martedì 7 settembre 2021

Parliamone... perché no?

by Rolando Rubini


Big Dementia.

Ancora su pandemia, vaccini, green pass, Costituzione, diritti e doveri
di Vincenzo Cottinelli, ex magistrato specializzato in salute e sicurezza sul lavoro, 6.9.2021
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Vaccini: scritte No Vax su muri hub di Firenze
Il perdurare di prese di posizione no-vax induce a cercare di penetrare anche in teste che sembrano perdute nella loro cocciutaggine.
Le cronache delle violenze di questi giorni e il perdurare di prese di posizione no-vax sui social mi inducono a riprendere la questione dei diritti, della salute, degli obblighi. Lo faccio con un taglio semplice e con un titolo e un tono ironico, per cercare di penetrare anche in teste che sembrano perdute nella loro cocciutaggine o nascoste dietro furberie.
Non vorrei cominciare da quelli che negano la pandemia come fatto reale: sarebbe come mettersi a confutare i terrapiattisti.
Ricordo mestamente che i morti italiani (quasi 130.000) equivalgono all’incirca alla sparizione degli abitanti di una città come Ferrara, Salerno, Latina, Sassari.
Nemmeno potrei dire molto a quelli che per principio rifiutano il vaccino o sono indecisi perché ne hanno paura: dovrei ripercorrere quasi due secoli di storia scientifica dei vaccini che, come tutti dovrebbero sapere, si basano su un meccanismo (lo stimolo alla produzione di anticorpi che bloccano il virus) collaudato e garantito da verifiche standard (un po’ accelerate per questi contro il Covid, data l’emergenza mondiale, ma alla fine concluse regolarmente).
Se non si crede alle attestazioni di OMS e ISS, non si perda tempo a leggermi: va bene, non sono mai esistite le centinaia di tipologie di vaccini che nei secoli hanno salvato da poliomielite, vaiolo, colera, influenza, eccetera. Cancelliamole!
Rimane il fatto che oggi, in tutto il mondo, i non vaccinati per il Covid sono in testa alle classifiche di mortalità e sono gli occupanti quasi esclusivi (in un certo senso abusivi) di terapie intensive e posti letto, a danno di bisognosi di tutte le altre patologie.
A risentirci e tanti auguri. Però non meravigliatevi se vi si guarda con sospetto e vi si ordina di stare un po’ in disparte.
Ci sono poi i più bizzarri, per certi aspetti i più pericolosi, perché non sembrano così retrogradi e ignoranti (e in fin dei conti oggettivamente di destra) come quelli del primo gruppo.
Sono gli anticapitalisti duri e puri, che rifiutano il vaccino perché è un prodotto di giganteschi mostri unificati sotto il nome di Big Pharma. Cioè le industrie farmaceutiche, colossi multinazionali, spesso monopolistiche, le quali, secondo loro:
a) fanno parte, insieme a governi, gruppi finanziari, singoli miliardari (Bill Gates, Clinton, Soros) di un complotto mondiale finalizzato a indurre un falso bisogno di un farmaco da loro prodotto, con la sottomissione di interi popoli a misure restrittive e all’assunzione coatta di una sostanza non verificata o di dubbia efficacia;
b) in ogni caso lucrano miliardi da questa produzione artificiosamente indotta, a spese dei governi e cioè dei popoli.
L’opposizione al vaccino è per questi un momento fondamentale di una guerra di resistenza anticapitalistica e antiautoritaria.
I nemici del Big Pharma sembrano dimenticare che i veri anticapitalisti, anche i più modesti socialisti riformisti, hanno da sempre nel loro programma (facciamoglielo realizzare!) la fiscalità progressiva sui profitti, i diritti dei lavoratori, la sicurezza del lavoro, la lotta all’inquinamento, i limiti alla delocalizzazione e così via.
Ciò non solo nei confronti di Big Pharma, ma anche per i mille tipi di Big che fanno profitti sulla testa di miliardi di consumatori (Big Automotive Industry, Big Weapons Production, Big Entertainment Industry, Big Tobacco, Big Food, Big E-Commerce, per dirne solo alcuni). Sembra proprio una Big Dementia: boicottare, pur in mancanza di fondati motivi, un singolo prodotto di un singolo ramo d’industria (chissà perché non i tranquillanti o la truffaldina omeopatia, o le automobili o le armi, di cui v’è clamorosa evidenza di micidiale nocività o imbroglio e/o profitti incontrollati?) simulando un impegno politico e sociale di controllo generale sull’industria.
Viene presentata come una lotta eroica, ma è una marachella, in realtà è il rifiuto di uno strumento utile per la vita e la salute mondiale. Non bisognerebbe esitare a smascherarlo. Infine: vaccinarsi, come andare in auto, non significa rinunciare alla lotta per fiscalità e giustizia sociale, a tutto campo.
Qualcosa di simile accade con l’utilizzo truffaldino dei valori costituzionali.
Ebbene, il vaccino è fortemente consigliato come barriera contro il virus, quantomeno ne neutralizza le forme più gravi e l’incidenza di mortalità. Le statistiche epidemiologiche ne danno ragionevole certezza.
Lo Stato, se lo decide, può renderlo obbligatorio.
Non se ne può più delle farneticazioni (bugie) su libertà e diritti costituzionali, già sparate lo scorso anno a proposito di lockdown.
Allora avevo contrapposto cose ovvie (gli artt. 16 e 17 autorizzano limitazioni alle libertà di movimento e di riunione per motivi di sanità, sicurezza, incolumità: spiacenti per il weekend, la movida, le discoteche, i matrimoni, i funerali, i cenoni, le messe, i rave party). Gli articoli 13 e 21 non c’entravano.
Basta leggerli.
A proposito del vaccino, si ritorna da capo. Chiedo: c’è una norma costituzionale che garantisce una generale “libertà di fare i propri comodi”?
No, anzi, all’opposto, nell’art.2 si pongono i doveri inderogabili di solidarietà. Vaccinarsi è essere solidali.
Ma forse c’è un diritto generale alla “esenzione dal vaccino”?
La risposta la dà l’art. 32 della Costituzione “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.
La frase è scritta in un italiano bello e chiaro: la legge può obbligare a vaccinarsi.
Non lo può fare il Sindaco né il Prefetto, ma il Parlamento (quella cosa eletta dal Popolo secondo le regole!) sì, di sua iniziativa o su input del Governo. Per favore, basta! Il vaccino, anche se molto raccomandabile, non è al momento obbligo generale, ma se lo ordina la legge (o un provvedimento equiparato), sì. E perché mai il Parlamento (cioè il Popolo) dovrebbe ficcare il naso nella mia salute obbligandomi a fare il vaccino? È ancora l’art.32 che risponde: caro cittadino, la tua salute non è solo un tuo diritto (o un tuo capriccio come il fitness) ma è “interesse della collettività”, cioè tutti abbiamo bisogno che tu stia bene, perché da malato ci costi, non produci, non consumi e magari contagi pure i sani, se ti ammali di covid. Se poi non sei un cittadino qualsiasi, ma sei medico, infermiere, insegnante o simile, vuoi scherzare? A casa! O vaccinato.
Ora il green pass (certificato di avvenuta vaccinazione) riaccende polemiche furibonde e siamo da capo. Io ingenuamente mi chiedevo: se uno si vaccina (magari con sacrificio, sforzo psicologico, paure, conflitti di coscienza, discussioni in famiglia) il più è fatto, che gl’importa di scaricare, tenere in tasca ed esibire il certificato?
Avevo in mente miei vissuti di un normale ingresso in pizzeria, dove avventori vaccinati esibiscono il green pass al tranquillo gestore e poi si godono la serata, idem per terme, musei, concerti; una bellezza, solo qualche attimo in più di attesa.
Ma allora chi sono queste folle urlanti per la violazione di un altro presunto diritto costituzionale: quello di “non certificare una propria qualità” e quindi di “non esibire il certificato” (mi sono dimenticato l’articolo: me lo indicate per favore?).
Sembra pura follia, Big Dementia.
O forse è una ventata di empatia di cittadini consumatori verso gestori e commercianti gravati di questo spaventoso superlavoro? Errore! Sono gli stessi che ieri urlavano contro il vaccino, sono i “no vax classic” che vogliono schivare il vaccino con un trucco nuovo, pensando: se facciamo cadere l’obbligo di avere ed esibire il green pass, possiamo fare quello che vogliamo senza essere vaccinati. Magari c’è anche una fetta di commercianti e gestori di servizi privati, aizzati dai politici di riferimento, a lottare contro un nuovo fastidio (ma il pass non elimina il test termico?). Chiamarli furbetti è un eufemismo. Veramente non se ne può più.
Parlando seriamente, vorrei chiudere con le parole di un autorevole giurista responsabile di una importante rivista dedicata alle questioni della giustizia: “restiamo convinti che la campagna di vaccinazione sia uno strumento di liberazione dai più gravi timori per la salute individuale e collettiva e che la vaccinazione sia al tempo stesso un diritto e un onere, il cui mancato adempimento può giustificare una serie di calcolate restrizioni e limitazioni adottate nell’interesse collettivo, in vari ambiti della vita sociale” [Nello Rossi - https://www.questionegiustizia.it/.../venerdi-6-agosto... ].
Aggiungo: se serve, anche in via generale.
(credit foto ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI)

domenica 29 agosto 2021

Volevo parlare...

