mercoledì 2 settembre 2020

Prove di quarantena

Premessa: la legge mi costringerebbe a specificare le fonti storiche da cui vado ad attingere per la stesura di questo breve excursus su alcune quarantene, sanitarie e non, nel corso del tempo. Posso garantire in piena coscienza sulla loro veridicità, ma non le pubblico solo per evitare una segnalazione per pubblicità occulta.
Quelle su fatti di un lontano passato hanno la stessa attendibilità del dentista quando dice "tranquillo, non sentirà niente!", o del politico che dichiara solennemente "di essere una persona semplice al servizio esclusivo dello Stato". 
Quelle di vita vissuta, sia in tempi remoti che in altri recenti, hanno la stessa attendibilità che avrebbe lo stesso dentista qualora dicesse "non si agiti, le farò una male boia, ma le sto vicino e con una fialetta di adrenalina la rimetterò in sesto, nel probabile caso che avesse un collasso", o del politico che onestamente dichiarasse "io sono io, e voi siete un cazzo!" (cit. questa la so, è del marchese del Grillo, e vado sul sicuro).

Noè ed il barcone

La prima quarantena di cui si ha memoria e prove certe riguarda Noè e soprattutto la sua arca. In seguito erroneamente nota come Arca dell'Alleanza, proprio non appena le alleanze in atto iniziavano a sfasciarsi. Non era la stessa cosa, ma "arca" viene comunemente associata a due eventi diversi ma con la stessa valenza storica.
Dice la storia che a quel tempo gli umani erano diventati un branco di esseri impuri, oggi si direbbe di porci, i quali, non essendo ancora stati inventati i preservativi, stavano moltiplicandosi sulla Terra che manco i ricci.
Dio aveva provato in tutti i modi a ostacolare questo proliferare incontrollato: aveva inventato il ciclo alle donne, in modo da frenare per qualche giorno al mese una fornicazione che era ormai il passatempo unico e preferito di tutto il genere umano. Aveva anche messo un limite temporale all'attività sessuale, fissando il massimo della fertilità ai novecento anni... Purtroppo, nella sua onniscienza, aveva trascurato le capacità mnemoniche di questi vecchietti che, anche mentalmente, continuando a macinare i ricordi, li rendevano talmente solidi da riuscire a ingravidare le femmine senza neanche completare l'atto sessuale. Per le femmine credeva di aver messo un paletto inamovibile alla loro fertilità, dando un segnale chiaro con la cessazione del ciclo, ma anche queste, come i maschietti, avevano trovato il sistema di aggirare l'ostacolo, restando ingravidate anche oltre l'età dei maschietti coetanei. 
La moltiplicazione continuava ininterrotta, anche gli anziani, teoricamente fuori causa,  in aggiunta al pensiero vivace avevano trovato il modo di sopperire alle limitazioni del contatto fisico affidandosi a pillole, provette, protesi, cure anti età... e le donne avevano aggirato il divieto divino di procreare in età tarda, affidandosi a un contadino, mago delle semine, che con misture di semi vari riusciva a dare le gioie della maternità fino a oltre mille anni.
All'inizio dei tempi, lo stesso padreterno aveva dato a tutti un invito imperativo "crescete e moltiplicatevi", senza pensare che quello sarebbe poi stato l'unico suo comando ad essere ottemperato nei millenni a venire, senza considerare che a lungo andare il troppo avrebbe finito per stroppiare la Terra.
Disattendere un comando divino? Giammai!
Si erano resi tutti conto, per una sola volta, che l'obbedire era più piacevole del disattendere.
Risultato prossimo allo zero. Si era scassato proprio, il buon Dio, e aveva delegato un suo fedelissimo affinché mettesse sull'avviso quei maiali (nel senso letterale del termine): per farli smettere avrebbe distrutto tutta la terra e quanti la abitavano. A quel punto sarebbero stati cavoli amari per tutti, o quasi.
Anche la tutt'altro che velata minaccia era caduta nel vuoto, solo un paio tra tutti avevano smesso,  forse per smarrimento delle attrezzature nella bocca di un animale feroce e selvatico; gli altri avevano continuato a ramazzare come se niente fosse.
Dio, leggermente alterato (si sa, Dio non s'incazza mai, è innegabile), aveva ordinato a Noè la costruzione di un barcone, assemblato il quale avrebbe ricevuto le dritte per farvi salire una rappresentanza di generi, sui quali avrebbe poi ricostruito un genere (repetita juvant) umano a sua immagine e simiglianza.
Dopodiché avrebbe scatenato un diluvio che, come garanzia di equanimità, sarebbe stato universale.
Ci volle una settimana per costruire l'arca, diciamo che oggi sarebbe una settimana sul tipo  di una incubazione.
Ad essere ospitati sull'imbarcazione (oltre, ed era il minimo) al Noè stesso e ai suoi famigliari, fu deciso fossero innanzitutto gli animali, che tra tutti gli esseri viventi erano risultati i meno peccatori. 
Erano rappresentati quelli puri e, per bontà sua, un paio di impuri. Questi, manco a dirlo, erano i suinidi.
A questo, forse, risale l'avversione di alcune razze di eletti verso queste povere bestie, che per altri, peccatori incalliti, restano piatto forte un po' di tutte le cucine.
Per non apparire troppo drastico nella sua decisione, aveva consentito anche l'accesso all'isola galleggiante, di alcune coppie di politici, fidandosi della garanzia che gli avevano dato di operare seguendo, come sempre, le sue direttive.
Non volendo che sulla barca si ripetesse quanto accaduto sulla terraferma, Egli aveva vietato tutti gli accoppiamenti. Gli animali avevano rispettato il divieto, pur senza averne capito il senso; i politici no, pur avendo ben compreso il motivo di quel divieto, anzi proprio perché lo avevano compreso, avevano moltiplicato le prestazioni in barba al comando di chi li aveva creati.
Infatti, la loro figliolanza ha mantenuto viva nei millenni la consuetudine di garantire onestà e morigeratezza, sorvolando poi allegramente sulle promesse e, anzi, fregandosene altamente di quelle che per tutti gli altri sono regolamenti e leggi (vedi premessa).
Bon, il diluvio minacciato arrivò ed ebbe una durata cronometrata di quaranta giorni e, secondo alcune versioni storiche, pure di quaranta notti (ma è tesi ancora dibattuta: dal punto di vista di studiosi discotecari la notte in realtà è prosieguo del giorno e ne è pure premessa, per cui sommandola al giorno vero darebbe un periodo di quaranta giorni pieni, composti di un minimo di 24 ore ciascuno).
La Terra, lo sappiamo tutti, allora era piatta, non esiste alcun dato che ci dica se la sua forma piana fosse rettangolare, quadrata o addirittura circolare, ma era comunque una grande distesa che si perdeva alla vista dell'occhio. Sugli animali non c'era da fare affidamento. C'erano, è vero, i politici ma si erano talmente abituati a mentire che, pur di ingraziarsi il pio e buon Noè avrebbero raccontato balle anche al padreterno. Già allora, incredibile!
Allo scadere dei quaranta giorni, ci sarebbe dovuto essere un "liberi tutti!", che fu ritardato dal timore che le piogge che, ininterrotte, avevano innaffiato tutto il terreno, si fossero solo prese un  breve periodo sabbatico in attesa di disposizioni, che tardavano a venire.
I tentativi di andare a vedere da vicino come stessero le cose erano andati a vuoto. Perfino la richiesta ad alcuni politici di andare a saggiare la consistenza del terreno sotto il metro d'acqua che lo ricopriva, era stata respinta con la motivazione che in una scala di salvataggi i primi a doversi salvare erano loro, in base al noto dettato celeste che citava espressamente: prima i politici, poi le donne, poi i bambini, poi gli anziani e, se avanza posto, poi tutti gli altri... che i nostri si erano impegnati a salvare, appresso a loro. Avevano preso i bambini appena figliati e ne avevano fatto scudo per evitare di essere cooptati per quella missione, probabilmente solo natatoria. Sugli animali non c'era da fare affidamento, erano troppo confusi. C'erano, appunto, i politici ma si erano talmente abituati a mentire che, pur di ingraziarsi il pio e buon Noè avrebbero raccontato balle anche al padreterno.
Già allora, incredibile!
Così, in aggiunta a quella quarantena, pare ci fossero state altre tre settimane di attesa; in realtà erano state indispensabili per consentire alle acque di defluire verso i mari e gli oceani, divenuti residui a memoria futura degli esseri umani di quanto accaduto. Finendo per formare territori a sé, ancora oggi solo parzialmente esplorati.
Fu in quelle tre settimane che la Terra prese la forma comunemente ritenuta attuale, tonda quasi come una palla da biliardo: infatti, per favorire lo smaltimento delle acque dovute all'ira divina, arricchite dai liquami prodotti nel  corso della quarantena, il terreno troppo pregno e piatto non riusciva ad asciugarsi, almeno quel tanto da consentire una ripresa delle attività su suolo solido. Allora Dio, che tra le altre infinite doti sue precipue, si era pure laureato in architettura modellistica, aveva iniziato ad arrotondare i bordi del pianeta, consentendo alle acque di scivolare verso l'infinito sottostante che, essendo anch'esso sotto la sua giurisdizione, si guardò bene dal protestare, per il fondato rischio di essere annientato pur'esso dalla sua ira, ancora non del tutto placata.
Plasma che ti plasma, questa grossa palla risultò essere cosa buona; solo che, troppo arrotondata correva il rischio di mettersi a ruzzolare incontrollabile lungo le vie dell'universo, per cui l'aveva premuta leggermente a due estremità casuali contrapposte, creando così i due poli, che non avrebbero altra funzione se non quella di fare da freno al rotolìo della Terra stessa.
E gli inquilini dell'arca?
Accertata la solidità del terreno, abbandonata la navicella, gli animali si erano sparsi per il mondo, trovando ciascuna razza l'habitat suo naturale, in attesa che gli umani dessero loro la caccia per eliminarli, chi con la scusa di sfamarsi, chi per puro sollazzo. Per quanto li riguardava, i cosiddetti sapiens, preso possesso del creato, se lo erano spartito più o meno equamente in base ai cerchi olimpici, appositamente inventati. Ai bianchi i terreni migliori, con risorse che sarebbero bastate a tutti; a quelli diversamente colorati erano stati affidati ampi territori da dissodare e rendere fertili in vista di una cessione ai bianchi in cambio della sopravvivenza; solo ai neri era stato assegnato un trattamento privilegiato: era stato loro concesso l'uso senza limiti del calore e della luce del sole fino all'estinzione della razza.
La procreazione era proseguita, i peccati pure... e Dio si era momentaneamente arreso, affidando al tempo il giudizio e le punizioni via via necessarie per mettere un freno agli abusi.
Quanto alla tondità della Terra passarono millenni prima che qualcuno di loro si rendesse conto del fatto di vivere su una superficie affatto piatta, e fu opera ardua convincere buona parte del genere umano di tale situazione; ci furono persone che addirittura finirono bruciate vive pur di non rinnegare questa loro scoperta, che peraltro era soltanto una teoria, volendo facilmente confutabile. Infatti, nel XXI secolo d.C. quello che si credeva cosa certa e ormai acquisita sta tornando in discussione.
E, dato che gli umani di oggi non hanno altri quesiti da risolvere (l'ultimo pare fosse quello millenario sulla nascita per primo dell'uovo o della gallina, risolto affidando a un gallo la primogenitura) il concetto di una terra piatta come un campo di calcio sta prendendo nuovamente piede e finirà per avere un peso determinante nei prossimi sondaggi referendari, proposti con una formula chiara, senza possibilità di errore:
"La terra è piatta? metti la crocetta su SI".
"La terra è tonda? metti la crocetta su NO".
Sarà una lotta all'ultimo SI e all'ultimo NO...
Vincerà sicuramente il migliore, come sempre accade quando si affida al popolo una decisione vitale, e il perdente si metterà l'animo in pace.


La montagna e il deserto

Dopo quella dovuta al diluvio, le quarantene di cui si hanno notizie documentate sono quelle di Mosè sul monte Sinai e quella di Gesù detto Cristo nel deserto della Giudea. Su questi due eventi sono stati scritti fiumi d'inchiostro, addentrarsi nei quali non è impresa alla mia portata. Mi affiderò quindi alla memoria di quanto, molto succintamente, mi fu raccontato in illo tempore.

