lunedì 17 dicembre 2018

"Per un bicchiere di latte"

Il virgolettato indica chiaramente che si tratta del titolo di un libro.
Ne avevo letto una recensione, piuttosto vaga per la verità, in vista della sua presentazione non ricordo più dove. A cui peraltro non avrei partecipato, dato che si sarebbe, forse, parlato di un argomento per me, ieri oggi domani, difficile da affrontare.
Andare e fare scena muta non rientrava nelle mie corde.
Ho preso il libro più o meno alla cieca, con la speranza (ma forse più con il timore...) di trovare risposte a domande contingenti.
Risposte che già conoscevo.

Nessuna prefazione; meglio così, le prefazioni limitano il campo, indirizzano già a qualcosa che magari non corrisponde a quello che si prova soggettivamente al termine di una lettura.
E neanche postfazione; giunto alla fine di una lettura mi faccio un'idea tutta mia, che potrebbe non collimare con quella di colui che la propone.

Latte: penso al primo alimento dei neonati, perlomeno quelli nati da mammiferi. Finite le poppate dal seno materno, resta nutrimento principe, sovente fino al primo bicchiere di vino che indica il passaggio al gradino successivo all'adolescenza. Non ancora alla maturità. Questa si ritiene raggiunta quando il latte viene sostituito da altre bevande o intrugli che il più delle volte fanno capire che la maturità è ancora lontana a venire.
Ma restiamo sul latte.
Solitamente si tratta di latte vaccino, o di ovino... ma volendo c'è anche il latte di mandorla, o latte non destinato al consumo orale, tipo il latte detergente per lo strucco femminile.
Non avendo potuto abusare di questo alimento né nella primissima infanzia né nella successiva adolescenza non ne ho grandi ricordi.
Forse nato già maturo, col tempo mi sono ritrovato come una pera dimenticata sull'albero, troppo matura per essere degnamente consumata, destinata a finire concime per la crescita di erbe varie, note come gramigne, perloppiù causa di allergie.
Così pensando al latte, vado subito al ricordo di Poppea, che col suo latte di asina, a suo tempo, aveva eccitato le fantasie di gioventù. Ma non credo che fosse quel latte la causa di quelle... svolazzate.
Pare che alcune Spa in cerca di emozioni sfrenate lo stiano richiamando in vasca. Ma c'è il fondato dubbio che, con la scarsità di equine a portata di mano, possa trattarsi di latte creato in laboratorio; la chimica oggi fa miracoli.

Quanto detto finora non ha niente a che fare con il libro di cui vado a parlare.
Però quel "per" mi aveva portato, prima della lettura, a un tentativo di indovinare cosa avrei trovato nel libro ancora intonso.
Per sentito dire, poi confermato dalla lettura, Console era, ed è, appassionato di motori.
Le moto di grossa cilindrata e le vetture dette di grossa cilindrata... per me, e forse per alcuni altri, di 'enorme' cilindrata, sia le moto che le auto, fuorissimo dalla mia portata.
Già il titolo mi aveva portato a Indianapolis, alla sua 500 Miglia formula Indy.
Avevo legato il suo bicchiere di latte alla bottiglia dello stesso elemento, scolata o almeno sorseggiata dai vincitori di quella gara, in vece degli champagne Magnum con cui in tutte le altre gare, di Formula 1 e succedanee, si innaffiano a vicenda vincitori e presenti sul podio; allargando poi gli spruzzi a chiunque sia alla portata di questi.
Motori e latte, sarebbe uno strano binomio per la stesura di un romanzo.

Purtroppo nel libro non ci sono riferimenti a quella 500 Miglia, né al latte che festeggia il vincitore di quella gara.
Infatti, per l'Autore, la costante presenza del latte nel suo scritto non è segno di una vittoria, bensì ricordo indelebile di una sconfitta, una di quelle sconfitte che lasciano in chi resta un vuoto incolmabile, per tanti che siano gli anni che fanno sembrare lontano l'amaro di quel calice.
Un bicchiere, mezzo litro, una caraffa di latte, non possono essere una specie di bianchetto a cancellare una vita, a modificare un destino.

La quarta di copertina presenta "Per un bicchiere di latte" come romanzo.
A sostegno ci sono tutti gli ingredienti per renderlo tale: una gioventù spericolata, al limite dall'essere letteralmente traviata; rimorsi e rimpianti; dolori, psicologici prima e fisici poi; i rialzi dopo cadute devastanti... tutto al plurale. Solo una voce è rimasta al singolare: l'amore.
Alla voce 'amore' l'Autore ha inserito un solo nome, quasi a invitare a una forma di romanticismo vecchio stampo, ormai (purtroppo) caduto in disuso.
Tra le altre cose, lui non credente, ha infilato anche una preghiera al Cielo in uno dei tanti momenti di crisi. Non crisi spirituale: uno di quei momenti in cui tutto appare perduto, nei quali anche qualunque appiglio può essere utile al loro superamento. Non al punto di gridare al miracolo quando ciò avviene...

Avverso la definizione di romanzo c'è l'uso della prima persona nello svolgimento di tutto il racconto. Un po' raro nei romanzi tout court.
In aggiunta la messa in campo del nome stesso dell'Autore affidato al protagonista.
E, non bastasse, pure del cognome.
E i riferimenti, precisi geograficamente e attuali. Altri interpreti, corollario logico alla vicenda, indicati solo con le qualifiche, ma facilmente individuabili, direi con precisione millimetrica.
Come fosse una biografia. Un'autobiografia.