 

La scuola va a ramengo, e su questa constatazione non ci piove. Poca/nulla consola il fatto che in Italia tutto, o quasi, vada a ramengo. Non da oggi...
La giustizia, il lavoro, la politica, il civismo, il rispetto per le persone e gli animali e i beni comuni... tutto scaravogliato, in molti casi letteralmente stravolto. La sanità si salva, in parte, per merito di dedizioni personali, talvolta di eroismi.
La scuola è comunque un capitolo a parte: una scuola che va in rovina significa che diventa fucina di ignoranza, che alla fine influenza direttamente tutti i settori del vivere quotidiano. E il resto dell'Italia finisce di affondare proprio per l'ignoranza 'conquistata' dai giovani; che, direbbe il mitico Perboni, purtroppo crescono e prendono le redini della carretta, quando agli stessi dovrebbero essere applicate come cavezza. Così gli asini patentati saliranno (saliranno?) a cassetta, e chi asino non è sarà (sarà?) imbrigliato in una ragnatela di asfissianti regole, che sembrano create a bella posta per allevare una società di somarelli.
Scaldini, in questa raccolta di altre perle, che si aggiunge alle precedenti pubblicate negli anni passati, ribadisce la triste presa d'atto di una situazione di cui ha piena consapevolezza. Avrebbe la capacità letteraria per scagliare fulmini e saette verso questo sistema (e lo ha dimostrato in altre pubblicazioni esulanti l'ambito scolastico), ma preferisce queste perle, spilli e freccette, per mandare anche qui il messaggio in maniera ironica, che a malapena nasconde il sarcasmo di fronte all'indifferenza (quando va bene) con cui viene valutato il problema scuola; sinonimo dell'indifferenza è il menefreghismo, ed è quest'ultimo che impera nelle stanze dei bottoni che regolano una caduta, ormai un rotolìo inarrestabile.
Una botte di Regolo, irta di punte verso l'interno, nella quale il personale docente è costretto ad infilarsi anno dopo anno; ogni chiodo è una nuova disposizione che annulla altre precedenti, pronta pur'essa ad essere a sua volta cancellata. 
Perle, ancora perle di ignoranza, che provocano il sorriso, talvolta lo sghignazzo, e coinvolgono tutto il mondo scolastico, dal ministero agli insegnanti, dai genitori agli operatori di supporto, fino a raggiungere il meglio dei componenti questo nucleo: gli studenti... ossia quelli che studiano, che apprendono, o perlomeno dovrebbero apprendere. Dovrebbero...
Scaldini/Perboni, con i libri sulla scuola, si è creato l'aura di "carogna", e di questo titolo va fiero, lo sente come un cavalierato, una commenda, una baronia acquisita sul campo. Il suo carognaggio lo divide equamente tra quello che dice (e scrive) e quello che pensa (e scrive), in un'alternanza divertente.
Che trasuda un'amarezza accumulata in una trentina d'anni di docenza, giusto la metà di una vita, vissuti nella selva oscura di una scuola che da tempo perduto ha la diritta via. La povertà è una malattia che, si dice, è stata guarita; l'ignoranza no, la si coltiva, quasi la si propugna, come fosse un bene da difendere e da diffondere. La scuola è un'impresa in perdita, non produce; anzi produce solo danni... da pagare comunque, perché così detta la Costituzione.
Qualcosa è andato storto, sta andando storto, negarlo è da struzzi. Scaldini/Perboni è un don Chisciotte che, a modo suo, combatte contro i mulini a vento... regalando sorrisi.

domenica 22 agosto 2021

Favolacce (aggiornamento)

