domenica 8 dicembre 2019

Goccia su goccia

(Le 'gocce' precedenti sono del 31 luglio e del 27 novembre).

La chiusura della 'goccia' precedente accennava velocemente alla cena di fine giornata lavorativa. Ed è proprio una di quelle cene a fare da trampolino di lancio a questa 'goccia'.
L'epoca: primavera inoltrata di un anno che fu.

Le prime due parti di questo raccontino erano state pollizzate per renderle più commestibili.
Questo racconto parla anche di cose serie, quindi sarà umanizzato: i polli saranno ufficialmente colleghi, in veste forzosa di esseri umani; il pollaio resterà pollaio, ristoranti e albergo continueranno ad essere quello che sono da sempre, enti commerciali con fini di lucro..
Oltre l'aggiornamento della diaria e i rimborsi chilometrici, accennati nella precedente 'goccia', altro punto importantissimo era la scelta del ristorante per la cena. 

La mensa del pollaio era aperta fino a sera tardi, ma un distacco totale dall'ambiente dopo un'intera giornata sonnolenta, era obbligatorio. Per ritemprarsi, in vista di un altro giorno che sarebbe stato fotocopia di quelli passati e di quelli a venire.
Alla ricerca del locale più adatto erano delegati, come logica imponeva, i colleghi indigeni, o comunque bazzicanti in zona.
Di solito tra una riunione e l'altra passavano sei/otto mesi, quindi avevano tutto il tempo per cercare, provare, promuovere o bocciare, e infine proporre. Che questa ricerca potesse portare discapito all'attività lavorativa di costoro, era punto non considerato. 

Al limite, c'era chi, lautamente pagato, avrebbe potuto chiosare in negativo. 
Mai successo: anche i decurioni facevano parte della brigata, e sapevano dare il giusto peso alle cose veramente importanti della vita. Ed erano molto forti di mascella...
Trovare il meglio era per i fortunati prescelti un punto d'onore.
Al termine dell'evento ricevere il plauso del gruppo era il massimo dei riconoscimenti: sulla personale operatività nelle varie zone di competenza lavorativa non si potevano dare giudizi, sia perché non c'erano collegamenti diretti, sia perché la cosa non poteva fregare meno; ma pur essendo il compito di queste ricerche soggettivo, il de gustibus finale complessivo era di promozione o bocciatura, in quest'ultimo sciagurato caso senza appello per le scelte future.
Al branco interessava che chi aveva l'onore della scelta fosse un buongustaio, tutto il resto erano pinzillacchere. Il ricordo di quelle cene doveva restare in memoria più assai delle comunicazioni, peraltro vagamente recepite, nel corso delle riunioni, almeno fino al futuro incontro collegiale.
Durante queste cene, essendo il gruppo formato (purtroppo/per fortuna) esclusivamente da maschi, gli argomenti di accompagno al cibo e alle bevande vertevano su questioni di interesse comune e generale, più a livello mondiale che nazionale.


(Purtroppo: è fuori di dubbio che una presenza femminile, in qualunque manifestazione, dà (quasi) sempre un tocco di gentilezza al convivio.
Per fortuna: è altrettanto fuori di dubbio che, nel caso specifico, sarebbe stata un freno a formulazioni verbali che in questi tipi di pranzi sono di prammatica; qualche termine poteva uscire leggermente fuori dal pentagramma dell'educazione abituale, per dare a questi pasteggi un tono da antica osteria, in ambienti eleganti, che invitavano a compostezza e decoro, e una presenza femminile sarebbe stata una palla al piede a chiacchiere in libertà, probabilmente non usuali nel normale ambito famigliare o lavorativo. Provocando magari un disagio generale che avrebbe poi influenzato il prosieguo del pasto. 
È doveroso, peraltro, specificare che parliamo di un illo tempore ormai assolutamente tramontato. La valanga di cambiamenti succeduta al famoso/famigerato '68 ha nel frattempo rivoltato completamente questa differenza di genere. Oggi, ma anche nell'immediato ieri, ci sono donne che potrebbero mettersi in gara con gli scaricatori di porto, la cui la fama (raggiunta nel corso di secoli) li metteva storicamente ai vertici del libero improperio e del più lascivo turpiloquio, in quello che era definito sinteticamente 'parlare crasso'. Forse non vincerebbero, ma sicuramente non sfigurerebbero...
Altri tempora, altri mores...).

Inoltre, la monotonia degli argomenti in chiacchierata, avrebbe potuto annoiarle...
Infatti si finiva per parlare soprattutto di fi...dejussioni, di fi...lantropia, di fi...renze, di fi...gurine, di fi...lologia, di fi...libusta, di fi..latelia, di fi...ori, ecc. ecc.
La coincidenza del prefissoide, soprattutto a causa di bicchieri presto vuotati, era di grande aiuto alla visione di un universo variegato, che in fondo sulla sillaba più immediata e intuitiva che lo seguiva fa perno il mondo. 
Checché se ne dica...
Ogni tanto, per evitare tempi vuoti e per tenere sciolte le lingue, ci si scambiavano aneddoti sulle rispettive zone, senza mai approfondire troppo l'argomento che, preso seriosamente, fregava, come detto, ad alcuno.
Raramente qualche cena non risultava rispondente alle attese ma, pur non avendo avuto un esito gaudioso, restava comunque nel ricordo, ma unicamente per la compagnia. 

Anche se l'amaro del fallimento sarebbe rimasto, nei secoli a venire, ricordo ricorrente...
E per il vino... che in caso di disastro culinario annegava il disappunto e consentiva di rinviare al prossimo cenacolo, senza ritorsioni troppo violente nei confronti di chi aveva sballato la serata.

Unica penalità, l'aut-aut a mai più occuparsi di una faccenda così delicata....
Dopo la cena, il caffè e il pussacaffè, le ore si facevano piccole, e ci si avviava, passin-passetto, come un branco di lupi sfamati verso l'albergo, solitamente lo stesso, in prossimità del pollaio. 

Gli stanziali accompagnavano i colleghi fino alla hall, sia per finire i commenti iniziati che per tenere compatto il gruppo.
Superfluo precisare che la camminata era utile anche a smaltire le conseguenze del bevuto.
Diciamo che come liquidi, senza arrivare all'essere brilli, si stava benino.


Tra le cene periodiche, una è rimasta impressa, nella testa e nel cuore del narrante, in modo particolare. 
Non per il cibo, non per il vino: più che altro per un breve scambio di battute, verso il termine del lento cammin facendo nel dopopasto, a nutrimento dello spirito dopo quello in via di smaltimento al corpo.
Quella volta eravamo, appunto, in cammino verso l'albergo.

Nel gruppo c'era un collega "A proposito".
Spiego: mettiamo che si parli di Egitto, piramidi, Il Cairo (la capitale, non il presidente di una gloriosa e infelice squadra), se uno saltasse su e dicesse: 

"A proposito, sapete che a Torino c'è il museo Egizio più fornito dopo quello del Cairo?".
L'a proposito ci sarebbe stato tutto.
Ma se, parlando magari, che so, di storia d'Italia (si fa per dire, vale solo come raffronto), un collega saltasse su sparando: 

"A proposito, sai qualcosa di quella bambina rapita?".
Buttato nel mucchio, ma mirato a un collega in particolare.
Che lo dico a fare: quel tapino, nell'occasione, ero stato io.