La quarantena di Mosè fu attribuita a un ordine di Dio, tanto per cambiare, che impose al Nostro di recarsi sul monte Sinai (per alcuni Oreb), teoricamente per fare penitenza e purificarsi in vista della consegna delle Tavole della Legge, più note come i Dieci Comandamenti.
In realtà credo che quei quaranta giorni furono il minimo indispensabile per scolpire su pietra le disposizioni divine; i caratteri mobili furono inventati e brevettati da Gutemberg qualche migliaio d'anni dopo, per cui l'unico modo per tramandare ai posteri le leggi divine era scolpirle su un manufatto che resistesse più a lungo dei disegnini incisi su papiro o delle tavolette di cera che, se non tenuta in frigo, erano destinate a sciogliersi come neve al sole, ma anche prima. Due tavolozze di pietra erano la base ideale per lasciare all'umanità un messaggio indistruttibile. Non mi pare che gli attrezzi disponibili all'epoca andassero oltre a una specie di scalpello (forse di pietra pure quello) e un sasso a mo' di martello, per cui Mosè era stato impegnato a sbatacchiare su pietra ciò che Dio a mano a mano gli dettava.
Basterebbe chiedere ai nostri Michelangelo, Bernini, Canova, Leonardo, Cellini e moltissimi altri un giudizio sulla fatica di uno scalpellinamento per scrivere lettere e parole, ma soprattutto concetti, su una dura roccia, per di più con mezzi probabilmente rudimentali.
In quaranta soli giorni Mosè riuscì a dare ai posteri un'opera d'arte che, nella sua virtualità, continua a essere parlante nella sostanza del messaggio, da secoli per secoli. Cielo, messaggio tanto apprezzato e discusso quanto poco seguito nella sua applicazione.

Gesù nel deserto:  sono quaranta i giorni e (qui ben rimarcato) quaranta le notti, ufficialmente trascorsi là in solitudine e digiuno, per provare la sua resistenza morale alle tentazioni che colà avrebbe trovato.
Pare che quel deserto fosse in realtà un monte, ma la sostanza non cambia. Si può essere eremiti sul monte e sul mare, su un panfilo come in una villa lussuosa, o in una metropoli densamente popolata, fianco a fianco con migliaia di persone... Si tratta di una condizione soggettiva, dovuta a situazioni contingenti o al rifiuto di convivere con altri esseri umani, ovvero alla necessità di esaminare in profondità il proprio stesso essere, da vivente e pensante.
Poi ci sono romitaggi imposti dalle circostanze, magari per salvaguardare la salute comune o per dare modo di rivedere quanto eventualmente malefatto con atti criminosi... I primi accolti con malcelata gioia, bandiere e canti dai balconi, a conferma della necessità di un 'fermo immagine' periodico per rivedere un po' di vita in comune; i secondi un po' molto meno.
Dunque, seguendo il filone storiografico, Gesù fu invitato (per talune fonti trasportato a forza), da angeli dipendenti da suo Padre, a ritirarsi per un periodo limitato in questo deserto, come detto per passare il tempo resistendo ad alcune tentazioni cui Egli stesso lo avrebbe sottoposto, tramite suoi emissari, appositamente addestrati e specializzati nell'attentare alle virtù congenite all'essere umano.
Qui dovrei entrare in considerazioni teo-filosofiche a cui non sono portato, esattamente come la matematica o la fisica, per cui salto a pie' pari il quesito del perché un padre (divino) abbia ritenuto utile sottoporre suo figlio (divino pur'egli) a una prova del genere.
Mi sono fatta un'idea diversa, ritenendo che la decisione della quarantena in quel romito fosse volontaria, per potersi preparare al meglio in vista del compimento della missione per cui era sceso in Terra.
Così i quaranta giorni li aveva trascorsi mettendo in bozza i suoi discorsi, affinando le parabole per renderle comprensibili pure ai ciechi e ai sordi e ai tonti, fare le prove per gli svariati miracoli che avrebbero poi costellato il suo cammino in mezzo alla gente da salvare; per mostrare all'umanità la luce in fondo al tunnel si svegliava prima dell'alba, catturando il primo raggio di sole per scaraventarlo nel buio nero della notte, e mostrare a tutti che la salvezza sarebbe stata universale, per tutti, così come i raggi del sole e il dimenticato diluvio.
Sono passati più di duemila anni e ho l'impressione che cecità e ipoacusia si siano aggravate, al punto da essere divenute ormai irreversibili. Ai motivi che provocarono il diluvio se ne sono aggiunti talmente tanti altri che Dio "sparando nel mucchio" degli umani non si preoccupa di sbagliare: chi coglie coglie, sicuramente era un peccatore. Una botta qua, una là, più o meno periodiche, talvolta successive sulle stesse località (penso ai terremoti, cui solitamente seguono piogge torrenziali e visite di politici nullafacenti e incapaci che vanno ad offrire aiuti certi, che non arriveranno mai. Ovviamente questo è un esempio puramente casuale, che per ora non ha riscontro alcuno).
E la Terra tutta comincia a stargli antipatica e pezzo a pezzo la sta avviando a completare l'opera, sospesa sulla fiducia, del diluvio.

La mia quarantena (in quarantena)

Eravamo molto meno di un terzo degli uomini di Pisacane, non eravamo ancora uomini, tanto meno eroi.
Formavano una squadra di ragazzi che strane vicende della vita avevano allocato in un luogo e in una condizione, a dir poco, non ideale per dei ragazzini che ancora si pulivano dalle labbra il latte materno (quei poche che ancora avevano una madre), o quello del latte condensato delle lattine militari gli altri.
Non ci era nota sotto quel nome, ma la nostra vita era una quarantena permanente. Un isolamento rotto dalle uscite quotidiane per recarsi alla chiesa, per assistere alla messa o altre forme di preghiera.
Giorno dopo giorno, per ogni benedetto giorno dell'anno.
Veramente c'erano anche le uscite dal guscio ogni giovedì pomeriggio, per lunghe passeggiate nei viali della città, a lato dei quali ancora erano visibili le macerie lasciate dalla guerra.
Una volta l'anno, la visita al cimitero generale in occasione della cosiddetta festa dei morti era occasione per vedere cose nuove e respirare aria esterna diversa da quella del nido. Ed era pure l'inizio all'apprezzamento dell'arte, soprattutto  dovuto alle opere cinerarie e alle storie che di ognuna ci venivano propinate. Immutate nel tempo, dai più dimenticate, per noi erano lezioni ripetitive, in alternanza alle aule, ai banchi e alla lavagna nera della scuola.
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(Qui, di 'quel' tipo di quarantena ne parlo solo marginalmente, a mo' di introduzione a quella oggetto di questo pezzullo, e voglio subito precisare che se questo primo, sommario, accenno potesse dare un'immagine di vita in una struttura poco meno che carceraria, in realtà sarebbe non solo ingeneroso, ma segno di becera ingratitudine, non dire subito che qualunque richiamo a quel periodo, in qualunque modo sia espresso, parte da un affetto, un rimpianto, un essere grato che vanno ben oltre il semplice ricordo. Tanto dovevo; a suo tempo parlerò più diffusamente di quel periodo importante per la mia vita, altrove).

Questo, per dire che qualunque ulteriore restrizione partiva da una situazione già in atto, quindi, al limite, sarebbe stata un di più tollerabile. C'era già una sorta di allenamento...
Non so come e da dove fosse venuta fuori, fatto sta che si era attivata tra noi la difterite. Che è malattia altamente infettiva, in determinati casi letale.
Questo malanno, guarda le coincidenze, ha quasi gli stessi sintomi del virus che oggi circola nel mondo: tosse, astenia, febbre, difficoltà respiratorie, inappetenza, talvolta edemi sul derma. Quando presa in tempo, è (o forse era, visto che sarebbe stata debellata da decenni; dicono) curabile con terapie antibiotiche mirate, riposo e un discreto periodo di convalescenza. Ovviamente i colpiti erano prontamente isolati e seguiti a vista, con prognosi riservata fino a definitiva guarigione.
Tanto per proseguire con le coincidenze, oltre i malati effettivi, in fase acuta e prontamente ricoverati in isolamento sanitario, erano presenti sul 'mercato' (mi sia concesso) i cosiddetti portatori sani. Immunizzati, probabilmente da vaccinazioni precedenti in tempi non sospetti o da qualche misterioso anticorpo soggettivo, passavano indenni attraverso la malattia; però, onorando il titolo di portatori, erano in grado di trasmettere quel virus a soggetti più deboli o non espressamente vaccinati.
Erano gli a-sintomatici di oggi... con la piccola differenza che per la difterite evitata uno dei motivi di tale esenzione era attribuito a un vaccino, mentre oggi che questo non esiste ancora (almeno ufficialmente; c'è chi sostiene altrimenti) è chiaro che questi a-sintomatici sono portatori abusivi, ancorché ufficialmente sani, ed estremamente pericolosi. A loro insaputa... (toh! un'altra somiglianza con molte situazioni attuali, frase sfruttata oggi per giustificare comportamenti altrimenti vergognosi).
E, mentre per la difterite l'accidente circolava più che altro tra ragazzi e adolescenti (restava tra coetanei), costoro diffondono allegramente verso tutti, democraticamente direbbero i politici.
Torniamo a noi: il mistero del perché e del percome fosse arrivato tra noi è, appunto, un mistero.
Non lo si poteva attribuire a migranti esterni, visto che allora non esistevano ancora, inoltre nel mondo vigevano una pace e un silenzio da bombe che non avrebbero potuto giustificare fughe perigliose dalle terre natie; migranti eravamo stati invece tutti noi, gli indigeni del nostro gruppo si contavano sulle dita delle mani, e comunque gli altri eravamo tutti immigrati ormai stanziali. Credo che a nessuno fosse venuto in mente questo canale come possibilità filtrante.
Eravamo un piccolo gregge di pecorelle, e come queste eravamo stati guidati, a piccoli gruppi, all'Istituto d'Igiene e Profilassi per l'accertamento delle portabilità sane, poiché qualche altro chiaramente infetto era già finito nell'apposita infermeria.
Questo Istituto era situato a meno di un chilometro dalla nostra residenza, so per certo che non avevamo preso mezzi per raggiungerlo; così fosse stato, sarebbe stato avvenimento più indimenticabile di qualunque altro: salire per la prima volta su un tram, per ogni gruppo sarebbe stata un'avventura che avrebbe segnato la vita. Inoltre la prima fermata utile era a circa metà della strada da percorrere, le gambe, ancorché gambette, erano predisposte ad affrontare quel percorso, senza spese e senza rischi.
All'interno persone tutte vestite di bianco, il che per i ragazzi sensibili era stato un trauma: immaginare costoro armati di siringhe, sogghignanti in attesa di infilare gli aghi in pelli delicate refrattarie a questo tipo di intrusione, era la fantasia più immediata.
Per inciso, tra tutti credo che fossi il più sensibile... già il camice bianco dei barbieri (allora divisa comune di questi) era sufficiente a mandarmi in crisi, e non erano crisi mistiche.
Invece si erano limitati a infilarci un tampone in bocca, fino a solleticare le tonsille; con me saranno stati delusi, visto che queste mi erano state asportate qualche anno prima, senza tener conto della mia contrarietà a quell'intervento.
Eravamo risultati positivi in cinque. Piccoli supereroi in grado di colpire chi ci avesse trattato meno che bene; sarebbe stata una strage... da cui si sarebbero salvati solo alcuni compagni.
Era stata predisposta una cameretta apposita per ospitarci, per quello che si prevedeva sarebbe stato un periodo non definito, comunque non breve.
Cinque letti, distanziati meno di un metro l'uno dall'altro, con relativi comodini, un piccolo bagno con vaso e lavandino, un piccolo specchio sopra questo, un tavolo da sei con sedie allegate... e il nostro nuovo alloggio era pronto. certamente più intimo della camerata che ospitava un centinaio di letti in un lungo camerone, peraltro non tutti occupati, i bagni con vasi turchi a terra e porta di chiusura, orinatoi a muro, lavandini, che erano sul modello dei lavatoi, con una serie di rubinetti per soddisfare le abluzioni mattutine del viso, sempre di corsa per non tardare alle messe.
Non ci furono cure, almeno apparentemente, a meno che fossero proditoriamente mescolate nei cibi o nell'acqua, probabilmente potabile, contenuta in caraffe di metallo.
Forse non fu una quarantena simile, nei tempi, a quella di Noè o del Cristo, anche perché non certificata da alcun documento a noi conosciuto. E che difficilmente sarebbe passato alla storia, a futura memoria.
Dopo una decina di giorni erano venuti nel repartino un paio di medici, ci avevano tamponato e se ne erano andati. Il prelievo era stato effettuato ancora un paio di volte, poi avevamo avuto un "liberi tutti" di cui, sinceramente, avremmo fatto a meno.
Quella quarantena aveva due aspetti, in cui quello positivo era maggioritario di gran lunga sulla mancanza di libertà che, comunque, sarebbe stata limitata, come detto in precedenza.
A far pendere la bilancia verso il proseguimento della 'reclusione' c'erano fattori che non potevamo esternare, col rischio di giocarci l'incolumità sanitaria appena acquisita con altre 'cure' che avrebbero lasciato segni sulla pelle, assai pesanti.
Intanto la scuola: le maestre ci mandavano ogni paio di giorni compiti da svolgere, in piena autonomia e senza costrizioni ufficiali e libri da leggere; sono certo che a loro non saranno sfuggiti compiti identici, evasi in un clima di collaborazione in cui il copiare non era delitto. Eravamo un po' barbari, non scalpitavamo per il rientro in aula, né ci sentivamo partecipi dei dispiacere delle maestre nel non vederci con gli altri, che magari ci invidiavano pure.
I pasti: ufficialmente eravamo malati, bisognosi di particolare attenzione come tutti i ricoverati, altrove e per altre patologie. Forse era solo un'impressione ma la pasta, la carne, il pesce, il pane stesso, avevano un altro gusto. Sulle patate lesse si intuiva una lacrima d'olio, e pure sulle insalate. La bevanda era unica, acqua di rubinetto, con lo stesso gusto di cloro di questa, era nelle caraffe, forse per farlo decantare, o per dare l'impressione di essere un'acqua benedetta a supporto alla nostra guarigione, ma al gusto e all'olfatto era difficile mentire.
Il non far niente non portava noia, era dolce come poesia comanda, potersi stiracchiare dopo il risveglio del mattino senza sentire ringhi di sollecito... non aveva prezzo.
Le messe: intanto l'andare a messa ogni mattina non era nei nostri sogni, peraltro ridotti dal limitato mondo in cui la sorte ci aveva calato; ancora meno lo era il fatto che per recarcisi la sveglia era prevista all'ora del sorgere del sole, e né il freddo, né la pioggia, né la neve facevano rinunciare o ritardare l'avvio verso il tempio. La funzione era poi un parziale prosieguo occulto del sonno perduto, che i saliscendi continui interrompevano (in piedi, seduti, in ginocchio...), rendeva stressante la giuntina di riposo. In quarantena ogni pomeriggio una suora infermiera-sorvegliante-sacerdotessa ci invitava alla recita del rosario, al di là di una vetrata che le consentiva di verificare la partecipazione attiva a quella preghiera; il numero esiguo di partecipanti costringeva a una partecipazione vocale che nei numeri grandi era possibile evitare senza troppi rischi. In fondo era uno scambio accettabile...
Questi i motivi principali per cui non saremmo scesi in piazza per reclamare un rientro che proprio non ci sconfinferava.
Quelli negativi si riducevano al rimpianto del cortile con le interminabili partite a pallone, il passo volante (una giostra a spinta pedestre), le figurine Panini con calciatori e ciclisti, e le biglie di vetro colorate da far correre in piste polverose sempre rinnovate... e poco altro.
Finito il tempo, dopo che l'ultimo tampone aveva accertato l'assenza del microrganismo marrano, eravamo tornati all'ovile, reinseriti nel gregge di pecorelle, che nel frattempo nulla aveva cambiato della routine quotidiana. Non ci furono festeggiamenti né complimenti ufficiali per lo scampato pericolo. Il fiume umano aveva proseguito imperterrito il suo corso durante la nostra assenza, ed era stato assolutamente indifferente al nostro rientro.