Potrebbe essere una biografia romanzata, e passerebbe indenne la pignoleria dell'estensore di questo commento.
Quanto all'amore (documentato da immagini oltre che da reiterate dichiarazioni che solo un innamorato [che il volgo direbbe 'cotto'] può esternare senza tema di apparire fuori tempo) mi dà l'impressione di un caldo mantello steso a coprire, e scaldare, un passato di balordaggini e sofferenze da dimenticare.
Tornando a Indianapolis, oltre al latte del vincitore, ha un'altra prerogativa: l'avere introdotto sulle vetture concorrenti nella 500 Miglia il primo specchietto retrovisore.
Ecco, che sia romanzo o biografia, il testo di questo libro fa pensare a uno specchietto retrovisore virtuale, da cui Console ha riportato la visura, quasi fosse una cronistoria.

E se, alla fin della ventura, anziché romanzo o biografia, quanto raccontato fosse solo il riporto di un sogno?
Un sogno lungo 36 anni... mica bruscolini.



lunedì 10 dicembre 2018

Sulla cresta dell'onda

Nel tran-tran quotidiano ci sono eventi quasi ciclici, che si rincorrono e si propagano rapidamente per poi stemperarsi al sopraggiungere di altri fatti che sovrapponendosi a questi non li cancellano, diciamo che li mettono in pausa... tipo la vituperata pausa caffè.

In principio fu una specie di coming out di personaggi noti, attori, presentatori, cantanti, giornalisti, che esponevano al pubblico la loro indigenza, cadutagli tra capo e collo dopo vite "spericolate", fatte soprattutto di gioco d'azzardo, di vita brillante, donne, sovente droga, di sprezzo non celato della scarsa propensione a spendacciare propria di chi i soldi se li suda e non può permettersi di buttarli in spese sopra la capacità pecuniaria disponibile.
Se non ricordo male il filone fu iniziato dal 'Califfo', il quale nell'esporre la sua situazione di raggiunta miseria non aveva esitato a invocare la legge Bacchelli, quella che prevede aiuti concreti a persone che abbiano onorato le arti o le scienze, e che vicissitudini negative avevano portato quasi alla fame.
Non mi risulta che a lui sia stata concessa, ma sulla sua scia c'era stata una processione di derelitti ex benestanti che l'hanno invocata. Credo che in tutti i casi il commento più benevolo sia quello riferito alla faccia tosta.
Comunque pare che quel filone sia stato abbandonato. Per ora, anche se ogni tanto alcuni ritardatari si affacciano sui social o in video a raccontare le misere condizioni in cui sono costretti a vivere... forse invogliati all'esposizione dei fattacci loro dai cachet che l'editoria pietosa gli offre.

C'è stato quello che ad un certo punto sembrava un fiume in piena, che ha fatto conoscere a tutti il significato letterale del coming out: quello di specifica del genere sessuale. Anche questo messo in opera da un primo coraggioso, seguito a ruota da altri personaggi noti, che hanno preso atto che da questa "confessione" poteva derivare una maggiore visibilità nel loro campo specifico.
Che, infatti...

E vogliamo dimenticare i "furbetti", prima detti "del cartellino", in seguito furbi e basta?
In questo sostantivo rientra una pletora di furbastri che fregano quando e dove possono... un po' tutti, finché possono. Si alternano in passerella, avendo iniziato con i cartellini, poi con le invalidità fasulle, con l'evasione da tasse dovute, eccetera... In ogni attività sono presenti, a grappoli. Ovunque sia presente un cartellino da timbrare o una cedola in pagamento.
Qui i cosiddetti lavoratori autonomi non sfilano, non si mettono in mostra, non cercano visibilità... restano furbetti anonimi.
Anche per i furbetti beccati in flagranza ogni tanto una pausa (come fosse una pausa caffè) con risvegli a cascata, in ogni settore in cui la furbizia renda. Sono le volte in cui dimostrano che anche questa 'dote' ha dei limiti.

Quasi in parallelo, a ogni pie' sospinto, si affacciano alla ribalta i mascalzoni dei maltrattamenti, con offese e insulti, verso i più deboli: i bambini e gli anziani.
Asili, soprattutto, e case di cura o riposo...
Non ho ancora capito perché, quando vengono beccati, sia ricorrente il commento che da un anno, ma anche da più, erano sotto osservazione, e pertanto gli interventi di blocco di queste odiose forme di violenza avvengono dopo un ripetersi costante della loro applicazione.
Per me, ci fosse una scelta su chi 'pesare' (dialettismo che addolcisce il verbo pestare, senza nulla togliere al suo vero significato) tra le due categorie offese, peserei ben bene soprattutto quelli che pestano gli anziani, sovente disabili. Per quanto si pensi che siano i bambini i più indifesi, ritengo che questi abbiano dei genitori, o parenti stretti o presidi o insegnanti, che dovrebbero stare accorti su chi malmena i propri figli e provvedere immediatamente senza aspettare così a lungo l'intervento delle forze dell'ordine.
Sugli anziani in ricovero non veglia più nessuno, sono in totale balìa di assistenti o badanti che sfogano liberamente su di loro complessi o ire represse. Sarà perché potrei essere prossimamente parte in causa come vittima, che tendo a difendere a priori il mio possibile futuro.
D'altra parte ci fu un tempo in cui, bambino prima e ragazzino poi, potevo essere pestato senza ritegno senza che alcuno si ergesse a mia difesa. Magra consolazione, ero in buona compagnia; ma non è che la torta delle botte fosse divisa tra tanti: una 'passata' per uno non deludeva nessuno. Tutti menati, nessuno menato. Così era, che ci piacesse o meno.
Non ci piaceva.

