domenica 15 luglio 2018

Era solo una gatta

Era "solo" una gatta, e si chiamava Neve...
A esser cavillosi, quasi sofisti, sicuramente pignoli, non è che si chiamasse così.
L'avevamo chiamata così noi, quando si era presentata in giardino. Tutta bianca, candore di neve, appunto, a parte i due punti neri degli occhi e il rosato tenue dell'interno delle orecchie; un rosato tipo confetto, ma era femminuccia e non avevamo voluto confonderle le idee sul suo genere.
Non faceva parte della nidiata che Micia (altra ex, anche lei 'andata' qualche mese fa) ci aveva scodellato in un sottoscala del giardino.
Di una nidiata di quattro erano rimasti il Grigio e il Bianco (che nell'immagine è quello stravaccato sulla destra di Neve); un altro Grigio, gemello di questo sopravvissuto e il Nero erano spariti uno dopo l'altro.
Quattro maschietti... senza disprezzo per le femmine, una benedizione. Liberi di scorrazzare ovunque all'esterno, contavamo sulla decimazione dei topi e, ci dicevano ma non è vero, delle serpi. E anche ai topi, a salvaguardia del ribrezzo che ci davano, dobbiamo provvedere con bustine e trappole, ché anche i gatti ormai sono sofisticati e non rispettano più le antiche leggi della natura.
Gatto mangia topo... quando mai!
Lo so, la nostra fantasia nel 'battezzare' i gatti che ci capitano a tiro è talmente ampia che potrebbe stare comodamente in un portacipria, ma ci sappiamo accontentare. Tanto non è mai che apprendano il proprio nome e rispondano alle chiamate. Rispondono ce c'è una ciotola a supporto, senza questa ritengono che quelli che cerchiamo siano sempre altri.
Uno era il Grigio 1, l'altro il Grigio 2, Bianco perché bianco il sottopancia e grigio il dorso, Nero con il sottopancia bianco e dorso nero.
E anche i gatti si accontentano, mai un reclamo...
Questa, Neve, era arrivata, non si sa da dove e non si sa, di preciso, da quando. Si era messa a debita distanza, studiando l'ambiente e valutando soprattutto noi e i possibili eventuali futuri compagni. C'era stata la solita pantomima di quando due animali di genere diverso da una diffidenza iniziale valutano l'ipotesi di passare a un rapporto quanto meno amichevole, se non affettuoso.
Era un'immigrata, il nostro giardino è sempre stato un porto di mare o una stazione ferroviaria; 'gente' che va 'gente' che viene, guarda, annusa, se gli sconfinfera rimane, se non gli piace se ne va. A noi non è mai venuto in mente di chiudere questo porto, e sì che di animali neri ne abbiamo visti, e anche di altri colori e razze non proprio ben viste.
Gatti neri (senza allusioni personali, grazie... io sono indigeno, e con regolare permesso di soggiorno a garanzia) e in tinta mista, serpi nere e grigiastre, ricci, una volta un rospo (Giorgio, qui la fantasia si era sbrigliata... in ricordo di cari ex colleghi di lavoro), merli, piccioni, passerotti, topi, topini di granaio...
Più che un porto o una stazione, un bed & breakfast; venivano, dormivano una notte o due, facevano colazione o pranzo quando ne trovavano, poi insalutati ospiti se ne andavano... salvo tornare tempo dopo, manco se il nostro giardino fosse stato casa loro (e, in fondo, lo è), ripetendo imperterriti lo stazionamento dubitoso delle volte precedenti.
Sulle femmine abbiamo ottimi motivi per essere diffidenti, non per i servizi che svolgono, che non hanno nulla da invidiare ai maschi (toh, la stessa situazione degli animali umani...), quanto per quello che viene definito "calore". Chi ha a che fare con i gatti sa che i maschietti che "vanno in calore" cercano in giro un'anima gemella purchessia (non per la vita, a loro basta quella sola volta, poi cambiano volentieri compagnia; indisturbati, senza accuse di molestie o altro) e, quando soddisfatta la voglia, se ne vanno altrove in cerca di nuove avventure; per le femmine, il discorso cambia nella parte conclusiva: quando scocca l'ora vanno anche loro in cerca della scintilla che ne calmi gli ardori, ma poi tornano alla base di partenza, sicure di una certa assistenza e cura per loro e per la prole.
Tornano pregne, detta in termini di ostetricia spicciola.
I quattro maschietti citati, a parte calorifiche adolescenziali effusioni con la stessa madre, seguivano la strada di tutti, e qualcuno, altrove, si sarà 'goduto' il dono delle nuove nascite.
L'arrivo di Neve era stato accolto con tripudio dai quattro dell'avemaria, che avevano subito iniziato a coprirla di gentilezze e coccole per conquistarne per primi le grazie.
In attesa della sua maturazione, che, in contrasto con un fisico minuto che ce la faceva ritenere ancora 'bambina' (come per i genitori umani, tanto per cambiare...), aveva già sviluppato i suoi desideri e aveva cominciato a fare l'occhiolino a destra e a manca. Senza offesa, era chiaramente una piccola zoccoletta.
Estropil, tante gocce quanto il peso... che due piume di piccione pesavano di più. Col dubbio che, vista sempre piccolina, potessero farle male.
Eravamo riusciti a calmare i suoi bollori in un paio di occasioni, poi avevamo deciso per la sterilizzazione. Intervento di un'antipatia unica, ma egoisticamente indispensabile per la sua (e soprattutto nostra) tranquillità.
Come accennato, Micia, la madre dei quattro, era morta qualche mese fa, non sappiamo né perché né percome; un Grigio, non sappiamo se 1 o 2, se ne era andato per fatti suoi; l'altro Grigio, idem come l'altro quanto a numerazione, va e viene, assente per giorni, si presenta ogni tanto, mangia e dorme per un po' di tempo poi sparisce di nuovo; il Bianco è rimasto in pianta stabile...
Neve pure, fino a stamattina.
Una volta operata aveva acquisito uno spirito fraterno e materno verso il Bianco, che faceva tenerezza. Se lo teneva sempre stretto, se andava in giro lei prontamente lo seguiva, se non con le zampe con lo sguardo, acchè non si allontanasse troppo. Mangiavano nella stessa ciotola, lei ingordamente, lui più calmo ma costante.
Quando poteva se lo tirava a sé per fargli le pulizie, leccate dalla punta delle orecchie a quella della coda. E il 'porcellino' lasciava fare, agevolandola e quasi indicandole dove andare più a fondo.

Si sa, il ciclo della vita prevede anche la morte: Nel mondo animale questo ciclo ha una sequenza che risale alla notte dei tempi. Forse a prima ancora...
Ristretto, seguendo la nota filastrocca, si sa che il cane mangia il gatto, il gatto mangia il topo, ecc.
È solo l'umano che ammazza tutto e tutti, che si presta a divorare anche se stesso se ciò gli porta un vantaggio...
Tante parole, solo per dire che Neve stanotte è stata vittima del cane di un vicino...
Tante parole, solo per non riuscire a dire un semplice, freddo, nudo "mi dispiace".







mercoledì 11 luglio 2018

Di "Zeig" e dintorni

Premetto che questa non è una recensione, ma il commento alla lettura del libro da parte, appunto, di un umile lettore.
Commento che sarebbe sintetizzabile in poche parole: parafrasando un antico spot pubblicitario, direi che questo è un libro da bere.
E io me lo sono bevuto in poco più di un giorno. Sarebbe facile dire "evidentemente non avevi altro da fare". No, da fare, in un modo o nell'altro, ce n'è sempre. Puoi essere un nullafacente milionario o un nullafacente poveraccio, il primo ha sempre da fare per incrementare i suoi averi, il secondo ha sempre da fare per riuscire a mettere insieme il minimo indispensabile per sopravvivere.
Anzi, più che commento direi che si tratta di considerazioni a ruota libera, suscitate appunto dalla lettura di questo... non so come definirlo, se romanzo, se thriller, se altro. Forse il termine più appropriato è che ho letto un sogno, un lungo, avvincente sogno.
Ammetto da subito che ero piuttosto scettico su quello che sarei andato a leggere. Conoscere Ciano su Facebook o sul blog è ben diverso dal leggerlo nella veste di scrittore a tutto campo su un testo cartaceo.
Educato da sonori antichi schiaffoni a finire, comunque, quello che mi trovavo via via nel piatto, ho trasferito anche alla lettura, a qualunque lettura, questo adeguamento. Bruciacchiato da esperienze passate, in cui mi sono sorbito sonore schifezze editoriali, preferisco sempre mettere avanti le mani e aspettarmi il peggio.
Questa prevenzione di solito mi porta bene, poiché quando viene demolita dalla realtà risulta essere doppiamente piacevole.
E la lettura è (deve essere) sempre evento piacevole; altrimenti diventa una tortura.
Entrato a passo felpato nel testo di questo libro, non sono più riuscito a distaccarmene fino alla fine.
E, giunto alla fine, ho tirato un sospiro profondo, uno di quei sospiri che sgorgano spontanei quando la tua sete ha ricevuto quello che inizialmente non si aspettava: una lunga boccata di acqua sorgiva d'alta montagna, quella che Martino direbbe che ti ricria, ti dà una gioia intensa, ti fa capire che non hai perso il tuo tempo.
Non ho letto le recensioni, quelle vere, perché sicuramente saranno di una profondità per me irraggiungibile; ma, soprattutto, per non rischiare di influenzare un pensiero che voglio sia tutto mio, una chiave di lettura assolutamente personale, sviluppata mano a mano che ne 'bevevo' i capitoli.
In sintesi: nella prima parte il libro racconta di una città, Colpaca, creata e mantenuta sul consumismo esasperato, organizzata in modo che questa e questo siano una condizione prevista per l'eternità. Legata ad una Fabbrica, la Titti-Teet-Troot, che la tiene soggiogata sotto una cappa di quieto vivere, dalla nascita alla morte dei suoi abitanti.
Un nucleo descritto come una mamma, amorevole e autorevole, avvolgente e impietosa.
Situazioni presentate come realtà corrente, frammiste a sogni altalenanti tra la distruzione della stessa e il suo mantenimento; quest'ultimo unico salvagente alternativo alla morte.
Un dilemma metafisico che credo sarà mai risolto.
Dilemma riproposto nella seconda parte, lanciato come pietra in un lago, i cui cerchi concentrici si fanno seguire fino alla loro dissolvenza sulle rive; lasciando solo spizzicati dubbi e constatazioni già latenti in ciascuno di noi.
Questo è stato, più o meno, il mio commento su Facebook.
Qui (e spero che Martino non ne abbia a male), prendendo spunto dal suo libro, esco dal seminato e mi tuffo in triplo carpiato in paragoni e considerazioni che, in fondo, sono solo un approfondimento di quanto da lui così bene raccontato.

