domenica 26 maggio 2019

26 Maggio 2019, ore 10:50 AM




Ovviamente è una immagine metaforica, non significa che ho dato il mio voto conciato in quel modo. Ho votato, sapendo e vedendo bene per chi votare.
Che è diverso da ciò che viene definito "votare bene", che è lettura soggettiva.
Il fatto è che, dopo lo storico "turarsi il naso" di montanelliana memoria, sono successe tante e tali cose che hanno travolto quello che era la valutazione della politica, che l'essere confusi, oggi, non è più prerogativa di pochi.
Personalmente lo sono, confuso, e invidio chi, nel marasma, riesce ad avere certezze assolute.
Di una cosa, però, sono sicuro: da lunedì in poi, chiunque risulti vincitore, i comuni mortali, oltre ai tappamenti del disegno, sarà opportuno che indossino mutande di maglia; c'è una parte anatomica, di solito in penombra, a forte rischio, non appena sbollita l'euforia per la 'vittoria' ottenuta.
Per maglia intendo quella indossata dai cavalieri medievali, in battaglia e in parata, in tenzone e nelle confezioni funebri.
Sarà una mutanda metaforica, virtuale, e non basterà a frenare intrusioni che di metaforico, virtuale, avranno ben poco.
Come sempre ci sarà chi cascherà in piedi, come s'usa dire, e non alludo ai gatti, ma la più parte dei cosiddetti comuni mortali, già piegata, finirà in ginocchio e invano chiederà pietà.
Pessimismo?
No, realismo, e chi non lo vede si trova nella condizione illustrata nell'immagine d'apertura..

lunedì 20 maggio 2019

20 Maggio 2019, brutta giornata

Ho appreso così della partenza di Carla (Krilù) Colombo, scorrendo casualmente le pagine di  Facebook. L'avevo conosciuta su Blogger parecchi anni fa e l'avevo apprezzata per le sue poesie, per la sua capacità pittorica e per la delicatezza dei suoi racconti.
Da un po' di tempo era traslocata su Facebook, ritenendolo mezzo più veloce per trasmettere a chi la leggeva i suoi sentimenti ma, da oltre un anno, soprattutto l'andamento della sua malattia. È stato il racconto di un lunga agonia, in cui si alternavano scoratezza e fiducia, godimento di ogni attimo pur nella sofferenza che le sfibrava fisico e morale. Quello che la deprimeva di più era il fatto che non si riuscisse a capire in maniera definitiva il male che la martoriava.
Per ricordarla non ho trovato di meglio che pubblicare qui il suo ultimo scritto di addio, di una serenità e di una coscienza lancinanti, che si sovrappongono al dolore.
Purtroppo non sono stato capace di riportare il messaggio in modo più leggibile, ma il pensiero era di ricordarla in qualche modo, al di là del risultato estetico. Sono certo del suo perdono.




mercoledì 1 maggio 2019

Denti cariati

La carie ai denti è un accidente che può capitare.
Hai un bel pulire, sciacquare, gargarizzare con colluttori... basta un niente e la macchietta nera si forma; trascurata diventa un buchino nanoscopico che, se ignorato ancora, diventa una caverna.
Un odontoiatra provvederà a ripulire, trapanando quanto basta, e introducendo nel pertugio particolari veleni bloccherà l'avanzare del malanno.
Non seguita, non curata, una semplice carie è foriera di accidenti gravi, talvolta letali, per il possibile avvelenamento di tutto l'organismo.
Quando è troppo avanzata l'unica soluzione è l'estirpazione del dente offeso. Eradicazione radicale, fino all'ultimo residuo di radice. Ché anche quello potrebbe portare a infezioni dannose per tutto l'apparato masticatorio e per quello cardiologico.
Dalla prima macchiolina in avanti non sarò più un divertimento... aggravato dalla comune idiosincrasia verso i dentisti.
Prima per i dolori fisici e, successivamente, per quelli monetari.

Se un bacio può essere visto poeticamente come un apostrofo (che come 'elisione' non avrebbe lo stesso sapore aulico), poeticamente rosa, nulla impedisce all'amicizia di essere vista come una stella.
Fissa, brillante, luminosa, che mostra il suo splendore nel buio della notte.
Vedere la stella, o le stelle, di giorno, non è sinonimo di un bel momento; e non offre spunti di poesia, ma solo di dolenti note.
Nel corso di una vita, alcune di queste stelle, ritenute giustamente tesori si trasformano in denti cariati, cariatissimi al punto che prima li estirpi meglio è, a salvaguardia della propria salute o di quello che di questa rimane.
Possibilmente prima che finiscano per avvelenare tutto l'organismo.
Il termine "amicizia" è usato sovente a sproposito.
L'amicizia dovrebbe essere un rapporto addirittura superiore alla fratellanza. Quest'ultima, a causa di interessi parentali, pur di imporre questi, arriva anche ai coltelli; l'amicizia, se vera sentita vissuta ricambiata, non porterà mai alle armi e neppure ai cazzotti.
L'amicizia è un tesoro, come cita il noto assioma.
Il problema è capire quando una conclamata amicizia è veramente tale o si tratta di una elucubrazione del termine ad uso e consumo di una delle parti coinvolte in questo sentimento.

Questo post è nato da una coincidenza: una vicina aveva suonato al citofono (solitamente "bussa" per dare notizia di accidenti vari, di morti defunti in particolare). In quell'occasione si era premurata di avvisarci che era morto un tizio di un paese vicino; che sicuramente conoscevamo, visto che era nella combriccola di ballerini del sabato sera che comprendeva anche mia moglie, Angela. Il fatto che ci fosse stata questa frequentazione le aveva fatto presumere che fossimo amici.
Oltre dieci anni fa.
Da allora erano successe tante e tali cose che, se anche ci fosse stato un solo filino di rapporto che andasse oltre la limitata conoscenza, pure quello sarebbe finito quanto meno nel dimenticatoio.
In realtà la nostra solerte vicina si informava se avessimo intenzione di andare al funerale; non avendo la patente, con per marito un uomo che spesso e volentieri la lasciava a piedi, cercava un passaggio per partecipare al lutto, tra l'altro essendoci quasi costretta dalla compaesanità con il defunto.
Grazie, no, e ne abbiamo ben donde, pur elevando al Cielo un pensiero reverente in sua memoria.
Del morto, non della vicina.

Sorvolo sulle amicizie tra uomini e donne. Ci sono tomi che cercano di spiegare la possibilità o l'impossibilità che siano attuabili. Si finisce per fare distinzioni sessiste, antipatiche. Pare che le uniche amicizie possibili siano quelle tra due generi fisicamente diversi (maschile e femminile) e con mentalità identica. Per dirla tutta, tra un omosessuale (conscio e convinto) e una donna semplicemente donna, è probabile la nascita di una vera amicizia, che esula totalmente da quelli che sono i tipici rapporti di sesso, interdetti da indirizzi mentali specifici, che altrimenti finirebbero per tracimare in altro sentimento.