Altro filone, ricchissimo e mai concluso: le molestie o gli abusi verso bambini o ragazzini nelle parrocchie da parte di preti scellerati. Il fatto che fossero preti ha ingigantito il peso del reato, che tra l'altro non rientra nella lista del coming prima citato. Tutti beccati da outing.
Dalle prime scoperte o, per meglio dire delle scoperchiature, il filone si sono rivelati vasi di Pandora, pozzi di san Patrizio, che hanno raccontato un sottomondo di silenzi, sudditanze omertose e coperture, esistenti da sempre, ignorate e sottaciute magari con il ricatto di inferni dopo morte.
Il filone di sai e talari 'disturbati' hanno un po' coperto atrocità e abusi a livello famigliare che, se scoperchiati, a loro volta farebbero inorridire chiunque faccia parte del genere cosiddetto umano.
Dopo decenni di silenzio spuntano ancora bambini e ragazzi, ancora traumatizzati, che hanno tenuta nascosta una vergogna che non doveva essere vergogna loro ma di chi li ha sottoposti alla violenza.
In questo caso, vista la moltitudine di bambini offesi, c'è il controcanto di chi non ha subito, che quasi si sente escluso da attenzioni "amorevoli" da parte di queste tonache fedifraghe.
Un esempio sono io: ho vissuto in ambienti, quelli sotto lente, per tutta l'infanzia e l'adolescenza; faccio qui una specie di coming, all'inverso.
Non sono mai stato non dico violentato ma neppure molestato. Il che è una botta che mi ha traumatizzato e che tuttora induce in me un senso di colpa, pur riconoscendo che colpe non ho. La mia autostima viene bastonata ogni volta che ripercorro quel periodo.
E peggiora quando spuntano altre vittime, qua e là nel mondo.
Mi domando: perché tutti o quasi sono stati attenzionati ed io no?
Risposta: ero uno scarafaggio, e a nessun essere senziente verrebbe in mente di carezzare una simile bestiola. Gli scarafaggi, da che mondo è mondo, si schiacciano... almeno fino ad oggi.
In un prossimo domani, ipotesi per ora solo virtuale ma non improbabile, li mangeremo, in vece di carni e verdure e frutti ormai talmente inquinati da essere vere bombe culinarie. La scelta se ingoiare queste bombe o sgranocchiare insetti propenderà verso quest'ultimi... nel caso fossero scarafaggi forse senza carezze... D'altra parte chi accarezza oggi i suini prima di divorarli?
Pare che le loro carni, degli scarafaggi non dei suini, siano ricche di proteine, fosforo, ferro, calcio e quant'altro andiamo a cercare in altre sostanze. Manca solo che qualche ricercatore scopra in loro capacità antitumorali e il loro successo come alimentatori sarebbe assicurato.
Infatti non risulta che negli insetti si sviluppino forme cancerogene di alcun tipo, cosa invece ormai comune tra gli altri animali viventi, umani compresi.
Male per loro, solo divenire prede gli mancava...
A parte  questa considerazione, la morale sulle violazioni giovanili, vista la moltitudine di offesi, mi pare sia limpida: mai stato molestato? sei nessuno, sei uno scarafaggio... nel mio caso pure stagionato.

A ridosso, un buon filone è stato quello delle molestie o violenze tra grandi.
Da un problema serio e universale ha finito per diventare oggetto di ironia quando non di tagliente e tranciante satira. È la stessa situazione del bambini violati...
Con due piccole differenze, chiaramente casuali: la prima è la differenza di età, di censo, di cultura e di valori pecuniari ruotanti intorno ai protagonisti, per cui i bruti sono ricconi sfondati e i violati/violate, pur stando già benino vogliono di più; la seconda sta nel fatto che i bambini molestati dai preti solitamente vivevano in orfanotrofi o frequentavano parrocchie, non hotel a quindici stelle attrezzati di tutto e anche di più.
Anche qui, chi di costoro non ha subito molestie è nessuno.

Poi, ancora in corso, c'è il rivolo degli accoppiamenti tra generi diversi, peraltro identici nella ricerca dell'apparire a tutti i costi. Amori appassionati, copertine, paparazzi in sollucchero... amori a tempo, sovente predeterminato. Manco a dirlo, non tra operatori ecologici e lavandaie. Tutti accucchiamenti d'alto bordo, sui quali non capisco come gente comune riesca a sbavarci anziché vomitare.
Ma, de gustibus non est disputandum...