Quarantena (attuale e virtuale)

Quest'ultima parte è destinata ad adulti, vaccinati o meno: avviso con valore legale onde evitare allo scrivente un'ulteriore grana, incidentalmente padana.

Sono su Facebook da parecchi di anni, me ne sto allontanando gradualmente per la piega che hanno preso i suoi contenuti. I post di politica non sono più dialogo, scambio di opinioni, critiche motivate, satira ironica... da una parola in su volano insulti e offese, una vignetta ironica riceve reazioni assurde anziché sorrisi tolleranti.
Come molti sanno, su questo social è prevista l'apposizione di faccine a denotare le diverse sensazioni che un testo o una figura suscitano nel visualizzatore: dal semplice mi piace al cuoricino, dall'abbraccio alla risata, dallo stupore al pianto, ultima l'irritazione. Consentono di esprimere un'opinione senza sforzare troppo la mente e i polpastrelli per formulare commenti magari sensati, risparmiando tempo da dedicare al girar dei pollici che, in questo periodo, sono utili per dissipare l'aria calda facendo nel contempo una salutare ginnastica alle giunture degli stessi.
Appiccico queste faccine il meno possibile, più che altro per far capire che le conosco, pur misconoscendone l'utilità. Dove trovo interesse, preferisco battere due parole di commento a livello sempre personale. Talvolta si tratta di un po' più di due parole, ma cerco di assemblarle al meglio per tentare di dare loro un senso compiuto e comprensibile.
Altrimenti ripongo i diti nel loro contenitore e mi limito a commentare mentalmente, evitando così  gli eventuali fulmini e le saette di buontemponi che sempre più spesso solcano questo speciale universo.
Quando trovo immagini o testi di particolare interesse, solitamente presentati da gruppi specificamente dedicati, aderisco (si dice così per indicare l'entrata in quel gruppo) e mi godo quanto via via viene da questi offerto.
Tempo fa ne avevo trovato uno molto interessante che, con immagini (sempre bellissime) e testi mi riportavano a cose e parole viste in particolare nel corse della seconda gioventù; mi emozionavano e mi trasmettevano sensazioni e ricordi peraltro mai sopiti.
Centellinavo i commenti, poiché sovente pregni di commozione, che il tipico pudore della quarta gioventù mi vietavano di esternare.
Sarò breve (come sempre), e vado a raccontare in diretta l'episodio che mi ha inguaiato con questo gruppo, e che mi ha 'condannato' a una quarantena virtuale fino a poco fa.
Preciso che si tratta di un gruppo specificamente regionale, in cui il dialetto locale la fa generalmente da padrone, con casuali escursioni nell'italiano e alcuni in altre lingue straniere. In tempi neanche tanto lontani anche l'italiano era lingua straniera; col tempo i dialetti stanno scomparendo senza che per molti l'italiano sia divenuto lingua corrente, restando ben lontana da un uso accettabile.
Nei commenti a un'immagine che segnalava i vari sottodialetti nelle singole località provinciali, nel dialogo di puntualizzazioni e approfondimenti era spuntata una bestemmia, in dialetto, a fondo perduto; ossia che con tutto il resto non aveva alcun riferimento o motivo d'essere; era un'entrata a gamba tesa assolutamente gratuita. Essendo un autodidatta specializzato in bestemmiologia dialettale applicata, pur non essendo più credente, quindi tanto meno osservante, non mi era sfuggita.
Tanto esperto di bestemmie in dialetto quanto poco rispettoso della norma filosofica del 'chissenefrega', lo avevo fatto notare, in maniera educata e ironica, a colui che, forse involontariamente, l'aveva profferita. Ritenevo, altresì, che Facebook, che tutto sa e tutto può, avrebbe bacchettato brutalmente il poveretto. Ho avuto modo di vedere siti sospesi per una coscia troppo scosciata o una tetta troppo stettata o una bocca troppo sboccata, per cui avevo il fondato timore che una espressione punita, a torto o a ragione, dal nostro codice penale, avrebbe fatto drizzare le antenne al nostra padre quotidiano.
Invece no, evidentemente Facebook, che sa tutto e tutto sa, non conosce questo dialetto.
Poteva finire così... in fondo non è che la cosa mi avesse eccitato più di tanto. E se lo fosse, finita così, chi legge potrebbe finalmente andare a fare altro invece di perdere tempo con questo testo.
No, sarebbe troppo semplice, chi è arrivato fino qui merita un qualcosa di più: è noto che di una tazzina di cicuta è l'ultima goccia ad essere veramente letale.
Il mio collega di dialogo mi aveva ringraziato della nota, e per giustificare l'uscita estemporanea aveva scritto che gli era venuta pensando che quel detto corrispondesse al bergamasco pota.
Oramai ero in ballo e, pur non sapendo ballare, dovevo tentare di seguire la musica, per cui avevo pensato bene di erudirlo in merito (attingendo al poco che ne so). Non senza prendere atto che evidentemente il desso era leggermente confuso sul dialetto vigente nel gruppo.

Qui apro una parentesi virtuale per cercare di chiarire a priori quello che andrò a sviscerare.
Al pota bergamasco, il cui oggetto è chiaro a tutti, nel dialetto contrapposto sarebbe, paro paro, ciornia. Che non  ha nulla a che vedere con Oci ciornie, film degli anni '80 con Mastroianni e la Mangano. Alla sua uscita, nella mia purezza d'animo, prima di andarlo a vedere, avevo creduto che quel ciornie fosse il plurale della parte femminile indicata nel singolare del dialetto di cui sto trattando. L'oci, ignorando il russo, avevo pensate fosse l'articolo a sostegno di quel sostantivo. Essendo parte anatomica molto diffusa, ritenevo che il plurale ci stesse tutto.
Alla giustificazione avanzata dal mio corrispondente avrei potuto dire: là è detta pota, nel tuo dialetto si dice ciornia. Ma non credo che avrebbe soddisfatto quanto desiato da cotesto interlocutore. Anche perché né la bestemmia né quest'ultimo termine trovavano un punto di attinenza accettabile.
Avevo intuito che la sua uscita era un'interiezione erroneamente paragonata a quella bergamasca. Che, come si sa, viene servita in ogni contesto, quale che sia. Penso che perfino sul cappuccino ci stia bene. Che ha il difetto/pregio di avere una valenza prettamente locale, provinciale, limitata appunto al bergamasco; altrove sarebbe interpretata come esclamazione stramba, poco comprensibile.
Dovevo dare al bestemmiatore incauto un qualcosa che, in campo regionale parificasse quella. Ce ne sarebbero alcune, ma non sono ripetute e ripetibili come il pota bergamasco.
Avevo subito pensato a un qualcosa a livello più diffuso, ultraregionale, nazionale.
E torniamo in presa diretta, per seguire questa poco appassionante ricerca semantica.

La prima tentazione era stata quella di spiegare per esteso il contrapposto del termine pota. Avrei dovuto, seguendo le direttive del vocabolario, scrivere: "pota, nel dialetto bergamasco indica l'organo genitale femminile, altrimenti detto figa; il corrispondente immediato nel dialetto del gruppo è ciornia". 
Non ci stava, né in cielo né in terra... non riusciva ad esprimere la benché minima emozione, reazione... valeva quanto il pota seminato fuori dal territorio d'uso.
Avevo individuato l'interiezione utile alla bisogna in un termine che in italiano meglio si sposa con quella bergamasco: cazzo. Avrei potuto metterlo anche in dialetto ma, vista la poca dimestichezza del dialogante con questo, avevo tagliato corto, prendendo la scorciatoia in chiaro, che mi fu poi fatale.
La prima è espressione prettamente localizzata, il secondo è ormai entrato nel parlare comune, avendo perso il senso di una volgarità letterale, ormai desueta. Cazzo risulta sdoganato da Leopardi e da altri poeti e scrittori; la definizione del marchese del Grillo, riferita alla generalità dei suoi concittadini, è ormai storia, ed è sovente usata dai nostri politici in maniera plateale nel loro agire, pur se astutamente velata nei loro concioni.
Tempo qualche ora e, al rientro sul sito per seguire i dialoghi colà ospitati, e mi ero trovato una finestra che mi annunciava la sospensione dal sito, a 'quarantena' determinata, per quanto riguardava i commenti; per addolcire a pillola mi sarebbe stato consentito spiaccicare le faccine del mi piace.
Motivo della tremenda punizione: "Questo sito è seguito da oltre due milioni di lettori sparsi nel mondo, ai quali potrebbe non essere gradito l'uso di termini come cazzo".
Dispettoso come un bimbo capriccioso, per tutto il periodo ho evitato di mettere faccine a commento delle immagini, che restano bellissime.
Ho fatto presente a coloro che avevano emesso la sentenza la disparità di trattamento tra una bestemmia e una semplice, comune, diffusa, e non più malintesa, interiezione.
Potevo spiegare a questi difensori del parlar forbito che il termine cazzo è l'antesignano delle faccine, e che queste non potranno mai avere l'espressività visiva di questo sostantivo? Con "cazzo!" è possibile esprimere stupore, ammirazione, risentimento, ira, affetto, ecc., tutte sensazioni concentrate in un solo termine.
Potevo dire che è diventata termine internazionale alla pari di "ciao" e "maccaroni" o "spachetti"? E che i vari fuck, mierda, merde... al nostro cazzo fanno un baffo.
Certo, un perdirindindina (cit. Totò) è più pulito, niente volgare ma, a parer mio, ha preso poco piede e la sua collocazione in un discorso apparirebbe un po' forzata.  
Nessun riscontro alla mia nota... lo stesso mi succede nei messaggi a Tim.
Ho atteso la fine della quarantena e ho dato l'addio al sito.