Presente in me uno schermo mentale, virtuale, nel corso della lettura mi sono immedesimato nel testo; in quel video vedevo passare vite, situazioni, condizioni già viste in un lontano (?) passato, vissute in maniera marginale ma indelebili nella memoria.
Abbiamo avuto, appunto in passato, tante mamme, a modo loro ciascuna amorevole e impietosa.
Così ho visto scorrere la Chiesa, poi la democrazia cristiana detta DC, poi le Ferrovie dello Stato, poi le Poste Italiane, poi la scuola, poi l'INPS...
Tante Colpaca, ciascuna a modo proprio create e incrementate con interventi che non avevano in programma produzioni a livello industriale, ma tendenti a un particolare prodotto che oggi sarebbe definito virtuale, che avrebbe condizionato tutta una serie di benefici a cascata: il consenso, i voti, il potere politico... Padre-padrone, ufficialmente con zimarra di volta in volta di colore diverso; nella realtà questo potere non ha mai avuto una tinta ben definita, e il suo profumo è da sempre quello che chi non ne ha definisce del vil denaro.
Maestra indiscussa di questo tipo di Colpaca fu la Democrazia Cristiana, per gli amici e i nemici semplicemente e brevemente DC.

Ultima in quest'ordine cronologico non esaustivo, ma di primo acchito la prima comparsa nel mio schermo immaginario è stata la Fabbrica Italiana Automobili Torino, più conosciuta con l'acronimo FIAT.
Nel testo la città è Colpaca, la ditta madre-padrona è la Titti-Teet-Troot.
Torino e la Fiat, troppo facile da inquadrare.
Prima sulla città, da cui prendeva parte del suo nome, poi sulla regione, poi sulla penisola intera e pure oltre, aveva steso i suoi tentacoli, inizialmente come un grosso polipo e in seguito come una enorme piovra con miriadi di tentacoli.
Era una sicurezza, madre amorevole e avvolgente e coinvolgente.
Nella città era un assioma: non muove foglia che Fiat non voglia.
Dava tutto, dalla nascita alla morte i suoi figli sapevano che non li avrebbe mai lasciati soli.
La vita della città era scandita dalle sirene dei suoi cambi di turno, nelle ventiquattr'ore di ogni giorno, festivi compresi.
Nei movimenti in città era indispensabile tenere conto di questi orari di cambio, che significavano maree umane che affollavano i mezzi pubblici e le strade. Travolgenti nel vero senso del termine, poiché la frenesia in vista della timbratura dei cartellini di presenza travolgeva qualunque ostacolo si frapponesse a quel rito.
Aveva offerto un'organizzazione sanitaria di tutto rispetto, convenzioni con i migliori specialisti del settore medico, posti privilegiati negli ospedali, dopo-lavoro attrezzati, trasporti, terme, colonie marine per i figli...
I ragazzi più promettenti venivano affidati alla cura di appositi istituti (nel libro il quartiere Ribù) che li forgiavano al meglio in vista di un inserimento che perpetuasse la solidità e l'espansione della casa madre.
Aveva un suo fondo pensionistico, che garantiva un discreto benessere quando gli anni o gli acciacchi costringevano ad appendere le tute blu al classico chiodo o infilarsi nelle polo multicolori in luogo dei colletti bianchi d'ordinanza.
Aveva anche un suo piccolo esercito interno, in divisa e anfibi, armato; ufficialmente per la sicurezza nelle entrate e uscite nei cambio turno... neanche tanto velato l'intento era la salvaguardia dei macchinari e delle proprietà aziendali; nonché per sedare risse o tumulti interni che potessero turbare la serenità degli addetti. Non lesinava azioni di infiltrazione nei vari reparti di soggetti specializzati nel captare malumori o accenni di reazione psicotica alla ossessionante ripetitività lavorativa.
Non erano necessari occhi esperti per sapere, al di fuori della fabbrica, la postazione di lavoro degli operai; quando dismettevano le tute blu, dalla postura acquisita dopo anni di monotonia dei movimenti si capiva dove operavano. I più acuti sapevano dalle spalle cadenti da un lato o dall'altro perfino il reparto preciso di provenienza. Avvitare bulloni per una vita, cadenzati da capi-voga che controllavano, tempari alla mano, che i secondi fossero sfruttati al millesimo, adattava le ossa ai movimenti delle specifiche lavorazioni. Non era raro il caso di vetture nate con imbullonature parziali, nel rispetto dei tempi imposti. Erano i danni collaterali della produzione "a catena". Danni rimediati ai primi tagliandi di controllo, senza clamori e senza tracce.
Anche i suicidi, frequenti più che altrove, erano "danni collaterali"... comunque sempre chiusi con esequie di prim'ordine, con banda e corone, con lauto contributo della mamma ai parenti sopravvissuti; se il morituro aveva scalato la gerarchia, arrivando al grado di almeno vice-vice-vice capo reparto, qualcuno in rappresentanza dei vertici si presentava ad onorarne la memoria...
Si sapeva: "chi per la Fabbrica muor, vissuto è assai". La frase era destinata a un'Italia in via di formazione, ma la Fiat era ormai l'Italia, anzi più mamma dell'Italia stessa; questa, direttamente o indirettamente, accudiva ai suoi figli sul territorio in maniera diversa gli uni dagli altri.
La mamma Fiat non faceva grandi discriminazioni, anzi a fronte di una carenza locale di materiale umano, volentieri accoglieva, cercava, incentivava l'arrivo di "stranieri". Grazie a loro la città in pochi anni si era ingrandita e infoltita, e la Fabbrica era cresciuta di pari passo.
Non erano bene accolti in questa Colpaca, nei primi tempi si adattavano a una vita grama, fatta di stenti, di disagi psicologici, prima di riuscire ad adeguarsi a stili di vita frenetici, in netto contrasto con mentalità secolari che li avevano indotti a credere che quello che non era possibile fare oggi lo sarebbe stato il giorno o i giorni successivi. Vite passate scandite dai canti di gallo o da tramonti stagionali... Stili di vita che portavano ad una obesità diffusa, non dovuta a "troppo pieno", ma alla fame che gonfiava stomaci tenuti troppo a lungo vuoti.
Baracche con tetti di eternit, pane e poco altro per pasteggiare, gambe buone per camminare, ché i mezzi pubblici avevano un costo che avrebbe sottratto alle bocche il già scarso cibo disponibile...
Ingoiando anche i bocconi amari del disprezzo da parte degli indigeni divenuti concittadini loro malgrado...
Piano piano la mamma aveva contribuito a integrarli, a educarli, costringendoli ad apprendere modi di vivere a sua immagine: precisione, puntualità, produzione, rispetto assoluto delle regole da lei stessa impostate e imposte.
Inizialmente la città era stata una torre di Babele, multietnica e multilingue...
Le uniche ricchezze di questi immigrati interni stavano in valige di cartone legate con lo spago (le stesse poi riprese in filmati realistici passati alla storia del cinema). Vestiti, stracci, qualche vettovaglia che "sapor della terra natìa rimanga ne' cuori esuli a conforto" (cit. d'Annunzio della transumanza), che duravano poco, i martei, i martelli, i denti, chiedevano di masticare per dare un senso alla loro presenza nelle bocche.
La mamma aveva agevolato gli acquisti con buoni-sconto su ogni prodotto che potesse essere utile a migliorare la condizione di vita dei suoi nuovi figli. Questi buoni-sconto erano moneta sonante, e nessun esercizio si sarebbe mai permesso di rifiutarli.
La creazione di sportelli bancari interni, che offrivano il denaro necessario a costi favorevoli, con capitale e interessi garantiti dalla busta paga, offrivano ulteriori atout alla circolazione della moneta vera. Affidarsi a questi significava inaugurare un novello cordone ombelicale che legava i contraenti alla mamma adottiva per anni e anni a venire.
Il sogno di tutti, poi, era quello delle quattro pareti e un tetto, in una città che ancora esponeva le macerie dei bombardamenti. Era stata incrementata l'edilizia popolare in maniera esponenziale alla crescita della Fiat. Casermoni in cemento armato, posizionati nelle immediate periferie, avevano fatto nascere interi quartieri. Per l'acquisto di immobili a blocchi completi erano nate specifiche cooperative che sbrigavano le pratiche burocratiche con lo stesso ritmo del lavoro di catena nella fabbrica.
In parallelo era nato un mercato delle auto aziendali, offerte ai dipendenti tutti, con sconti eccezionali regolati da norme precise; dopo sei mesi dall'acquisto la vendita a terzi era favorita, la loro vita semestrale era garanzia di avvenuto collaudo con esito positivo. Uno sconto adeguato consentiva all'acquirente del quasi-nuovo di risparmiare e al dipendente di "farsi" la macchina nuova un paio di volte all'anno.
