giovedì 11 giugno 2020

Dialoghi di primavera

Nei ricordi di antico studente, brillano le dieci giornate di Brescia, le cinque di Milano, le quattro di Napoli... tutte giornate calde, anzi, per chi le ha vissute, bollenti.
Nel mio piccolo attuale mi sono ritrovato con un paio di giornate che, fatte le debite proporzioni, forse non sono state bollenti, ma intriganti sì. Molto intriganti.
È arrivato il tempo di alcuni controlli della mia carcassa umana. A dire il vero quel tempo era arrivato tre mesi fa, quasi quattro.
Essendo l'unico mezzo che mi consente di stare in piedi, per quanto possibile (cioè sempre...) seguo le indicazioni dei vari meccanici che ci mettono mano.
Tre mesi fa, quasi quattro, mi era stato programmato un 'piccolo' intervento; il giorno stabilito era il 12 di marzo. Esami di laboratorio pronta cassa, si trattava di andare all'officina medica in cui ero stato prenotato. Il 7 dello stesso mese era scattato il "fermi tutti!" che aveva limitato un po' tutte le attività; negli ospedali e ambulatori non le aveva limitate, le aveva letteralmente bloccate. Intervento sospeso, chiamata un paio di giorni prima, esami da mettere in naftalina. Se ne parlerà più avanti... forse.

Visite, interventi, esami non urgentissimi... alt a tutto; unico sentiero rimasto aperto, e anzi, col passare dei giorni, divenuto autostrada, quello del virus, entrato nelle città e nelle famiglie come sgradito ospite, e lì tuttora vivo, anche se (forse) meno vegeto. Il fatto che, come ospite, dopo tre giorni puzzasse non lo ha convinto a sloggiare.
A scaglioni, la cosiddetta normalità sta ricominciando a circolare... e si vede.
Gli incidenti, stradali e sul lavoro, sono all'ordine del giorno; i pusher hanno nuovamente messo in circolo la merce, pare con offerte promozionali per rimettere in cammino il loro carrozzone, inceppato ma mai totalmente fermo; la malavita ha ripreso a macinare pizzi e omicidi e violenze; i posti di parcheggio nelle città, in questi mesi in fermo immagine permanente, adesso con un po' di fortuna qualcuno si trova...
E gli ospedali si riaprono ai comuni mortali, a quelli non covid; il rischio è quello di trovarsi le nuove scadenze tutte accavallate in un lasso di tempo che non darebbe neanche il tempo di respirare.
Sto cercando di organizzare, per quanto di mia competenza, la sequenza degli eventi.
Intanto mando un fax di prenotazione per una visita di controllo, in un ospedale parecchio fuori porta. Avevo telefonato in maggio ed era tutto fermo, lunedì avevo tentato con poca speranza che le cose si fossero normalizzate; invece l'ambulatorio era stato riaperto, non c'erano tempi sicuri, perché "come sa... mandi comunque il modulo di prenotazione, chiameremo noi in base alla disponibilità".
Fax inviato.
Si tratta di un esame molto specifico, con tempi di attesa prima, durante e successivi allo svolgimento che sono un domino millimetrico. Se ne parlerà a settembre, penso... se tutto, ma proprio tutto, andrà bene.
Ho firmato un contratto (unilaterale) per vivere in eterno, quindi mese più mese meno non dovrebbe fare differenza... Io rispetto i contratti, bisogna vedere se la controparte Nonsochi accetta di rispettarli...
Di poi gli esami di laboratorio; buona parte sono gli stessi per ogni patologia, ma alcuni sono specifici alle singole. Li ho raggruppati in unica impegnativa, in modo da evitare di ricorrere all'ambulatorio analisi a più riprese.
Primo nodo: visita al medico, come detto in un post precedente, è il nuovo medico di base, mai visto né conosciuto. Per trovare il suo ambulatorio mi affido a google. Orario di visite. martedì pomeriggio 16-18; un sole boia, entrate in sala d'attesa a due-tre per volta, altrimenti fuori, al sole, con un grosso platano che ombreggia l'altro lato della strada. Pare che il sole dia il fabbisogno giornaliero di vitamina D... di certo quei nanogrammi che dona li fa letteralmente sudare.
Ricette bianche, quasi un blocchetto per intero. Metto in conto di andare a fare gli esami giovedì, tanto c'è tempo.

Mercoledì: prima chiamata, dall'ospedale per l'esame uora-uora citato.
"Devo parlare col signor... ha mandato la prenotazione per una visita nel nostro centro; se le interessa potrebbe venire lunedì 15, alle 8,30".
"Non sarebbe possibile un po' più avanti, visto che non so se posso avere in tempo gli esami richiesti a supporto?".
"Vediamo... ci sarebbe venerdì 19 e, visto che viene da molto fuori può venire per le 9,20. Intanto mi dia il numero dell'impegnativa a completamento dell'avvio pratica...".
Andata anche questa, ma gli esami a questo punto diventano urgenti. E il medico mi aveva accennato alla possibilità che, in questo frangente covidico, sia opportuno prenotare, nel caso i prelievi fossero contingentati.
Subito dopo la comunicazione dell'impegno, provo a telefonare al centralino dell'ospedale; 'bussa' a lungo, nessuna risposta. Non è la prima volta, e continuo a chiedermi come sia possibile... ma evidentemente lo è.
Non è molto distante, ci vado di persona; si sono fatte le dieci, qualcuno all'ambulatorio dovrei ancora trovarlo. E quel qualcuno lo trovo, una delle infermiere addette ai salassi. Dà uno sguardo alle impegnative e... no, non è necessari prenotare, però il macchinario per questi esami è guasto, se ne parla settimana prossima... se il tecnico viene per venerdì.
Non posso parlare di pioggia sul bagnato, visto che a un fatto positivo risponde subito uno negativo.
Non me la sento di rinviare alla efficienza di chissachi questo prelievo; l'alternativa è andare (domani) alla sede Asl, una quindicina di chilometri fuori porta.
"Pronto, Asl? Dovrei fare un prelievo per esami ematici, è necessario prenotare?".
"No, può venire domani, digiuno, apriamo alle 8".
Vedrò domani.

Ancora mercoledì, oggi: al rientro, in tarda mattinata, squilla il telefono fisso.
Driiinnn, driiìnnn, driiinnn...
Una chiamata vibrante, vibrosa, virulenta ecc., quasi prepotente.
Una delle rarissime chiamate su questo numero, ai più sconosciuto, tenuto in piedi solo come supporto al computer. Non ha il "chi è", per cui quando rispondo metto avanti la diffidenza, affilata e affinata da anni di scocciature, da parte di operatori o venditori che cercavano di affibbiare le cose o i gestori più inverosimili, dalle mega offerte ai vini agli oli ai detersivi...

Un anno fa, in seguito a una telefonata da parte di Tim, ero caduto in una trappola da cui, forse, sto uscendo solo ora. 
All'epoca scadevano i due anni canonici dal contratto "in promozione", e Tim era passata a riscuotere il dovuto, doverosamente aggiornato, con aumenti ingrassati da quella che era definita "rimodulazione", con un salasso di circa il 50% in più. Una cifra che avevo ritenuto assurda, incompatibile con le mie tasche e soprattutto con il mio pur minimo senso commerciale. Tentativi di ottenere una riduzione, ripetuti e reiterati, in un misto di commoventi piagnistei diretti al mitico 187, alternati a "minacce" di cambio gestore: tutto a vuoto.
Tim cuore di pietra, Tim muro di cemento; questo è, se le pare; se non le paresse, può cambiare gestore quando vuole, grazie.
Per una strana coincidenza, nella tarda serata dell'ultimo tentativo, più o meno in questo periodo, avevo ricevuto una chiamata da Tim, che proponeva un contratto in promozione speciale, più che appetibile, la cui credibilità non dava adito a dubbi, visto che era Tim che mi chiedeva di restare con Tim. Unico prezzo richiesto, il cambio del numero di telefono e del nominativo dell'intestatario; stessa linea, stesso modem per adsl...
I dubbi sul messaggio, la stranezza di una "rimodulazione" favorevole, a fronte del consistente risparmio, erano state accantonati.
Detto? Fatto!
Nel giro di due giorni il numero vecchio era sparito ed era entrato in orbita il nuovo.
Fu il classico manzoniano "lo sventurato rispose", adattato al genere e al cretino che fui... 
Capitolo chiuso.

Il telefono squillava ancora, indefesso...
"Sììì...", rispondo apertamente seccato, facendo così capire di non essere disposto ad ascoltare boiate; nel caso sia qualcuno che conosco chiarisco il mio agire, e trovo sempre solidarietà.
"Buongiorno, è il signor... chiamo dall'ufficio amministrativo Tim per avvisarla che dalla prossima fattura, quella del mese di luglio, il suo canone subirà un ritocco...".
"Lo so, sarebbe previsto nel contratto, ma, visto che la parte precedente non è stata rispettata da Tim, immagino che questa, prevista in aumento, non sarà ignorata".
"Infatti volevo metterla al corrente del fatto che il canone è stato rimodulato - e daje! - e la chiamo per aggiornarla. Dunque, lei adesso paga più o meno 30 euro al mese, dalla prossima fattura ne pagherà 55... ma sarà per sempre, quindi avrà la garanzia di non subire ulteriori aumenti. Tra poco la chiameranno dall'ufficio rapporti con il pubblico, a cui potrà chiedere conferma o aggiornamenti in merito".
Cinque minuti, non uno di più...
"Pronto, buongiorno, qui è l'urp di Tim, una collega dell'amministrazione l'ha chiamata poco fa... ha bisogno di chiarimenti? Cosa le ha detto, in merito al nuovo canone?".
"Mi ha detto che dal prossimo mese saranno 55 euro/mese per sempre...".
"Ma non le ha detto che saranno 55 più iva? Il totale sarà di circa 67 euro. Comunque nel caso decidesse di cambiare gestore, conviene lo faccia entro il dodici di questo mese; così facendo eviterà le spese accessorie del cambio; nel caso decidesse di cambiare successivamente le saranno addebitati 186 euro. Veda lei cosa le conviene...".
Non l'ho insultato, la calma è virtù (dicono) dei forti...

