domenica 14 marzo 2021

"Il testamento cangiante"

Ogni libro di Pezzoli ha caratteristiche sue proprie, che in qualche caso si riallacciano ad altri suoi pubblicati senza esserne prosecuzione. Ha messo al mondo tante creature, ognuna delle quali è opera a sé, nelle trame, nella stesura dei racconti, nell'esposizione complessiva.
In alcune emergono simiglianze di personaggi che peraltro si adeguano ad età che avanzano, a situazioni via via aggiornate, a nuove visualizzazioni (più esattamente a visioni), che li rendono sempre attuali.
E ogni libro ha una sua propria impronta, diversamente godibile, che richiede valutazioni singole: ciascuno trova una sua collocazione precisa, un sigillo che lo rende migliore nel suo specifico. Per dire, l'Autore nella presentazione di questo ultimo, si lancia nella definizione del suo essere il 'più' tra quelli finora editati; e qui non sono d'accordo: il migliore dei suoi pargoli, secondo il mio personalissimo parere, resta Agonia di una fata e altri sfaceli. Per fatti miei, credo che resterà il più meglio di tutta la sua produzione, precedente e successiva; e, visto che il lettore è comunque un cliente, mi appello al fatto che questo ha sempre ragione, e passo quindi alla lettura di questo 'Testamento cangiante'. 
Però, prima che del libro, devo fare un doveroso richiamo alla sua copertina, quella che solitamente si cita distrattamente al termine delle letture dei testi. Qui la mitica Lucia Luce ha in pratica dato l'avvio anticipato al racconto, mettendo questa sua immagine, e su ogni capitolo, come un'impronta felina, quasi materializzando gli ambienti in cui il racconto evolve. Originale il nome dell'Autore, segnalato in un patois simil arabo, con la traduzione incisa sullo stipite esterno dell'arco, una specie di stele di Rosetta d'oggidì. 
Una buona parte di questo Testamento mi ha portato alla mente il Murakami di Kafka sulla spiaggia, forse  da attribuire all'amore dei due (tre con Lucia) verso i gatti, ma non solo per quello. Spero che nessuno dei due Autori si offenda per l'accostamento di due stili che, personalissimi entrambi, mi sono trovato, magari impropriamente, a sovrapporre.
Nel testo, Pezzoli fa entrare in scena un personaggio, che recita la sua parte ed esce di scena; per far posto ad un altro protagonista che, a sua volta, entra in scena, recita e si allontana.
Forse il non cercato accostamento a Murakami, è venuto proprio da questo alternarsi sulla scena dei due che, per tutta una parte del libro, apparentemente non hanno nulla in comune, presentati come fetta biscottata in confezione singola; che, sgranocchiata, fa posto ad un'altra, senza presumibili possibili contiguità. Volendo, sarebbe possibile saltare dal primo capitolo al terzo, e agli altri dispari, per avere davanti l'assemblaggio completo del primo attore; stessa cosa per quella dei capitoli pari per l'altra protagonista.
Il racconto ha le sue basi sul silenzio, del quale i due hanno fatto virtù. Un tacere che consente a uno di meglio vedere quanto lo circonda, e all'altra di meglio ascoltare le voci trasformandole in un gioco paravisivo.  
E i due sono da Nicola letteralmente scarnificati, spogliati, rivestiti, vivisezionati nei corpi, nei pensieri, nei sogni, nei desideri, in due modi diversi di vedere il mondo da cui entrambi sono circondati; alla recita muta dell'uno contrappone l'ascoltare creativo dell'altra. 
Due puzzle da completare in fasi alterne, facendo attenzione a non mescolarne i tasselli. Una volta completati, come per magia saranno sovrapposti uno all'altro, apparendo incredibilmente uguali pur mantenendo identità separate. 
Un binario, con le due rotaie che viaggiano parallele, con Nicola che si presta a fare da traversina che le distanzia una dall'altra e nel contempo le unisce. Fino a che, lungo il tragitto, decide di accavallarle, senza peraltro farle mai combaciare tra loro. Emerge, in questo suo giocare, una sottile vena di sadismo, vedere ma non toccare, ascoltare senza dialogare. I sogni di un lui legati al proprio mestiere e quelli di una lei alimentati da suoni e voci ignote: un muto che parla, inconsapevole, a una che del solo ascolto ha fatto professione.
Gli altri due personaggi presenti nell'opera appaiono come integrativi del racconto, un completamento dovuto a sogni, sviluppati nel corso di giorni e notti brumose, che la Londra di Dickens se le sogna.
Devo chiarire, almeno parzialmente, quanto detto nella parte relativa al migliore prodotto letterario di Pezzoli; l'Agonia resta per me il migliore, ma nel giudizio pesano emozioni che poco hanno a che fare con lo stile nicoliano (o nicolesco?), vanno oltre. 
Qui, nel Testamento, il prosieguo della lettura offre emozioni scritturali, a mio avviso inedite, che in effetti lo rendono particolarmente "liscio", scorrevole, avvincente nella mai finita scoperta di emozioni stilistiche che solo un grande scrittore sa elargire, con una dovizia che lo rende filantropo culturale diversamente umile... solo che si abbia l'accortezza di leggerlo immergendosi nei due personaggi principali ogni qualvolta si presentino sulla scena, seguendone con attenzione ogni pensiero, ogni visione e ogni singola azione.
Va da sé che non mi addentro nella descrizione di una trama che merita di essere goduta ad personam, in lettura diretta, fino alla fine... e pure oltre.

