mercoledì 11 marzo 2020

Danni collaterali

Una delle conseguenze del Covid-19 è il danno economico che questo malanno sta causando, il cui peso emergerà più chiaramente quando l'emergenza sanitaria sarà finita.
Emergenza economica che, comunque, già si rileva pur se ancora in fase embrionale.
Le varie associazioni che difendono gli interessi delle singole categorie già tirano giù i conti cominciando, in ordine sparso, a chiedere al governo sovvenzioni a sostegno dei propri iscritti o genericamente collegati ad esse.
La prima categoria a chiedere un intervento immediato è quella del commercio, al minuto e all'ingrosso.
Gli uffici preposti stanno lavorando ad un elaborato che dovrebbe dare fiato a coloro che dal virus hanno subito danni diretti.
La chiusura di esercizi è all'ordine del giorno e supera di gran lunga non solo la lista dei decessi ma financo quella dei contagiati, sintomatici e asintomatici.
La proposta iniziale degli uffici preposti alla valutazione del danno collaterale subito si articolerebbe su un ragionamento che pare non faccia una grinza. Tendente a unificare sotto una singola formula le quantificazioni via via presentate per danno subito.
La formula è molto semplice.
Per ogni richiesta di sostegno, o supporto alla ripresa, verrebbe valutata la denuncia dei redditi degli ultimi dieci anni; il totale sarebbe diviso per dieci per ottenere una media ponderata del reddito dichiarato. Infine questa media sarebbe divisa per 365/366 e poi moltiplicata per il numero di giorni di chiusura o altro danno subito.
Si conterebbe così di ridurre sensibilmente eventuali richieste che esulano da quello che fu il guadagno realizzato in tempi, non dico rosei, ma perlomeno relativamente calmi.
Infatti, se a fronte di richieste di danno autovalutate in 10.000 € a settimana, dovesse emergere una dichiarazione di guadagno medio annuo di 20.000 €, i conti non tornerebbero.
Senza andare a sfruculiare su come, a fronte di guadagni prossimi alla soglia di povertà, con queste cifre siano stati possibili acquisti immobiliari, per investimento o per allargamento dell'attività,  cambio auto, spese fuori sede per figli universitari, qualche vacanza esotica o perlomeno una crocierina ogni tanto, e altre spesucce che, con pari cifra (ma tassata alla fonte) nessun dipendente si sognerebbe di affrontare.

Il primo accenno, non ancora bozza, di questo studio è stato immediatamente contestato dalle associazioni; sulla base di quali sottili ragionamenti non è dato sapere, segreto d'ufficio, privacy, dicono gli addetti ai lavori.
In una specie di controproposta, le associazioni hanno avanzato l'ipotesi di accorpare ai loro guadagni autonomamente dichiarati (e supportati dalla parola d'onore sulla veridicità dei dati forniti) quelli dei dipendenti fissi, di quelli stagionali e anche di quelli a chiamata giornaliera.
Precisando che, sia dei loro che di questi, fosse preso in carico il lordo imponibile, senza tener conto delle detrazioni che, con l'aiuto di commercialisti addottorati, hanno falcidiato il loro guadagno effettivo ufficialmente dichiarato. Avendo i dipendenti, tolta qualche spesa sanitaria ammessa e senza l'aiuto di tributaristi, goduto appieno dei soldi in entrata.
Se questa tesi riuscisse ad essere credibile e fattibile, la perdita subita avrebbe tutt'altro peso, e tutt'altro peso avrebbe il relativo risarcimento per il danno subito.
E finirà per passare, troppo fuori dalla logica per non passare.

(L'invito pressante a "stare a casa" concede ritagli di tempo per pensare, e tra quei ritagli ogni tanto emerge l'esame di una situazione straniante, per cui, in attesa che la parte sanitaria si risolva, elucubrare qualcosa aiuta a passare il tempo. Ovviamente non sono in corso gli studi citati, ovviamente sull'onestà dei contribuenti autonomi non ci piove, ovviamente alla fine di tutto ci saranno furbi che rideranno. Mai successo, ma, si sa, a tutto c'è sempre una prima volta).



martedì 10 marzo 2020

A m'arcord

"Mi ricordo", poi assemblato da Fellini in Amarcord nell'omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti.
Già all'uscita di quella pellicola, nel '73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in Amari ricordi, visto che all'epoca ricordi dolci del mio passato ne avevo pochissimi.
Col passare degli anni il conto di questi ricordi è poi andato quasi in pareggio, tanto da consentirmi di pescare alla cieca, trovandone di dolci anche in situazioni di convivenza lavorativa.
Da tempo cercavo la lettera che segue questa presentazione, mi ero quasi convinto di averla buttata, pur essendo questa operazione lontanissima dal mio modo di conservare le cose, soprattutto se simpaticamente piacevoli.

L'ho ritrovata quasi casualmente, dentro una scatola da scarpe, tra l'altro bene in vista, con altri biglietti di auguri vari, cartoline di saluti (che allora ancora si usavano), qualche "santino" listato a lutto di persone care che mi hanno preceduto, e il cui ricordo non ha bisogno di essere supportato da immaginette, tanto è impresso a fuoco nel mio cuore.
Racconto sommariamente (chi ci crede, non mi conosce...) da cosa è nata questa missiva, che risale alle feste natalizie del 1989.
Nella primavera di quell'anno, dopo oltre 24 anni di fedele servizio presso una società, avevo ricevuto il lampo, assolutamente inatteso, una "vocazione", una chiamata impossibile da rifiutare.
Oltre al fedele servizio suo diretto, la mia casa madre mi aveva appioppato, su esplicita richiesta delle interessate, una specie di collaborazione extra moenia, con altre due sue consorelle, non concorrenti dirette pur operando nello stesso ramo, che mi avevano cooptato non tanto per meriti miei particolari quanto per motivi logistici ed economici.
I rapporti con queste erano gli stessi che con la società che mi aveva in libro paga, soprattutto quelli con i dipendenti fissi di questi due gruppi; che, con la frequentazione telefonica quotidiana e quella fisica un po' di volte nel corso dell'anno e degli anni, erano divenuti rapporti di cordiale amicizia.
Dopo quegli anni di onorato, rispettato, leale e, per certi versi, divertente servizio, una sera a casa mi era arrivata una telefonata, sintetica ma precisa:
"Ci interessi, a te interessa?", così tronca, senza tanti fronzoli.

(Ho un amico ferrarese, che a ogni domanda precisa riguardante, che so, un piatto, un film, una canzone, una città, una ragazza... proposta con un "Ti piace?", risponde invariabilmente con un
"Veh!" che lascia il tempo che trova; io ci casco sempre con "Ma veh! sì o veh! no?"; bisognerebbe distinguere l'intonazione di quel veh! per avere la risposta immediata all'una o all'altra versione, e io questa sottigliezza vocale non l'ho ancora individuata).

Di sicuro, alla domanda telefonica avrò risposto affidandomi a un termine straniero, di quelli che ci consentono di non passare per parolacciai scostumati, altrettanto tronca:
"Cazzo!".
Dall'altra parte: "Ma cazzo sì, o cazzo no?".
"Cazzo e stracazzo, sì!".
Come non ho detto, era una di quelle proposte che non si possono rifiutare, senza bisogno di teste di cavallo fatte trovare nel letto, a sollecitare una risposta positiva.
Detto fatto, avevo cambiato casacca.
Senza concorsi o test di ammissione che, se richiesti, mi avrebbero tagliato da subito le gambe e rispedito alle origini.
Solo successivamente, alla firma su un contratto, avevo appreso che avevano accumulato su di me tutte le informazioni utili; vita e miracoli risultava che di me sapevano già tutto..
Vita e miracoli... morte, toccando tutt'ora ferro, no.
All'indomani avevo comunicato al mio capo galattico l'offerta ricevuta.
Telefonicamente dispiaciuto, mi aveva chiesto se avevo già deciso in merito.
Nel rispondere era emerso il mio lato femminile, mentendo come solo le donne sanno fare (superate, peraltro, in questo dai politici e dai parcheggiatori abusivi), avevo dato per "ci sto pensando" una decisione già presa d'emblée.
Gli avevo poi mandato due righe, quasi a giustificare il mio "tradimento", in cui attribuivo al desiderio pre-senile di verificare se davvero l'erba del vicino era più verde, il taglio a un passato collaborativo durato cinque lustri, incredibilmente senza screzi importanti, visti i nostri caratteri occasionalmente spigolosi, con sporadici umani periodi di tensione.
Un paio di mesi dopo ero pienamente operativo, nel percorso che mi era stato assegnato, con le stesse modalità di quello precedente, solo con altra maglietta e altro numero di matricola.
E, nota secondaria assolutamente insignificante, altre condizioni economiche, che peraltro non avevano avuto alcun peso importante nella decisione (qui è ancora il mio lato femminile che prevale; però mascolinamente qui arrossisco leggermente...). 
Ma la nuova matrigna (detto in modo affettuoso), aveva voluto l'esclusiva assoluta del mio tempo e della mia, modesta, opera.
Per cui avevo salutato i precedenti amici per andarne a conoscere di nuovi.
Tra quelli lasciati ci sono i due "delinquenti" che mi hanno mandato questa lettera, rimasta nel cuore e nella mente, nonostante siano passati oltre vent'anni.
Spero sia leggibile, poiché per metterla in post ho fatto i salti mortali, non ne voleva sapere di riprodursi, e stavo per rinunciare; poi ce l'ho fatta entrare, malamente, smanettando qua e là, e non so neanche il percorso seguito.
Al limite chi la volesse leggere ingrandisca con le opzioni in alto a destra o con una lente, e buona lettura.
Ho sbianchettato le parti riportanti le varie ragioni sociali interessate, che sarebbero marginali al post e darebbero indicazioni che, almeno per ora, voglio tenere nel cassetto.
Prendendo con le pinze tutti i termini 'adorativi', che sono una chiara (mi affido ancora ai benemeriti termini stranieri), affettuosa, presa per il culo. 