Chiamo il 187, affilando i coltelli... Incredibilmente risponde in 2'53''... credo che domani nevicherà a livello mare...
"Buongiorno, sono Cristiano, in cosa posso esserle utile?"...
Col dente avvelenato che mi ritrovo, il fatto che costui sia cristiano mi lascia del tutto indifferente.
"Poco fa mi ha chiamato Tim sulla linea fissa e.... bla bla bla e ancora bla", gli dico tutto, senza insultare o caricare di miserie come il cuore suggeriva...
"Nooo, assolutamente, non è Tim che ha chiamato... si tratta di gestori disonesti che provano in tutte le maniere ad acquisire nuovi clienti. Tra poco la chiamerà qualcuno per fare un'offerta vantaggiosa, che lei magari accetterebbe a fronte di così assurde richieste spacciate per Tim".

Cinque minuti, non uno di più...
"Buongiorno, chiamo da parte di Vodafone per un'offerta personale, è interessato?".
"No, per ora non mi interessa, buongiorno".
Meno di cinque minuti...
"Pronto, buongiorno, chiamo dall'ufficio commerciale di Tim, per chiederle se da quello amministrativo le hanno comunicato le nuove condizioni di contratto in vigore dal prossimo mese...".
"Sì, mi hanno dato le nuove cifre... infatti sto valutando il cambio gestore".
"Ah, bene... e ha già in mente qualcosa? Nel caso decidesse le ricordo la scadenza del 12 prossimo per procedere al cambio senza costi aggiuntivi... Ha già un'idea del nuovo possibile gestore?".
"In effetti avevo pensato a Wind, per via del fatto che Fiorello mi è simpatico".
Risata quasi omerica, ma gli squilli continui me la fanno inquadrare come ghigno focomelico, tronco, mal rifinito...
I minuti viaggiano cinque a cinque... Una voce squillante di ragazza...
"Pronto, buongiorno, chiamo da Wind per un'offerta speciale... le proponiamo chiamate illimitate verso tutti, giga a volontà, mega super fibra... a 30 euro mese, per sempre".
"Mi sembra interessante, adesso vedo in casa... sa, la linea è intestata a mia moglie e, sa com'è, in casa comando io e faccio tutto quello che vuole lei".
Lo sa, risatina complice, si chiama Daniela e mi lascia il numero di cellulare per chiamarla direttamente in caso di scelta (a lei) favorevole.

Ci sto prendendo gusto, mi diverte questo gioco a rimpiattino... anche se un pochino mi dispiace.
Lo trovo un passatempo innocuo, ma il dispiacere è dovuto al pensiero che queste persone lottano per sopravvivere, e per farlo devono puntare su qualche dabben'uomo che abbocchi all'amo.
Forse più che il sollazzo di questa evoluzione mi eccita il fatto di essere oggetto di tante attenzioni dai parte così tante persone, ciascuna da uffici diversi. L'unica volta che ho provato questa sensazione, di attenzioni multiple verso il mio corpicino, è stato sul tavolo operatorio, con chirurghi, anestesisti, infermiere tesi a scrutare il mio interno per procedere ad una accurata bisturiazione di parti da eliminare. Anche se, lo confesso, queste presenze le ho solo potute immaginare visto che ero stato catalessizzato a dovere...
E comunque l'impegno degli addetti era durato una quattrina di ore... qui stiamo parlando di giornate intere.
Silenzio di squilli fino a notte, ma, se tanto mi dà tanto, domani sarà un altro giorno.
Masochisticamente quasi lo spero...

Giovedì, oggi.
Sveglia, digiuno, provette... tutto pronto; circa un quarto d'ora e siamo all'ambulatorio.
Strano, poco movimento.
Ticket per l'accesso, numero 94, ma le presente saranno meno di dieci, forse non hanno azzerato il display la sera prima. Presento le ricette...
"Mi dispiace, il macchinario è guasto...".
"Ma come è possibile, all'ospedale macchinario guasto, qui guasto... che è, un Covid dei macchinari?".
"No, il fatto è che i prelievi da qui li appoggiamo là, quindi è un unico macchinario che blocca tutte le operazioni. Provi settimana prossima. Buongiorno".
So che è una frase abusata, ma il buon giorno si vede dal mattino...
Rientro al nido, colazione e...
Driiinnn... driiinnn... driiinnn...
Lascio suonare, e suona a lungo. Sto leggendo le notizie del giorno, forse richiameranno.
Senza forse, ricomincia la musica di ieri. Altri squilli, tenuti in non cale...
Rispondo al terzo tentativo, sapendo già quello che sarebbe stato il tenore del colloquio.
"Buongiorno, chiamo da parte di Tim, volevo solo sapere se il mio collega ieri è stato preciso nella sua comunicazione... Sì, le confermo l'importo e le confermo l'invito per il caso volesse cambiare gestore di farlo entro il 12 giugno...", ecc.ecc.ecc.
"Stiamo valutando, penso che passeremo a Linkem, ho visto spot accattivanti in tivvù, se la copertura è buona... la tariffa lo è...".

Chelodicoafare: i soliti cinque minuti di pausa...
"Pronto, buongiorno da Linkem, può interessarle un confronto con gli altri operatori del settore per dimostrarle i vantaggi da noi offerti?".
Mento, sapendo di mentire:
"Guardi, io qui sono di passaggio, chi si interessa di queste cose adesso non c'è; non so l'orario di rientro, forse nel tardo pomeriggio, verso le 17 o le 18".

E per oggi, con il 'forse' in pianta stabile, la pace dovrebbe scendere fra gli ulivi. 
Pace solo telefonica, chiaramente, visto che un merlo è venuto a sbattere contro la vetrata del giardino restando tramortito sul terrazzo.
Dobbiamo correre in soccorso, prima che lo facciano i gatti che, come si sa, tendono a ricorrere subito con la rianimazione bocca-a-becco.

Buongiorno a tutti, da me, da Tim, da Vodafone, da Wind e da Linkem... per adesso.

Aggiornamento, alle 12 di oggi, giovedì: chiama Daniela di Wind.
Liquidata per scelte diverse.
Alle 12,30 chiama Antonio da Tim (con specifica 187), vuole conferma che abbia capito i termini dell'offerta Tim, giustificando la consistenza dell'aumento con i miglioramenti della rete, mi ricorda la scadenza del 12, precisando che la possibilità del cambio senza spese cessa alle 24 di quel giorno.
Ore 12,50, Linkem ha fretta, non ha potuto attendere il rientro del titolare, ci riprova: liquidata.

Un bel gioco è divertente se dura poco, se di più scoccia; ho iniziato la sanificazione.
Ho staccato il telefono, e conto di lasciarlo staccato fino alle 24 di domani, venerdì 12.

domenica 24 maggio 2020

Non è solo una poesia

Er gatto avvocato

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

,
La cosa annò così. La Tartaruga,
mentre cercava un posto più sicuro
pe' magnasse una foja de lattuga,
j'amancò un piede e cascò giù dar muro:
e, quer ch'è peggio, ne la scivolata
rimase co' la casa arivortata.

Allora chiese ajuto a la Cagnola;
dice: — Se me rimetti in posizzione
t'arigalo, in compenso, una braciola
che ciò riposta a casa der padrone.
Accetti? — Accetto. — E quella, in bona fede,
co' du' zampate l'arimise in piede.

Poi chiese: — E la braciola? — Dice: — Quale?
— Ah! — dice — mó te butti a Santa Nega!
T'ammascheri da tonta! E naturale!
Ma c'è bona giustizzia che te frega!
Mó chiamo er Gatto, j'aricconto tutto,
e te levo la sete cór preciutto! —

Er Gatto, che faceva l'avvocato,
intese er fatto e j'arispose: — Penso
che è un tasto un pochettino delicato
perché c'è la questione der compenso:
e in certi casi, come dice Orazzio,
promissio boni viri est obbligazzio.

Ma prima ch'io decida è necessario
che la bestia medesima sia messa
co' la casa vortata a l'incontrario
finché nun riconferma la promessa,
pe' stabbili s'è un metodo ch'addopra
solo quanno se trova sottosopra. —

Così fu fatto. Er Micio disse: — Spero
che la braciola veramente esista... —
La Tartaruga je rispose: — È vero!
Sta accosto a la gratticola... L'ho vista.
— Va bene, — disse er Gatto — nu' ne dubbito:
mó faccio un soprallogo e torno subbito. —

E ritornò, defatti, verso sera.
— Avemo vinto! — disse a la criente.
Dice: — Da vero? E la braciola? — C'era...
ma m'è rimasto l'osso solamente
perché la carne l'ho finita adesso
pe' sostené le spese der processo.

Ho titolato "Non è solo una poesia" quella che invece è, con una morale evidente: dagli avvocati mi guardi Iddio, che dai parenti, dagli amici e dai nemici mi guardo io. 


venerdì 10 aprile 2020

Caleidoscopio

Avviso ai naviganti: credo che sarà leggermente lunghetto. In altri tempi avrei detto: "Se avete altro da fare, fatelo, che non perdete niente". Oggi: "Visto che avete ormai esaurito quello che avevate da fare, avete letto tutti i libri in casa, tv e pc vi hanno stufato... riempite quei cinque minuti scoperti, senza impegno da parte vostra e con impegno relativo per la parte mia". Si tratta di un cronoracconto senza pretese... E, a modo suo, vuole essere un ringraziamento verso chiunque in questo periodo combatte contro un malanno misterioso e subdolo; questo post non ne diminuisce, anzi aumenta, l'ammirazione per le tantissime persone che lottano per noi, sovente a costo della vita.