Entrando nel mondo del lavoro, automaticamente si diventa compagni, colleghi, legati da vincoli che accomunano nell'espletamento di mansioni mirate a un interesse di gruppo. In genere si tratta di produzioni legate in successione fino al completamento di un prodotto finale.
Orari e timbratura di cartellini personali indicano una comunanza che solo raramente prosegue alla fine dei rispettivi turni.
Anche qui si tratta di convivenza coattiva, che raramente sfocia in amicizia. Anzi, proprio la frequentazione obbligata, lo stare gomito a gomito per periodi prestabiliti, spingono ad evitare ulteriori contatti nella parte residua della propria esistenza. Anzi, la possibilità che in tali raggruppamenti emergano, e vengano coltivate per anni, antipatie o addirittura odio, sono abbastanza comuni.
Compagni, quindi, quando va bene; sicuramente non amici.

Poi ci sono "amicizie" che lasciano, come già detto, un amaro e un vuoto nell'anima impossibili da ignorare o dimenticare.
Conosci, e poi frequenti per anni, persone instaurando rapporti di vita anche a livello famigliare, a cui dai una mano in caso di bisogno, entri in un giro di frequentazioni per cui è impossibile pensare a una non partecipazione ad eventi che riuniscono tutti, parentele e amicizie. Partecipi a battesimi, cresime, matrimoni, funerali, compleanni e onomastici; tutte quelle festività ed occasioni che raggruppano, quando nella festa e quando nel dolore.
Poi un bel giorno (si usa definire così un cadere temporale che raramente coincide con un vera bella giornata), tua moglie riceve una botta tra capo e collo, coinvolgendo nella caduta tutta la famiglia. Succede che sia ad un pelo dal passare alla sponda del non ritorno. Succede che, tirata in vita per i capelli, si ritrovi come conseguenza della botta mentalmente fuori dal mondo, per cui deve essere ricoverata in una struttura specifica; che in questa struttura rimanga per quasi cinque anni, all'inizio deambulante poi in sedia a rotelle... infine giacente in una cassa.
Bene, anzi male: in tutto questo tempo, lunghissimo, interminabile, non una telefonata, non una visita... non un accidente che li porti.
Forse in una città, magari una lontananza, magari un "non ho saputo", forse, ripeto, potrebbe essere attenuante, anche se la vera amicizia non conosce ignoranza o distanze, era tale nei periodi rosa e tale sarebbe dovuta rimanere soprattutto nei periodi neri.
In un paesotto di poche migliaia di abitanti, un umanissimo peto fuoriuscito in una montagna dei dintorni, in un attimo diventa uno tsunami aereo, un muro del suono infranto, che non sfugge all'udito di alcuno, anche del più sordo e distratto.

Capita che, dopo la botta di tua moglie, tra capo e collo ne arrivi una direttamente sul collo tuo.
Una di quelle botte che non puoi ignorare e che ti portano a ridosso della fossa.
Per essere più indimenticabile, la tegola arriva proprio quando il colpo a tua moglie sta arrivando alla fine del suo scopo.
Sarebbe stato romantico che ce ne fossimo andati insieme: dopo quasi cinquant'anni di vita mai separata, due persone che chiudono insieme la propria esistenza in effetti avrebbe fatto... effetto.
Non è andata così.
La tentazione sarebbe di aggiungere "pazienza!", ma non lo posso ancora fare, ci sono cose da sbrigare che vorrei evitare di lasciare in sospeso.
D'accordo, quando suona la campana le cose tue le finirà qualcun altro o resteranno incompiute... ma il credersi immortali aiuta a dimenticare di essere mortali. Come tutti, per fortuna.
La bottarella mia ha avuto un'evoluzione rapida; come quasi sempre accade quando un macigno ti sta per cadere addosso, qualcuno ti grida "attento!", neanche il tempo di guardare in alto per renderti conto di cosa stia per succedere... e ti trovi, neanche troppo metaforicamente, già steso in orizzontale.
Pochi mesi dalla scoperta dell'accidente, esami e visite, ricovero, intervento e dimissioni, rapide che i protocolli attuali non danno il tempo di rimetterti in piedi in corso di degenza. Ne avevo avuto un assaggio con Angela, già sommariamente descritto altrove.
E, da allora, i tempi sono divenuti sempre più stretti. Il tempo di sfilare sondini, sensori e cateteri, accertato che 'sembri' ancora vivo, e vieni dimesso.
Così è (se vi pare...).

Ormai sono passati quattro anni.
La prima preoccupazione, al rientro a casa dopo essere stato alleggerito di un po' di materiale infetto, era stata la ricerca di un infermiere specifico per seguire l'evoluzione della vicenda.
Il sapere che una persona esperta ti fosse vicina in un simile momento era di conforto e, forse, di aiuto non solo fisico ma anche morale. Il rientro aveva coinciso con l'ultimo chilometro di Angela, e soprattutto il morale era molto più che sotterra... era in Antartide, passando dal centro del globo.
Sapevamo a chi affidarci: un infermiere del reparto chirurgia dell'ospedale, con esperienza precipua nel campo di mio interesse, era il non plus ultra di quanto cercavamo.
Non era un infermiere conosciuto sul suo campo; fortunatamente né Angela né io avevamo frequentato il suo reparto, e neanche, a dirla tutta, gli altri reparti di quell'officina..
No, con questa persona avevamo fatto nottate di baldoria in un localino che aveva aperto anche col nostro aiuto. Una specie di balera casereccia, con cucinotto, un piccolo bar (senza macchina da caffè, che avrebbe portato più tasse che utile), un ampio salone munito di impianto musicale alla buona per serate danzanti senza pretese (per dire, ballavo anch'io che non sapevo né so ballare, il che può dare un'idea di quanto fosse alla buona), un tesserino per dare un'impronta di club privè... Avevamo fatto quanto più possibile, un po' tutti i partecipanti, ciascuno mettendoci più inventiva che capacità, ricorrendo al minimo a gente professionale.
E anche quei pochi tecnici avevano partecipato per amicizia, mettendo in conto solo il materiale utilizzato.
Certo, ogni tanto saltava la corrente a causa di contatti elettrici non perfetti, se pioveva dovevamo evitare le pozze d'acqua che si formavano sul pavimento in linoleum per perdite dal tetto... ma il cucinato era genuino, fosse pasta fatta in casa o trippa o pasta e fagioli, e anche il vinello andava giù manco fosse stato acqua sorgiva.
Tutto questo prima dell'affaire di Angela.
Eh sì, perché da allora non avevamo più avuto sue notizie.
E neanche notizie dalla moglie e dalle figlie e dal figlio... pur avendo partecipato al matrimonio della figlia più giovane che si era fatta ingravidare da un grosso rivenditore di auto usate (ma questo lo scrivo solo per amore di un po' di gossip, essendo fatto che mi lascia assolutamente indifferente).