La frase della lettera che mi fa ancora sorridere da un lobo all'altro è quella riferita al fatto che
"... se ce l'hai fatta tu, perché non possiamo farcela anche noi?".

Roberto e Salvatore non sapranno mai quanto quello sfottò fosse veritiero.
Mi piacerebbe dire ai giovani d'oggi: "Se ce l'ho fatta io, potete farcela anche voi", senza falsa modestia, ma i tempi sono cambiati, troppo diversi dai miei, e oggi questa frase, a fronte della disoccupazione che maciulla tutte le capacità e tutte le intelligenze, di giovani e meno giovani, suonerebbe veramente come un ignobile, assurdo sfottò.
La posso solo offrire come un invito alla speranza, che qualcosa cambi e che le persone che meritano riescano a imbroccare la strada giusta, quella strada che consenta di vedere e vivere un futuro dignitoso.

martedì 3 marzo 2020

Umberto

Un nome pescato a caso nel calderone dei ricordi, per titolare questo breve racconto.

Se vado a cercare gli Umberto conosciuti ne trovo una sfilza, perloppiù gente importante: un re (minuscolo, per come è passato alla storia), un oncologo, un poeta, uno scrittore, un politico (Terracini, per dirne uno), un cantante, un attore… e via andare, su questi livelli.
La fantasia mi consente di sentire, come uno stormir di fronde, sulla destra, lontana, una voce stentoreamente gentile, che mette i puntini sulle “i”, anche se in quell'Umberto queste non sono presenti:
“Uhe, bauscia, de Umbert ghe n’è dumà v’un,  tuc i-alter sun nisciun. Pirla!”.

Da un qualcosa sulla sinistra, che non si capisce se sia una quercia, un ulivo o un tappeto di papaveri, quasi a far da contrappeso, un delicato ammonimento, una specie di cartellino giallo:
“Dannato gattaccio, se in questo post ti azzardi a parlare di quell’Umberto mi fermo qui, ritiro gli ambasciatori e ti faccio arrosto. Ho smesso di mangiare i bambini, ma un gatto con patatine al forno non è scritto da nessuna parte che non me lo posso fare. Gatto avvisato…”.

No, non voglio parlare di quell’Umbertochetuttiglialtrisonnessuno.
Che, tra l'altro, all'epoca del racconto aveva ancora i calzoni alla zuava ed era studente modello... dicono le biografie.
Il mio Umberto è quello che per antonomasia si dice 'una persona comune'.
Un po’ fuori dal comune, a dire il vero; per questo lo voglio qui raccontare in modo più specifico, dopo averne accennato in un vecchissimo post.
Vado ai tempi del periodo lavorativo, con colleghi che erano tutti macchiette, che la lunga frequentazione ha stampigliato indelebili nella memoria.
Con una precisazione, forse ignorata da ciascuno nella propria singolarità, che vede macchiette tutti gli altri e quasi mai se stesso: eravamo tutti macchiette.
Sarebbe bello sapere, per esempio, che ricordi hanno gli ex colleghi, di quel capo reparto che a suo tempo sovente faceva loro girare le palline e li fustigava spesso sulla schiena con un righello metallico largo cinque centimetri per quaranta di lunghezza (ma solo di piatto). Senza mai ricevere denunce o proteste, neanche da parte dei sindacalisti, pur essendo questi solitamente rompiglioni. Una leggera punta di sadismo che bene si sposava con un diffuso masochismo, forse accentuato da un vago senso di colpa, visto che per buona parte erano dei lavativi.
Simpatici come singole persone, lavativucci sul verbo lavorare.
(Bei tempi; passati; remoti).
L’Umberto mio era…

(Inciso: vado a raccontare con l’indicativo passato prossimo non perché questo Umberto sia scomparso; in realtà non so se lo sia o meno, ma proprio per non defungerlo con un passato remoto, pur se questo in realtà, come detto, remoto è. “Ei fu…” è già stato immortalato, e si riferiva, appunto, a un personaggio noto appena defunto; non voglio rischiare di dare Umberto per morto, quando magari è più vivo e vegeto di me).

Dicevo, questo Umberto era nato in una città che, per la legge sulla privacy, evito di citare; vuoi mai che mi scappi qualcosa ritenuto negativo per l’immagine di quel comprensorio, e mi vengano chiesti miliardi di euro di risarcimento all’ipotetico danno morale arrecato.
Però posso dire, senza tema di offendere chicchessia, che il suo logo preferito è condensato in tre parole:
“Turùn, Turàs, Tetàs”
che mi pare sia già un indizio che dice tutto, senza colpo ferire.

Vado a descrivere brevemente il soggetto, sia per la parte fisica che per quella comportamentale, più o meno collegate l’una all'altra.
Una delle sue caratteristiche era il fatto di essere un leghista ante litteram, quando le uniche leghe conosciute allora riguardavano soltanto gli sponsali tra metalli, tipo il piombo con l'antimonio.
Citando la sua città, per descrivere come fosse ormai invasa da elementi estranei, la loggava come
“Terùn, Turàs, Tetàs”
quando i negher , i mandarini, gli albanesi, i marocchini, erano ancora lontani a venire.

Quando era di cattivo umore, ovvero quando qualcuno del capoluogo della sua regione lo ‘urtava’, anche questo qualcuno era dumà ‘n terùn, magari centrando il bersaglio, visto che il peso demografico anche in quella città pendeva da tempo a favore degli “stranei”.
In merito amava raccontare di una battaglia nella sua città, relativa all’aggregazione di una quarta T alle tre esistenti.
La scelta pare fosse orientata verso un personaggio che dava lustro alla città, senza bisogno di chiedere poltrone in cambio.
Pur essendo ancora in vita, il candidato indigeno più indicato era Tognazzi. Ugo Tognazzi.
Ma il peso degli “stranieri” era stato tale che il progetto era stato accantonato, per evitare lo scorrere del sangue per le vie cittadine.
Infatti, motivando le proposte con la necessità di sprovincializzare, i-alter  avevano messo in campo le candidature chi di Totò, altri ancora di Trilussa.
Secondo l'Umberto mio, el Tugnass sarebbe andato benissimo, ma sarebbe stato la quinta T, dopo quella dei Terun, aggiuntiva anziché sostitutiva ai Turun.
Questa quarta T, ormai invadente come e più dell’erba gramigna, sarebbe stata da eliminare; nel migliore dei casi da allontanare, possibilmente con le buone.
Sembrava una boutade, allora...