Medico di base

Non è una fake news, una notizia falsa o un pesce d'aprile; e non sono io a scoprirla.
Da un po' di tempo (in realtà molto breve, senza bisogno di confrontarlo con l'eternità, che a molti pare lungo come quest'ultima, per una insofferenza innata e cronica alle costrizioni, quali esse siano), siamo ufficialmente nel guano, o letame che dir si voglia, o nella merda secondo la Treccani.
Una volta diramate le direttive, con restrizioni ai movimenti e indicazioni sull'igiene (concentrate soprattutto sul lavaggio delle mani e sui contatti corporali), a corredo di queste è stata fornita una scala di contatti sanitari, in cui il medico di base ha assunto un valore chiaramente definito da sempre, ma che il tempo e le tecnologie avevano diluito.
Il ruolo rivisitato pone il medico di base (ex medico di famiglia) proprio come base di una piramide, al cui vertice estremo si trova la sala rianimazione. A dire il vero quel vertice ha il suo apogeo in una sala mortuaria, ma quello non è oggetto di questo post.
All'esplodere della pandemia, le indicazioni di intervento avevano escluso da subito il ricorso diretto agli ospedali, in particolare ai pronto soccorso, e al numero nazionale di soccorso 118 (anche il 112, che avrebbe smistato a chi di competenza il problema da risolvere).
In prima battuta unico punto di riferimento è il medico di base.
È un po' il casa base del baseball, il noto e appassionante gioco tipicamente americano; casa base da cui si viene indirizzati una palla verso altre basi, che via via, nel caso nostro, diventano primarie nel prosieguo del percorso sanitario.
(Confesso: ho scritto 'appassionante' solo per far felici i lettori americani che un domani dovessero approdare su questo sito.
In realtà, ma parlo solo per me, di appassionante (o quantomeno comprensibile) trovo ci sia poco. In passato ho avuto modo di frequentare un giornalista veramente cotto per questo sport; bastava lanciargli la palla che lui, a mo' di battitore, scatenava la sua conoscenza enciclopedica su quello sport. Non si fermava fino a quando non riusciva a piazzare un fuori campo... che per chi lo ascoltava significava averle proprie piene.
Quando citava, e lo faceva spesso, Joe Di Maggio i suoi occhi brillavano come quelli degli scout quando citano Baden-Powell. Entrambi poco conosciuti, ma Di Maggio lo conoscevamo come marito di Marylin Monroe e pure perché col baseball aveva fatto un mucchio di quattrini, anzi di dollaroni, il che ci faceva riconoscere che in quella specie di sport qualcosa di buono doveva esserci.
Amava anche i cavalli, in teoria sapeva tutto di corse e di scommesse, nelle scuderie degli ippodromi era di casa, i fantini se lo tenevano buono nel timore che attribuisse a loro stessi le mancate vittorie, anziché alla sfortuna o altri inghippi; ma le dritte 'sicure' che ci dava, a noi pischelli ingenui non avevano portato in tasca manco una lira. Per cui anche parlando di baseball alla fine veniva invitato a darsi all'ippica...).
Tornando al medico di base, nel caso mio personale è successo quanto vado a raccontare, premettendo un breve riferimento alla pre-historia.
Nei secoli precedenti avevo quasi mitizzato la figura del medico; in parte anche quella dei preti. Vedevo il medico come la persona che ti accompagna fino al bordo di un baratro; quando ti lascia subentra il prete che, mascherandolo da benedizione, ti affibbia il calcio nel sedere che ti scaraventa nel burrone. Per me, e per altri come me, il medico e il prete erano immorituri, forse eterni.
Ricordo ancora la prima volta che ho saputo della morte di un medico: era stato uno shock brutale, superato solo dalla scoperta che anche i preti fumano; fino ad allora, buona parte dei preti conosciuti si nutriva di tabacco da fiuto, presentato non come vizio ma come cura... mai appurato di cosa, il che consentiva loro di accogliere il compatimento di noi ingenui (forse pure stupidini e creduloni), accettando la schifezza puzzolente di cui facevano abitualmente bavero.
Il medico: da quasi otto lustri ne ho avuto uno, che mi aveva conosciuto la prima volta in seguito a una frattura della testa del perone, rimediata per l'urto di questa con una macchina scassata, contenente quattro individui alticci che avevano ritenuto di fermare il mezzo contro la mia gamba destra, mentre attraversavo sulle strisce; si recavano a un funerale poco più avanti e invero andavano piano, ma tanto era bastato per fracassarmi il pezzo.
Era un venerdì sera, al pronto soccorso mi avevano fatto qualche domanda per accertarsi che fossi cosciente (e lo ero), mi avevano applicato un po' di punti alla testa (non frantumata, ma ferita nel rimbalzo), mi avevano sollevato una alla volta le gambe e, attribuendo il dolore alla botta, avevano ritenuto superfluo passarmi i raggi. Avevo un centinaio di chilometri da fare... non posso dire di averli fatti "gambe in spalla", poiché il dolore boia mi aveva costretto a procedere quasi a passo d'uomo; limitando al minimo il tocco del freno per evitare il rischio di svenire.
Come detto era venerdì, ero tranquillizzato dal referto dell'ospedale che escludeva danni importanti o fratture. Ma il dolore diventava sempre più lancinante a ogni minimo movimento pedonale.
Lunedì mattina avevamo chiamato il medico, quello di cui parlavo, che oltre al piacere della conoscenza diretta, mi spediva al pronto soccorso prossimo, poco oltre sotto casa.
"Non si muova, non appoggi la gamba, c'è una frattura...".
La prima e unica frattura della mia vita, fino ad allora e oltre, fino all'oggi; toccando ferro...
Dopo quella prima volta mi aveva rivisto, più che altro per prescrizioni a mia moglie.
Ebbene, a fine '18 il "marrano" (Doc, le virgolette ti dicano che lo dico affettuosamente) se ne era andato in pensione. Il primo mese del '19 ero stato apolide sanitario, in attesa della nomina del sostituto. Con cui non avevo avuto difficoltà a intavolare un rapporto di simpatia.

E siamo arrivati al 2020.
Da qui in poi è la cronaca di sviluppi incredibili, imprevedibili, per certi versi inaccettabili.
Premettendo che si tratta del racconto di un fatto curioso, che nulla vuole togliere all'ammirevole dedizione quotidiana della classe medica, di quella infermieristica, farmaceutica e quella di quant'altri in questo periodo buio illuminano un tunnel di cui non s'intravvede la fine.

Ho la "fortuna" di portarmi addosso alcune patologie, che catalogo con dei verbi: la prima è abbinata al verbo sperare, la seconda va con aspettare... se n'è aggiunta una terza, recente, che si sposa con temporeggiare. Per tutte ho l'assistenza di specialisti nei rispettivi rami di competenza, per cui la presenza del medico di base sarebbe stata teoricamente superflua.
La terza patologia prevede(va) un "piccolo" intervento; esami pronti, data fissata... cadente, manco a dirlo, nel primo periodo di quarantena nazionale; ergo rinviato sine die. 
"Piccolo" intervento, quantomeno di routine, come lo aveva definito la dottoressa che dovrà eseguirlo, nell'opera di convincimento all'adesione; la stessa che si offre a un coniglio prima di matarlo.
E il coniglio, nello specifico, sono io... modestia a parte.
Partendo dal presupposto che per me già un prelievo di sangue per le analisi di laboratorio è 'intervento' poco meno che chirurgico, viene facile immaginare quanto dovrebbe essere insignificante questo per essere accettato come 'piccolo'; l'unico prelievo che non mi ha mai creato problemi è quello per l'esame delle urine. Mi pare di ricordare che da appena nato avessi dato spontaneamente il liquido, senza bisogno di sollecitazioni o rassicurazioni. Oltre quello, tutti gli altri mi angosciano... a prescindere.
C'è un verbo che ingloba i tre citati, ed è 'pregare'...
Non facciamo scherzi... pregare inteso come chiedere al medico di base di prescrivere i medicinali a suo tempo indicati dagli specialisti o richiedere le visite specifiche afferenti ciascuno.
Niente altro, niente di impegnativo. I medicinali, tra l'altro, non sono curativi, per i quali sarebbe necessario un monitoraggio di verifica; si tratta di farmaci comuni, atti a tamponare eventuali fughe in avanti dei verbi sperare e aspettare. Per le visite specialistiche, una volta compilata la richiesta, la palla passa al CUP e alle liste di attesa... di solito infinite, assai più del periodo di quarantena in atto.
Quarantena che sto rispettando pedissequamente, anche in considerazione di una ulteriore patologia, prima ignorata: l'età.
A forza di sentir dire che i più esposti al virus sono quelli di 'una certa età', per preservarmi, mi ci sono ficcato, con la speranza così di riuscire a raggiungere in vita quella famosa 'certa età', mai ben definita...
Ai domiciliari secchi, da subito...

E vado, in diretta streaming, a raccontare una settimana di calma affatto piatta..

Anno 2020: non vedevo né sentivo il mio medico dai primi di dicembre scorso anno.

Lunedì 23 marzo, quando l'estensione delle misure di contenimento a livello nazionale erano ormai in corso da circa un mese, lo avevo chiamato per vedere se fosse possibile inoltrare le ricette direttamente in farmacia, da cui avrei provveduto in qualche modo a ritirare i farmaci. Li aveva già nel data base del pc, forse le avrebbe mandate per email...
"Mi dispiace, Pietro, da pochi giorni non sono più medico di base, non sono più tuo medico di riferimento. Nel corso dell'anno è stato completato il concorso per quel posto, e un concorrente mi ha superato nel punteggio. Vai allo studio, ché il nuovo fa base là".
Una situazione che non mi giungeva nuova, in tempi normali avrei ripetuto l'iter burocratico previsto e chiuso il discorso.
In tempi normali.
Oggi, nel pieno della rivalutazione del ruolo, mi ritrovavo nuovamente apolide sanitario; in un momento quanto mai inopportuno.
Lo stesso lunedì mattina avevo interrotto la clausura per recarmi allo studio, ritenendo di andare a conoscere il nuovo medico e ottenere le ricette;  persone in attesa, ma di altro medico, il mio prevedeva un'ora di studio al pomeriggio. Gli attendenti mi avevano indicato alcuni foglietti attaccati al vetro con nastro adesivo, in cui era riportato il suo contatto telefonico, subito memorizzato sul mio cellulare. Strano, oltre al numero fisso ormai poco comune, mi aveva colpito lo scritto manuale dei messaggi; sta a vedere, avevo pensato, che mi ritrovo un medico amanuense, genere che ritenevo tramontato da un pezzo.
A casa, chiamo il numero; una voce femminile registrata mi segnala un altro numero per provvedere al cambio medico. Lo stesso altro numero che ricordavo di avere visto sul secondo foglietto.
Martedì 24: ritelefono al numero del medico, stessa risposta. Interrompo la clausura per andare a fotografare i due messaggi, che riporto qui sotto, regolarmente sbianchettati per via della privacy. Chiamata al numero, altrettanto fisso, per comunicare la scelta: operativo lunedì-mercoledì-venerdì, solo al mattino fino alle 13.