Criticata, vituperata... odiata talvolta, da chi ci aveva a che fare, sia come dipendente diretto che come dipendente nell'indotto (buchi, capanni, boite, proliferati a supporto esterno della Fabbrica), ma solo tra mura amiche o in spazi aperti fuori dalla portata di orecchie "nemiche", esternando il proprio livore solo con persone ad alta garanzia di solidarietà sodale.
Alla mamma le inclinazioni sessuali, i colori della pelle, i diversi dialetti, le piccole anomalie fisiche, interessavano solo marginalmente, e solo come completamento delle schede sul 'materiale' in entrata; che tale materiale fosse casualmente umano aveva valore soltanto per la stesura delle buste paga.
Era, invece, sensibile alle inclinazioni politiche: quelle che un tempo erano di centro o di destra erano gradite, con punteggi iniziali positivi per eventuali possibili passaggi di grado nella gerarchia aziendale.
Quelli che risultavano (mai ufficialmente dichiarati) di sinistra, da indagini o soffiate interne, non venivano necessariamente lasciati fuori (a meno di eclatanti azioni di violenze verbali o fisiche o, il peggiore dei crimini, di danni agli impianti); anche a loro veniva dato un punteggio, ma in negativo, falsariga dell'antico "alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai"; che non era una velata minaccia a vuoto... La sicurezza interna provvedeva, nei casi più a rischio, a mettere in condizione quelli sotto tiro di combinare qualcosa che ne giustificasse l'allontanamento in tronco. Provocazioni, sabotaggi, risse mirate, tutto era utile; e con decine di migliaia di dipendenti questi erano granelli di sabbia da spazzolare via, a favore della superiore pace/amore interna.
La città, vista all'esterno, era ufficialmente "rossa", almeno soppesando le copie de l'Unità in bella vista dalle tasche o in mano ai cittadini, fino a quando erano in "borghese", fuori dalle tute o dai colletti bianchi. Probabilmente non erano copie per lettura; per questa la mamma provvedeva a informare i suoi figliuoli tramite una sua creatura editoriale, un giornale quotidiano che raccontava della città e del mondo, e in particolare dell'interno del suo cuore produttivo.
In fabbrica la distinzione operai-impiegati era evidenziata dalla tuta blu (magenta nel libro di Ciano) dei primi e dai cosiddetti "colletti bianchi" dei secondi. Fuori, l'Unità nella saccoccia indicava l'appartenenza al proletariato, il Sole24Ore in bella vista era il distintivo di un ceto superiore. Talvolta, soprattutto nei giorni di festa, che favorivano incontri fuori dal quotidiano, entrambi i giornali... entrambi di sola facciata, il classico mettere le mani avanti in caso di incroci non previsti...
Nota come la büsiarda (la bugiarda) era un punto di riferimento indifferibile per tutti. Di una notizia, per garantirne la veridicità, bastava dire "lo dice La Stampa"; "lo dice l'Unità" aveva buon peso solo nelle sedi del partito, anche lì con qualche sporadico e mai esplicitato dubbio. Il Sole, come lettura, era fuori dalla portata dei più, Ma all'uno e all'altro l'apporto nelle vendite era considerevole...
Le feste: erano occasioni irripetibili per radunare le famiglie a sempiterna glorificazione della Fiat.
Natale, Capodanno, la Befana, la festa patronale, il Ferragosto delle sue colonie marine e montane... c'era una festa specifica dedicata alle vedove e orfani dei (suoi) Caduti sul lavoro. Tutte arricchite da musiche, discorsi di circostanza, gadget specifici e cotillons vari: applausi e lacrimucce erano sempre garantiti. C'era un ufficio apposito, con un badget importante, dedito esclusivamente alla elaborazione, creazione e organizzazione di questi eventi.
La mamma sponsorizzava molti sport, si può dire che in tutti c'era il suo zampino, tutti aiutava agevolando i migliori atleti all'inserimento nel suo apparato dirigente.
Tra tutti il più coccolato era il calcio, in particolare una squadra che militava nella serie maggiore, un giocattolo costoso che era registrato con un nome che era un quasi un invito a sconfiggere la vecchiaia, l'inconscio desiderio di una lunga gioventù, meglio se eterna. Nella sua magnanimità, mai a sufficienza osannata, non aveva voluto che si chiamasse Fiat come la casa madre, ma ne era chiaro sinonimo.
Il suo cruccio, di questa squadra, e con immediato riflesso sulla mamma, era la presenza in città di un'altra formazione che contrastava con determinante capacità i suoi sogni di gloria assoluta e incontrastata. Nonostante gli investimenti, non riusciva a superare questo ostacolo che, senza oscurare la sua fama di filantropico mecenatismo, costringeva a dimensione più umana questa squadra del proprio cuore.
Quella avversaria aveva sposato la maglia granata, che era un colore rosso paonazzo, parziale simbolo di quel proletariato che successivamente, come dirò fra poco, sarebbe diventato bandiera di una rivolta, fortunatamente limitata a un breve, seppur doloroso, periodo della nostra Storia.
Sulle sue maglie aveva cucito la dicitura, virtuale ma riconosciuta, di Grande.
Fino a un triste, e tristo, giorno in cui un attentato del destino l'aveva cancellata, l'aveva eliminata dal mondo e da ogni classifica.
Erasata, bannata, direbbero i puristi della lingua d'oggidì.
Il titolo di Grande le è rimasto, il pensiero di quanto lo sarebbe stata in futuro è pleonastico.
Il seguito di questo sport ad alti livelli ha dimostrato, e sta dimostrando sempre più, che con i se, i forse, i ma, non si costruisce il futuro (di una squadra di calcio, di un'azienda, così come di un partito politico). Il futuro si costruisce con molti, moltissimi, denari... nella mia Colpaca si direbbe tanti da 'mburgnete, da accecarti. Come hanno dimostrato i 'mercati' periodici dei calciatori. Mercati di vacche grasse, con giri di capitali che, timidamente, sono definiti osceni, offensivi; osceni e offensivi quando messi in atto da società non nel nostro cuore. Quando si tratta di queste (solitamente una sola che entra, una volta per tutte, nel nostro personale affetto, quando non vero amore sviscerato), si parla di investimenti con ritorno garantito.
Infatti... la nostra exFiat=gioventù sta sbaragliando ogni concorrenza; quello che non investe più nel materiale umano produttivo nella sua ex Fabbrica può investirlo nelle 'vacche grasse' e godere di un primato, che a lungo andare potrebbe provocare la sua esclusione dalle competizioni, per troppo manifesta superiorità. La concorrenza si scannerà in futuro per un secondo posto, un primo posto platonico, non appagante ma accontentante (si può dire? dopo petaloso va tutto bene...).
Sia chiaro che questa non è una critica, ma una semplice presa d'atto.
Presa d'atto, semplice racconto, di quello che fu la mia Colpaca, rimastami nel cuore come solo il ricordo di una mamma resta impresso in quello che è tradizionale, pur se impropria, sede delle sensazioni belle e piacevoli della vita. Quelle brutte, talvolta odiose, sono affidate al cervello; in effetti si tende, quando si è alterati, ad 'uscir di testa', mai di cuore.


Il libro non dà spunti, o forse li darà in una pubblicazione successiva. Si lascia Colpaca al culmine dello splendore e non si accenna a una possibile involuzione, a una decrescenza dei poteri della Titti-Teet-Troot e, conseguente, della città con tutti i suoi apparati e contorni e dintorni.
Per la Fiat, il dimensionamento aveva avuto inizio con la robotizzazione progressiva della produzione; tutti i reparti ne erano stati "colpiti", provocando la riduzione rapida e dolorosa del materiale umano, la cui sovrabbondanza era ormai un chiaro, insostenibile, costo. Erano spuntati i "tagliatori di teste", laureati e specializzati nel taglio di ogni ramo secco improduttivo e superfluo.
C'era stata un'opposizione sindacale, talvolta violenta, almeno a parole, ma che a lungo andare aveva dovuto prendere atto di uno sviluppo inverso e irreversibile; avevano salvato quanto più fosse stato possibile salvare...
La città, dopo un lungo periodo di sbandamento, aveva trovato i modi per ricucire lo strappo, per tamponare l'emorragia, per passare dalla cultura della Fabbrica a una cultura diversa, più umanizzata, più da città libera...
Non c'era più ragione di raccontare l'appartenenza a una sinistra di facciata; l'Unità non era più una bandiera ma un costo superfluo... infatti al progressivo calo delle vendite era seguita la chiusura.
Il Sole24Ore aveva invece incrementato le sue; anche l'operaio aveva imparato a 'leggere' le sue informazioni nel tentativo di capire di borse, obbligazioni, dati bancari... divenute indispensabili in un mondo del risparmio tecnologicamente galoppante.