Sorvolo sul periodo delle smutandate; una aveva lanciato il sasso del non portare biancheria intima e appresso erano spuntati i cloni (o le clone? mah!). Probabilmente c'è stata una riedizione di Histoire d'O, da cui menti già bacate di proprio hanno tratto motivo di eccitazione. 
Poco seguito, comunque.
Dello stesso livello la recentissima esposizione delle proprie abitudini sessuali, sempre da parte di donne già in vista. Un tempo prerogativa dei maschi (affetti da una forma particolare di priapismo già da prima che gli fosse scippata la mitica costola), il vanto, le tacche su modi e su tempi dell'atto conclusivo dell'amplesso tra chi si ama, per le donne era rimasto un atto intimo e prezioso, parlare del quale sembrava potesse sporcare la sua 'sacralità'.
Caduto anche quel tabù, come la biancheria intima.
Mi lascia interdetto il fatto che l'apripista, per quest'ultimo nuovo filone, sia la stessa persona che ha aperto quello sui tumori, di cui subito qui sotto... È possibile che ne abbia parlato come dimostrazione del suo bene stare attuale; ma non sarebbe stato più semplice dire sto bene, sto meglio, ovvero ribadire di essere guarita perfettamente dal guaio che l'aveva colpita?
Si tratta di una semplice coincidenza, o il desiderio di sempre maggiore visibilità ha prevalso sul buon gusto?
A ruota, all'amo lanciato pare abbia abboccato un'artista che se non lo fa almeno tre volte la settimana... Spontaneo il wow! di meraviglia e congratulazione; seguito appresso dalla domanda (per me ingenua, per altri malignotta): ma il marito lo sa?

Aggiunto fresco fresco: il vezzo dell'uso dello spray al peperoncino tra la folla.
Sembrava fosse finito in piazza san Carlo a Torino, con una ragazza morta; si è risvegliato in quel di Ancona, con sei morti, che solo uno psicologo cinico può diagnosticare come un segno della vita che muore. Oggi un altro homo stupidus stupidus (cit. V. Andreoli, noto psichiatra) l'ha usato nella palestra di un istituto tecnico di Pavia, piena di ragazzi in allenamento...
Resterebbe una moda cretina anche se da Ancona arrivassero segnali di non colpevolezza dello spray, perlomeno non di colpevolezza assoluta; il dubbio che altri fattori, forse maggiormente incisivi,  abbiano concorso alla tragica vicenda, non cancella l'immagine negativa dell'uso sconsiderato di questa porcheria.
Ci saranno altri deficienti a seguire? Se così non fosse, mi stupirei...
"Annamo bene, annamo propio bene...", direbbe la mitica sora Lella.

Tra tutti i panni fin qui esposti, quello che mi lascia più perplesso è quello che vado a sciorinare.
Argomento già toccato in passato, poi lasciato per indignazione. O, forse, per pietà...
Voglio parlare dei coming out sull'avere avuto, o avere in corso, accadimenti tumorali, che sono argomento che mi appassiona a livello personale.
Ultimamente pare una corsa a raccontare, urbi et orbi, di avere ricevuto tra capo e collo questo accidente. Finendo per dare l'impressione che si tratti di un male contagioso... E tale modalità espositiva si è talmente diffusa da far pensare che si tratti di una pandemia. Forse lo è, ma non da contagio.
A mia memoria, ci sono stati in passato casi di malati di cancro che hanno raccontato il loro percorso, giorno dopo giorno, cura dopo cura, tentativi di cura sopra altri tentativi, speranze e delusioni... ma erano casi talmente isolati, rari direi, per cui coloro che riuscivano a parlarne apparivano dei veri eroi, stoici di fronte al male pur non rinnegando le lacrime e le speranze fatte a pezzi da delusioni cocenti, amare.
Dicevo, da un po' di tempo l'annunciare questo malanno pare divenuto una specie di status symbol.
Forse casualmente, questi coming vengono da gente che può: attrici, presentatori, calciatori, atleti di varie discipline, politici, prelati d'alto rango... Tutte persone che ricevono assistenze e cure negate alla più parte degli ammalati comuni di questo genere.
Per par condicio, e a onor del vero, attenzioni e cure negate agli ammalati di ogni altro genere di accidente sanitario. Li chiamano tagli e sono mannaie, ghigliottine...
Ci saranno certamente mille motivazioni che giustificano questi comportamenti, ma non le accetto in una successione che non riesco a vedere come casuale. Tanto più che vengono propinate nel corso di talk show destinati a solleticare emozioni e commozioni forzate dalla tipologia specifica di quelle trasmissioni. O in interviste, scoop giornalistici in odore di cachet all'uopo concordati.
L'immediatezza dei "poverello!", dei "ma quanto è coraggioso, io non lo saprei  essere..." ecc., appare talmente spontanea da mandarmi in depressione.
E ancora più mi deprimono i messaggi di "io ce l'ho fatta, combattete anche voi e vincerete!" elargiti da questi pulpiti.
Non è un male che si combatte a mani nude, non è un male che dia la certezza di una guarigione assoluta e definitiva; i toni trionfalistici possono essere boomerang che quando ti ri-colpiscono sono più pesanti della prima botta.
Tutti messaggi, detti o indotti, che buona parte dei possibili interessati manco vedranno o leggeranno, e non so quanto sia per loro consolante sentirseli riportare da chi è loro vicino per assistenza o parentela.
Il motto principe di chi ha avuto il 'dono' di questa malattia è: credere, obbedire, combattere... Di infausta memoria, ma ben calzante.
Credere: appena ci si riprende dalla botta, credere fermamente di farcela a guarire prima possibile è tassativo, ed è sentimento praticamente comune. Se non si arriva a questa adozione, resterebbero solo i balconi, i ponti o un paio di metri di corda.
Obbedire: inteso cone seguire le indicazioni e le prescrizioni di chi prende in cura questo accidente con l'intento primario di debellarlo o, quanto meno, di evitare peggioramenti.
Combattere: non lo capisco. Oltre al crederci e all'obbedire, non riesco a capire con cosa e chi si debba combattere. Prenderla allegramente è combattere? Ignorare il proprio stato facendo finta di niente è combattere? Gozzovigliando senza freni è combattere?