Ogni concione, ogni omelia, ogni favola, ogni romanzo, alla fin dell'avventura lasciano una morale. Il Testamento la offre più come considerazione che come morale vera e propria. In pratica, preso atto che (mai come oggi) del doman non v'è certezza, invita a non lasciare questo suolo ameno senza affidare a due righe le ultime volontà; quelle che volgarmente sono definite testamento, appunto. Può succedere, e succede, che alla fin di propria vita non ci siano parenti, amici, conoscenti, confraternite... neanche un gatto randagio o una tartarughina d'acqua dolce, cui lasciare (comunque a malincuore) l'eredità di beni accumulati, ma anche accatastati, nel corso di una vita. Quello che si lascia finirebbe in mano allo Stato, che curerebbe questi beni né più né meno di come cura gli altri tesori che la Storia gli ha affidato. Quando va bene spazzatura, manco riciclabile...
Alternativa a questo, potrebbe essere di destinare a uno sconosciuto ogni cosa, buona che sia o meno buona. E, tra i tanti sconosciuti, la scelta potrebbe cadere, ad esempio, sulla dirimpettaia ciospa che è stata accuratamente a lungo evitata, magari perché ritenuta troppo fetecchia per meritare l'attenzione di chi, in vita, aveva ben altri progetti e sogni in itinere. Questa, accettata l'eredità, potrebbe finalmente prendere atto che non tutto il mondo è bastardo, come lei fino a poco prima credeva. 
E come invece in effetti è. 

mercoledì 10 marzo 2021

"Oltrepassare" di M. Ciano

Si tratta del secondo libro di questo Autore. Il precedente era titolato Zeig, dato alle stampe nel 2018, un romanzo distopico, che porta il lettore a un continuo cambio di passo per valutare due futuristiche possibilità di vita sulla Terra. È un invito a soppesare due mondi, uno perfetto e uno caotico. Dove quello troppo perfetto appare asfissiante, e quello troppo caotico assolutamente devastante. Due mondi che il protagonista, Marselo, visita e rivisita alla costante ricerca di una via di mezzo, che, oggi più che mai, non esiste.
In questo Oltrepassare, ora in libreria, Ciano riceve il suo secondo battesimo di scrittore, e qui porta su carta pensieri e ricordi. 
I suoi pensieri e i suoi ricordi. Che non sono solo suoi... 
Qui la locazione del romanzo è più statica: impossibile non individuare il territorio in cui si svolgono gli eventi raccontati, e anche i pensieri e i ricordi dell'Autore appaiono chiaramente come pensieri e ricordi di tutta una popolazione indigena. Che li ignora, o che finge di ignorarli, o che è 'passata oltre', illudendosi che il tempo cancellasse gli uni e gli altri. Il pregio del racconto sta nel fatto di portarli alla luce, di ri-portarli a galla, posarli uno ad uno in un vassoio come si fa, sezionato un maiale, con gli ziguli e con la colata della 'nzugna, il grasso liquido dell'animale, che un tempo era di utilizzo comune nelle cucine povere, e ancora oggi nella confezione di dolci e piatti che non seguano troppo i livelli del colesterolo e dei  trigliceridi, è ingrediente insuperabile. 
L'Oltrepassare di Ciano non passa affatto oltre, anzi analizza i ricordi con una precisione chirurgica, li seziona in una forma di autopsia, crudele, dolorosa, evidente... una evidenza che la rende innegabile. In una delle parti iniziali, a mio parere la più incisiva, l'Autore fa lanciare a uno dei protagonisti principali del racconto un J'accuse che potrebbe ricordare Zola, ma che qui diventa un Je m'accuse, crudamente rivolto a se stesso come prestavoce, ma, affatto velatamente, estensibile a chiunque abbia vissuto tempi e modi di uno scempio del territorio in cui lui, e con lui molti altri, hanno vissuto. Una confessione che, se letta coscientemente, dovrebbe colorare di rosso cupo tutto il territorio in cui si sono svolti i fatti... al punto che il rosso da virus attualmente di moda apparirebbe come tenue rosa pastello.
Del territorio, Ciano non dà velati indizi per la sua individuazione: stende sugli asfalti e sui cementi una intera mappa, fotografando in chiaro e a colori ogni via e ogni settore e ogni attività che in un passato prossimo, ma ancora recente, sono stati il frutto di scelte aberranti. Affonda la lama senza pietà alcuna per l'ipotizzata parentela col protagonista, non gli concede attenuanti per le colpe che lo stesso si addebita; marginalmente riconosce che egli fu solo uno dei tanti/tutti che a suo tempo lubrificarono un ingranaggio che stava macinando in pochi anni secoli di storia. In nome di un progresso distruttivo che, peraltro, dava speranza dove da sempre speranza è morta.
Ma al lettore non potrà sfuggire la possibilità di uscire dai confini di quel comune, di estendere il Io (mi) accuso ben oltre i limiti della provincia e della regione, per coprire l'intero territorio nazionale. Ovunque lo scempio è stato attuato con l'incoscienza tipica di chi dell'ignoranza ha fatto virtù.
Non è un libro facile, non apre spiragli a miglioramenti, è a modo suo nichilista, poiché il 'passare oltre' non prevede possibilità di ricostituire quanto è stato disciolto. Ricostituire, non ri-costruire, visto che il costruire selvaggio è l'immagine più tangibile di quanto avvenuto.
Fuggire, andarsene, lasciarsi alle spalle affetti e consuetudini, cercare altrove quello che questa terra non può dare. In molti lo hanno fatto, in molti lo faranno, alla ricerca di un vivere che sia alternativa a una sopravvivenza senza futuro.
È vero, partire è come morire, ma restare è come vivere da zombi.
È un libro che costruisce intorno a una semplice vocale tutto un mondo di concetti e di verità, di sogni e di racconti, di preghiere e di invettive. Manca la speranza in un anestetizzante 'meglio', poiché speranza non c'è. Al lettore che si cali profondamente nel racconto non potrà sfuggire il ripetersi di promesse, di assicurazioni, di garanzie offerte dai tanti che si sono nel tempo candidati ad amministrare (governare) i territori descritti. E le braccia (eufemismo) cadono al suolo...
Ciano si presenta da subito come 'narratore'. Se questo libro fosse una piece teatrale sarebbe udibile come una voce fuori campo; questa è solitamente distaccata, asettica, con una monotonia professionale che inibisce sentimenti e reazioni umanamente percepibili. 
E invece l'Autore non è mai fuori campo, che è il suo proprio campo, avvezzo dal giornalismo a vedere e raccontare quanto vede, senza spinare e senza indorare la notizia. Anche nei monologhi, che affida a protagonisti terzi, lui si trova immerso nel mare che lo circonda, che purtroppo non è più di semplice e pulita acqua marina, ma composto di ben altri ingredienti, sovente mefitici e nauseabondi. 
Ciano è, suo malgrado, immerso in questo mare per volere del destino, ma da questo mare non viene mai sommerso per sua propria volontà, restando una delle poche, residue, inascoltate voci nel deserto dell'indifferenza, quando non di assoluto e conclamato menefreghismo.