C'era una volta, ma tanto tempo fa, un governo in Italia che, finalmente, aveva trovato la soluzione a tutti i problemi che chiedevano un intervento pronto e soprattutto efficace.
Primo fra tutti, la povertà che imperversava da sempre in ogni angolo della Penisola.
E questo problema venne risolto brillantemente con l'emissione di un reddito che assicurava a ogni cittadino, purché munito del relativo certificato valido, una vita dignitosa, non più legata alla necessità ancestrale del dover lavorare: il lavoro non nobilitava più, il lavoro rendeva gli umani sempre più simili alle bestie. Nonostante gli orari ridotti, nonostante la flessibilità oraria raggiunta, nonostante retribuzioni che in alcuni casi (più rari, ma per questo più evidenti) avessero raggiunto vette inimmaginabili ai più.
A livello di dipendenti pubblici, i parlamentari, i senatori, i commessi delle due Camere, e poi i governatori, i consiglieri regionali e tutti gli staff attorno a questi creati; più gli Enti inventati ad hoc per dare presidenze e relativi contorni e dintorni (e ritorni in soldoni) a gente meritevole di essere premiata per ignoti alti servigi prestati alla Patria... Bene, tutti costoro sono da tempo fuori classifica: gestiscono i soldi pubblici come fossero loro proprietà privata, si sono creati orti, orticelli e giardini che curano maniacalmente, difendendo diritti acquisiti da loro stessi e, di volta in volta, da noi alimentati.
Miliardi e miliardi di dollaroni (nonostante la stabilità dell'euro, i dollari nelle citazioni fanno sempre più effetto, sanno più di Paperon de' Paperoni, che tali sono i nostri beati percipienti), fiumi di denaro che scorrono senza sosta e senza crisi nelle tasche, o meglio nei conti, di una pletora di personaggi il cui numero è impossibile ormai catalogare; tanti sono, troppi..
Tutti questi erano stati, presumibilmente, esclusi dal beneficio del reddito di cui sopra; anzi, sarebbe stato offensivo includerli nel novero dei beneficiari, pur essendo anch'essi cittadini italiani e pur essendo, visti gli emolumenti accreditatisi, anch'essi ridotti quasi alla fame, che incombeva su di loro in maniera più visibile di quella che era la vera povertà, definita estrema. Non per niente i tagli ai salari e agli stipendi colpivano un po' tutti i lavoratori, ma non questi che si reputavano lavoratori a tutto campo e a tutto tempo, salvo rare ma prolungate assenze dal posto di lavoro, ampiamente giustificate da millanta motivi, che in altri settori prevederebbero il licenziamento in tronco, senza buonuscita. Furbetti del cartellino che aggiravano l'ostacolo eliminando del tutto il cartellino, anche quello virtuale.
Torniamo al reddito di cittadinanza: un'idea brillante, ma molto opaca nelle disposizioni applicative. Tant'è che non passava giorno che non si scoprissero percettori che di povero avevano solo la poca voglia di lavorare; di genti che di quel reddito facevano mantello a copertura di attività più redditizie ma occultate al fisco (salvo poi scoprire come fossero possessori di autovetture con cilindrate che ne escludevano l'uso su strada, di palazzi interi, di barchette da venti-trenta-cinquanta metri; scoperti... dopo assai...). O, più terra-terra, come binario aggiuntivo a un lavoro detto 'in nero', che portava i poveri in canna a metter su, finalmente, un po' di pancia; senza rischiare il troppo pieno che, si sa, potrebbe stroppiare.
Lo champagne (ma forse era solo spumante o prosecco o acqua minerale gassata) era scorso a fiumi da un balcone già noto per altri eventi, nella memoria di chi la memoria ancora la usa, affatto piacevoli da ricordare. Quella comparsata era stata una specie di lavacro di quei ricordi.
La povertà era stata dichiarata latitante, povero era solo chi, per scelta francescana, voleva restare tale; i posti di lavoro continuavano a calare, migliaia di attività cessavano nel silenzio assoluto; altri posti di lavoro sparivano, e la loro drammaticità numerica era evidenziata da proteste di gente disperata che non chiedeva redditi purchessia, ma solo di poter lavorare, di poter tornare ad essere simili alle bestie, visto che le bestie anche in questo frangente riuscivano a vivere, nel mentre gli umani continuavano a morire, non più di lavoro ma sul lavoro, su quel poco lavoro rimasto.
L'operazione aveva consentito, quasi a margine, di inventare un paio di migliaia di posti di non-lavoro, discretamente retribuito, a tempo determinato;  i neo assunti dovevano solo navigare, offrendo posti di lavoro... che non c'erano. Sui risultati di quell'esperimento è sceso un pietoso velo di prosciutto...  
Vabbè, è andata. È andata come è andata, ma è andata.
Non era ancora arrivata la tegola del virus, oggi dimenticato, catalogato come evento del passato, un ricordo tragico come tanti altri. Quanto prima, nel corso degli anni a venire, sarà ricordata, quella tegola, con una specifica giornata della memoria, come le tante altre che costellano il firmamento delle esistenze umane. Anche se, coi vuoti di memoria ricorrenti, verrà un giorno in cui sarà emessa una giornata della non memoria, a indicare tutte le giornate di cui non si ricorda più per cosa furono pensate.
La storia si sa: impreparati, quella pandemia fu affrontata con la stessa determinazione e capacità organizzativa già sperimentate per il reddito di cittadinanza. Giorno dopo giorno il motto era stato "o la va o la spacca!", tentativi su tentativi, sovente in contrasto l'uno con gli altri, una torre di Babele in cui chi meno sapeva più parlava; il più delle volte sparlava, aggiungendo confusione a confusione. C'erano i missionari del tranquillizzare a tutti i costi e altri che predicavano la fine del mondo: tutti professionisti qualificati, nei quali la fiducia era cieca, su due sponde di pensiero nettamente contrapposte.
Tra la battaglia contro la povertà e quella successiva contro la pandemia, c'era stato il tempo di fare una pensata che distraesse i cittadini dall'una e dall'altra: la battaglia al contante. Che, per chi non ha dimestichezza con i verbi, sarebbe il participio presente del verbo contare; e, su questo, non ci piove...
Ma poiché i verbi e le loro coniugazioni ormai hanno una loro giornata della memoria, il volgo e l'erudito sanno che per contante si intende denaro, in particolare quello solitamente usato per le piccole spese quotidiane, dal caffè al bar alla spesa del supermercato, alla parcella del lattoniere, all'elemosina allungata all'elemosinante fuori dalla chiesa o in giro per il mercatino settimanale; per queste ultime operazioni si parla di denaro cantante, poiché le monetine di metallo tintinnano nei piattini o nei barattoli di fagiuoli, accuratamente svuotati in precedenza. Per contante strusciante si intendono i biglietti cartacei, dal 5 euro in su, fino ai tagli da cinquecento che sono introvabili, forse incettati da collezionisti senza scrupoli; e anche quelli da cento e duecento sono ormai merce rara. Le spese grosse o ripetitive si fanno con RID, con bonifici, con accrediti virtuali in cui il contante appare solo come forma virtuale di pagamento.
Questa guerra veniva giustificata come lotta senza quartiere all'evasione. Fiscale, si presume. Il denaro, cantante o strusciante, in circolazione era troppo, di difficile tracciatura, era un fiumicello visto alla fonte: un rivolo costante, facile da individuare nel suo luogo di sgorgo, che poi, scendendo a valle, si dipana in mille altri rivoli la cui foce definitiva è difficile da trovare, tra l'altro passando da canali anche sotterranei, nei quali una parte finiva dispersa senza possibilità di recupero; e di tassazione, soprattutto.
La pandemia avrebbe dovuto suggerire una motivazione evidente, in questo duello improbo: mascherine, distanziamenti, guanti, lavaggio mani (guantate o meno), disinfezioni e sanificazioni... tutte protezioni date per indispensabili come salvaguardia minima dall'essere infettati. 
Ma già da molto prima dell'accidente virale in fresca circolazione, si sapeva che uno dei migliori diffusori di malattie (a parte i baci, gli abbracci, i rapporti direttamente sessuali e le coltellate) era proprio il maneggio dei soldi, un tempo lire, poi euri. Cartacei, erano, e sono, maneggiati da migliaia di mani, che si passano questi foglietti con una indifferenza assoluta, pieni, bene che vada, di virus innocui, ma probabilmente pregni di quest'ultimo che si dice sia particolarmente sensibile a un passamano amichevole, attaccaticcio, più che fraterno.
Questa versione forse sarebbe stata sufficiente a provocare una soppressione immediata e totale del contante. Impossibile, manco a pensarci. Bisognava trovare un qualcosa che 'costringesse' il popolame a collaborare direttamente a questa battaglia, a scendere in campo coi mezzi propri.
L'Italia è un Paese che procede a forza di incentivi, che sovente prendono il nome di mazzette, ma queste destinate ad ottenere favori o licenze che stentano a prendere consistenza; un po' a parte, ma sempre facenti parte degli incentivi, c'è il cosiddetto pizzo, che non è il femminile della pizza ma una vera e propria estorsione.
All'italiano piace ricevere una spintarella, ogni volta che gli viene richiesto di collaborare ad azioni ufficialmente destinate a meglio inquadrare il vivere civile, solitamente allo sbando. Tornando alla pandemia: sono stati spesi, e si spendono tuttora, fior di quattrini per convincere le persone a vaccinarsi, con la prospettiva di salvare almeno la pelle. A milioni hanno aderito di propria sponte, convinti della validità dei messaggi che si incrociano da ogni parte della Terra. È solo un'ipotesi, magari strampalata, ma come il reddito di cittadinanza si era rivelato utile nello stanare i tanti poveri che altrimenti sarebbero rimasti nell'ombra, ignorati dalle istituzioni salvo alcune non ong, se qualche soldino fosse stato stanziato come premio a chi si fosse vaccinato, oggi non ci sarebbero tanti no-vax, gruppi refrattari alla punturina con motivazioni che sovente non hanno nulla di scientifico, anzi sono chiaramente false informazioni, nebulose e chiaramente campate in aria.
Non dico tanto: dieci euri, magari in due tranches, cinque alla prima dose e cinque alla seconda; e altri cinque alla probabilissima terza fra qualche mese. Da istituzionalizzare per le dosi future che, si dice, saranno ripetitive nei prossimi decenni. 
Si incentiva ormai tutto, dalle autovetture ai monopattini, dagli interventi edilizi ai televisori, dalle dentiere agli spazzolini da denti, ai banchi da scuola motorizzati... con un miliarduzzo ci saremmo cavati lo sfizio di avere come minimo il 110% di vaccinati nel giro di due-tre mesi (il 10% in più messo in previsione è sia per l'inflazione in atto che per i furbetti del vaccino che, profittando del caos, che sarebbe stato comunque garantito, si sarebbero presentati per ulteriori dosi, visto che questi, i vaccini, erano dichiarati innocui da fonti sanitarie attendibili e pure dal garante della privacy).
Lo Stato spende e spande senza ritegno, a proposito e a sproposito... poi non riesce a privarsi del valore aggiunto su un bene "di lusso" come sono ritenuti gli assorbenti igienici, solitamente femminili. 
Le lamette da barba godono di un'imposta privilegiata al 4% (che poi, con l'avanzata della moda talibans [scritto alla transalpina che fa più chic], gli attrezzi da barba usuali saranno i rastrelli e le cesoie che, adesso, essendo strumenti agricoli da lavoro, contribuiscono con il 22% d'imposta a oliare i rugginosi ingranaggi del nostro sopravvivere quotidiano; come i pannolini dei neonati e, appunto, i detti assorbenti). Quello che avanza (ammesso che) va a finanziare giochini e giochetti che rendono felici i cittadini: il pane manca, ma il circo continua ad attirare e divertire, soprattutto gli adulti. 
Torniamo alla battaglia anticontante: sull'onda di quanto detto poc'anzi sugli incentivi, una mente eccelsa aveva escogitato un modo per spingere dolcemente i manovranti abituali di soldi, sonanti e non, ad aderire a questa guerra sacrosanta. Un premio in soldoni a chi avesse usato la carta di debito per i pagamenti correnti, quantificato nel 10% delle spese sostenute, fino a un massimo di 150 euri a fronte di una spesa di almeno 1500; in un periodo temporale dal 1° gennaio al 30 di giugno, anno corrente. Cinquanta operazioni in tutto quel periodo erano il minimo indispensabile per partecipare in maniera attiva alla tenzone. 
Il tutto non era una riffa, un sorteggio tra tutti i partecipanti: era proprio un premio ad personam, sufficiente al consumo di qualche pizza, in vista anche della previsione di riapertura a tempo pieno delle pizzerie. E poiché dalla spesa preventivata era avanzato qualche dollaruzzo, per solleticare di più la partecipazione, a questo premio finale era stata abbinata una lotteria, con tanto di estrazione mensile per cifre variamente oscillanti, ma veramente appetitose. Che non sto a descrivere più di tanto, poiché più di tanto non mi aveva interessato: l'unica mia vincita andata a buon fine risale agli anni '60, a una bancarella detta di beneficenza, ed era consistita in una lattina di tonno da mezzo chilogrammo, consumata a rate serali consecutive, nella cameretta ammobiliata che era stata mio nido per diversi anni. 
Escluso a priori da tutti gli incentivi in atto, per i quali era necessaria la compilazione di scartoffie e asseveramenti da enti vari, questa operazione mi sarebbe costata niente, visto che da anni la cartellina di plastica è entrata nell'uso abituale, per gli acquisti che ne giustificassero l'estrazione dal portafoglio.
Per la partecipazione al premio ci si doveva iscrivere a piattaforme virtuali, ben specificate, ovvero scaricando un'apposita app sul cellulare. L'app specifica era chiamata IO e la mia nulla capacità tecnologica mi aveva impedito di installarla (forse per via di un cellulare leggermente difettoso a causa di una caduta dal 4° piano che mi aveva costretto a un assemblaggio dei pezzi, peraltro riuscito senza avanzarne manco una scaglia); però avevo un conto alle PosteItaliane.it, che era inserito tra le piattaforme abilitate ad operare con il Cashback (questo il nome della brillante pensata governativa), letteralmente "soldi indietro", o semplicemente 'rimborsi'. Con i limiti prima descritti di tempo e di spesa, appunto, rimborso di un di più speso.
Quanto alla lotteria, detta proprio degli scontrini, che avrebbe regalato, tramite la classica estrazione, migliaia di euri ai fortunati partecipanti, prevedeva estrazioni settimanali, mensili e un super premio finale a chi avesse raggiunto la vetta massimissima di spesa. Già i pagamenti con carta erano mal visti dagli esercenti, questa lotteria per loro era un pugno in un occhio, tant'è che le adesioni all'iniziativa restarono al palo a lungo prima di installare sulle loro macchinette l'accettazione di questo nuovo, inedito modo di combattere l'evasione incolpando il contante: si trattava di combattere la loro, di evasione, che l'emissione degli scontrini numerati all'uopo avrebbe compromesso, quindi avevano tutte le ragioni per quanto meno diffidare.
Ormai da molto tempo uso la carta per le spese superiori agli spiccioli, tipo quelle per il classico caffè al bar o il pacchetto di fascette dai cinesi. Per cui aderire alla 'lodevole' iniziativa non avrebbe cambiato di molto la consuetudine.
Sull'app di PosteItaliane.it era stata confermata la registrazione alla corsa al rimborso, veniva promessa un'informativa puntuale sul numero delle operazioni e sull'importo totale delle stesse. Per i primi tre mesi il numerale segnalava 0 (zero) operazioni, ma tranquillo: sarebbero state conteggiate appena superata la soglia delle 50. Infatti allo scadere del sesto mese il mio contatore diceva ancora 0 (zero). E il messaggio era stato completato così:

