto si tratti, ma di esclusivo incentivo alla vendita; un fatto che gli pare raro e di difficile deglutizione, perlomeno per un cretese che odia la matematica. 

Il quesito finale è chiaro: è il cretese che non capisce un beneamato cavolo ovvero si tratta di una maleamata presa per i fondelli?

Sarebbe più trasparente se il venditore dicesse: il prezzo di listino è questo, gli sconti del governo li teniamo noi, a te faccio (io venditore) un piccolo sconto rinunciando a una parte del mio aggio, e tu paghi il tutto in 4-5-6 anni a tasso zero. So di finanziarie che propongono questa formula per protesi acustiche, per cure dentali e, forse, per la vendita di poltrone e divani, nonché per impianti doccia... Chi deve acquistare, che sul momento non ha liquidi, o non intende destinarli a quel bene, dilazionati in un periodo temporale sopportabile, aderirebbe più volentieri anziché sottostare a una formula chiaramente iugulatoria.

Tenendo presente che chi vende avrebbe già in tasca l'incentivo ufficialmente destinato all'acquisto, per cui a pagamento completato si troverebbe in tasca un buon terzo in più del prezzo iniziale di listino.

E piove, governo ladro e ambiguo!

domenica 27 dicembre 2020

Curiosità

Ho trovato questa tabellina che espone un confronto tra termini spagnoli tradotti in italiano e tra gli stessi tradotti dall'italiano allo spagnolo; credo siano parole madrilene, e non so in quanto corrispondano ad altre versioni dello spagnolo.


Tutto fa, quando si è rimasti curiosi di tutto, nonostante il passare inesorabile del tempo. Un confronto divertente che mi era totalmente sconosciuto, nella convinzione che le due lingue, italiano e spagnolo, avessero una simiglianza che ci rendeva quasi fratelli.

mercoledì 23 dicembre 2020

Auguri autarchici


Auguri in arte povera, che più povera di così non c'è.

Opera realizzata da due ragazze, esuli per lavoro nella lontana capitale del regno, lavorata e assemblata trattando le assi di un bancale recuperato accanto al bidone dei rifiuti. Anche la capanna l'hanno fatta con residui di quello stesso bancale. Il tutto ornato con ammennicoli vari, racimolati qua e là. 
Ammirevole il fatto che nelle rispettive professioni non usano attrezzi tipicamente manuali: occhi, dita e testa sono i loro trapani, cacciaviti, chiodi, carta vetrata, vinavil... Senza un laboratorio dedicato, in un minialloggio in affitto, tra lavoro, manutenzione generale della casa (pulizia della stessa, cucina, immancabili imprevisti, tipo guasto alla caldaia...), uscite limitate all'indispensabile, sia in ossequio alle disposizioni via via emanate, sia per il giusto timore nei confronti del nemico pubblico numero Uno, ancora ignoto ma ben conosciuto, hanno trovato il modo di riempire i ritagli di tempo con qualcosa di assolutamente fuori dal loro comune operare.
Ho adottato subito l'immagine per guarnire questi auguri, amarevoli quanto mai lo sono stati in passato, che vorrei non fossero dedicati esplicitamente alle feste, ma che le superassero con un balzo da canguro proiettandosi sull'anno che speriamo veramente nuovo. 
Che sia nuovo in tutto, soprattutto nei campi della salute, del lavoro, dell'economia in generale... e della pace e della fiducia in noi stessi e, di riflesso, nel mondo che ci circonda. Sarebbe un pre-vaccino utile e opportuno a superare un tempo amaro che la scienza da sola stenta a debellare.

sabato 19 dicembre 2020

Christmas Red (o Quindici uomini...)