In libreria, dove ancora ci sono, oppure on-line dal sito di A&B Editrice.  
 

venerdì 5 marzo 2021

LIDL! Anch'io?

Da un po' di tempo a me delle ciambelle riesce solo il buco. Come ho avuto modo di raccontare in un post precedente, col geometra e con l'idraulico il buco è tuttora in via di perfezionamento. Adesso ho iniziato a impastare la ciambella di un  supermercato che il logo qui a fianco bene individua, e il buco perfetto è già in cottura.
Questo, come molti altri, contribuisce a rendere appetitosa la monotonia dei telegiornali, che ormai dedicano i loro tempi a dare notizie che inducono alla depressione anche i menefreghisti più incalliti. Invogliano, questi mercati, ad effettuare acquisti come se nulla al mondo stesse accadendo, evidentemente i loro studi di marketing hanno una visione del futuro che noi umani non abbiamo la capacità di percepire.
Noi umani che, in fondo, siamo tutti pesciolini affamati che non vediamo l'ora di abboccare a qualunque amo venga calato nell'acquario in cui crediamo di vivere. E le esche che nascondono quegli ami sono sempre presentate in modo che, se anche non fossero in realtà veramente appetibili, sono rese tali da sconti e facilitazioni e varietà di prodotti che ai pescetti apparirebbe delittuoso non abboccare.
Il supermercato di cui vado a raccontare non è nelle mie frequentazioni più assidue; che peraltro bene si sposa con la poca disponibilità alla visita a qualunque altro supermercato, e ai mercati e mercatini in genere. Una semi idiosincrasia verso i luoghi troppo luminosi, troppo affollati di gente che 'sa' cosa sta cercando, ma la cerca in tutti i posti meno che nel giusto scaffale; col risultato comune di passare alla cassa con il carrello zeppo di prodotti che solo poi si accorgerà di avere comprato.
In un passaggio televisivo di questo ammiccante LIDL Anch'io! avevo notato di sfuggita la pubblicità di un attrezzo che sarebbe stato utile in giardino: una piccola motozappa elettrica, buona per lavoretti in prossimità di una presa elettrica, per zone con terreno abbastanza morbido, da rivoltare con facilità e senza sforzi. Il prezzo era interessante, affatto proibitivo; questo era inserito in una serie di altri prodotti, agricoli e mangerecci, con l'indicazione rapida dell'inizio e della fine dell'offerta. 
Visita al sito alla ricerca del mercato più vicino, già visitato in passato. onde rilevare un contatto telefonico per avere la certezza della disponibilità dell'attrezzo. Nessuna indicazione, a parte la località e l'indirizzo, con tanto di cartina, e gli orari. Dal sito ho appreso così che LIDL fattura circa 60 miliardi di euro l'anno (non so se solo dall'Italia), e la cosa mi ha riempito di una malcelata felicità; a parte i dati finanziari, c'era una specie di news che raccontava, con video, dell'assalto a due LIDL siciliane da parte di persone che volevano assolutamente un robot da cucina. Presentati come incentivo pubblicitario, diceva proprio 'assalto', mi aveva preoccupato, e non poco, pur non ritenendo credibile un assalto all'arma bianca per catturare una piccola motozappa elettrica.
Visto in un solo passaggio televisivo, avevo approfondito la visura del volantino dal computer. Che indicava la validità dal 1° a 7 marzo, generico. Ero passato all'esame dello stesso, per vedere meglio di cosa si trattasse.
Il 1° marzo, qui da noi, era di lunedì. Eravamo al 26 di febbraio e volevo essere pronto ad andare subito all'apertura, nel timore di non trovare questo elettrodomestico agricolo, quel lunedì stesso. Nello sfogliamento del cartaceo virtuale ero andato a vedere meglio i dettagli, per evitare nasate con l'acquisto di un giocattolo, che risultasse poi inutile perfino a zappettare un vaso di gerani.
E ben me ne incolse, poiché da questo spiare meglio avevo appreso che, solo per questo mio oggetto del desiderio, la data di offerta partiva dal 4 e finiva al 7; non c'era la classica dicitura "fino ad esaurimento scorte", ma era presumibile che non si sarebbe trattato di una banconata, sul tipo dei detersivi o del latte o delle acque o delle uova di Pasqua.
Bene, rendez vous spostato a giovedì, nessun problema.

