lunedì 28 novembre 2022

A un anno che se ne va

Per questo fine anno ho avuto due sorprese. 

La prima, oserei dire la più inattesa, è la conferma che questo anno  ̷m̷a̷l̷e̷d̷e̷t̷t̷o̷ benedetto, incredibilmente, forse sta arrivando alla fine. Credo che in passato un anno così  ̷o̷d̷i̷a̷t̷o̷  disamato non ci sia mai stato, perlomeno da quando il tempo viene calcolato in anni. L'augurio che corre in giro per il mondo è che quello a venire sia migliore; che poi, non dovrebbe sforzarsi molto per esserlo...
Succede che con il crescere degli anni (solo di quelli) lo scorrere del tempo appaia sempre più veloce. 'Sembrava' sempre più veloce: quello che sta per defungere è stato un anno lungo, neanche paragonabile ad alcuno dei precedenti; e neanche alla fame, che si usa a raffronto come misura di lunghezza dello spasmo. Di solito i festeggiamenti per la dipartita del vecchio si fondono con quelli per l'anno ormai in  dirittura d'arrivo, che con gli accidenti in corso, fa presagire poco di buono. 
Credo che il 2022 riceverà tante di quelle  ̷m̷a̷l̷e̷d̷i̷z̷i̷o̷n̷i̷  benedizioni che in nessuna religione conosciuta siano mai state emesse.

La seconda sorpresa è stata l'uscita di un libro che avevo avuto la possibilità di leggere, in bozza, alcuni mesi fa. Lo avevo visto più che altro in funzione tipografica, puntando a segnalare piccoli errori di battitura, accentazioni ritenute errate, punteggiature da riposizionare, qualche termine con migliori applicazioni.
Leggendolo, appunto in bozza, col fatto di avere avuto più occhio al testo grafico che al contenuto in sé, mi aveva dato l'impressione di una stesura destinata a chi mastica di filosofia e dintorni. Quindi lontano almeno le classiche mille miglia dai miei interessi di lettura.

L'Autore è conosciuto più che altro in ambito locale, ma ha ricevuto riconoscimenti sia fuori regione che all'estero per altre sue pubblicazioni.
Che sono due: Zeig la prima, un lungo racconto distopico, con un personaggio che attraversa, nel corso del libro, due dimensioni contrapposte, dove in una regna un ordine ferreo che robotizza gli abitanti, mentre nell'altra il disordine li porta a una forma di pazzia senza freni.
Il suo secondo libro, Oltrepassare, è una disamina impietosa di quanto di peggio il progresso ha compiuto nei luoghi in cui è nato e vive. Una denuncia romanzata, ma neanche troppo, dei danni provocati dalla cementificazione selvaggia di un paese marino, nonché del male fisico portato in zona da un paio di fabbriche che, portando ricchezza, hanno fatto rilevare in maniera drammatica l'acuirsi di malattie, in particolare tumorali, in una zona prettamente agricola, che in precedenza viveva la nascita, la vita e la morte solo come eventi naturalmente succedanei e affatto influenzabili da fattori esterni.
Nella sua prima opera l'Autore scrive da autore, un racconto dall'esterno, descrive luoghi e personaggi in maniere asettica, non intromissiva, un romanzo a tutto campo. Nel suo secondo libro si presenta come voce narrante, interviene da dietro le quinte, anche qui presentandosi come regista, suggeritore, cronista di quanto avvenuto nel tempo nel suo proprio paese.

In questa sua recente opera, Martino Ciano ha lasciato cadere i veli, presentandosi di persona, nella classica prima persona al singolare, che accantona l'anonimato per raccontare un passato e un presente e un futuro che non danno spazio ad altro se non a ricordi appositamente creati e descritti. In una maniera assolutamente viscerale, quasi vivisezionando la sua mente e il suo corpo, dando l'impressione di una follia... ben diversa da quella che comunemente è detta pazzia. 
La vera sorpresa l'ho avuta quando, comprato il libro, lo avevo riposto, convinto com'ero di averlo già letto, per la cui ri-lettura mi sarei preso tutto il tempo, magari tenendolo in serbo per le previste giornate di pioggia e maltempo tempestoso, che mi avrebbero costretto allo stacco delle linee elettrica e telefonica, che in un passato recente mi avevano fulminato tutto l'ambaradan tecnologico. Poi la curiosità aveva preso il sopravvento: la visione di un libro in bozza è un invito, neanche tanto tacito, alla lettura del libro vero, quello fresco di stampa, rilegato, copertinato... il libro ha un sapore e un profumo diversi da quelli offerti da un insieme di fogli A4, tenuti uniti da una pinzettata angolare.
Ritenevo, nell'acquisto, di trovarmi fra le mani un qualcosa di dèjà vu, o meglio di dèjà lu, per di più di lettura recente, quindi potenzialmente noiosa. Invece...
In una giornata di sole, sbrigate le consuete faccenduole, nell'arco della giornata mi sono letto tutto il libro; letto in maniera ingorda, con l'unica pausa del pasto, che in tempi andati era invece occasione di proseguimento di letture nuove o iniziate. Una stupida abitudine (dovuta alla solitudine dei pasteggi ante-matrimonio, nei quali avevo il 'vizio' di abbinare ai piatti, sempre, una lettura; qualsiasi, di un quotidiano o di un libro o di una corrispondenza) che mia moglie aveva subito stroncato minacciando danni fisici e, prima di questi, uno sciopero di letto che, in sostanza, diceva: tu mi dai (attenzione ai pasti) e io ti dò (attenzione a letto). Avevo ceduto alla 'violenza'...
 
Questo di cui vado a dire è un lungo racconto, di cui l'Autore offre da subito una mappa, mettendo in guardia il lettore già in premessa, avvertendolo su quanto andrà a leggere:

AVVERTIRE PER SOVVERTIRE 
"Ogni contraddizione è voluta. Ogni errore è voluto. Ogni descrizione è evanescente. Ogni malvagità è ricercata. Ogni parola è una bugia. Questo è il racconto di una mente confusa, quindi vera, eterna, libera di falsificare, di contraddirsi, di amare, di uccidersi, di non ricordare, di omettere, di colpevolizzarsi, di essere, di non essere. Tu, lettore, sei autore e spettatore quanto me".

Sembra un promo, un originale lancio di promozione, una specie di modo di dire per attirare lettori. Invece è una vera e propria premessa/promessa, che il testo mantiene. 
Elevata a potenza... 
E infatti, in un lungo soliloquio fa entrare tutte le 'qualità' annunciate, e altre ancora, che forse ha voluto tenere in serbo come sorpresa direi natalizia, visto che ormai ci siamo sotto. Ma non c'è alcuno spirito betlemmiano in questa storia, anzi...
Presentandosi in prima persona ha potuto evitare il refrain su fatti e personaggi di pura fantasia, quindi assolutamente casuali, in caso di simiglianza con altre realtà ricorrenti.
Soliloquio, senza capitoli, senza sottotitoli, senza occhielli che diano la possibilità di trarre qualche respiro, indurre a pur brevi soste. Cinque soli capoversi, i classici punto-e-accapo, danno una breve tregua a una lettura che ammalia, fino all'epilogo, tenuto volutamente separato a conclusione di una storia che altrimenti non concede respiro. Epilogo diviso dal testo originario, staccato da questo da una intera pagina bianca, a indicare una conclusione che mitiga un pochino la crudezza di tutto il racconto.
Nel corso della storia l'Autore bestemmia e prega, uccide, confessa e ritratta, riconfessa e ancora ritratta... alla fine non si riesce a capire chi sia morto e chi abbia ucciso chi. Senza che nulla arrivi ad essere granguignolesco, in una forma che sa di noire, ma affatto classico.
C'è anche la parte sensuale, in cui c'è chi della copula ha fatto punizione e chi della stessa ha fatto espiazione. E non manca la scoperta di una nudità vista non tanto come fatto fisico, religiosamente  peccaminoso, quanto come uno spogliare/sfogliare il proprio intimo, quello più profondo, quello che neanche a se stessi si vorrebbe mai mostrare.
E, buon ultimo ma sempre immanente, c'è Thomas Bernhard.
Un Autore che il nostro Autore ama, di cui ha letto tutte le opere e che qui è presente quasi senza mai apparire, persecutore e nel contempo maestro, faro, guida, in un percorso che porta il Nostro alla scoperta di un  essere-non-essere, di un vivere-non-vivere, di un morire-non-morire, che riporta, quasi a forza, alle domande che da millenni ci ossessionano: chi siamo veramente e perché pensiamo di essere, quando in realtà (forse) non siamo?
Nascere, vivere, morire: è tutto vero, o ci siamo creati un itinerario obbligato per giustificare in qualche modo la nostra presenza qui sulla Terra?
L'Autore non dà risposte, si limita a buttare il velato interrogativo, lasciando al lettore il tentativo di risposta. 
Come premesso/promesso in apertura. 

mercoledì 9 novembre 2022

Sarò breve...