Spero con questo capitolo di non aver urtato la sensibilità di alcuno dei poco più di due m̶i̶l̶i̶o̶n̶i̶ lettori che, con pazienza (spero non con disgusto) sono arrivati fin qui.
Rispettiamo ben altre quarantene tuttora in atto, con un pensiero reverente a chi le decide e trova notevoli difficoltà a farle rispettare. E rispetto e onore a chi, in camici e scafandri bianchi, fa di tutto per limitare i danni di una malattia lungi dall'essere debellata.
Per quanto mi riguarda, come detto, ci sono allenato... alle quarantene.

I sogni in quarantena


E la gente rimase a casa. 
E lesse libri e ascoltò.
E si riposò e fece esercizi.
E fece arte e giocò.
E imparò nuovi modi di essere.
E si fermò.

E ascoltò più in profondità.
Qualcuno meditava.
Qualcuno pregava.
Qualcuno ballava.
Qualcuno incontrò la propria ombra.
E la gente cominciò a pensare in modo differente.

E la gente guarì.
E nell'assenza di gente che viveva 
in modi ignoranti,
pericolosi, 
senza senso e senza cuore,
anche la Terra cominciò a guarire.

E quando il pericolo finì, e la gente si ritrovò,
 si addolorarono per i morti, e fecero nuove scelte.
E sognarono nuove visioni.
E crearono nuovi modi di vivere.
E guarirono completamente la Terra.
Così come erano guariti loro.

(K. O'Meara
poesia scritta dopo l'epidemia di peste del 1800)

Sembra il resoconto di un qualcosa che fu, invece è il racconto di un sogno ricorrente dopo ogni tragedia che ha colpito l'umanità. Nel corso del paio di secoli e rotti che sono seguiti a questa poesia, abbiamo subito ogni tipo di disastro, quelli possibili ed evitabili e quelli ufficialmente attribuibili a interventi estranei alla volontà dell'uomo.
Guerre, pandemie, terremoti, tsunami... In un solo secolo siamo riusciti a provocare due guerre universali, siamo riusciti a creare colposamente virus letali, dove non c'erano terremoti li abbiamo inventati con bombe specificamente destinate a una distruzione da "tabula rasa", siamo riusciti (e ancora oggi ci chiediamo come sia stato possibile) a mettere in mano a pochi menteccati il destino fisico dell'umanità...
E in ogni immediato successivo a questi impropriamente detti avvenimenti, l'imperativo ricorrente è sempre stato "Mai più!", nella convinzione che le esperienze tragiche appena vissute fossero esperienza indimenticabile da tenere presente in futuro.
Tempo qualche giorno, giusto quello di far appassire la rosa sbocciata in un mattino di primavera, e tutto ha preso a girare come prima, come se nulla fosse mai accaduto, e sempre peggio di prima.
Non siamo guariti, né mai abbiamo voluto seriamente guarire... trascinando la Terra verso un baratro che ci coinvolge sempre più, e da cui sarà impossibile salvarsi.
Il poeta  si affida al sogno seminando ottimismo; il realista non può più dissimulare il pessimismo; non tiene più la teoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: il nulla sta avendo il sopravvento e finirà per schiacciarci.
Fino a quando un bimbo morto in mare susciterà commozione, senza reazioni pronte e concrete, il cammino verso quel baratro sarà inarrestabile; fino a quando una foresta sarà data alle fiamme in nome di un progresso in realtà regressivo; fino a quando fiumi e mari saranno discariche di rifiuti e liquami venefici; fino a quando si colpirà l'avversario con i giochi di un'economia soffocante; fino a quando... fino a quando... fino a quando...
Sappiamo benissimo le cose che devono cessare, assolutamente e immediatamente, i sogni forse sono desideri, mai saranno soluzioni. Al risveglio del mattino, a sogno dissolto, bisogna tirarsi su le maniche e affrontare una realtà quotidiana, che non può più essere soggettiva ma universale, come lo furono il diluvio, le guerre, le pandemie: contrapponendo alla loro attività distruttiva una ricostruzione che sia vera rinascita del genere umano e della Terra tutta.
Un passo avanti sarà l'esclusione della politica (o, meglio, dei politici) dalle opere di ricostruzione; esperienze passate e recenti dimostrano che dove la politica assume la guida delle operazioni. alle botte si aggiungeranno botte, ai disastri si sommeranno disastri... con in più le loro risate di contorno. 

venerdì 21 agosto 2020

Era ferragosto

Siamo solo a metà agosto e già fa caldo. E il caldo, contrariamente al freddo, dà alla testa. E il caldo sarà un'ottima attenuante generica per questo post, che senza questo, avrebbe mai visto la luce.
Il caldo talvolta sovente fa sbracare. E non alludo all'immagine qui a fianco; non mi permetterei mai di contraddire ragionamenti che, lo ammetto, non fanno una grinza.
Visto che di questo benedetto Covid-19 da mesi non se ne parla più, colgo l'occasione per esprimere un parere in merito. Scevro da ogni intento di negazione o di sostegno a tesi che, a ben pensare, fanno semplicemente defecare.
Fino a poco prima, su questo dannato virus avevo delle convinzioni che oserei definire granitiche. E come un masso di granito, alla prima crepa si sono sfaldate di fronte alla lucida esposizione di "perché" che la mia dabbenaggine aveva trascurato.
Il caldo rende nebulose le domande, figuriamoci le risposte... La simpatica corrispondente qui a fianco invita a porsele, le domande, dandone implicitamente le risposte. Un po' il tipico detto marzulliano "fatti una domanda e datti una risposta", passato alla storia dopo i ripetuti passaggi nella televisione notturna, ma qui più concentrate, senza tanti arabeschi filosofici.
La censura del cognome dell'autrice (che presumo donna, anche se dopo le Andrea che spuntano qua e là, comincio ad avere dei dubbi anche su questa), comunque non l'ho attuata io. Credo che Anita sia un vezzeggiativo del suo vero primo nome, ma potrebbe anche essere un ingenuo pseudonimo, che vado a tentar di sviscerare. Senza impegno.
Dovrebbe trattarsi di una certa Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, all'epoca 'in' Garibaldi. Non ci metto la mano sul fuoco, ma potrebbe essere.
Di questa nota eroina l'autrice del post ha tutte le caratteristiche: ci vuole un eroismo veramente eroico per esternare quanto propone, nonostante le sue tesi siano chiaramente inconfutabili.
Nel testo ci sono piccoli errori di battitura, i famigerati refusi, che, trattandosi di personaggio sudamericano, e ormai quasi arcaico, hanno diritto a tutta la venia concedibile.

Comincio dalla considerazione sui politici, che è quella che più mi ha intrigato.
Già, perché nessun politico risulta ammazzato dal virus? Da questo a dedurre che se nessun politico ne è morto, la possibilità che questo dannato accidente non esista, e mai sia esistito, finisce per avere una valenza pesantissima.
No morte di politici, no virus: mi pare un'equazione che rasenta la perfezione, una quadratura del cerchio che non necessita di algoritmi.
Sui politici che ingrassano a spese nostre non metto lingua; è argomento talmente controverso che, per me, affrontarlo sarebbe impresa titanica. D'altra parte sono convintissimo che, senza la creazione di questo malanno, i detti non avrebbero avuto altre occasioni per arricchirsi,
E su questo non ci piove.
A seguire, ma è un mio abuso dello spazio disponibile, non risultano alla morgue cadaveri di politici morti per fame: corro troppo deducendo che la fame non esiste?
Su fatti rilevabili, ma non accertabili, ci sarebbe anche la povertà: e su questa casca l'asino. Contrariamente a quanto si pensa la povertà esiste, eccome. La prova provata? È piuttosto recente e, nonostante i mezzi di comunicazione non ne abbiano minimamente accennato, a causa di un passaparola dirompente è divenuta di dominio pubblico. Senza che il fatto abbia suscitato altra sensazione se non quella di una soddisfazione velata nello scoprire che anche i politici possano essere poveri. Certo non bisogna sfruculiare sulla differenza che intercorre tra povertà e miseria, che sarebbe autopsia lessicale demagogica; stiamo fermi al fatto che la povertà esiste. Punto.

Altro: sulla liberazione della prigioniera in Libia ha perfettamente ragione. Non si fosse convertita all'Islam, il suo rilascio avrebbe avuto una ragione valida. Convertendosi ha rinunciato alla cittadinanza italiana che, come tutti sanno, è sancita dal battesimo e ne è inscindibile condizione per mantenerla. Contrasta un pochino con l'usanza, in un lontano passato, di accettare la conversione di ebrei e pagani che aderivano per salvare la pelle... ma sono cose del Medioevo, ormai desuete. Questa ragazza, per salvare la pellaccia, si sarebbe convertita all'islamismo, che è religione invisa ai più. e non se ne capisce il perché. Fosse passata agli anglicani o ai valdesi, un pizzico di rispetto lo avrebbe potuto ottenere, ma così, dai, se l'era veramente cercata. Anche il fatto che sia stata liberata in corso di l'ok daun non poteva deporre a suo favore: ma come si fa a farsi liberare in piena crisi sanitaria quando aveva avuto circa un anno e mezzo per farlo? Interrompendo tra l'altro la diuturna lotta che i nostri padri tutelari stavano conducendo verso il virus. E se fosse risultata positiva, col rischio di infettare tutta la penisola, così come hanno fatto, e stanno facendo, quei farabutti di migranti, aime positivi (quindi chiaramente infetti), di cui al capoverso successivo? Brava Anita, hai capito tutto!

È vero, non so quando quel messaggio è stato siglato, ma se accenna al fatto che eravamo quasi usciti dalla pandemia, mi pare sia addirittura futurista, visto che a tutt'oggi ne siamo affatto usciti. Ed è pur vero che quegli sbarchi c'erano già da molto prima che il virus prendesse il sopravvento. È altrettanto evidente che gli sbarchi antichi avvenivano da navi da crociera, con tutti i confort che tali natanti offrono. Infatti, ricordo benissimo che da quei mezzi (perlomeno a detta di chi se ne intende) scendevano uomini sani e aitanti, donne appena ingravidate, anziani con ricche pensioni e bambini paffuti e rosei pur nella loro negritudine. Ma era chiaramente una finta, erano già malati (infetti appunto) ed erano gli avamposti delle truppe d'assalto che li avrebbero seguiti a breve, i veri conquistatori del nostro territorio. I primi sbarchi erano tutta una finta per ingannarci: presentandosi così, belli e pasciuti, erano stati accolti con l'entusiasmo che si riserva ad un nuovo filone del turismo. Il vero volto di questi barbari lo abbiamo scoperto in pieno l'ok daun, quando da barchini super attrezzati sono scesi individui macilenti, ridotti pelle e ossa, donne che della donna non avevano alcuna parvenza, anziani preveggenti che si portavano appresso la fossa in cui avevano già almeno un piede...
Sono questi ultimi, untori in pelle bruna o nera, che si sono infiltrati nelle residenze sanitarie assistite (acronimicate in RSA) di regioni nordiche, seminando morte e distruzione e contagi in quelle che prima erano dei sancta sanctorum per anziani abbienti, che là avevano affettuosa assistenza sanitaria e amore fino alla fine dei loro giorni, fine peraltro rara, visto che avevano a disposizione il meglio del meglio di tutto. E tutta la parentela poteva andarli a visitare, in orari compatibili con i tempi di cura indispensabili a mantenerli vivi, sani e vegeti.
Risalendo tutto lo Stivale, pare senza colpo ferire o con piccoli botti qua e là, hanno invaso le regioni che sostengono tutta l'economia nazionale, colpendole mortalmente; e colpendo, per via indiretta, tutto il territorio nazionale.
Sbarcati nottetempo dai Navigli, dal Po, dal Tanaro e dai laghi della zona, travestiti da parenti degli ospiti, li hanno infettati a decine, aiutandone parecchi a giungere alla pace definitiva. Ci sono Procure a iosa che indagano come ciò sia potuto accadere, con parenti che chiedono giustizia (compreso il ripristino della pena di morte per quei migranti untori, colpevoli di tanto scempio). E, ovviamente, infettando parenti in visita e addetti alla manutenzione di quelle strutture; manutenzione tecnica e umana. È noto, infatti, che già in tempi non sospetti, erano quotidianamente frequentate da milioni di visitatori che, incolpevoli, hanno ingenuamente diffuso anche fuori da queste il virus maledetto.
E anche qui, Anita for ever.