Una breve pausa per meglio delineare il percorso che mi avrebbe portato al deposito.
Questo LIDL non è che sia proprio sotto casa: si trova a poco meno di 70 km, che, in sé, non sarebbero la fine del mondo. Purtroppo ha alcuni lati negativi a fronte di nessuno positivo.
Si tratta di una statale che uno spirito allegro in passato ha battezzato come 'superstrada' e che da allora così è conosciuta, ignorando i più il suo proprio numero indicativo. Corre lungo un litorale marittimo attraversando una decina di paesi, due o tre dei quali si fregiano del titolo di città pur essendo abitati più o meno da 15 mila abitanti; nel periodo non estivo... in quello estivo tutti diventano megalopoli, non tanto per i muri quanto per il numero di gambe, tette, natiche e scugnizzi e altro che li sovraffollano. Con le conseguenze che qui non sto a descrivere, poiché sarebbero fuori tema.
La località in cui questo LIDL ha posato i suoi lombi mi sta antipatica intanto perché è sede dell'unico ospedale di riferimento di tutta la costa; e a questo nosocomio mi ci reco periodicamente, accompagnando qualcuno o da qualcuno accompagnato. E quando ci vado ho tutt'altre caramelle per la testa che andare a visitare questo mercatone al coperto.
Un altro motivo che nel tempo ha reso questo percorso odioso sta nel fatto che quasi ogni paesino da attraversare ha posato a bordo strada il suo salvadanaio, che gli occhi di un Grande Fratello Stradale, in funzione perenne, provvede a riempire per dare ossigeno ad amministrazioni comunali in secca permanente. Memento il fiorino di Troisi... Striscia continua su quasi tutto il percorso, con un senso di marcia per carreggiata, con limiti di velocità che consigliano uno sguardo continuo al contachilometri. Questi limiti credo siano stati elaborati da menti diaboliche: i 70 km, per dire, segnano puntualmente l'inizio del limite e la fine, dopo la quale, essendo strada statale 'superstrada' si dovrebbe poter accedere ai 90 orari, peraltro non segnalati. Ma... come ridere che dopo un paio di chilometri lanciati (vabbé, lanciati), appare un segnale che impone i 50, talvolta i 30, per un po' di case a ogni lato della strada, impropriamente definite 'paese'.
È una strada statale leggermente particolare, trafficata da mezzi di ogni genere, per spostamenti locali e per il transito obbligato di chiunque abbia necessità di abbandonare l'autostrada all'interno per effettuare consegne lungo tutta la costa. E si tratta  di autobus, camion, autoarticolati, betoniere, camion di trasporto rifiuti... non di rado, ma per brevi tratti, di trattori con cassone di traino pieno zeppo di letami.
Trovarsi dietro un mezzo pesante, con la strada libera, davanti dietro di fianco e con striscia continua divieto di sorpasso, è meglio mettersi l'animo in pace e continuare a leggere Topolino o fare parole crociate, poiché il solo pensare di gettarsi oltre l'ostacolo, fa materializzare a lato strada un paio di militi che agitano una piccola paletta rossa del ministero dell'interno, tacito ma perentorio invito ad accostare per subire il salasso e la ramanzina.
Per rendere il percorso più vivace dopo rettilinei soporiferi, da qualche anno a questa parte questi sono interrotti da grandi rotonde che è opportuno aggirare per non schiantarsi contro le creazioni monumentali piazzate ad ornamento centrale.  
Ogni tanto, sovente, il via vai di ambulanze che, con musichetta e lucette lampeggianti, si fanno largo nel traffico; aggiungendo al disagio stradale anche quello del pensiero che trasportano persone che sicuramente stanno peggio di noi. Ogni tanto, ma stavolta veramente ogni tanto, un lento corteo funebre costringe a mollare l'acceleratore e rallentare quanto basta per non salire come ospiti nella parte posteriore della vettura che apre il corteo.

E passiamo al vero 'dunque' di questo racconto.
Visto il rimando a giovedì della trasferta pro motozappa, mi era venuto il dubbio (sicuramente infondato, ma si sa che quando un chiodo si ficca in testa per sfilarlo non basta una tenaglia) che potessi partire, arrivare e non trovare quello che cercavo. Lo riconosco, un dubbio stupido, impossibile a verificarsi; come sia possibile pensare che una ditta promuova in tivvù un prodotto e poi non lo faccia trovare nel suo punto vendita? Da malati di mente. Già, ma se qualche indigeno si presentasse all'apertura e me lo fregasse? Non credo che ad ogni punto vendita mandino una caterva di motozappe da imborgnare (accecare) tutto il paese. 
Credevo fosse un problema facilmente risolvibile: LIDL è in tv, su facebook, forse su twitter, su instagram e chissà quanti altri social... vuoi che non  mi dia la possibilità di andare sul sicuro, di evitare la temuta nasata di un viaggio a vuoto? 
Però è presente ovunque, ma in nessuno di questi ovunque esiste un recapito, telefonico, di posta elettronica, un piccione viaggiatore per avere informazioni... Niente, zero via zero.
Però LIDL naviga su facebook, e questo social ha una sua messaggistica parallela: Messenger. Ed è in questo contenitore che ho inviato un messaggio, con la certezza che fosse lanciato nel vento, una minzione urgente che non bada troppo a dove vada a finire.

26 febbraio, via Messenger:
"Vorrei acquistare la motozappetta elettrica in vendita dal 4/3. Il Lidl a me più prossimo è a circa 70 km da me. Come posso sapere se la troverò, visto che non trovo un contatto diretto con quella filiale?".
Da Messenger, mandato in serata, ma arrivato il 3 di marzo, dopo la fine di quanto vado araccontare:
"Ciao Xxxxxx, grazie per averci scritto. Come vedi qui https://www.lidl.it/it/p/giardino/elettrozappa/p52258 l'Elettrozappa esce in tutti i nostri negozi il 4 marzo. Non c'è un contatto diretto con i negozi, pertanto ti invitiamo a verificare la disponibilità direttamente in filiale. Buona serata".
Quando ormai avevo concluso lo scambio di messaggi coon l'assistenza diretta LIDL, su gmail. Il "tu" mi aveva fatto godere l'impressione di essere in famiglia.