Sosta momentanea per un inciso, obbligatorio: poco più di un paio di mesi prima era stata rapita una bambina, di circa otto anni, a scopo dichiarato di estorsione. 
All'epoca la notizia aveva fatto un giusto scalpore; già il rapimento era, ed è, un crimine odioso, ancora di più se la vittima è una bambina o, come già successo, un bambino. 
Peraltro, alla luce di quello che è emerso negli anni successivi, con rapimenti a scopo pedofilo, sovente con l'uccisione delle piccole vittime dopo l'oltraggio, quel rapimento potrebbe essere visto come una normale transazione commerciale o finanziaria, un più o meno normale do ut des; sempre rispettando il dolore delle famiglie coinvolte emotivamente, colpite negli affetti più cari e preziosi, e, nello specifico, le paure della piccola rapita.
I giornali e le trasmissioni televisive più disparate avevano giustamente dato ampio spazio a quell'atto criminale, ipotizzando chi-come era stato commesso. 
Il perché si sapeva... e faceva temere per l'incolumità della piccola, al di là del pagamento o meno del riscatto.
Orbene, sul caso gli investigatori inizialmente brancolavano nel buoi, come si dice, e non rilasciavano dichiarazioni che andassero oltre la garanzia di una 'profonda indagine' in corso.
Che ai media non era sufficiente, cercavano di scavare nelle espressioni o nelle virgole alla ricerca di indicazioni atte a sfamare la voglia di sapere di lettori e tele-lettori.
Probabilmente su un input anonimo vagamente recepito, avevano, in prima battuta, indicato le ricerche verso una specifica Regione, in cui i rapimenti erano ormai una S.p.A., probabilmente con tanto di partita Iva e iscrizione alla Camera di Commercio, forse sotto la voce 'transazioni finanziarie senza limiti morali'.
Si dava il caso che quella Regione avesse avuto il mandato divino, in un tempo già lontano, di scodellarmi alla vita. E fin qui nulla di anomalo, una pugnata di milioni di corregionali avevano avuto questo privilegio, e a tutti si rizzava il pelo nel sentirsi accomunati a mascalzoni infami.
Esaurita questa pista, sempre per il solito pissi-pissi-bau-bau anonimo, le ricerche pareva si fossero dirette verso un'altra Regione, puntando i riflettori su questa che, a Dio piacendo, quanto a crimini di questo tipo aveva nulla da imparare.
La quale Regione, manco a farlo apposta, era tra quelle di mia competenza, e in cui, ormai da anni, avevo portato la mia residenza.
I giornalisti, non so in base a quali indizi, avevano anche accennato al luogo della possibile prigionia della bimba. Avevano parlato della zona di un monte, che più che leopardianamente ermo, era letteralmente aspro.
La strana coincidenza non aveva spinto gli investigatori ad aprire un fascicolo su di me e sul mio operato, né era venuto loro in mente di inserirmi nella lista dei possibili informati.
Nel periodo di questo racconto, da un paio di settimane era in atto un silenzio stampa, imposto dalle forze dell'ordine e accoratamente richiesto dalla famiglia della piccola.
Evidentemente il cerchio si stava stringendo, e non si voleva che da qualche gola profonda uscissero indicazioni che, allarmando i rapitori, ne avrebbero favorito la fuga, spingendoli ad azioni disperate, che sovente si risolvono in un esito tragico per le vittime innocenti.

Torniamo a noi e al ricordo di quel dopocena.
Gli inquirenti non mi avevano ritenuto degno di attenzioni, nonostante questi indizi potessero essere valutati. Forse la mia vita intemerata aveva fatto premio su valutazioni investigative che altrimenti sarebbero state per me perigliose.   
Non così per il collega A proposito, che da quelle coincidenze non aveva, ovviamente, tratto motivi di dubbio sulla mia probità, ma la provenienza natia della prima ipotesi sommata a quella del vivere nei luoghi indicati dai media come rifugio dei malfattori nella seconda, gli aveva dato lo spunto per porre quella domanda.
Essendo collega navigato, aveva pensato che il risiedere in quella zona fosse più che sufficiente per avere l'obbligo professionale di 'sapere'.
L'aveva posta, la domanda, con fare innocente, quasi casuale, direi giochereccio, in calce ad altri argomenti futili e ormai esauriti. Che, ovviamente, con la bimba nulla avevano a che vedere.
Appunto, a sproposito...
Era stata buttata nel mucchio, ma non era necessario essere particolarmente perspicaci per intuire a chi era rivolta.
Ora, le possibili risposte ad un 'a proposito' detto a sproposito, erano due:


a) "non ne so nulla, c'è pure il silenzio stampa"; che avrebbe provocato nell'astuto proponente una considerazione tipo: "ma come, sei in zona, ci vivi, e non sai quello che succede?", che come stupidità sarebbe stata pari al 'a proposito';


b) "siamo a buon punto, questione di poco e sarà liberata".


Se al posto di 'siamo' fosse uscito 'sono' sarebbe stato meno coinvolgente, ma avrebbe suscitato lo stesso qualche dubbio; sono/siamo poteva essere visto da due angolazioni diverse:  con la legge o contra legem?

Stesso verbo, stessa declinazione, plurale la prima, singolare la seconda: una differenza minima e nel contempo abissale con il semplice cambio di una sillaba.
Qualunque persona con un po' di buon senso avrebbe scelto la prima risposta (il 'non so nulla' è il modo più breve per sviare domande alle quali non si hanno risposte)  ma, per stare al gioco e nella certezza che la risposta a) non avrebbe dato soddisfazione agli uditori, avevo scelto quella b), ritenendola comunque innocua...
La risposta era stata accolta come giustamente meritava: una battuta e niente più.

" 'Notte", ormai piccola per noi, tutti a nanna, appuntamento all'indomani, che in realtà era già l'oggi di ieri.

Mattina successiva: barba, abluzioni rituali, paramenti adeguati alla riunione del giorno, e discesa verso la sala pranzo per la colazione di gruppo.
Pigro mattutino incallito, ero risultato buon ultimo della congrega.
L'entrata della saletta al piano, adibita all'uopo, era interdetta da porte scorrevoli, con vetri opacizzati, e con sensori di apertura automatica.
Avanzando con il passo tipicamente vispo di chi vuole mimetizzare le palpebre pendule, avevo superato l'ostacolo vetrato, oltre il quale si accedeva a un pianerottolo di breve sosta, da cui, scendendo pochi gradini, si arrivava alla meta.
I colleghi erano già tutti presenti, ma non avevo problemi, visto che per la colazione non era previsto un conclave ufficiale.

Il cicaleccio con cui alternavano i vari passaggi della colazione si era bruscamente interrotto.

Prima uno, poi con una specie di passaparola telematico, tutti i colleghi guardavano verso il nuovo entrato.

Ero solo, quindi non avevo alibi: dovevo essere io.
Il 'buongiorno' era offerto da un silenzio assoluto, assordante al confronto con  il parlottio appena interrotto.
Non soffrivo il complesso dell'incarnazione della Wanda nazionale (la Osiris, non la Nara, per chi sbocconcella i dintorni del calcio), quindi mi ero bloccato, cercando, come si dice, di fare mente locale, con un rapidissimo controllo mnemonico: pantaloni, c'erano; versare la quota della cena, fatto; odio le cravatte, poteva averla dimenticata, a posto anche quella...
A un silenzio si può rispondere solo col silenzio, supportato da un leggero scotimento della testa, destra-sinistra/alto-basso, completato dall'universale congiungimento delle dita rivolte verso l'alto, come quando si chiede, senza parlare, "che ca...volo succede?".
Nel frattempo avevo un piede rivolto in avanti per scendere, e l'altro rivolto all'indietro, pronto alla fuga: da un branco di colleghi silenti ci si poteva aspettare di tutto.
Sembravano tranquilli, e una volta sceso al piano, uno di essi aveva aperto il giornale, ancora profumato d'inchiostro, fresco di stampa. 

Prima pagina, titolo a nove colonne, il massimo consentito dalla larghezza del foglio:


"L I B E R A T A"

Troppo facile capire a chi fosse dedicato...
Uno sguardo all'occhiello e al sommario: 
"Wow! (leggere Uau!), meno male, è finita...".
Non avevo ancora memorizzato il discorso finale della notte precedente.
Io...
Loro sì!
Commenti da parte dei colleghi, tra ironia e sospetti, delicatamente repressi.
Riferiti alla frase della notte, vagamente insinuanti; per tutto il giorno mi avevano tenuto sotto osservazione, magari speranzosi di un blitz delle forze dell'ordine; non per altro, solo per vivacizzare un incontro che sarebbe potuto passare alla storia.
Galeotto fu quel "siamo", detto tra l'altro non in un perfetto stato di grazia, ovviamente innocente; ma il dilemma, sotto-sotto era rimasto: l'esimio collega, sempre io, sapeva o non sapeva?
Avevo giurato sulla testa di Giorgio* che non sapevo e non ero coinvolto, con la speranza di tacitare quelle jene, che un verbo sballato aveva spinto verso una convinzione errata.

Non per niente, nel cartoncino di saluto finale al pollaio tutto, era stato previsto un richiamo esplicito di allerta verso ipotetiche protezioni, che nel verde prato della libertà sarebbero venute a mancare. 