Prima di questo cambio di rotta, c'erano stati rigurgiti di gruppi che avrebbero voluto distruggere dalle fondamenta la nostra Colpaca. Distruggere, usando la violenza per convincere le masse, soprattutto operaie, che questo fosse l'unico modo per sovvertire un ordinamento da loro ritenuto vessatorio, dittatoriale, e ormai non più accettabile.
Erano i rifugiati di Redimos, nel testo di Ciano.
Artisti, o pseudo tali, che dell'Arte avrebbero voluto fare una produzione a catena, un commercio destinata a un consumo da mercatino delle pulci, da discount del tanto-poco a poco-prezzo.
Un'Arte usa-e-getta, senza sentimenti, senza gusto, per un consumismo che la distruggesse per crearne sempre di nuova.
Un'Arte senz'arte... più stupida bestemmia non credo esista... almeno per adesso.
Costoro avevano guide (i vari Abacuc del libro) che della violenza avevano fatto virtù, puntando a scopi che, alla prova dei fatti, sarebbero stati un duplicato preciso di quanto intendevano distruggere.
I nostri, nella realtà, non erano artisti come in Redimos, ma erano caotici esattamente come questi.
Idee nebulose e contrastanti, con la tendenza a sovrapporsi o eliminare, anche fisicamente, chi nei gruppi uscisse dalle linee guida imposte da... da qualcuno fuori campo, di cui, a distanza di decenni, non c'è ancora la certezza, e forse mai più ci sarà, su chi fosse veramente al timone di una rivoluzione che aspirava a una ipotetica dittatura del proletariato.
Inizialmente erano i gruppi rossi, inquadrati in brigate; per contrastarli erano ri-nati i gruppi neri; stessa violenza, stessi fini, la supremazia del potere su un quieto vivere, avverso l'accettazione di un modus vivendi che il tempo aveva reso accettabile, quando non gradito e cercato.
Teorie che il proletariato di fabbrica non riusciva a capire e che, in presenza di una violenza gratuita e spietata, aveva preferito rifiutare e respingere.
Come il Marselo che, visitato il quartiere Redimos, ne rifugge in toto filosofia e metodi, preferendo (peraltro a malincuore) una specie di vita ordinata a fronte del rischio di un caos senza alcuna regola.
Lo Zeig del libro che, nella scelta di tornare ad essere Marselo, rientrando nel grembo della mamma Titti-Teet-Troot/Fiat, ritiene Colpaca/Torino ventre più adatto a vivere, ma tormentandosi fino alla fine del volume con un cruccio esistenziale per lui irrisolvibile: vivere di una morte dolcemente lenta o morire di una vita violentemente veloce?
È lo stesso quesito che Martino Ciano, con astuzia diabolica e mefistofelica indifferenza, lancia e lascia al lettore. E che potrebbe essere chiusura di queste modeste righe.
Ma, in chiusura vera, mi è d'obbligo un

Epilogo

Qui ho raccontato l'attinenza del libro di fresca lettura, pescando tra antichi ricordi e sensazioni personali, con le esperienze citate. Non posso però tralasciare una considerazione finale, davvero di chiusura.
Quante e quali Colpaca abbiamo in Italia? 
Molte, direi che tutte le città sono Colpaca, ciascuna con la propria Titti-Teet-Troot, sia palese che occulta. Quella stessa che condiziona la vita di ciascuna delle città, in maniera dolcemente convincente o violentemente persuasiva.
Almeno di sfuggita, vogliamo accennare a Taranto? Qui, oltre a tutto il resto subentra un gravissimo problema sanitario ed ecologico. Chi ci vive si trova combattuto in primissima persona nel dilemma conclusivo del libro di Ciano. Se la Fabbrica vive, muore la città; se la Fabbrica muore, basterà la Fabbrica del porto militare, peraltro in disarmo, a salvarla da morte certa?
Roma: altra Colpaca, in grande... Qui le Titti-Teet-Troot sono molteplici. Ogni ministero, ogni sede della politica è una Titti-Teet-Troot, indipendente ma collegata alle altre da un sottile filo rosso, quasi di connivenza. Il Vaticano è una Titti-Teet-Troot a sé, potentissima, pare sia il collante che tiene unite tutte le altre. A Roma, più che altrove, 'vive' mummificato il Gesualdo Istorio del libro di Ciano; mummia giovane, in effetti meno di duemila anni per una mummia sono età giovanile, e l'odore della formaldeide ha ancora il profumo del nuovo.
Una città che potrebbe essere "eterna" di suo, vivacchia malamente, riproduzione perfetta del caos di Redimos, con gli antichi ruderi, testimoni di glorie passate, ormai non più distinguibili dai cocci attuali di una città in rovina.


L'aver letto Zeig, o prevedere di leggerlo, dà un taglio diverso a questo mio testo. Altrimenti è leggibile solo come pura descrizione cronachistica di situazioni già ben note ai più. Leggendo il "sogno" di Martino Ciano ho sbianchettato virtualmente i nomi, lasciando invariate le fotografie via via proposte, e mi è sembrato che tutto quadrasse perfettamente. Il Marselo/Zeig protagonista narrante ero io, eravamo tutti noi, ciascuno nella sua propria inimitabile identità. Può essere che la mia sia stata una lettura prettamente soggettiva, ma le domande di fondo sono di valore universale: chi non se le pone, o non se le è mai poste, da una parte "sembra" un fortunato, nella realtà può essere solo un alieno, estraneo e disinteressato a quanto in Terra accade.






lunedì 9 luglio 2018

Poesie dimenticate...

Cerchi qualcosa e non la trovi, magari 'na sciocchezza che non cambierebbe la tua giornata se la trovassi, ma poi ti impunti e butti all'aria la casa per cercarla, diventa un principio ("ricordo benissimo che c'era, non sono rincoglionito a tal punto", assicuri e ti assicuri), e nel bel mezzo del trambusto ti trovi per le mani un libriccino, umile, quasi insignificante tanto è minuscolo.
Lo spulci indifferente, poi leggi, poi fai, come si dice, mente locale (non l'ho mai capita: quando si fa "mente locale" vai sempre a ravanare nel passato, e più questo è lontano e più vieni costretto a fare mente locale; bah!, misteri della fede), e ricordi da dove viene, chi te lo ha dato... ricostruisci  un ennesimo pezzetto della tua vita, uno di quei tanti scampoli trascurati poiché ritenuti ininfluenti sul cammino della tua esistenza.
Cammino allora percorso al galoppo, poi andante con brio, poi divenuto trotto e, infine, passo trascinato...
Poesiole, pensieri di un collega di lavoro con cui non ho avuto la fortuna di incrociare il cammino, lui finiva e io cominciavo. Un passaggio di testimone, pur su sponde diverse, mai avvenuto.
Ma l'affetto e l'ammirazione per l'opera di una persona sono senza tempo; oserei dire che il tempo, e la casualità come in questo caso, ne evidenziano il valore sempre attuale.
Le poesie sono di Aldo Collacchioni, datate 1981, furono date alla stampa dal piccolo e allora giovanile editore Ruggero Battaglini nel 1983, l'anno successivo alla morte di Aldo; in edizione limitata e copie numerate, me ne fece dono e, non come riciclo di regalo, con altrettanto affetto le affido a voi.
Erano inserite in una collana (Il grano del faraone, con il titolo Cocci de Roma, poetica visione futuristica di quello che oggi sono).
Una curiosità: rompiglione e pignolo come sono, non poteva sfuggirmi una noticina, stampata con caratteri a favore di lente, che denotano l'amore di un vecchio editore per un suo piccolo grande prodotto. La propongo, come fosse un antipasto al paio di poesie che qui offro:

Amerai come me questo libriccino. Non sciuparlo. Volta la
pagina prendendola in alto. Conservalo in biblioteca, si salverà
dalla polvere a dalla luce. Il tuo amico editore.

Il gatto Ricimero 2
Ostia, 19 aprile 1981

- Perché hai cambiato posto e sei al Traiano? -
gli dissi al gatto nero Ricimero
che vidi accovacciato in modo strano
contro il muro in un piccolo sentiero.

- Sta fermo - mi rispose, - vacci piano,
non mi toccà, che non son tutto intero,
lo sento appena allunghi quella mano, 
che tutto ho abbruciacchiato il pelo nero.

Cercavo una gattina un poco 'squilla'
fra questi avanzi antichi del mercato,
quando qualcun m'annaffia e 'na scintilla

mi manda a fuoco in mezzo a questo prato.
Scherzi der cazzo de 'sta gente brilla
che fa con la benzina un ammazzato! -

Il gatto Ricimero 5
Ostia, 7 settembre 1981

Io non voglio gatti in mezzo ai piedi,
ma misi Ricimero in una cesta
e dal veterinario me ne andièdi,
ch'avea piaghe nel dorso e sulla testa.