Questo l'antefatto.
Tornando all'attualità di questo testo, ero stato dimesso e la necessità (visto che indispensabilità è termine desueto) di una presenza "tecnica" mi aveva fatto accantonare il malessere che provavo al pensiero di dover contattare un "amico" del genere.
Quando si è presi per la gola, ci si strozza pure nel chiedere aiuto...
Aveva chiamato la sorella di Angela.
Per andare subito al sodo gli aveva detto che avevo subito un intervento e che sarebbe stata utile una sua visita.
Molto professionale, non aveva chiesto che tipo di operazione fosse stata, si era informato su "dove" era stata effettuata. Il quando, il come, il perché, non era stato il caso di raccontarglielo.
Al sentire il nome dell'ospedale, aveva subito interrotto:
"Ahia!", aveva esclamato, limitandosi poi a fornire il nominativo di un collega specialista della materia.
Quell'ahia! era più che sufficiente a chiarire, mai ce ne fosse stato bisogno, che sapeva benissimo sotto quali forche ero dovuto passare. Citare quel nosocomio già diceva tutto e anche di più...
Inizio e fine del tentativo di ri-rapporto.
Da allora sono passati quattro anni, che aggiunti ai quasi cinque di Angela, diventano circa nove...
di silenzio assoluto, totale...
Questo è solo un vago esempio di come sono andate le cose. Ripetibile, paro-paro, a decine di altri casi.

Mi capita, ogni tanto, di incontrare casualmente qualche vecchio amico e ripeto ogni volta il protocollo previsto per questi incontri in caso di lunga latitanza. Si accenna al tempo meteo e alla politica, per passare poi alla salute...
"Come stai? Come sta tua moglie?"...
Le prime volte rassicuravo sulla mia e passavo la notizia della morte di Angela, come fosse inedita.
Stupore, "oh, mi dispiace", condoglianze...
Purtroppo uno dei doni che arrivano a una certa età, è quello della commozione facile. A ogni comunicazione cruda, il groppo mio era inevitabile. Con relativa vergogna per una simile debolezza.
Da un po' di tempo a questa parte, alla richiesta sulla situazione di salute di mia moglie ho imparato a rispondere "adesso sta bene"; per come aveva passato il lungo periodo precedente, sapevo di non mentire.
Finisce con un ciao reciproco, col vantaggio che, rafforzandomi in questa convinzione, il groppo miracolosamente non si forma più.
Certo, la mia malignità (rimasuglio della mia antica gioventù) mi spinge al sogghigno, pensando al caro amico/a che, tornando a casa, raccontando al suo lei/lui del fortuito incontro, dia come buona la notizia che la cara amica Angela "stia bene", a detta del marito sicuramente sincero e bene informato.
E mi piace pensare che, in un barlume di altro 'sentito dire', questa benedetta donna sia stata, molto tempo addietro, data per morta.
Il risultato?
Finirò per passare per rincoglionito, ormai perso, irrecuperabile...
Magari lo sono, ma il sogghigno me lo godo.

A riprova che gli accidenti, e ancor più i malanni gravi, al loro accadere creano intorno ai malcapitati terra bruciata o, peggio, radiazionizzata, in cui vaporizzano amicizie, frequentazioni, anche parentele, e su cui diventa impossibile costruire alcunché.
L'unica disgrazia che non fa sparire le amicizie, anzi le ravviva, è una sonora vincita all'enalotto, una di quelle veramente pesanti... quasi quanto un tumore, ma sull'altro piatto della bilancia. Anzi, con una disgrazia del genere le amicizie resuscitano, per morte e sepolte che siano. E anche questa notizia, come il famoso peto o come la voce su malanni seri, in un paese piccolo si diffonderebbe in un baleno, risvegliando antichi ricordi e, soprattutto, vecchi appetiti.
Anche il deserto, la fuga, creato dai malanni, diventerebbe autostrada per un'infinita coda di formichine in cerca della briciola di propria spettanza.
Dovuta, in nome dell'antica amicizia...

Per chiudere; ho appreso con sconcerto dai media cartacei che la conduttrice famosa, cui ogni tanto accenno, ha licenziato il suo neo-fidanzato.
Il motivo?
Non la seguiva abbastanza nel suo percorso di recupero dal tumore che a suo tempo l'ha colpita; per esempio, non le stava vicino quando andava in chemioterapia.
Vien da pensare che miliardi di like e trilioni di applausi non ce la fanno a sopperire a una vicinanza umana fisica, una mano nella mano, un sorriso, una carezza, un bacio nel momento di maggior sofferenza...
Ma questo, ovviamente, è un cruccio mio; magari, oggi, il contatto virtuale appare più caldo e più prossimo di quello fisico. I tempi cambiano, e adeguarsi a questi cambiamenti non è da tutti.
Non è da me.

E per oggi basta e avanza.

sabato 20 aprile 2019

A lungo ponte...

... auguri infiniti.

A tutti e a tutte e anche agli altri.


Auguri caserecci.