(Per non finire così tronco: se il collega "a proposito" avesse avuto un po' di fantasia, basandosi sulla convinzione iniziale, vista la situazione, avrebbe organizzato una processione, in fila indiana; il capofila avrebbe preso la mia mano, mormorando con rispetto "baciamo la mano a vossìa", come il protocollo specifico insegna. In risposta a questo segno di devozione, avrei pensato a un termine in codice, che manco i servizi segreti sarebbero stati in grado di interpretare, tipo un "vaffanculo". Ripetuto a corredo di ogni baciamano, in segno di fratellanza assoluta tra pollastri, comunque destinati alla pentola).

Fine.
Anzi no: nell'articolo, che supportava il titolone a nove colonne, venivano date informazioni dettagliate sull'operazione delle forze dell'ordine: i delinquenti rapitori non avevano nulla a che vedere con la mia terra natia e neanche con quella di domicilio.
A notte inoltrata l'Ansa aveva diramato la notizia della liberazione, recepita al volo da tutti i quotidiani che erano riusciti a stamparla come notizia principale.
All'epoca i cosiddetti social erano ancora a venire, per cui non l'avevano potuta twittare al mondo notturno di cellulari e personal ancora in lento itinere.  
Si era trattato di una treina di farabutti quasi locali, non alle prime armi, ma evidentemente senza una storia patria alle spalle. 
Oggi che questo racconto esce, probabilmente sono da tempo in libertà; con la speranza che i riflettori di quella infamante momentanea notorietà abbiano nel frattempo illuminato le loro menti, portandole su una strada più onorevole di quella della (pure detta 'onorata') società a delinquere che avevano intrapreso.
Questo per la cronaca.

* Giorgio era un  rospo che frequentava il nostro giardino. Per i suoi colleghi e per gli animalisti, all'epoca era vivo vegeto e apparentemente felice; se ne è poi andato di sua sponte, comunque con la testa sul collo (o sulla schiena, boh!?), a conferma che il giuramento era andato a buon fine. Il nome era nato dal ricordo di un periodo lavorativo precedente, in cui avevo 5-colleghi-5 che si chiamavano Giorgio, con cui lavoravo quasi gomito a gomito. Ogni volta chiamare 'Giorgio' significava che per parlare con l'interessato era d'uopo accettare almeno quattro "che c...osa vuoi?" di chiamata a vuoto. All'epoca dell'episodio raccontato c'erano ancora tutti; tempo dopo ho saputo che almeno un paio se n'erano andati. Un modo come un altro per ricordarli tutti, con immutata simpatia. Il giuramento sulla testa di un rospo era meno impegnativo che farlo su un personaggio umano... Non si sa mai come vanno a finire certe cose... L'inferno straripa di persone presunte innocenti, così come il paradiso non riesce più a contenere fior di mascalzoni, che la storia conferma essere stati tali. Anzi, molti di questi sono pure glorificati sugli altari.

domenica 1 dicembre 2019

Me lavadur (al lavatoio)

L'articolo su un quotidiano che raccontava di una donna 96enne, Maria Salti, ultima lavandaia di Milano ai Navigli, mi ha portato alla mente questa poesia di F. Gamberini, del 1979, pubblicata nel prezioso libretto "Garnël 'd guàzza", editato nell '84 dall'appassionato bibliofilo parmense R. Battaglini. La pubblico in omaggio a quella signora, non senza una considerazione fattuale: le lavandaie antiche sono scomparse, i lavatoi antichi pure; il Parlamento, per antico che sia, rimane, vivo e vegeto più che mai, sempre più astutamente vorace, con panni sporchi e manovre zozze che le lavatrici attuali non riuscirebbero mai a ripulire. Forse le strizzate e le sbattute sulle pietre dei lavatoi di quelle lavandaie raggiungerebbero lo scopo... Forse, ma la speranza che i membri di quel consesso possano 'ripulirsi' e cambiare, va scemando, scomparendo, come quelle lavandaie, le vere 'onorevoli' di fatto. Un altro piccolo grande mondo che se ne va.


Me lavadur
(Francesco Gamberini - 1979)



Am fermèva longh e fòs tott ch’al dòni a sbarlucè;
l’era un spas mo sèmpre gròs a sentili ciacarè.
M’al do fili d’lavandèri, ch’a gl’andèva sô e zô,
ui piaseva al cosi cèri da strizè ’na vòlta d’piô.
Al nutizi piò atuèli ch’al daseva turbameint,
seinza pel e puntuèli a gl’aveva i su cumèint.
Fra ‘na bota e ‘na risèda l’argumeint al dipanèva
E sl’ultima insavunèda enca e fat us risciarèva.
S’a fasèm un paragòun fra ti-vu e lavadur,
bsagna fèsne ‘na rasòun, l’era st’ultme piô sicur.
L’era cum’è in Parlameint sa ognun te su sètor,
cun mumeint ad smarimèint ch’i ‘era satur ad livor.
Snà che i què al lavurèva sal su brazi e cun sudor,
meintre lor i sla spasèva a la faza dl’eletor.
Ma sta gran lavanderia pina ad pan d’una zità,
tott e sporch che vniva via gnenca l’era la mità.
Ma un gnèra cativeria sol un pezgh d’malignità;
l’onich sfigh che la miseria la s’permett in quantità.

Al lavatoio


Lavatoio dei Navigli a Milano
Mi fermavo lungo il fosso tutte quelle donne a rimirare;
era veramente uno spasso sentirle chiacchierare.
Alle due file di lavandaie, che andavano su e giù,
piacevano le cose chiare da strizzare una volta in più.
Le notizie più attuali che davano turbamento,
senza peli e puntuali avevano il loro commento.
Fra una battuta e una risata l’argomento dipanavano
e con l’ultima insaponata anche il fatto rischiaravano.
Se facciamo un paragone fra televisione e lavatoio,
bisogna farsene una ragione, era quest’ultimo meno dubbio.
Era come in Parlamento con ognuna nel suo settore,
e momenti di smarrimento saturi di livore.
Solo che qui si lavorava a forza di braccia e tanto sudore,
mentre là se la spassavano alla faccia dell’elettore.
In questa grande lavanderia, piena di panni d’una città,
tutto lo sporco che veniva via non era neanche la metà.
Ma non c’era cattiveria, solo un pizzico di malignità;
l’unico sfogo che la miseria si può permettere in quantità.

mercoledì 27 novembre 2019

Altra goccia di un passato lontano

(La puntata precedente ha visto la luce il 31 luglio. Tra ferie, caldo, disastri, strani ribaltamenti e altri eventi mai positivi, siamo arrivati a oggi, 27 novembre. Metto in tavola questa seconda parte, servita in un bacile d'argento, come fosse un pissin d'or).