- Lo so che tu non vuoi che qui m'insèdi -
mi disse quello con la voce mesta -
ma ci hai buon cuore se una volta cedi
e accogli in casa tua quel che mi resta. -

- Non è niente di grave - dissi corto -
è sempre l'abbruciata di benzina
che ti ridusse quasi mezzo morto.

Fra qualche giorno torni all'aria fina
e manco crederai d'esser risorto,
ma nun mi fà la lagna e la manfrina. -

Per chiudere in bellezza, ho dimenticato quel che cercavo... ma non me ne preoccupo, ormai succede tanto spesso che lo considero pregio acquisito, pur essendo vero che la rima c'è in quell'ito finale che ad altri la dice lunga sul mio dolce, da me falsamente ignorato, declino.


martedì 26 giugno 2018

Molestie

A proposito di molestie...
Ventiquattrenne, senza famiglia, educato, timido prossimo all'ingenuità.
Ingenuo al limite della stupidità.
Così si descrive, sommariamente e modestamente, il personaggio di questo racconto.
Era stato assunto (a tempo indeterminato) in uno stabilimento nuovo di zecca.
Il 'tempo indeterminato' dopo una cinquina di mesi aveva chiuso i battenti.
Era stato inventato a scopo elettorale. In quella tornata il titolare dell'impresa era stato, come si dice, trombato, e aveva chiesto il fallimento.
Il tribunale aveva nominato un curatore, nella persona di un notaio molto noto in città.
Con un altro centinaio di persone, il nostro aveva perso stipendi e liquidazione, e risultava inserito nella lista dei creditori.
Per seguire l'andamento della vicenda in vista di un (improbabile) almeno parziale recupero, ogni tanto si recava nello studio del professionista. Erano bene accolte le visite singole, onde evitare che i malumori sfociassero in tumulti da piazza. Il singolo al massimo avrebbe dato in escandescenze, facilmente controllabili col ragionamento o, estrema ratio, con l'intervento manuale dei numerosi colletti bianchi che vagavano nell'ufficio.
Il quale ufficio, già nella parte aperta al pubblico, aveva le dimensioni dell'aula di un tribunale.
Una piccola piazza d'armi, con tanti fantaccini, e altrettante fantaccine, intenti a leggere scartoffie e a rispondere ai visitatori su comunicazioni o aggiornamenti delle pratiche o appuntamenti personali col dottore-avvocato-notaio galattico.
Ogni tanto, dopo la visita, il nostro si ritirava con l'assegnazione di un obolo, dato in chiave calmieratrice di proteste furibonde.
Più che l'obolo (che in effetti era poco più di un'elemosina allungata a uno sciancato fuori dalla chiesa), a calmare le acque erano i sorrisi pieni di comprensione delle impiegate.
Una di queste, in una visita all'ufficio verso all'orario di chiusura, aveva chiesto al pivellino se  avesse la macchina e se fosse disponibile a darle uno strappo fino a casa, poiché aveva un impegno a breve e con tram e bus avrebbe fatto tardi.
La macchina c'era, la prima in assoluto, una 500 Fiat di seconda mano, bianco sporco l'esterno ma tenuta come un salotto all'interno.
Tenuta pulita non in previsione di grandi performance amatoriali (che, per sentito dire, erano di moda a quel tempo tra chi poteva permetterselo), ma perché era stato educato a tenere pulite tutte le zone di frequentazione: valeva per il posto di lavoro, per la cameretta ammobiliata che lo ospitava e, appunto, l'autovettura (ancora oggi, nel citarla come 'autovettura' arrossisce un pochino; in effetti era una scatoletta di sardine svuotata del suo contenuto ittico. Ma era anche l'unico suo vero possedimento).
Era una bella ragazza, ne sapeva il nome avendola sentita chiamare da colleghi d'ufficio.
Si chiamava Anita, capelli neri, lunghi e lisci, aveva circa la sua età.
Era socia del CAI e aveva colto l'occasione del viaggio in comune per raccontargli le bellezze dei monti, le nottate in tenda, le baldorie di gruppo nei prati montani...
Il 'tassista' era fresco di patente, quindi ascoltava interessato i racconti della famciulla, tenendo però molto più d'occhio il percorso che lei via via le indicava e che gli era nuovo.
Il poverello aveva ascoltato, neanche pensando a gesti o parole che la potessero fare, giustamente, inalberare.
Nello scambio di informazioni reciproco, le sue erano limitate al minimo, anche perché oltre quel minimo non ne aveva. Dalle carte del fallimento, probabilmente di lui ne sapeva più lei.
Abitava, forse, in un quartiere popolare. Il "forse" è dovuto al fatto che, scesa dall'automezzo (risatina sarcastica) era entrata in un bar e lì era rimasta.
Nel giro successivo, ufficialmente in cerca di un conforto monetario, ma in realtà per rivedere la donzella, con la recondita speranza di intavolare con lei un discorso che andasse oltre le montagne-tende-prati...
Non era nella parte dell'ufficio destinata ai visitatori.
Non aveva chiesto sue notizie.
Non aveva lasciato messaggi tipo "Ditele che la aspetto fuori", che poteva essere travisato e visto come una elegante minaccia.
Aveva trovato un posto di parcheggio da cui, nello specchietto retrovisore, avrebbe potuto vedere l'uscita degli impiegati per poterle offrire un passaggio.
Nel piccolo riquadro aveva visto l'uscita di una frotta di quei fantaccini.
E lei...
Che parlottava con loro, indicando col braccio e l'indice tesi in una direzione che, per pura coincidenza, gli passava sulla testa e lì si bloccava.
In seguito a quell'indicazione il gruppetto si era mosso in quella direzione, con l'aria apertamente minacciosa.
Che fare?
Educato, timido, ingenuo, stupido, erano aggettivi che potevano pure starci...
Coraggioso, proprio no; lo fosse stato in una simile circostanza, agli aggettivi qualificativi già detti avrebbe dovuto aggiungere imbecille, e pure un po' cretino.
Avrebbe dovuto spiegare a un branco di bulli spinti da una bulla... spiegare cosa?
Aveva messo in moto e si era allontanato.
Più avanti era tornato da quel curatore; solito via vai interno, di essa nessuna traccia.
Non poteva essere stato ricordato, quindi aveva chiesto notizie di Anita, con falsa nonchalance.
Non c'era più, era stata licenziata perché esaurita.
Secondo un paio di fantaccini era letteralmente pazza.

In questi tempi di molestatori seriali, il sogno nel cassetto dell'individuo losco che qui racconta, e che qui si propone come unico non-molestatore seriale, è che un bel giorno gli arrivasse una bella denuncia per molestie, avanzata da una certa Anita, socia CAI, amante della montagna, delle tende ed entusiasta dei prati in fiore.
Solo per sapere come, secondo lei, sarebbe andata a finire una storia mai cominciata.



venerdì 8 giugno 2018

Diamoci una sveglia

Dovrebbe essere nata intorno agli anni '60.
Io l'avevo adottata nel '68.
Adottata, poi sedotta e poi abbandonata.
L'ho ritrovata casualmente, cercando altro, in uno scatolone dentro a un ripostiglio, coperto da altra cianfrusaglieria. Ci era finita dopo l'ultimo, definitivo trasloco. Un amico nell'occasione, per buon augurio, ci aveva regalato una radiosveglia, silenziosa, con orario luminoso e funzionamento ininterrotto anche in assenza momentanea di corrente, grazie a una batteria incorporata. Aveva preso posto sul comodino a fianco al letto, sostituendo di fatto la sveglia che per oltre dieci anni aveva accudito ai nostri sonni e ai nostri risvegli.
Ritrovata anni dopo nel corso di un tentativo di riordino avevo preso atto che, per motivi suoi, forse indispettita dall'abbandono, aveva smesso di funzionare con la regolarità che le era propria. Perdeva colpi, correva, stava indietro, si fermava... un po' quello che succede agli umani con l'avanzare dell'età.
L'avevo portata da un paio di orologiai, ma non ci avevano messo mani, poiché per loro era un modello troppo vecchio e, nel caso ce ne fosse stato bisogno, non avrebbero trovato pezzi di ricambio.
Si fa presto a dire 'orologiai'... Venditori di orologi e bazzecolerie varie, non più anche, e soprattutto, riparatori di orologi.
Come se 'calzoleria' significasse anche, e soprattutto, riparazione calzature. Quando mai!
Di orologi capivano ormai un tubo, artigianato scomparso come, appunto, le calzolerie, i ramaioli. gli arrotini...
Orologi? usa-e-getta... Scarpe? usa-e-getta... Pentolame di rame usurato? usa-e-getta... Coltelli, forbici, lame generiche? usa-e-getta...
È il consumismo, bellezza!
Tornando alla sveglia, a questa sveglia, in effetti vecchiotta lo è: cinquant'anni, per un oggetto, non sono un'eternità, ma sono tanti. Fra un paio di cent'anni sarà antica, e sarò curioso di vedere cosa mi offriranno quei trafficanti dilettanti di orologi pur di averla.
Sarà cooptata dall'Unesco come patrimonio dell'umanità.
Made in Germany, con la scritta in inglese three-in-one, senza la superflua dei secondi, scanditi da un sommesso tic-tac, trillava per la sveglia, con ripetizione del richiamo salvo disattivazione; volendo campanella a segnalare ogni scadere delle ore; opportunamente disattivabile pure quella.
Acciaio tedesco, peso poco meno di un chilogrammo, carica manuale, ore puntate e pirillini di comando fluorescenti; quello di sinistra andato perso, ma in qualche modo lo sistemerò.
Proprio una gran bella sveglia.
L'acciaio e la robustezza avevano pesato molto nella scelta, tra le tante offerte dal negozio di ferramenta sotto casa.