In calce al messaggio c'era pure una classifica di non so cosa, che mi aveva collocato al 7914654° posto su 7914653, presumo partecipanti. Mi rendo conto di essere particolarmente gnocco, ma questa proprio non l'avevo capita: risultavo come ulteriore ultimo dopo l'ultimo ufficiale...
Centocinquanta euri non mi avrebbero arricchito più di tanto, poco più di tre stecche di sigarette che sarebbe andata letteralmente in fumo in un paio di mesi; ma essere preso in giro non mi andava giù.
Per i reclami era stato creato un portale apposito, e qui sono andato a cercare conforto, tra l'altro garantito da una risposta entro 30 giorni dall'inoltro, con la motivazione specifica dell'accoglimento o della respinta del ricorso stesso. Iscrizione semplice, direi perfino accattivante, sul tipo dell'evangelico "chiedete e avrete risposta".
Entrato nel sito, si chiedeva la compilazione del modulo di reclamo, corredato dei file degli scontrini di spesa e un documento d'identità valido, fronte-retro. Avevo preso spunto da quello per la compilazione del modulo, specificando che in nessun sito era richiesta la tenuta a riprova degli scontrini; era "consigliato" tenere quelli della ridicola lotteria, ma per il resto era garantito un conteggio ripulito da spese di farmaci, da bollette, da giochi e da tabacchi e altro specificato.
Ormai ero in rampa di lancio: ho tirato tutto l'estratto conto del periodo in esame, che prevedeva l'intestazione del conto, la data,  l'importo, il numero della carta di debito e il luogo di spesa. Avevo un totale di poco meno di cento operazioni, per un importo che era poco sotto i 3000 euri; una quindicina di operazioni al mese per una spesa media di circa 500 euri  Allegato al reclamo, ritenevo che questo documento avesse più valore degli scontrini non tenuti. Inviato.
La risposta, in effetti, non aveva tardato ad arrivare, ed era chiaramente motivata nel suo diniego, così:

Senza possibilità di contrappello. La Consap, gestore delegato all'erogazione delle sentenze non prevede richieste di ulteriori spiegazioni. Che poi, visto il 'tu' spontaneo, questa signora mi conosce, pur se non ricordo di averla mai incontrata.
Pietra tombale su questa ennesima pagliacciata da parte di un governo che non teme di svergognarsi con operazioni di incentivo di una stupidità senza limiti. Infatti la seconda tratta è stata subito sospesa dal nuovo subentrante, benedetto da alcuni, stramaledetto da altri.
Mi richiamo a quello statista, mi pare dell'800 che, al popolo che reclamava per le tasse, pontificava: "purché le paghino, hanno tutti i diritti di protestare". Ecco, io turlupinato senza possibilità di rivalsa, pubblico questo racconto, ribadendo che non lo faccio per rimpianto dei 150 euri, che so bene quanto mi spettassero, ma come ritorsione per la presa in giro, fine a se stessa.
Torno più sereno alla mia scatoletta di tonno degli anni '60, che magari era pure scaduta, ma non aveva dato sintomi di rigetto: con l'appetito e l'età di allora, ci fossero stati germi o virus si sarebbero trovati loro molto a malpartito.
Maturando, sinonimo di invecchiando ma più soft, la digestione è più lenta e ci sono bocconi che non scendono, manco ingoiando un barattolo intero di bicarbonato. Questo è uno di quelli.
Fossi rimasto il bambino dispettoso che fui, per un certo periodo preleverei al bancomat (acronimizzato in ATM, che non so cosa significhi) i contanti che mi servono per la vita quotidiana, metterei la carta in un cassetto, e tutte le spese le farei per contante, cantante e strusciante; anzi, dove possibile chiederei espressamente la non emissione dello scontrino a fronte di un paio di centesimi di sconto sul prezzo dell'acquisto.
Sarebbe una reazione infantile che, purtroppo, non fa più parte del mio agire e che difficilmente riuscirei a mettere in atto. Con il rischio, memore della mia sfortuna endemica, di cadere in braccio alla GdF che, su milioni di persone evadenti, beccherebbe proprio me. E non mi va di affrontare anni e anni di galera solo per l'evasione di pochi spiccioli; anche questo so, cioè che per un caffè, pagato e consumato ma non documentato, il rischio dell'ergastolo è dietro l'angolo, mentre le truffe miliardarie in pieno sole ricevono un seggio in Parlamento, a vita e con diritti successori assicurati fino alla decima generazione. 
Tanto per non infierire, riporto anche la rassicurazione di Poste Italiane sulla sua app, dove a corredo dell'iscrizione alla maratona, aggiungeva:


Ho poi mandato a Consap, via Pec, un reclamo al reclamo, rifiutando come "motivato" il ribadire tout court che non avevo raggiunto il limite previsto dal bando di concorso.
Come previsto, nessun riscontro, tanto meno risposta. Cos'altro avrei dovuto fare per seguire il decorso dei conteggi?
Tra l'altro, iscritto sul Banco Posta, cioè sulla piattaforma che di me sa perfino più di me stesso: ogni mio respiro economico questo lo registra, sia se inspirato sia quando espirato. Chiaramente quelli espirati (detti anche 'uscite') sono inversamente sproporzionali alle scarse inspirazioni (leggi 'entrate'). Per cui il conteggio delle prime dovrebbe essere più agevole, trovandosi in una colonna senza soluzione di continuità, mentre nell'altra gli spazi vuoti hanno il senso del vuoto infinito.
Non è un fatto riferito esplicitamente alla somma non concessa, ma è la presa in giro evidente che mi fa, diciamo, alterare.
Per portare nel post queste tre immagini, malamente visibili, ho appreso come si effettua lo screenshot dal cellulare, ed è l'unica conquista concessami nella vicenda. A parte lo spunto per queste quattro righe che altrimenti mai sarebbero state concepite.
Non piove, ma 'governo ladro' sempre è.
Lo so, il "mannaggia a Consap!" che esce spontaneo allo sfortunato lettore non si riferisce al fatto del non avermi pagato il dovuto, ma a quello ben più grave di avere procacciato il detto spunto... Bisogna capire che la vita è allietata da qualche rosa, ma soprattutto è frastagliata da tante spine... come questa.
Fermo restando, e questo non mi stancherò mai di ribadirlo, che i milioni destinati a questa e ad altre operazioni simili, incentivanti a pioggia, meglio avrebbero potuto essere spesi, o semplicemente destinati, alle migliaia di lavoratori i quali, in un lontano passato, vedevano felici la fine del mese, che coincideva sempre col il 27, giorno canonico di paga di salari e stipendi; oggi, è l'inizio di ogni nuovo mese che si prospetta come un salto in un vuoto di casse integrazioni che hanno il sapore di una pietosa elemosina da parte di uno Stato che preferisce buttare i soldi in giochini e giochetti, anziché impegnarli in un rafforzamento serio di strutture che diano lavoro e sicurezza. 
Dice, ormai, l'articolo 1 della Costituzione: l'Italia è una Repubblica democratica. Punto e basta. 
Già sul democratica ci sarebbe da discutere: dove si trova la democrazia nello scempio delle sue prerogative istituzionali, che prevederebbero i cittadini uguali non solo davanti alla legge ma davanti alla stessa coscienza civile? Ma è la parte finale del detto articolo che è ormai da cancellare del tutto, anacronistica di fronte all'assenza del lavoro e all'indifferenza verso quel poco che ne resta. Parole tante, troppe, fatti pochi; rendono di più i giochini, molto a livello di consensi, che le urne prontamente premieranno. 