La vita esterna dei pollastri aveva delle regole precise.
Come tutte le regole, ciascun pollo, gatto compreso, le interpretava a modo suo.
La chioccia, salvo casi smaccati di stronzaggine, non metteva becco.
Purché non le si rompessero le ovaie, andava tutto bene.
Periodicamente, lo sparuto gruppo esterni veniva convocato in rapide riunioni presso il pollaio centrale.
Di solito, queste coincidevano con la presentazione di un nuovo megadirettore (talvolta addirittura galattico).
'Presentazione', in effetti, è un termine un pochino esagerato: c'era la nomina di questo nuovo megadirettore, il cui nome già circolava da tempo nell'ambiente, le sue funzioni, il suo essere mega, venivano annunciati in pompa magna in queste rimpatriate, da un sotto-sotto-direttore, come prima grandiosa comunicazione in apertura dei lavori delle riunioni suddette.
Ai polli, per polli che fossero, il sapere che prima c'era Caio, cui era subentrato Giulio, seguito poi da Cesare, era un fatto che non li sconvolgeva più di tanto.
I temi di questi incontri erano i soliti di tutti i seminari, a qualunque genere siano destinati.
Ordine del giorno: 'presentazione' del nuovo megadirettore, marketing in generale, progetti, esame della situazione del pollaio (che si sa in partenza essere ottima, altrimenti il convegno non sarebbe stato convocato), esame della concorrenza (fa schifo, schiacciata, non esiste proprio... applauso).
Il punto più interessante per i pollastri era sempre uno (mai previsto in odg, ma tacitamente sottinteso), ed era posizionato come ultimo punto da esaminare, subito prima della partenza verso i lidi di stazionamento: la revisione della diaria e quella dei rimborsi chilometrici.
Di solito questa importantissima voce veniva spinta dal pollastro-capo più alla fine possibile del seminario, in modo da cercare di rinviarla ad altro capitolo.
I pollastri, ormai in partenza per le rispettive sedi, il più delle volte erano costretti ad affidare ai polli indigeni (quelli che bazzicavano nelle immediate vicinanze del pollaio) il sunto delle richieste, del cui sviluppo, obbligatoriamente positivo, sarebbero stati informati tramite passaparola telefonici.
Queste riunioni, come già detto identiche a tutte le riunioni di questo tipo, iniziavano con l'incontro nell'aula magna (non era proprio 'aula magna' come abitualmente intesa, ma detta così fa grandeur), appuntamento intorno alle dieci del mattino, bla-bla-bla sonnolento fin verso le dodici, pausa caffé, ripresa della discussione (ammesso che si potesse definire 'discussione' uno che parla e l'uditorio che sbadiglia, nascondendo con la mano o un giornale l'irriverenza di quell'atto*), pausa pranzo verso le quattordici.
Lo so, non è un orario da impiegati o presunti tali; è più un orario da Poste italiane, solo che loro a quell'ora chiudono baracca e burattini, e la giornata è finita.
Nel nostro caso, la pausa tardiva era dovuta soprattutto al fatto di evitare la folla mensa, che, prima, ci avrebbe costretto a file da esodo estivo per riuscire a ingurgitare qualcosa.
Invece, a quell'ora, salone immenso, tavoli liberi, più calma nella scelta del combustibile da mandar giù, per sopravvivere fino a sera, in vista di una cena decente.
C'era, è vero, il rischio di trovare solo avanzi, ma non è che dalla vita si possa avere tutto...
Comunque al bancone c'era una bella scelta.
E , se anche non ci fosse stata, era difficile, con 500 lirette in lire, pretendere di più.
Primo a scelta tra tre o quattro piatti; secondo altrettanto; contorni con verdure varie, frutta; bevande, acqua birra vino aranciate thè...
Per il dessert bisognava aggiungere 50 lire.
A occhio, il costo di un pasto, oggi sarebbe di circa 25 euro/centesimi.

Sarebbe, molto teoricamente.
Non stiamo parlando di prima della guerra, parliamo solo dei tempi della lira, tanto disprezzata allora quanto rimpianta oggi.
Fine pranzo, caffè, sigaretta per chi fumava, rientro nell'aula.
Fine della giornata 'lavorativa' verso le diciotto.
Rientro in albergo, rinfrescata... e finalmente cena.

(*Nota a margine: la sofferenza più grande per il vostro gatto, in questi convivi, era l'impossibilità del pisolino pomeridiano; d'altra parte fino agli sbadigli si poteva arrivare, oltre ci sarebbe stato il rischio di ciondolii avant'indré, che non sarebbero sfuggiti al parlatore di turno [per fortuna, non col pericolo di russamenti...] con conseguente gogna che, vista la poca propensione dei mega alla sottile simpatica ironia, sarebbe stata intrisa di crasso sarcasmo, quest'ultimo mai piacevole. Forse anche da queste astinenze è poi derivata la sacralità assoluta di questo viziaccio. A tempo perso, quando non si hanno altri pensieri, rapidi calcoli raccontano quanti mesi e anni di vita attiva sono stati buttati, a forza di addizionare, giono dopo giorno, le ore di questo... passatempo; peraltro senza rimpianti).

Seguirà ancora... se vi pare

mercoledì 16 ottobre 2019

Un volo pindarico

Lo è, a mio modesto parere, già dal titolo, dove il pensare agli angeli, a questo loro volare, porta da subito all'attesa di trovare nel testo un racconto di fantasia, a un qualcosa che si trova solo vagando ben al di sopra delle nuvole.
Nel prosieguo della lettura, tale impressione iniziale è confermata da una serie di interpretazioni espresse in un libero pensiero e in un altrettanto scioglimento dialettico, che butta alle ortiche ogni vincolo scritturale.
Una libertà assoluta, senza remore o falsi pudori, un caleidoscopio di stili descrittivi, dove il voltare pagina, o al capitolo successivo, non hanno un seguito diretto, restando libera espressione che sembra a sé stante e che invece è tassello da inserire in un mosaico, un puzzle le cui tessere, per essere incastrate, devono essere esaminate attentamente una per una, per arrivare infine ad una creazione artistica uniforme che, nel suo insieme, dà la piacevolezza della visione di un quadro finale di pregio.
Ecco, ogni singolo capitolo de Il volo interrotto degli angeli, è un tassello: leggibile a sé, una storia nella storia, che potrebbe apparire come un esercizio di scrittura che, pur nella sua innegabile qualità, sarebbe relegato, appunto a una bella prova descrittiva, a immagini fotografiche sul tipo dei moderni selfie, in cui il primo piano della singola figura umana farebbe trascurare lo sfondo che ne sia contorno.
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Un ponte, lungo, legato da 39 arcate a sorreggerlo, alcune più ampie, con più luce, altre con minore vista, tutte e ciascuna create come sostegno al transito tra un punto di partenza ad uno di arrivo.
Che solo il progettista conosce (o 'dovrebbe' conoscere, visti fatti recenti che parlano di ignoranza crassa della materia; ma qui è solo un passaggio casuale, che nulla ha a che vedere con questa nota), il resto del mondo lo scoprirà percorrendolo, il ponte, dall'inizio alla fine.
Ognuna di queste arcate, guardandoci attraverso e spostandosi lungo tutta la lunghezza del ponte, ben fuori dal suo percorso stradale, offre una visuale diversa, che può essere uno spicchio di cielo e mare o di monte e cielo, ma anche di tetti o grattacieli. A prima vista, il panorama che offre ciascuna potrebbe sembrare quasi uguale alla precedente e non diverso da quella successiva.
In realtà ogni arcata è un quadro, in alcuni casi un quadretto che, nel suo apparire ridotto, ha comunque le stesse caratteristiche di quelli a più ampio respiro.
Tutte e ciascuna destinate a un compito unico: consentire al ponte di svolgere in tutta sicurezza il compito per cui viene creato.
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I 39 capitoli, in alcuni casi quasi telegrafici, sono le volte che uniscono il ponte del racconto, o romanzo o qualsivoglia categoria in cui possa essere inquadrato.
Ogni capitolo offre una visuale a sé. Procedendo nella lettura, che deve essere lenta per godere appieno la vista che di ogni riquadro presenta, come detto, diverso sia dal precedente che dal successivo, che Nicola aiuta a ben distinguere con una terminologia ad hoc per ciascuno.
Non ci sono lunghi dialoghi tra i protagonisti; sono piuttosto monologhi a gittata variabile, come le arcate di un ponte comandano.
Questa lentezza, passo dopo passo, superata la parte centrale, si apre a un finale che obbliga al trotto prima e infine al galoppo, cambiando il ritmo del racconto (o romanzo o altro) da ameno e divertente, in un thriller a cui si vuole dare soluzione al più presto.
Come se il ponte fosse posizionato in leggera discesa e all'improvviso mancassero i freni di una ipotetica autovettura; si può premere il pedale fino a toccare l'asfalto col piede, ma non ci si riesce più a fermare.
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La storia, il racconto, tratta temi ufficialmente cari al sentire comune, che peraltro vengono ignorati, ridotti, cancellati, a favore di un irrigidimento verso quella che è solo umanità; ci si vuole convincere che essere buoni equivale a essere minchioni, coglioni... le rime quadrano, e anche la sostanza sta prendendo piede, puntando ad annullare sentimenti che sono (o erano?) patrimonio genetico di ciascun essere umano. E, visto che il genere umano fa parte del regno animale, anche gli altri membri di questo 'regno' sono coinvolti, restando animali nel mentre gli umani diventano bestie.
Tratta, il romanzo, di affetto, di amicizia, di amore, e, anche, di altri sentimenti che si contrappongono a questi temi.
Non mancano spunti di vera poesia, che riesce a bilanciarne altri che sono di critica aperta a situazioni viste e affrontate da chiunque nel corso della vita di ogni giorno.
È una storia frutto di fantasia, come specifica Nicola in prima apertura del libro, di un volo pindarico appunto, di un sogno, in un testo che affronta cose serie ed attuali nel modo frizzante che è solito usare in tutte le sue creazioni, e che in fondo rispecchiano realtà e valori innegabili, nonché il suo spirito battagliero e anticonformista ormai sua etichetta indelebile.
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Qualcuno, in corso della lettura di questo mio scarabocchio, ha fatto caso al punto nero centrato a mo' di divisorio tra un periodo e il successivo? L'ho messo per renderlo più visibile, ma temo sia sfuggito ai più.
Ecco, nel testo del racconto ho individuato un punto tipo questo, non un neo o una macchia ben visibile, proprio solo un piccolo punto, che mi ha lasciato perplesso.
Una sciocchezzuola, che per un attimo ha fatto vacillare tutta l'impalcatura dal romanzo, come se una delle volte del ponte virtuale avesse mostrato una crepa indicativa di un prossimo crollo.
La lettura, dopo quel momentaneo sbandamento, ovviamente è proseguita serena; serena per quanto consentito dall'evolversi delle situazioni descritte.
Punto nero che, ovviamente 2, non specifico qui.
Credo si sia trattato di un attimo di distrazione dell'Autore, niente di più facile che nella fase di una eventuale, auspicabile, ristampa, provvederà a modificare. Rendendo peraltro questa sua prima stesura un testo prezioso che, un domani, potrebbe essere monetizzato dai fortunati primi acquirenti...
Vale come augurio, ovviamente 3.