Per questo fine anno ho avuto due sorprese. La prima, oserei dire la più inattesa, è la conferma che questo anno  ̷m̷a̷l̷e̷d̷e̷t̷t̷o̷ benedetto forse arriva alla fine. Credo che in passato un anno così  ̷o̷d̷i̷a̷t̷o̷  disamato non ci sia mai stato, perlomeno da quando il tempo viene calcolato in anni. L'augurio che corre in giro per il mondo è che quello a venire sia migliore; che poi, non dovrebbe sforzarsi molto per esserlo...
Succede che con il crescere degli anni (solo di quelli) lo scorrere del tempo appaia sempre più veloce. Sembrava sempre più veloce: questo che sta per morire è stato un anno lungo, neanche paragonabile ad alcuno dei precedenti, e neanche alla fame, che si usa cone raffronto come misura di lunghezza dello spasmo. Di solito i festeggiamenti per la dipartita del vecchio si fondono con quelli per l'anno in procinto di parto. Credo che il 2020 riceverà tante di quelle  ̷m̷a̷l̷e̷d̷i̷z̷i̷o̷n̷i̷  benedizioni che in nessuna religione conosciuta siano mai state emesse.

La seconda, inattesa pure questa, ma meno della prima, poiché preannunciata da tempo, con messaggi vagamente criptici da parte di uno scrittore già conosciuto, di cui avevo da poco terminato la lettura della sua ultima fatica. 
 
Mi riferisco alla copertina qui a fianco, che dal titolo ispirava quei pruriti tipici di un disagio neanche tanto inconscio. Questo Autore aveva già espresso dimestichezza con i depositi di persone defunte, altrimenti detti obitori, per cui la lettura di questo tometto faceva intuire di cosa sarebbe andato a raccontare. Nel corso della sua carriera ha pubblicato diversi libri, svariando su temi diversi, inizialmente su esperienze scolastiche; il suo primo Perle ai porci credo sia ancora oggetto di attenzione, sia per l'ironia caustica che per i messaggi, gli allarmi, che in retrofondo mandava a chi di dovere. Le risate erano garantite, i messaggi non credo siano stati raccolti o, se sì, prontamente cestinati da coloro cui erano diretti. Come sempre, quando questi provengono da chi vive sulla propria pelle qualsivoglia esperienza professionale. Oggi, in particolare, vale per i problemi della sanità, delle opere pubbliche, in generale della gestione della cosa comune; nel caso suo, del desso di cui parlo, il problema era (era?) la scuola. Problema era e tale è rimasto, elevato a potenza dalla pandemia ancora in atto.
Questi quattro racconti avevo già avuto di commentarglieli, con tanta simpatia e altrettanto timore. Avendolo conosciuto come scrittore saggio (aggettivo un po' forzato, ma siamo sotto Natale e il buonismo in questa occasione è ormai ancestrale), di una saggezza velata di simpatiche ironie ovvero altri con trame avvincenti, con questi mi aveva un po' spiazzato. 
D'altra parte il contenuto era già nel titolo, e non è che potessi aspettarmi racconti cuore/amore o abbracci/baci, tra l'altro già vietati in nome di un puritanesimo imposto da circostanze non più fortuite. È stata la scoperta di un lato oscuro, che mi ha lasciato (piacevolmente) sorpreso. Per dissimulare il piacere di quella lettura fuori dai suoi temi abituali, avevo commentato raccomandando alla su' signora e al suo bimbo, cresciutello quindi occhiuto, la massima attenzione verso il consorte, che mi dava l'impressione di essere uscito di testa. 
Il fatto che lui stesso avesse confermato la mia diagnosi, l'ha smantellata, sulla falsariga che nessun toccato mentale l'avrebbe ammessa.
Si era trattato di un aperitivo a quello che avrebbe in seguito proposto.
 
Con questo libro, digitale, di quelli che stai a casa, clicchi (voce del verbo cliccare, premere, pigiare) e in pochi istanti te lo trovi imbandito sul monitor, pronto per essere consumato...


  ... la cui copertina era chiaramente un richiamo alla prossima festività, che tanta bontà sparge ne' cuori  esuli a conforto, e diretto al cuore degli uomini di buona volontà. Essendo adepto di entrambi i gruppi, ho affrontato la lettura tenendo a portata di mano fazzolettini, torroncini (morbidi, ché quelli di pietra sono ormai un ricordo, questo sì tenero...), no birra, il cui brulichio su dal naso passa agli occhi favorendo possibili lacrimuccie di circostanza.
 