Passata la festa della spesa di quanto l'Europa ci presta oggi e che "qualcuno" domani dovrà restituire; non noi che abbiamo contratto il debito, noi avremo qualche anno  per spenderli e spanderli, ma quando sarà ora di restituirli saremo ormai assenti (e pure ampiamente giustificati da epigrafi che racconteranno di quanto fummo previdenti nel pensare al nostro futuro... attuale. Il problema lavoro continuerà a pesare in maniera sempre più assillante. Verranno gli altri, gli stranieri (gli americani, i cinesi, i russi, gli arabi...) che 'investiranno' nelle nostre industrie e commerci più redditizi, noi li ringrazieremo e osanneremo alla loro munificenza... poi succederà quello che sta già succedendo: ritiro dei capitali investiti, con i dovuti interessi e gli incentivi ricevuti, e trasferimento altrove di tutte le attività. Un altrove che non è una località prossima, dentro i nostri confini, ma un luogo lontano in cui, con investimenti minori, otterranno più di quello che avrebbero ottenuto proseguendo qui da noi.
Una green economy che lascia prevedere solo il verde delle nostre tasche, oggi bucate nello scialare, domani vuote, piene solo di parole... di rimpianto per quello che si sarebbe potuto fare e che, a tempo debito, non fu fatto.

Aggiornamento ed epilogo

Come citato nel post il 15 agosto avevo inviato, via PEC questa lettera a Consap, chiedendo, per la seconda volta, la motivazione del rifiuto all'accredito dei 150 €. La risposta precedente, che si basava sul mio reclamo del 24/7, era stata molto semplice, quasi stringata: non hai raggiunto le 50 operazioni richieste.


Lo sbianchettato nel testo era la mia età la quale, pur non essendo ancora veneranda, avrebbe potuto indurre a considerazioni sul mio possibile, quasi certo, rincitrullimento. Meglio evitare...

Ieri sera, ancora per poco 1° settembre, ho trovato in posta elettronica questo messaggio:

Gentile utente,
in relazione al tuo reclamo n. 52846 ti informiamo che nella tua area riservata del Portale Reclami Cashback è presente una comunicazione.

Ti invitiamo a collegarti al portale utilizzando le credenziali di accesso.

Cordiali saluti,

Team Assistenza Reclami Cashback

Consap Spa

Era troppo tardi, e il sonno bussava alle palpebre, così ho rimandato a stamane la lettura della comunicazione, che (oh, sorpresa!) è risultata così espressa:


... che finalmente ha chiarito l'arcano nella maniera da me richiesta.

Fine del discorso. Ricorso respinto sulla base del reclamo del 24/7, quello del 15/8 saltato a pie' pari. Non ho idea su chi sia questa fantomatica Autorità competente, e d'altra parte non ci perdo altro tempo. Fumando un paio di sigarette in meno al giorno per un paio di mesi avrò recuperato il dovuto e non assegnato.


giovedì 19 agosto 2021

Solo Afghanistan?

Qui da noi è molto diverso? E quanto è diverso?

Ogni responsabilità è della donna, ogni sofferenza, ogni insulto.

Puttana, le dite se ha fatto l'amore con voi.

La parola puttano non esiste nel dizionario: usarla è un errore
di glottologia. Sono millenni che ci imponete i vostri vocaboli,
i vostri precetti, i vostri abusi. Sono millenni che ci imponete il
silenzio e ci relegate al compito di mamme. In qualsiasi donna
cercate una mamma. A qualsiasi donna chiedete di farvi da
mamma: perfino se è vostra figlia. Dite che non abbiamo i vostri
muscoli e poi sfruttate la nostra fatica anche per farvi lucidare
le scarpe. Dite che non abbiamo il vostro cervello e poi sfruttate
la nostra intelligenza per farvi amministrare il salario.

Eterni bambini, fino alla vecchiaia restate bambini da imboccare,
pulire, servire, consigliare, consolare, proteggere nelle vostre
debolezze e nelle vostre pigrizie. Io vi disprezzo. E disprezzo me
stessa per non fare a meno di voi, per non gridarvi più spesso:
siamo stanche d'esservi mamme. Siamo stanche di questa parola
che avete santificata per il vostro interesse, il vostro egoismo.
Oriana Fallaci

mercoledì 11 agosto 2021

Gioventù abbrustolita (III)

E poi c'era il sesso, la sessualità in genere. "C'era", si fa per dire, in realtà non c'era il primo e della seconda manco avevamo idea di cosa fosse.  Era come la storia di  Babbo Natale, che sapevamo esistere ma che da noi non era mai passato; la notte santa mandava a nome suo un Gesù Bambino, che ad ogni ragazzo faceva trovare sotto il cuscino un mucchietto di doni, dando con questi la prova provata della sua esistenza: due mandarini, quattro caramelle, un medaglione di zucchero con lo spago per metterlo al collo, la figurina di un bimbo in braccio alla madre, forse una Madonna, ma a noi interessava il resto... Il tutto non arrivava all'alba, salvo lo spago e la figurina. Se la fame avesse avuto un'età, era sicuramente la nostra. Senza bisogno di scrivere lettere, tanto meno letterine, che avrebbero intasato il suo lavoro, del Babbo intendo, nella distribuzione dei regali. Agli altri, quelli del mondo di fuori...
Il punto di partenza per la scoperta del dannato sesso era sapere da dove arrivavano i bambini. 
Proprio dal Natale, dove "è nato! è nato!" avrebbe dovuto essere un segnale, un qualcosa che ci aiutasse a capire gli sviluppi di quella nascita. Niente: nel presepe si vedeva un neonato posato in una mangiatoia colma di fieno, la madre inginocchiata da una parte, il (presunto) padre dall'altra, e poi pastori con pecorella a girocollo, bestie che manco l'arca di Noè, tanto verde, ruscelli... ma tutte bocche cucite, cosicché le domande ci restavano in gola.
Ancora implumi, eravamo già affetti da una strana forma di paranoia: strana, poiché cercava qualcosa senza affatto sapere cosa. Era come stringere fra le mani un grumo d'aria pensando di leggerlo come fosse un libro.
 