Dire 'bravo' a Nicola Pezzoli è pleonastico, ma glielo dico ugualmente come rafforzativo del concetto che ho di lui e, più che di lui, di quanto e come scrive.

Per tutto il resto, fine della mia stupidata, che vale poco più di un commento: leggere godere soffrire, è il destino di noi poveri lettori.


giovedì 10 ottobre 2019

Greta Tintin

Un paio di premesse, doverose e preventive, per evitare note infamanti a quanto vado ad esporre.

La prima: abbiamo finito la vendemmia, poca roba, ma sempre piacevole e, a modo suo, divertente.
Trattandosi di una vendemmia casereccia, chi poco ne sappia sa che per un certo periodo bisogna rimestare il mosto, in lenta ebollizione nel tino. Un'incombenza che non è pesante, ma che ha un inconveniente, insignificante e passeggero: nel rimestare il mosto, in questo si provocano 'fumi' (per gli astemi accaniti, o per gli alcolisti anonimi in recupero, miasmi; ma non lo sono, sia chiaro). Per delicati che siano, questi fumi sono, come dire, ubriacanti. Niente di che, un mezzo litro di rosso ingollato al mattino a digiuno crea lo stesso effetto.
Non ho le prove, e temo che un alcoltest sarebbe a rischio sanzione e perdita punti.
Col testo a seguire ci c'entra (la poesia non è vino annacquato) niente: è solo un mettere le mani avanti se nel prosieguo dessi un'idea di 'svaccamento' (visto che Google me lo sottolinea in rosso, specifico che significa 'fuori binario', scarrocciare, debordare) che tale non è, almeno nelle intenzioni primarie. Se poi la malignità umana ci vedesse qualcosa di offensivo, sono abbastanza lucido da chiedere venia (anche questa forma poetica a Google non va giù, vale 'perdono') in anticipo.
Un'immagine per dire l'infantile divertimento del lavorìo col mosto, a riprova che questo post non è cosa seria e nasce in allegria.

Sembra... invece è mosto, guarnito con barchetta e aeroplanino
per rendere meno vistosa la simiglianza con quel che sembra
La seconda premessa, questa veramente dovuta: il titolo non è, e non vuole essere, una presa in giro della Greta oggi universale; è veramente il suo secondo nome (seguito da altri due, prima di arrivare al cognome ufficiale: Eleonora Ernman, e infine Thunberg); una sequela che ha poco da invidiare a quella di un hidalgo ispanico.Non può esserci addebito se il saperlo mi ha portato alla mente un cagnone fumettato della lontana infanzia, che non sto a citare per non offendere la memoria di chi legge e ancora lo ricorda con simpatia.

Detto questo, su questa ragazza (veramente ancora ragazzina, a sedici anni, appena ci si affaccia al passaggio superiore) ho letto di tutto, lodi sperticate e insulti abominevoli.
Dissento dalle une e dagli altri.
Non voglio né intaccare un carisma chiaramente acquisito e neanche intendo demolirlo.
Il fulcro del mio ragionamento sta nei tempi, che ritengo, a torto o ragione, fuori da una realtà come conosciuta e visionata nei libri di Storia, nei racconti, in un lento sviluppo di idee che solo il tempo, secoli talvolta, ha reso universali.
Il tempo di cui parlo è sinteticamente visibile in quest'immagine:


È stata pubblicata su diversi quotidiani e non ho motivo di credere che sia stata manipolata.
Il parallelo che la nebbia del mosto mi ha portato alla mente riguarda, in generale, i tanti personaggi che, diffusi in vita concetti e messaggi, questi hanno fatto presa negli anni, nei decenni, nei secoli a seguire.
Penso a Buddha, a Lutero, a Gandhi, a Luther King, a Mandela, a Gesù... a centinaia e migliaia di altri illuminati che non vado ad elencare per ignoranza personale.
Tutti passati alla Storia per aver diffuso idee poi divenute valori universali, generalmente condivisibili.
Idee e concetti, per le relative epoche, controcorrente e, sempre nel loro periodo di vita, ampiamente osteggiate, sovente con contestazioni violente. Tutti, chi con stessa propria vita, chi con l'emarginazione, le hanno diffuse pagandone il prezzo in prima persona.
Come detto, seminandole, sovente senza poter raccogliere i frutti di quelle semine.
Cielo, alla Storia sono passati anche moltissimi altri personaggi, che non diffondevano idee ma violenze e distruzioni. Che, in effetti, avevano come base delle idee, per affermare le quali non sono arretrati davanti ad eccidi che sono divenuti poi il loro marchio di fabbrica.