Un piccolo guaio sanitario aveva richiesto un controllo ecografico, un ecoaddome completo. Impegnativa, fila allo sportello ticket per prenotare. Se ne sarebbe parlato l'anno prossimo, da febbraio in poi.
Troppo, per un esame di cui non puoi mai sapere in anticipo l'esito.
Alternativa? A pagamento.
Ricerca di uno studio privato, telefonata per prenotare: tre-giorni-tre.
Lo specialista contattato? Lo stesso dell'ospedale.
Fatto l'esame, esito immediato, con sarebbero 20 € in più, senza sarebbero 20 € in meno.
Dove il con e il senza non si riferiscono all'uso o meno del preservativo, ma alla signora Iva; che lo dico a fare, non la Zanicchi, ma l'Imposta sul Valore Aggiunto.

Una settimana dopo: richiesta gastroscopia, alla ricerca di un apparentemente piccolo guaio cardiaco che aveva coinvolto anche la parte digerente. Impegnativa, prenotazione al solito sportello, incredibilmente a tre giorni dopo.
Esame fatto, con sedazione totale: risultano alcuni polipetti. Prelievo bioptico, l'esito dopo un mese.
Il ritiro del referto era risultato più difficile del previsto, per via di un infermiere che, forse a causa di corna sue, non voleva saperne di dare il cartaceo. 
Avuto questo, consegnato con la grazia che avrebbe un elefante imbizzarrito, frenando la voglia di mandarlo a quel paese, avevamo chiesto di parlare col dottore per avere lumi sul referto appena ricevuto. Il dottore non può: fare impegnativa e prendere appuntamento.
Medico di base: stupito, aveva compilato l'impegnativa per una visita gastrologica. Ignaro dei tempi di attesa aveva messo il termine per la visita entro i trenta giorni (si era raccomandato: trenta, non uno di più altrimenti l'impegnativa scade).
Sportello ticket: visita prevista per fine febbraio 2023.
Un po' troppo. Memore dell'ecoaddome appena effettuato, avevo richiesto se quel medico avesse uno studio privato. Non risulta, ma è possibile anticipare l'incontro, pagando il ticket per una visita intra moenia, dentro le mura nella traduzione letterale.
Riepilogo: martedì 8 ritiro esame, il giorno stesso (accantonata la previsione per febbraio) eravamo tornati all'ambulatorio. Stesso strano infermiere: in un primo momento aveva dato l'impressione di volerci sbattere giù dalla finestra, sentita la richiesta per la visita veloce, era rientrato nello studio e... il dottore dice che va bene per giovedì 10, alle ore 12.
Ottanta euro, con la signora Iva compresa, per sentirsi leggere e spiegare il cartaceo appena ritirato.

Aggiornamento: dalle ore 12 previste siamo finiti alle 13,30; cinque minuti per dire che non c'è da preoccuparsi, che quei polipetti sono provocati dall'assunzione di specifici medicinali, che non sono tra quelli di possibile trasformazioni tumorali. Cura di pillole per un paio di mesi, pausa, riprendere e tornare per controllo tra sei mesi circa. Fine dell'avventura... per ora.

Commento: non ho nulla contro la sanità privata... fino a che è di supporto a quella pubblica. Sono d'accordo sulla necessità di assunzioni di medici e paramedici nel pubblico, visto che tra baronati, chiusure di plessi ospedalieri, pensionamenti senza sostituzione, e quant'altro sta mandando in malora un servizio sanitario che per decenni è stato fiore all'occhiello di una Repubblica altrimenti allo sbando. 
In una Regione che, fatti i bandi per nuove assunzioni, questi vanno letteralmente deserti, per cui si ricorre all'assunzione di medici cubani per far fronte a un'emergenza sanitaria che è ormai tragica. Con costi presumibilmente altissimi per una Regione che, a causa di politiche criminali, si trova con un deficit sanitario spaventoso, a fronte di disservizi che forse neanche nel Terzo mondo.
Bene, ritengo semplicemente immorale, sulla base dei due esempi esposti, che questa sanità privata sia esercitata dagli stessi professionisti che operano nel pubblico, lautamente retribuiti, fatto il confronto con gli stipendi, e ancora di più con i salari, correnti nel resto della popolazione. I tre mesi, i sei mesi e più di attesa per una visita (magari per un controllo che potrebbe essere vitale) gridano vendetta e incitano al vituperio di una classe medica che dovrebbe essere modello di rettitudine.
Diogene è morto da un pezzo, avendo finito l'olio della sua lanterna, e quanto a Ippocrate qualcosa mi dice che non sia in buone condizioni. Ucciso dagli stessi che su di lui giurano e spergiurano.

mercoledì 19 ottobre 2022

Diciannove

'Diciannove' non è un freddo numero, anonimo, non è un numero qualunque. È una seconda decina mancata, incompleta, incompiuta.
Il diciannove è una pietra.

Oggi il 19 è una pietra storica... 

Nei giorni scorsi si è aperta la 19ª legislatura della Repubblica italiana e il fatto che sia comunemente indicata come "XIX Legislatura" riporta a un periodo in cui i numeri romani erano un completamento dell'anno solare, via via abbinati a questo come sigillo di una situazione ormai stabilizzata; i modi in cui questa stabilizzazione avvenne sono noti a tutti. 
A buona parte ignoti, da altri volutamente ignorati, da altra parte accantonati, da altra parte ancora mai rinnegati. Per una piccola minoranza quel lungo periodo fu il meglio che una Nazione potesse avere.
La storicità di questo numero, per come scritto in omaggio a consuetudini radicate, è stata confermata da un passaggio di consegne che, da solo, rende chiara un'assenza di sensibilità umana e politica che è un insulto alla già scarsa credibilità e dignità della politica stessa.
All'apertura della nuova legislatura la parte "vincente" ha imposto alla seconda carica dello Stato un fascitoide conclamato, non un neofita con la mente imbottita di una ideologia presentata come toccasana per un Paese in pre-fallimento. Il prescelto è uno che, oltre a non rinnegare il suo passato, di questo fa apertamente bandiera, arma comiziale per ricevere adesioni e applausi e voti.
Forse questa scelta sarebbe passata inosservata, anche perché l'alternativa avrebbe potuto essere quella di un personaggio molto chiacchierato, sia sul piano politico che su quello giudiziario, ancora di più sulla sua storia di vita personale. Quindi anche in quel caso la credibilità e la dignità della politica ne sarebbero state, comunque, ulteriormente pugnalate.
Forse la scelta del soggetto destinato a divenire presidente del Senato sarebbe passata, come già detto, inosservata, se non fosse stato noto a tutti che il passaggio del testimone era affidato dalla prassi a una persona che, per forza di età e di storia personale, sarebbe stata deputata all'apertura della legislatura in quel ramo del Parlamento.
Una persona con una Storia assai diversa da quella del senatore designato, anzi letteralmente agli antipodi. Nominata senatrice a vita, l'opposizione alla sua investitura era venuta dai sommi capi di due formazioni politiche; gli stessi che l'hanno "costretta" a offrire il prestigioso scranno a un individuo che offre tutti i motivi per ritenere questa XIX Legislatura un ritorno a un passato vergognoso.
Il fatto che su 200 senatori, ciascuno potenzialmente eleggibile, la scelta sia caduta proprio su questo personaggio dà alla nuova legislatura un'impronta chiaramente specifica.
Questo inizio della 19ª è una pietra, lanciata a futura, ulteriore, vergogna della nostra Storia.