domenica 14 aprile 2019

≪La lingua batte...≫



È un periodo in cui ho la netta impressione che avere (o avere avuto in un passato prossimo o remoto) un tumore, sia la nuova frontiera dello status symbol. 
Chiunque abbia accesso a qualsiasi mezzo di divulgazione, ritiene opportuno, di solito a margine di racconti di vite affettive o politiche o di carriera, aggiungere (come la classica ciliegina a completamento della torta) di essere portatori di un cancro.
Riuscire a far trapelare la notizia sui media cartacei o sul web è già un bel successo.
Il top si raggiunge quando si presenta, cercata, la possibilità di esibirsi in uno dei tanti show di gossip televisivo strappalacrime. Ormai ogni canale ne ha almeno uno, la cui conduzione è affidata a persone ormai attempate, ciascuna a modo proprio navigate; nel senso che hanno tutte alle spalle trascorsi frizzanti che propinano a gocce, per ravvivare di volta in volta lo spettacolo. E da quel passato ripescano brandelli di una sensualità patetica, coperte rughe e flaccidità del fisico da cerone a chili, e atteggiamenti da adolescenti mummificate.
Uno sbircio di seno, un taglio di mutandina, uno scorcio di coscia o natica... e l'occhio dei guardoni (voyeurs che manco nel dopoguerra, con la fame giovanile si riusciva ad essere) cola libidine; è lo spettacolo, bellezza!
E le nuove leve sono sulla buona strada, avendo dalla loro gioventù, fresca avvenenza ed essendo già smaliziate dalle lezioni di quelle che più che mamme potrebbero essere loro nonne, a un pelo dall'essere possibili bisavole. Almeno tre generazioni di esperienza buttate al vento.
Tra uno e l'altro 'incidente' (quanto qui sopra avviene sempre per improvvido provvidenziale incidente... ops!) si propina il cosiddetto gossip: racconto di amori e dolori, di tradimenti e perdoni, di sentimenti e di panni sporchi (più lo sono, sporchi, meglio è), e l'occhio degli spettatori brilla di curiosità, il pettegolezzo fa furore; venduto come 'informazione'.
Ma il meglio del meglio, il top per chi è aduso all'inglese, viene raggiunto con la sorprendente (sempre sorprendente) rivelazione dell'ospite che annuncia di avere, o avere avuto, un tumore.
Rivelazione sempre inattesa, talmente inaspettata che il mitico "incredibbbile!!!" di Aldo Baglio sarebbe riduttivo nell'esprimere la sorpresa della scoperta della presenza di una malattia talmente poco/niente conosciuta da essere tranquillamente catalogata tra quelle rare. Trovare chi ne è affetto vale quanto beccare un politico corrotto; tanto pochi, quasi unici, sono...
Dallo sbalucinamento di stupore alla lacrima il passo è breve, anzi fa tutt'uno con lo sbattito di palpebre a mo' di tendina a scomparsa.

Età e navigazioni di vita di solito danno una forma di cinismo: avendo visto e provato di tutto, poco potrebbe ancora turbare o stupire.
Per queste conduttrici, invece, è come se la vita si fosse fermata all'infanzia o all'adolescenza, quando la curiosità portava allo sbarrare gli occhi a fari abbaglianti per ogni nuova scoperta. Ecco, a loro riesce, ogni mattino/pomeriggio /sera, lo sbattere delle palpebre tipico della sorpresa assolutamente inattesa a fronte di notizie segnalate come 'incredibili'.
A questo aggiungono, dono dell'età, una capacità di commozione, con lacrimazioni a comando, che solo un lungo barcamenarsi nel mondo dello spettacolo riesce ad aggiungere al bagaglio professionale. Talvolta a copertura di una ignoranza abissale, congenita.
Ad ogni presentazione di un nuovo caso di cancro, ormai a cadenza quotidiana, lo sbarrare di occhi con immediato umidore di ciglia sono l'incitamento alla sorpresa e relativa commozione di un pubblico, peraltro molto vasto, prodromi di applausi tutti-in-piedi che puntano a far schizzare verso l'alto il termometro del gradimento degli ascolti.
L'ultima performance in ordine di tempo, ma sicuramente non ultima inteso come finale: un gruppo di ex da un po' tutto, che in fin di carriera dimostrano come con l'età sia possibile perdere il pelo di dignità che li rendeva quasi umani, prestandosi a esibizioni fisiche che possono eccitare solo menti bacate, così facendo avevano risvegliato un po' delle glorie del passato, ormai obsolete e dimenticate. Padronissimi di gestire la loro vita nel modo che ritengono più opportuno e redditizio, per rimpinguare casse ormai esaurite. Una volta finito lo show, col rientro dei protagonisti alle rispettive faccende, sentire i racconti dei famigli o ex tali è un dovere informativo imprescindibile.
Infatti ecco pronta una delle tante ex mogli che espone le sue pene e i suoi sogni e i suoi rimpianti. Umanamente toccante, solo una gelida lastra di marmo non si commuoverebbe, magari vestita di cartapecora per apparire umana.
Poteva mancare alla fine dell'informazione gossipara l'annuncio di essere stata portatrice di un carcinoma, tutt'ora sotto stretto controllo? Pare che la conseguenza sia stata la riduzione della siccità in val padana, per l'abbondante lacrimazione provocata dalla sconvolgente notizia.
È la famigerata spettacolarizzazione del dolore.
Con la conseguente banalizzazione di questo male.
La pervicace insistenza nell'esporre alla pubblica compassione casi relativi a questa malattia, è ormai messaggio che il cancro, i tumori, sono malanni talmente comuni e diffusi da essere considerabili malattia corrente, stoicamente sopportabile se non anche accettabile, come fosse un malanno di stagione che viene e quanto prima se ne andrà.
Tra l'altro nelle interviste di enunciazione ci si accontenta di comunicare che il male c'è stato, e tanto basta a scatenare la solidarietà pelosa dei più. Sarebbe interessante sapere qualcosa su "come" sia stato affrontato il malanno, in cosa sia consistita la battaglia, di solito fortunosamente vinta.
La nota presentatrice che ha dato la stura alle 'confessioni' aveva parlato di tempi assurdamente assurdi, fuori da ogni realtà; alterandosi in seguito per la polvere che aveva sollevato, per i dubbi suscitati da quello che appariva un miracolo. Sarebbe bello sapere, ad esempio, chi di questi ex malati abbia dovuto attendere mesi per una visita di controllo oncologico o per una PET, quanto abbia atteso un posto letto, se la scelta del luogo e delle possibilità di cura siano stati vincolati da fattori terzi...
L'impressione diffusa dall'abbondanza di questi messaggi e i pulpiti da cui vengono propinati, è che tra un tumore e la carie di un dente la differenza sia minima. Appare chiaro, ed è ben noto a chi l'ha provato, che il mal di denti è dolore insopportabile...
Va a cicli: resa, per ora, dormiente la voce 'violenze' di vario tipo, passata quella sui coming out sulle tendenze sessuali, adesso la moda è presentare cancri e tumori, dovunque e a ogni pie' sospinto.