Che piaccia o meno, il confronto che mi è venuto riguarda Gesù di Nazaret, Galilea.
Ne parlo per sentito dire, poiché non esistono video o registrazioni che attestino con assoluta certezza che gli avvenimenti che lo riguardano siano effettivamente accaduti. Scritti molti, ma essendo frutto di menti e mani umane sono soggetti a interpretazioni soggettive, non sempre concordanti.
Inoltre nei passaggi verbali di generazione in generazione, questi fatti potrebbero aver subito interpretazioni modificative, un po' come se un'oliva in origine possa diventare un melone; o viceversa per cui la stesura del classico nero su bianco potrebbe essere stata influenzata dalle voci ultime sentite.
Già alla nascita aveva suscitato un po' di scompiglio: nel tentativo di eliminarlo, un tizio, fanatico della poltrona cui si era affezionato e che non intendeva abbandonare, aveva fatto uccidere tutti i neonati del paese in cui pensava Gesù neonato si trovasse. Pare avesse sbagliato paese, ignorando i movimenti della coppia in seguito al censimento indetto da non so chi.
Molto probabilmente fu concepito in quel di Betlemme, sempre Galilea (e qui non metto lingua, poiché non voglio finire sul rogo) e ivi nacque, salvo fuggire in Egitto avendo saputo da un angelo che il pericolo era alle porte. Così altri neonati avevano pagato con la vita, senza sapere a chi dire grazie.
Cosa fatta, capo ha: qualche secolo dopo quegli innocenti massacrati sono stati fatti santi dalla Chiesa ed è facile immaginare con quanta felicità avranno accolto la notizia.
Dell'infanzia del pargolo divino non so nulla, credo abbia fatto quello che fanno tutti i bambini da che mondo è mondo, forse andare a scuola e soprattutto giocare.
Ricompare nelle cronache dell'epoca quando, all'età di una dozzina d'anni, era risultato assente a scuola, assente al parco... missing, si direbbe oggi. La madre, giustamente preoccupata, stava per rivolgersi alle forze dell'ordine (i 'Chi l'ha visto?' erano ancora lontani a venire; e anche i social, per cui l'unico modo era rivolgersi a loro); nel cammino verso la loro centrale, passando accanto alla chiesa del paese aveva sentito un silenzio sospetto, quando solitamente ne uscivano grida e invettive come da un'assemblea di condominio; solo una voce rompeva quel silenzio, ed era quella del figliuolo benedetto.
Sempre le cronache raccontano di una 'disputa' tra il fanciullo e i membri del Sinedrio (paragonabili, oggi, a un parlamento, a un consesso europeo, a un'assise mondiale in un palazzo di vetro), si dice vertente sulla salvezza del mondo, che sarebbe stata possibile soltanto tramite Lui.
L'avevano chiamata 'disputa' a sproposito: in effetti si era trattato di un soliloquio del giovine, con il contraddittorio espresso solo con gesti di approvazione della teste.
Gli applausi e le standing ovation non avevano ancora preso piede.
Mi piace pensare che gli audenti, sotto-sotto, girassero i pollici in segno di alto menefreghismo, nascosti sotto le ampie palandrane; posizioni che credo a tutt'oggi imperanti di fronte a idee mille miglia lontane dal loro sentire o dalle loro convenienze.
Comunque, rispettando il racconto di chi c'era (?), costoro erano interessati e aperti agli insegnamenti loro devoluti in via privilegiata. Gli stessi poi divulgati dal messaggero al popolame nel corso della sua esistenza terrena.
E non avrebbe potuto essere altrimenti, vista l'importanza dell'argomento.
È molto probabile che la salvezza oggetto del suo discorrere non si riferisse a quella di un mondo fisico, bensì a quella di un mondo altro. Ma il risultato era lo stesso.
Discorso un po' difficile da interpretare, tant'è che a quei sinedrioti ci vollero altri ventun anni per comprenderlo appieno, e mandare, di conseguenza, il giovine sulla croce.
Pare che la madre, alterata (Google: è una forma parafrasica per non dire 'incazzata', che all'epoca non si usava) soprattutto per il fatto che il ragazzo aveva marinato (voce del verbo bigiare) la scuola. Fonti non accertabili raccontano che gli avesse pure fatto una passatina di pelo e contropelo, ma questa limitata allo spavento che le aveva fatto prendere nell'assentarsi senza avvisarla.
Lei sapeva che c'era un protocollo da rispettare, e che il modificarlo avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo intero.
La sgridata sulla fuga da scuola, il ragazzo l'aveva giustificata con un tranciante "io sono Colui che sa",  ergo, la frequenza scolastica era un di più non indispensabile; e con questa chiosa le aveva, si ritiene ma non si sa per certo, tappato la bocca.
Comunque la strigliata deve aver fatto effetto, visto che di lui non si hanno più notizie fino alla partecipazione a un matrimonio, in cui la carenza del vino lo aveva costretto, forse anzitempo, a iniziare una caterva di miracoli che ancora oggi sono esaltati come chiaro segno della sua divinità.
Viene quindi da pensare che nel lasso di tempo in cui era stato assente dagli  ̶s̶c̶h̶e̶r̶m̶i̶  avvenimenti suoi contemporanei a scuola ci sia tornato, forse più per insegnare che per apprendere.
Il che lo rende più umano, così come la parte finale della sua vita, quando dopo i trionfi fatui era caduto, volutamente si sa, in una trappola che lo aveva portato, come già detto, sulla croce.
Cadde e risorse... senza più giacere, per dare speranza a quanti hanno creduto, e credono, in Lui.
Qui un Amen ci sta tutto.

Greta Thunberg: poche le analogie col Gesù raccontato prima.
A parte l'età e il messaggio universale, mi pare non ci sia altro.
L'anno scolastico di ultima frequenza nota mi pare fosse paragonabile alla nostra prima liceo. Si è allontanata dalla scuola di proposito per avere tempo di maturare naturalmente, senza dover passare sotto le forche caudine dell'esame di maturità, bestia nera dei liceali di tutto il mondo dacché mondo è.
La madre di Gesù era una casalinga che, molto probabilmente, non aveva frequentato alcuna scuola. Non tanto per volontà sua quanto perché i tempi non prevedevano che le donne, tanto più se non d'alto lignaggio, ricevessero un'istruzione altra che non fosse quella materna, solitamente dedicata alle faccende di casa, alla procreazione di figliolanza e all'educazione della stessa.
Se pensiamo che fino a non molto tempo fa la regola era ancora in auge (Google, nun me fa' ncazzà, non puoi essere aggiornato coi termini se non conosci quelli passati, poffarbacco!), per cui la donna era delegata alle stesse identiche mansioni della madre, salvo essere figlia di genitori illuminati già aperti a cambiamenti ancora lontani dall'essere generalizzati.
Le donne che studiavano erano eroine, dovendo sopportare 'anche' l'ostracismo degli insegnanti; ostracismo, ma occulto e subdolo, che continua ad esserci e a crescere, da quando ci si è resi conto che le capacità femminili sono nettamente, e indiscutibilmente, superiori a quelle masculine.
Tempi che vanno a cambiare, lentamente.
Il padre, o patrigno o putativo che dir si voglia, era falegname. Oggi non varrebbe meno di un ottimo professionista da tavolino, che la carenza ormai cronicizzata di manodopera, con buone capacità manuali, sta rendendo più prezioso, quando servirebbe introvabile.
All'epoca non ho idea della scala dei valori in cui un falegname fosse collocato.

Greta è figlia di una cantante lirica e di un attore, così genericamente definito dalle cronache.
Quindi con una buona preparazione scolastica e artistica.
Non so quanto ciò abbia influito sulla formazione della ragazza, ma qualcosa deve avere appreso, vista la freddezza e la compostezza con cui affronta la folla e gli alti papaveri che hanno avuto modo di ascoltarla in diretta.
Pare sia affetta dalla sindrome di Asperger.
Un malanno di cui erano a conoscenza solo gli psicologi, al limite gli psichiatri.
Io, come pochi altri, ho saputo della sua esistenza dall'intervento di un comico che, per meglio divulgare un suo punto di vista sulla soluzione dei problemi contingenti, aveva appiccicato ai contestatori di questo suo pensiero il cartellino fantasioso di quella sindrome, suscitando proteste (e insulti) da chi di tale sindrome è veramente affetto.
È successo con altri anche in passato, dove gli autismi o la sindrome di Down o altri accidenti da malattie fisiche sono diventati motivo di svilimento dell'avversario, etichettato come incapace sia di intendere che di volere.
Come quei pochi altri ignoranti, la curiosità mi ha portato alla ricerca di cosa diavolo fosse questo malanno.
Malanno?
A parte la definizione precisa di questa sindrome (il cui studio più approfondito risale agli anni '90, quindi troppo recente per un quadro esaustivo della malattia), mi sono imbattuto in una serie di scoperte che mi spingono a ritenere che non si tratti di malattia ma di dote.
Intanto il rimando a personaggi famosi che erano affetti da questa sindrome; per alcuni vi sono certezze, per altri solo dubbi, ancorché fondati. Pubblico un'immagine che non è un elenco completo, ma che già dà un'idea di quello che intendo dire parlando di dote.


Credo sia superfluo citarne i nomi, sono tutti volti molto noti, e già solo questi offrono sostegno alla mia tesi; come detto sono solo una minima parte di quelli trovati, spulciando qua e là.
Verrebbe voglia di rivedere le intenzioni di quel comico: le sue parole, intese come un insulto, in realtà erano un apprezzamento spiritoso e democratico di chi gli dava contro?
Quindi anche chi ha offeso (talvolta letteralmente insultato) Greta Thunberg, magari voleva evidenziare che il carisma ottenuto non era dovuto a meriti (o studi) propri, ma ad un qualcosa di non umanamente comprensibile?
Fine dell'incipit.