Il fisico, guarda le combinazioni della vita, sosteneva adeguatamente questa sua missione di protoleghista.
Era alto un metro e un cazzo (come direbbe l'Alighieri) di calibro medio, anche se l’altezza di una persona è sempre una forma di calcolo relativamente soggettiva.
Per dire, se confrontata con quella di un  baskettista, (circa due metri, senza tacchi) preso a caso da un elenco telefonico, la sua era abbondantemente inferiore.
Se confrontata con quella di un noto politico di destra, preso a caso dal solito elenco telefonico (un metro e un cazzo, ma di calibro minuto, forse con i tacchi), sarebbe risultato alto come un corazziere (memento Rascel nel film omonimo).
Più che rotondetto, lo ricordo quadrato.
Come un comodino.
Capelli crespi di un riccioluto cortissimo, fittissimi, nerissimi, tanto che i negher arrivati successivamente lo avrebbero preso come modello ideale per le loro acconciature.
Tra le sue varie caratteristiche spiccava quella della discrezione.
Ogni giorno (che ci fosse il sole, la neve, la pioggia, la nebbia, un tempo così-così…) aveva un problema nuovo da esporre, un’esperienza da raccontare, un consiglio da richiedere, un’indicazione da valutare.
E tutto questo lo dedicava a una persona soltanto.
Per volta.
Tanti eravamo presenti, e, uno alla volta, venivamo a conoscenza del suo dilemma quotidiano.
Data la sua discrezione, alla fine di ogni “confessione” singola, la raccomandazione costante a ciascuno era:
“Me racumandi, al dis a lu, che è persona per bene, ma non ne parli ad altri, non credo che capirebbero...”.
Per  raggiungere le ‘vittime’ delle sue confidenze aveva una tattica particolare. Aspettava che un collega, qualunque, fosse prossimo alla macchinetta del caffè, o all’uscita dallo spogliatoio, o dal bagno, che fosse intento a valutazioni private, purché solitarie, dei propri problemi: mollava tutto e si lanciava in fretta e furia a braccarlo.
Iniziava l’esposizione del suo guaio contingente e non lasciava andar via il malcapitato se questi non aveva sorbito fino all’ultima goccia di contenuto del suo calice. 
Solitamente amaro.
Se si avvicinava un terzo, interrompeva il monologo e si allontanava, promettendone la ripresa a quanto prima possibile.

A me aveva riservato un rapporto privilegiato: ero di solito tra i primi a cui si confidava, nonostante questo rapporto fosse stato, dal primo momento, una sottilmente formale presa per i fondelli.
Forse reciproca.
Intanto, su una trentina di colleghi di contatto quotidiano, era l’unico con cui dall’inizio alla fine della colleganza lavorativa il “lei” era rimasto invariato. E pure la chiamata col cognome...
Reciproci pure questi.
Inoltre, come introduzione all'esposizione dei suoi problemi, se a questi era previsto seguisse un consiglio o un parere da elargire, la sua frase di approccio era sistematica:
“Senta, mi è capitato questo e questo; secondo il suo modesto parere…”, ecc.
La prima volta che avevo sentito del peso dato a priori a un mio eventuale (peraltro giustamente modesto) consiglio, avevo accettato che fosse, come detto prima, una birichina presa per il sedere, scherzosa, e avevo ignorato, senza reagire.
La seconda volta (o forse anche la terza o quarta) che la ‘modestia’ dei miei pareri era ormai consolidata, incassavo questo suo incipit, adeguando le risposte.
Se il consiglio richiesto dava la possibilità di scelta tra una ipotetica linea A e una linea B, in netto contrasto tra loro, gli offrivo quella che (sempre a mio modesto parere) era la più negativa, la meno probabile, la assolutamente impossibile andasse a buon fine.
Credendo ogni volta di avere così risolto perlomeno il problema della rottura di marroni; avendolo indirizzato malamente alla soluzione del suo, di problema, con il logico tracollo della fiducia nei miei ‘modesti’ pareri.
Troppo semplice.
Si dice: il vino buono sta nelle botti piccole.
Anche la malignità, se è per quello. Ve lo dice uno che in merito la sa lunga, per esperienza diretta... 
E Umberto di quella straboccava.
Regolarmente, tempo dopo, veniva a raccontarmi di avere risolto il problema allora esposto, proprio seguendo il mio (sempre modesto) parere elargitogli.
Avevo l’impressione che fosse un adepto del sub-flippismo(*) più raffinato.
E mi sentivo ogni volta, e sempre più, preso per i fondelli, ed era un'impressione che ormai saliva fino quasi a punzecchiarmi le tonsille.
Un episodio, da lui raccontato a tutti nel solito modo discreto, mi è rimasto impresso e, in verità, inizialmente era stato un ulteriore, leggero, colpo alla già scarsa immagine che mi ero fatta del suo quoziente di intelligenza.

(*) Breve pausa, anche per allentare la tensione che, forse, questo prologo può aver provocato.
Il flippismo (per i pochi che non sanno cosa sia) è una teoria filosofica che invita ad affidare al 'caso' ogni scelta o decisione, importante o meno, che presenti almeno due possibilità di soluzione. Contrariamente ad altre forme filosofiche, opinabili, questa, nella sua semplicità, offre una soluzione a tutto, senza ricorrere a ghirigori semantici che possono prestare il fianco a interpretazioni varie e soggettive. La sua semplicità si riassume nel lancio della moneta che, con il classico testa/croce dà l'indicazione precisa alla scelta o decisione migliore da prendere. Non ha una garanzia di riuscita, che peraltro non hanno anche le altre filosofie.
Fin qui mi sembra chiaro.
Esiste poi un sub-flippismo che, non fidandosi più di tanto della casualità offerta dalla filosofia madre, dà la possibilità di aggirare l'indicazione primigenia, optando decisamente su quella contrapposta. Esempio semplice: arriviamo a un bivio stradale, senza tom-tom o altri navigatori tecnologici o carte stradali che dicano da che parte andare; si lancia la monetina, testa-a-destra/croce-a-sinistra. Esce testa e il flippista puro segue fiducioso l'indicazione e si incammina a-destra; il sub-flippista non si fida e se ne va deciso alla via di sinistra. Ritenendo così di fregare il 'caso' che, a sua volta, seguendone l'immediata dritta, sicuramente lo avrebbe fregato.
La versione pura del flippismo è molto usata dai politici, soprattutto quando non sanno bene, o non sanno del tutto, che pesci pigliare, che decisione prendere per il 'bene' della comunità che amministrano. La versione sub viene attivata ogni volta che la prima scelta dà l'impressione di rispondere a una logica troppo alla portata di tutti. Politica, economia, uso delle (scarse) risorse disponibili... tutto sottoposto alla piattaforma divina dell'anti-caso.
Il flippismo è nato da una intuizione, anzi proprio da un'invenzione, del noto professor Picchiatelli, che nei primi anni '50 aveva pubblicato un dotto trattato dedicato all'argomento, pubblicato a spese dell'altrettanto noto editore/filantropo/mecenate Walt Disney nella prestigiosa enciclopedia divulgata nel mondo come "Mickey Mouse" e in Italia come "Topolino". Nella parte illustrante il flippismo, il prof citato la propone a Donald Duck (per noi Paperino), in cambio di un dollaro, e che questi sperimenta, in verità con scarso successo, in capitoli seguenti.
Il sub-flippismo viene introdotto da un anonimo a corredo di un post in cui le strane scelte di un collega, ivi descritto, cui non riusciva a dare una valida spiegazione (anche a causa della sua scarsa fantasia), hanno provocato la creazione di questa subdola modifica al tema principale, che tra l'altro già stava bene di suo. 

Torniamo alla sua confidenza specifica.
Una sera, molto sul tardi, dopo avere portato un botolo suo simile a fare i bisognini corporei in un prato adiacente la ferrovia, rientrava verso casa con l'obbrobrio di cane al guinzaglio.
Era una sera nebbiosissima, che i lampioni a lato della strada rendevano spettrale.
Nel suo incedere prudente e solitario (a parte il cagnetto), in un rettilineo aveva percepito, ovattato dalla nebbia, uno strano cigolio; avanzando ancora, aveva notato, tra le auto parcheggiate in fila indiana una appresso l'altra, che una di queste aveva sobbalzi anomali, tipo quando si tenta di avviare una vettura con la marcia inserita.
Con movimenti sussultori, con alternanze ondulatorie. 
Da pensare più a un mini terremoto che ad altro…
Curioso più d’un gatto, non si era allarmato, anzi si era avvicinato, scostando la nebbia come fosse la tenda di una finestra.
Accostandosi, aveva intuito che quella vettura nascondeva un’alcova.
“Ostia, chi ciùlen!”, aveva esclamato tra sé e sé, continuando con falsa indifferenza il suo cammino.