Ab ovo.
All'epoca Angela lavorava in una fabbrica elettromeccanica situata in un paese dell'immediata cintura, colà addetta all'assemblaggio di fanalerie stradali. Una catena di montaggio. Se mancava un 'anello' era d'uopo provvedere alla sostituzione, pena l'interruzione del ciclo produttivo.
Una seccatura per i capo-turno e un rischio licenziamento per chi la interrompeva troppo.
Per recarsi al lavoro doveva prendere un bus, che aveva capolinea in una piazza, alcune traverse più in là da dove abitavamo. In partenza c'era una corsa al mattino presto e una seconda nella tarda mattinata; quest'ultima assolutamente inutile allo scopo.
Al mattino, prima dell'alba, l'invito ad alzarci ce lo dava una sveglietta, carina, a carica meccanica visto che quelle a batteria ancora non esistevano, o erano ritenute costose americanate.
Leggerina, tanto che erano bastati un paio di violenti lanci verso un muro per sfasciarla del tutto.
Lo so, di solito contro i muri, nei momenti d'ira, al limite dell'esasperazione, si lanciano stoviglie, chi li ha frantuma pure preziosi vasi cinesi... Ma eravamo in camera da letto e quelle cose (non i preziosi vasi cinesi) stavano in cucina; andarli a prendere per sfogarsi avrebbe dato la possibilità  alla rabbia di sbollire, e ne avrebbe attenuato la reazione.
Momenti d'ira che si erano ripetuti un po' troppe volte, con assenze forzate dal lavoro, e conseguente esplicita minaccia di licenziamento.
Inverno, freddo, nebbia, riscaldamento in camera da letto spento per scelta comune, il tepore sotto le coperte di due corpi, allora giovani, teneramente accostati...
E una sveglietta che. quando dimenticava di caricarla, al mattino consentiva tacitamente il prosieguo di sonni beati.
Angela era svedese.
In un corpo tecnicamente mediterraneo si nascondeva una bustina di minerva; per accendersi non era necessario sfruculiare più di tanto per infiammarsi, come invece poteva accadere con i comuni cerini.
Bastava poco per farla divampare, prima che un bidoncino di benzina.
E la sveglia non funzionante al mattino di un giorno lavorativo era uno di quei "poco"...
Era posizionata sul suo comodino poiché la sveglia era di sua pertinenza. Il mio lavoro mi impegnava solo di pomeriggio; in altri orari si trattava di interventi straordinari che non prevedevano particolare attenzione all'inizio. Comunque, questi eccezionali, mai all'alba.
Quindi era direttamente alla sua portata di mano, sia per spegnerla che, appunto, per scaraventarla verso il muro in caso di occasionale non funzionamento quando era in servizio.
Fosse stata (la sveglia) dalla mia parte, già lo scavalcarmi per arrivarci avrebbe (forse) diluito la sua ira. O, sempre forse ma anche probabilmente, anziché verso il muro, come invito alla condivisione della sua ira, l'avrebbe 'appoggiata' sulla mia fronte.
Serviva qualcosa di robusto, meglio se pesante.
E questa sveglia mi era sembrata una buona soluzione.
Più visibile, più scomoda e pesante per i 'lanci', più difficile dimenticare di caricarla...
Pace fu, orari del bus rispettati, licenziamento evitato, sveglia e muro (e forse testa mia) salvati.

Vista l'impossibilità di utilizzo, la sveglia tedesca era tornata nello sgabuzzino, sotterrata da altri pezzi poco o niente utilizzati, e lì dimenticata.
Fino a qualche giorno fa quando, ancora per caso, sempre cercando altro, me la sono ritrovata fra le mani.
Ripulita dalla polvere, avevo pensato di piazzarla in uno spazio della libreria, tipo soprammobile.
Istintivamente, poiché ben ricordavo il mal funzionamento, avevo dato un paio di giri di ricarica con la chiavetta delle ore.
Tic-tac tic-tac tic-tac... sempre tenue, educato, ma deciso.
Ne avevo completato la carica, passando poi a quella delle suonerie.
Da non credere, tutte le voci previste (three-in-one) funzionavano perfettamente.
"Dura minga, non può durare", mi ero detto posandola sulla mensola del caminetto.
Infatti la mattina successiva continuava a tichettachettare, facendo la linguaccia alle mie previsioni. Era andata avanti di qualche minuto; con la minuscola levetta sul retro avevo leggermente ritoccato sul "-" e nel pomeriggio spaccava il minuto. Farlo su qualunque orologiame contemporaneo sarebbe utopico: bisognerebbe cambiare una scheda al prezzo di un orologio nuovo.
Affine alla situazione delle scarpe consumate...
O delle pentole di rame bucate...
O dei coltelli divenuti seghetto...
L'ho lasciata sul caminetto, in vista costante per vedere +/- la durata della carica, poi le troverò una più degna collocazione.