Sì, poiché in realtà il punto che ha richiamato la mia attenzione, e mi ha portato a scrivere questa nota, non erano né Gesù né Greta, perlomeno non nella loro singolarità.
Le idee, le folle che le hanno seguite e fatte proprie, questo era il mio intento iniziale. Poi la mente ha divagato partorendo quanto sopra.
Torno velocemente ab ovo.
Vedendo le folle di giovani, convinti e plaudenti a quanto sta seminando Greta, il primissimo pensiero si è focalizzato sul fatto che non si tratta di idee originali.
Da decenni c'è chi mette sull'avviso che il pianeta sta morendo, ed è ormai prossimo allo stato comatoso (sicuramente irreversibile); lo sappiamo tutti, e tutti abbiamo ignorato questi allarmi, nel nostro piccolo e, soprattutto, ai vertici decisionali.
Poche le mosse messe in atto per arginare, se non per curare, il fenomeno.
Non essendo un messaggio attuale, perché prima non è stato ascoltato e adesso, per una ragazzina che ha deciso (senza stimoli esterni?) di ripetere quel messaggio, lo stesso è stato recepito da milioni di persone che, in piazza, hanno dato l'impressione di volersi impegnare alla soluzione del problema?
Giovani, soprattutto, in particolare studenti; ma anche adulti, questi adunati in sedute plenarie, che hanno accettato senza battere ciglio le accuse di menefreghismo; pure da loro, al termine dei concioni, entusiasmo e applausi.
Appunto: i giovani che applaudono, gli adulti che approvano... sotto-sotto il 'girare i pollici' citato nell'introduzione, riferita ai saggi sinedrioti di Gesù.
Le sedute degli adulti erano atti dovuti, a fronte della spinta delle piazze gremite.
(A proposito delle quali mi è venuto un pensiero malignetto più che no: se gli ultimi inviti alla partecipazione, per un venerdì ecologico, fossero stati fissati in un giorno festivo, cioè senza frequenza scolastica, l'afflusso a quelle piazze sarebbe stato uguale?).
Nel corso degli ultimi anni gruppi che invitavano all'attenzione, che segnalavano la necessità assoluta di un pronto salvataggio del pianeta, della sua natura, della flora e della fauna, dell'aria e delle acque, della stessa persona umana, hanno avuto un seguito talmente esiguo che, neanche tanto lentamente, hanno finito per estinguersi.
Alcuni di questi gruppi, sull'onda di plausi iniziali, si sono presentati come partiti, contando di avere un consenso tale da poter influire su scelte di governo, quelle che contano. Il responso delle piazze è stato confortevole, quello delle urne affatto.
Anche quando sono riusciti, per brevi periodi, ad essere ago della bilancia nella formazione di quei governi, hanno dovuto accettare (obtorto collo) che altre priorità impellenti avessero la precedenza sulle loro sacrosante segnalazioni.
Mi è rimasta impressa l'immagine delle interviste a partecipanti ad elezioni di miss,  mondo-nazionali-regionali-comunali-parrocchiali: splendide ragazze, tutte ancora in fase di maturazione scolastica avanzata. Alle domande di cultura generale, le risposte raramente erano pertinenti, e quando lo erano, suscitavano una delicata ilarità tanto erano sballate.
Una cosa in comune l'avevano: alla domanda di cosa fosse il loro desiderio più sentito, tutte rispondevano "la pace nel mondo"; come se lo scenografo avesse ciclostilato la risposta, magari spacciandola come originale per ciascuna di esse. Per mostrare al mondo la maturità raggiunta dalle nuove generazioni.
Era il periodo in cui la pace nel mondo era diventata una bandiera, la nota arcobaleno, sventolata in piazze gremite da adulti, donne, bambini, perfino neonati, e cani e gatti, uno spettacolo favoloso che aveva fatto ben sperare per l'avvento di questa benedetta pace.
E che, raggiunto lo scopo (?), sono state riposte in cantine o sgabuzzini, ormai impolverate e inutili.
Come si sa, la pace nel mondo c'è e ormai è perfino diventata noiosa...
Certo, sopravvive l'antico si vis pacem, para bellum, ma è solo (?) per tenere in piedi industrie, in ogni settore, che in caso di fallimento per pace raggiunta, creerebbero una guerriglia mondiale che, in assenza di armi, saremmo costretti a sedare a mani nude...
Ecco, oggi, ma solo oggi, alla stessa domanda sulla priorità dei problemi comuni, mi ci gioco la camicia, sarebbe "il salvataggio del pianeta".
Per dire. la pace è stata raggiunta, lo stesso accadrà, dopo gli accorati appelli, a quanto concerne questa nostra, giustamente pretesa a gran voce, salvezza.

Si sono, come si dice, calmate le acque dopo un mesetto di fermenti, di inviti, di incitamenti a chi può (potrebbe) per cambiamenti radicali: di Greta pochissimi ancora parlano, probabilmente sarà tornata a frequentare la scuola, magari indirizzando i suoi studi verso un'ecologia pratica, in vista di un'attività che, oltre all'innegabile incisività dei suoi appelli, sia apporto diretto e costruttivo che vada oltre all'invito generico per un salvataggio virtuale e virtuoso della Terra.
Anche i sondaggi a cosa i singoli, adulti giovani donne bambini, rinuncerebbero per favorire l'opera di salvataggio (deprimenti, diciamola tutta), pare siano finiti: sono (siamo) tutti disposti a rinunciare all'uso dell'auto quanto più possibile; quella del vicino, ovviamente. Sono (siamo) disponibili alla limitazione dei riscaldamenti o all'uso dei condizionatori; sempre quelli dei vicini.
Ridurre le plastiche? Eccheccevò, basterà convincere il vicino che è cosa buona il farlo; a me (a noi) è un problema difficile da risolvere, lavare le stoviglie prevede uno spreco di acqua e detersivo, piatti bicchieri posate, gettati nel cassonetto aiutano il riciclo e se qualcosa finisce in mare... è sicuramente roba del vicino.
A proposito di riciclo dei rifiuti: singolarmente, tutti favorevolissimi, purché non nel proprio comune, purché raccolta e smaltimento siano posizionati almeno a mille miglia dalla propria abitazione...
Gli anziani, ma devono essere proprio anziani, quasi vecchi, sarebbero disposti ad abbandonare i cellulari (in fondo sono cresciuti senza, e ciò nonostante sono invecchiati, non dico beatamente, ché vecchiaie beate non mi pare ce ne siano, ma sono invecchiati), adeguarsi sarebbe un sacrificio relativo, ma i giovani, quelli che hanno affollato entusiasti le piazze chiedendo... sarebbero disposti a rinunciare almeno a cambi periodici del loro piccoli marchingegni? Certo che sì... a quelli degli altri, gli 'altri' giovani come loro, che con loro sono scesi in piazza garantendo la loro partecipazione fattuale al salvataggio di un pianeta che, in fondo, sarà il loro habitat futuro prossimo; visto che per gli anziani, ma propri anziani quasi vecchi, la dimora sarà sicuramente ecologica, quella in cui gli inquinamenti di ogni genere non disturberanno più di tanto.
E ai motorini rumorosi e inquinanti, alle moto rombanti e scassaminchia, a scarpe e indumenti adeguati a ogni ora del giorno, a beveraggi esagerati di alcolici (che finiscono per inquinare con sangue l'ecologico asfalto stradale)... sarebbero capaci a rinunciare e in che misura?
Tutte operazioni che sarebbero adeguato supporto a quanto conclamato da una ammirevole ragazza che, senza arte né parte, ha lanciato un severo monito al mondo intero, giustamente accolto con like e applausi che fanno apparire nebulosi gli stessi moniti lanciati da anni, da secoli, da altri giovani e meno giovani, senza like o folle plaudenti.
Si dice: misteri della fede e, come questa, inspiegabili e incomprensibili.
Agli anziani, ma proprio anziani quasi vecchi, di questa finora benedetta Terra ormai frega un'altrettanto benedetta mazza (scusate l'aramaico, è per restare nell'ambito di quell'altro salvataggio, predicato previsto garantito, a tutti gli uomini di buona volontà, già oltre duemila anni or sono). Senza che appaia bestemmia, ne hanno ben donde... Anche perché la colpa di quello che sta succedendo è di tutti, non solo delle antiche generazioni o di quelle che verranno: il maldanno è in atto oggi. Il rinfacciarlo, totalmente ed esclusivamente, a chi è quasi in viaggio è uno scaricabarile ingiusto.