Visite a Marte: qui sono costretto, a malincuore, a dare torto alla nostra eroina. I fantastilioni che si spendono per arrivare su quel pianeta sono stati pianificati proprio in funzione della possibile scoperta non solo di un vaccino specifico, ma di una cura a tutti i mali che ci affliggono, compresa la vecchiaia. Purtroppo, per ora, non mi pare sia l'uomo ad essere ammartato su quel suolo, si tratta solo di macchinari sperimentali che, se sopravviveranno ai vaccini di cui sono stati imbottiti, ci diranno come procedere al meglio e in totale sicurezza nella via della sanità perpetua. Come un antibiogramma urinario sapranno dirci in maniera dettagliata: questo ok, questo no, quello meglio gettarlo...
Lo dico sottovoce: quando ciò dovesse avvenire sorgerà un piccolo problema di peso per la nostra amata Terra. Infatti è già in atto un'operazione per alleggerirla, iniziando dalla eliminazione di tutti gli animali inutili, che ci tolgono ossigeno e nutrimento senza pagare la minima tassa. Abbinata a questa, è prevista anche la distruzione delle foreste non chiaramente redditizie; così lo spazio vitale per i sette miliardi di abitanti del pianeta sarà ampliato, raddoppiato. E, sempre nei piani, anche lo scioglimento di tutti i ghiacciai perenni, sui monti e ai poli, sarà ulteriore terreno di sopravvivenza.
Oggi, e domani quando sanificato il pianeta, il peso sulla terrà sarà comunque sostenibile?
Quando da sette arriveremo ad essere quattordici miliardi di abitanti, viventi sulla Terra, quanto questa potrà sopportarne il peso?
La voce ricorrente è che sia già in corso una "pulizia" radicale degli anziani, anch'essi ormai pesi inutili e superflui, di cui sarebbe possibile fare a meno senza che il globo ne patisca, per una società cui necessita sempre più di un posto al sole, ma solo per chi resta.
Credo sia una malignità, infatti nella sua saggezza Anita non ne parla.

Accolgo l'invito finale della dolce Anita, e vado a provare a riflettere.
Fatelo anche voi finché fa caldo, che alle prime frescure autunnali dovrete sospendere la riflessione, onde evitare un possibile intervento TSO.

martedì 28 luglio 2020

Il dono delle lacrime

Un tempo prerogativa femminile, il piangere dell'uomo era considerato segno di scarsa virilità, un qualcosa da evitare o, quantomeno, da evitare in pubblico. In tempi recenti questa espressione ha preso il valore di partecipazione; partecipazione a un dolore, a una commozione diffusa per avvenimenti che "toccano l'anima". Talvolta coinvolgenti, altre volte irritanti.
Anzi, ormai il pianto maschile è divenuto sinonimo di una sensibilità preclara, tant'è che sono molti gli esempi, apertamente visivi, che offrono questa sensazione a chi ha la ventura di assistervi, meglio se in diretta sui social, che riescono talvolta a capovolgere l'impressione che il piangente di turno fosse un duro, notoriamente un cinico.
Anche i delinquenti incalliti hanno scoperto che il pentimento per le performance del passato se irrorato da lacrime (l'abilità consiste nel saperle far scorrere copiose sulle gote, fino a sentirne il sapore sulle labbra) rende, a livello promozionale e giudiziario.
Chiaramente non voglio qui sviscerare il valore delle lacrime, non sono all'altezza di valutarne l'apporto sociologico, comportamentale e filosofico. Dopo aver letto L'idiota di Dostoevskij (tutto, fino all'ultima goccia), lascio ad altri la trattazione di un tema così complesso. 
No, qui voglio raccontare di lacrime metaforiche, non meno commoventi (o irritanti) di quelle che sanno di sale. Un tipo do lacrima molto diffuso, sottaciuto, disprezzato e deprezzato, che riguarda un piagnisteo generale che il virus dilagante ha reso più visibile. Oserei chiamarle lacrime senza pudore, che anziché intenerire finiscono per apparire offensive. Al buon senso, in particolare.
Riguarda il commercio in generale, ma nello specifico fotografa il settore del ristoro, che ufficialmente pare sia stato tra i più colpiti dalla pandemia, tuttora in atto ma (per ora) in fase di assestamento, in attesa di una remissione totale; sul cui avvenire i pareri degli specialisti sono più che mai discordi. Que sera sera...
I ristoratori sono scesi in piazza, come un po' tutte le categorie del lavoro manuale, e i professionisti più svariati. Tutti hanno ricevuto dallo Stato quello che è stato definito "obolo", in alcuni, rari, casi rifiutato poiché ritenuto offensivo della dignità delle categorie. Tutti indistintamente proclamando fior di tasse e fisco strozzante.
Pensionati e lavoratori attivi non avevano motivo di reclamare, essendo noto che costoro le tasse non le pagano; il fatto che le paghino per prelievo diretto, a giudizio insindacabile delle varie agenzie che provvedono a cadenza mensile al suggimento del poco sangue rimasto in vena, è un fatto sopportato senza che le proteste abbiano un seguito. Parafrasando il famoso detto "non hanno pane? che mangino brioches!", questi ultimi (in tutti i sensi) non meritano attenzione. Se è destino che campino bene, altrimenti... si arrangeranno.

Ho il piacere (si dice sempre così) di conoscere alcuni ristoratori, con cui sono abbastanza in confidenza e che non esitano a parlarmi a ruota libera della loro attività. Di tutti ho raccolto il pianto greco durante la fase acuta della pandemia, dando a tutti una parola di conforto e speranza. Onestamente ammetto che tale conforto e speranza le ho date obtorto collo, parole in realtà poco sentite e meno ancora condivisibili.
È sempre stato in me il dubbio che chi può decidere, ed agire adeguandolo, quanto pagare allo Stato, e alla collettività, fosse potenzialmente a rischio di evasione fiscale. So anche che questa convinzione rientra in quella che genericamente è detta 'demagogia', ma si tratta di una sensazione assolutamente personale, che credo sia condivisa sì e no da poche decine di persone, quelle con la corda al collo a mo' di cravatta con il nodo scorsoio che si stringe sempre più. Quindi ne parlo solo per parlarne...

C'è un detto, dialettalmente meridionale ma noto, e applicato, in tutto il Paese, che recita "chiagnere e fottere", piangere e fottere. Pare sia la ricetta migliore per vivere e migliorare la propria condizione e il proprio futuro.
Non sto a disquisire sul controsenso della frase in sé, poiché il piangere e il fottere difficilmente coincidono: di solito chi piange lo fa perché non fotte, e chi fotte non ha motivo alcuno per piangere.
Questa frase me l'ha detta uno di questi ristoratori conosciuti, mostrandomi una specie di suv, un macchinone che lévati, alla mia osservazione, peraltro ironica senza arrivare al sarcasmo, che evidentemente gli affari andavano bene; me l'aveva buttata lì con altrettanta ironia, forse senza malizia.
Questo prima delle feste di fine anno, quando di pandemia ancora non si parlava, ovvero era raccontata come fatto triste riguardante altri, essendo noi in grado di bloccare sul nascere ogni accenno di contagio. Poi vennero i primi mesi del nuovo anno che ci costrinsero ad aprire gli occhi, spingendoci giorno dopo giorno all'adozione di misure drastiche, quantomeno atte a circoscrivere quanto più possibile l'espandersi del malanno.
Accantonata, come tante battute che si dicono, senza dare loro un peso specifico... data per evitare di dare risposte sul perché e su come avesse potuto concedersi questo capriccio. In uno degli infiniti momenti in cui il pianto greco dei commercianti inondava, anche e già allora, la Penisola.
La crisi si era abbattuta su tutti, ma in particolare su questa categoria; ufficialmente benemerita nel sostegno allo Stato con il pagamento di supertasse e paletti burocratici che la soffoca. Da lì a diventare cavallo di battaglia di politici cui il pelo sullo stomaco fa gonna, il passo era stato breve. E poiché, parlando di ristoro, il pensiero corre subito alla pancia, costoro avevano raccolto gli alti lai, accentuati dalla sopraggiunta crisi causa virus.

Le paure del contagio, col passare dei mesi, hanno dato spazio alla presa visione di una crisi economica che, a detta degli esperti, rischia di fare più danni di quella sanitaria.
Il primo passo, allentati i cordoni della sanità, era stato quello di convogliare in piazza i disagi, le proteste e le richieste che da ogni dove pervenivano ai governanti.
Cui questi rispondevano sfornando interventi quasi a pioggia, alle famiglie e alle imprese. A detta di tutti gli interessati, perlomeno a detta di quelli che ne usufruivano in via diretta, interventi insufficienti a soddisfare le necessità, già falcidiate dalla crisi precedente. Il "non arrivare a fine mese" è il mantra più in voga, con la soglia di povertà sempre ritoccata al peggio.
Allo scopo di aiutare i vari settori produttivi a riprendersi è stata varato un incentivo destinato al ramo edilizio,  con particolare riferimento a ristrutturazioni, rinnovi e installazioni mascherate da risparmio energetico.
Con maxi offerte, in un primo tempo fissate a un rimborso del 90% di quanto speso, poi divenuto 100% e, buon ultimo, al 110%. Non mi addentro nel cuore di queste percentuali, soprattutto di quest'ultima che per me, esperto di aritmetica come una salamandra può esserlo di astronomia, è un mistero. Per quanto ne so, un 100% significa un tutto, un tutto di tutto, per cui questo 110% mi è ostico quanto poco altro. La mia ignoranza mi spinge a credere che spendendo 1000, lo Stato restituirà i 1000 più 100 di mancia...
Forse perché non sono interessato visto che, per quanto riguarda il risparmio energetico, nel mio piccolo ho già dato da almeno una dozzina di anni a questa parte.

Comunque, per completare questo racconto, settimana scorsa mi sono trovato con il citato conoscente ristoratore nei pressi di un bar e da lì all'andare insieme a prendere un caffè c'era voluto poco. Ristretto, zucchero da bustina bianca... lo preciso per evitare che lo zucchero di canna possa suscitare velenose insinuazioni su quanto potesse essere dolcificante e quanto... canna.
Parlando di questo e di quello, come è d'uso negli incontri occasionali, a seguito del suo chiangere solito, avevo buttato lì l'amo dell'incentivo prima citato, che poteva essere l'occasione per rinnovare gli infissi di un suo alloggio, che sapevo essere in condizioni a dir poco pietose: in legno, smangiucchiati da tarme e umidità da piogge battenti, in vita da una quarantina d'anni, mi era sembrato consiglio da amico. Che un addentro al commercio come lui mi stupiva non avesse già preso in considerazione.

"Ne ho parlato con il commercialista, non posso aderire p͟e͟r͟c͟h͟é͟ ͟p͟a͟g͟o͟ ͟p͟o͟c͟h͟e͟ ͟t͟a͟s͟s͟e͟".

Per me, che ignoro per vizio, poche tasse versate significherebbero poco lavoro, gente che mangia a sbafo, in questo periodo estivo un turismo latitante, e quel poco che arriva giunge privo di mezzi...

Pare che questo rimborso (fuori da ogni logica percentuale), di cui prima parlavo, avvenga scalando nella denuncia annuale dei redditi, ogni anno per cinque anni, un quinto dell'importo dei lavori effettuati, fino al rimborso totale, anzi, per come l'ho capita io, fino a un rimborso addirittura maggiorato. 
Per il poco che ne so, funziona più o mano così: se nella denuncia dei redditi dell'anno precedente si ha una detrazione da portare a credito, per ottenerla è indispensabile che le tasse pagate nel corso dell'anno di riferimento la possano assorbire, riducendo l'importo del totale pagato al fisco e che da questi viene rimborsato, seguendo le dritte emanate in sede di decreto legislativo, nel corso dell'anno corrente. Se le tasse versate sono talmente basse da non poterci scalare quanto chiesto in detrazione, questa passa in cavallina; il sistema manco accetta la domanda, la considera mai fatta. 
Succede per le detrazioni, che prevedono il rimborso al 19% di quanto speso, ad esempio per spese sanitarie; succede pure per le deduzioni del totale di quanto speso, per altri interventi espressamente previsti, anno per anno. È la prima volta nella storia che viene offerto un rimborso al 110%... a patto che si siano pagate tasse sufficienti a sopportarlo e rispettati i non pochi paletti per accedervi. Questi ultimi facilmente superabili se messi in mano a commercialisti e tecnici adusi a queste operazioni.
Ergo: poche tasse, nisba rimborso.
Questo è quanto ho capito io; e non mi stancherò mai di ripetere e ribadire che permane il dubbio che questo ragionamento sia frutto dell'ignoranza endemica della materia.