Infatti nel corso della giornata avevo messaggiato:
"Referenza numero 1234567890, da XxxxxXxxxxxxx - Località (prov.)
Con riferimento al prodotto segnalato, volevo sapere se è possibile prenotarlo e fermarlo (magari con un codice di riconoscimento), visto che dovrei partire alla cieca, col rischio di trovarlo venduto a un fortunato cliente della zona. Non è il viaggio che mi spaventa, ma se posso evitare viaggi con l'aria che tira preferisco. Grazie ancora e complimenti per il pronto riscontro, evento raro".
Da LIDL:
"Referenza 1234567890 - Oggetto: comunicazione del 26/02/2021
Gentile Cliente, La ringraziamo per la Sua segnalazione del 26/02/2021 e per il Suo interesse verso i nostri articoli. La vendita dell'articolo Elettrozzappa è prevista presso il punto vendita di Xxxxxx (prov.), via Colventoinpoppa, a partire dal 04/03/2021 e rimarrà esposto fino ad esaurimento scorte.
Restando a Sua disposizione per qualsiasi altra informazione, Le porgiamo i nostri  Distinti saluti".
Da me (piccolo rimorso al pensiero di avere un corrispondente tutto mio):
"Referenza numero 123456789 - da Xxxxxxxxxxx - Località (prov)
Ancora grazie per la tempestività del riscontro.
In alternativa alla possibilità di prenotare, non è possibile avere un recapito telefonico della filiale di Xxxxxxxx (Xx), in modo da chiedere, prima di partire da casa, la disponibilità del prodotto?
Non ci muoviamo volentieri, proprio per la situazione epidemica in atto, e arrivare al market senza trovare il pezzo sarebbe una grande delusione, oltre a un disagio sprecato.
Per favore, aggiungete gentilezza a gentilezza. Se possibile...
Grazie. Un saluto cordiale".
Da LIDL:
"Referenza numero: 1234567890
Oggetto: comunicazione del 26/02/2021
Gentile Cliente, La ringraziamo per la Sua e-mail. La Sua richiesta è stata ricevuta ed è attualmente in gestione. Riceverà un riscontro nel più breve tempo possibile. Fino ad allora, Le chiediamo cortesemente di attendere.
La preghiamo di inviare ulteriori richieste relative alla Sua comunicazione direttamente all'indirizzo e-mail assistenzaclienti@lidl.it. Nella richiesta La preghiamo di indicare nell'oggetto della mail il nostro numero di pratica 1234567890 e il Suo nome e cognome per identificare in modo univoco la Sua segnalazione.
LIDL Italia S.r.l., in qualità di titolare del trattamento, La informa che i Suoi dati... ecc.
Assistenza Clienti LIDL".
Pausa notturna, poi il 27/2:
"Referenza numero 1234567890 - Oggetto: comunicazione del 26/02/2021
Gentile Cliente, Abbiamo ricevuto la Sua comunicazione. Desideriamo indicarLe che non è possibile riservare gli articoli direttamente nei punti vendita e l'unico modo per averli è recandosi presso i nostri punti vendita.
Non abbiamo a disposizione i numeri di telefono delle filiali, pertanto La invitiamo a visionare la disponibilità dei prodotti nei negozi direttamente di persona.
Rimanendo  sua disposizione.
Assistenza Clienti LIDL".

Fine del dialogo.

Giovedì 4 marzo vado alla ventura, verso l'ignoto. Viaggio tranquillo, lavori in una galleria, semaforo... per il resto tutto bene.
Mi fiondo subito alla ricerca della zappetta. C'è, ce ne sono addirittura tre; forse LIDL ha capito quasi al volo il mio problema ed è andato sul sicuro. In uno scatolone robusto, similquadrato, sigillato c'è il mio pezzo.
A un addetto che gira con dei fogli in mano: "Scusi, è possibile aprire la scatola per verificare le zappette?".
"No, non si può, Lei fa l'acquisto, lo porta a casa e, se non corrisponde a quello che cercava, lo riporta entro 30 giorni e sarà rimborsato".

Preso, portato a casa, montato (semplicissimo, da infanti), collaudato: la ciambella, stavolta, sembra riuscita; resta il buco delle informazioni... ma, cosa fatta capo ha, è acqua passata. Ho colto l'occasione per acquistare anche due forbici per potare, due sacchetti di amaretti morbidi introvabili altrove, e un pacchetto di contenitori in alluminio con misure adatte a cotture e congelamenti. Tanto per non far pensare che ero stato talmente stupido da affrontare un viaggio di 140 km, sprecando un pomeriggio intero, solo per andare a prendere un'altrettanto stupida elettrozappetta.