Gli Autori erano sintetizzati in quel AA.VV. che la mia perspicacia aveva prontamente letto come Autori Vari. Ma si fa presto a dire autori vari, quando il presentatore scrive libri firmandosi con due pseudonimi, di cui uno so per certo essere il suo nominativo vero, quello sui documenti di identità, forse sulla patente, forse persino nelle sue firme... ma non ho ancora capito quale dei due sia quello genitorialmente ereditato. 
Il Red che completa il titolo dell'opera credo sia stato un adeguamento alla situazione generale che vede il rosso come tinta più diffusa, accettato come il fumo negli occhi, per cui il presentatore ha voluto affondare il coltello nella natica come segno del suo sprezzo di fatti terreni che non lo toccano. Oppure, avendo già partorito un Giallo e nero nel lontano 2015 ha voluto evitare sovrapposizioni che qualunque rompiglioni (chiedo venia per l'autocitazione) un domani avrebbe potuto rinfacciargli. Comunque sia, il rosso è natalizio, al pari dell'oro, dell'incesto e della birra...
Sorpresa: non sono due gli Autori Vari, ma ben quindici... gli stessi quindici che danno il sottotitolo a questo post. E sono tutti e quindici sulla cassa di un morto (una ciascuno), non so se ballano e bevono rum, sicuramente hanno sfornato una serie di racconti, tutti e ciascuno protesi a far godere le feste in un modo originale, non stereotipato da secoli di racconti e consuetudini, che hanno fatto presa in sentimenti che nel corso dell'anno sono assolutamente banditi.
Una botta (piacevole e leggera come una carezza) alle mie convinzioni mi è arrivata dalla constatazione che, dei quindici uomini, undici sono donne. Il che fa capire quanta "bontà" possa trasudare dai loro racconti quando danno libero sfogo alle loro fantasie. A ennesima dimostrazione che la diversità di genere è un'invenzione; perlomeno quella mentale...
La tentazione sarebbe di dire che si tratta di quindici racconti 'uno più bello dell'altro'. Ma la mia malignità mi vieta di proporre quel giudizio, partendo dal presupposto che l'ultimo, nella cronologia della lettura, si beccherebbe tutti i meriti, visto che risulterebbe essere classificato come migliore del precedente, e il precedente a sua volta del precedente... a ritroso fino al primo, che, manco a dirlo, è l'Autore binominato. 
In effetti ero partito col pensiero di "votare" ciascun racconto, e nel prosieguo della lettura, al termine di ciascuno mi ero impegnato con un "questo lo voto", che alla fine mi ha fatto ritrovare con quindici voti assegnati, un "a pari merito" che, non essendoci premi in palio, avrebbe consentito un podio lungo almeno trenta metri... per seguire le direttive governative ed evitare sanzioni, virtuali ma sempre antipatiche.
Lo Special Edition è la ciliegina sulla torta, che fa sperare in future edizioni ordinarie.

Dicevo dei premi non in palio: questa raccolta, digitale fin che si vuole, ha un costo che definire irrisorio è riduttivo. Un caffè e mezzo, al costo corrente di un caffè al bar, che per ogni vendita darebbe a ciascun Autore la cifra pazzesca di 10 €/cent. Lordi... tolte le tasse, tolte le spese varie (acronimabili come SS.VV.), l'iscrizione alla SIAE, più le imprevedibili varie&eventuali, mi sa che lasceranno a debito qualcosa... e non mi pare che ci siano ristori in vista per questo genere. Il Potere ritiene che chi ha tempo, voglia e fantasia per scrivere, lo faccia senza bere, senza mangiare, senza pagare bollette; i monopattini e le biciclette... quelle sì, sono spese che uno Stato serio può, e deve, supportare. 
Senza voler spingere a spese folli, chi ha un tablet colga al volo l'occasione: pagare questa cifra per un po' di ore di lettura è un regalo che ciascuno si può fare senza ricorrere a prestiti o mutui, magari rinunciando a un caffè al bar (tra l'altro dannoso, e ve lo dice uno che se ne risucchia una decina ogni giorno... a casa, dalla moka).
E buona lettura; per non apparire di parte, buona lettura qualunque essa sia... se si tratterà di questa, di questo libro intendo, avrete quindici grazie garantiti.   

mercoledì 9 dicembre 2020

ICE non ice

No, non ice come ghiaccio, ICE come In Case (of) Emergency, ovvero, per chi non mastica il latino, In Caso (di) Emergenza.
Si tratta di un acronimo poco noto e ancora meno applicato, che andrebbe invece divulgato, perlomeno come i più ben noti dpcm o INPS, o MES o BCE... e quant'altri, ormai divenuti d'uso comune, nel bene come nel male.