Il 19 è una pietra tombale...

Era il 19 di giugno quando Angela aveva lasciato questo mondo, alle 7 del mattino, forse per non essere d'intralcio al traffico quotidiano che di lì a poco avrebbe preso il via.
Il giorno prima aveva compiuto gli anni... Se ne fosse andata due giorni prima, di lei si sarebbe detto che era prossima ai 72 anni, una 72enne che non aveva terminato del tutto il suo percorso. 
Così, invece, era in regola: aveva completato i suoi 72 anni, tondi, senza mesi o giorni in avanzo.
Circa un mese dopo l'intervento che ce l'aveva restituita, ufficialmente non più senziente, era venuto in camera il primario della struttura riabilitativa in cui era ricoverata, con il codazzo di assistenti, infermiere, portantini (così come ben raccontato da Sordi, primario della clinica Villa Celeste; peraltro senza gli eccessi comici di quel film) e l'aveva salutata con un affettuoso: 
"Come va oggi la nostra Angiolina?". 
Lei non aveva accettato quella confidenza e, freddamente, aveva risposto: 
"Angela, mi chiamo Angela, non amo i diminutivi!". 
Il primario aveva incassato e portato a casa. Noi eravamo rimasti con la lacrima asciutta agli occhi per una reazione che ci aveva, insperatamente, fatto sperare. Si era acceso un cerino, che ci aveva dato luce e calore per la possibilità balenata di un ritorno prossimo a realtà precedenti. Non andò così, era stato un falò di foglie secche, ma il ricordo di quella risposta così netta, così convinta, addolcisce ancora oggi le amarezze degli anni successivi e, infine, della sua partenza.
Negli anni precedenti, molto precedenti, ci si trovava talvolta a fare quei discorsi che (forse) si fanno tra innamorati. Ci chiedevamo a vicenda cosa avremmo fatto se lei od io fossimo morti, lasciando l'altro/a in vita. La risposta reciproca era che subito dopo avremmo seguito chi per primo avesse lasciato questo mondo. Discorsi infantili, da sciocchini innamorati, da piccioni che tubavano ignorando il tempo che passava. 
Quando aveva chiuso gli occhi per non riaprirli più io non c'ero; non potevo esserci perché, non per mia volontà, la stavo quasi per precedere in quell'ultima camminata. Poi mi sono ripreso, acciaccato ma vivo: non ho mantenuto quella "promessa" che ci eravamo fatti tante volte, non l'ho potuta mantenere perché altro mi tiene ancora legato a questa terra, e mi piace pensare che lei abbia capito e perdonato.

Il 19 è una pietra miliare...

Una di quelle pietre che indicano, in progressione, quanto percorso si è fatto su una ipotetica strada, verso un punto di arrivo del quale si è certi, ma di cui non è possibile sapere il 'quando' sarà raggiunto. Sulle antiche pietre miliari, nate in epoca romana, era indicata, a ogni miglio, la distanza dall'Urbe e il totale del cammino fatto per avvicinarsi a questa città. Era l'epoca della Roma caput mundi, che ha lasciato nei cittadini romani (con l'Italia appresso a questi) la credenza che essa sia ancora tale; e l'incuria ormai congenita della città viene quasi ritenuta retaggio del passato storico come a noi tramandato. Da salvaguardare, quanto e più dei reperti che la rendono unica a livello mondiale.
La mia pietra miliare è più concisa, non come me quando scrivo qualche riga di testo: indica solo il cammino percorso, non dà indicazioni su quanto manca all'arrivo.
E oggi, 19 di questo mese di ottobre, mi comunica che sono arrivato a un punto avanzato del cammino verso il traguardo. Ci fu un'epoca in cui questo punto di arrivo era prefissato all'anno 2000, per me e per molti miei coetanei; sembrava talmente lontano nel tempo, da apparire irraggiungibile.
È una pietra miliare un po' sbilenca, e non potrebbe essere altrimenti, ma riesce a stare ancora ritta, e già questo è un risultato inatteso, quasi una sorpresa visto quello che ho passato nel frattempo.
Mi ci siedo sopra e non guardo più al futuro, guardo indietro: la strada percorsa, nei ricordi, mi sembra breve, tanto questi sono ancora vivi. I ricordi sono la mia forza, qualunque siano, dolci o amari, lieti o tristi, dolorosi o gaudiosi.
Ho iniziato la mia vita tra anziani sconosciuti, a loro sconosciuto a mia volta: loro abbandonati, io pure. Non erano in grado di capire chi fosse e cosa ci facesse tra loro quel piccolo moccioso frignante; da parte mia non avevo la capacità di ritenere la vecchiaia un fatto anomalo nel piccolo mondo in cui ero stato accolto. Loro ed io, insieme per un atto di carità.
Non posso dire se la mia infanzia (e la seguente adolescenza) sia stato un periodo felice: fino a una quindicina d'anni non ho avuto un metro di raffronto diretto con quello che era a tutti gli effetti un mondo esterno, lontano, sconosciuto, eppure così prossimo. Per toccare con mano, per vedere, per capire quanto fosse diverso ho dovuto arrivare nei pressi della maggiore età; ed erano passate le prime venti miglia.
In quegli anni di 'domicilio coatto' sono stato calzato, vestito e pasciuto quel tanto sufficiente alla copertura dei piedi e del corpo, nonché al riempimento di uno stomaco sempre affamato. Inoltre mi sono stati insegnati due mestieri, uno lasciato a favore del secondo, che dava più certezze.
Il primo, mestiere finito, lo avevo accantonato per le poche possibilità che offriva in vista di una vita indipendente e dignitosa: lavoro sì, molto e richiesto, ma avevo preso atto che, con quanto avessi guadagnato, a malapena sarei sopravvissuto una settimana, in mesi che già allora di settimane ne prevedevano almeno quattro. 
Così, di punto in bianco, avevo lasciato quella prima scelta, accettando di restare ancora in stato coattivo il tempo per apprenderne un altro. Che è quello che mi ha poi consentito di camminare, abbastanza spedito, sulla via che mi era stata indicata da un sistema educativo ampiamente religioso, ma che non rinnegava la praticità di una vita manuale che desse da vivere. 