Quest'oggetto mi porta alla memoria un ricordo particolare.
Da qualche anno eravamo nella nuova casa, in affitto. Nuova anche perché ci eravamo andati quando ancora era da rifinire, proprio nuova di zecca.
Con i vicini non erano nate frequentazioni d'amicizia, ma solo scambi di piccole cortesie reciproche (qualche uovo, zucchero... le solite cosucce raccontate in letteratura e nei films come scusa per approcci di pianerottolo, talvolta forieri di amicizie).
Cortese indifferenza, come succede in tutte le città.
Al piano sopra il nostro c'era stato un cambio di inquilini; con la riservatezza tipica dei cittadini ci eravamo ben guardati dallo spiare il loro trasloco, tanto meno di cercare di incontrarli per fare pronta conoscenza.
Tra l'altro erano tempi alquanto bui e il rischio di venire a contatto con gente pericolosa aleggiava un po' dappertutto.
Una volta sistemati, evidentemente avevano organizzato un incontro con amici e conoscenti per festeggiare la nuova sistemazione.
A cena e seguente dopocena.
Silenziosa o tranquilla la prima, rumorosa quanto bastava la seconda. Dal tinello, gemello al nostro, il gruppo si era spostato in una camera che forse avevano adibito a soggiorno.
Sopra la nostra camera da letto.
Avevamo rilevato, poco tempo prima, nello stesso palazzo, un negozietto di vendita di fiori e piccola oggettistica di contorno. Per il mattino successivo era previsto un giro di rifornimento allo specifico mercato.
Angela non aveva la patente, quindi ero precettato a portarcela.
Quel mercato, come tutti i mercati all'ingrosso, apriva i battenti molto presto, già alle cinque del mattino c'era la coda dei commercianti del genere in attesa dell'apertura dei cancelli. Per trovare un parcheggio, sbrigare le pratiche d'ingresso con la guardia giurata (e armata), era opportuno arrivare là prima possibile.
Dormire, o almeno riposare, qualche ora...
Alle due di notte il casino sulle nostre teste non accennava a diminuire.
Probabilmente il battito contro soffitto col classico manico di una scopa sarebbe stato interpretato come simpatica partecipazione alla baldoria.
Ammesso che ci facessero caso...
Vestito per il minimo indispensabile a non presentarmi in déshabillée, ero salito al piano di sopra armato di... sveglia.
Questa.
Driinn, uno solo, breve; compatibilmente con l'orario, educato.
A porta spalancata non avevo proferito parola, avevo alzato la sveglia bene alla vista del giovanotto che era venuto ad aprire.
"Scusate...", aveva sussurrato "smettiamo subito".
Insalutato ospite ero tornato al mio nido, e da quel momento in poi dal piano di sopra o dalle scale fosse volato un moscerino avremmo sentito il battito delle sue ali.
Immagino che, chiusa la porta, il ragazzo si sia avviato in punta di piedi verso la compagnia, e con questa si sia fatto una silenziosamente fragorosa risata.
Io, nei suoi panni, me la sarei fatta... Uno sconosciuto che, alle due di notte, 'armato' di sveglia, si presenta alla tua porta, non apre bocca e se ne va, non è cosa da tutti i giorni (meglio: da tutte notti).
La sera successiva il driinn era stato per noi.
Marito e moglie erano scesi per scusarsi e impegnarsi a non ripetere più. Ci invitavano a visitarli, a prendere un caffè e conoscerci un pochino.
Il rendez-vous era stato fissato per alcuni giorni dopo.
Luigi, detto Gigi, e Margherita erano due sposini freschi freschi, ed erano in attesa dell'assegnazione di una casa popolare in un paese vicino.
La visita alla loro casa era stata sommaria, essendo assolutamente gemella alla nostra.
L'aspetto curioso era emerso nella tinteggiatura del soggiorno, quello in cui si era concretizzato il 'crimine' notturno nei nostri confronti.
Pareti e soffitto nerissimi, senza neanche uno spicchio di colore che ne indicasse altra professione di fede, ad esempio di tipo calcistico.
Il nero, all'epoca, era distintivo dei preti, degli addetti alle pompe funebri, di una fetta della bandiera di una squadra di calcio cittadina...
O dei fascisti...
Mi ci era voluto un attimo per metterli nel quadro. Non era necessario avere il fiuto di un cane da tartufi per capire al volo la situazione.
Non erano preti, non sembravano addetti alle pompe funebri, non c'era la minima traccia che indicasse un loro tifo calcistico specifico.
Erano, senza alcun dubbio, fascisti.
Per il mio acume avrei potuto laurearmi in psicologia.
Infatti...
Erano comunisti; comunisti tipo quelli della prima ora, quelli non contaminati dal modernismo consumistico. Se non figli, almeno nipoti di quelli che nell'immediato dopoguerra ancora mangiavano i bambini.
Quanto al tifo calcistico, lei agnostica, lui tifosissimo dell'altra squadra, quella con quasi gli stessi colori del suo tifo politico.
Lui lavorava in un'azienda meccanica specializzata in esportazioni verso l'estero. In particolare verso Stati al di là del muro di Berlino, noti Paesi comunisti, sotto l'ombrello sovietico.
Ci andava sovente al seguito di macchinari da montare, per istruire gli indigeni al loro uso.
Negli incontri successivi era emerso un comunista sui generis, in un periodo in cui la dottrina di massa era quella dettata da Mosca. Dire cose o raccontare fatti negativi su quel sole o sui suoi satelliti era considerato eresia allo stato puro; la pena poteva essere la radiazione e il vituperio da parte di tutti gli allineati.
Ideologicamente Gigi era comunista convinto, ma le sue frequenti visite in Cecoslovacchia e dintorni gli avevano aperto gli occhi e non disdegnava di descrivere apertamente e senza remore quello che di volta in volta in volta aveva modo di vedere e constatare, ridisegnando l'immagine di un paradiso sovietico, che molto paradiso non era.
Parlandone non lesinava, né si moderava, nel raccontare il tipo di vita di quei luoghi; riconosceva che la povertà ancora presente anche nel nostro Paese, là era miseria assoluta. Così come la fame.
Non si faceva scrupolo a specificare la limitatezza delle sue informazioni, ristrette ai pochi spazi di movimento loro concessi, in pratica il solo circondario immediato dei luoghi dei loro interventi; una libertà di movimento condizionata da divieti e da limitazioni logistiche e temporali.
Zakázaný, interzis, verboten, zabroniony, tiltott, zabranien, erano tra le poche parole che aveva avuto modo di memorizzare, tanto erano ripetute nei cartelli e ribadite da imperiosi richiami verbali: vietato.
Quanto alla ricettività degli abitanti locali, quelli che aveva modo di frequentare per lavoro, a ricevere le loro istruzioni, ne raccontava senza veli la quasi totale indifferenza, la mancanza assoluta di stimoli, una endemica rassegnazione a una specie di dolce far niente, che quel socialismo favoriva impedendo di fatto ogni miglioramento che fosse a rischio di sovvertire la situazione politica di quei Paesi.
Margherita era molto più 'rossa', al limite del fanatismo; forse riversava in quel campo quello che non sprecava sul calcio. Era senz'altro più prossima a Mao, nel cui faccione vedeva il sole dell'avvenire, mentre il compassato Breznev non le dava la stessa emozione.
Studiava sociologia all'università di Padova e là aveva fatto amicizia con altri studenti, alcuni dei quali tempo dopo sarebbero diventati famosi: alcuni soltanto famosi, altri famigerati e per questo passati alla storia.
Era nata una discreta amicizia, diluita poi dal loro trasloco nella casa assegnata e dal successivo nostro verso nuovi lidi.
Gigi aveva sviluppato una forma di comunismo domestico, sulla traccia suggerita da Berlinguer.
Margherita aveva avuto una bambina e tanto era bastato ad avvicinarla alle idee del marito, ormai tendenti a un comunismo prettamente nostrano.
La maternità le aveva addolcito i bollori rivoluzionari.

Per noi, altro lido, altra storia, altre persone.
Una decina di anni dopo c'era stato un intervento simile, ma non supportato dalla sveglia (che riposava già in fondo al ripostiglio), bensì da un comune orologio da polso.
Il padre di Angela, ultraottantenne, aveva avuto un ictus. Dopo il lungo ricovero in ospedale, che gli aveva restituito una piccola parte di mobilità ma non la parola, era tornato a casa. Lentamente stava riprendendo le piccole attività che, nel loro minimo, facevano sperare in una soluzione limitata ma, nel contesto, accettabile.
Il mio lavoro mi teneva fuori casa per buona parte della settimana; la suocera, anche lei avanti con l'età e molto poco in salute, e le figlie lo accudivano con amore.
Aveva ricominciato a imboccarsi da solo, con cautela, e a bere il suo mezzo bicchiere di vino rosso... Quando ero in casa, a pranzo e cena mi cercava con gli occhi per far truzzare tra loro i nostri bicchieri. Il brillìo dei suoi occhi al loro tintinnio erano per noi premio senz'altri pari.
Sciocchezzuole, per chi non sa; passi enormi per chi viene colpito e per chi assiste.
E galeotta, anche qui, fu la notte.
Luglio avanzato, uno di quei luglio bollenti che passano alla storia.
Notte, come già detto, finestre spalancate per suggere un po' di frescura a parziale ristoro di giornate di calore.
Piena notte: nel palazzo adiacente il nostro, un vicino, anche lui con finestre a tutto spalanco, faceva martirizzare un pianoforte dalla figlioletta, inondando il quartiere di plin-plin-plin senza alcun minimo costrutto musicale, con i tasti pestati evidentemente a casaccio, a favore di una goduria che neanche un masochismo parossistico avrebbe sopportato.
Suocero sveglio, chiaramente infastidito, forse non tanto dal caldo quanto da quell'insulto alla musica e all'educazione, nel buio della notte, a pochi metri dalle finestre spalancate.
Stessa scena della volta precedente, già collaudata la decina d'anni prima: in assenza della sveglia di allora orologio al polso, ero andato alla fonte dello scempio.
Secondo piano, porta d'entrata spalancata, anche qui avevo proposto un driinn, uno solo, breve, compatibilmente con il motivo educato, per chiedere il permesso all'accesso.
La risposta era stata un chiaro, non detto ma chiaramente decifrabile: "Che cazzo mi suoni, non vedi che è aperto?".
Era stravaccato su un divano, in compagnia di un tizio che, cancelliere presso una pretura, si spacciava per giudice, con le rispettive signore a dissertare su qualcosa accanto a un tavolinetto laterale.
Memore della passata esperienza, non avevo parlato: avevo picchiettato con l'indice sul polso sinistro portatore dell'orologio, come tacito invito a dare una controllata all'ora.
"Sì, sì, va bene, adesso finisce...", detto con sufficienza strafottente, quella stessa che invita, chiama, pretende, una pallottola non metaforica in mezzo agli occhi.
Aveva ritenuto offensivo il mio intervento, ritenendolo sminuitivo del suo censo nei confronti dell'illustre ospite. Arricchitosi con commercio e intrallazzi, dopo una giovinezza e un'adolescenza stentate, aveva fatta sua la poetica del Belli, pur senza conoscerlo, nella frase in seguito resa famosa da Sordi nella parte del Marchese del Grillo ("io sò io, e voi non siete un cazzo!").
Con comodo aveva imbrigliato la sua degna figlioletta, ed era finita lì.
Erano passati circa dieci anni: il suocero se n'era andato l'anno successivo lo strazio subito quella notte, a quel vicino avevo tolto il saluto per ben altri motivi, la strafottenza di allora era cresciuta, elevata a potenza anno dopo anno, della prepotenza aveva fatto virtù rendendosi inviso a tutto il quartiere.
C'era stato uno scontro verbale su qualche problema locale, e aveva colto l'occasione per rinfacciarmi il gesto "offensivo" di dieci anni prima, portando a ricordo quella notte: picchiettando con l'indice sul suo orologio da polso, imitando, con becero sarcasmo, il mio gesto di allora.
Le condizioni in cui era maturato erano state cancellate, l'ingiuria verso "io so' io..." era rimasta, indelebile in una mente bacata.
Il vaffanculo, all'epoca, non rientrava nel mio lessico abituale.
In assenza di una seconda ipotetica pallottola, diretta, stavolta, alle tonsille, mi ero limitato a mandarlo all'inferno.
Non ci è ancora arrivato.









sabato 2 giugno 2018

L'abito fa il monaco?