(Altro inciso: Ostia, lo sanno tutti, è Roma Marittima, da tempi antichissimi, non è cosa nuova. Come non è nuova la pratica cui lui aveva pensato e poi apertamente citato; pare sia antichissima pure quella, tanto da non richiedere traduzione: si riferisce chiaramente ad un’attività che tutte le casalinghe, ma anche le suore, conoscono bene e che, di solito, salvo strani malesseri occasionali, svolgono con ardore e amore (quest'ultimo non indispensabile). Ed è una di quelle poche mansioni cui partecipano volentieri i partner, ma anche i frati, senza brontolare).

Lui e il suo botolo avrebbero forse proseguito, magari fischiettando (lui) per evidenziare la sua indifferenza al probabile spettacolo hard, ma lo spostamento improvviso della nebbia gli aveva fatto prendere un colpo.
Quella macchina era la sua, e i cigolii e gli squassamenti erano provocati da qualcuno che al suo interno faceva goga-mi-goga.
Quasi incredulo per la profanazione della sua vettura, si era accostato quel tanto sufficiente a sbirciare all’interno, per vedere…
Quello che nessun padre vorrebbe mai vedere.
Sua figlia che, forse per ripararsi dal freddo, si era coperta con un tizio, presumibilmente un uomo, a lui, Umberto, sconosciuto. Aveva specificato che visto dal 'cu' (con la francese) , il vero sesso della copertura non era visibile; intuibile sì.

Qui torno a quello che prima ho definito un colpo all’immagine che mi ero fatta del suo quoziente intellettivo: aveva proseguito, con l’indifferenza messa a dura prova dal cuore che batteva a mille.
Per come lo conoscevo, avrei giurato che si sarebbe fermato, facendo un macello, perlomeno verbale. 
Invece no; e, così facendo aveva leggermente ritoccato la mia valutazione del suo QI.
In meglio, sì, ma questa era talmente bassa che anche col ritocco restava ampiamente sotto la linea di pareggio.
Peraltro raccontando l’episodio all’urbe, all’orbe e ai sordi tutti, era prontamente rientrato nei parametri già noti.
Forse aveva richiesto esplicitamente un 'modesto' consiglio in merito a quanto avvenuto; se lo ha fatto, sicuramente avrà domandato se non fosse il caso di cambiare macchina (A), visto il cigolio lamentoso che questa esprimeva, oppure portarla semplicemente a grafitare (B).
Avevo consigliato la A, pensando gli potesse portare disagio usarla dopo la profanazione.
Sub-flippiscaniamente l'aveva forse fatta grafitare, e la teneva, a pensarci bene, come una reliquia, come il fuori onda che segue spiega con dovizia di particolari.
Peccato che all'epoca non fossi ancora sufficientemente maligno, altrimenti in vece della grafite avrei suggerito l'uso della vaselina, che allora andava alla grande; per lubrificare gli stantuffi delle sospensioni, senza macchiare più di tanto i tessuti limitrofi, era la trovata del secolo.
   
Fuori onda.
Dopo un post che trasuda buonismo dalla prima all’ultima virgola, il lettore avrà, forse, la curiosità di sapere il finale dell'episodio. 
In verità non lo so, ma la simpatia verso il soggetto mi fa ipotizzare una (piccola) cattiveria.
Rientrando in casa, il buon Umberto, calciato il botolo sotto il tavolo, calmata l’aritmia per lo choc appena subìto, avrà convocato la moglie che, incidentalmente, era una sua copia clonata, e le avrà comunicato quanto scoperto in quella terribile serata nebbiosa:
“Ohi, mijé, t’el set, la tusa el ciula com tuc i-alter donn!”.
Una notizia che per qualunque mamma (pur sapendo che quello è un sentiero da percorrere per quasi tutte le figlie, anche se fattesi suore) sarebbe stato motivo di collassi, pianti, crisi isteriche e stridore di denti, alla moglie era apparsa come la liberazione da un incubo.
La figlia, in effetti, era un incrocio multiplo tra la Mariangela di Fantozzi, il padre, la madre e il botolo.
E visto che, con tutta la buona volontà, quattro comodini non fanno un armadio, il sospiro di sollievo della mamma nel sapere che anche questo suo mobiletto, legno del suo legno, aveva imparato a fare le pulizie di casa era più che giustificato.
Si vedeva all’orizzonte la possibilità che andasse a ripararsi dal freddo lontano dalla loro abitazione; un’ipotesi mai presa in seria considerazione, prima di questo evento straordinario. La coperta aveva un'importanza relativa; mi piace pensare che si trattasse di qualcuno facente parte della quarta T del logo cittadino.
Credo che sant'Omobono (nomen omen), patrono della TurùnTuràsTetàsTerùnTugnass, avrà ricevuto fiori e opere di bene come mai da nessun altro.

mercoledì 19 febbraio 2020

Tema: racconta l'Italia

Era un tema ricorrente alle elementari.
Lo svolgimento era abbastanza semplice, bastava accennare, almeno vagamente, alla dimensione territoriale, altrettanto vagamente alle sue risorse, alle sue bellezze, ai suoi mari, ai suoi monti... a qualunque cosa che consentisse di riempire i fogli del quaderno; una sufficienza era il premio da raggiungere, solo i secchioni puntavano a un 7. Il voto 8 era il top, ma sotto sotto, nei normoscarsi covava il dubbio che fosse influenzato da parentele o amicizie o altro peggio...
Questo visto con l'ottica attuale, dove tutto puzza di brogli e in cui, mai come oggi, pecunia non olet; laddove il denaro ha preso l'abito del potere, con il corollario di favori e privilegi il cui 'profumo' viene saltuariamente percepito dalla giustizia che li dovrebbe punire.
Giustizia a sua volta affatto esente dagli stessi 'peccatucci' che dovrebbe perseguire.

Il territorio dell'Italia è abbastanza chiaramente delimitato da alcuni mari e da altrettanti monti.
Dovrebbe essere di circa 300 mila chilometri quadrati, ma all'epoca non lo sapevo, come non sapevo quanto potessero valere in metri o centimetri; peggio ancora se quadrati.
Avessi saputo quelle cifre, credo che avrei spuntato perlomeno un 6- in geografia.
In seguito, quando le conoscenze si accumulavano, mi sono chiesto se in quel chilometraggio fossero comprese le superfici delle ambasciate e dei consolati, i natanti, gli aeromobili, le cassette di sicurezza e i conti bancari all'estero, battenti la nostra bandiera.
Ovunque ci sia un italiano, mi son detto, Italia è.
I due isolotti in centro Italia, che si fregiano del titolo di Stati, sono o meno territori italiani?
La nostra geografia, a quel tempo, era supportata più dalla lettura del Cuore di De Amicis, certo più interessante dei nomi di monti fiumi mari città che forse mai avremmo visto; quel libro sbrigliava le fantasie: di volta in volta eravamo i piccoli personaggi ivi descritti, soprattutto quelli che esprimevano eroismi o sentimenti patriottici, rimasugli di quello che fino a poco prima erano sentimenti comuni. Quanto poco spontanei lo avremmo scoperto poi...

Raccontare l'Italia dopo avere letto i viaggi di Goethe  e quello di Pavese, e quelli di altri soprattutto stranieri, non è impresa facile; chiaramente non c'è pericolo possa trattarsi di plagio, essendo tutti assolutamente inimitabili. Cielo, quanto da loro descritto poco è cambiato o, se lo è, lo è in peggio. Penso alle sporcizie non metaforiche di Venezia e Palermo, citate da Goethe, o, sempre dallo stesso, la descrizione dell'allegra cialtroneria napoletana, a margine della quale quasi giustifica il nichilismo lavorativo dei partenopei, dando soprattutto al clima la responsabilità di questo.
C'è da dire che Goethe ha girato l'Italia guardando in particolare le opere d'arte, i panorami marini e montani, raramente abbassando lo sguardo a filo di terra; quando lo ha fatto gli è venuta spontanea la critica alle dette città.


L'Italia è un Paese grande.
Ed è, indubbiamente, geograficamente bello.
Leggenda vuole che Padreterno l'abbia creata dopo sei giorni di faticoso assemblaggio dell'universo tutto.
Era il settimo giorno, quello che la stessa leggenda dice che avrebbe dovuto essere dedicato al riposo; a un giusto riposo dopo una faticaccia del genere, che manco i cinesi...
L'Italia può essere definita come il frutto di un momento di relax del sommo Fattore, un po' quello che succede oggi recandosi a una partita di pallone, a una nottata in discoteca, a una sbronza al pub... quando si cerca, uscendo sovente di testa, di annebbiare la fatica della settimana con un qualcosa di diverso.
Succede, troppo sovente, che per alcuni sia quello l'ultimo giorno, sia di lavoro che di relax...
C'è chi ritiene che quel giorno di riposo poteva essere meglio impiegato, ma sono malignità di invidiosi, contrastati dai milioni di visitatori che vengono a vedere il capolavoro del settimo giorno e quelli irripetibili creati da sue creature in tempi affatto tecnologici.