Mercoledì 25, per prima cosa effettuo la scelta del cambio medico.
Apprendo così che la burocrazia, in occasioni speciali, può essere abbattuta. Col precedente cambio, quello a inizio '19, mi ero dovuto recare all'ufficio con tessera sanitaria, compilare e firmare un modulo di rinuncia al medico transfuga, e altro modulo per la scelta del nuovo, compilato con data e firma. Stavolta: nome e cognome, con chi vuole andare? Punto, fatto...
Giovedì 26: per la terza volta, interrompo la quarantena... sto diventando un bersaglio del virus, che mi guata ormai, forse in attesa per ghermirmi, giochicchiando come gatto col topo.
Studio: quattro persone in attesa, tutte con cartoncini di medicine in mano, orario di ricevimento 10-12; sono le undici e mi dicono che è in visita una sola persona. Lascio perdere, rinvio; non prima di raccogliere l'invito dei presenti a tornare armato di mascherina e guanti, "altrimenti non la fa entrare". Bene, bravo.
Si vede che, oltre alla scrittura manuale, questo medico agisce come i medici condotti di un tempo: prima di dare un medicinale era d'obbligo una visita accurata per stabilire se de facto fosse adatta alla bisogna.
Eppure ero convinto che espressioni tipo: "apra la bocca e dica ahhhh", "dica trentatrè", "respiri profondo con la bocca, espiri col naso, trattenga il fiato" , "tossisca"...; non ricordo, presso i medici di base, il freddo dello stetoscopio sulla schiena, o il picchiettio con le dita alla ricerca nel torace dell'effetto botte, o l'affondare le mani nell'addome "fa male qui?"...
Meno che mai in questo periodo...

Ci riprovo venerdì 27, ultimo tentativo: orario 10-12, solo tre persone in attesa all'esterno, io sono il quarto, regolarmente mascherinato e guantato come tutti e, come gli altri, con in mano il foglietto lista medicine. Sospiro di sollievo, leggerissimo, onde evitare di ingerire macrogrammi di virus, forse oggi ce la faccio. Nel frattempo si erano aggiunti due pazienti, sicuramente ignari di quanta pazienza si dovevano armare. Santa, manco a dirlo.
Ma... si fanno le 10,30 e non ha ancora fatto entrare nessuno.
Perdonate il francesismo: palle a terra...
Presumo che il tempo trascorso lo abbia impegnato a
disinfettare gli attrezzi del mestiere, il pc (sperando che lo abbia), le sedie, il tavolo, i muri, il pavimento...
Alle 10,35, avanti il primo.
In poco più di un lampo i tre vengono accontentati e licenziati.
Beh, un lampo lungo, a dire il vero: alle undici e un quarto è il mio turno. Un colpo di tosse preventivo onde evitare allarmi nel cerusico.
Lui: intanto è munito di pc, con monitor di 24'', di stampante compattata in dimensioni ridotte e un altro aggeggio tecnologico che non sono riuscito a inquadrare,
Mezza età avanzata, occhiali da vista sulla fronte, mascherina, no guanti.
Nell'insieme una figura quasi paterna.
Chiede il nome e cognome, verifica sul monitor che non sia un abusivo e avvia il contatto.
Sorvola, forse per accelerare i tempi della visita, su domande insulse, sul tipo di "come sta?" o "quali sono i suoi malanni?" e passa direttamente a "cosa le serve?".
La stessa domanda e lo stesso tono che riscontro entrando in un negozio di ferramenta, in posta, al bar...
Ho quattro medicine, che ritengo (a me che le assumo da una cinquina d'anni a ritmo costante), siano ormai parte di me stesso e ritenevo essere d'uso molto comune; di ciascuna ho sempre evitato di leggere il cosiddetto bugiardino, per evitare crisi di rigetto a prescindere.
Molto ordinato, stende in bella vista i quattro cartoncini e di ciascuno cerca il codice relativo da citare nella ricetta (bianca).
Tre vanno via relativamente lisci.
Per uno non c'era verso di individuare la dicitura precisa. Avevo sempre creduto fosse un medicinale da poveri, e invece dà l'impressione di trattarsi di farmaco rarissimo. Evidentemente è talmente prezioso che la farmaceutica ne ostacola la diffusione.


Questa è la sua scatola.
Venti minuti abbondanti per imboccare la strada giusta per la prescrizione. Non mi chiedo più il perché dei tempi lunghi. È chiaro che era il computer a non trovare i codici precisi.
Durante la ricerca avevo buttato lì un timido "la scriva a mano...", ricevendo in risposta uno scandalizzato "noooo!".
Avevo anche pensato, solo pensato, di invitarlo a lasciar perdere, che € 1,41 potevo ancora permettermeli... che poi, in denuncia dei redditi, avrei recuperato 26,8 €/cent, quindi con una spesa effettiva di 1,14 €, nell'insieme accettabile. Lo avessi detto, forse mi avrebbe fulminato...
In corso di visita aveva squillato un cellulare, e non era il mio. Aveva risposto e, in corso di risposta, mi aveva chiesto se ci fosse alcuno in attesa.
"Un paio".
"No, tranquilla, puoi venire tra qualche minuto. Ciao, ciao".
Tramortito, sia dalla scoperta che aveva un cellulare, la cui linea era concessa ai parenti o pochi altri privilegiati, ma, soprattutto, dalla tempistica proposta all'interlocutrice.
Per farla breve (in questo paragrafo, intendo) libera uscita a mezzogiorno meno venti.
Non ho fatto commenti, un doveroso sguardo compassionevole ai due poverelli in attesa, e sono rientrato all'ovile.

Fin qui la cronaca.
Considerazioni durante il rientro in macchina: secondo me, ripeto secondo me, questo signore non è un medico, è uno sportellista delle poste, prestato, forse regalato, forse sbolognato, al servizio sanitario per fronteggiare la carenza di sanitari di base in questa fase di crisi nera; magari motivando il dono con la scarsa redditività allo sportello della posta, che nel complesso quanto a efficienza e precisione ha fatto scuola.

E per finire questa prima parte: lunedì 30 ho cambiato medico; nessun problema da parte dell'ufficio, salvo un leggero intoppo a inizio telefonata. Avevo detto nome e cognome, e l'addetta mi aveva bloccato, chiedendomi il codice del permesso di soggiorno. Avevo ribadito meglio il cognome e si era fatta una risata: "Dall'accento mi era sembrato uno straniero, mi scusi"...

Salto di palo in frasca, ma solo apparentemente.

Si dice "vox populi, vox Dei", che è notoriamente un falso storico.
Da sempre, la voce del popolo è quella di un gregge, dal quale emerge periodicamente qualche caprone astuto, sovente diabolico, sempre furbastro, che indovina la 'tigre' buona da cavalcare, convincendo il gregge che sia l'unica valida per risolvere ogni problema. Di questi caproni è pieno il passato e, 'imparati' da quelli del passato, oggi ne spuntano qua e là, riuscendo appunto ad imbonire il branco di pecore. Che con i loro belati di adesione e approvazione finiscono per autoconvincersi di essere la voce di Dio.
Di un Dio qualunque, non fa differenza...
Caproni che della Storia conoscono solo la parte gaudiosa e gloriosa, ignorando che tutti i predecessori hanno fatto una pessima fine.

Agganciato al discorso precedente su quel medico, passo un aggiornamento che credo, spero, sia un fake, una falsa notizia. Non ha una fonte precisa, è una specie di vox populi (sul tipo di Tizio l'ha passata a Caio e Sempronio, che l'hanno passata a quattro amici al bar, l'unico rimasto semiaperto, e così via moltiplicata come i chicchi di riso su una tastiera metaforica verbale) che non avrei preso in considerazione se non avessi vissuto in prima persona l'esperienza prima raccontata.
Dunque: intanto ha sbaraccato la mia ipotesi che si trattasse di un postaiolo prestato alla sanità.
Dice la vox che si tratta di un medico impiegato in guardia medica, dice che fra un anno va in pensione, dice che ha partecipato al concorso "per arrotondare lo stipendio" in quest'ultimo anno di lavoro (presumibilmente per 'ingrassare' un po' la prossima pensione), dice che non lascia il servizio di guardia medica, dice che conta di accettare un numero limitato di pazienti...
Il che spiegherebbe l'orario di studio ridotto all'osso e il numero esiguo di pazienti, che potrebbe essere dovuto a qualche regolamento sanitario che, in presenza di due piedi in una scarpa, ne contingenti l'assunzione a numero pieno...
Alla luce della situazione odierna nazionale, e mondiale, a fronte di decine e decine di medici che muoiono in trincea, e delle centinaia e centinaia che combattono in corsia, col supporto di migliaia di persone, tutte a rischio, una simile manovra (pur nella sua burocratica liceità) sarebbe abominevole. Nel caos sanitario in atto, nel momento in cui il medico di base è indicato come primo unico punto di riferimento nell'affrontare questa pandemia, aver messo in crisi centinaia di persone in un momento così topico, famiglie intere, un borgo vecchio e le campagne della zona montana, zeppe di persone anziane, cui il medico precedente dava assistenza anche domiciliare, anche perché paesano, e che ora (qualunque sia la verità sul come e sul perché del cambiamento), sono abbandonati a se stesse, visto che il nuovo viene da fuori e sicuramente non potrà essere presente in caso di bisogno urgente, mi strappa un commento che oscilla tra due aggettivi: miserevole e miserabile.
Miserevole, che ispira compassione, verso coloro che sono costretti a subire, senza armi per reagire, costretti in un vortice di incertezze in aggiunta ai timori sull'evolvere della situazione generale.
Miserabile, che ispira disprezzo, verso chi ha progettato e messo in atto l'operazione.
Da medico lo avevo declassato a signore (che comunque non era male, visto che signori si nasce), adesso, a fronte di quanto vociferato, diventa individuo e tale resta. Per non dire di peggio...