Del quarto e del settimo comandamento ho detto, tra i due c'era uno che, adesso come allora, mi lasciava perplesso ed era il sesto. Il "non fornicare" era proprio indigesto. Sicuramente doveva essere importante, essendo inserito in un decalogo che avrebbe dovuto essere libro mastro della convivenza umana... se solo avessi(mo) saputo a cosa si riferiva; e non ero il solo a non conoscerne il significato, tanto meno a capirlo.
A chi legge oggi, può apparire da ignoranti o, in alternativa, da imbranati della prima ora. 
Incolpevolmente lo eravamo, ingenui e imbranati.
Richiesta specificamente, la spiegazione che veniva data era decisamente chiarificatrice, e solo a ragazzi ingenui e imbranati, appunto, poteva apparire più nebulosa del verbo originale. 
"Non commettere atti impuri", era la soluzione offerta al quesito. Non plus ultra, non più oltre.
Nel mondo di fuori probabilmente c'era chi, magari reticente, dava una interpretazione più vasta di quel termine astruso: i genitori, qualche maestro, lo scambio di informazioni tra coetanei...
L'unico nostro appiglio era un Dizionario della Lingua Italiana, edito da Lattes nel '36, quindi recente, con tanto di dedica al duce, che del fornicare dava questa lampante definizione: "(Fòrnix, Bordello), intr., Commettere atti impuri". E la merenda era servita...
Gli indizi che venivano forniti in merito erano indiretti, quasi casuali, che si affidavano più all'intuito di adolescenti in una non definita fase di maturazione che a un insegnamento che, tra i tanti divieti, emergeva come tabù intangibile, intoccabile, infrangibile: il sesso. In tutte le sue manifestazioni ma, per quel momento, soprattutto in quelle vocali.
La sera, quando tutti eravamo infilati sotto le coperte, un assistente passava a controllare che avessimo le braccia al di fuori; per evitare il rischio di commettere "peccati verdi". E non avevamo idea di cosa diavolo fossero; approfondire significava beccarsi un paio di sberle... che per noi erano peccati solidi in risposta a una domanda virtuale.
Chiedere alle suore? Con loro non avevamo rapporti così intimi (vabbé, inteso come confidenziali) da poter avanzare domande su un argomento che, nella nostra incommensurabile ignoranza, sapevamo essere più che delicato.
Sapevamo vagamente che la definizione del sesso degli angeli era stata da tempo superata: gli angeli non avevano sesso. E noi, a fasi alterne, eravamo degli angeli. In chiesa, durante le funzioni, a scuola ma non sempre... era durante la ricreazione che l'angelo che era in noi si assentava per far posto a quello che, se non proprio un demonio, di questo aveva piedi e mani e lingua. All'occorrenza i denti.
Ecco, il sesso era apertamente demonizzato. Ma mentre al bestemmiare, al rubacchiare, al mentire c'era una spiegazione, al benedetto sesso non c'erano risposte.
Eravamo assetati di sapere, sapevamo tutto della storia romana, più o meno tutto della geografia, qualche informazione sulle squadre di calcio, sul giro d'Italia; per non parlare delle vite di Gesù e di tutto il suo indotto di santi, madonne, perfino dei beati prossimi ad essere proclamati santi; sui raffreddori del papa o dei cardinali; sapevamo chi dei preti di nostra conoscenza fumava, di quelli che tabaccavamo avevamo conoscenza diretta per via del bavaglino marrone che luceva sul nero delle talari e che, da vicino, solleticava gli starnuti.
Avevamo visto un documentario dell'Istituto Luce, rigorosamente in bianco e nero, con immagini che giravano a scatti, con cadute di nevischio che impedivano una visuale costante del filmato. Ed era un filmato che aveva suscitato il nostro interesse, poiché speravamo da questo risposte a quesiti altrimenti inerti.
Questo mostrava una fila di signori e signore che guardavano da una lunga vetrata, al di là della quale si vedevano alcune ragazze vestite da infermiere, con i camici a mezza gamba e la crestina bianca a copertura parziale dei capelli. Ciascuna impegnata a maneggiare dei bambini in nuvole di polvere bianca, forse talco. Gli spettatori al di qua della vetrata erano visibilmente felici.
Noi non ascoltavamo l'audio che raccontava meraviglie sul governo dell'epoca, parlava di genitori felici, di bimbi curati ecc. Noi guardavamo, e già il solo guardare aveva scatenato le nostre fantasie: avevamo capito, senza che alcuno ce lo spiegasse, da dove arrivavamo i bambini. C'erano, chissà dove, fabbriche specializzate a sfornarli, e la polvere bianca niente niente che fosse proprio farina.
Non avevamo percepito collegamenti con il sesso, ma era già un piccolo passo; non proprio come quello assai successivo sulla Luna, ma per noi quasi lo era.
Un compagno era andato per qualche giorno da suoi parenti in una cascina fuori città. Al rientro all'ovile, il nostro, aveva mirabilie da raccontare e, a gruppetti limitati, durante la ricreazione ce le partecipava con entusiasmo. La più incredibile diceva di una grossa mucca, più grossa delle altre, che (gli avevano detto) aveva fatto un vitellino. Che, udite udite!, era stato estratto dalla sua pancia. Già lui, che era stato sul posto, era ancora incredulo e altrettanto eravamo, per riflesso condizionato, anche noi.
La sua incredulità era dovuta a una domanda che aveva posto ai grandi e che non aveva avuto una risposta, quale che fosse; un'omertà assurda, quando ci sarebbe voluto poco a dire la verità: il vitello come aveva fatto a entrare nella pancia di quella mucca?
A complicare le cose ci si mettevano pure i confessori. Già avevamo le idee poco chiare su cosa si dovesse confessare, ma era un'operazione, la confessione, che era meglio richiedere periodicamente, onde evitare sguardi obliqui, sempre forieri di interventi maneschi. Se non ci si confessava per periodi sospetti, non fare la comunione poteva destare allarmi; farla senza essersi confessati appariva come probabile atto sacrilego, con conseguenze imprevedibilmente prevedibili.
Potevi vuotare il sacco, inventarti peccati pur di fare numero, ma alla fine la domanda era di prammatica, forse prescritta in un ipotetico manuale del confessore: "Ti sei toccato?".
Oggi, dopo i decenni trascorsi, sorrido, poiché voglio vedere in quella domanda una vena di innocenza. Da parte dei confessori, intendo. Per parte mia, nostra, era una domanda a fondo perduto; peraltro ambigua. Tornando a quanto espresso in precedenza a riguardo alla nostra ignoranza crassa in merito, la domanda avrebbe avuto senso se fosse stato appurato in precedenza che si sapeva tutto, o quasi, della faccenda.
Per incredibile possa apparire, la nostra verginità mentale consentiva di vedere in un sì o un no la chiusa della confessione. Se era un no, si veniva rimandati a una successiva interrogazione, con un filo di dubbio; il difficile veniva se la risposta era sì, poiché a questa seguiva pronta altra domanda: "Quante volte?". 
Alla lunga, sapevamo a cosa si riferiva, c'era solo una parte del corpo che era esclusa da ogni conversazione, ogni accenno, verbale o per immagini; alla fine il pensiero finiva per essere concentrato su quella. Pur essendo destinata a una funzione che per noi si esauriva nell'orinatoio.
Già, quante volte ci si toccava? quante volte, anche in solo in un giorno, ci si toccava per liberarsi da stimoli che, se trattenuti, finivano per diventare impellenti, fino ad esplodere motu proprio?
Poteva succedere, soprattutto di notte...
A complicare le cose, raggiunta inconsapevolmente l'età che divide l'infanzia dall'adolescenza, erano sopraggiunte le prime polluzioni, notturne. Anche queste inattese, e per le quali non eravamo preparati, potevano apparire come normali minzioni, pur se di normale avevano proprio niente.
(Credo sia opportuno precisare che i sostantivi polluzione e minzione sono stati appresi solo molti, ma molti, anni dopo; così come i verbi mingere e orinare che, nel nostro pratico volgare, erano pisciare e basta; anche quest'ultimo bandito dal parlare ufficiale).
Eravamo (ero stato, in prima persona singolare) terrorizzati da questo evento, che altrove sarebbe stato rilevato come una forma di evoluzione fisica naturale, affatto preoccupante. Altrove, non per noi...
Per noi si era trattato di un involontario svuotamento della vescica, magari in seguito a un sogno che lo aveva previsto, magari invogliato.
E che sarà mai! Un movimento fisiologico post-infantile che qualunque medico avrebbe diagnosticato con un sorriso di compatimento, di fronte al terrore (e all'ingenua ignoranza) che questo fatto aveva provocato.
Infatti... se ci fosse stato un medico con cui confidarsi senza passare dal filtro prefettizio; per confessarsi non era necessario specificare il perché, per l'incontro con un medico sì; e non è che si potesse chiedere semplicemente una visita: si sarebbe dovuto chiarire il perché, e questo perché (per quello che ritenevamo noi) era di avere orinato, nottetempo, nel letto.
Secoli dopo, devo riconoscere che, forse, il racconto di quanto avvenuto non avrebbe avuto altra conseguenza che la presa d'atto del passaggio dall'infanzia alla pubertà, anche da parte del prefetto, senza altre conseguenze. Forse saremmo stati tranquillizzati, senza neanche arrivare da un medico.
Forse... e in quel forse c'era una motivazione che aveva ottimi fondamenti di dubbio.
Nella camerata, solitamente occupata da poco meno di cento ragazzi, una decina di questi (forse qualcuno in più) risultava bagnaletto (non piscialetto come segretamente erano definiti, sempre in omaggio a quanto specificato dianzi): erano ragazzi con questo piccolo difetto, che forse un medico avrebbe saputo risolvere, magari con facilità. O uno psicologo, che tutti avevamo storie che potevano essere causa di queste minzioni notturne.
Invece del medico, veniva fatta prevenzione. Ai piedi del letto di questi ragazzi era annodata una fettuccia; tutte le notti, c'era una suora anziana, non più in grado di svolgere altri compiti utili alla comunità, che vegliava (o faceva il possibile per vegliare) sulla camerata. A ore prestabilite passava lungo la camerata, sentiva più che vedere le fettucce e dava la sveglia affinché i prescelti si recassero in bagno. Purtroppo non sempre i suoi orari coincidevano con i bisogni dei ragazzi: capitava che, o prima o dopo il giro di richiamo, la pipì fosse scappata.
E qui ribadisco il "che sarà mai!" prima espresso: una pisciatina non ha mai ucciso nessuno... avrebbe detto chi all'esterno avesse saputo del poco lieto evento.
Non era quella che ci terrorizzava: quello che ci riempiva di ambascia era la cura messa in atto per risolvere quella che non era considerata malattia, seppur lieve, ma pesata come semplice e pura pigrizia.
E la "cura" consisteva nel tenere in testa, per tutto il giorno, nelle ore di ricreazione, la mutanda umida. Il che comportava l'esclusione da tutti i giochi, dal pallone alle biglie al passo volante, che non veniva decretata dai compagni, ma assunta dai ragazzi stessi per la vergogna di un copricapo che ne raccontava l'infamia notturna di volta in volta perpetrata.
Ed ecco spiegato il perché del terrore provato a quelle prime polluzioni.
E non avevamo la più pallida idea di un possibile collegamento con un fatto sessuale, che molto più avanti sarebbe diventato motivo portante della vita, nostra e non solo nostra.
Ho sempre evitato l'onta, vuoi perché non ero nella lista dei bagnaletto, vuoi perché quel liquido si solidificava presto e nel cambio mensile delle lenzuola non risultavano tracce visibili. Il che, tra l'altro, escludeva che potessero essere frutto dei peccati verdi, tanto osteggiati dal prete fanatico della nostra purezza.