La vita è fatta a scale, chi le scende e chi le sale: fa parte del bagaglio proprio, dalla nascita, quando già si sa chi le salirà e chi, invece, le scenderà. Poi succedono i miracoli, che consentono ad alcuni di salire pur essendo all'origine destinati a scenderle. Fa parte dell'imponderabile. Lo stesso può succedere all'inverso: ad esempio al figlio di un re, stabile sul trono, è facile prevedere una vita da principe... in attesa (talvolta perenne, cit. un certo Carlo) di salire sul trono paterno o materno, abbandonato per morte o per abdicazione o per cacciata. Con discese, talvolta a valanga, da maestosi scaloni che diventano strette scale a chiocciola, scomode e malferme.
Quando nella vita capita un fatto positivamente eclatante, tipo una vincita sostanziosa o un'eredità inattesa, non ci vuole molto che il fortunato sia subissato di affetti e attenzioni: è un passaparola telepatico che invita a festeggiare e, possibilmente, partecipare attivamente alla spartizione di una torta che tradizione vuole appartenga a tutti. Con i parenti in prima fila, seguiti da amici e poi dagli amici degli amici... perfino quelli che fino a poco prima erano ufficialmente anonimi se non apertamente nemici, si accodano pronti a raccogliere almeno le briciole di tanta fortuna.

In quell'imponderabile, però, ci sono accadimenti che colpiscono le persone, quando in via diretta e quando per vie traverse. Succede, e succede, che una persona esca di casa per fare due passi o sbrigare una commissione, e una tegola o una buca nella strada ne segni la fine del cammino.
Sono i casi in cui basta un urlo per trasmettere l'allarme, la notizia, a tutto un vicinato, che conosce, di vista o di persona, la vittima del fatto. I parenti, gli amici e i conoscenti ne vengono prontamente a conoscenza... e chi deve sapere lo sa in pochi minuti.
Diversa è la situazione, quando un fatto avviene al di fuori delle immediate vicinanze dell'abitazione; basta che un incidente si verifichi al di fuori del comprensorio, e il malcapitato si trova sconosciuto tra sconosciuti. Pensiamo a un incidente stradale in autostrada: quando tutto va bene, chi vi è coinvolto riesce a comunicare quanto successo a persone vicine, di cuore o di professione. Ha la possibilità di avvisare dove i soccorritori lo, o li, porteranno, in modo da poter essere raggiunti o fortunatamente rassicurare gli interlocutori.
La stessa cosa può capitare a un anziano che, nel fare la spesa o in fila alle poste o in farmacia, venga colpito da un attacco cardiaco o una crisi apoplettica o diabetica. Se perde conoscenza, il primo pensiero di chi si presta al soccorso è quello del ricorso a interventi sanitari che diano la speranza di rimetterlo in sesto, di salvargli la vita. Il secondo pensiero è quello di avvisare qualcuno di quanto accaduto. Il peggio viene quando un poveretto innalza la bandiera bianca, arrendendosi a un evento che non gli ha lasciato scampo. In questi casi, sono le forze dell'ordine a cercare chi possa essere interessato a una dipartita inattesa. Ricerca che richiede tempo... e che talvolta rimane senza esito.