Sono in una piccola saletta in compagnia di altre persone, tutte in attesa di visita oncologica, uomini e donne, chi anziano chi di mezz'età; per fortuna mai trovato bambini o ragazzi, altrimenti me ne andrei, rinunciando o rinviando la visita, forse bestemmiando.
Guardo con discrezione i miei compagni di sventura, cercando di indovinare a che punto stanno con il malanno e con le cure.
Le parole scambiate sono poche, il minimo sindacale tra persone che non si conoscono.
Qualche accenno al tempo che fa. Quello meteo, non quello di Fazio, altro contenitore di commozioni a comando, alternate a baggianate multigusto.
Anche le informazioni sugli effetti collaterali del fuoco amico delle cure non fanno parte del protocollo. Li conosciamo bene, per saperli non è stato necessario affidarsi a google o ai resoconti strappalacrime di terze persone.
Non siamo compagni né camerati... e neanche amici.
Siamo fratelli.
Siamo uno che si specchia negli altri.
Non ci sono visi rubizzi e sorrisi a dentiera piena; e le rughe si vede chiaramente che non sono tutte dovute all'età.
Sciolto il primo ghiaccio, la domanda principale è quella che chiede la provenienza, e non ho mai capito perché. Come se il sapere da dove uno arriva possa indicare il perché si trova lì.
Il perché lo sappiamo, e molto bene.
Il 'come' è ancora un mistero. Forse un cromosoma, o una serie di spermatozoi a grappolo, seminati a casaccio, ci ha tutti ingravidati, senza distinzioni di genere.
Abbiamo ciascuno un ticket, un numero di entrata in base alla prenotazione.
Non abbiamo pagato quello sanitario allo sportello; per una fortuna sfacciata siamo tutti esentati da questo balzello, per invalidità acquisita. Penso all'invidia verde di chi invece deve pagare, e mi scompiscio a quel pensiero.
Nell'attesa dell'avanti un altro non ci scambiamo recapiti o numeri di telefono; sarebbero inutili orpelli che mai andremmo a consultare. Difficilmente ci rivedremo qui: al prossimo giro di controllo, vuoi per le cadenze diverse di appuntamento, vuoi per altro motivo, ci saranno altre persone, altri sconosciuti, altri fratelli.
Volevo solo rimarcare che se siamo qui è chiaro che siamo tutti combattenti, altrimenti uno, o tutti noi, avremmo messo in atto l'alternativa al credere già citato.
Vorrei buttare lì qualche nome di quelli che ce l'hanno fatta, che forse mai si sono trovati in una piccola saletta, in 'buona' compagnia, con in mano un ticket di rispetto del turno di visita...
Non lo faccio, poiché temo di sentirmi mandare educatamente a quel paese.
La guerra vera è qui, non nei salotti televisivi; qui si combatte veramente, non si fa passerella...
Qui le lacrime non si suscitano, non si provocano emozioni per il tempo di una trasmissione: le lacrime ci sono, altroché se ci sono, ma restano interne a ciascuno, in una condivisione muta e asciutta, per non rendere insopportabile agli altri il magone che ci strizza cuore e stomaco.

Il lato positivo delle esternazioni di vittoria è che lo scarafaggio, trascurato nell'infanzia e nell'adolescenza, riposiziona la sua autostima per l'inserimento nella lista dei vip 'privilegiati', fratelli anche loro, forse benestanti, pur essendo molto lontani da queste trincee.
Avrei preferito restare lo scarafaggio ignorato e trascurato anche in vecchiaia, invece di trovarmi oggi spiaccicato sotto lo stesso piede che, a calci nel sedere, non sempre virtuali, mi ha sospinto a questa età.
Il periodo dello stato interessante è finito, ma lo stato d'interesse permane. Sine die.



domenica 9 dicembre 2018

Annunciazione

L'8 dicembre tutte le feste porta via... le altre, quelle già passate, già andate via per fatti loro.
Nel mondo ci si prepara alla festa grande, quella che è quasi vigilia di un'altra ancora più grande: il Primo dell'Anno, noto anche come Capodanno.
Nella trepida attesa di questo, prepariamoci alla festa prima detta, al Natale...
Con la speranza che non sia rovinata da imprevisti.

Chi vuole partecipare clicchi, pigi, sgnacchi sull'url qui sotto.

https://www.facebook.com/MassimoTroisiRicomincioDaTe/videos/202337857321599/

martedì 4 dicembre 2018

Basta piangere, ridiamo un po'...