SE (che non è un errore di battitura ma un maiuscolo rafforzativo del residuo di dubbio) la vox dovesse confermarsi fondata, la mia reazione personale sarebbe di amarezza e di rabbia (lo so, la rabbia viene attribuita solo ai cani, il sinonimo più prossimo sarebbe di incazzatura, qual è).
L'amarezza è il tarlo che rode l'interno (fegato o stomaco) a livello personale e virtuale.
La rabbia, o incazzatura, è una manifestazione a livello globale, che potrebbe non limitarsi alla virtualità.
SE dovesse rivelarsi senza fondamento, parziale o totale, questo testo sarà solo una lettura per passatempo nelle lunghe ore di reclusione.
Nel caso riuscissi ad approfondire i fatti, sarà mia cura aggiornare prontamente quest'ultima parte di post.
La diretta precedente passa comunque agli atti.

Blocchi stradali

Le mie uscite dal nido hanno trovato il primo paletto nell'emanazione dei decreti relativi all'autocertificazione dei movimenti fuori casa.
Tutte le uscite citate hanno coinciso con nuovi editti a cadenza giornaliera, ciascuno nuovo sovrapponibile al precedente, a sua volta annullato.
Non sono tecnologicamente avanzato, ma sono in grado di scrivere quanto di mia competenza, negli spazi dedicati, direttamente sul computer. Ho compilato quattro autocertificazioni, identiche nella sostanza ma differenti l'una dall'altra per ricorrenti aggiunte governative.
Prontamente oggetto di satira su stampa e social...
Pignoletto come sono, prima di ogni uscita preparavo il papiro; sempre poiché pignoletto lasciavo in bianco gli spazi che ritenevo dovessero essere compilati da chi mi fermava.
La mia precisione non è mai stata premiata, del che mi rammaricavo, uscita dopo uscita: mai fermato, mai visto gente in divisa. Eppure non cercavo scorciatoie o vicoli sconosciuti.
Alla fine dei fatti prima descritti, ero andato in farmacia per ritirare i farmaci così avventurosamente ottenuti. L'autocertificazione, regolarmente stampata, era l'ultima versione, del 26 scorso mese.
Strada principale, in piena mattinata, arrivato in farmacia, ritirato il malloppo, ero sulla strada del rientro, regolarmente indicata sul modulo.
A circa un chilometro da casa,  due vigili mi avevano fermato. Li conosco. Accosto.
Ne abbiamo quattro, uno dedito ai servizi amministrativi (e mi chiedo cosa diavolo amministri quando tutto è bloccato), una vigilessa e due agenti operativi sulle strade. Più una comandante.
Trionfante, avevo sbandierato il mio modulo stampato di zecca, in attesa di commenti ammirati per la chiarezza e la precisione.
Uno dei due mi aveva invitato a completare con la data, l'ora e il luogo del blocco, suggerendomi, bontà sua, le tre voci richieste. Firmato. Arrivederci.
Magari! Rifermato.
"Devi compilare il campo dell'identificazione".
"Ma non dovreste farlo voi?".
"No, devi farlo tu, anche perché sono senza occhiali".
Col tempo ho imparato a non perdere tempo a contestare le forze dell'ordine, i vigili locali meno delle altre; non arrivo a dire che è sarebbe il classico "come lavare la testa all'asino", ma neanche spazzolarlo.
Ma qui lo posso fare, forse impunemente.
La dicitura rimasta in bianco dice: "Identificato a mezzo.......", seguita dalle voci relative all'avvenuta identificazione.
Avevo ritenuto, evidentemente a torto, che la conferma che il fermato (indagabile, ma sul momento non indagato) corrispondesse ai dati di un documento di riconoscimento, da visionare a cura degli agenti e confermare. Dal punto di vista suo, del fermante, nell'autocertificazione generale era da inserire un'autoidentificazione che il soggetto stesso garantisce corrispondere al vero.
Senza esibizione di alcun documento in controverifica...
L'ipotesi che i dati forniti possano essere falsi (frutto di smarrimento, o furto di un documento), usati in maniera fraudolenta, evidentemente non è previsto nella casistica.

Vabbé, avevo cacciato la biro, tolto gli occhiali (miope incallito) e avevo estratto dal mucchio il documento che mi identificasse.
Da anni non ero stato chiamato a mostrare patente o carta d'identità, nel tempo erano passate dal cartaceo classico alle tessere plastificate con chip di lettura. D'uso comune avevo solo la tessera sanitaria e la carta del banco posta.
Appoggiato al cofano, tra il riverbero del sole e la nulla dimestichezza nella lettura dei documenti delegati alla certificazione, avevo preso il primo capitato alla vista, iniziando a riprendere i dati richiesti dal regio editto.
Patente di guida... numero (ce n'era uno, malamente leggibile, in alto a destra, e uno più in grassetto in basso, sempre a sinistra).
"Qual è da mettere, quello in alto o quello in basso?".
Il mio assistente presbite aveva chiesto aiuto al collega, giovane e visivamente normodotato.
"Quello in alto", e nel dubbio non sapessi la differenza tra alto e basso, me lo aveva indicato con l'indice.
Rilasciato da 'Ministero dell'Interno'; data rilascio '2018'... perfetto, fatto tutto.
In corso di compilazione mi era caduto lo sguardo sulla data di scadenza, ma si era trattato di un brevissimo lampo, sul tipo delle vecchie lampadine a incandescenza quando, dopo un breve lampeggio, si fulminavano.
Data e luogo (l'ora l'avevo dimenticata), firma e consegna all'autorità in divisa.
Nel rientrare, con la lampadina ancora fulminata, mi era venuto spontaneo picchiettarci sopra per vedere se mai i filamenti si fossero ricollegati. Lo erano: e mi avevano illuminato sulla data di scadenza sbirciata di sguincio: '2028'.
Un po' anomala, visto che da parecchi rinnovi mi vengono concessi solo tre anni di vita (automobilistica).
Durante lo scambio di indicazioni e la compilazione, un via vai di auto, verso tutte le direzioni. Un colpetto di clacson o un gesto di saluto con la mano erano il lasciapassare virtuale. Si sa di gente che ogni giorno va a pescare, di altri che, con locali commerciali chiusi, vi si recano ogni mattina, alzano la saracinesca ed entrano, ufficialmente per pulire. Ogni giorno, altro che casalinghe assattanate dalla pulizia, altri ancora che oggi l'etto di burro, ieri la carta igienica, domani gli stuzzicadenti...
Tutta gente che viaggia sulla fiducia, non credo che ogni giorno sia munita di lasciapassare.
Solo i fessi ne sono forniti...
Arrivato a casa, controllo dei documenti, carta d'identità 2018 scadenza 2028, patente 2018 scadenza 2021: come volevasi dimostrare.
Compilato di corsa un nuovo modulo modificato, ero uscito alla ricerca dei due angeli custodi.
Spariti... Senza modulistica adeguata avevo girato tutto il paese, pensando avessero spostato il posto di blocco. Nada de nada, niente di niente...
Ero andato alla sede del loro comando, con l'intenzione di lasciare il mio papiro in deposito e li avevo trovati in sede.
Chiarito l'equivoco, dovevo solo firmare e indicare il luogo del blocco.
"Come orario, metti le 11,30".
E in effetti erano le 11,30... in quel momento.

Malignità: ho avuto l'impressione che fermassero solo quelli che sapevano essere sicuramente in regola, e io ero una certezza assoluta (il fesso prima accennato). Gli altri, quelli transitati, forse erano in regola o forse no. In entrambi i casi meglio non approfondire, i due conoscevano bene i loro polli... meglio evitare discussioni e probabili future inimicizie.
Della serie: ti conosco, mascherina, e per questo ti fermo; ma anche: ti conosco, mascherina, e per questo non ti fermo...
Altro: avevo messo l'ora indicatami, avallando il fatto che alle 11,30 i due erano ancora intenti al controllo su strada; la mia firma era una garanzia.
La garanzia del solito fesso, miope incensurato...

Alcuni giorni dopo dovevo recarmi a un centro a circa 15 km dal mio domicilio, attraversando, dall'esterno su una strada statale di collegamento, tre paesi, di cui uno particolarmente minuscolo. In quello di partenza gli agenti, come detto, erano bonari, caserecci; gli altri paesi erano stati blindati alle entrate e alle uscite della statale, bloccavano se privi di documento di viaggio.
Uno addirittura aveva chiuso i varchi con blocchi di cemento, i new jersey, che il prefetto aveva bocciato concedendo le chiusure con reti di cantiere, rosso vivo senza rischio di impatti violenti.
Le varie polizie locali non operavano sulla statale; qui era la polizia di stato o i carabinieri a imporre l'alt.
Un condomino, in uno dei rari incontri (in sicurezza, distanza tre metri e più, senza mascherine né guanti) mi aveva raccontato la sua esperienza di transito nel paese vicino. Vi si era recato per andare alla banca. Fermato dai mastini locali, si era sentito chiedere cosa andasse a fare in banca. Aveva trovato curiosa la domanda, al di là del fatto evidente che raramente si va in banca a comprare bistecche; dando retta recarsi in farmacia richiederebbe l'esibizione delle ricette.
Ma il fatto che mi aveva istruito sui futuri comportamenti era stato questo: all'andata aveva consegnato l'autocertificazione ai vigili, quelli che avevano indagato un po' più del dovuto. Al rientro era stato bloccato dai nostri angioletti, che volevano a loro volta sapere da dove venisse e dove andasse, volendo la documentazione relativa ai suoi spostamenti.
Di cosa fosse andato a fare in banca non gliene poteva fregava di meno.
Come detto, i nostri vigili sono vigili da caminetto e gli avevano creduto sulla parola.
Ma io, che dovevo transitare (dall'esterno) sulla statale, avrei trovato sicuramente polizia, carabinieri, finanza, protezione civile, unità cinofile... e non è detto che fossero tra loro collegati.
All'andata ero pronto all'alt sulla destra della carreggiata, al ritorno, difficilmente dirimpetto, li avrei trovati sempre sulla destra, ma dall'altra parte.
Da buon fesso, mi ero munito del documento in duplice copia ed ero partito.
Mascherina, guanti e carta di passaggio.
Non un'anima, non dico delle forze dell'ordine, ma proprio zero incontri; neanche un cane che mi avesse attraversato la strada per dimostrarmi che non ero solo.
Mi piace pensare che tutti i delegati ai controlli avessero appoggiato sul cruscotto dei mezzi il mio profilo, a indicare l'inutilità del fermarmi.
Oppure erano tutti in pausa caffè... ovviamente con la moka portatile, collegata agli accendisigari.