Oggi sono orgoglioso di ogni anno vissuto, di tutti e di ciascuno rivivo i ricordi; di questi sorrido, mi emoziono, sovente mi commuovo, talvolta mi irrito per situazioni che mi avevano fatto alterare in passato... Ho fatto tutto quello che destino mi ha invitato a fare, visto che di programmato non c'era nulla. Con un rimpianto: di non avere potuto studiare per mancanza di possibilità oggettive.
Oltre il mestiere, appreso per sopravvivere, nella vita ho imparato ad apprezzare alcune cose che, con i ricordi, sono la mia ricchezza personale, con un valore che non ha prezzo e non ha mercato.
Ho imparato che la gratitudine è un sentimento da stampigliare nel cuore e nella mente: a suo tempo ho avuto senza chiedere, e, in seguito, nessuno di coloro che mi hanno aiutato nella crescita ha chiesto di ricambiare quanto datomi.
Ho imparato che l'amore è vero quando ci si trova nella condizione di sapere che non è, non può essere, ricambiato. Negli ultimi cinque anni della sua vita, mi sono reso conto di amare Angela forse più che nei circa quarantacinque precedenti: quando credevo di avere la certezza che lei non fosse più in grado di capire, di ricambiare quell'amore. Per tanti anni avevo amato il suo corpo, in quell'ultimo periodo so di avere amato la sua anima. E la sua assenza mentale non mi era di peso... c'era lei, e tanto mi bastava.
Ho imparato a vivere con ironia, pur non avendo un passato giovanile che la giustificasse. Ironia, quasi mai sarcasmo; questo dedicato alle prepotenze, alle violazioni del vivere civile, purtroppo frequenti a tutti i livelli del quotidiano.
E ho imparato a pedalare in bicicletta, e a nuotare: ho pedalato per 81 anni, ho nuotato sempre in stile libero, pedalando e sbracciandomi in acque non sempre pure, talvolta melmose, altre letteralmente putride... credo sia ora di cominciare a nuotare supino, ferme le braccia e le gambe, fissando l'azzurro del cielo, quando tale sia. 
E quando scenderà la notte cercherò nel cielo buio una stella pulsante, che mi porterà a sussurrare un sostantivo che in questi tanti anni di vita non ho mai potuto usare: mamma!

Senza fretta, però: ho atteso l'evento per tutti questi anni, non mi dispiacerebbe aspettare ancora per almeno altrettanti, rinunciando ai canonici 'cento' che sono base di augurio per ogni compleanno. Credo che la vita sia bella finché è vissuta; non sono un patito dell'eternità, anche perché, parafrasando il Magnifico, dell'Aldilà non v'è certezza...  

martedì 4 ottobre 2022

Historia triste di parcheggi 1982/2022

Questo è un post un po' (tanto) anomalo. Non parla di racconti ameni, di commento a letture, di ricchi premi e cotillons, ma di un evento ancora in corso che mi trova coinvolto, pur essendo lontano dai miei interessi personali. È il racconto di un atto di prepotenza stupido, gratuito, foriero di sviluppi non prevedibili. Quindi chi dovesse malauguratamente leggere questo resoconto lo faccia con un occhio benevolo verso un vecchio imbecille che invece di stare bello bello in giardino o in cammino sul lungomare si fa carico di una grana che non gli appartiene. Grazie.

Prima di addentrarci nel racconto dettagliato dei fatti inerenti il titolo è opportuna una premessa. 

Premessa
La legge Ponte n. 765/67 aveva stabilito che nelle nuove costruzioni fossero riservati appositi spazi destinati a parcheggio, in misura non inferiore a 1 mq per ogni 10 mc di costruzione. Dal 1° settembre 1967 tutte le nuove costruzioni, per ottenere il provvedimento edilizio, avrebbero dovuto obbligatoriamente prevedere queste aree. Le successive modifiche apportate dalle leggi 17/85 e 122/89 avevano confermato l'indirizzo della precedente citata.
Per quello che riguarda il palazzo di cui parlerò, nato nell'82, cresciuto e pasciuto negli anni successivi, quella legge non è più richiamabile, poiché ormai prescritta. 
Stavamo passando un periodo di relativa tranquillità condominiale, quando...

I. - Misteri misteriosi
Per capire meglio quello di cui si parlerà, inserisco una planimetria, leggendone i dati.

All'art. 3 del regolamento di condominio si legge: "I diritti di ciascun partecipante sulle cose comuni sono espressi in millesimi nelle tabelle allegate al presente Regolamento di Condominio".
Del sub 22 dirò più avanti, il sub 35 riguarda il corridoio di accesso all'androne, le scale e i diversi pianerottoli di accesso alle singole abitazioni. Il 33 è riferito all'attività commerciale.
Tutti i sub del piano terra e di questo primo piano risultano assegnati in ciascuna ripartizione delle tabelle millesimali.
Quasi tutti: infatti dei sub 20 e 21 non risulta traccia in nessuna delle 15 ripartizioni. Eppure c'è la certezza visiva che esistono, sono calpestati ogni giorno...

Ci viene in aiuto il frontespizio delle tabelle millesimali, al secondo capoverso della parte "2 -  Descrizione dell'edificio". Da cui si evince che le due particine ignote sono presenti alla voce "Le parti comuni sono costituite da":


Oltre alle ovvie parti dell'unica entrata dal palazzo, delle scale e di quanto ad esse collegato, anche la sub 21 risulta 'parte comune' del condominio; che, tornando all'art. 1 (Parti comuni) recita: "Sono di proprietà comune ed indivisibile ed inalienabile fra i proprietari di tutti gli appartamenti e dell'unità commerciale".
La sub 19 risulta assegnata a un appartamento del secondo piano, forse regolarmente rogitata e inserita nei millesimi della stessa. La sub 20, indicata come posto auto, risulta inserita nelle parti comuni; diciamo che non ha una paternità definita. Anche qui, questa, ha suscitato in passato blande polemiche, accantonate per quieto vivere.
Nella distinta di specifica della planimetria, relativamente alle sub in cui si legge, qui malamente: la 20 posto auto scoperto, la 21 AREA URBANA. La prima l'ho capita, la seconda meno, anzi proprio no. Anche la 22, nella striscia di specifica (del 1° ottobre u.s.) risulta come area urbana, pur essendo stata fagocitata dall'attività commerciale... 



Ed è proprio la sub 21 l'oggetto principale di questa chiacchierata. Infatti da 40 anni a luglio scorso, quindi addirittura da prima della vicenda raccontata nel capitolo precedente, questo spazio è stato a disposizione di chi, chiunque, riuscisse a trovare un posto dove sostare o parcheggiare, senza avere mai suscitato recriminazioni da parte di alcuno dei condomini che in questi decenni se ne sono serviti. A nessuno è mai venuto in mente di sentenziare "questo posto è mio" manco si trattasse della corona reale del 'guai a chi la tocca!'.
Questo fino al pomeriggio del 24 settembre scorso, quando il figlio del costruttore ha deciso che questo spazio era suo, e che era sua intenzione piazzare un fittone metallico per indicare l'esclusività di quel parcheggio, a favore di una famiglia cui ha affittato l'appartamento di sua proprietà. Al timido accenno che forse non poteva fare quell'operazione senza avere perlomeno consultato l'Amministratore, era esploso con fare minaccioso, invitando espressamente alla denuncia legale. E aveva completato l'esproprio. Così, rendendo il posto auto inagibile, dopo i 40 anni di uso comune, ininterrotto e mai contestato. Di fatto rompendo quella quiete già citata, con il risultato che con la smossa delle acque, si raccoglierà qualunque cosa venga a galla.

Pare che prima di procedere avesse interpellato un altro condomino, offrendogli il posto auto rimasto, avendo tra l'altro già acquistato un secondo fittone in modo da chiudere i due posti a loro esclusivo uso; sempre con la ferma convinzione del "questo e mio e lo gestisco io". Il condomino, dubbioso, che peraltro sarebbe stato interessato, aveva rifiutato invitandolo a informarsi bene prima di mettere in atto l'opera.
E, parlando di parcheggi, non poteva non tornare in campo la vicenda dei posti auto nel cortile interno. Che, salvo ripensamenti dell'espropriante attualmente improbabili, sarà accorpata all'intervento legale su questo maledetto sub 21.
Nel frattempo era intervenuto l'Amministratore che, con decisione autonoma vista come atto dovuto, dice di avere inviato una diffida, con sollecito alla rimozione di quanto installato senza la preventiva approvazione della dell'assemblea; il cui parere negativo sarebbe stato  comunque (ma anche qui, forse) scontato.