Però: mentre gli slogan dalle piazze gridano al mondo le troppe tasse pagate dagli operatori del settore, di cui tutti siamo consci, a parte una minima parte di demagoghi che contestano l'affermazione solo per partito preso, questo "pago poche tasse", spiattellato lì per lì in una tazzina di caffè, mi ha lasciato di stucco.
Io che ingenuamente mi sono aggregato alle lacrime di ristoratori prossimi alla fame, mi ritrovo a prendere atto che, forse, il fondo vero di verità sta nel fatto che pagando poche tasse anche le rivendicazioni dovrebbero essere calibrate a queste, altrimenti affiora il dubbio di truffa o di evasione fiscale ai danni dello Stato, ai danni di noi tutti, quelli che le tasse le pagano, e pure in anticipo.. Tanto vituperata l'evasione fiscale quanto altrettanto vivacemente combattuta dalle forze dell'ordine delegate all'uopo... forse in maniera troppo blanda per apparire fattiva agli occhi degli ingenui come me.
In coda a questo pago poche tasse conviene dare un'occhiata, superficiale e non maligna, a cosa supporta questa affermazione.
Che, lo ribadisco, è puramente soggettiva, anzi oserei dire unica, essendo impensabile che sia di portata universale in un mondo che, in fondo, lavora per sfamarci.

Tre alloggi, un paio di circa 150 mq ciascuno e uno di una quarantina di metri, assegnatigli dal padre, e a sua volta intestati ai due figli (prima casa per entrambi; of course, niente tasse comunali); due attività di ristorazione, prima avviate a poi date in gestione, il cui usufrutto mensile gli darebbe da vivere più che dignitosamente; un'attività gestita in prima persona che, presumibilmente, sarà il porcellino per le piccole spese, quelle voluttuarie, tipo il suv, quello che ha dato la stura a questo post minimale; furgone, due autovetture, una per figlio, un'altra macchinetta per eventuali consegne in caso di lockdown... le moto, una ciascuno, per buon peso...
Ha un fratello, identiche condizioni sue, quasi una fotocopia: alloggio grande, macchinone, tre figli, un ristorante dato in gestione, un altro locale di piccola rosticceria anch'esso dato in gestione, e uno rilevato all'inizio della pandemia per consegne a domicilio di cibo, il che gli ha consentito di non interrompere l'attività, bloccata per gli altri locali. A differenza del fratello è meno piagnone, mai ammetterebbe di pagare poche tasse... rientrando a buon titolo nel novero dei reclamanti da piazza.
Il padre, a sua volta, credo sia stato un buon maestro, nel creare e nell'investire i sempre scarsi  (a suo dire) guadagni di un'attività che, alla pari delle pompe funebri, non conosce(va) crisi; ai suoi tempi. Villa (senza piscina, ma solo per mancanza di spazio utile), tre palazzi costruiti, moglie e amanti... auto e mezzi per il trasporto, il tutto  a carico dell'attività, con lo sconto dell'Iva corrente. 
Nel suo caso, il chiagnere e fottere era assolutamente genuino, non perdeva occasione per sciorinare le cifre al dettaglio di quanto pagava, fossero bollette o tasse; piangeva miseria senza vergogna e nel contempo fotteva a tutto spiano, seminando tra l'altro figli di cui si assumeva i costi iniziali senza riconoscerne la paternità. 

E con questo chiudo questa elucubrazione: una frase innocente che mi ha scombussolato, mandando in frantumi la mia convinzione che le lacrime siano un dono. In realtà le lacrime, queste lacrime, sono una vera e propria attività. Dirò di più: attività artistica, visto che personalmente non la saprei mai mettere in atto. 
Se mai tentassi di esibirla, mi scapperebbe da ridere rovinando l'effetto salvifico della lacrimazione stesse...
Nel frattempo le tasse le pago, tutte, fino all'ultimo copeco. E nei 730 chiedo la detrazione per sole spese sanitarie: ogni mille euri me ne tornano indietro 190, ammesso che tutti gli scontrini siano ritenuti validati in maniera esatta. Avessi un rimborso del 110% farei mutui bancari per conprare farmacie intere; e, una volta recuperata la spesa, le darei in gestione, assicurandomi una pensione che nessuno arriverebbe a sognare.
E farei fare una bara a due piazze, per far posto al malloppo quando anche per me suonerà la campana. 

domenica 5 luglio 2020

Punto e a capo

Una vecchia barzelletta racconta di un tizio, fermo alla fermata in attesa dell'arrivo del bus. Che, come sempre, tarda a passare. Ma il tizio non ci fa più caso, è ormai abituato, sa che il giorno che quel mezzo fosse in orario sarebbe prossima la fine del mondo. Aspetta, sereno e rassegnato.
Gli si era affiancata una persona, sconosciuta, si erano scambiati un breve sguardo, neanche un cenno di saluto (una moda di un lontano passato, obsoleta, ancora viva nei paesi del Sud che, a un nuovo arrivato, allo straniero, danno un buongiorno o un buonasera o un salve, che lasciano sempre un'ombra di dubbio iniziale: mi conosce, la conosco?...), anche costui non sembra agitarsi più di tanto per il ritardo. Una persona come tante...
All'improvviso, il neo attendente il bus, senza alcun preavviso, quasi senza guardarlo, gli scaraventa in faccia un din-don che levati, uno schiaffone andata-ritorno, che lascia di sasso il poveretto che li subisce.
"Ma lei è pazzo!", riesce a malapena a balbettare.
"Sì... e allora?", risponde l'altro, imperturbato, indifferente allo stupore del malmenato.
Fine della (specie di) barzelletta.

Che porta a pensare che qualunque psicologo, non necessariamente uno psichiatra, sa che nessun vero pazzo si dichiarerebbe tale.
Molto dopo questa barzelletta, le coltellate e le pistolettate hanno preso il posto dei ceffoni, riservati solo a risse da bar o da stadio; e anche colà l'uso dei pugni va scemando a favore di mezzi più pesanti e cruenti. Di fronte all'evidenza di quelli che ormai sono definibili crimini a ciel sereno, il gioco degli avvocati difensori punta invariabilmente sulla carta dell'infermità (o, in subordine, della seminfermità) mentale dei propri assistiti, con l'intento di ottenere consistenti sconti di pena. Gli imputati mai accetterebbero di dichiararsi mentalmente limitati, a riprova di quanto detto prima. Di volta in volta dichiarano di avere ricevuto messaggi da un alieno, da un santo, da una madonna, da un cristo, da un allah o da un maometto... che li avrebbero portati a gesti criminosi che altrimenti mai avrebbero commesso. E tanto basta agli azzeccagarbugli per dimostrare una discreta deficienza mentale, ottenendone i benefici che la legge concede.
Quel filone, basato sulla non punibilità di chi non è in grado di intendere e volere, si è poi allargato, includendo in quel novero anche chi, beccato a guidare un mezzo in stato di ubriachezza o reso ciuco dall'assunzione di droghe, accampa il diritto a sconti consistenti di pena; talvolta anche in presenza di vittime. In effetti, negare che quel colpevole al momento del reato fosse consapevole di quello che faceva, è abbastanza arduo, perfino a rigor di logica.
Così capita che il furto di una mela per fame non preveda attenuanti, la fame non essendo prevista nei codici che, salvo rarissimi casi di giudici illuminati, portano sovente a condanne che all'occhio innocente appaiono spropositate. Chi commette un delitto (che più grave è, meglio è), trova tutte le scappatoie per evitare, o ridurre notevolmente, la pena inflitta.
Caso a sé i delitti di mafia o gli atti di terrorismo: a responsabili di atti criminosi, una volta esaurito ogni tentativo di professata innocenza, basta "pentirsi" e un prete li assolverà in vista dell'al di là, mentre la giustizia terrena, oltre a ridurre o cancellare la pena, offrirà loro protezione e benefici; nel mentre i talk show se li contenderanno a suon di quattrini, trincerati dietro la "ricerca della verità vera" o, quantomeno, della libera informazione.
Sovente i legali la spuntano, con declamata, bene sbandierata, soddisfazione: una stella in più per la loro carriera e per i propri onorari.
Soddisfazione assolutamente assente nelle persone offese o nei loro congiunti, ma, si sa, le leggi sono fatte per chi riesce a leggerle e applicarle pro domo sua.

Quanto sopra come premessa per dichiarare apertamente che soffro di pignoleria; quella pignoleria che consente di vedere che una formichina ha perso, porella, una zampetta, ma non distingue un elefante che pesta un piede. Per recepire che si tratta di un bestione, devo allontanarmi da lui, andando più lontano a massaggiarmi quello che resta del mio piede.
Mi aggancio alla pseudo barzelletta: "Sono pignolo... e allora?".
Cielo, non si tratta della tipica pignoleria figurata dalla ricerca del puntino sulle "i", la cui dimenticanza, tra l'altro, è resa impossibile dalle nuove tecnologie che affidano alle macchine il compito di piazzarlo al punto giusto; errore che poteva sfuggire nella scrittura manuale, ormai obsoleta.
Qui non voglio scrivere un peana alla pignoleria in generale, che so essere quanto meno figliastra di quella follia così ben presentata nel famoso Elogio. Ma, come quella, è diffusa e, come quella, è misconosciuta; mentre la follia dà da vivere a uno stuolo di psicanalisti, la pignoleria passa quasi sempre inosservata, sopportata come fosse un tic innocuo. Come, nello specifico della lettura, è.
Comunque, sempre di un "punto" vado a parlare; meglio, della sua sistemazione nei testi, quello che ha dato il titolo si questo scritto.

Parto da lontano.
Un tempo, nelle prime classi, quelle elementari ai loro primi inizi per intenderci, le materie insegnate erano limitate a far capire ai ragazzi l'utilità del saper leggere e scrivere, del saper fare due conti in croce,,, cielo, c'era anche l'educazione civica che indirizzava a comportamenti di vita, verso gli altri prima che verso se stessi. Quella fisica, volgarmente detta ginnastica, era affidata alle strade, alle corse nei campi, alle arrampicate sugli alberi, quelli da frutto ovviamente, ai campetti (di lusso quelli degli oratori), nei quali calciare un pallone fatto di stracci era attività fisica più gradita delle flessioni e piegamenti imposti dall'insegnamento canonico della materia; che, tra l'altro, costringeva alla disciplina, all'inquadramento, al rispetto di distanze preordinate in ossequio a comandi feroci.
L'educazione civica è stata soppressa e ogni giorno ne vediamo i risultati. Quella fisica si svolge ormai in palestre supper attrezzate e altrettanto super costose; fanno girare l'economia, senza dare frutti diversi da quelli che davano le nostre sgambate nei cortili.
L'insegnamento dell'italiano, quello che avrebbe avuto come fine ultimo la lettura e, concomitante, la scrittura, era reso difficile soprattutto per la consolidata abitudine ai vari dialetti, succhiati dalle mammelle materne e dalle imprecazioni di padri già allora calati nel malcontento generale per come girava il mondo; mai nel senso giusto, mai che qualcosa andasse bene... e ancora il peggio aveva da venire.
Dell'italiano, che accorpava geografia e storia, la parte iniziale più ostica era il "dettato".
Non so se sia ancora in uso e, se lo è, in quali termini. I bambini ormai nascono "imparati", i ragazzi fanno scuola a quelli che un tempo lontano erano i "grandi", nel frattempo diventati vecchi, quasi rimbambiti da un mondo che corre troppo velocemente a confronto della lentezza, della puntigliosità, dei tempi andati. Dove la ripetitività era l'unico modo conosciuto di insegnare e di apprendere.
Quella monotonia però aveva il pregio di inculcare indelebilmente in menti vergini concetti e costrutti che per affermarsi necessitavano di un martellamento impossibile da dimenticare.
Valeva per le poesie, valeva per le tabelline aritmetiche, valeva per la storia del passato, valeva per le posizioni geografiche... chi ha vissuto in quei tempi, non ha difficoltà a ricordare, pur in un limitato universo di apprensione, quanto gli fu inculcato (talvolta a forza) in mente.