Il mio primo ventennio di vita si era accavallato con il precedente, che sarebbe passato alla Storia per motivi ben più pesanti di questo mio. Il Ventennio è stato raccontato, illustrato, commentato, interpretato in modi diversi, come tutti gli avvenimenti storici. Questo mio non passerà alla Storia, poiché non ha documenti, tanto meno ha immagini, ha solo ricordi che, nitidi come sono, risvegliano un periodo che sovente mette disagio raccontare. Quanto brevemente descritto faceva parte di uno strascico del Ventennio, durante il quale i ragazzi erano da curare solo in vista di farne carne da cannone; per il resto i ragazzi, gli orfani soprattutto, erano da domare prima, e plasmare poi. La carne da cannone non era più necessaria, ma il retaggio del domare e poi plasmare era ancora fresco, e che solo il tempo avrebbe prima attenuato e poi cancellato. L'olio di fegato di merluzzo, destinato ai ragazzi un po' debolucci nel fisico, aveva sostituito quello famigerato di ricino, ma sovente risultava più punitivo che curativo.

domenica 1 agosto 2021

Gioventù abbrustolita (II)

Chiusa la parentesi prettamente religiosa, passo ad altro.

Ho rubato, in un paio di occasioni; della prima sono pentito (fui costretto al pentimento), della seconda no. E dire che sapevo bene il peso del settimo Comandamento, quello che "invita" a non rubare. Il fatto è che dei Comandamenti capivo poco, erano chiaramente elencati, li sapevo a memoria ma, come le preghiere in latino, mi erano nella più parte estranei. Pensavo al quarto: onora il padre e la madre. E quando questi non ci sono, né mai ci furono, chi diavolo avrei potuto onorare? I facenti funzioni?... non era proprio il caso.
 
Avevo trovato, non ricordo dove, una Colt, un revolver reso famoso dai film western, con le dotazioni tipiche di quelle pistole, in metallo stampato, col tamburo rotante con grilletto, il suo mirino...
Ci giocavo, cercando di imitare i pistoleri nella rapidità estrattiva dal fodero, che non c'era; ma con la fantasia sopperivo facilmente a questa mancanza. Che era, modestamente, molto sbrigliata: il manico di una scopa era il destriero con cui galoppavo nelle praterie a piastrelle, addirittura scendendo le scale a cavallo e risalendole.
A completare il quadro, però, mancavano le pallottole. Sapevo dell'esistenza di capsule apposite all'uopo vendute; avevano la stessa piccola carica delle caramelle esplosive, quelle dure che era possibile  succhiare fino a consumo per evitare di finire per succhiarsi un dente; queste erano avvolte in una carta colorata con il fiocchetto laterale, si lanciavano in aria e, cadendo al suolo, esplodevano, senza peraltro danneggiare troppo il contenuto. Piccole castagnole, che oltre al botto lasciavano il dolce della caramella, anche se con un retrogusto di polvere da sparo bruciata.
Quelle munizioni non c'era modo di procurarsele e chiedere informazioni in alto loco avrebbe comportato il rischio di sequestro dell'arma. 
Animo in pace, fino all'occasione, cercata, sperata... invano.
Ero persona di fiducia, posata, seria e affidabile... perlomeno così apparivo. A causa di questo apprezzamento, uscivo dal ghetto per commissioni varie, talvolta strane, altre per servizio comune; tra  quelle strane ricordo un chierico che periodicamente mi mandava a prendere un decimo di cognac in un'osteria su un corso poco distante, mi dava cento lire e una bottiglietta di vetro colorato e l'oste, indifferente allo scarafaggio che glielo chiedeva, prendeva il biglietto, metteva il liquido e... ciao. 
Il servizio comune consisteva soprattutto nel portare e riportare le pizze dei film da una parrocchia vicina al nostro ricreatorio, che ogni tanto diventava saletta cinematografica. Poiché lo stesso film veniva proiettato sia nel salone parrocchiale che da noi, negli stessi orari serali, l'abilità consisteva nell'interscambio della pellicola, facendo coincidere i tempi di proiezione reciproci. Noi trasmettevano in streaming, molto prima che il termine ostrogoto entrasse nel parlare comune.
A piedi, con la cassetta quadrata del contenitore della pizza singola, non che dovessi correre, ma sicuramente non potevo distrarmi ed era imperativo camminare veloce.
Altre commissioni mi portavano verso il centro città, con viaggio in tram (ché solo quelli all'epoca circolavano, con autista e bigliettaio seduto all'entrata sul retro), leggendo attentamente il numero nel tondo sopra il tettuccio per non finire in tutt'altra parte di dove si era diretti: viaggetti emozionanti, vite scorrenti sulla via nello sferragliare delle ruote intercalato dallo scampanellio del conducente.
Mi ero trovato a passare, a piedi, in un grande corso, con portici altissimi, e marmi e vetrine e luci; camminavo con gli occhi sbarrati, cercando di assaporare con quelli le meraviglie che vedevo. Mi ero fermato davanti a un grande magazzino, e il desiderio di ampliare le mie conoscenze visive mi aveva spinto ad entrarci. 
Avevo saltato tutti i settori, cercando subito quello dei giocattoli. Di questi mi ero riempito virtualmente uno zaino altrettanto virtuale. Stavo per allontanarmi, quando l'occhio mi era caduto su una cosa che da tempo immemorabile cercavo: le pallottole per la mia Colt.
Ne stavo infilando una bustina nell'inesistente zaino quando, ahimé!, questo mi era scivolato nella tasca del pantalone. Vera e non bucata.
Ignaro di ciò (lo giuro, vostro onore!), mi ero avviato verso una delle casse; avendo acquistato nulla, l'avevo attraversata, ma... impalato, subito al di là, c'era un uomo, in borghese, che mi fissava con una intensità sospetta; forse era uno di quelli adusi a molestare i bambini, o addirittura a rapirli...
Non aveva detto niente, mi aveva preso per un braccio, e mi aveva dolcemente condotto in un ufficio. Aveva fatto delle domande, cui avevo risposto negativamente, forte del fatto che non avendo fatto acquisti, avevo nulla da dichiarare. In un attimo l'ufficio si era riempito di uomini e donne con sguardi di riprovazione, non li riuscivo a guardare negli occhi, ma li immaginavo iniettati di sangue. Mi avevano invitato a vuotare le tasche e, oh!, da una di queste era caduto il pacchettino virtualmente messo nello zaino.
Nome, cognome, dove abiti, perché rubi nei negozi... visto il prodotto prelevato, mi avevano predetto un avvenire da delinquente, che dai giocattoli sarei passato ad armi vere, e chissà quante persone avrei ucciso in futuro. Uno, a dimostrazione di quello che mi sarebbe prima o poi accaduto, mi aveva appoggiato il pugno a una guancia. Avevano parlottato tra di loro, forse in disaccordo sulla pena da infliggermi (corda, rogo, ascia...), avevano chiamato un anziano, gli avevano dato l'indirizzo della mia residenza e, nell'affidarmi a lui, mi avevano raccomandato di non farlo più, di non rubare più.
Tram, in un tragitto che era stato lungo come la circonferenza della Terra; tranquillizzandomi lungo il tragitto, sia sul tram che nel percorso a piedi. Che tranquillità poteva mai instillare a un bambino prossimo a subire un trattamento tale che il pesto alla genovese sarebbe sembrato un vasetto di nocciole?
Eravamo arrivati davanti alla porta, aveva suonato il campanello e, senza dire nulla alla suora portinaia, mi aveva fatto entrare. Il sospiro di sollievo ancor m'assale... ma allora troncato dal timore che al prefetto (così era nomato il direttore) venisse comunicato in via confidenziale il delitto da me commesso. Per giorni e giorni, in ogni sguardo di questo, mi sembrava di leggere un messaggio gelido: "Io so, sappi che io so!".
Per oltre un decennio non avevo più messo piede in un grande magazzino: in prossimità di questi passavo sul marciapiede di fronte, sbirciando sulle vetrate alla ricerca della mia immagine con tanto di taglia. O la immaginavo all'interno tra le offerte di salumi e formaggi, come pro memoria agli sceriffi, magari con l'ordine di sparare a vista. Certo, data la mia minuzia fisica, avrebbero dovuto avere una buona mira, ma era meglio non fidarsi.  