Un tempo era la tubercolosi ad essere raccontata da dipinti, e l'inserimento della tisi nei racconti relativi a quei tempi era quasi d'obbligo. Il mal sottile era sinonimo di nobiltà, il pallore della carnagione, che nei dipinti e nei romanzi era presentata come diafana, impronta visibile di un essere 'al di sopra' della plebaglia che non poteva nascondere le caratteristiche devastanti della malattia. Lo stesso popolo che nascondeva per quanto possibile l'accidente che, in fondo, portava alla identica sorte finale nobili e plebei, senza distinzioni di censo.
Era, ed è, contagiosa, la tubercolosi, e la sua cura era a quei tempi dispendiosa e fuori dalla portata dei più. Le attenzioni erano rivolte quasi esclusivamente ai re (era detta il male del re, proprio per dare l'idea di quanto pochi ricevessero attenzioni e cure) e una cerchia ristretta di nobili d'alto lignaggio. L'unica differenza che li distingueva era la morte in sanatori di lusso, coccolati fino alla fine, contrariamente alla plebaglia che moriva, sola e abbandonata, in tuguri o nel profondo dei boschi, allontanata dai borghi con le buone o con le cattive.
Tra le cure ai nobili era prevista la preghiera, in cappelle private, affinché il Cielo guarisse quelle persone così preziose; anche ai poveri erano riservate preghiere, ma con la richiesta di farli morire al più presto, esseri ormai inutili e pericolosi per la salute di parenti e concittadini.
Preghiere puntualmente respinte ai primi, puntualmente accolte per gli inutili.
'A livella di Antonio De Curtis in arte Totò, ante litteram.
Oggi chi si presentasse in questi pseudo-salotti a raccontare non dico di avere, ma di avere avuto in passato la tubercolosi, ed essendone guarito non per grazia ricevuta ma per cure appropriate, non avrebbe accesso neanche all'anticamera degli studi di ripresa. Il circo mediatico non prevede sorprese ed emozioni per questo tipo di malanno.
A ogni risveglio di questa malattia scatta l'allarme generale, come sta accadendo in questi ultimi giorni, che hanno fatto scoprire la possibilità di una tubercolosi dormiente per anni, il cui risveglio avviene senza premonizioni particolari. A modo suo è quasi diabolica, pur apparendo oggi curabile purché presa in tempo.
La tibici, con le pestilenze, è stato il flagello di quei secoli, il cancro quello dei nostri. Talmente diffuso da oscurare altri mali altrettanto devastanti e, come i tumori, con una distribuzione in costante aumento, che non rispetta né l'età né il censo, colpendo l'ignorante quanto lo scienziato.

Come, per fare un esempio, l'insufficienza renale, che pure è divenuta fatto comune, quanto i tumori, e forse di più.
Parliamo per un attimo proprio di questa.
I nefrologi (che sono altra cosa che i necrofori, sia chiaro) sono gli specialisti che curano questo malanno. La possibilità di scambio nella definizione sta nel fatto che anche i nefrologi accompagnano... senza poter fare molto di più.
Curano è modo di dire; più esatto sarebbe "seguono" o, come accennato, "accompagnano" indicando la strada meno rapida per arrivare allo striscione che indica l'arrivo. Visto che, in effetti, non esistono interventi miranti alla guarigione.
È una malattia la cui diagnosi porta da subito a due aggettivi: irreversibile e progressiva.
Irreversibile: non torna più indietro, non sono previsti miglioramenti nel suo avanzare.
Progressiva: non si ferma più, al limite può fare balzi ma sempre in avanti, solo peggiorando.
Separati, in altre situazioni possono essere letti anche con valori positivi.
Accomunati, nello specifico all'insufficienza renale, fanno pensare e pure tremare, i polsi e quant'altro. Solo la morte è etichettabile come irreversibile; non progressiva, a meno di considerare tale lo stare attaccati a mezzi tecnici che portano lentamente allo stesso risultato.
Ferma restando l'irreversibilità, e non potrebbe essere altrimenti, il progredire della malattia prevede diversi stadi; il penultimo è la dialisi, che poco ha da invidiare alle chemio/radioterapie messe in atto per la cura dei tumori; l'ultimo è il trapianto di reni.
Consolante il fatto che ne basti uno solo...
A trovarlo.
In tempo.
Altre cure, nada de nada, nessuna.
Ci sono protocolli per rallentarne il progresso: bere molto (acqua, ça va sans dir); alimentazione aproteica;  niente analgesici (in caso di mal di testa, batterla contro un muro finché passa; per il mal di denti è sempre valido un rimedio della nonna: mettere una mela in bocca, infilare la testa nel forno, quando la mela è cotta il mal di denti è passato, garantito) o medicinali non miranti al rialzo di specifici valori delle analisi, in calo o in eccesso, ma comunque da usare sempre con estrema cautela; un modus vivendi generale più che morigerato, monacale (quello degli antichi conventi, ma senza cilicio); aspettare.
O fare qualche viaggetto a Lourdes, a Medjugorje o altri santuari, che peraltro da centri di preghiera sono divenuti ricchi centri di aggregazione turistica; di miracoli non si parla più.
Per i tumori esiste un accenno alle possibilità di vita: col passare del tempo i controlli vengono dilazionati con una gradualità costante; dai tre mesi iniziali si passa ai sei, poi all'anno, fino a una necessità di controllo prudenziale pluriennale
Nell'insufficienza, entrati nel giro, non ci possono essere speranze di previsione, anche le statistiche non aiutano più di tanto: i controlli sono trimestrali, salvo peggioramenti non previsti e non temporalmente valutabili, nel qual caso si riducono fino a diventare plurisettimanali divenendo un'agonia cosciente fino alla remissione definitiva della malattia con il the end senza ritorno.
Una spada di Damocle perenne, col filo di tenuta che si sfilaccia giorno dopo giorno.


Il bello (vabbè, così si dice) viene quando tumore e insufficienza renale convolano a nozze, insediandosi a coppia in un individuo. Due sposi che non si sopportano e anzi fanno di tutto per spodestarsi a vicenda.
Se il tumore se ne sta tranquillo, in sonno ma sempre all'erta, l'irc (questo è l'acronimo dell'insufficienza renale) procede per fatti suoi, lentamente ma inesorabilmente, quando va bene passetto dopo passetto.
Ma se, putacaso, in presenza di un intervento chirurgico che abbia eradicato il tumore, un innocuo linfonodino dovesse dar fuori di testa, in pratica impazzire, trasmettendo ad altri suoi simili cellule dannose, la possibilità di mettergli la camicia di forza della chemio/radioterapia per riportarlo alla ragione sarebbe inibita dall'aut-aut dell'irc. Che blocca sul nascere questa possibilità, che è pur sempre e solo un tentativo, con risposte soggettive ai vari cicli di trattamento.
Appena si alza la paletta dell'help! a caratteri cubitali, l'irc dice no, niente aiuti; meglio, è possibile riceverli, ma poi si imbizzarrisce e fa un balzo in avanti che avvicina chi la ospita a una fine altrimenti forse non prossima.
Senza possibilità di ritorno ai valori precedenti. Irreversibilità: non si torna indietro, neanche a fin di bene.

Tanto sono affollate le sale d'attesa per una visita oncologica, altrettanto lo sono quelle per una visita nefrologica.
In entrambe le situazioni, del doman non v'è certezza...
Tutti combattenti, cui il pungolo dell'incoraggiamento alla lotta diffuso dai battaglieri di salotto nei modi prima citati è, a dir poco, controproducente.
Una esternazione sarebbe stata messaggio di speranza: si può fare, si può guarire, non lasciarsi mai abbattere.
Due, sarebbero state conferma di quel benemerito invito.
Quando l'esposizione diventa endemica, come sta succedendo, alle migliaia di tumorati in trincea viene il dubbio che qualcosa non quadri: o costoro, i miracolati degli show, hanno risorse ai più ignote o negate, ovvero chi è portatore della malattia è un ipocondriaco, un malato immaginario, che intasa ambulatori e nosocomi per il gusto di farsi accudire e compatire, manco il cancro fosse accidente serio.