Amen bis, scenda il sipario (Google: ho battuto sipario, è inutile che mi correggi in sudario).

lunedì 7 ottobre 2019

Coito, ergo sum

Ho trovato quasi casualmente questo articolo su un blog di Facebook, testi che generalmente non condivido; ma questo è stato offerto oggi dal giornalista Martino Ciano e, come detto in via eccezionale (poiché, a parte le poesie che sono patrimonio dell'umanità, raramente condivido), vado a copiare, anche perché mi dà lo spunto per un allargamento della sua riflessione. Intendendo per 'condivisione' la divulgazione di un pensiero che ritengo, a torto o a ragione, meriti qualcosa di più di una lettura superficiale.
Il titolo?
So che il mio maestro sarà già caduto dalla sedia, inorridito da un simile, incredibile, svarione, tra l'altro avendo parlato di refusi tipografici non molto tempo fa. Prima di essere sbattuto dietro la lavagna, dopo essere stato pestato in un mortaio (a mo' di miscuglio a base di basilico, parmigiano, pecorino, pinoli, un pizzico di sale, olio d'oliva, 1/2 spicchio d'aglio; come questi ingredienti che danno il nome, appunto, al pesto, in particolare genovese), vado a spiegare. 
Una scusa, la ricetta, per fingermi esperto in culinaria, con una salsa semplice, digeribile e casereccia. Anche questo in via eccezionale, direi unica... 
Coito, anziché Cogito, basta l'eliminazione di una consonante per stravolgere completamente il senso del termine: il coito è notoriamente l'atto sessuale che consentiva la perpetuazione della specie (umana ed animale); 'consentiva', poiché oggi i mezzi per eternare la nostra specie stanno diventando altri, lasciando al coito una funzione più che altro godereccia. 
Questo per gli umani, forse per renderli dissimili dagli animali; i quali peraltro non scampano da questo 'progresso'. Succede che l'uomo le inventi tutte per eliminarli, gli animali, salvo poi studiare come salvarne la specie, ricorrendo a clonazioni, che sono un modo scientifico di selezione, non secondo natura ma secondo standard prefissati in laboratorio.
Cogito ergo sum, 'penso, dunque sono'; il non pensare porta automaticamente a un intruppamento al seguito di chi pensa, o riesce a far credere di pensare. Se non si pensa in proprio, non si è, non c'è esistenza, si diventa cloni ante litteram, il che porta dritti all'idea di Ciano sul pensare, oggi come ieri, dell'elettore tipo.
Ovviamente questa sua esternazione troverà contrasti: ciascuno dei personaggi (i pensanti) citati nel suo testo avrà un tot percento di fan che lo osannerà, demolendo nel contempo tutti gli altri, magari ufficialmente alleati. 
Occasionali, come ben sappiamo.
Ciano nel suo articolo ha, forse volutamente o forse per carità di patria, trascurato la citazione dei gruppuscoli che di volta in volta si formano dopo ogni tornata elettorale. Piccoli agglomerati con adepti che, di solito, non seguono un pensiero ma una persona come tale, il famoso (talvolta famigerato) leader, che quando non c'è lo si inventa; quando c'è lo si demolisce. Il quale leader, fino a poco prima, seguiva a sua volta un pensante dal cui carisma era stato ipnotizzato.
L'elettore, secondo Ciano che giustamente lo rimarca, è formalmente ondivago, talvolta in seguito a una tempesta, che lo sbatte su un'altra spiaggia, ma il più delle volte adattandosi ad essere peone, che si lascia cullare dalle maree, in attesa di una affermazione assoluta del pensiero primigenio.
Di qualcuno, non del suo; il coito a lui basta e avanza, non c'è spazio per cogitare...
La gratitudine non è nei menu degli elettori; se un leader promette e mantiene le promesse fatte, non per questo ha la certezza di uno sponsale a vita del suo fan. Se questo non ottiene ciò che in campagna elettorale gli è stato sventolato davanti, ha buoni motivi per cambiare casacca; ma anche se ottenesse tutto, nel possibile cambio della guardia potrebbe cercare offerte nuove, migliorative di quelle già ottenute in precedenza da altro benefattore.
L'elettore, soprattutto dopo l'affossamento delle ideologie che erano il collante delle varie formazioni, pensa a sé, poiché al Paese già pensano i capi-cordata. 
Almeno, a sentire questi quando parlano ex-cathedra... In realtà è provato che costoro sono comuni elettori quando si tratta di patteggiare la concessione di un voto. Pensanti quanto mai, per il bene del Paese? Quando mai, volevo dire...
I gruppetti che nascono a macchia di leopardo, guidati da peone che, da cavalieri e nobildonne promossi da leader illuminati, aspirano a diventare re, o quantomeno principi, tradendo magari la fiducia di chi, avendoli portati sul podio, credeva in una gratitudine eterna.
I capintesta citati nel testo di Ciano sono i pensanti che ufficialmente hanno le redini della guida del Paese. Sorvoliamo sulle capacità di manovra di quelle redini, a chi cogita sono impossibile da ignorare; chi dopo il coito 'buona notte, a domani e alla prossima', continuerà a vedere ciò che altri vedono per lui.
Che siano in una maggioranza o  che siano in opposizione creano giochi di (falso) potere, che piccole percentuali di elettori possono, se vogliono, abbattere; affannati, intanto, a superare la cosiddetta soglia di sbarramento, per poi puntare a divenire aghi della bilancia dei governi, a ricevere da questi almeno un mignolo delle redini per dimostrare ai loro seguaci la 'convenienza' dell'aggregarsi alle loro truppe. Un do ut des, ribadito e rinnovato giorno dopo giorno.
Quelli che una volta erano, poeticamente, definiti aghi della bilancia, oggi, sono spade di Damocle, pendenti su chiunque abbia il potere ufficiale. A meno che, questo potere non diventi assoluto, nel qual caso, queste spade diventano zanzare da cacciare (o schiacciare) con una sola manata.
E diventeranno, in un futuro passato e possibile, le basi della resistenza alla tirannia.
Questa è la democrazia, bellezza, che piaccia o meno. 

RAPPRESENTANZA. UNA SOLUZIONE APOLITICA




Che differenza c’è tra Capitan Salvini che, tra mojito seni tartarughe tatuaggi e pance flosce, chiede pieni poteri e si lancia in analisi politiche post-sbronza, salvo poi autodistruggersi, e il prode Di Maio che ribalta tutto e si allea con il ruffiano Zingaretti, mentre messer Renzi crea il gruppo moderato dei moderati piddini?
Che futuro possiamo aspettarci dal Cavalier Berlusconi che considera questo esecutivo un Governo di estrema sinistra? E cosa possiamo sperare dalla rabbiosa madame Melonì de' Garbatelle che invoca la piazza e sprigiona la sua ira contro tutto e tutti, infiammando un popolo che non sa più interpretare la realtà?
Davvero il Parlamento è quel luogo nel quale la democrazia si esprime, nel quale tutti vengono rappresentati?
Lascio a voi le risposte, perché disquisire mi sembra inutile. La solita pesantezza ammacca il cervello, e le parole si inseguono l’una con l’altra nel tentativo di creare un discorso degno di nota o che abbia ancora un significato. In pochi si rivedono in questo desolante quadro, in cui la politica-social a base di slogan e dirette Facebook ha innescato opinionisti senza opinioni.
Il disfattismo è ormai una necessità.
La democrazia-social non può che lasciare basiti perché ha solo creato leader-seguaci, una categoria che rende il popolo vittima e carnefice delle proprie opinioni. I sondaggi ci parlano di un elettorato mobile, capace di spostarsi con grande facilità da un polo all’altro. Il 40 percento  di qualche anno fa di Renzi è oggi anche il 33 percento di Salvini, ed era anche il 35 percento del Movimento Cinque Stelle.

Da che parte sta, quindi, l’elettore?
Chi è ormai l’elettore?
Troppi ignorano la differenza tra una democrazia parlamentare e il presidenzialismo. Troppi credono di votare per un Governo, ma dimenticano quali sono le dinamiche che ci sono dietro la formazione di un Governo. Sono gli stessi opinionisti-ignoranti che a ogni crisi chiedono di cambiare sistema. E perché? Quali benefici apporterebbe?
In tutto questo dove è finita la dialettica?
Non bisogna essere nostalgici. Non bisogna invocare la Prima Repubblica (o quella antecedente questa, senza alcuna remora o vergogna, che dopo poco meno di ottant'anni ci starebbero, anche solo per umano pudore). 
Certamente, se guardiamo a messinscene come quelle quotidiane ci rendiamo conto che tutto è un gioco, quindi, non ci sono più schieramenti, o colori, o idee.
Solo opinioni e chiacchiere apoliticamente corrette.
©️ by Martino Ciano, giornalista