Sotto la macchina nell'immagine a destra è posizionato il fittone segnaposto, ovviamente abbassato e non visibile. Nello spazio libero, secondo la versione del soggetto sarebbe possibile attuare l'offerta al condomino, da questi rifiutata.
Era intervenuto il padre, a sua detta ignaro delle intenzioni del figlio che, sempre a suo dire, lo avrebbe sconsigliato. Un modo un po' ambiguo di prendere le distanze; infatti aveva dichiarato di essere stato avvisato dalla figlia di quanto il fratello stava già facendo. In realtà, non essendoci molto traffico in giro, si sa che lui in prima persona si era recato da un pensionato suo parente per invitarlo a procedere alla installazione del blocca posto.
Per poi avanzare successivamente l'ipotesi di conferma della chiusura del secondo posto auto, "fermo restando il passaggio pedonale per l'ingresso al palazzo stesso".
Verrebbe da dire "bontà sua!... Chiaramente ci sarebbe il posto per un'autostrada con transito di Tir...

Ecco, siamo alla fine del racconto. Verrà quanto prima indetta un'assemblea che all'ordine del giorno, presumibilmente al primo punto, vedrà l'affidamento a un legale, in vista del ricorso a un giudice per far rimuovere l'abuso e, ma questo la controparte ancora non lo sa, per riesumare il diritto al posto auto dei condomini nel famoso cortile interno. Ci sono buone possibilità che andrà deserta, ovvero che affiderà a deleghe il disbrigo della faccenda.
Tra indifferenti, partigiani, non interessati, quasi sicuramente mancheranno i millesimi necessari per la validazione della stessa; ovvero che i millesimi dei contrari superino quelli dei favorevoli all'affidamento legale della cosa.
Siamo un Paese in cui l'evidenza della ragione non è sufficiente ad ottenerla. Ci sono paletti para burocratici che alla fine l'avere ragione,pur con tutte le pezze di appoggio, diventa un'utopia. 

II. - Così è, che piaccia o meno

Nella fase della vendita delle singole abitazioni, a far data dal 1982, forse anche per il fatto che queste venivano acquistate da persone non residenti, quindi in presenza sporadica, il problema dei parcheggi non era stato preso nella dovuta considerazione. Così come venne trascurata l'obbligatorietà, ope legis, dell'assegnazione obbligatoria di un posto auto a ciascun atto di compravendita.
A parte il fatto che del rispetto del dettato le autorità preposte al rilascio della concessione edilizia se ne erano fatte allegramente un baffo...
Il proprietario, da parte sua (al di là dell'inadempienza dell'obbligo) assicurava i nuovi acquirenti sulla possibilità di parcheggio in tutta la lunghezza della linea stradale che costeggiava l'edificio. Inoltre erano disponibili due posti auto nel piccolo piazzale di accesso all'entrata del palazzo. 
Il costruttore si era riservato un ampio locale a piano strada che comprendeva per intero la stessa linea stradale, in attesa di una destinazione d'uso ancora da definire. (Questo tratto di strada/parcheggio verrà indicato al sub 22, che all'atto della creazione delle tabelle millesimali fu accreditato, appunto, alla destinazione d'uso, definita come attività commerciale). 
Chiarita la destinazione finale, un posto di ristoro, si era presentato il problema di sloggiare da quella linea di parcheggio gli altri proprietari, in modo da avere libero accesso al locale e dare uno spazio di sosta ai clienti dello stesso.
Aveva quindi proposto, il titolare di quell'attività, a tutti gli interessati di parcheggiare in un cortile interno, sul retro di un panificio adiacente, di sua proprietà. Proposta a livello verbale, accettata sulla parola fino al 1° ottobre 2001.
Nella prima assemblea condominiale del 25/03/2001 veniva costituito il Condominio. Nella stessa veniva programmata l'emissione delle Tabelle millesimali e del Regolamento. Nelle more, veniva stabilito un periodo ponte in cui le quote condominiali sarebbero state suddivise pari quota per ciascuna e tutte le unità del palazzo.
A quella data risale infatti la costituzione ufficiale del Condominio, cui venne data l'intestazione del costruttore e proprietario dell'attività commerciale.
Le tabelle e il regolamento videro la luce il 1° ottobre dello stesso anno. Le prime redatte da un tecnico di fiducia del costruttore, e il secondo a norma dell'art. 1138 c.c. in sede assembleare. In quella prima assemblea condominiale fu proclamato presidente lo stesso costruttore/proprietario, che con gli altri condomini presenti, appose la firma di visione, approvazione e accettazione in ogni foglio dell'elaborato, di quanto era sancito nello stesso.
In quel regolamento, all'art. 1 vennero indicate le parti comuni del palazzo, tra le quali fu espressamente indicato, in chiusa del comma a) "... e il cortile interno adibito a parcheggio".
Per rimarcare meglio che sul do ut des in atto non ci fossero dubbi, all'art. 2 era specificato che "L'area prospicente l'unità commerciale è di proprietà dell'unità commerciale".
Il che aveva portato all'art. 6 che, al comma 1. specificava: "Ad ogni unità abitativa è assegnato un posto auto nel cortile interno. Il possesso di più autovetture non dà diritto... È vietato il parcheggio a mezzi di misura e portata superiori alla definizione comune di 'autovettura' o che comunque rechino pregiudizio alle manovre o agli spazi di parcheggio dei singoli condomini".
Allo stesso art. 6 comma 3.: "È consentito il ricovero (nella zona di disimpegno dei garages) di cicli e motocicli dei condomini, nel rispetto degli spazi di manovra entrata/uscita dai box di proprietà o da manovre di emergenza o servizio".
Quindi dalla proposta verbale antica si era passati allo scripta manent qui citate, che di fatto hanno creato una servitù sul cortile interno a favore delle unità abitative del caseggiato.
Diritto cancellato unilateralmente pochi anni fa, col passaggio della gestione del forno alla figlia del proprietario. Unilateralmente e in modo affatto lecito: la differenza tra la parola e lo scritto sta, appunto, nel fatto che verba volant (le parole volano, soprattutto se non si è 'di parola', come s'usa dire), mentre, sempre appunto, le scripta manent (lo scritto resta, a meno di accordi che ne revochino il valore; e sempre che tutti gli interessati accettino tale cancellazione). E la figlia aveva chiuso il cancello, facendoci parcheggiare solo chi le aggarbava, o per simpatia o anche solo perché clienti assidui del forno ormai suo.
Per il classico quieto vivere, nessuno si era presa la briga di protestare più di tanto per questo sopruso. E i proprietari di appartamenti di quel complesso si arrangiarono, chi trovando posto lungo la strada (mai davanti al ristorante), chi altrove, dove non so.
Certo, visti svariati precedenti (il ministro che firma un decreto legge in piena notte, salvo ritirarlo l'indomani giustificandosi con il fatto di avere firmato senza averlo letto; ovvero il parlamentare che si era trovato "a sua insaputa" proprietario di un attico prestigioso nel centro della capitale; ovvero ancora quell'alto prelato che aveva proceduto alla ristrutturazione di altrettanto attico vista Vaticano, ignorando che i soldi spesi provenissero dalle casse del noto ospedale per bambini della capitale...), nel nostro piccolo il diretto interessato potrebbe (potrà?) giustificarsi dicendo di avere firmato poiché gli fu chiesto di firmare, senza avere ben capito cosa andasse a firmare. E, in caso di contestazione, qualunque giudice darebbe (darà?) atto alla sua buona fede, dando sentenza di cancellazione degli articoli incriminati... Forse.
Il quieto vivere è stato interrotto da un intervento del figlio del costruttore, strano nelle modalità dell'esecuzione e nelle sue motivazioni e nella sua prepotenza. 
Peraltro, quando si muove la fanghiglia non è detto che spuntino solo innocui ranocchi; talvolta vengono alla luce cose che si credevano sepolte o che erano state volutamente ignorate. Appunto per quieto vivere.