L'Italia è un Paese grande.
In passato è stato impero, possedeva alcune colonie africane, in cui ne ha fatte un po' di tutti i colori, di cotte e di crude, ma di queste marachelle nei libri di storia se ne parla poco, preferendo dare spazio al poco di bello e utile che colà venne fatto.
Abbiamo perso le colonie, ma siamo rimasti impero: impero autarchicamente interno.
Subito dopo l'ultimo conflitto, adottato lo stendardo di Repubblica, più che altro per essere alla moda, le fette dell'Italia erano ufficialmente dette Regioni.
In realtà erano colonie, anzi feudi...
Nelle colonie era prevista la presenza di un viceré, designato dall'imperatore di turno; ciascun viceré si formava la sua piccola corte di fedelissimi, un gruppetto di addetti alla sua sicurezza personale, e tanti rigagnoli preferenziali che sarebbero stati utilizzati alla bisogna.
Nei feudi è previsto un governatore, ufficialmente designato dal popolo che andrà a governare; per tutto il resto l'apparato è identico a quello del viceré.
Ci sono feudi ricchi e feudi meno ricchi; questi ultimi si arrangiano con intrallazzi di vario genere, suggendo il latte da qualunque mammella provenga, riuscendo così a vivere bene senza colpo ferire; poi ci sono feudi letteralmente poveri, con risorse talmente limitate da essere costretti a elemosinare le briciole degli avanzi dei feudi Epuloni.
In periodi non ben determinati, in tutti i feudi è prevista la chiamata del popolame che dovrebbe giudicare se il gruppo governante abbia operato bene o malamente.
Quelle chiamate sono pomposamente dette elezioni, libere elezioni, espressioni decisive per la conferma o l'alienazione del governatore in causa.
Come nelle migliori tradizioni medievali, in queste occasioni ciascun feudo cerca di allargare il proprio orticello, e c'è la corsa ad accaparrarsi più territori possibile, allo scopo di ampliare il margine di trattativa per ottenere dall'imperatore benefici, da aggiungere a quelli già in dotazione.
Quasi come nel medioevo, la lotta per le vittoria è all'ultimo  ̷s̷a̷n̷g̷u̷e̷  voto; in effetti ogni nuovo voto acquisito è una fleboclisi di potere rigenerante.

L'Italia è uno Stato bersagliere, quando

... dove gemono i dolori, 
primo accorre il bersagliere,
che dà al misero i tesori
di bontade e di fermezza.

Siamo la sacra madre Patria, che mostra la sua vera grandezza non appena un proprio figlio si trova accerchiato dal male.
All'estero...
Lo ha dimostrato recentemente con quelli che genericamente definisco "fatti cinesi".
Sinteticamente: un gruppo di italiani, in Cina per motivi di studio, a rischio di contagio da virus ancora sconosciuto. 
Presente: un aereo militare, adeguatamente attrezzato per evitare ogni possibilità di contagio viene lanciato quale salvagente, per riportarli in seno alla madre patria.
Bene!, bravo!, bis!, avrebbe declamato Petrolini.
Era rimasto a terra uno studente, poche linee di febbre, pare dovute al freddo di una stanza, non chiaramente contagiato, ma la prudenza aveva consigliato di non metterlo con gli altri.
Così erano cominciati i suoi 'dolori', la febbre era scomparsa, i test antivirus erano negativi, si era reso possibile il suo rientro.
Presente: aereo, sempre militare, attrezzato in maniera stratosferica, personale medico di prim'ordine; piloti e personale regolarmente scafandrati, barella con vista panoramica... Detto, fatto.
Con il supporto beneaugurante del vice ministro alla sanità, con la presenza del ministro degli esteri in trepida attesa all'aeroporto, con i media pronti a raccontare ogni minuto dell'avventura... Nessuno che abbia lamentato la mancanza a bordo di almeno un'Eminenza che desse il conforto della fede a un ragazzo che, pur essendo in ottima salute, doveva apparire al mondo come quasi spacciato.
Questo ragazzo, poco che si sappia gestire, ha un avvenire radioso. Nell'immediato, trascorsi i canonici giorni di quarantena precauzionale, ci sarà una presenza asfissiante in ogni salotto televisivo, dove racconterà la sua avventura, dandole una mantella di eroismo, che solo cuori di ghiaccio non apprezzeranno.
Ancora Petrolini: bene, bravo, tris!
Infatti è in rampa di lancio un terzo volo, mirante al recupero di un gruppo di turisti italiani, quarantenato su una nave da crociera, ormeggiata da giorni in un porto.

Lo stesso Stato bersagliere che

... non discende dallo spalto
finché il fuoco cesserà.

Senza commentare più di tanto le dette operazioni, anche perché non ho visto appunti negativi in merito, mi permetto di sperare che lo Stato bersagliere prima o poi discenda da quello spalto per prendere atto di cosa sia la coerenza nel confronto tra il trattamento di un cittadino che dall'estero chiede aiuto, essendo in discrete condizioni di salute, e i milioni di italiani in patria che la salute l'hanno persa e chiedono a quello stesso Stato solo un pizzico dell'interesse dimostrato in questa occasione.
Se il bersagliere discendesse dallo spalto vedrebbe le decine di ospedali soppressi, i posti letto radicalmente ridotti, il personale sanitario in una situazione di precariato perenne, i mezzi di pronto soccorso fuori uso senza possibilità di recupero poiché, essendo datati mesozoico, non esistono pezzi di ricambio o tecnici artigiani con capacità d'intervento, attrezzature che mezzo secolo fa erano di prim'ordine e che ancora sono considerate tali nonostante siano marcescenti per la la ruggine... 
Verrebbe a sapere di gente che muore dopo essersi visto rifiutare, più volte e in nosocomi diversi, il ricovero, tutti giustificati dalla mancanza di posti letto.
Se scendesse dallo spalto, tutta la sua grandezza, quella messa in mostra a solo uso del resto del mondo, si sgretolerà, sarà come neve cui il sole fa brillare i diamanti di ghiaccio per dissolverla in tempi brevi, trasformandola in pozzanghera.
Potrebbe mettere in agenda una revisione totale del sistema sanitario nel suo complesso, uniformandolo al meglio, e usando la scure dei tagli solo nei casi di conclamata inefficienza o di chiara inutilità sul territorio.
Ma non lo farà: preferirà godersi gli attimi di effimera gloria, costruiti ad arte da astuti sceneggiatori, esperti, appunto, nella creazione di sceneggiate, un tempo prerogativa tipica dei comici.

Pensavo: tutti questi nostri preziosi connazionali probabilmente avranno dovuto stipulare un'assicurazione a copertura di eventuali intoppi, sia nel gruppo di studio che in quello turistico.
Ovviamente, questa, non sarà tenuta ad alcun intervento di supporto sanitario, visto che tutti gli interessati godono di buona salute. E non mi risulta che le assicurazioni risarciscano ansie e paure (più che giustificate, per carità!), se non in presenza di malanni o accidenti chiaramente identificati.
Per cui i tre raid saranno totalmente a carico del convento... per la gioia di chi è rimasto in patria; e, visto l'andirivieni di aerei, per la goduria della Greta, da un po' di tempo in sonno.