Il "dettato" era il primo approccio a un mondo che, con la conoscenza della lingua parlata poi letta e poi scritta, apriva all'infinito, quello dato dalla lettura, che sarebbe stata, a buon diritto, madre di tutto il resto.
Lo svolgimento iniziale era abbastanza semplice; detto a posteriori, ovviamente...
Il primo assaggio, superati i primi ostacoli della identificazione di vocali e consonanti, consisteva nel riportare su un quaderno quanto l'insegnante leggeva, sulla falsariga di:
Lo aveva guardato e virgola con freddezza virgola gli aveva detto due punti aperte virgolette lettera maiuscola lei faccia quello che vuole virgola io deciderò in seguito chiuse virgolette punto virgola a capo e lettera maiuscola (punto di chiusa ovviamente qui sottinteso)
Presa la mano, bastava scrivere sistemando le punteggiature dove richiesto andassero; per sbagliare qualcosa nella stesura di quanto ascoltato bisognava essere proprio gnocchi.
E, a dire il vero, lo eravamo un po' tutti...
In seguito, appreso con molta più fatica tutto il macinato, si passava alla lettura di testi, eliminando la punteggiatura "a voce"; per cui lo stesso testo veniva affidato così:
Lo aveva guardato e, con freddezza, gli aveva detto: «Lei faccia quello che vuole, io deciderò in seguito».
Punto, a capo e lettera maiuscola, ça va sans dire.
Seguire ed eseguire in maniera corretta quanto udito era affidato alle pause, alle inflessioni della voce, agli sguardi del docente. E all'attenzione del singolo pargolo; copiare dal vicino ed ascoltare era impegno duplice, difficilmente attuabile. La difficoltà consisteva nell'interpretazione della voce e delle pause, con il pronto riporto sul quaderno. Sovente, per guadagnare tempo, si chiedeva la rilettura di una parola o di una frase, non per affezioni di ipoacusia infantile ma per avere il tempo di mettere a fuoco i respiri e le cadenze vocali dell'insegnate. Le cui tossi invernali, o da fumo, erano ostacolo, o benedizione, ulteriore a una comprensione temporale più ampia..

Dopo il punto, "a capo" non era tassativo; seguiva il senso di lettura di un testo quando questo prevedeva una sequenza collegata. Quando cambiava argomento o lo approfondiva il ricorso al capoverso successivo era necessario.
La lettera maiuscola: dopo il punto, si andasse a capo o meno, era legge.
La punteggiatura è l'anima, il respiro, di ogni testo che voglia ritenersi degno di essere letto: una punteggiatura sbagliata, o addirittura sballata, rovina quello che sarebbe stato, raramente, un quasi capolavoro.
Quello che da un po' di tempo e parecchie letture mi arriva regolarmente come un pugno nello stomaco è la sistemazione di questo benedetto "punto", nei libri e in molti articoli di riviste e quotidiani, quel piccolissimo insetto grafico che divide le espressioni o i paragrafi.
È ovvio che si tratta di una fesseria, se non lo fosse non l'avrei definita pignoleria, soprattutto se vista alla luce delle mill'ant'altre che girano per il mondo. Ma ho premesso che, soprattutto nel leggere, sono pignolo. E non moderatamente...
Riprendo un attimo il dettato dell'infanzia, seguendone il respiro grafico fino ala fine del periodo:
Lo aveva guardato e, con freddezza, gli aveva detto: «Lei faccia quello che vuole, io deciderò in seguito». E vado tranquillamente a capo, con lettera giustamente maiuscola.
Modifico la sistemazione del punto: 
Lo aveva guardato e, con freddezza, gli aveva detto: «Lei faccia quello che vuole, io deciderò in seguito.»
cosa cambia?
Posso accettare di andare a capo, visto che tutto si può fare, ma intanto la maiuscola è interdetta; inoltre l'assenza del punto di chiusura della parte precedente mi vieta un regolare cambio dell'argomento prima trattato. La mancanza del punto, così posizionato, fa presumere che il dialogo sia ancora aperto, solo sospeso dal punto, ma prossimo alla ripresa.
Al suo interno, all'interno delle virgolette... Che lasciano aperta la possibilità di un prosieguo, con lettera maiuscola... Ma nulla indica che lì termina, dando la possibilità di andare a capo o, comunque, di passare ad altro.

Per la chiusa parentesi si tratta dello stesso discorso; cambia il simbolo grafico, ma la collocazione del punto apre o chiude qualsiasi discorso.
Anche qui ricorro a un esempio visivo:
Alzo gli occhi verso un cielo trapuntato di stelle (miliardi di diamanti incastonati in un firmamento infinito).
Potrei proseguire l'ammirazione stellare in prosecuzione diretta ovvero andare a capo, cambiando letteralmente discorso.
Ma se:
Alzo gli occhi verso un cielo trapuntato di stelle (miliardi di diamanti incastonati in un firmamento infinito.)
non c'è il punto che imponga la lettera maiuscola, l'ammirazione per quel cielo stellato potrebbe continuare, ma solo all'interno della parentesi, oppure dopo la parentesi stessa, ma con un punto direttivo, qui inutilmente vagante.

Un tempo, lontano per cambiare, l'editoria in generale nel suo staff prevedeva, affiancante i rami creativi e tecnici, un ufficio che ospitava persone pagate (in genere bene) per essere pignole.
Nei quotidiani la loro attività era frenetica, essendo il giornale un prodotto che appena nato doveva essere consumato, cibo che il giorno successivo sarebbe scaduto; non che fosse da buttare, ma le notizie fresche dell'oggi il giorno dopo sarebbero risultate stantie, già vecchie pur se neonate.
Nei periodici, settimanali o mensili, c'era più tempo per pignoleggiare nella lettura; da una settimana all'altra, o da un mese all'altro, le notizie avevano tempo a diventare adolescenti, e le attenzioni alla loro crescita erano superiori.
Per i libri, qualunque fosse il loro genere, la lettura era molto più accurata: si trattava di un prodotto destinato a passare, almeno nelle intenzioni, alla storia editoriale.
Ebbene, questi "correttori" prendevano il posto delle insegnanti vecchia maniera nel cercare gli errori, di testo o di punteggiatura, più che dei contenuti che erano affidati al buon gusto e alla scienza degli autori.
Erano gli eroici ricercatori della zampetta di formica smarrita in un prato; gli stessi cui magari sfuggiva l'elefante di un errore madornale, soprattutto in titoloni a più colonne. Erano definiti "refusi", e le più o meno benevole strigliate dei direttori restavano in sordina... purché il senso del titolo stesso non avesse perso sostanza. Altrimenti sarebbero state le Striscia o la concorrenza ad ampliarne il peso.

Prendendo in mano testi 'datati', vecchi ma non ancora antichi, questo benedetto punto me lo ritrovo piazzato come dio comanda e come vagamente richiesto da questo modesto testo.
Da un po' di tempo la sua collocazione è stata cambiata. O i correttori sono stati, tutti, soppressi...
Sono certo che questo cambiamento ha una motivazione plausibile; sono certo che chi ne ha decretato il cambio della modalità d'uso sia un genio...
Sicuramente, almeno dal mio punto di vista, incompreso.
E mi piacerebbe sapere e capire su quali criteri si è basato, per divulgare e fare accettare questa variazione.
A livello universale.
Sto leggendo libri a cascata, e ormai mi sono rassegnato, ho piazzato una placca metallica allo stomaco e a ogni punto incriminato incasso il cazzotto, passando oltre.
Comincio a pensare che si tratti di un complotto: qualche potere occulto ha dichiarato guerra a 'sto poveretto, il punto, nel tentativo di eliminarlo del tutto dai testi, lasciando l'onere di una punteggiatura virtuale al lettore. Vorrei vedere la reazione dei mezzi tecnologici, quelli che non consentono la dimenticanza del puntino sulla "i", a questo ennesimo depauperamento del piacere della lettura.
È chiaro che quanto qui scritto farà un baffo al mondo intero, ma l'ho fatto per tramandare ai posteri, in un domani che sarà ormai un passato remoto, la mia, pur vana e inutile, contrarietà a quanto puntualizzato. Non ci saranno riscontri e neppure chiarimenti in merito a un semplice 'punto', sminuito nelle sue caratteristiche impositive in una grafia che ritengo sarebbe corretta.
Punto e a capo.

giovedì 11 giugno 2020

Dialoghi di primavera

Nei ricordi di antico studente, brillano le dieci giornate di Brescia, le cinque di Milano, le quattro di Napoli... tutte giornate calde, anzi, per chi le ha vissute, bollenti.
Nel mio piccolo attuale mi sono ritrovato con un paio di giornate che, fatte le debite proporzioni, forse non sono state bollenti, ma intriganti sì. Molto intriganti.
È arrivato il tempo di alcuni controlli della mia carcassa umana. A dire il vero quel tempo era arrivato tre mesi fa, quasi quattro.
Essendo l'unico mezzo che mi consente di stare in piedi, per quanto possibile (cioè sempre...) seguo le indicazioni dei vari meccanici che ci mettono mano.
Tre mesi fa, quasi quattro, mi era stato programmato un 'piccolo' intervento; il giorno stabilito era il 12 di marzo. Esami di laboratorio pronta cassa, si trattava di andare all'officina medica in cui ero stato prenotato. Il 7 dello stesso mese era scattato il "fermi tutti!" che aveva limitato un po' tutte le attività; negli ospedali e ambulatori non le aveva limitate, le aveva letteralmente bloccate. Intervento sospeso, chiamata un paio di giorni prima, esami da mettere in naftalina. Se ne parlerà più avanti... forse.

Visite, interventi, esami non urgentissimi... alt a tutto; unico sentiero rimasto aperto, e anzi, col passare dei giorni, divenuto autostrada, quello del virus, entrato nelle città e nelle famiglie come sgradito ospite, e lì tuttora vivo, anche se (forse) meno vegeto. Il fatto che, come ospite, dopo tre giorni puzzasse non lo ha convinto a sloggiare.
A scaglioni, la cosiddetta normalità sta ricominciando a circolare... e si vede.
Gli incidenti, stradali e sul lavoro, sono all'ordine del giorno; i pusher hanno nuovamente messo in circolo la merce, pare con offerte promozionali per rimettere in cammino il loro carrozzone, inceppato ma mai totalmente fermo; la malavita ha ripreso a macinare pizzi e omicidi e violenze; i posti di parcheggio nelle città, in questi mesi in fermo immagine permanente, adesso con un po' di fortuna qualcuno si trova...
E gli ospedali si riaprono ai comuni mortali, a quelli non covid; il rischio è quello di trovarsi le nuove scadenze tutte accavallate in un lasso di tempo che non darebbe neanche il tempo di respirare.
Sto cercando di organizzare, per quanto di mia competenza, la sequenza degli eventi.
Intanto mando un fax di prenotazione per una visita di controllo, in un ospedale parecchio fuori porta. Avevo telefonato in maggio ed era tutto fermo, lunedì avevo tentato con poca speranza che le cose si fossero normalizzate; invece l'ambulatorio era stato riaperto, non c'erano tempi sicuri, perché "come sa... mandi comunque il modulo di prenotazione, chiameremo noi in base alla disponibilità".
Fax inviato.
Si tratta di un esame molto specifico, con tempi di attesa prima, durante e successivi allo svolgimento che sono un domino millimetrico. Se ne parlerà a settembre, penso... se tutto, ma proprio tutto, andrà bene.
Ho firmato un contratto (unilaterale) per vivere in eterno, quindi mese più mese meno non dovrebbe fare differenza... Io rispetto i contratti, bisogna vedere se la controparte Nonsochi accetta di rispettarli...
Di poi gli esami di laboratorio; buona parte sono gli stessi per ogni patologia, ma alcuni sono specifici alle singole. Li ho raggruppati in unica impegnativa, in modo da evitare di ricorrere all'ambulatorio analisi a più riprese.
Primo nodo: visita al medico, come detto in un post precedente, è il nuovo medico di base, mai visto né conosciuto. Per trovare il suo ambulatorio mi affido a google. Orario di visite. martedì pomeriggio 16-18; un sole boia, entrate in sala d'attesa a due-tre per volta, altrimenti fuori, al sole, con un grosso platano che ombreggia l'altro lato della strada. Pare che il sole dia il fabbisogno giornaliero di vitamina D... di certo quei nanogrammi che dona li fa letteralmente sudare.
Ricette bianche, quasi un blocchetto per intero. Metto in conto di andare a fare gli esami giovedì, tanto c'è tempo.