Il mio guaio è di essere un bilancino, infatti in tutto il palazzo sono l'unico a non essere interessato alla vicenda. A cavallo degli anni novanta mi sono fatto un parcheggio tutto mio, togliendo un po' di spazio al giardino, entrambi con accesso diretto dall'abitazione. Inoltre a suo tempo, con l'alloggio, avevo acquistato un box dove, stringendosi un pochetto, ci potevano entrare un paio di utilitarie. E nonostante ciò, sono e sarò sempre in primissima fila per ottenere giustizia. Dice un antico e poco noto adagio: se pesti la zampa al gatto, non ti lamentare se lui caccia le unghie.    

mercoledì 21 settembre 2022

Un commento per due letture

Avevo visto la 'promo' di questo libro da qualche parte, forse su Facebook o forse direttamente su Amazon, mentre ordinavo un altro testo.
Confesso che non sono molto amante della poesia, non quella in volume, in cui il poeta riversa il suo spirito, le sue sensazioni, i suoi sogni, seguendo un filone da cui difficilmente scantona. Ad esempio, leggendo Foscolo o Leopardi sarà raro riuscire a trovare qualche virgola che non trasudi una visione cupa di tutto il creato. Preferisco, anche di questi, la poesia tronca, fine a se stessa, separata da tutto il resto.
In un primo momento, vedendo la copertina e il titolo di Faccio bei sogni - Dieci anni dopo, avevo pensato a una raccolta di poesie e la cosa non mi aveva eccitato più di tanto. Il bimbo in copertina, il palloncino verso il cielo blu, l'invito del titolo e l'occhiello di apertura  mi avevano fatto ritenere, appunto, che di poesie si trattasse.
Però, conoscendo il modo di scrivere di Gramellini, avevo messo da parte il dubbio ed avevo acquistato il libro, direttamente su Amazon. Come da qualche anno, ho preferito il testo su e-book: veloce la ricezione, più comodo, più portatile, più pratico nella lettura, senza necessità di segnalibri per ricordare il punto preciso di sosta. E, alla lunga, più economico; che, per un malato di lettura congenito quale sono, ha un suo buon peso.
Non ci avevo messo molto a rendermi conto che non di una raccolta di poesie si trattava, ma di un romanzo a tutto tondo, come peraltro segnalato in copertina e a cui non avevo dato peso. 
Un romanzo che sa molto di autobiografia, con l'uso stabile della prima persona e lo svisceramento di sensazioni intime che portano, appunto, a ritenerlo una forma di confessione di una parte della vita dell'Autore.
In tutto il testo è immanente la figura della madre, persa in un'età che lascia in un adolescente una traccia dolorosa, una ferita, difficili da ignorare. Non ci sono "bei sogni" nella vita del protagonista, anzi i sogni finiscono per essere trasferiti nel suo quotidiano, con ombre del passato che continuano a scorrere, insistenti soprattutto sui momenti più tragici della sua esistenza, nel suo vivere appena post infantile.
Lacrime, nel testo, non ce ne sono molte visto il genere trattato. E quelle poche sono ammantate da un'ironia appena velata, quella che rende la sofferenza ancora più dolorosa, nel vano tentativo di soffocare l'urlo di protesta verso un mondo crudele e cattivo e indifferente.
Mi ha commosso, questo romanzo, per le molte affinità ivi riscontrate con quella che fu la mia vita, in particolare quella parte precedente la maturità; che è ancora da venire... è il Godot che mi perseguita.
Non credo che l'Autore, che apprezzo in particolare proprio per la vena solitamente ironica dei suoi interventi giornalistici, abbia bisogno di questo mio modesto commento per incrementare la diffusione di questa sua opera. Per cui, senza scopo di lucro, posso dire apertamente che è un bel romanzo, che merita la lettura, e che l'amarognolo che lascia nel lettore è dovuto esclusivamente al fatto di trovarsi coinvolto in una vicenda così intima da risultare specchio di tante inquietudini che si preferisce tenere segrete nel timore di giudizi negativi. Che non si è sempre pronti ad accettare.

Finita la lettura avevo, alla voce "recensioni" dato  un parere più che positivo, direi entusiasta; con poche parole (ebbene, sì, ero riuscito ad essere conciso!). Poi l'occhio era scivolato a "Dello stesso autore" e avevo appreso dell'esistenza di un "Fai bei sogni" che aveva preceduto quello di cui ho appena detto. Dieci anni prima...
In fatto di libri non tentenno, per cui l'ho subito ordinato, sulla base del fatto innegabile che se questo 'secondo' testo mi aveva emozionato, quanto meno dal 'primo' avrei ricevuto la stessa goduria.
Ed ecco il commento a quest'altro:


Ho visto la 'promo' di questo libro su Amazon, mentre commentavo "Fai bei sogni - Dieci anni dopo".
Confesso che non sono molto amante della poesia, non quella in volume, in cui il poeta riversa il suo spirito, le sue sensazioni, i suoi sogni, seguendo un filone da cui difficilmente scantona. Ad esempio, leggendo Foscolo o Leopardi sarà raro riuscire a trovare qualche virgola che non trasudi una visione cupa di tutto il creato. Preferisco, anche di questi, la poesia tronca, fine a se stessa, separata da tutto il resto.
In un primo momento, vedendo la copertina e il titolo di Faccio bei sogni, avevo pensato a una raccolta di poesie e la cosa non mi aveva eccitato più di tanto. Il bimbo in copertina, il palloncino verso il cielo blu, l'invito del titolo mi avevano fatto ritenere, appunto, che di poesie si trattasse.
Però, conoscendo il modo di scrivere di Gramellini, avevo messo da parte il dubbio ed avevo acquistato il libro, direttamente su Amazon. Come da qualche anno, ho preferito il testo su e-book: veloce la ricezione, più comodo, più portatile, più pratico nella lettura, senza necessità di segnalibri per ricordare il punto preciso di sosta. E, alla lunga, più economico; che, per un malato di lettura congenito quale sono, ha un suo buon peso.
Non ci avevo messo molto a rendermi conto che non di una raccolta di poesie si trattava, ma di un romanzo a tutto tondo, come peraltro segnalato in copertina e a cui non avevo dato peso. 
Un romanzo che sa molto di autobiografia, con l'uso stabile della prima persona e lo svisceramento di sensazioni intime che portano, appunto, a ritenerlo una forma di confessione di una parte della vita dell'Autore.
In tutto il testo è immanente la figura della madre, persa in un'età che lascia in un adolescente una traccia dolorosa, una ferita, difficili da ignorare. Non ci sono "bei sogni" nella vita del protagonista, anzi i sogni finiscono per essere trasferiti nel suo quotidiano, con ombre del passato che continuano a scorrere, insistenti soprattutto sui momenti più tragici della sua esistenza, nel suo vivere appena post infantile.
Lacrime, nel testo, non ce ne sono molte visto il genere trattato. E quelle poche sono ammantate da un'ironia appena velata, quella che rende la sofferenza ancora più dolorosa, nel vano tentativo di soffocare l'urlo di protesta verso un mondo crudele e cattivo e indifferente.
Mi ha commosso, questo romanzo, per le molte affinità ivi riscontrate con quella che fu la mia vita, in particolare quella parte precedente la maturità; che è ancora da venire... è il Godot che mi perseguita.
Non credo che l'Autore, che apprezzo in particolare proprio per la vena solitamente ironica dei suoi interventi giornalistici, abbia bisogno di questo mio modesto commento per incrementare la diffusione di questa sua opera. Per cui, senza scopo di lucro, posso dire apertamente che è un bel romanzo, che merita la lettura, e che l'amarognolo che lascia nel lettore è dovuto esclusivamente al fatto di trovarsi coinvolto in una vicenda così intima da risultare specchio di tante inquietudini che si preferisce tenere segrete nel timore di giudizi negativi. Che non si è sempre pronti ad accettare.