E le omelie da un pulpito bastano a santificare chi le propone?
Il 'predicare bene' rientra nel vocabolario dei religiosi come in quello dei politici.
Il 'razzolare male' pure, in entrambi i settori.
È il 'predicare male e razzolare bene' che è indigesto.
In mancanza della valenza dell'abito i comportamenti possono essere indicativi della possibile capacità operativa degli individui.
Per i religiosi predicare male sarebbe un controsenso: immaginare un prete che inciti all'odio, che solleciti i furti e le corruttele, che inviti a 'fornicare' a più non posso poiché i tempi goduriosi hanno una fine che, apparendo lontana in piena gioventù, si concretizza mano a mano che l'età avanza (fatte le dovute debite distinzioni, ovviamente, che sono poi solo due: una era Chaplin, l'altra è cosa nostra...).
Facendo poi letteralmente l'inverso di quanto mal predicato, ergo razzolando bene: quindi amore indiscriminante, condanna assoluta di furto e corruzione (fino ad ipotizzare il taglio delle mani a chi ruba o corrompe), il sesso limitato agli atti indispensabili alla procreazione... e non plus ultra...
Un caso a sé, in fatto di religiosi, sono alcuni (tanti, troppi) iman che predicano male e razzolano altrettanto, che in casistica non fanno testo.
Politici che predicano male, ci sono e sono i più: le parole no, per carità, quelle sono sempre belle, accattivanti, forbite, convincenti. Predicano male quando, per raccogliere consensi, promettono il paradiso in terra, escludendo la presenza delle vergini, che l'avvento della parità dei sessi ha reso discriminatoria nei confronti degli altri quattro/cinque generi che nel tempo hanno preso piede.
In poche parole, predicano male ogni volta che mentono sapendo di mentire.
Predicano male quando contano sull'ignoranza (incolpevole) di coloro cui le prediche sono indirizzate. Ignoranza incolpevole, causata da loro stessi, ammantata di una burocrazia che ha ormai più peso di Vangeli o Costituzione.
Intoccabile, indistruttibile, non eliminabile.
Razzolano male quando, al culmine del potere, raggiunto lo scopo, "messe le mani in pasta", limano, sovvertono, stravolgono, rinnegano quanto promesso, forti del fatto, a quel punto evidente, che "non è possibile"... a causa di... per colpa di...
Credevamo, sembrava, era nei progetti... tutto come mai pontificato.

L'abito del monaco: sto cercando di capire, non dico di interpretare che è fuori dalle mie capacità, il comportamento del nuovo, rinnovato, presidente del consiglio.
Alla prima chiamata era arrivato al Quirinale in taxi (mancia e scorta bene in vista).
Tipo monaco benedettino, quello che, ora et labora, lavorava i manoscritti con miniature artistiche a futura memoria.
Saltato il primo turno, si era allontanato a bordo della sua Jaguar (essendo decaduto niente scorta).
Tipo monaco domenicano, difensore della sua fede, legato a filo doppio al periodo d'oro dell'Inquisizione.
Seconda chiamata: a piedi verso il Quirinale (scorta?).
Nominato, ha 'festeggiato' in pizzeria.
Tipo monaco francescano, quello che 'povertà' deve fare rima con 'onestà', altrimenti è solo fuffa.
Tralascio con chi ha pizzato, sorvolo se avesse o meno nuovamente la scorta (e se c'era spero abbia offerto le pizze anche a quella), limito i dubbi all'andamento delle camminate, stesso identico percorso con variazioni sul tema...
Potrebbe essere interpretato come andamento del nostro (prossimo) futuro?

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse...

Ecco, ci fermiamo al "risorse".
Il poi si vedrà.

martedì 29 maggio 2018

Ieri e oggi. Domani?

Complimenti, insulti e retromarce

Le parole senza regole del sovranismo

Pubblicato il 29/05/2018                                                                                                
Luigi Di Maio, in collegamento con Sky, scorso 18 febbraio: «Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli». Forse, come hanno scritto alcuni quirinalisti, Sergio Mattarella ha incaricato Cottarelli, così amato dal Movimento, per non dispiacergli troppo. Se è così, una bella ingenuità.  

Lo stesso identico Luigi Di Maio, ieri: «Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità». Usare gli strumenti della logica non ha più nessuna logica. Pensare a Cottarelli per la ragione che il Movimento parlò bene di Cottarelli è una ragione irragionevole. Andrea Roventini, indicato da Di Maio al ministero dell’Economia prima dell’assunzione celeste di Paolo Savona, confermò: «Si possono fare tagli mirati alla spesa realizzando il piano Cottarelli». Alessandro Di Battista, domenica sera: «Cottarelli è un uomo del Fondo monetario, è la dimostrazione che avevano un piano già pronto». Non si scrivono queste cose col medesimo spirito di Mattarella, ossia con la speranza di cavarne qualcosa. Non se ne caverà nulla. La coerenza non è da un bel po’, o probabilmente da mai, un requisito essenziale per fare strada in politica. 

Anzi, oggi l’incoerenza è più redditizia tanto più è sfrontata. Nessuno sarà chiamato a renderne conto poiché prevale l’avvenenza dell’impudente: l’incoerente di sfuggita, che cerca di svicolare dalle cose fatte e dalle cose dette, sarà travolto dall’incoerente impetuoso, che urla la sua incoerenza e travolge il passato con un cazzotto sul tavolo.  
«Cottarelli è molto bravo, ha una grande esperienza internazionale», disse Silvio Berlusconi un pomeriggio di marzo in conferenza stampa, mentre alla sua sinistra Matteo Salvini approvava. Salvini ieri: «Cottarelli è l’emblema di quei poteri forti per i quali l’Italia o si allinea a certi diktat o non ha diritto di dar seguito alla volontà popolare». Ma che importa? Volete dire a Salvini che era potere forte lui allora, o non è emblema Cottarelli oggi? A che servirebbe? Salvini aveva trascorso mesi a chiedere a Berlusconi un patto antiribaltone dal notaio per impedirgli col bollo, dopo le elezioni, di mollare il centrodestra per fare il governo col Pd. Ecco, dal notaio non sono andati e Salvini ha mollato il centrodestra per fare il governo con Cinque stelle. Tutto buono. Tanto i voti li prendono lo stesso, non scuote nulla in nessuno.  

Però, giusto per divertirci qualche minuto. Di Maio, giovedì: «Della squadra dei ministri se ne occupano il presidente Conte e il presidente Mattarella». Di Maio, domenica: «È inutile, i governi li scelgono sempre gli stessi». Di Maio, ieri: «Mattarella è andato oltre le sue prerogative». Dunque impeachment, messa in stato d’accusa. Prima poteva, dopo non può più. Secondo Salvini, non poteva neanche prima, e siccome Mattarella s’era scocciato e aveva chiesto di piantarla coi diktat, Salvini s’era scusato - è un semplice spiacevole fraintendimento. «Ma quale diktat, piuttosto idee, proposte, suggerimenti...». Era giovedì. Poi è arrivata domenica anche per Salvini. Poteri forti, lobby, banche, sovranità, mancava soltanto «plutocrazie».  

A quel punto Paolo Savona non era più un’idea, una proposta, un suggerimento, era il caposaldo del cambiamento. E ancora Di Maio: «In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi avere fatto reati contro la Pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare, ma se hai criticato l’Europa no». E di nuovo Di Maio: «Un’alternativa a Savona era Armando Siri», e cioè uno che ha patteggiato per bancarotta fraudolenta, e quindi condannati sì o condannati no? È irrilevante. Condannati no o condannati sì, dipende dal giorno, dall’ora. Di Maio lo ha spiegato, ieri, «dobbiamo combattere le bufale, le menzogne, le falsità dei media». Ecco, sarà colpa di media se Alfonso Bonafede (M5S) ha liquidato Cottarelli: «Nemmeno si è presentato alle elezioni». Sapete chi è l’ultimo presidente incaricato che nemmeno si era presentato alle elezioni? Giuseppe Conte. Non è fantastico? E non è fantastico che l’altro totem della coalizione, e cioè il solito Savona, nemmeno fosse eletto e non fosse nemmeno candidato? 

E fantastico e lo è soprattutto perché funziona. Le memoria sono tutte piene, come quelle dei telefonini. Non ci entra più nulla se non lo squillo dell’istante. Ieri mattina i mercati si sono aperti con il calo dello spread, e Salvini ha detto guarda caso, ci fanno fuori e lo spread scende; poi lo spread ha ricominciato a salire e Di Maio ha detto guarda caso, allora è vero che usavano lo spread contro di noi, «ma era una bufala».  

È come quando da ragazzi giocavamo alla schedina e mettevamo 1-X-2, l’unico modo di pigliarci sempre. Soltanto che potevamo farlo una volta sola. Loro possono sempre. E qui ormai siamo alla pesca a strascico. Salvini, dicembre 2017: «Escludo l’appoggio della Lega a un governo Di Maio. Basta vedere Spelacchio a Roma. Dico no al governo Spelacchio». E poi aggiunse (ossignùr) che va bene cambiare idea, ma «il Movimento cambia idea continuamente». Di Maio replicò: «Questa di Salvini è una buona notizia: finalmente vi metterete l’anima in pace su accordi o inciuci tra M5S e Lega». E poi aggiunse (maronna) «noi cambiamo idea? L’ultima volta aveva detto “perché no?”. Ci usa soltanto per fare notizia. Nessun accordo, nessun inciucio». È perfetto così, non è successo niente, mai niente, avanti verso il prossimo Spelacchio.

"Buongiorno" di Mattia Feltri su La Stampa del 29 maggio 2018