O, in alternativa, basta ridere e piangiamo un po', visto che altri motivi di pianto nun ce ne stanno più...

https://www.facebook.com/leiene/videos/318859695614635/


E vediamo anche le cose belle, che meno male che la vita ce le passa...

https://video.corriere.it/bimbo-disabile-impara-camminare-sua-fisioterapista-non-riesce-trattenere-lacrime/951f4752-f793-11e8-baf6-49fdfe8622d6

mercoledì 28 novembre 2018

Risate e commozione

Risate contagiose... 

https://www.facebook.com/alessiamoranipd/videos/389862288220810/


&

Commozione contagiosa...

https://video.corriere.it/commovente-spot-natale-che-costato-solo-50-euro-ma-che-diventato-virale/6315ea7e-ef1c-11e8-9117-0ca7fde26b4

domenica 25 novembre 2018

Il vizio della violenza

Quello che segue, dopo questo mio superfluo corsivo, è un articolo del giornalista Martino Ciano, pubblicato nel 2017, con riferimento a scritti di Flaiano, inseriti nel suo Diario notturno di fine anni '50. Da allora molte cose sono cambiate. Chiaramente in peggio; anzi, mi sia consentito, in molto peggio. Purtroppo la voce 'cambiamento' non offre a priori l'opzione positiva o negativa; purché cambiamento sia, solo il futuro dirà la giustezza della direzione presa. Succede in tutti i settori della vita, e ne prendiamo atto giorno dopo giorno..
Nel suo articolo Martino elenca, in maniera sintetica, i vizi degli italiani. Di 'alcuni' vizi degli italiani... ché la lista completa credo sia troppo infinita per un elenco assolutamente esaustivo. In seguito splendido e acuto Autore di Zeig, già mi aveva dato la possibilità di un breve commento a quell'opera su questo blog. 
Con la speranza che non mi richieda i diritti d'Autore... magari per festeggiare, con il mio contributo al pranzo luculliano per il suo compleanno, che cade proprio oggi, in una giornata ufficialmente dedicata ad altro argomento.
Questo elenco lo avrei visto meglio nel Diario degli errori, sempre di Flaiano, poiché avrebbe dato modo di valutare una facile comparazione: gli italiani, commessi gli errori, anziché agire per correggerli fanno che trasformarli in 'vizi', rendendoli abito proprio, adattabile a ogni circostanza o a seguire il vento che tira.
Rileggendo questo articolo mi ha colpito il (solo casuale?) posizionamento come primo vizio degli italiani quello della violenza, sovente assassina, sulle donne. Forse meno casuale di quello che sembra, è comunque coincidente con questa Giornata dedicata alla battaglia contro questa specifica infame violenza, e da questa prendo spunto per due parole in merito.
[Gli altri vizi li lascio in lettura, poiché trattandosi di un bell'articolo, merita a prescindere. E li metto in deposito, per ripescarli eventualmente in una giornata a ciascuno di essi dedicata. Aggiungendo ai vizi citati l'abitudine ormai conclamata della fissazione di giornate di presa di coscienza che lasciano il tempo che trovano. Le Giornate del Ricordo siano sempre benvenute, poiché tengono, dovrebbero tenere vivi i ricordi della Storia per evitare ( evitare?) errori in un futuro ritenuto lontano e invece sempre prossimo].
Una giornata contro la violenza, contro la violenza sulle donne, purtroppo, non è un ricordo: è una situazione attuale, sempre più attuale, da combattere con nuove armi, nuovi sistemi, nuove leggi.
Una giornata che nasce come incitamento alla denuncia, quando è evidente che, a parte le chiacchiere, ci sono armi spuntate per contrastarla. O, dove ci sono, queste armi sono malamente usate.
Davvero è possibile credere che la denuncia di una violenza subita allontani un epilogo di altre peggiori violenze, fino all'assassinio, di chi, invogliata dal sostegno 'virtuale' dei più, affida alla legge e alle istituzioni la propria futura incolumità o, come si vede poi, la propria vita?
Il fatto che il violento (probabile-possibile futuro assassino, come raccontano le cronache ormai quotidiane) sia ufficialmente uno e siano invece migliaia, milioni, coloro che ritengono costui una bestia feroce qual è, non possono essere argine sufficiente a questa dilagante assurda bassezza.
Quell'unico maledetto continuerà a infierire su quell'unica sua vittima, e le migliaia, milioni, degli altri che aprono campagne di sdegno, come detto puramente virtuale, leggeranno le pagine di cronaca che raccontano l'evoluzione di vicende abominevoli.
Del come sono nate e del come sono finite, comunque tragicamente. 
Giusti sdegni e giuste condanne... senza altri sviluppi possibili.
Indignazione, richiesta di pene severe, giustizia fai da te... giornate contro la violenza sulle donne: potremmo proclamarne 365/366 all'anno di queste giornate, ma senza una vera rivoluzione, legislativa e procedurale, con l'immediata applicazione di pene che allontanino queste belve dalle loro prede, con la creazione di un canale privilegiato specifico per questi reati, in modo da impedire che tra la denuncia e il giudizio rimanga tempo al violento/assassino di completare la sua opera demolitiva.
Con la famosa, declamata, certezza della pena, costantemente disattesa da cavilli e premi per 'buona condotta'... in carcere, dove la non buona condotta è quasi impossibile.
Fare in modo che le segnalazioni non debbano necessariamente essere seguite da una denuncia specifica per avviare adeguati meccanismi di protezione...
La violenza, in particolare sulle donne, non rende; viene considerata reato marginale senza un ritorno soppesabile. 
Le mafie, le corruzioni, gli abusivismi, il marciume politico... hanno un riscontro visibile e concreto, con tangenti o mazzette quando sono reati da perseguire; continuano a dare reddito una volta portati alla luce, tra parcelle di studi legali e, più sottobanco, con altre forme di mazzette o ricatti.
Quando una vittima di mafia denuncia un estortore viene, più o meno, protetta, almeno fino a che la longa manu della malavita 'offesa' non riesca a raggiungerlo, allargando il rischio di punizione a tutta la famiglia e agli amici; quei pochissimi rimasti, una volta annusato il pericolo di ritorsioni.
La violenza sulle donne cosa dà?
La segnalazione alle forze dell'ordine dall'esterno, fuori dall'ambito famigliare direttamente coinvolto, ottengono come risultato immediato la "non parte in causa" del segnalante con conseguente accantonamento come pratica non rilevante; nel contempo, altrettanto immediato, consegue un inasprimento della violenza qualora emerga il solo dubbio di "aver parlato" di cose che non dovevano trapelare fuori dai muri di casa.  
La difesa legale dei violenti punta da subito a insinuare il dubbio su 'colpe' della vittima, su connivenza, o addirittura complicità, di quest'ultima, segnalando i ritardi nella denuncia come accettazione di uno status quo di violenza in cambio di un ipotizzato quieto vivere; dà pane e companatico ai mezzi d'informazione solo se si tratta di violenza talmente efferata da non poter essere ignorata; e più è ributtante più viene data in pasto a un popolame che ormai di questo si nutre, in alternativa al malaffare della politica, che con la violenza divide i palcoscenici cartacei e televisivi.
La violenza sulle donne continua a rientrare nell'antico adagio: "I panni sporchi si lavano in famiglia". 
Quando i panni sporchi venivano lavati negli appositi lavatoi o sulla riva dei torrenti; dove quei panni venivano battuti e sbattuti fino ad apparire puliti, quanto meno a occhi non troppo pignoli. Ecco, le mogli e le donne in casa di un violento sono panni, che vengono battuti e sbattuti come fossero sporchi, fino a che raggiungano una 'pulizia' totale, fatta di sottomissione e ubbidienze assolute... troppo sovente 'pulizia' letale.
Fuori casa, il 'lavaggio' avviene ormai ovunque, con gli stessi risultati.