domenica 28 febbraio 2021

Affidabilità

Sarà perché ho avuto un'educazione costrittiva, quel tipo di educazione che non consentiva di sgarrare a regole comuni create apposta per ragazzini allo stato brado, che mantenevano una libertà d'azione condizionata; sintetizzabile in: siete liberi di fare come più vi aggrada, ma poi le buscate a pareggio del conto. E non erano carezze: a scuola, in chiesa, in ricreatorio, in cortile, nelle rare occasioni della visione di film in quello che pomposamente chiamavamo "salone" quando in realtà era un largo corridoio con lunghe panche, forse residue da qualche chiesa, alle quali erano stati tranciati gli inginocchiatoi e i poggiamani.
A scuola bisognava perlomeno fingere di studiare, salvo che nelle interrogazioni in cui il fingere di non sapere era realtà sacrosanta; ed era sincerità mai premiata.
In chiesa si andava per pregare, mai volentieri, poiché essere strappati al sonno ogni beata mattina, qualunque fosse il tempo esterno, alle coperte, la monotonia delle cantilene imparate a memoria, ma soprattutto quei comandi ufficialmente taciti (in ginocchio, in piedi, seduti, solitamente indotti dall'amen della preghiera precedente) interrompevano bruscamente una sonnolenza endemica per cerimonie di cui non si capiva l'utilità, tanto meno la logica. Unico passatempo era il dar di gomito a compagni vicini di banco quando emettevano sibili simiglianti al ronfare di un gatto, ma che l'assistente avrebbe potuto interpretare come russamenti, pur se sommessi, prima che questi intervenisse dando scrollate violente a tutto il banco, con traumatici bruschi risvegli.
Le parolacce non erano tollerate, ma avevamo un vocabolario talmente limitato che le più verbalmente violente si riducevano a 'stupido', 'cretino', 'imbecille'... per dire, gli stronzi erano il frutto delle defecazioni, mai offerti come insulto. I moderni 'vaffa' non erano neanche concepiti o concepibili. Le bestemmie? Non sapevamo neanche cosa fossero. Ne fosse sfuggita una, non per sbaglio ma per semplice ignoranza dei termini, il rischio sarebbe stato la lapidazione, col doppio guadagno della punizione esemplare dell'incauto blasfemo e della possibilità di ripulire il cortile dalle già scarse pietre.
Nel tempo c'era stata una simil-bestemmia che un assistente aveva ritenuto di captare da una discussione neanche tanto accesa, forse in merito a un contestato fallo di gioco. Al 'colpevole' era sfuggito un Diu mac, profferito da un ragazzo indigeno, che il custode aveva interpretato come un Dio in rumeno, con la certezza che il mac fosse un'offesa diretta a quello. Il poveretto era stato salvato dall'intervento dell'arbitro (altrimenti detto prefetto), per sua fortuna indigeno quanto lui, che aveva tradotto, giustamente in un innocente "dico solo".
Anche la puntualità non aveva alternative: non eravamo pecorelle che potessero smarrirsi, il gregge viaggiava sempre compatto, e non c'erano appuntamenti o impegni disattendibili.
Crescendo, fino a quasi invecchiare, qualche bestemmia talvolta scappa, i suini sono entrati in una espressività verbale da cui nel passato giovanile erano assolutamente assenti. 
La puntualità e il rispetto degli impegni mi sono rimasti pelle su pelle, e ne vado orgoglioso.
Nel quasi ventennio di lavoro interno, con la timbratura del famigerato cartellino, sarò arrivato in ritardo (di non più di qualche minuto) in pochissime occasioni. In seguito, col lavoro all'esterno in piena libertà di decisioni e di orari, senza cartellino appresso, avevo considerato il lavoro come impegno da mantenere, senza deroghe. E così le ore contrattuali finivano per dilatarsi come un elastico, pur di mantenere impegni da me stesso medesimo assunti.
Questo per dire che mi sono sempre ritenuto persona affidabile: se una cosa risultava per me fattibile la portavo a compimento, a costo di rimetterci del tempo e, più raramente, anche del denaro.
In tempi recenti, anzi attuali, sto provando sulla mia pelle quanto questa mia dote sia poco/nulla diffusa.
Si tratta di un paio di professionisti che, con il loro comportamento, stanno mettendo a dura prova la mia convinzione di essere nel giusto, rispettando impegni e persone.
Per semplicità riporto integralmente i messaggi intercorsi con i due miei corrispondenti.

Il geometra. La vicenda risale al 1917, e riguardava il disbrigo di alcuni documenti inerenti la casa e il giardino. Parto da fine 2019 per abbreviare il cumulo di messaggi intercorsi da allora in poi, ritenendo i precedenti come prescritti, come fossero reati penali nel mentre sono solo gag comico-assurde. 
Con una precisazione preliminare: nessuno degli appuntamenti dati ha avuto il benché minimo riscontro, né di persona né a voce né in messaggi (salvo la segnalazione di rinvii, puntualmente non rispettati).
Vista la lungaggine dell'iter burocratico il 2 settembre gli avevo scritto: 
"Una volta la stretta di mano era un impegno,oggi è una presa per il culo".
3 settembre 2019: "Scusami sono a letto con la febbre".
20 settembre: "Lo chiedo all'Agenzia?".
 "Ti tel 1o minuti. Ci vediamo martedì mattina perché adesso faccio un corso per la sicurezza a xxxxx e finisco lunedì scusami ciao".
25 Settembre: "la visura catastale senza deleghe, guarda la data. È una presa per il culo?".
14 ottobre: "In attesa della fantomatica busta verde, di cui sento parlare da settembre 2017, che non arriverà mai, la domanda è: la delega che hai voluto nell'ultima visita, a cosa diavolo serve?".
6 novembre: " Per la cronaca: ancora niente".
"Veramente mi è arrivata a me stamattina ti tel e ti fik6".
11 novembre: "Sei diventato un incubo, ti sogno di notte...".
"Che bello tranquillo ci vediamo mercoledì".
13 novembre: "Quando vuoi, noi ci siamo".
"Venerdì mattina".
15 novembre: "È venerdì, ti aspetto?"
"Sono a xxxxx in tribunale per giuramento di una perizia più tardi mi fermo".
22 novembre: "Quando vieni fammi uno squillo sono giù alle olive".
"Ok".
6 dicembre: "Buona sera. Fra poco scade l'Imu. Vado tranquillo sia per il terreno che per il magazzino?".
"Sì ci vediamo domani mattina e ne parliamo".
9 dicembre: "La domanda è sempre la stessa: mi fido a non pagare?".
10 dicembre: "No ti tel più tardi".
E venne il Covid19, per cui il nuovo primo approccio era saltato a maggio 2020, per un'altra operazione.
1° maggio: "Mi si è sfasciato il pannello solare e per la sostituzione, tra le altre carte, viene richiesta la visura catastale. Quella nuova, che hai sempre dato per uscita, c'è? O devo dare quella vecchia, che però non riporta le modifiche apportate? Ciao".
"mi Tel".
2 maggio: "Lista documenti richiesti per pannello solare. Cosa mi puoi passare tu?".
"tutto lunedì ti dico".
"OK, ci vediamo o sentiamo".
4 maggio: "Cosa fai?".
Pausa feriale primavera/estate.
8 settembre: "Come è poi finita l'indagine sulla classe e categoria dell'alloggio?".
"Ti saprò dire martedì prossimo ho appuntamento al catasto con il responsabile".
"Wow!".
17 ottobre: "Si parla troppo di tassa sulla prima casa. Come siamo messi noi?".
"Tutto postò. Tutto ok".
"Ma classe categoria e categoria sono state ridotte, come dici di aver richiesto a suo tempo?".
"Sì".
"Non è possibile avere una visura catastale aggiornata?".
"Giovedì mattina".
"OK".
24 ottobre: "Niente per noi?".
"No sono chiusi appuntamento mercoledì".
1° novembre: "Ancora niente per noi?".
"Sì giovedì mi danno la ricevuta":
6 novembre: "Novità?".
"È alla firma. Stamattina me l hanno confermato".
"Come dire 'campa cavallo' ".
"Tranquillo siamo in zona rossa".
"Quindi tutto bloccato?.
"No lavoriamo da casa".
"Sì, ma loro rispondono?".
"Sì".
"Fusse che fusse... qui la situazione si fa tragica".
"No tranquillo".
16 dicembre: "Per noi ancora niente?".
"Martedì mi fanno tutto".
"Speriamo, sarebbe un bel regalo per Natale".
"Ok".
24 dicembre: "Io gli auguri te li mando, tu cosa mi porti?".
"Ci vediamo lunedì auguri di buon Natale con famiglia".
14 gennaio 2021: "A quale lunedì ti riferivi?".
10 febbraio: "A che punto siamo?".
"venerdì vado a xxxxx".
13 febbraio: "Hai risolto qualcosa?".
"sì ci vediamo martedì mattina amico mio".
16 febbraio: "Se conti di venire ti aspetto".
"oggi no sono a xxxxx ci dobbiamo vedere venerdì mattina".
Siamo al 28 febbraio e nulla appare dalla nebbia delle chiacchiere.
Fine interludio del geometra.