Chi amabilmente mi segue avrà avuto un sussulto, un certo disappunto, un commento tipo "Povero gatto, purtroppo è alla frutta, era tanto bravino ma l'età comincia a farsi sentire".
Che è lo stesso disappunto che ho provato io alla lettura di questo primo/secondo libro sull'augurio di fare bei sogni. Fino dall'inizio del primo capitolo, esteso poi alla ri-lettura di tutto il libro alla ricerca di qualcosa che ne dicesse la singolarità. 
Intanto il copia/incolla dei due miei commenti giustifica il titolo di questo post "Un commento per due letture", affatto casuale.
In effetti nella lettura dei due libri non c'è un prequel o un sequel: "Dieci anni dopo" è un reboot di "Fai bei sogni", detto più terra-terra un testo talqual. Ancora più terra-terra, di un copia/incolla che mi ha lasciato perplesso, né più né meno del disappunto suscitato dal mio commento a entrambi.
Salvo leggeri aggiustamenti, travasi da un capitolo all'altro, termini cambiati dal singolare al plurale, qua e là tagli di qualche capoverso... l'accorpamento di due capitoli che hanno fatto sì che il "Fai bei sogni" primigenio chiudesse al 33° capitolo, mentre al "Dieci anni dopo" la simiglianza cessasse al 32°. Ridiventando 33 con l'aggiunta di un nuovo capitolo e dell'epilogo a chiudere. Non meno piacevolmente godibili di quanto sarebbe stata la lettura di uno soltanto dei due testi.
Conclusione: chi avesse perso il primo non lo stia a prendere, legga solo il secondo. Chi ha letto il primo non stia a prendere il secondo: vada in libreria, legga a sbafo il 30° capitolo e il prologo e la soddisfazione sarà la stessa. Entrambi, letti singolarmente non richiedono il supporto l'uno dell'altro, né la degustazione ne uscirà falsata. 

sabato 10 settembre 2022

Ricordando dieci anni or sono

Non che il passato fosse migliore del presente, ma in questo presente è necessario distaccare ogni tanto la spina, raccogliendo dal passato qualche attimo di non-pensiero, concedendosi il lusso di un'assenza mentale, poiché a strizzare troppo il cervello questo, alla lunga, potrebbe stroppiare.

... e il naufragar m'è dolce in questo mare (non sempre)

... e mi son preso una secchiata mica male

Un po' di riposo, in effetti, ci poteva stare

Non solo computer, anche faccende di casa

Avevo toccato una presa... non avrei dovuto

Ero quasi andato... anzi fuso

Non mi restava che pregare...

... li avevo pregati tutti, senza riscontri

Avevo iniziato a preoccuparmi

Per giorni a bagno, sperando che nessuno tirasse lo sciacquone

Appunto, solo questo chiedevo...

Ero schiacciato da un peso un po' strano

Alla fine un po' di luce

Beh, per come tira il vento...

In generale, a chi lo merita... e non sono pochi.

sabato 3 settembre 2022

Cronaca della serie "oggi ci siamo, domani chissà"

Parlare di gas di questi tempi non è un discorrere originale.
Ne parlano tutti, ne parliamo tutti. 
Fino a ieri in fila alla posta, nell'anticamera del medico, in coda alla farmacia, gli 'attacca bottone' più gettonati erano il tempo, la pandemia, la guerra, la politica: da un po' si attacca bottone parlando di bollette, di quella del gas in particolare. Seguiamo le oscillazioni della Borsa ad Amsterdam, il prezzo del gas sale e le bollette seguono a ruota; il prezzo a megawattora scende ma le bollette restano invariate; sappiamo le quotazioni di mercato, quando a malapena conosciamo i metri cubi dei nostri consumi medi. Delle bollette ci interessa la cifra da pagare, il resto, per noi ignoranti, è fuffa. 
È il mercato dell'economia, quella cosa oscura di cui si capisce poco/niente all'ingrosso, ma quel poco è sufficiente a mandare in crisi Paesi interi, mettere in ginocchio continenti adusi ad un'abbondanza, a un 'troppo', che era ritenuto intangibile.

Poi ci sono le fughe. Le fughe di gas. Le senti nell'aria e ti allarmi, non pensi alle bollette, non pensi a quanto quelle fughe peseranno sulle prossime... Non pensi ai Putìn, all'Europa, al grano che manca...
Pensi ad altro: a case sventrate, a palazzi distrutti, a vite spezzate, a vigili del fuoco, ad ambulanze... alle indagini per cercare di capire come e perché questi eventi siano successi. Quando tutto è finito.

Da poco più di una settimana, uscendo al mattino in giardino sentivamo odore di gas. Da dove provenisse l'effluvio non era possibile saperlo, anche perché il fatto strano era che dopo poco spariva, e fino al mattino successivo non c'era più traccia; qualche volta si ripeteva alla sera, con le stesse modalità.
Di primo acchito avevamo pensato a qualche accensione di caldaia, tutte esterne come da disposizione di legge, per via della sicurezza. Avevo sentito, in merito a queste, che nell'attimo prima dell'entrata in funzione della scintilla piezoelettrica, una piccola dose di gas si diffonde nell'aria disperdendosi rapidamente al minimo accenno di brezza.
Avevo accantonato il problema, preso atto che, non sentendone accennare dagli altri condomini, probabilmente sarei stato il solo ad allarmarmi.
Però... ho un brutto difetto: io, a tempo perso, penso. C'è chi dice 'troppo', ma è un vizio congenito, quasi impossibile da svellere.
Quindi: se davvero si fosse trattato di una caldaia difettosa, o di un residuo di fiamma della stessa, avrei dovuto sentire il tipico olezzo da molto tempo prima, forse da sempre, da quando il palazzo si era collegato al metano; se da pochi giorni mi solleticava le narici, pur se in modo così anomalo nei tempi, qualcosa non quadrava. 
Il metano ti dà una mano, dicevano; ma se quella mano ti accarezza va bene, se va giù pesante c'è la possibilità che non il costo della bolletta ti stenda, ma un cumulo di macerie.

Bolletta, numero verde dedicato al pronto intervento; risponde dall'Italia, chiamata registrata per evitare scherzi da prete e individuare eventualmente lo scherzoso che scherzasse, tempo un'ora e il tecnico verrà a verificare.
Tempo un'ora, aveva detto la speaker... Beh, non so i secondi ma il sessantesimo minuto lo aveva spaccato, che manco i treni quando c'era Lui...
Aveva scaricato dal furgone, bianco con un delicato logo sulle portiere a indicare la specialità dell'intervento, un borsone, attrezzature varie, chiavi inglesi.
Nei dintorni il deserto, solo l'essere pensante, già pentito per una richiesta che forse si sarebbe rivelata fasulla.
Si era fatto raccontare come-quando-perché avevo deciso di chiedere la sua consulenza, e aveva subito iniziato ad operare. Dal mio contatore.
Dopo averlo annusato tutto intorno con una specie di sondino metallico collegato a una scatola nera dotata di un piccolo monitor e una fila di led lampeggianti, lo aveva letteralmente sventrato, aveva infilato un tubicino di gomma nelle due aperture create e aveva letto i dati ricevuti da quell'assaggio.
L'aggeggio si era messo a pigolare furiosamente... speravo fosse un segnale di 'negativo', e non osavo chiedere nel timore di avere una risposta inversa. 
Un po' come quando si fa un ecocolordoppler e l'apparecchio continua ad ansimare seguendo il flusso sanguigno, e viene da pensare alla prossima fine; poi il medico posa il sensore e dice che tutto va bene, premurandosi di precisare che tutto va quasi bene, che bisogna smettere intanto di fumare, di mangiare grassi (saturi, in particolare, ma anche con gli insaturi è meglio andarci cauti; e subito pensi a google che, paternamente, ti chiarirà le differenze), la necessità di fare almeno un po' di esercizio fisico...