Questo è l'articolo di Ciano, cui addebito la responsabilità di questo mio sproloquio che, come tutte le altre chiacchiere fini a se stesse, lascerà solo l'ennesima giornata di parole senza fatti a seguire. Altro tipico vizio italiano.


Volevo leggere qualcosa sui vizi degli italiani e mi sono soffermato su Diario notturno di Ennio Flaiano. Sono andato sul sicuro, certo che avrei trovato risposte esaustive. L’ironia di questo scrittore-giornalista-cronista ha l’effetto di un digestivo.


Accettarci è difficile, eppure, conviviamo con i nostri sensi di colpa, lasciandoci cullare dai complessi. Forse ne abbiamo bisogno; d’altronde, come faremmo a giustificare il nostro immobilismo e la nostra incapacità di reagire? Già negli anni Cinquanta, Flaiano scriveva del vizio dei mariti italiani di uccidere e di picchiare le loro mogli. Già parlava della spettacolarizzazione del macabro che ci rende allegri necrofili. Già descriveva i nostri peccati e i mille modi escogitati per leccare il culo al potere.
Il posto fisso; la sfrenata ambizione; il moralismo esasperato, usato per mascherare le porcherie quotidiane; la finta indignazione davanti agli scandali, grazie alla quale ci sentiamo un po’ meno corrotti; il nostro bisogno di apparire, ossia, l’antitesi della volontà di potenza.
Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole», piena soltanto di volontà (non la «buona volontà» kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.
Ed oggi, c’è in giro qualche nuovo Flaiano?
No! La qualità dei nostri cronisti è scadente. Tutti vanno alla ricerca degli scoop, ma di quelli che scoperchiano una passeggera e provinciale indignazione. Mancano opinionisti degni di nota. Più che bastioni della cultura, abbiamo prigioni dentro cui il nostro cervello non deve pensare. Tutto deve andarci bene.
La critica è affidata ai comici. Abbiamo dato a Made in Sud e a Zelig il compito di aprirci la mente. (A questi aggiungo di mio Striscia la notizia e Le iene, tra i principali divulgatori della cultura dell'indignazione, che la suscitano senza peraltro poter influire più di tanto alla soluzione dei problemi, essendo perlopiù ritenuti programmi ricreativi o esclusivamente comici). I nostri difetti ci fanno tenerezza, rappresentano un patrimonio inestimabile, che esportiamo con fierezza.
Le case crollano con i ponti, le coste continuano ad essere erose dal mare. Finita la speculazione edilizia è iniziata quella culturale. Ma in fondo Ennio Flaiano ha anticipato questo fenomeno… cosa sarebbero gli italiani senza i cognati e i parenti, senza l’attesa di un miracolo che risolva ogni problema, all’improvviso, senza far vittime, ridando a tutti lo status di innocente? Il nostro nepotismo ha fatto scuola, in Europa già viene imitato.
L’Italia è quindi un paese immenso che può finire in un diario che si scrive di notte, quando le tenebre nascondono meglio i nostri peccatucci, grazie ai quali si ride, si piange e si spera in un domani migliore.