Fine, alla prossima, salvo contrattempi.

mercoledì 11 marzo 2020

Danni collaterali

Una delle conseguenze del Covid-19 è il danno economico che questo malanno sta causando, il cui peso emergerà più chiaramente quando l'emergenza sanitaria sarà finita.
Emergenza economica che, comunque, già si rileva pur se ancora in fase embrionale.
Le varie associazioni che difendono gli interessi delle singole categorie già tirano giù i conti cominciando, in ordine sparso, a chiedere al governo sovvenzioni a sostegno dei propri iscritti o genericamente collegati ad esse.
La prima categoria a chiedere un intervento immediato è quella del commercio, al minuto e all'ingrosso.
Gli uffici preposti stanno lavorando ad un elaborato che dovrebbe dare fiato a coloro che dal virus hanno subito danni diretti.
La chiusura di esercizi è all'ordine del giorno e supera di gran lunga non solo la lista dei decessi ma financo quella dei contagiati, sintomatici e asintomatici.
La proposta iniziale degli uffici preposti alla valutazione del danno collaterale subito si articolerebbe su un ragionamento che pare non faccia una grinza. Tendente a unificare sotto una singola formula le quantificazioni via via presentate per danno subito.
La formula è molto semplice.
Per ogni richiesta di sostegno, o supporto alla ripresa, verrebbe valutata la denuncia dei redditi degli ultimi dieci anni; il totale sarebbe diviso per dieci per ottenere una media ponderata del reddito dichiarato. Infine questa media sarebbe divisa per 365/366 e poi moltiplicata per il numero di giorni di chiusura o altro danno subito.
Si conterebbe così di ridurre sensibilmente eventuali richieste che esulano da quello che fu il guadagno realizzato in tempi, non dico rosei, ma perlomeno relativamente calmi.
Infatti, se a fronte di richieste di danno autovalutate in 10.000 € a settimana, dovesse emergere una dichiarazione di guadagno medio annuo di 20.000 €, i conti non tornerebbero.
Senza andare a sfruculiare su come, a fronte di guadagni prossimi alla soglia di povertà, con queste cifre siano stati possibili acquisti immobiliari, per investimento o per allargamento dell'attività,  cambio auto, spese fuori sede per figli universitari, qualche vacanza esotica o perlomeno una crocierina ogni tanto, e altre spesucce che, con pari cifra (ma tassata alla fonte) nessun dipendente si sognerebbe di affrontare.

Il primo accenno, non ancora bozza, di questo studio è stato immediatamente contestato dalle associazioni; sulla base di quali sottili ragionamenti non è dato sapere, segreto d'ufficio, privacy, dicono gli addetti ai lavori.
In una specie di controproposta, le associazioni hanno avanzato l'ipotesi di accorpare ai loro guadagni autonomamente dichiarati (e supportati dalla parola d'onore sulla veridicità dei dati forniti) quelli dei dipendenti fissi, di quelli stagionali e anche di quelli a chiamata giornaliera.
Precisando che, sia dei loro che di questi, fosse preso in carico il lordo imponibile, senza tener conto delle detrazioni che, con l'aiuto di commercialisti addottorati, hanno falcidiato il loro guadagno effettivo ufficialmente dichiarato. Avendo i dipendenti, tolta qualche spesa sanitaria ammessa e senza l'aiuto di tributaristi, goduto appieno dei soldi in entrata.
Se questa tesi riuscisse ad essere credibile e fattibile, la perdita subita avrebbe tutt'altro peso, e tutt'altro peso avrebbe il relativo risarcimento per il danno subito.
E finirà per passare, troppo fuori dalla logica per non passare.

(L'invito pressante a "stare a casa" concede ritagli di tempo per pensare, e tra quei ritagli ogni tanto emerge l'esame di una situazione straniante, per cui, in attesa che la parte sanitaria si risolva, elucubrare qualcosa aiuta a passare il tempo. Ovviamente non sono in corso gli studi citati, ovviamente sull'onestà dei contribuenti autonomi non ci piove, ovviamente alla fine di tutto ci saranno furbi che rideranno. Mai successo, ma, si sa, a tutto c'è sempre una prima volta).



martedì 10 marzo 2020

A m'arcord

"Mi ricordo", poi assemblato da Fellini in Amarcord nell'omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti.
Già all'uscita di quella pellicola, nel '73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in Amari ricordi, visto che all'epoca ricordi dolci del mio passato ne avevo pochissimi.
Col passare degli anni il conto di questi ricordi è poi andato quasi in pareggio, tanto da consentirmi di pescare alla cieca, trovandone di dolci anche in situazioni di convivenza lavorativa.
Da tempo cercavo la lettera che segue questa presentazione, mi ero quasi convinto di averla buttata, pur essendo questa operazione lontanissima dal mio modo di conservare le cose, soprattutto se simpaticamente piacevoli.

L'ho ritrovata quasi casualmente, dentro una scatola da scarpe, tra l'altro bene in vista, con altri biglietti di auguri vari, cartoline di saluti (che allora ancora si usavano), qualche "santino" listato a lutto di persone care che mi hanno preceduto, e il cui ricordo non ha bisogno di essere supportato da immaginette, tanto è impresso a fuoco nel mio cuore.
Racconto sommariamente (chi ci crede, non mi conosce...) da cosa è nata questa missiva, che risale alle feste natalizie del 1989.
Nella primavera di quell'anno, dopo oltre 24 anni di fedele servizio presso una società, avevo ricevuto il lampo, assolutamente inatteso, una "vocazione", una chiamata impossibile da rifiutare.
Oltre al fedele servizio suo diretto, la mia casa madre mi aveva appioppato, su esplicita richiesta delle interessate, una specie di collaborazione extra moenia, con altre due sue consorelle, non concorrenti dirette pur operando nello stesso ramo, che mi avevano cooptato non tanto per meriti miei particolari quanto per motivi logistici ed economici.
I rapporti con queste erano gli stessi che con la società che mi aveva in libro paga, soprattutto quelli con i dipendenti fissi di questi due gruppi; che, con la frequentazione telefonica quotidiana e quella fisica un po' di volte nel corso dell'anno e degli anni, erano divenuti rapporti di cordiale amicizia.
Dopo quegli anni di onorato, rispettato, leale e, per certi versi, divertente servizio, una sera a casa mi era arrivata una telefonata, sintetica ma precisa:
"Ci interessi, a te interessa?", così tronca, senza tanti fronzoli.

(Ho un amico ferrarese, che a ogni domanda precisa riguardante, che so, un piatto, un film, una canzone, una città, una ragazza... proposta con un "Ti piace?", risponde invariabilmente con un
"Veh!" che lascia il tempo che trova; io ci casco sempre con "Ma veh! sì o veh! no?"; bisognerebbe distinguere l'intonazione di quel veh! per avere la risposta immediata all'una o all'altra versione, e io questa sottigliezza vocale non l'ho ancora individuata).

Di sicuro, alla domanda telefonica avrò risposto affidandomi a un termine straniero, di quelli che ci consentono di non passare per parolacciai scostumati, altrettanto tronca:
"Cazzo!".
Dall'altra parte: "Ma cazzo sì, o cazzo no?".
"Cazzo e stracazzo, sì!".
Come non ho detto, era una di quelle proposte che non si possono rifiutare, senza bisogno di teste di cavallo fatte trovare nel letto, a sollecitare una risposta positiva.
Detto fatto, avevo cambiato casacca.
Senza concorsi o test di ammissione che, se richiesti, mi avrebbero tagliato da subito le gambe e rispedito alle origini.
Solo successivamente, alla firma su un contratto, avevo appreso che avevano accumulato su di me tutte le informazioni utili; vita e miracoli risultava che di me sapevano già tutto..
Vita e miracoli... morte, toccando tutt'ora ferro, no.
All'indomani avevo comunicato al mio capo galattico l'offerta ricevuta.
Telefonicamente dispiaciuto, mi aveva chiesto se avevo già deciso in merito.
Nel rispondere era emerso il mio lato femminile, mentendo come solo le donne sanno fare (superate, peraltro, in questo dai politici e dai parcheggiatori abusivi), avevo dato per "ci sto pensando" una decisione già presa d'emblée.
Gli avevo poi mandato due righe, quasi a giustificare il mio "tradimento", in cui attribuivo al desiderio pre-senile di verificare se davvero l'erba del vicino era più verde, il taglio a un passato collaborativo durato cinque lustri, incredibilmente senza screzi importanti, visti i nostri caratteri occasionalmente spigolosi, con sporadici umani periodi di tensione.
Un paio di mesi dopo ero pienamente operativo, nel percorso che mi era stato assegnato, con le stesse modalità di quello precedente, solo con altra maglietta e altro numero di matricola.
E, nota secondaria assolutamente insignificante, altre condizioni economiche, che peraltro non avevano avuto alcun peso importante nella decisione (qui è ancora il mio lato femminile che prevale; però mascolinamente qui arrossisco leggermente...). 
Ma la nuova matrigna (detto in modo affettuoso), aveva voluto l'esclusiva assoluta del mio tempo e della mia, modesta, opera.
Per cui avevo salutato i precedenti amici per andarne a conoscere di nuovi.
Tra quelli lasciati ci sono i due "delinquenti" che mi hanno mandato questa lettera, rimasta nel cuore e nella mente, nonostante siano passati oltre vent'anni.
Spero sia leggibile, poiché per metterla in post ho fatto i salti mortali, non ne voleva sapere di riprodursi, e stavo per rinunciare; poi ce l'ho fatta entrare, malamente, smanettando qua e là, e non so neanche il percorso seguito.
Al limite chi la volesse leggere ingrandisca con le opzioni in alto a destra o con una lente, e buona lettura.
Ho sbianchettato le parti riportanti le varie ragioni sociali interessate, che sarebbero marginali al post e darebbero indicazioni che, almeno per ora, voglio tenere nel cassetto.
Prendendo con le pinze tutti i termini 'adorativi', che sono una chiara (mi affido ancora ai benemeriti termini stranieri), affettuosa, presa per il culo. 