E passiamo al secondo professionista: l'idraulico. 
Non un idraulico della mutua, quello che gira con una chiave a pappagallo, rotolini di fil di ferro agricolo, con nastro isolante e sputo di lumaca per interventi a tempo determinato, che solitamente non vanno oltre il pagamento della parcella, in nero, che non lascia tracce né del lavoro né fiscali... no, il mio ha un negozio fornito di tutto, emette fatture a richiesta, ha più furgoni che un polipo tentacoli. Qui il fatto da raccontare è assai più breve, ma ugualmente esilarante (che è un modo di dire, per evitare altri termini che potrebbero coinvolgere suoi avi e discendenti per generazioni).
Questa la sequenza dell'evento, il cui inizio risale a fine estate 2019. Avevo notato che dal serbatoio del pannello solare (quello che fornisce acqua calda a gogò, purché il sole semini i suoi raggi con dovizia accettabile) scendevano gocce d'acqua, non dovute all'allentamento di un raccordo. Avevo chiamato il medico lattoniere che aveva diagnosticato una perforazione del serbatoio stesso, guaio curabile solo con il cambio della parte danneggiata.
L'impianto aveva oltre vent'anni, quindi un guasto poteva starci, senza imprecare al destino infame.
Aveva prospettato due soluzioni: cambio del serbatoio a tot euro, ovvero cambio di tutto l'impianto, pannelli e montaggio compreso, per un totale di tot euro seconda ipotesi. La seconda costava esattamente il doppio del cambio del pezzo. Avevo chiesto un preventivo per un contratto di installazione, prima di Natale mi aveva mandato il tutto, depliant e dettagli dell'operazione, con lo smontaggio e il ritiro dei pezzi vecchi compreso nel lavoro.
Con l'inverno, ovviamente il pannello era andato in letargo, per cui avevamo ripreso il discorso nella primavera del 2020. Nel frattempo, complice Covid19, si era fermato il mondo, per cui tutto era stato rinviato a tempi migliori.
Verso metà maggio si era aperto uno spiraglio e la pratica era stata avviata. Una delle condizioni sine qua non per procedere era stato l'invio di un bonifico a saldo totale della fattura, nel frattempo prontamente inviata dal produttore/venditore delle parti materiali dell'impianto.
Era sopravvenuta l'estate, e il montaggio era stato rinviato a causa del lavoro eccessivo per le manutenzioni urgenti di impianti difettosi in seconde case, che alla riapertura estiva dopo il sonno invernale presentavano guai di urgente riparazione.
Pazienza, tanto nel frattempo il pannello antico continuava imperterrito a funzionare, ignaro di essere ormai in stato comatoso. 
Verso metà ottobre, finalmente era venuto a completare il cambio.
E qui ha inizio l'avventura, con una messaggistica che riporto e che si aggancia perfettamente sia al titolo di questo post che alla parte precedente questa.
31 ottobre, sabato: "Buon pomeriggio, scusa se turbo il tuo giusto riposo, ma nel pannello qualcosa non va. Viste le giornate di sole buono e caldo, abbiamo spento il gas, sperando in un'acqua almeno tiepida. Zero assoluto. Te lo passo come compito a casa, da studiare. Intanto buon week end e ciao".
"Buonasera lunedì passo".
2 novembre: "Buongiorno.Ti aspetto o hai altro da fare?".
"Buongiorno, pomeriggio passo".
5 novembre: "Se vieni, quando puoi venire fammi uno squillo, se non piove siamo in giardino per lavori. Buonasera".
"Buonasera scusami domani o al massimo sabato vengo".
18 novembre. " 'Perdete ogni speranza' scriveva Dante. La stessa frase che ripetiamo noi, a distanza di secoli".
31 dicembre: arrivano i suoi auguri, di quelli preconfezionati che aprono con un beneaugurante "Possa questo anno spazzare via il male che ha portato... E con l'augurio più grande che tutto possa ritornare a splendere anche più di prima", completato dal logo del suo negozio.
1 febbraio: "31-10-2020/31-01-2021: fanno tre mesi tondi".
"Buonasera hai ragione con il fatto che piove sempre il pannello non funziona e non mi sonno affrettato cerco di venire in questi giorni".
Fine del dialogo, sono ancora fermo in paziente attesa.
Anche qui siamo al 28 febbraio; una giornata splendida, come altrettante ne abbiamo avute da ottobre in poi, alternate ad altre di pioggia che sembrava essere incessante. L'acqua calda, bollente e abbondante, mi viene fornita dal termocamino, per cui dei pannelli possiamo fare ancora a meno. Prima della primavera/estate spero di vedere risolto il problema.