Cara Maestra delle mie elementari, questo è il mio svolgimento, questa è l'Italia che oggi posso raccontare. Non avrò più il tuo voto, diciamo che sarebbe un ex voto, di quelli che un tempo si appendevano nei santuari per grazia ricevuta o per scampati pericoli.
Grazie ne ho ricevute poche, e quanto a pericoli scampati, cara vecchia Maestra, sai meglio di me che l'Italia è ormai tutto un succedersi di pericoli; scampato uno, non fai in tempo a tirare un sospiro di sollievo che alla porta ne bussa un altro.
In Italia oggi si può (soprav)vivere, amarla diventa sempre più difficile

giovedì 13 febbraio 2020

Prevenire il virus Corona

La prevenzione è uno dei capisaldi principali per evitare, in anticipo appunto, eventuali guai o disastri.
Prevenire in campo sanitario è quanto mai importante; in nessun altro settore il prevenire evita, in seguito, di curare.
Succede con la diffusione dell'uso dei vaccini, o con il martellante indirizzamento verso stili di vita che, solitamente, allontanano la possibilità di accidenti, sovente letali, che comunque avviano a cure costose e non sempre adeguate.
Quando si parla di prevenzione, soprattutto a livello di politiche di prevenzione ancora prima che sanitarie, il nostro mondo si divide in due: c'è chi dice che troppa prevenzione crea allarmismo, c'è chi dice che la poca prevenzione porta alle epidemie, alle pandemie.
Dalla troppa prevenzione non è possibile avere riscontri: succede niente, i virus sembra che ci sorvolino senza infettarci, e i detrattori trovano sponda per criticare un troppo che non avrebbe avuto motivo di essere.
Per gli altri, quelli che il troppo, soprattutto in ambito sanitario, non è mai troppo, le influenza stagionali, quelle esantematiche in età scolare e prescolare, gli accidenti occasionali, dovuti magari a chiare imprudenze e pessime manutenzioni del proprio corpo, meriterebbero sempre un di più, che dovrebbe oltrepassare i limiti di qualsiasi buon senso prudenziale.
Personalmente preferisco il troppo-troppo al troppo-poco.
Ed è in quest'ottica che, vista la situazione mondiale del diffondersi del coronavirus, che giustamente occupa ormai stabilmente le prime pagine dei giornali e dei telegiornali (e che contrappongono più che mai i cultori del 'troppo' e quelli del 'poco') che ho trovato questo messaggio del ministero della salute che, in una chiara ottica di massima prevenzione, spiega come affrontare il malanno, prima di ricorrere a cure che, detto en passand, ancora non ci sono.
Sono certo che siano indicazioni utili, da prendere in seria considerazione e applicare, per quanto possibile, alla lettera.

Ministero della Salute: Istruzioni per la prevenzione del Coronavirus

楢琴执执 瑩浻牡楧硰执执獧浻牡楧敬瑦 瀰 絸朣杢执獧扻捡杫潲湵 潣潬昣昸昸慢正 牧畯摮椭 慭敧敷止瑩札慲楤湥楬 湥潴昣昸昸攣散散戻捡杫潲 湵浩条洭穯氭湩慥牧 摡敩瑮琨灯捥捥捥 慢正牧畯摮椭慭敧 獭氭湩慥牧摡敩瑮琨灯 捥捥捥慢正牧畯摮椭慭敧楬敮牡 札散散汩整 牰杯摩慭敧牔湡晳牯楍牣 獯景牧摡敩瑮猨慴 瑲潃潬卲牴昣昸昸摮潃潬卲牴攣散散 潢摲牥 硰猠汯摩搻獩汰祡戺潬正潭潢 摲牥爭摡畩 瀲漭戭牯敤慲楤獵硰敷止瑩戭牯敤慲楤獵 硰戻牯敤慲楤獵硰执獧搴摻獩汰祡戺潬 正瀻 獯瑩潩敲 慬楴敶执獧搴筮楤灳慬湩楬敮戭潬 正漻敶晲潬朣楢琴执 执瑩浻牡楧硰执执獧 浻 牡楧敬瑦瀰絸朣杢执獧扻捡杫潲湵潣潬昣 昸昸慢正牧畯 摮椭慭敧敷止瑩札慲楤湥楬敮 牡氬晥 ⁴潴敬瑦戠瑯潴牦浯潴捥捥捥戻捡杫 潲猠汯摩搻獩汰祡 戺潬正潭潢摲牥爭摡畩 瀲漭戭牯敤慲
E, intanto, lavarsi sempre bene le mani 

Un aiuto ulteriore verrà dall'inizio del carnevale: anche gli scettici sulla diffusione di questo accidente, indosseranno le maschere. Due piccioni con una fava: si sentiranno protetti e festeggeranno, magari criticando il troppo che crea allarmi, a detta loro, ingiustificati.

Dimenticavo: queste "istruzioni" circolano in Svizzera; ovviamente si tratta di una notizia scherzosa, direi carnascialesca, al limite possono strappare un sorriso, però...
Guarda caso, la Svizzera è uno dei Paesi europei che non segnala casi di Coronavirus...
Il testo potrebbe essere una formula scaramantica che anticipa i vaccini da laboratorio, che pare siano ancora lungi dall'essere creati.

Nella prospettiva di un buon uso della formula, ritengo doveroso proporre qui anche la lettura in caratteri nostrani; non che cambi molto, ma è di più facile declamazione.
In bocca al lupo:

Yóu qín zhí zhí yíng jiǒng mǔ yǎng shā zhí zhí juàn jiǒng mǔ yǎng jìng wǔ mí jiǎn tóng jiang zhí juàn zhì jiǎn sì shào yǒu mǐn shàn zhěn dōng dōng màn zhèng mù jùn áo tuǒ yìn jī fū zhǐ yíng zhá mán sǒng tū jié tū zhū zhěn dōng dōng luán sàn sàn tì jiǎn sì shào yǒu hào tiáo kuāng sè dōng dòng zào mù gài xiào lì kūn dēng wàn wàn wàn màn zhèng mù jùn áo tuǒ yìn jī tǎ dōng dòng zào mù gài xiào lì kūn dēng wàn wàn wàn màn zhèng mù jùn áo tuǒ yìn jī jié xiá mǔ zhá sàn sàn gǔ zhěng yòu bēi mó yìn jī bó yú xī gǔ běn rèn xūn jǐng mù gài xiào lì yuán shè qiāng xiǔ shàn shào dǐ zhěn dōng dōng áo xiǔ shàn shào dǐ luán sàn sàn huáng chàn fāng shā diǎn hóng mó nuò huì tài chái shì shàn zhèng tán huáng chàn fāng zhēng gài yī liàn mǎng yǎn gǔ kě mán sǒng liè shā fū zhǐ yíng yǎn gǔ kě mán sǒng liè shā tì gǔ kě mán sǒng liè shā zhí juàn qiān càn huì tài chái shì shàn zhèng dài xūn yíng yì qiāo qín tì zhèn zhí juàn qiān shì sǒng huī qín dòng jié xiá yǎn shàn zhèng liáo zhèn nǐ shàn tóng yóu qín zhí zhí yíng jiǒng mǔ yǎng shā zhí zhí juàn jiǒng mǔ yǎng jìng wǔ mí jiǎn tóng jiang zhí juàn zhì jiǎn sì shào yǒu mǐn shàn zhěn dōng dōng màn zhèng mù jùn áo tuǒ yìn jī fū zhǐ yíng zhá mán sǒng tū jié xiá mǔ yà wǎn ⁴ zhū jìng wǔ zhī láng zhū máo wú zhū wàn wàn wàn tì jiǎn sì shào diǎn hóng mó nuò huì tài chái shì shàn zhèng tán huáng chàn fāng zhēng gài yī liàn mǎng yǎn gǔ kě mán

E poiché credo siano pochi a masticare il cinese mandarino (o mandarino cinese, detto anche kumquat) ho chiesto a Google la traduzione in italiano corrente, ottenendone una versione alla portata di tutti.:

È Qin Zhi Zhi Ying jiǒng mǔ yǎng shā Zhi Zhi Juàn jiǒng mǔ yǎng Jing wǔ mí jiǎn tóng Jiang Zhi PU jiǎn sì Shao yǒu mǐn Zhen Shan Dong Dong màn Zheng mù giu áo tuǒ Yin jī Fū zhǐ Ying Zha mán sǒng TU Jié TU Zhū ​​Zhen Dong Dong LUAN San San tì jiǎn sì Shao yǒu hào tiao Kuang sè Dong Dong Zao mù gài Li Xiao kun Deng WAN WAN WAN màn Zheng mù giu áo tuǒ Yin jī Tǎ Dong Dong Zao mù gài Li Xiao kun Deng Wan Wan Wan màn Zheng mù giu áo tuǒ Yin jī Jié Xia mǔ zha San San gǔ Zheng È bei mó Yin jī bó yú xī gǔ Ben Ren Xun jǐng mù gài Xiao Li Yuan lei QIANG xiǔ Shan Shao dǐ Zhen Dong Dong áo xiǔ Shan Shao dǐ LUAN San San huáng chàn fāng shā diǎn hóng mó nuò huì tài chái shì shàn zhèng tán huáng chàn fāng zhēng gài yī liàn mǎng yǎn gǔ kū mě zhǐ fūzhū fūng n sǒng LIE shā zhī Juàn qián può Hui tài Chaï shì Shan Zheng dài XUN battenti yì QIAO Qin tì Zhen Zhi Juàn Shi Qian sǒng Hui Qin Jie Dong Xia yǎn Shan Zheng LIAO Zhen nǐ Shan Tong Qin Zhi Zhi Ying jiǒng mǔ yǎng shā ZHI ZHI Juàn jiǒng mǔ yǎng Jing wǔ mí jiǎn tóng Jiang Zhi PU jiǎn sì Shao yǒu mǐn Zhen Shan Dong Dong màn Zheng mù giu áo tuǒ Yin jī Fū zhǐ battenti zha mán sǒng TU Jié Xia mǔ yà wǎn ⁴ Zhū Jing wǔ zhī láng Zhū máo wú zhū wàn wàn wàn tì jiǎn sì shào diǎn hóng mó nuò huì tài chái shì shàn zhèng tán huáng chàn fāng zhēng gài yī liàn mǎng yǎn gě kě

La Cina si avvicina, parati sumus...