La frase della lettera che mi fa ancora sorridere da un lobo all'altro è quella riferita al fatto che
"... se ce l'hai fatta tu, perché non possiamo farcela anche noi?".

Roberto e Salvatore non sapranno mai quanto quello sfottò fosse veritiero.
Mi piacerebbe dire ai giovani d'oggi: "Se ce l'ho fatta io, potete farcela anche voi", senza falsa modestia, ma i tempi sono cambiati, troppo diversi dai miei, e oggi questa frase, a fronte della disoccupazione che maciulla tutte le capacità e tutte le intelligenze, di giovani e meno giovani, suonerebbe veramente come un ignobile, assurdo sfottò.
La posso solo offrire come un invito alla speranza, che qualcosa cambi e che le persone che meritano riescano a imbroccare la strada giusta, quella strada che consenta di vedere e vivere un futuro dignitoso.

martedì 3 marzo 2020

Umberto

Un nome pescato a caso nel calderone dei ricordi, per titolare questo breve racconto.

Se vado a cercare gli Umberto conosciuti ne trovo una sfilza, perloppiù gente importante: un re (minuscolo, per come è passato alla storia), un oncologo, un poeta, uno scrittore, un politico (Terracini, per dirne uno), un cantante, un attore… e via andare, su questi livelli.
La fantasia mi consente di sentire, come uno stormir di fronde, sulla destra, lontana, una voce stentoreamente gentile, che mette i puntini sulle “i”, anche se in quell'Umberto queste non sono presenti:
“Uhe, bauscia, de Umbert ghe n’è dumà v’un,  tuc i-alter sun nisciun. Pirla!”.

Da un qualcosa sulla sinistra, che non si capisce se sia una quercia, un ulivo o un tappeto di papaveri, quasi a far da contrappeso, un delicato ammonimento, una specie di cartellino giallo:
“Dannato gattaccio, se in questo post ti azzardi a parlare di quell’Umberto mi fermo qui, ritiro gli ambasciatori e ti faccio arrosto. Ho smesso di mangiare i bambini, ma un gatto con patatine al forno non è scritto da nessuna parte che non me lo posso fare. Gatto avvisato…”.

No, non voglio parlare di quell’Umbertochetuttiglialtrisonnessuno.
Che, tra l'altro, all'epoca del racconto aveva ancora i calzoni alla zuava ed era studente modello... dicono le biografie.
Il mio Umberto è quello che per antonomasia si dice 'una persona comune'.
Un po’ fuori dal comune, a dire il vero; per questo lo voglio qui raccontare in modo più specifico, dopo averne accennato in un vecchissimo post.
Vado ai tempi del periodo lavorativo, con colleghi che erano tutti macchiette, che la lunga frequentazione ha stampigliato indelebili nella memoria.
Con una precisazione, forse ignorata da ciascuno nella propria singolarità, che vede macchiette tutti gli altri e quasi mai se stesso: eravamo tutti macchiette.
Sarebbe bello sapere, per esempio, che ricordi hanno gli ex colleghi, di quel capo reparto che a suo tempo sovente faceva loro girare le palline e li fustigava spesso sulla schiena con un righello metallico largo cinque centimetri per quaranta di lunghezza (ma solo di piatto). Senza mai ricevere denunce o proteste, neanche da parte dei sindacalisti, pur essendo questi solitamente rompiglioni. Una leggera punta di sadismo che bene si sposava con un diffuso masochismo, forse accentuato da un vago senso di colpa, visto che per buona parte erano dei lavativi.
Simpatici come singole persone, lavativucci sul verbo lavorare.
(Bei tempi; passati; remoti).
L’Umberto mio era…

(Inciso: vado a raccontare con l’indicativo passato prossimo non perché questo Umberto sia scomparso; in realtà non so se lo sia o meno, ma proprio per non defungerlo con un passato remoto, pur se questo in realtà, come detto, remoto è. “Ei fu…” è già stato immortalato, e si riferiva, appunto, a un personaggio noto appena defunto; non voglio rischiare di dare Umberto per morto, quando magari è più vivo e vegeto di me).

Dicevo, questo Umberto era nato in una città che, per la legge sulla privacy, evito di citare; vuoi mai che mi scappi qualcosa ritenuto negativo per l’immagine di quel comprensorio, e mi vengano chiesti miliardi di euro di risarcimento all’ipotetico danno morale arrecato.
Però posso dire, senza tema di offendere chicchessia, che il suo logo preferito è condensato in tre parole:
“Turùn, Turàs, Tetàs”
che mi pare sia già un indizio che dice tutto, senza colpo ferire.

Vado a descrivere brevemente il soggetto, sia per la parte fisica che per quella comportamentale, più o meno collegate l’una all'altra.
Una delle sue caratteristiche era il fatto di essere un leghista ante litteram, quando le uniche leghe conosciute allora riguardavano soltanto gli sponsali tra metalli, tipo il piombo con l'antimonio.
Citando la sua città, per descrivere come fosse ormai invasa da elementi estranei, la loggava come
“Terùn, Turàs, Tetàs”
quando i negher , i mandarini, gli albanesi, i marocchini, erano ancora lontani a venire.

Quando era di cattivo umore, ovvero quando qualcuno del capoluogo della sua regione lo ‘urtava’, anche questo qualcuno era dumà ‘n terùn, magari centrando il bersaglio, visto che il peso demografico anche in quella città pendeva da tempo a favore degli “stranei”.
In merito amava raccontare di una battaglia nella sua città, relativa all’aggregazione di una quarta T alle tre esistenti.
La scelta pare fosse orientata verso un personaggio che dava lustro alla città, senza bisogno di chiedere poltrone in cambio.
Pur essendo ancora in vita, il candidato indigeno più indicato era Tognazzi. Ugo Tognazzi.
Ma il peso degli “stranieri” era stato tale che il progetto era stato accantonato, per evitare lo scorrere del sangue per le vie cittadine.
Infatti, motivando le proposte con la necessità di sprovincializzare, i-alter  avevano messo in campo le candidature chi di Totò, altri ancora di Trilussa.
Secondo l'Umberto mio, el Tugnass sarebbe andato benissimo, ma sarebbe stato la quinta T, dopo quella dei Terun, aggiuntiva anziché sostitutiva ai Turun.
Questa quarta T, ormai invadente come e più dell’erba gramigna, sarebbe stata da eliminare; nel migliore dei casi da allontanare, possibilmente con le buone.
Sembrava una boutade, allora...

Il fisico, guarda le combinazioni della vita, sosteneva adeguatamente questa sua missione di protoleghista.
Era alto un metro e un cazzo (come direbbe l'Alighieri) di calibro medio, anche se l’altezza di una persona è sempre una forma di calcolo relativamente soggettiva.
Per dire, se confrontata con quella di un  baskettista, (circa due metri, senza tacchi) preso a caso da un elenco telefonico, la sua era abbondantemente inferiore.
Se confrontata con quella di un noto politico di destra, preso a caso dal solito elenco telefonico (un metro e un cazzo, ma di calibro minuto, forse con i tacchi), sarebbe risultato alto come un corazziere (memento Rascel nel film omonimo).
Più che rotondetto, lo ricordo quadrato.
Come un comodino.
Capelli crespi di un riccioluto cortissimo, fittissimi, nerissimi, tanto che i negher arrivati successivamente lo avrebbero preso come modello ideale per le loro acconciature.
Tra le sue varie caratteristiche spiccava quella della discrezione.
Ogni giorno (che ci fosse il sole, la neve, la pioggia, la nebbia, un tempo così-così…) aveva un problema nuovo da esporre, un’esperienza da raccontare, un consiglio da richiedere, un’indicazione da valutare.
E tutto questo lo dedicava a una persona soltanto.
Per volta.
Tanti eravamo presenti, e, uno alla volta, venivamo a conoscenza del suo dilemma quotidiano.
Data la sua discrezione, alla fine di ogni “confessione” singola, la raccomandazione costante a ciascuno era:
“Me racumandi, al dis a lu, che è persona per bene, ma non ne parli ad altri, non credo che capirebbero...”.
Per  raggiungere le ‘vittime’ delle sue confidenze aveva una tattica particolare. Aspettava che un collega, qualunque, fosse prossimo alla macchinetta del caffè, o all’uscita dallo spogliatoio, o dal bagno, che fosse intento a valutazioni private, purché solitarie, dei propri problemi: mollava tutto e si lanciava in fretta e furia a braccarlo.
Iniziava l’esposizione del suo guaio contingente e non lasciava andar via il malcapitato se questi non aveva sorbito fino all’ultima goccia di contenuto del suo calice. 
Solitamente amaro.
Se si avvicinava un terzo, interrompeva il monologo e si allontanava, promettendone la ripresa a quanto prima possibile.