In tempi andati, molto andati, avevo, ed ho tuttora, una piccola agendina (11x8x0,5 cm), in cui ho annotato centinaia di numeri di telefono, con la località e il cognome del titolare; c'è di tutto, alberghi, recapiti di possibile interesse... Raramente usata, i numeri di maggior uso li avevo memorizzati (a quel tempo avevo una discreta memoria) e gli altri erano lì, immobili e inusati, in attesa di chiamata.
Erano tutti numeri fissi, i cellulari stavano appena nascendo e il maggior sollazzo per chi ancora li vedeva col binocolo era la comica ricerca di campo da parte di supertecnologici colleghi. Mentre loro cercavano una linea, noi antidiluviani trovavamo un bar, un box stradale, un albergo, una stazione, e sbrigavano i nostri compiti, solitamente tramite il 10 di Telecom che provvedeva pure all'addebito delle chiamate al corrispondente di turno.
Se avessi perso, o mi avessero fregato, con la valigetta, l'agendina, la perdita sarebbe stata limitata, poiché non conteneva numeri compromettenti; in fondo il maggior dispiacere sarebbe venuto dalla perdita del contenitore (anche quello appoggiato in casa da qualche parte, come residuato di un periodo attivo e relativamente felice. 
Poi i cellulari presero piede, e quei numeri fissi sono più che mai immobili e inusabili, visto che la più parte di essi sarà stata dismessa.
Per la maggior parte della giornata ero irrintracciabile, e se da una parte questo era un bene dall'altra era un problema, in particolare per i rapporti con la famiglia. Che solo alla sera, puntualmente ogni sera, contattavo per lo scambio reciproco di notizie sulla giornata trascorsa. Sovente provavo un senso di smarrimento, col pensiero che se fosse successo qualcosa di grave, o qualcosa di veramente brutto a casa, al mattino, fino alla sera non lo avrei saputo; stessa cosa se fosse successo a me, lontano da casa...  con la conseguenza che avrei dovuto intanto affrontare un pronto rientro, che raramente era a un tir di schioppo; e dopo una giornata di gironzolamenti non era proprio, come si dice, ciò che Dio fece.
Una sola volta, in una decina d'anni, avevo subito un incidentuccio (frattura del perone e punti alla testa, fatto già raccontato in un vecchio post, e che qui non ripeto per non tediare il lettore). Ero rientrato a casa con l'osso fratturato e cinque punti alla sommità del capo, non avevo voluto spaventare i miei che mi avevano visto rientrare ampiamente claudicante e "con un fiore infilato nei capelli" (cit. mia suocera quando mi aveva visto spuntare dalla porta di casa).
Ecco, forse uno dei pochi pregi dei telefoni mobili consiste nella possibilità di contattare prontamente gli interessati qualora qualcosa nei piani dovesse andare storto.

Ormai quasi tutti, anche gli anziani e i ragazzi, hanno appresso quei marchingegni, nella più parte dei casi proprio per mantenere i contatti, sia per affetti che per necessità lavorative. Che poi in molti casi l'uso di questi aggeggi sia causa prima di fatti accidentali, sovente mortali o invalidanti, è un altro discorso...
In tutti i cellulari è presente una rubrica, in cui vengono memorizzati i numeri di proprio interesse; si tratta di pochi numeri o di molti, l'incredibile capacità di contenerli non pone limiti. Se la nostra memoria fosse in grado di fagocitare tutti quei numeri, quella memoria tecnologica sarebbe superflua. Ma nell'eventualità di un sinistro come sopra accennato ci impedirebbe di comunicarli ad altri per avere sollievo in un momento drammatico.
E qui entra in ballo l'ICE.
Non costa nulla, non consuma la batteria, non intasa le possibilità mnemoniche del cellulare ed è di aiuto in qualsiasi evenienza, soprattutto negativa, che ne richieda l'uso.
È sufficiente decidere verso chi debba partire la prima segnalazione che qualcosa non va: mettendo questa sigla accanto al nome del destinatario: O dei destinatari, visto che non ha limiti d'uso.
È semplice: nella rubrica, accanto al nome prescelto che si vuole sia avvisato in caso di accidente, è sufficiente inserire la sigla ICE, per avere la certezza che il soccorritore sappia al volo chi chiamare per avvisare che qualcosa non va come dovrebbe. E, come detto, la sigla si può mettere a più nominativi, per accelerare quanto possibile il contatto utile al caso. Per dare precedenze è possibile segnare le priorità di chiamata, segnando accanto alla sigla un numero di precedenza (esempio: Rossi A. ICE1, Verdi B. ICE2, ecc.).
Il soccorritore, cercando di risalire all'identità dello sfortunato utente, oltre al documento personale, cercherà il cellulare, nel quale trovando quella sigla eviterà, intanto, di perdere tempo a provare a chiamare persone non interessate, o scarsamente interessate, alle vicissitudini del disgraziato. 
E gli eviterà anche inutili e rischiose gaffes, che potrebbero ulteriormente aggravare la situazione; penso a un contatto con amanti, segnate in rubrica sotto voci fasulle, onde evitare incursioni muliebri, sempre possibili.