P.S.: ricordovvi che siamo in Carnevale.



domenica 9 febbraio 2020

"L'ubriaco" di Leonardo Maltoni




L'imbarìgh

Da quand ch’ho vèst che i’an i ciàpa via,
che mor i dè senza un po’ ’d rimissiòn,
ho mes da un chént la mi reputaziòn
e am so zarchè e mi post in ‘t l’ustarìa.

D’in sdài in ‘t’la scaràna ad lègn e ‘d paja,
la nòta la’s strabìga pièn pianìn,
un zìgar, un sbadài, un pér ‘d quartìn,
do ciàcri, e ac-sé… a m’ingòz fin a la scaja.

E cun la testa pèrsa in ‘t un élt mond
cun la chitàra a bagàt una canzòn
par zarché and chilzè via che magòn,
ch’l’ha ardòt la mi vita a un mér ad piomb.

L’ingarbòj ad tot i dè, d’incùa e ad ììr
par un pér d’ori ài las in ‘t’un cantòn
e vers e zìl a soffi un’uraziòn
ch’im lassa sté pr’un po’ i mi pansìr.

Pu a m’imbarìgh pien pien, cun discreziòn,
a stagh so e a m’invèj longh a la stréda,
a trabàl cùme un scàf a l’ingulfèda
fin che a mardùs in péta a e mi purtòn…

… E a lè a m’afèrum, e quési cun rispét
a guérd cun i guzlùn in ti oc cla stéla
che a guardèva, agrapé a cla burdèla
che un dè la m’ha vlù ben. E am vagh a lét.

Leonardo Maltoni – 1979
in 'Gamël 'd guàzza'
©️ 1984 R. Battaglini - Parma


L’ubriaco

Da quando ho visto che gli anni scappano,
che muoiono i giorni senza pietà,
ho messo da parte la mia reputazione
e mi sono cercato un posto all’osteria.

Seduto su un sedia di legno e di paglia,
la notte si trascina pian pianino,
un sigaro, uno sbadiglio, un paio di quartini,
due chiacchiere, e così bevo fino alla sbornia.

E con la testa perduta in un altro mondo
con la chitarra rovino una canzone
per cercare di calciare via quel magone,
che ha ridotto la mia vita a un mare di piombo.

Le delusioni della vita, di oggi e di ieri
per un paio d’ore le lascio in un angolo
e verso il cielo soffio una preghiera
affinché per un po’ i miei pensieri mi lascino in pace.

Poi mi ubriaco pian piano, con discrezione,
mi alzo e mi avvio lungo la strada,
vacillo come una barca nella tempesta
finché mi trascino di fronte al mio portone…

… E lì mi fermo, e quasi con rispetto
guardo con le lacrime agli occhi quella stella
che guardavo, abbracciato a quella ragazza
che un giorno mi ha voluto bene. E vado a letto.

giovedì 30 gennaio 2020

Lettera aperta a TIM.it

Gentile signora Tim,

essendo stata abolita, circa ottant'anni fa, la forma comunicativa del Lei, e parendomi il tu troppo confidenziale, rispolvero il rispettoso quanto desueto Voi nell'inoltrarVi la missiva che segue.
Un "Voi" che è rispettoso omaggio verso il Vostro ente metafisico, ma che ha valore di un "voi" diretto al Vostro sterminato (letto come infinito, senza confini; mai che alcuno leggesse distrutto, annientato; che è pensiero anni luce lontano dal mio conscio; dal mio inconscio non più di mezzo metro) gruppo che è supporto indispensabile alle Vostre molteplici attività.
Ivi compreso il sottobosco che Voi ufficialmente disconoscete e ufficiosamente foraggiate.
Come Voi ben sapete, con l'abolizione del "lei" era stata vietata anche la stretta di mano, che fino ad allora, tra contraenti, aveva più valore di qualunque contratto; non per motivi igienici (Papa docet), ma perché il braccio doveva essere teso verso l'alto, in memoria dell'antico impero romano.
Nel seguito di questa lettera non vado a rimestare la stretta di mano, ma il valore (sic!) del Vostro contratto.

Chiedo venia per la pubblicazione di una corrispondenza che dovrebbe essere privata, ma non avendo avuto risposta alcuna alla miriade di domande posteVi attraverso i canali cosiddetti istituzionali, provo a scriverVi su quelli che, oggi e domani, vanno per la maggiore: i social, che probabilmente Voi leggete e commentate più volentieri che gli scritti e le parole dei Vostri diletti e preziosi clienti.
Nel Vostro caso specifico, l'ultra millenaria locuzione "verba volant, scripta manent" è completamente priva di ogni significato.
Infatti, per quanto riguarda i verba rivolti al Vostro figlio prediletto (che Voi proteggete e vantate con la sigla numerica 187, e a cui affidate la gestione di ogni problema, assicurandone la pronta precisa soluzione), sappiamo che vengono regolarmente registrati e quindi ogni chiamata sono verba che, tecnologicamente, diventano scripta, che un domani Voi potreste usare nel caso ai tapini chiamanti sfuggisse qualche parola non rispondente ad un rispettoso ossequio.
Bene, sia i verba registrati, quando rispettosi e umilmente fantozziani, che gli scripta, anch'essi con le stesse caratteristiche, per Voi non sono carta straccia, termine troppo abusato: per Voi sono carta igienica che, come ben sapete, è termine d'uso più comune, senza per questo essere abusato; la caratteristica di quest'ultima è di essere usa-e-getta, senza neanche la possibilità di riciclo.
In tutte le mie comunicazioni, sia verbali che scritte, ho sempre mantenuto un profilo che (purtroppo) mi è dote, pur se ormai morto e sepolto, e persino disprezzato: quello dell'educazione. Vi preciso che l'ho applicato per rispetto a chi, dall'altro capo del filo o al tavolo di lavoro o al computer, sta lì per lavorare, sta lì per campare. E che, sicuramente, non è pagato a sufficienza per sopportare insulti a difesa di un ente fantasma, quale Voi siete.
Vi scrivo a titolo strettamente personale, sono certo che per qualche milione di Vostri fan queste righe appariranno come elucubrazioni di uno squilibrato.
Nel caso mio, le propongo, queste squinternazioni, proprio per il fatto che alle centinaia di telefonate, alle lettere via fax, a quelle via PEC, ai tentativi via e-mail, ai contatti con punti che si onorano di esporre l'insegna Tim, non riesco ad avere non dico una soluzione ai problemi esposti, ma neanche una risposta accettabile come tale.

Cara Signora, sono Vostro cliente dai primi anni '70, passando attraverso tutte le Vostre metamorfosi, non comprensibili ai comuni mortali, virtualmente camaleontiche, fino a quest'ultima.
Ho cambiato numero una prima volta, a causa di uno spostamento lavorativo che mi ha portato a 1200 km di distanza dal luogo di lavoro e residenza; all'epoca non era possibile portarsi appresso il numero acquisito, e per averne uno nuovo nel domicilio prescelto ho atteso pazientemente un paio d'anni. L'apparecchio 'banana' datomi in comodato col primo contratto lo avevo restituito, onde evitare addebiti che probabilmente mi avrebbero perseguitato fino alla fine dei miei giorni; pensiero già allora angosciante, senza immaginare lontanamente cosa avrei dovuto affrontare in seguito.
Oggi, appunto.
Da allora, gentile Signora, potreste scavare, nel lungo periodo e nei Vostri archivi, senza trovare un solo giorno di ritardo nel pagamento delle fatture, o bollette che dir si voglia. Se lo stuolo dei Vostri studi legali (questi presumo lautamente retribuiti) dovesse campare risolvendo diatribe con me, sarebbero tante braccia strappate all'agricoltura.
Se mai trovassero qualcosa di non quadrato, mi impegno a dichiarare ufficialmente che questo post è stato solo un esercizio di scrittura, e amici come prima.
Non esageriamo: amici mai, forse meno nemici. Ma questo pericolo non esiste...