Il secondo non era stato proprio un furto. Molto più avanti sarebbe stato definito 'prelievo proletario'...
Ho detto che ero persona di fiducia: tra i miei compiti era prevista la pulizia e lucidatura delle scarpe del solito prefetto. Cielo, forse era più un compito da schiavetto, ma non c'era altro modo per crescere di grado. Comunque la fiducia in me non era del tutto mal riposta: ad esempio, avevo scoperto, curiosando in un armadietto, un apparecchio televisivo, quando questo elettrodomestico era ancora ben lontano dal divenire comune.
E avevo taciuto, come avevo ritenuto di dover fare; un segreto d'ufficio mantenuto... fino a oggi.
Però, nello svolgimento del mio compito istituzionale, avevo trovato, infilata in una scarpa una mazzetta di biglietti da mille tenuta insieme da un elastico. No, dico, da mille, che era la prima volta che ne vedevo dal vivo; un capitale. Forse offerte per le messe o entrate sue di famiglia, che sapevo benestante.  
Non li avevo contati, avevo lucidato la coppia di scarpe e avevo rimesso la mazzetta al suo posto.
Forse la cera del lucido (nero, quello nelle scatoline rotonde di metallo con una farfallina per aprirle) o il sudaticcio nervoso delle mani provocato dall'emozione, fatto sta che uno di questi biglietti mi era rimasto attaccato alle dita. Le stesse dita lo avevano ripiegato e infilato nel calzino, a ridosso del tallone per evitare che nel cammino uscisse da quella giberna spartana.
Non era tanto, anzi per niente, il peso del peccato (settimo comandamento, vuoi che non lo sapessi!) commesso, quanto la presa d'atto di un gesto azzardato che avrebbe certamente provocato una reazione adeguata: e non sarebbe stata un buffetto sulla guancia...
Niente, silenzio assoluto, forse non erano stati contati, forse aveva ritenuto di essersi sbagliato nella confezione della mazzetta. 
Ho ritrovato le scarpe da lucidare, mazzette mai più... Le avessi trovate, ero abbastanza smaliziato da intuire che sarebbe stata un'esca. E non avrei abboccato. Forse. Meglio che non ci fossero...
Va da sé che non ho mai confessato quel peccato, la mia fiducia nel sempre decantato segreto della confessione non mi aveva mai convinto. Anche se i confessori cambiavano, il dubbio che i sacerdoti quando si trovino in compagnia, a pranzo o nei ritiri spirituali, si raccontassero a vicenda peccati e peccatori, già allora allignava in me. 
La somma (casualmente) prelevata l'avevo dilapidata in caramelle e wafer alla vaniglia, consumati sempre in privato, lontano dagli assistenti e soprattutto dai compagni di ventura, voraci come murene e bravi a lavorar di fantasia, arrivando magari a ipotizzare un furto, a scapito di chissà chi. 

martedì 20 luglio 2021

Gioventù abbrustolita (I)

Non ho avuto un'infanzia propriamente felice, e anche l'adolescenza ha seguito la stessa buona strada.
Ma è in questo secondo periodo di vita che avevo davanti grandi progetti per il futuro.
Per la verità i progetti li avevano altri, ma era giocoforza farli miei. Nelle previsioni di questi altri, sarei stato prete, in seconda battuta confratello laico. A supporto della prima possibilità pesavano le mie prestazioni brillanti di chierichetto, attento e rispettoso nei tempi delle cerimonie, preciso e acculturato nelle risposte dei dialoghi in lingua vaticana. Che non era dote comune tra i compagni (modestia a parte).
Alle migliaia di Dominus vobiscum ricevuti nel corso degli anni, rispondevo prontamente e correttamente; vero, ne capivo poco, ma tant'è, l'immagine era quella. Così come le preghiere, tutte in rigoroso latino, delle quali capivo un nulla assoluto, ma davo l'idea di uno che in un probabile futuro le avrebbe capite e predicate in omelie strappalacrime, e applausi e ola da stadio. 
In effetti mi ero convinto che quello sarebbe stato un ottimo avvenire. Non che avessi ben chiari i diritti e doveri del sacerdote, ma vedevo che tutti quelli che conoscevo erano ben pasciuti, belli rotondetti. E per uno che aveva una fame perenne, da tenia incorporata, era un bel pensare.
Nei miei sogni ero modesto, non aspiravo a diventare papa e neanche vescovo: avevo un po' di confusione nelle gradazioni del sacerdozio, per cui mi sarei accontentato di diventare cardinale. A questo sogno aveva contribuito la partecipazione in costume alla processione di san Giuseppe, che era il patrono della nostra comunità. In una lunga colonna erano inseriti tutti i santi del paradiso; beh, non proprio tutti, solo quelli più noti, quelli che già in chiesa o nelle immaginette avevamo imparato a vedere ed apprezzare, di cui sapevano tutte le vite e soprattutto i miracoli.
Tutti maschietti, ché le orfanelle erano in un altro settore, e non le avrebbero mai prestate per un avvenimento che di religioso aveva un po' poco. In chiesa grande le sbirciavamo al di là di una fitta grata, eretta a loro protezione in una navata laterale prospiciente la nostra, oltre tutto allontanata da una marea di suore che occupavano per intero quella centrale.
A dire il vero, le sbirciavamo senza sapere bene il perché: curiosità inconsce su qualcosa che sapevamo essere diverso da noi, ma non sapevamo in cosa e perché. Qualcosa considerato prezioso, visto che noi le grate divisorie non le avevamo; eppure le suore ci ritenevano piccoli demoni in braghe corte... noi avremmo dovuto avere le sbarre, non quelle bambine, peraltro presentate come angioletti in terra.
Bene, la processione di cui prima era chiusa dal cardinale; e quel cardinale, per due anni di seguito lo avevo (indegnamente, lo ammetto) impersonato io. Avevo tutto, dalla papalina alla berretta, quella che nei filmati, mostrati con dovizia e ripetizioni periodiche, vedevamo imporre solennemente ai nuovi porporati, nientepopodimeno che dalle mani sante del santissimo Padre.
Perfino le scarpette scarlatte e le calze pure, con una coda che mai avrei visto così lunga e sontuosa neanche nei matrimoni principeschi. Le mutande non ricordo, ma non credo; ma tendo, molto a posteriori, ad escluderlo vista la scoperta della destinazione pagana di ogni fine anno come portafortuna.
La colonna seguiva lentamente un percorso, ai cui lati si assiepavano preti e suore e confratelli a volontà; ragazzi pochi, per lo più in visita con le famiglie dall'esterno, noi tutti impegnati in quella recita. Che doveva avere un fondo di serietà, visto che da buon cardinale, nel mio incedere lento, benedicevo a destra e a manca e, accidenti!, tutti si segnavano; pazienza le suorine, nella loro beata ingenuità, ma i preti e i laici...
Della seconda volta mi è rimasta impressa la benedizione impartita ad personam al padre generale della comunità, che per noi era il massimo delle autorità costituite. Era stato nominato da poco più di un mese all'alta carica, e anche lui si era segnato devotamente alla mia infantile benedizione. 
Cinque mesi dopo era morto, all'improvviso, nel sonno.
Non ho mai più benedetto nessuno in vita mia; maledetto sì, abbondantemente, e come sempre accade, già le benedizioni e gli auguri raramente attecchiscono, le maledizioni mai.
In seguito, a supporto del mio desiderio, che peraltro faceva seguito al desiderio di altri, avendo letto qualcosa dei tre moschettieri del re, mi pare di Francia o giù di lì, un modello cardinalizio più preciso lo aveva intravisto nel cardinale Richelieu. Con questi avevo in comune solo due doti: la sua iniziale giovane età e l'amore per i gatti; al momento ero molto più giovane di lui e quanto ai gatti, ne conoscevo solo uno che bazzicava nel cumulo di rifiuti ammucchiati al fondo del canale di raccolta dello stabile. Non mi amava, ma pare che anche Richelieu non fosse da tutti amato.
Certo, avrei dovuto lavorare, molto e anche di più, sulle sue arti diplomatiche e su un esercizio del potere che superasse, almeno all'apparenza, il tornaconto personale. Avevo le idee chiare, ma non avevo idea di come realizzarle. Quanto alla diplomazia avevo poche speranze: all'epoca ero un piccolo tacchino che per un nonnulla si alterava, talvolta di brutto, ignorando il fatto di essere troppo mini per potermelo impunemente permettere: quando si finiva a botte ne dicevo tante, mai abbastanza da subissare quante ne prendevo.
Come icona secondaria avevo individuato nel suo successore Mazzarino un modello più consono alle mie aspettative e soprattutto capacità; intanto era italiano, come più o meno credo fossi io, era cardinale pur non essendo mai stato prete, ergo presumevo non avesse studiato più di tanto per fare il salto di qualità che lo aveva portato dove era arrivato. Non so se amasse anche lui i gatti, ma tanto, viste le soffiate e le unghie tese di questo mio, era un particolare secondario.

Il tempo di lettura di questo poco più che pistolotto dovrebbe essere inferiore ai cinque minuti; a chi venisse in mente di darmi del prolisso, non respingerò l'accusa, mi limiterò a mandare una benedizione, in latino verace e il ben noto gesto che da secoli viene presentato come bene augurante.
Detto ciò, questo pezzullo ha nulla della "gioventù abbrustolita" del titolo, la vado ad arrostire in vista del prossimo, che per il suo contenuto sarà più difficile da partorire.
Grazie.