sabato 28 novembre 2020

Hic sunt leones

Vado a raccontare dell'Italia, di un'Italia antica, poco conosciuta come tale: come molti sanno, e ad altrettanti molti sfugge, la Calabria in tempi non sospetti era denominata Italia. Non sto a raccontare da chi e perché aveva questo nome, sforerei dal mio essere conciso e non riuscirei ad aprire a sufficienza il velo della storia che riguarda quel periodo. Molto in seguito, comunque quel nome si è esteso a tutto lo Stivale quando di questo era a malapena la suola.
Saltando a pie' pari una grossa manciata di secoli, vado a raccontare della Calabria di oggi, una ex Italia che ha buone ragioni per valersi dell'avviso alla presenza di leoni: invito a girare alla larga ovvero visitare opportunamente armati. I leoni non ci sono mai stati, ma le cautele continuano ad essere valide e consigliate.

La reggia della regione Calabria

A chi ha avuto modo di vedere il video di tal Zuccatelli, mini-commissario in un paio di strutture sanitarie in Calabria, non saranno sfuggite le sue spassose dissertazioni su mascherine, su baci profondi a rischio dopo il quarto d'ora di immersione linguale, sui suoi riposi sessuali dovuti a raggiunti limiti d'età, presumibilmente dopo una carriera da viveur, da sciupafemmine... non può farsi sfuggire il suo secondo capolavoro, sempre in video, sempre lo stesso giorno di giramento del primo.
Probabilmente quel 25 maggio 2020 era un giorno di particolare esaltazione, un giorno di libertà dei suoi due neuroni che, cogliendo l'attimo fuggente, si erano scatenati in una danza di stronzate che il desso, smaltiti i fumi di chissà quale mixer, forse mai avrebbe affidato a una ripresa video che lascia prove che ormai hanno più valore di uno scritto autografo.
Un paio di considerazioni. La prima riguarda chi designa a compiti, indubbiamente pesanti, di risanamento sanitario per un territorio morente: non sarebbe il caso di prevedere, prima di affidare a persone qualificate (fino a prova contraria, puntualmente esibita) un simile compito, un antidoping approfondito o, concomitante/alternativa, una seria visita psico/psichiatrica? E una verifica del suo agire in veste di commissario nelle strutture, già calabresi, era proprio fuori da ogni protocollo di verifica?
La seconda si riferisce allo Zuccatelli citato: nel secondo video, con i neuroni più che mai a briglia sciolta, si è lanciato in un apprezzamento (anzi: deprezzamento) della categoria dei virologi, che ritenevo facenti parte del mondo sanitario, come lo sono i farmacisti, i dentisti, i veterinari, i podologi... Qui li ha definiti la coda della coda della coda... quasi all'infinito, del settore sanitario. In un barlume di lucidità i due neuroni non hanno dato una gerarchia caudale agli infermieri... e meno male, bontà loro. Dei neuroni.
Vorrei dire a questo (non più persona, come comprovato) elemento che in nessunissimo settore del vivere civile esistono code di altri, né nelle loro specialità né in un più ampio campo visuale. Anche le attività comunemente ritenute, a torto, più basse di altre, hanno una dignità e un collocamento che, a seconda dei casi e dei luoghi di esercizio, le rendono indispensabili. Non sto a citarle, anche perché, nel caso i neuroni fossero sopiti, non le capirebbe comunque.
La terza considerazione, riferita ai governi che hanno partorito le due abominevoli designazioni: ma non c'è almeno un membro dei due-tre gruppi che effettuano la cernita che si assuma la vergogna di queste due scelte e ne chieda, chiaramente e senza ghirigori politichesi, scusa a chi da queste è stato danneggiato? 
Lo so, sarebbe un caso unico, ma avrebbe la primogenitura di un gesto cui sarebbe bello abituarsi.
Quarta voce: Spirlì. Qui, purtroppo, non è possibile chiamare in causa il governo; questo signore (fino a prova contraria, in corso di presentazione) è stato eletto dai calabresi, presumibilmente per essere prima vicepresidente ed ora facente funzioni di presidente, con un numero di voti bastanti a giustificare la sua salita al podio del governo della Regione. Su questo non ci piove.
Come non piove sul fatto che la miseria nera, l'abbandono del territorio, la presenza di malavitosi che influenzano la vita quotidiana dei cittadini (per fortuna mai il voto degli stessi...!?)... tutte cose che richiedono un orgoglio, pressante e continuo, che ne copra il peso, ormai quasi insostenibile.