Tempo addietro, se non vado errato nel '68, era entrato come moda il grido femminile "La vagina è mia e me la gestisco io". Che non ha avuto il risultato di mettere quell'organo in bella mostra nei salotti televisivi o nei cartacei...
Era la rivendicazione da parte delle donne che, pur essendone legittime proprietarie, dalla gestione di quella dotazione erano di fatto estromesse; tra violenze poco riconosciute e punite e deleghe legislative che affidavano ad altri decisioni prettamente femminili, anche in fatto di maternità. L'oggetto-donna del passato veniva ripudiato.
Sarà possibile travasare quel detto (che con il suo dire colorito, in alcuni casi quasi folkloristico, tanto ha dato alle donne) ai tumori e alle malattie simil-tumorali, nel senso di gestirsele in proprio e in privato, senza sbandierarle manco fossero una conquista da invidiare, o addirittura presentandoli come dono, opportunità?... Conquiste, doni, opportunità... ma de che?

Un'idea (balzana, ovviamente, e pure malsana): i personaggi che vanno in questi contenitori televisivi inutili o rilasciano interviste, potrebbero dare un'impronta diversa al loro status symbol: dopo aver raccontato amori e dolori, tradimenti e perdoni, sentimenti e panni sporchi, anziché chiudere 'vantandosi' di avere avuto un cancro, potrebbero offrire (a sorpresa vera) la visualizzazione della loro denuncia dei redditi.
Applausi e like non so, sicuramente amplierebbe la platea degli spettatori interessati: l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza non cercano altro, questi Enti si divertono così, e di questo campano.

"La lingua batte dove il dente duole", dice un antico adagio filosofico.
Quando i dolenti sono due, la lingua si fa battacchio di campana.
Al din dell'un dente risponde il don dell'altro, senza interruzioni o riposi. E quando i due rintocchi battono in una campana già crepata dall'età e da precedenti malanni, il suono non è piacevole e cristallino; anche se, in particolare per questi accidenti, cristallino non fu mai.
Alla lunga questo din-don finisce per essere un passatempo, come il girare i pollici a vuoto, in attesa di qualcosa già definito, non avendo altre possibilità per farlo più utilmente.

Ad alcuni questo testo potrà sembrare un intervento di parte.
Respingo fermamente il potrà sembrare: lo è.














sabato 30 marzo 2019

Applausi

Era titolata "Applausi" una canzoncina del 1968, genere pop, lanciata dal gruppo I Camaleonti. Carina nella sua semplicità, orecchiabile, tanto da poter essere canticchiata senza pretese a cinquant'anni dalla sua prima uscita. Dai pochi che ancora la ricordano.
Il testo tratta un argomento che all'epoca era nei canoni obbligati di quasi tutte le canzonette: cuore e amore andavano a braccetto, calmierando un anno di profonde agitazioni, passato poi alla Storia per ben altre rivoluzioni e cambiamenti appunto epocali. Soprattutto nei costumi, nei rapporti tra generazioni, nelle guerre e guerriglie, in uccisioni che hanno cambiato il volto della Storia...
All'epoca a cuore e amore non si aggiungeva "dolore" che, pur facendoci rima baciata, non aveva molto spazio nelle canzonette, e neanche troppo nel discorrere quotidiano; nella baraonda di quell'anno il dolore si viveva, e di dolore sovente si moriva.
Ho fatto una piccola variazione nella prima parte del testo, quella che poi è ripetuta come ritornello: al posto di "amore" ho messo "salute", per trovare un aggancio alla sciocchezzuola di cui voglio parlare.
Veramente, un migliore aggancio lo avrebbe dato il termine "tumore", ma sarebbe stata un'entrata a gamba tesa e diretta nell'argomento, il che non è nelle mie corde. Inoltre, mentre la salute non c'è (più), i tumori ci sono; eccome se ci sono!...
Che poi, cuore-amore e dolore-tumore qualcosa in comune ce l'hanno e va oltre il semplice rimaggio delle poesie o canzonette.
Dunque:

Applausi... di gente intorno a me.
Applausi... tu sola non ci sei.
Ma dove sei? Chissà dove sei tu...
Canta ancora, canta ancora...
ma perché cantare
se la salute non c'è? 

Quando ero bambino (e giuro di esserlo stato, pur se l'impressione che offro della mia infanzia potrebbe far pensare il contrario) la parola cancro era tabù. I 'grandi' non ne parlavano, perlomeno non con noi; da voci raccolte da qualche avventuroso che poi riferiva al gruppo, si sapeva che il cancro non erano i granchiolini di cui andavamo a caccia in colonia estiva marina. Al limite si sarebbe trattato di piccoli cancri, di cancriolini... ma non avevamo informatori disponibili a chiarire la differenza. Il simbolo dello zodiaco che raffigura il crostaceo associandolo al cancro non era stato d'aiuto; aveva solo contribuito alla confusione già innata.
A lungo andare una distinzione l'avevamo capita o, meglio, credevamo di averla capita: il cancro era una cosa che portava dritti alla morte; il tumore, invece, era qualcosa che somigliava a un cancro, ma era curabile. 
'Sapevamo' che di cancro si muore, di tumore no. La nostra conoscenza si fermava lì.
E non è che i libri di scuola ci dessero una mano. C'era un solo dizionario, con tanto di dedica al duce da parte dell'autore, ribadita dal peana obbligato dell'editore, ma non dava lumi alle nostre legittime curiosità.