A me aveva riservato un rapporto privilegiato: ero di solito tra i primi a cui si confidava, nonostante questo rapporto fosse stato, dal primo momento, una sottilmente formale presa per i fondelli.
Forse reciproca.
Intanto, su una trentina di colleghi di contatto quotidiano, era l’unico con cui dall’inizio alla fine della colleganza lavorativa il “lei” era rimasto invariato. E pure la chiamata col cognome...
Reciproci pure questi.
Inoltre, come introduzione all'esposizione dei suoi problemi, se a questi era previsto seguisse un consiglio o un parere da elargire, la sua frase di approccio era sistematica:
“Senta, mi è capitato questo e questo; secondo il suo modesto parere…”, ecc.
La prima volta che avevo sentito del peso dato a priori a un mio eventuale (peraltro giustamente modesto) consiglio, avevo accettato che fosse, come detto prima, una birichina presa per il sedere, scherzosa, e avevo ignorato, senza reagire.
La seconda volta (o forse anche la terza o quarta) che la ‘modestia’ dei miei pareri era ormai consolidata, incassavo questo suo incipit, adeguando le risposte.
Se il consiglio richiesto dava la possibilità di scelta tra una ipotetica linea A e una linea B, in netto contrasto tra loro, gli offrivo quella che (sempre a mio modesto parere) era la più negativa, la meno probabile, la assolutamente impossibile andasse a buon fine.
Credendo ogni volta di avere così risolto perlomeno il problema della rottura di marroni; avendolo indirizzato malamente alla soluzione del suo, di problema, con il logico tracollo della fiducia nei miei ‘modesti’ pareri.
Troppo semplice.
Si dice: il vino buono sta nelle botti piccole.
Anche la malignità, se è per quello. Ve lo dice uno che in merito la sa lunga, per esperienza diretta... 
E Umberto di quella straboccava.
Regolarmente, tempo dopo, veniva a raccontarmi di avere risolto il problema allora esposto, proprio seguendo il mio (sempre modesto) parere elargitogli.
Avevo l’impressione che fosse un adepto del sub-flippismo(*) più raffinato.
E mi sentivo ogni volta, e sempre più, preso per i fondelli, ed era un'impressione che ormai saliva fino quasi a punzecchiarmi le tonsille.
Un episodio, da lui raccontato a tutti nel solito modo discreto, mi è rimasto impresso e, in verità, inizialmente era stato un ulteriore, leggero, colpo alla già scarsa immagine che mi ero fatta del suo quoziente di intelligenza.

(*) Breve pausa, anche per allentare la tensione che, forse, questo prologo può aver provocato.
Il flippismo (per i pochi che non sanno cosa sia) è una teoria filosofica che invita ad affidare al 'caso' ogni scelta o decisione, importante o meno, che presenti almeno due possibilità di soluzione. Contrariamente ad altre forme filosofiche, opinabili, questa, nella sua semplicità, offre una soluzione a tutto, senza ricorrere a ghirigori semantici che possono prestare il fianco a interpretazioni varie e soggettive. La sua semplicità si riassume nel lancio della moneta che, con il classico testa/croce dà l'indicazione precisa alla scelta o decisione migliore da prendere. Non ha una garanzia di riuscita, che peraltro non hanno anche le altre filosofie.
Fin qui mi sembra chiaro.
Esiste poi un sub-flippismo che, non fidandosi più di tanto della casualità offerta dalla filosofia madre, dà la possibilità di aggirare l'indicazione primigenia, optando decisamente su quella contrapposta. Esempio semplice: arriviamo a un bivio stradale, senza tom-tom o altri navigatori tecnologici o carte stradali che dicano da che parte andare; si lancia la monetina, testa-a-destra/croce-a-sinistra. Esce testa e il flippista puro segue fiducioso l'indicazione e si incammina a-destra; il sub-flippista non si fida e se ne va deciso alla via di sinistra. Ritenendo così di fregare il 'caso' che, a sua volta, seguendone l'immediata dritta, sicuramente lo avrebbe fregato.
La versione pura del flippismo è molto usata dai politici, soprattutto quando non sanno bene, o non sanno del tutto, che pesci pigliare, che decisione prendere per il 'bene' della comunità che amministrano. La versione sub viene attivata ogni volta che la prima scelta dà l'impressione di rispondere a una logica troppo alla portata di tutti. Politica, economia, uso delle (scarse) risorse disponibili... tutto sottoposto alla piattaforma divina dell'anti-caso.
Il flippismo è nato da una intuizione, anzi proprio da un'invenzione, del noto professor Picchiatelli, che nei primi anni '50 aveva pubblicato un dotto trattato dedicato all'argomento, pubblicato a spese dell'altrettanto noto editore/filantropo/mecenate Walt Disney nella prestigiosa enciclopedia divulgata nel mondo come "Mickey Mouse" e in Italia come "Topolino". Nella parte illustrante il flippismo, il prof citato la propone a Donald Duck (per noi Paperino), in cambio di un dollaro, e che questi sperimenta, in verità con scarso successo, in capitoli seguenti.
Il sub-flippismo viene introdotto da un anonimo a corredo di un post in cui le strane scelte di un collega, ivi descritto, cui non riusciva a dare una valida spiegazione (anche a causa della sua scarsa fantasia), hanno provocato la creazione di questa subdola modifica al tema principale, che tra l'altro già stava bene di suo. 

Torniamo alla sua confidenza specifica.
Una sera, molto sul tardi, dopo avere portato un botolo suo simile a fare i bisognini corporei in un prato adiacente la ferrovia, rientrava verso casa con l'obbrobrio di cane al guinzaglio.
Era una sera nebbiosissima, che i lampioni a lato della strada rendevano spettrale.
Nel suo incedere prudente e solitario (a parte il cagnetto), in un rettilineo aveva percepito, ovattato dalla nebbia, uno strano cigolio; avanzando ancora, aveva notato, tra le auto parcheggiate in fila indiana una appresso l'altra, che una di queste aveva sobbalzi anomali, tipo quando si tenta di avviare una vettura con la marcia inserita.
Con movimenti sussultori, con alternanze ondulatorie. 
Da pensare più a un mini terremoto che ad altro…
Curioso più d’un gatto, non si era allarmato, anzi si era avvicinato, scostando la nebbia come fosse la tenda di una finestra.
Accostandosi, aveva intuito che quella vettura nascondeva un’alcova.
“Ostia, chi ciùlen!”, aveva esclamato tra sé e sé, continuando con falsa indifferenza il suo cammino.

(Altro inciso: Ostia, lo sanno tutti, è Roma Marittima, da tempi antichissimi, non è cosa nuova. Come non è nuova la pratica cui lui aveva pensato e poi apertamente citato; pare sia antichissima pure quella, tanto da non richiedere traduzione: si riferisce chiaramente ad un’attività che tutte le casalinghe, ma anche le suore, conoscono bene e che, di solito, salvo strani malesseri occasionali, svolgono con ardore e amore (quest'ultimo non indispensabile). Ed è una di quelle poche mansioni cui partecipano volentieri i partner, ma anche i frati, senza brontolare).

Lui e il suo botolo avrebbero forse proseguito, magari fischiettando (lui) per evidenziare la sua indifferenza al probabile spettacolo hard, ma lo spostamento improvviso della nebbia gli aveva fatto prendere un colpo.
Quella macchina era la sua, e i cigolii e gli squassamenti erano provocati da qualcuno che al suo interno faceva goga-mi-goga.
Quasi incredulo per la profanazione della sua vettura, si era accostato quel tanto sufficiente a sbirciare all’interno, per vedere…
Quello che nessun padre vorrebbe mai vedere.
Sua figlia che, forse per ripararsi dal freddo, si era coperta con un tizio, presumibilmente un uomo, a lui, Umberto, sconosciuto. Aveva specificato che visto dal 'cu' (con la francese) , il vero sesso della copertura non era visibile; intuibile sì.

Qui torno a quello che prima ho definito un colpo all’immagine che mi ero fatta del suo quoziente intellettivo: aveva proseguito, con l’indifferenza messa a dura prova dal cuore che batteva a mille.
Per come lo conoscevo, avrei giurato che si sarebbe fermato, facendo un macello, perlomeno verbale. 
Invece no; e, così facendo aveva leggermente ritoccato la mia valutazione del suo QI.
In meglio, sì, ma questa era talmente bassa che anche col ritocco restava ampiamente sotto la linea di pareggio.
Peraltro raccontando l’episodio all’urbe, all’orbe e ai sordi tutti, era prontamente rientrato nei parametri già noti.
Forse aveva richiesto esplicitamente un 'modesto' consiglio in merito a quanto avvenuto; se lo ha fatto, sicuramente avrà domandato se non fosse il caso di cambiare macchina (A), visto il cigolio lamentoso che questa esprimeva, oppure portarla semplicemente a grafitare (B).
Avevo consigliato la A, pensando gli potesse portare disagio usarla dopo la profanazione.
Sub-flippiscaniamente l'aveva forse fatta grafitare, e la teneva, a pensarci bene, come una reliquia, come il fuori onda che segue spiega con dovizia di particolari.
Peccato che all'epoca non fossi ancora sufficientemente maligno, altrimenti in vece della grafite avrei suggerito l'uso della vaselina, che allora andava alla grande; per lubrificare gli stantuffi delle sospensioni, senza macchiare più di tanto i tessuti limitrofi, era la trovata del secolo.
   
Fuori onda.
Dopo un post che trasuda buonismo dalla prima all’ultima virgola, il lettore avrà, forse, la curiosità di sapere il finale dell'episodio. 
In verità non lo so, ma la simpatia verso il soggetto mi fa ipotizzare una (piccola) cattiveria.
Rientrando in casa, il buon Umberto, calciato il botolo sotto il tavolo, calmata l’aritmia per lo choc appena subìto, avrà convocato la moglie che, incidentalmente, era una sua copia clonata, e le avrà comunicato quanto scoperto in quella terribile serata nebbiosa:
“Ohi, mijé, t’el set, la tusa el ciula com tuc i-alter donn!”.
Una notizia che per qualunque mamma (pur sapendo che quello è un sentiero da percorrere per quasi tutte le figlie, anche se fattesi suore) sarebbe stato motivo di collassi, pianti, crisi isteriche e stridore di denti, alla moglie era apparsa come la liberazione da un incubo.
La figlia, in effetti, era un incrocio multiplo tra la Mariangela di Fantozzi, il padre, la madre e il botolo.
E visto che, con tutta la buona volontà, quattro comodini non fanno un armadio, il sospiro di sollievo della mamma nel sapere che anche questo suo mobiletto, legno del suo legno, aveva imparato a fare le pulizie di casa era più che giustificato.
Si vedeva all’orizzonte la possibilità che andasse a ripararsi dal freddo lontano dalla loro abitazione; un’ipotesi mai presa in seria considerazione, prima di questo evento straordinario. La coperta aveva un'importanza relativa; mi piace pensare che si trattasse di qualcuno facente parte della quarta T del logo cittadino.
Credo che sant'Omobono (nomen omen), patrono della TurùnTuràsTetàsTerùnTugnass, avrà ricevuto fiori e opere di bene come mai da nessun altro.