Giusto orgoglio, unico retaggio rimasto disponibile in un territorio che ha perso tutto.
Ma se questo orgoglio viene manifestato in maniera prepotente, offensiva, ecco che da dote diventa difetto. Lo è quando il facente funzioni di presidente della Regione, respinge con termini brutali un aiuto, per quanto se ne sappia disinteressato.
Succede che dopo il fallimento, con un finale che induce pietà oltre a una desolazione mentale pressoché assoluta, del non intervento del commissario Cotticelli, ex generale dell'Arma sorretto, a suo tempo, dal bagaglio di fiducia in quella, ha chiuso la sua epopea in maniera affatto dignitosa, il suo immediato sostituto, lo Zuccatelli citato, è stato nominato commissario per la sanità calabrese, previo licenziamento in tronco del predecessore.
Di Cotticelli si è detto e scritto ormai tutto e di tutto: da una intervista che ha suscitato reazioni variabili, che vanno dall'indignato al comico, in precisazioni successive è scivolato nel penoso. E quando una persona induce alla pena, la cosa migliore (la più buonista?) è chiudere l'argomento, cassarlo come cronaca spicciola, e passare ad altro.
E quell'altro prende il nome di Gaudio, Eugenio Gaudio.
Lo Spirlì citato aveva chiesto, non a gran voce ma con megafono ultrapotente, che a commissario alla sanità per la sua Regione fosse designato un calabrese doc, un personaggio che, anche da fuori dei confini regionali, portasse un bagaglio di capacità e onorevolezza tali da cancellare l'offesa dei due precedenti, appena abortiti. Detto, fatto, designato... quello che da subito era apparso il migliore salvatore della patria regionale possibile, per un treno sbilenco avviato ormai su un binario morto; al termine del quale era aperto un baratro, tomba definitiva di tutte le porcherie nate e pasciute sul territorio nel corso di decenni. E gaudio fu, per un solo giorno.
La prima cosa che era saltata subito in cronaca era il fatto che questo esimio professore era sotto schiaffo per presunte agevolazioni in concorsi universitari e in spintarelle poco eleganti per promozioni e avanzamenti di suoi sodali. Pare che le inchieste sul suo operato siano in via di archiviazione, che non è proprio un'assoluzione ma un rinvio alla Storia... di cui si perderà traccia in breve tempo. Per chiunque osteggiasse la sua nomina sarebbe stato gioco facile tirare in ballo la faccenda, non come accusa specifica ma come punto interrogativo permanente. Una spada di Damocle virtuale che gli avrebbe reso la vita difficile.
A salvarlo pare sia intervenuta la di lui signora che, con un rifiuto alla papa Celestino, aveva declinato la possibilità di trasferirsi nel capoluogo calabro. Su questo rifiuto sono state disegnate vignette, create battute, ipotizzate ipotesi... Tutto senza conferma alcuna, salvo il rifiuto netto. Uno dei molti casi che confermano che dietro ogni uomo, per grande appaia ai più, vigila e impera una donna. Grande o meno, è scelta soggettiva.
Ab ovo, questa benedetta scelta di un predestinato è ancora in itinere, un cammino lento che sa di maratona, senza uno striscione di  traguardo che ne indichi la fine.
In diverse occasioni quello striscione è sembrato prossimo ad essere tagliato, poi ogni volta un altro appariva più avanti. Nomi, chiacchiere, illazioni e illusioni... tutto sembra contribuire a mantenere un'aura di mistero su quello che sarà il predestinato. 
C'è quasi la stessa attesa che dicono ci fosse per il Re d'Israele, quel Messia annunciato da profeti e veggenti; il quale, tanta fu l'attesa, che non venne neanche riconosciuto, se non da una dozzina di persone, che accettarono il suo messaggio e se ne fecero portatori verso il resto del mondo.
Ecco, la Calabria avrebbe bisogno di un Messia... i missionari, africani e non, sono stati divorati dalle belve locali. Un Messia che godrà di onori e deferenze, entrerà in quella terra non a cavallo di un asinello ma a bordo di un blindato, tra gli osanna del popolo e l'obtorto collo dei maggiorenti. Un Messia che sia conscio che nel suo futuro c'è una croce e che su quella croce finirà inchiodato. Che sulla sua strada troverà un console (romano, tanto per cambiare) che, in caso di fallimento della missione, di lui se ne laverà le mani...
Con il popolo che continuerà a mugugnare e i maggiorenti a sogghignare.