Si era fatta quasi ora di pranzo, e aveva chiesto di spegnere tutte le manopole del gas. Avevamo chiuso quelle della cucina che, in effetti, erano in funzione. La caldaietta era già spenta dalla primavera scorsa; col fatto che abbiamo i pannelli solari per l'acqua calda, questa fa da supporto solo nei cambi di stagione inverno/primavera ed estate/autunno. L'autunno e l'inverno sono bene coperti dal termocamino, sia per l'acqua calda che per il riscaldamento.
Diagnosi definitiva: c'era una perdita a valle del contatore, per cui era necessario chiuderlo, sigillarlo e provvedere all'individuazione della perdita. No, lui non poteva andare oltre; se la perdita fosse stata dal contatore o a monte di questo il suo intervento sarebbe stato immediato. Così, invece, dovevamo contattare un tecnico che avrebbe provveduto a trovare e riparare la dispersione. Però, attenzione, non un idraulico sciuè-sciuè: doveva essere abilitato a intervenire, poiché in seguito avrebbe dovuto compilare i moduli richiesti per la riattivazione dell'impianto; e ai moduli doveva allegare i dati dell'impresa, sì da consentire la validazione dell'attività.
Avevo avuto fortuna: la pasta e ceci per il pranzo era già fatta, per il secondo due fettine abbrustolite nel fornetto elettrico, insalata verde e pomodori, uva. Per la sera, un paio di pizze avrebbero salvato anche la serata; neanche da andare lontano, visto che la pizzeria è nel palazzo...
Avevo tentato di convincerlo che, se perdita era, doveva trattarsi di cosa minimissima, visto che le bollette del gas, le mie bollette, sono costantemente basse, compresi gli ultimi bimestri, causa per altri di alti lai e qualche imprecazione. Avevo avanzato l'ipotesi di non usare il gas e nel pomeriggio stesso avrei provveduto alla sistemazione dell'impianto.
Niente da fare, aveva mandato immagini dal tablet e dal cellulare, con il rapporto di quanto effettuato. 
Non avevo chiesto il suo nome, ma avevo tirato a indovinare: Eligio, sono sicuro che si chiamasse. 
Anzi, È-ligio.

Non doveva essere giornata: anche il contatore della pizzeria, adiacente al mio, disperdeva gas. Il blocco del contatore avrebbe costretto l'esercizio alla chiusura, e non è alle mie pizze che pensavo, ma al danno economico che ne sarebbe derivato al ristorante.
Nel frattempo, spuntato dal nulla, si era formato un capannello. Il caso mio, ormai, era chiuso, ma tra titolare dell'esercizio, suo padre, gestori del locale, qualche cameriere, i vicini, tutti a invocare da È-ligio una mano sul cuore, a proporre quello che già avevo proposto per me: niente da fare. Lo avevano implorato quasi a mani giunte, non mi stupirei che avessero pure tentato di corromperlo... Era stato inflessibile: chiuso e sigillato, senza pietà.

Tra gli astanti c'era stato uno scambio di informazioni in merito agli olezzi di gas percepiti. 
Due donne, una anziana e chiaramente suonata, l'altra mentalmente giovane, direi letteralmente infantile, che come riempitivo delle giornate chiacchierano per ore da un balcone all'altro (casualmente proprio sullo spiazzo dei contatori), si erano fatte sfuggire che l'odore del gas lo sentivano dall'inverno scorso; la giovane, che parcheggiava davanti ai contatori, ogni volta che prendeva o lasciava la vettura era infastidita da quel puzzo. Da quasi un anno, le due linguacciute avevano sentito odore di gas e, anziché dare l'allarme, lo avevano ritenuto, che so, peto di piccioni o gabbiani...
(Qui, il narrante è costretto ad autocensurarsi: gli insulti, le offese, quasi le mani addosso, non sono riportabili in un blog che della moderazione ha fatto virtù precipua. Ma il tragico è che, nonostante le sue benedizioni, le due avevano continuato a sorridergli e raccontare della loro imbecillità, forse divertite da quelle sue uscite estemporanee: o a lui o a loro manca, evidentemente, qualcosa).

Di fronte, al di là di un piccolo parcheggio per due vetture, c'erano altri due contatori, di una bifamiliare adiacente il nostro palazzo; nella quale abita anche la donna quasi giovane, testè malmenata. Da uno dei due impianti fuoriusciva gas. Però a monte del contatore, per cui È-ligio era intervenuto a sanare il danno.
Aveva dato le dritte per ottenere la riapertura degli impianti: visita del tecnico (abilitato, mi raccomando), riparazione, compilazione delle carte. Avendo queste in mano, chiamare lo stesso numero verde, dare le informazioni richieste e... o lui o un altro, sarebbero intervenuti a dissequestrare i due peccatori.
Pur condividendo l'ambascia dei ristoratori, ciascuno avrebbe dovuto pensare per proprio conto alla sistemazione della vicenda, al meglio e nel più breve tempo possibile. Così, già nel pomeriggio mi ero subito dato da fare: avevo chiesto a colui che a suo tempo aveva fatto l'impianto di conduzione del gas al domicilio, di venire appena possibile a risolvere il problema. Aveva mandato immediatamente un suo operaio, che aveva individuato la perdita, riparata con un paio di giri di chiave a pappagallo. Era nel collegamento alla caldaietta, dove, a causa forse del caldo o dell'inutilizzo, una stramaledetta guarnizione di gomma si era ammosciata, allentando il bullone di tenuta.
In serata avevano compilato le carte, l'indomani ero andato a ritirarle direttamente nell'ufficio, poiché tra l'altro, era indispensabile presentare gli originali.
Avute le carte, avevo chiamato il numero verde memorizzato, risponde dall'Italia ecc. e... no, signore, questo numero vale per il pronto intervento, per la riattivazione deve chiamare quest'altro numero, sempre verde. Fatto: risponde dalla Bulgaria, nome/cognome del titolare dell'impianto, dati del tecnico che ha provveduto alla riparazione, ha tutte le carte? Bene, entro 24 o 48 ore verranno a togliere i sigilli e a riattivare la fornitura; buongiorno.
Vista la precisione del primo intervento, ci eravamo attrezzati per affrontare tutte le 48 ore di no-gas. 
Il mattino successivo, invece, verso le otto e qualcosa, aveva chiamato il tecnico per avere le dritte per arrivare da noi. Dopo mezz'ora era arrivato. Solito furgone bianco, stessa dotazione di arnesi. Si era diretto verso i contatori con me appresso, per indicargli quale fosse da riattivare; e... c'era puzza di gas.
Glielo avevo fatto notare e lui: eh, un po' rimane sempre.
Un-po'-rimane-sempre? Uno sano, due bloccati alla fonte e... 'un po' rimane sempre'? Dopo quasi tre giorni di quarantena?
Devo smettere di pensare...
Non aveva chiesto, come pensavo, le carte prima di intervenire; era andato dritto al contatore, aveva strappato i sigilli, aveva scattato fotografie, aveva fatto le prove col sondino termometrico e solo dopo aveva preso visione delle scartoffie: altre foto, foglio per foglio, firme sul tablet (che se mai venissero sovrapposte per verificarne la simigliarietà, darebbero un mosaico pompeiano che solo un bravo egittologo saprebbe interpretare)... Le carte in cartella, grazie e buongiorno.

Ero a posto. Almeno spero.
Il ristorante, evidentemente, aveva avuto problemi a trovare il tecnico riparatore, per cui la riattivazione era arrivata il giorno successivo. Ma avevano continuato a cucinare, forse ricorrendo a una bombola, dopo aver cambiato gli ugelli della cucina.

Tre contatori, su cinque, puzzolenti: una bella media, in vista di una possibile esplosione.