(Che poi, francamente, quei termini non rientravano nelle nostre priorità di ricerca. Le nostre curiosità infantili erano orientate soprattutto alla scoperta di cosa fossimo, da cosa fosse formato il nostro corpo. Per dire, la ricerca su 'pisello' era andata buca; era un legume, e dava ragguagli sulla sua coltivazione a scopo mangereccio. La successiva su 'uccello' era andata anche peggio, avevamo scoperto dal dizionario che trattavasi di animale munito di ali, atte, appunto, a librarsi in volo. Né più né meno che gli aerei.
Dopo indagini, tanto segrete quanto approfondite, avevamo scoperto che il nostro salsiccino era detta 'cazzo', ma il dizionario proprio non lo citava. Nel prosieguo della ricerca eravamo arrivati alla parola 'pene', e su questo avremmo potuto avere finalmente chiarezza. Infatti: pene, s.m., organo riproduttivo maschile. Niente altro, sapevamo tutto senza sapere niente.
La ricerca del contrapposto femminile si era rivelata più ardua. Se il termine maschile era tabù, almeno quanto il cancro se non di più, sull'esistenza della parte femminile era nebbia assoluta; a parte il vago sentore di una differenza non ben definibile sulla base delle nulle informazioni in merito. In pratica, sapevamo che le madonne, le sante e le suore erano donne, senza sapere che fossero anche femmine, dio, i santi e i preti tutti erano uomini, senza capire perché dovessero essere anche maschi. In pratica la differenza tra i due generi era indicata dall'articolo.
Al rientro da una vacanza dai suoi parenti contadini, un eroico compagno aveva raccontato di avere sentito i grandi parlare di 'figa' o 'fica', non era sicuro della giustezza di una delle due; il dizionario aveva dichiarato senza ombra di dubbio che questi termini non esistevano. A lungo cercare, eravamo arrivati alla 'vagina', e su questa il dizionario ci aveva illuminato: vagina, s.f., organo riproduttivo femminile. Stop.
La scoperta di cosa diavolo fossero, e a cosa servissero oltre alla funzione abituale, era rinviata ai secoli successivi, in presa diretta. Ovviamente da imbranati, per la buona ragione di essere ignoranti assoluti della materia, costretti a capirne qualcosa, mai tutto, direttamente sul campo).

Questa dissertazione, che riconosco essere stupidina ma che fa parte di un tratto importante della mia esistenza, per alleggerire l'argomento che invece voglio andare a toccare e che potrebbe risultare antipatico.
Il cancro (o tumore che dir si voglia) è un accidente serio, amaro, che da un po' di tempo in qua pare diventato oggetto di conversazioni che vanno bel oltre i tabù di mia gioventù. Dirò di più: ho l'impressione che il parlarne sia diventato una specie di business, alla ricerca di plausi e applausi che nulla hanno a che vedere con il tragico di questa malattia.
Plausi: si plaude all'eroismo di chi comunica, senza averne avuto richiesta, urbi et orbi di avere, o di avere avuto, un tumore.
Applausi: non si capisce bene a chi e perché; forse sull'onda dell'applauso ormai abituale rivolto alle bare all'uscita dalle funzioni di ultimo commiato? Essendo basso e, come tutti i bassi, maligno, questi applausi mi ricordano Jannacci nella sua "Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale, per vedere se la gente poi applaude davvero...", ossia come una richiesta di anticipo di quelli che ormai si raccolgono a tutti i funerali.

La stura all'usanza l'aveva data una nota presentatrice, il cui tono nel 'raccontarlo' era stato inizialmente trionfalistico per i tempi e lo sviluppo del male, scoperto curato vinto in pochi mesi. Un 'coraggio' incomprensibile, soprattutto a chi con il cancro vive da anni, fino quasi a conviverci, nella speranza che non esploda di brutto, magari quando sembrava ormai debellato. A pronto seguire, nel giro di pochi giorni, l'uscita di un libro che avrebbe dovuto raccontare un iter curativo che indicava soprattutto nella volontà soggettiva il rimedio migliore per guarire. Con la volontà si può tutto...
Intanto applausi, sotto forma di battimani in studio, ma soprattutto di migliaia di like sui social; e poi la scoperta di essere anche in grado di cantare... il che non guasta, in aggiunta al valore mediatico raggiunto per 'merito' del tumore.
E, a distanza ormai di un anno dal primo exploit, non passa giorno che i media manchino di informare su ogni movimento; ci tengano costantemente aggiornati su ogni accesso per esami di controllo o sedute di chemio, da cui riappare regolarmente rilassata e prossima alla soluzione definitiva del problema.

Poi è toccato al famoso ex calciatore. Propagata prima dai media, la notizia del possesso di un tumore era stata poi rimarcata dalla presenza nello stadio gremito, che gli aveva tributato applausi scroscianti e standing ovation.

Era stata poi la volta del politico di lunga data il quale, cogliendo l'attimo fuggente della presidenza di un consesso senatoriale casualmente gremito, aveva comunicato ai colleghi la sua battaglia a un tumore che da anni lo perseguita. Applausi e standing, ovviamente.

Tra l'uno e l'altra non passa giorno che personaggi più o meno noti offrano il loro essere, o essere stati in passato, colpiti da questa patologia.


Applausi... di gente intorno a te...

Non critico né tanto meno condanno queste esternazioni, e neanche punto a renderle oggetto di polemica. 
Semplicemente mi lasciano perplesso.
E le perplessità costringono a porsi, e a porre, domande.
Nello specifico, una sola, che cito nell'antico dialetto romanesco: cui prodest?
Già: a parte le ovazioni e i like, a chi altri giovano queste esternazioni?
Al di là delle platee immediatamente propense all'applauso, a chi sarebbe diretto il messaggio salvifico?

Passo indietro.
I coming out, le uscite allo scoperto sull'omosessualità, avevano lo scopo esplicito di porre fine a una discriminazione nei confronti di differenze sessuali che i tempi attuali ritengono ormai fuori dalla realtà quotidiana. I primi ad esporsi furono personaggi famosi che, in affetti, ebbero il coraggio di mettere in piazza quelli che il volgo riteneva panni (sporchi) da segretare in famiglia; e anche qui sovente tenuti nascosti. Probabilmente anticipando quello che avrebbe potuto essere un outing di gente malevola che, raccontando questa omosessualità magari con insinuazioni o dubbi anonimi, avrebbe potuto dare l'impressione di falsità di colui che intendeva colpire.
Il risultato si è visto: chi si sentiva in sudditanza per questa situazione, a seguito di questi messaggi, ha preso coraggio e si è esposto. E l'accoglienza mi pare sia stata, nel suo insieme, positiva. Permangono ancora isole di ignoranza, becera all'interno anche di famiglie, che non accettano questo riconoscimento come conquista di una umanità condivisa ma la recepiscono come un regresso. E non mancano reazioni di violenza anche fisica a chi spoglia il suo essere dal velo dell'anonimato.

Testimoni di Geova: hanno il primato nella fama di scocciatori per la divulgazione di idee che attecchiscono in misura inversamente proporzionale all'impegno profuso. Giusto o sbagliato che sia il loro messaggio, questo ha comunque uno scopo ben preciso: convincere a una conversione, all'adesione al loro predicare. La loro pervicacia nella diffusione ha poco riscontro, ma loro insistono fino a diventare, come detto, tipico sinonimo di seccatori.

I venditori porta a porta, di aspiratori Folletto o, in un lontano passato, di enciclopedie in dispensa, o di altri prodotti o servizi: anche questi diffondono (tentano di diffondere) un prodotto il cui piazzamento dia loro un piccolo aggio che, a malapena, gli consente di tirare avanti in attesa di tempi migliori. Stessa cosa vale, in ambito tecnologico, nelle offerte, notoriamente seccanti, di prodotti di consumo o di abbonamenti a gestioni soprattutto telefoniche.