Il Messia è arrivato, tal Guido Longo, definito super-poliziotto, uomo delle istituzioni, possibile salvatore della terra calabra. Non è calabrese, è siciliano di Catania, e presenta un curriculum di tutto rispetto. Nonostante ciò è stato bene accolto, perlomeno ad uso dei media, dalla classe dirigente della Regione, in primis dal facente funzioni.
Si sa che per far camminare il ciuco servono un bastone e una carota.
Nello specifico, visti i pregressi, Longo può essere visto (rispettosamente) come il bastone.
La carota? In simbiosi con la nomina di Longo, la regione Calabria da rossa che era dalla mezzanotte sarà arancione. Il cambio di coloritura non cambierà di molto la vita dei cittadini, ma è stata presentata come una vittoria dell'establishmen, ancora furente per l'appaiamento con regioni come il Piemonte e la Lombardia, le quali chiaramente non avevano nessun titolo da opporre al rosso fiamma assegnato.
Da rosso ad arancione, un salto di qualità importante, che ha come base miglioramenti visibili e tangibili nella gestione sanitaria delle Regioni promosse. La Calabria, rossa da venti giorni e in profondo rosso da oltre dieci anni, in una ventina di giorni, orfana di commissario, ha fatto il miracolo di dipanare nodi irrisolti, che apparivano irrisolvibili senza un intervento divino. Che è arrivato nella veste del Messia... quando questo intervento appare superfluo, superato.
A cosa serve un commissario alla sanità in una Regione che con un gioco di prestigio ha risolto in pochi giorni i suoi problemi? Possibile che siano bastate un paio di tendopoli militari, con destinazione anti-Covid, a risanare tutto? Altri cambiamenti non ce ne sono stati: i contagi, nello stesso periodo, hanno continuato a salire, e i decessi pure; non ci sono risposte alle richieste di verifica di sospetti positivi; gli ambulatori per altre patologie sono tuttora interdetti; i medici di base brancolano nel buio alla ricerca di dritte precise per la gestione dei pazienti, per quanto di loro competenza; i posti letto ci sarebbero, ma mancano i letti; le apparecchiature di pronto intervento sono tuttora obsolete... È vero, la migrazione sanitaria verso altre Regioni è cessata... ma perché queste, vuoi per loro propri problemi causa l'emergenza vuoi per sicurezza, hanno sospeso le accettazioni per ricoveri, visite e analisi.
Se uno fosse maligno, il pensiero correrebbe alla massima do ut des, io do se tu dai in una traduzione casereccia: il governo offre l'agognato arancione, in cambio cessa l'astracismo verso l'eletto, che peraltro ha tutte le carte in regola per ben operare; il governo salva la faccia, nello specifico piuttosto annebbiata, il facente funzioni pure, il popolo si calma, un capro (per ora non espiatorio) si presta all'olocausto... 
Molto diverso sarebbe stato il risultato di fronte ad un do ut facias, avrai se fai, sempre in casereccio.
Appunto: intanto, con la carota di una promozione colorica, il ciuco arranca. 
Il bastone... verrà poi.