Mercoledì: prima chiamata, dall'ospedale per l'esame uora-uora citato.
"Devo parlare col signor... ha mandato la prenotazione per una visita nel nostro centro; se le interessa potrebbe venire lunedì 15, alle 8,30".
"Non sarebbe possibile un po' più avanti, visto che non so se posso avere in tempo gli esami richiesti a supporto?".
"Vediamo... ci sarebbe venerdì 19 e, visto che viene da molto fuori può venire per le 9,20. Intanto mi dia il numero dell'impegnativa a completamento dell'avvio pratica...".
Andata anche questa, ma gli esami a questo punto diventano urgenti. E il medico mi aveva accennato alla possibilità che, in questo frangente covidico, sia opportuno prenotare, nel caso i prelievi fossero contingentati.
Subito dopo la comunicazione dell'impegno, provo a telefonare al centralino dell'ospedale; 'bussa' a lungo, nessuna risposta. Non è la prima volta, e continuo a chiedermi come sia possibile... ma evidentemente lo è.
Non è molto distante, ci vado di persona; si sono fatte le dieci, qualcuno all'ambulatorio dovrei ancora trovarlo. E quel qualcuno lo trovo, una delle infermiere addette ai salassi. Dà uno sguardo alle impegnative e... no, non è necessari prenotare, però il macchinario per questi esami è guasto, se ne parla settimana prossima... se il tecnico viene per venerdì.
Non posso parlare di pioggia sul bagnato, visto che a un fatto positivo risponde subito uno negativo.
Non me la sento di rinviare alla efficienza di chissachi questo prelievo; l'alternativa è andare (domani) alla sede Asl, una quindicina di chilometri fuori porta.
"Pronto, Asl? Dovrei fare un prelievo per esami ematici, è necessario prenotare?".
"No, può venire domani, digiuno, apriamo alle 8".
Vedrò domani.

Ancora mercoledì, oggi: al rientro, in tarda mattinata, squilla il telefono fisso.
Driiinnn, driiìnnn, driiinnn...
Una chiamata vibrante, vibrosa, virulenta ecc., quasi prepotente.
Una delle rarissime chiamate su questo numero, ai più sconosciuto, tenuto in piedi solo come supporto al computer. Non ha il "chi è", per cui quando rispondo metto avanti la diffidenza, affilata e affinata da anni di scocciature, da parte di operatori o venditori che cercavano di affibbiare le cose o i gestori più inverosimili, dalle mega offerte ai vini agli oli ai detersivi...

Un anno fa, in seguito a una telefonata da parte di Tim, ero caduto in una trappola da cui, forse, sto uscendo solo ora. 
All'epoca scadevano i due anni canonici dal contratto "in promozione", e Tim era passata a riscuotere il dovuto, doverosamente aggiornato, con aumenti ingrassati da quella che era definita "rimodulazione", con un salasso di circa il 50% in più. Una cifra che avevo ritenuto assurda, incompatibile con le mie tasche e soprattutto con il mio pur minimo senso commerciale. Tentativi di ottenere una riduzione, ripetuti e reiterati, in un misto di commoventi piagnistei diretti al mitico 187, alternati a "minacce" di cambio gestore: tutto a vuoto.
Tim cuore di pietra, Tim muro di cemento; questo è, se le pare; se non le paresse, può cambiare gestore quando vuole, grazie.
Per una strana coincidenza, nella tarda serata dell'ultimo tentativo, più o meno in questo periodo, avevo ricevuto una chiamata da Tim, che proponeva un contratto in promozione speciale, più che appetibile, la cui credibilità non dava adito a dubbi, visto che era Tim che mi chiedeva di restare con Tim. Unico prezzo richiesto, il cambio del numero di telefono e del nominativo dell'intestatario; stessa linea, stesso modem per adsl...
I dubbi sul messaggio, la stranezza di una "rimodulazione" favorevole, a fronte del consistente risparmio, erano state accantonati.
Detto? Fatto!
Nel giro di due giorni il numero vecchio era sparito ed era entrato in orbita il nuovo.
Fu il classico manzoniano "lo sventurato rispose", adattato al genere e al cretino che fui... 
Capitolo chiuso.

Il telefono squillava ancora, indefesso...
"Sììì...", rispondo apertamente seccato, facendo così capire di non essere disposto ad ascoltare boiate; nel caso sia qualcuno che conosco chiarisco il mio agire, e trovo sempre solidarietà.
"Buongiorno, è il signor... chiamo dall'ufficio amministrativo Tim per avvisarla che dalla prossima fattura, quella del mese di luglio, il suo canone subirà un ritocco...".
"Lo so, sarebbe previsto nel contratto, ma, visto che la parte precedente non è stata rispettata da Tim, immagino che questa, prevista in aumento, non sarà ignorata".
"Infatti volevo metterla al corrente del fatto che il canone è stato rimodulato - e daje! - e la chiamo per aggiornarla. Dunque, lei adesso paga più o meno 30 euro al mese, dalla prossima fattura ne pagherà 55... ma sarà per sempre, quindi avrà la garanzia di non subire ulteriori aumenti. Tra poco la chiameranno dall'ufficio rapporti con il pubblico, a cui potrà chiedere conferma o aggiornamenti in merito".
Cinque minuti, non uno di più...
"Pronto, buongiorno, qui è l'urp di Tim, una collega dell'amministrazione l'ha chiamata poco fa... ha bisogno di chiarimenti? Cosa le ha detto, in merito al nuovo canone?".
"Mi ha detto che dal prossimo mese saranno 55 euro/mese per sempre...".
"Ma non le ha detto che saranno 55 più iva? Il totale sarà di circa 67 euro. Comunque nel caso decidesse di cambiare gestore, conviene lo faccia entro il dodici di questo mese; così facendo eviterà le spese accessorie del cambio; nel caso decidesse di cambiare successivamente le saranno addebitati 186 euro. Veda lei cosa le conviene...".
Non l'ho insultato, la calma è virtù (dicono) dei forti...

Chiamo il 187, affilando i coltelli... Incredibilmente risponde in 2'53''... credo che domani nevicherà a livello mare...
"Buongiorno, sono Cristiano, in cosa posso esserle utile?"...
Col dente avvelenato che mi ritrovo, il fatto che costui sia cristiano mi lascia del tutto indifferente.
"Poco fa mi ha chiamato Tim sulla linea fissa e.... bla bla bla e ancora bla", gli dico tutto, senza insultare o caricare di miserie come il cuore suggeriva...
"Nooo, assolutamente, non è Tim che ha chiamato... si tratta di gestori disonesti che provano in tutte le maniere ad acquisire nuovi clienti. Tra poco la chiamerà qualcuno per fare un'offerta vantaggiosa, che lei magari accetterebbe a fronte di così assurde richieste spacciate per Tim".

Cinque minuti, non uno di più...
"Buongiorno, chiamo da parte di Vodafone per un'offerta personale, è interessato?".
"No, per ora non mi interessa, buongiorno".
Meno di cinque minuti...
"Pronto, buongiorno, chiamo dall'ufficio commerciale di Tim, per chiederle se da quello amministrativo le hanno comunicato le nuove condizioni di contratto in vigore dal prossimo mese...".
"Sì, mi hanno dato le nuove cifre... infatti sto valutando il cambio gestore".
"Ah, bene... e ha già in mente qualcosa? Nel caso decidesse le ricordo la scadenza del 12 prossimo per procedere al cambio senza costi aggiuntivi... Ha già un'idea del nuovo possibile gestore?".
"In effetti avevo pensato a Wind, per via del fatto che Fiorello mi è simpatico".
Risata quasi omerica, ma gli squilli continui me la fanno inquadrare come ghigno focomelico, tronco, mal rifinito...
I minuti viaggiano cinque a cinque... Una voce squillante di ragazza...
"Pronto, buongiorno, chiamo da Wind per un'offerta speciale... le proponiamo chiamate illimitate verso tutti, giga a volontà, mega super fibra... a 30 euro mese, per sempre".
"Mi sembra interessante, adesso vedo in casa... sa, la linea è intestata a mia moglie e, sa com'è, in casa comando io e faccio tutto quello che vuole lei".
Lo sa, risatina complice, si chiama Daniela e mi lascia il numero di cellulare per chiamarla direttamente in caso di scelta (a lei) favorevole.

Ci sto prendendo gusto, mi diverte questo gioco a rimpiattino... anche se un pochino mi dispiace.
Lo trovo un passatempo innocuo, ma il dispiacere è dovuto al pensiero che queste persone lottano per sopravvivere, e per farlo devono puntare su qualche dabben'uomo che abbocchi all'amo.
Forse più che il sollazzo di questa evoluzione mi eccita il fatto di essere oggetto di tante attenzioni dai parte così tante persone, ciascuna da uffici diversi. L'unica volta che ho provato questa sensazione, di attenzioni multiple verso il mio corpicino, è stato sul tavolo operatorio, con chirurghi, anestesisti, infermiere tesi a scrutare il mio interno per procedere ad una accurata bisturiazione di parti da eliminare. Anche se, lo confesso, queste presenze le ho solo potute immaginare visto che ero stato catalessizzato a dovere...
E comunque l'impegno degli addetti era durato una quattrina di ore... qui stiamo parlando di giornate intere.
Silenzio di squilli fino a notte, ma, se tanto mi dà tanto, domani sarà un altro giorno.
Masochisticamente quasi lo spero...

Giovedì, oggi.
Sveglia, digiuno, provette... tutto pronto; circa un quarto d'ora e siamo all'ambulatorio.
Strano, poco movimento.
Ticket per l'accesso, numero 94, ma le presente saranno meno di dieci, forse non hanno azzerato il display la sera prima. Presento le ricette...
"Mi dispiace, il macchinario è guasto...".
"Ma come è possibile, all'ospedale macchinario guasto, qui guasto... che è, un Covid dei macchinari?".
"No, il fatto è che i prelievi da qui li appoggiamo là, quindi è un unico macchinario che blocca tutte le operazioni. Provi settimana prossima. Buongiorno".
So che è una frase abusata, ma il buon giorno si vede dal mattino...
Rientro al nido, colazione e...
Driiinnn... driiinnn... driiinnn...
Lascio suonare, e suona a lungo. Sto leggendo le notizie del giorno, forse richiameranno.
Senza forse, ricomincia la musica di ieri. Altri squilli, tenuti in non cale...
Rispondo al terzo tentativo, sapendo già quello che sarebbe stato il tenore del colloquio.
"Buongiorno, chiamo da parte di Tim, volevo solo sapere se il mio collega ieri è stato preciso nella sua comunicazione... Sì, le confermo l'importo e le confermo l'invito per il caso volesse cambiare gestore di farlo entro il 12 giugno...", ecc.ecc.ecc.
"Stiamo valutando, penso che passeremo a Linkem, ho visto spot accattivanti in tivvù, se la copertura è buona... la tariffa lo è...".

Chelodicoafare: i soliti cinque minuti di pausa...
"Pronto, buongiorno da Linkem, può interessarle un confronto con gli altri operatori del settore per dimostrarle i vantaggi da noi offerti?".
Mento, sapendo di mentire:
"Guardi, io qui sono di passaggio, chi si interessa di queste cose adesso non c'è; non so l'orario di rientro, forse nel tardo pomeriggio, verso le 17 o le 18".

E per oggi, con il 'forse' in pianta stabile, la pace dovrebbe scendere fra gli ulivi. 
Pace solo telefonica, chiaramente, visto che un merlo è venuto a sbattere contro la vetrata del giardino restando tramortito sul terrazzo.
Dobbiamo correre in soccorso, prima che lo facciano i gatti che, come si sa, tendono a ricorrere subito con la rianimazione bocca-a-becco.

Buongiorno a tutti, da me, da Tim, da Vodafone, da Wind e da Linkem... per adesso.

Aggiornamento, alle 12 di oggi, giovedì: chiama Daniela di Wind.
Liquidata per scelte diverse.
Alle 12,30 chiama Antonio da Tim (con specifica 187), vuole conferma che abbia capito i termini dell'offerta Tim, giustificando la consistenza dell'aumento con i miglioramenti della rete, mi ricorda la scadenza del 12, precisando che la possibilità del cambio senza spese cessa alle 24 di quel giorno.
Ore 12,50, Linkem ha fretta, non ha potuto attendere il rientro del titolare, ci riprova: liquidata.

Un bel gioco è divertente se dura poco, se di più scoccia; ho iniziato la sanificazione.
Ho staccato il telefono, e conto di lasciarlo staccato fino alle 24 di domani, venerdì 12.