E decine di altre categorie che offrono o chiedono qualcosa a un pubblico definito: chi per divulgare la presa di coscienza di un diritto per secoli ignorato; chi per dare speranze per un 'al di là' di salvezza eterna; chi semplicemente per sopravvivere. Che è la più parte.

Tornando al tema: dicono gli eroi che hanno denudato il loro stato fisico d'averlo fatto per dare coraggio a chi combatte la loro stessa battaglia. Combattere, tipo: se ce l'abbiamo fatta noi, ce la possono fare tutti.
Basta volere.
Stendo un velo sulle differenze e le possibilità di combattimento tra loro, tutti, e quelle dei cosiddetti comuni mortali.
Mi chiedo quante volte costoro si sono trovati in una sala d'attesa per una visita oncologica in compagnia di altri fratelli d'accidente; quanto velocemente hanno avuto accesso ad esami ritenuti indispensabili quantomeno alla definizione chiara e definitiva del male; quanto sono stati limitati nella ricerca di centri e cure all'avanguardia...
Tutte cose che, è ben noto, sono alla portata di tutti: il tumore finisce per rendere appunto fratelli, ma tra questi esistono i figli destinati a un delfinaggio acquisito che garantisce protezioni a un ottimo livello e figli naturali che devono accontentarsi di quello che passa il convento.
I primi, oltre che nel meglio delle cure, danno alla volontà il merito di guarigioni o quantomeno di miglioramenti.
I secondi devono affidarsi alla speranza, questa virtù che, spacciata per fortuna, come questa ha gli occhi bendati, anzi sovente è proprio cieca.

Quando, e mi auguro sia mai, a quanti vagamente citati qualcosa andasse storto, quale sarebbe il messaggio da lanciare in coda al battage mediatico delle loro esternazioni?
Non apertamente dichiarato, potrebbe essere un "lasciate ogni speranza,  o voi ch'intrate..." in questo tunnel di cui avevano fatto intravedere un'uscita?

La trincea di combattimento dei più è la sala d'attesa per una visita oncologica. 
Dieci, venti persone, quasi assiepate in uno spazio che, foss'anche ampio come uno stadio, appare sempre angusto e sovraffollato. 
Solitamente la metà dei convenuti è la parte direttamente interessata al riscontro. Gli altri, e soprattutto le altre, sono persone di accompagno. Di queste, alcune in piedi, per mancanza di sedie e per smaltire la tensione, tentando di far rilassare il crampo allo stomaco e alla mente che l'attesa in quei luoghi propizia.
I primi non parlano molto tra di loro, a meno di una conoscenza in visite precedenti. Ma anche in quel caso, non ci si sbilancia più di tanto. Più che altro si tratta di monosillabi di assenso o dissenso dal chiacchiericcìo femminile che riempie la saletta.
Le seconde appaiono più spigliate, una volta rotto il primo ghiaccio, si scambiano pareri un po' su tutto. Parlano di tutto, di cucina e cucito, di tempo e di figlie gravide, di gioventù passata e attuale...
Mai dell'argomento tumore. 
Non perché non sia ritenuta valida una condivisione della situazione, ma semplicemente perché già si sa perché ci si trova lì, in attesa di una chiamata che non si può differire.
Tacita, forse anche una remora inconscia e scaramantica.
I tumorati stanno rintanati nella propria trincea, forse anche per il timore di trovarsi 'impallinati' da chi sta meglio o da chi sta peggio.
Da chi pensa di stare meglio, ma non si fida più di tanto; o da chi pensa di stare peggio, e purtroppo sovente ci azzecca.
Non c'è mai fretta, nessuno che tenti di passare avanti gli altri; un ingenuo tentativo di allontanare un pochino il momento della verità. Di quella del momento. 
Che è, sempre e comunque, una sentenza.
Chi si trova in queste salette d'attesa è qui per combattere, mai ad armi pari.
L'incitamento al combattimento è pleonastico, attendere la chiamata è già una battaglia.
Niente applausi, qui. 
E neanche commiserazioni pietose...
Quando quelli e queste saranno riconosciute valide in assoluto come cura, o almeno come palliativi, sarà caccia aperta ai talk e ai media per cogliere quanto possibile di questi frutti benefici. E anche gli incoraggiamenti a resistere avranno più senso compiuto.
Per ora, riceverli da chi ha potuto scendere in campo con una corazza quantomeno di metallo dà l'impressione di una presa in giro; che alla fine l'urto violento col nemico la faccia a pezzi è altro discorso. 
Ben diversa la situazione di chi questa corazza se la trova, quando va bene, in cartapesta che ai primi scontri già si lacera, lasciando indifesi e in balìa del destino; che non è mai benevolo.
E il saluto di commiato è un semplice 'buongiorno' o 'buonasera'; l'arrivederci non è contemplato, a meno di aggiungerci 'inshallah' ('se Dio vuole'), poco conosciuto come saluto essendo chiaramente in arabo; molto diverso dal più comune 'a Dio piacendo', visto che è anche 'a Dio piacendo' che siamo qui.

A chiusura di questo pistolotto, immutato affetto e i migliori auguri a tutti coloro che combattono questo maledetto accidente. Con la speranza più sentita e condivisa che, in attesa di un meglio definitivo, tutti abbiano la possibilità di sentirsi corazzati in egual misura.
Allora sì, gli applausi avranno un senso e i like un valore...

Per chiudere, una pillola parafilosofica: i vivi sono morti che per tutta la vita cercano l'eternità; i morti sono i vivi che, raggiuntala alla fin della ventura, meritatamente riposano.  







   









giovedì 14 marzo 2019

In giornata uggiosa...

... melanconia m'assale, guardando pur'io un passero sul ramo infreddolito di un pero che, dati i suoi frutti, sta riposando... o, forse, sta morendo?
Siamo un po' tutti passeri solitari, nel clamore di una discoteca come nella spiaggia di un lido deserto, in mezzo alla folla come in un maniero abbandonato, su una grande nave da crociera come in un canotto in mezzo al mare...
Non sempre ci si sente 'passeri solitari', solo ogni tanto, in rapidi momenti di lettura del passato; in quei momenti in cui un sorriso e una lacrima si mescolano, le immagini belle si sovrappongono a quelle niente belle, e la melanconia si trasforma, ma solo per quei pochi attimi, in melancolia, in una forma di dolce sofferenza impossibile da spiegare.
Succede, quando scende la sera e il buio della notte si avvicina. 
Il passero solitario, di G. Leopardi
D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.