Dopo questa breve premessa, passo al dunque precipuo di questa missiva.

Ai primi di luglio dello scorso anno mi ero fatto abbindolare da una proposta allettante proveniente da un'agenzia che si era qualificata, ribadendolo a più riprese, come Tim.
Era stata una proposta che, a fronte di vantaggi quasi stratosferici, prevedeva il cambio del numero e della variazione del nome utente.
Sarebbe stato il secondo cambio di numero in mezzo secolo...
Pur trovando strana l'offerta, e ritenendo (stupidamente, lo ammetto) che Tim fosse una garanzia, quasi alla pari con il famoso salume della stella, avevo accettato.
Me meschino, me sciagurato...

Dopo la nottata ristoratrice, il giorno dopo avevo chiamato la Vostra colonna portante 187 per avere lumi su quanto avvenuto il giorno precedente.
Intanto mi ero beccato dalla gentilissima operatrice un poco metaforico "deficiente" per avere aderito all'offerta di una fantomatica Tim. Offerta che solo un minus habens avrebbe accettato. Infatti...
A margine: il vecchio numero era stato già cassato e il nuovo era in lavorazione; impossibile il ripensamento, a meno di disdettare la linea e richiedere un nuovo contratto, con le relative spese. Impossibile, altresì, sapere gli sviluppi contabili della vicenda, per entrambi i numeri, quello defunto e quello neonato.
In seguito, nelle ormai quotidiane richieste di chiarimenti, avevo appreso che della proposta ricevuta dall'agenzia fasulla non era rimasto neanche un capoverso; non solo, a ogni chiamata il canone previsto per il nuovo numero era altalenante, tendente al rialzo; le spese di cessazione e di attivazione, datemi per inesistenti, sarebbero state addebitate... invito ad attendere le fatture per sapere gli importi precisi.

Cosa fatta, capo ha, dicono al polo Sud, per cui mi ero messo l'animo in pace, per modo di dire, accettando le pene (pecuniarie) che mi sarebbero state irrogate.
Così, fino a tutto settembre sono arrivati addebiti a pioggia, sia su un numero che sull'altro.
Verso fine settembre era arrivato il contratto per il nuovo numero, lo scipta che avrebbe dovuto mettere la parola fine a una parte della vicenda.
Incredibilmente, il canone stampato corrispondeva a quello proposto dalla fantomatica agenzia Tim.
Beh, qualcosa avevo ottenuto, mi ero sentito un pelino meno deficiente, la mia autodisistima aveva ricevuto una iniezione corroborante.
Avevo iniziato una pratica legale, detta (non so perché) di conciliazione. Con il ricevimento del contratto, che rispondeva alle mie aspettative, l'avevo bloccata, convinto (ahimè!) che quello stampato fosse la cassazione della vicenda.

Era troppo bello per essere vero...
Infatti siamo a fine gennaio 2020 e dal mese di attivazione in poi è stato applicato il canone previsto nel contratto, maggiorato del 50%.
Per dirla in soldoni, in un contratto stampato che prevede un ipotetico 120 € in un anno, con questo andazzo ne pagherò 180. Il che fa apparire la famigerata operazione "28 giorni" una barzelletta. Con la differenza che quella era stata concordata con tutti gli altri gestori (tutti bella gente!), mentre questo è un f̶u̶r̶t̶o̶ prelievo ad personam che non ha l'attenuante del "così fan tutti" d'infelice memoria.
Inoltre, nello stesso contratto, era prevista un'opzione per avere 200 mega (pleonastico spiegare a Voi cosa sono, anche perché a me non è affatto chiaro di cosa si tratti; dovrebbe essere qualcosa che riguarda la potenza e la velocità dell'adsl, ma di più non so), di cui non ho necessità, e che prevedeva, tra l'altro, il cambio del modem di ricezione (mai avvenuto), anziché i 100 mega in corso dall'arrivo in zona della fibra.
Non l'avevo richiesta ed era stata applicata d'ufficio. Segnalato il "disguido", l'addebito è cessato, con la pronta riduzione dei mega a 30.
In termini bellici, una palese ritorsione...
Telefonate ("apro la segnalazione"), fax, PEC, e-mail... nessun riscontro.
Questo per il nuovo numero.

Per il vecchio: ho solo visto cifre in uscita, rinunciando a soppesarle, in paziente rassegnata attesa che la pratica fosse definitivamente chiusa.
Risultava da saldare un addebito rateizzato per il modem (lo stesso rimasto sul nuovo numero, per la stessa linea) € 1,99 fino al raggiungimento delle 48 rate previste; restavano 19,04 € per chiudere la pratica.
Buon senso avrebbe detto di accorparle in un'unica soluzione e chiudere così la vicenda.
Buon senso, appunto... richiesta avanzata per telefono (un simbolico "ghe pensi mi...", la risposta), per fax verso Fiumicino, nella Pec riassuntiva spedita al relativo recapito Telecom (Vostra precedente sigla, ufficialmente abortita ma tuttora in uso).
Dal momento della cessazione Voi mi avete tempestivamente avvisato sulla emissione delle nuove fatture: prima con messaggio su cellulare, poco dopo via mail; Vi racconto l'iter, se casualmente non lo conosceste.

"Ti informiamo che è disponibile online la tua fattura mensile per la linea xxxxx", la mia vecchia linea; più sotto
VAI ALLA FATTURA
(per i social in bianco e nero, lettere bianche su sfondo blu cobalto)

Anche un incompetente, quale io sono, sa che per visualizzare un testo o un'immagine è necessario cliccare sulla finestrella. Che porta alla richiesta di digitazione del numero di cui si chiede la bolletta. 
Altro clic, altra nota:

"Il servizio al momento non è disponibile. Ti preghiamo di riprovare più tardi"
(sempre per i social in bianco e nero, colore rosso vivo)

Riprovato per giorni, senza alcun risultato. 
In cambio ho sempre ricevuto la bolletta in cartaceo per via postale, che ogni volta comporta un addebito di 65 centesimi di € per spese spedizione fattura.
Centesimi che, uniti ad altro importo più consistente, passano inosservati. Balzano all'attenzione quando vengono abbinati a una cifra ridicola, tipo 1,19 €, che è la rata mensile rateizzata del vecchio modem.
Dicembre, messaggio cellulare, avviso mail, riferito a novembre; cartaceo postale... more solito, che mi comunica che "Attenzione, non c'è nulla da pagare".
Wow, doppio, forse è finita.
Gennaio: fattura relativa a dicembre, € 5,52.
Lo so, irrisoria con questi chiari di luna...
L'accorpamento su tre mesi della rata c'è; in cambio, in questa bolletta vengono addebitate le spese spedizione fattura, una per mese, compreso quello non c'è nulla da pagare.
La cifra a saldo è di circa 19 €; come si accorpano tre mesi, è così fuori logica ritenere possibile un unico saldo, magari con unico addebito per spese postali?

Non volendo essere questo scritto denigratorio nei Vostri confronti, in chiusura mi piace citare anche una recente operazione, in chiave positiva.
Dopo l'estate, ormai abbondantemente trombato con la faccenda del cambio numero, avevo fatto richiesta di rimborso per i citati famigerati "28 giorni".
A fine novembre ho ricevuto, in stampato cartaceo, una nota di credito per il rimborso di quanto illecitamente, e proditoriamente, a suo tempo prelevato.
Uno stampato, pur senza altri accenni né saluti, è pur sempre una sicurezza, come dimostra la parte di questo testo inerente il contratto.
Non essendo prevista una scadenza per l'accredito, ho comunque la certezza che avverrà quanto prima.
Nonostante tale fiducia ho pensato bene di inserire nel testamento un codicillo che segnali il credito da specificare nella pratica d successione.
Perlomeno morirò con la speranza che i nipoti dei miei nipoti alla fine incasseranno il maltolto.

Baciando le mani a Vossia, porgo distinti saluti.