giovedì 22 novembre 2018

1968 - 2018

Sono passati cinquant'anni da quel lontano e quasi dimenticato '68. Gli studenti di allora sono ormai prossimi alla pensione, o sono già pensionati o in attesa che dall'alto arrivino i miracoli. Pubblico il comunicato come notizia, lasciando commenti e critiche a chi se ne intende. Voglio solo rilevare che questo risveglio è comunque segno di una vitalità che cinquant'anni di silenzio non hanno sopito.
 Altrove c'è chi lotta contro l'aumento dei carburanti che, a confronto di queste rivendicazioni, a noi sembra rivolta d'importanza secondaria, se ignoriamo i motivi sotterranei che l'hanno provocata. 
Altrove ancora, è prossimo un referendum per dare o meno sovvenzioni agli allevatori che non tagliano le corna alle loro mucche. Qui possiamo solo sorridere, compiaciuti che ci siano ancora al mondo cittadini senza guai che li distraggano...
Spulciato da sapori politici questo comunicato chiede cose sacrosante; oltretutto espresso in maniera educata pur se decisa. La consapevolezza e la rivendicazione dei propri diritti non deve avere colori politici.

COMUNICATO OCCUPAZIONE LICEO T. TASSO, 20/11/18
Oggi, 20 novembre, un gruppo di studenti e studentesse del liceo Torquato Tasso di Roma, in seguito ad una votazione svoltasi in una seduta del Collettivo Politico Tasso, ha deciso a maggioranza di voti di occupare la scuola.
Dopo numerosi e approfonditi dibattiti il corpo studentesco si è mostrato favorevole ad aderire alla piattaforma di protesta già seguita dai licei Mamiani, Virgilio, Socrate, Albertelli e Righi, con le loro occupazioni, in opposizione ai primi provvedimenti attuati dal governo insediatosi a seguito delle elezioni del quattro marzo.
In primo luogo, esprimiamo il nostro dissenso riguardo alle politiche economiche e sociali.
Ribadiamo ancora oggi con forza che il sistema configurato a scaglioni progressivi debba essere il tratto fondamentale del sistema di tassazione.
Ribadiamo anche energicamente come la Repubblica Italiana sia fondata, come si evince dal primo articolo della nostra Costituzione, sul lavoro e sulla dignità del lavoratore. Dignità svilita o addirittura cancellata da una forma di sussistenza sociale quale il reddito di Cittadinanza.
In secondo luogo dimostriamo il nostro dissenso al Decreto Scuole Sicure. Decreto che in malafede confonde la sicurezza nelle scuole con un controllo militare degli studenti. Tutto questo attuato al costo di investimenti molto onerosi che potrebbero essere indirizzati alla risoluzone dei veri problemi della sicurezza.
Una scuola è sicura quando non cade il cornicione, una scuola è sicura quando d'inverno funziona il riscaldamento: una scuola è sicura quando è in tutto e per tutto a norma.
Inoltre ci opponiamo con forza al Condono, ennesima manovra che finisce per nutrire una criminalità fin troppo presente nel nostro Paese. Esso stabilisce un prezzo alla legalità, permettendo ai più abbienti di agirarla con facilità e con il favore della legge. Riteniamo parimenti che si tratti di una "mazzetta" richiesta dallo Stato.
Ci schieriamo altresì contro alla demagogia del governo Gialloverde, che continuamente strumentalizza e demolisce la solidarietà umana, trasformando in criminali coloro che cercano di dare dignità a tutti. Dignità alla vita di migranti, esseri umani, che, fuggendo da guerre, povertà, fame, passano poi come capri espiatori di tutti i mali del Paese. Esprimiamo quindi la nostra vicinanza al sindaco Mimmo Lucano, ed al centro Baobab (come alle altre strutture occupate prese di mira dalla "Giustizia").
Con questo atto forte e deciso gli studenti vogliono dimostrare, oltre che la loro coscienza politica, il proprio dissenso alle politiche esecutive portate avanti dal governo ed in particolare dal Ministero degli Interni.
Con quest'occupazione noi studenti del Tasso, intendiamo lanciare un appello allo Stato, ai cittadini e a noi studenti stessi:
Riteniamo infatti che il cambiamento sia nel dare dignità al lavoro, nel rendere valore alla vita umana, nell'investire sull'efficienza delle strutture sanitarie, e dei trasporti: il cambiamento è nell'investimento sulla Scuola Pubblica.
Durante il periodo di occupazione verranno offerti agli studenti assemblee politiche e corsi sulle materie d'indirizzo, tenuti da studenti universitari e da professori. Allarghiamo inoltre l'invito ai docenti del liceo Tasso, ad aderire alla nostra azione. Essi darebbero spessore alla protesta con le loro lezioni aperte a tutti gli studenti. Non intendiamo infatti questi giorni come un buco di tempo in cui riposarci, vediamo al contrario quest'occupazione come una piattaforma in cui noi studenti possiamo portare avanti un discorso di contestazione fondata sullo scambio tra di noi e sulla cultura portataci dai docenti.