Nel frattempo ho inviato alla Santa Sede Apostolica Romana un pre-curriculum, da tenere in evidenza per una santificazione immediata, senza se e senza ma e senza miracoli, non appena abbia esalato l'ultimo respiro. Chiederò di essere nominato santo protettore dei 'gatti pazienti', categoria ignorata poiché risultano essere una minoranza insignificante; tanto limitata che so che alla fine sarò santo protettore di me stesso medesimo.

Comunque, incredibilmente, queste due vicende mi divertono: hanno talmente sbracato che perfino alterarsi sarebbe ira sprecata. Inoltre questi due capolavori di affidabilità non leggeranno queste righe, per cui non potrò vedere le reazioni immediate. So anche che una lettera da un legale li porterebbe a collassarsi, non per la presa visione dell'assurdo comportamento, ma per la sicumera che tra amici queste cose non si fanno. Appunto, tra amici...

martedì 9 febbraio 2021

Cronaca postale

Non so quando morirò, ma so di cosa morirò.
So quale sarà la sindromi assassina che mi rispedirà al creatore, o a chi per lui.
Non morirò di tumore, che oggi è quello che, tra le tante malattie, va per la maggiore, appaiata agli incidenti stradali e a quelli sul lavoro.
Non morirò per eccesso di attività sportive: la più spericolata è una camminata sul lungomare o, quando l'adrenalina è alle stelle, sul bagnasciuga, quando il mare è forza -0.
Non morirò per una carie o per un'unghia incarnita...
L'infarto probabilmente sarà il punto finale, provocato a lungo andare da un infame batterio.
So per certo che morirò a causa di un accidenti creato in laboratorio, per il quale pare non esista rimedio.
Le sto provando tutte, neanche Google, che sa tutto e tutto sa, riesce a trovare una cura, un palliativo, un placebo.
Non si tratta di una malattia rara, una delle tante su cui cui non si fa ricerca poiché il gioco non vale la candela.
Che poi, in realtà, molto rara non è.
Mi capita sovente di parlarne con coetanei, incazzati neri o rassegnati, ma anche con giovanotti che, pur avendo davanti teorici decenni di vita, di fronte a questo accidente allargano le braccia, dando per scontata la sconfitta in una tenzone con un solo vincitori, a tavolino, per assoluta mancanza di mezzi di contrasto.
Poste.punto.it è il malanno che, in maniera subdola, strisciante, tenia che disarma l'organismo fino allo spengimento dell'ultimo soffio di vita.
C'è un altro accidente, un 'equivalente' per dirla il termini farmaceutici, che attenta alla mia già malandata salute, ed è Tim.punto.it, del quale parlerò più avanti, dando qui spazio alla più attuale attualità. Con Tim.punto.it il problema si è ormai incancrenito, quasi accorpato ai tanti altri accidenti che mi perseguitano.

Salto il periodo, lungo decenni, del rapporto diretto con una persona vivente allo sportello. Se avevi la fortuna di imbroccare un addetto svicio uscivi dall'ufficio con in tasca la felicità.
Vabbè, prima di arrivarci, allo sportello, c'era da affrontare la battaglia del "chi è l'ultimo?", che non sempre filava liscia; ogni volta c'era il tipo, o la tipa, che astutamente si infilava nella coda, vuoi "solo per un'informazione", o per un'urgenza vitale per cui il salto della fila era l'ultimo anelito di vita. Non frequente, quello del "lei non sa chi sono io", che pare fosse il passepartout come diritto acquisito di precedenza.
Il più delle volte l'impiegato da affrontare era un caprone, e se non lo era tale si presentava, magari in 'giornata no' per fattacci suoi, che scaricava sul malcapitato di turno le sue ambasce o le sue evidenti incazzature.
Ma era pur sempre un essere umano che, perlomeno mentalmente, potevi mandare a quel paese o, nei casi più gravi, mandare a morì ammazzato... A voce, ancor meno ad alta voce, era vietato inveire verso il padreterno al di là del bancone: come benefit in aggiunta al non sempre lauto stipendio si ammantavano del titolo di 'pubblico ufficiale', la cui offesa era espressamente prevista nel codice penale. Laddove dare dello stronzo a uno stronzo dava, in via non amichevole, luogo quantomeno a rogne.

La creazione dei computer (sicuramente partorita nel settimo giorno, quello che la bibbia racconta fosse destinato al riposo) aveva diradato le visite all'ufficio postale.
Se era indispensabile l'accesso per operazioni non fattibili sul sito, l'urgenza cadeva irrimediabilmente nei primi giorni del mese, quelli destinati all'erogazione delle pensioni. Il che voleva dire affrontare orde di anziani inviperiti  per le elemosine che andavano a ritirare; quando non lo erano, incazzati, l'incontro in posta era l'occasione per scambiarsi notizie, pettegolezzi, malignità... un cicaleccìo che costringeva la direttora dell'ufficio a richiamare al silenzio il branco, richiesto per ridurre il rischio di errori nei conteggi dell'argent corrisposto; richiami che avevano un effetto immediato, lanciato a persone già convinte che se errore ci fosse stato lo sarebbe a loro scapito.
Comunque con l'avvento del pc (leggasi picì) molte operazioni risultavano sbrogliabili da casa, e era cosa buona.
Il primo impatto, come tutti i primi impatti, non era stato così semplice, un po' per retrogradìa congenita, un po' perché il 'parlare' a un elettrodomestico appariva come un segnale di decadenza mentale; ben diversa dal parlare a un animale domestico che, talvolta, dà l'impressione di capire quello che si vuole comunicare.
Il pc ha un suo linguaggio, se non si è capaci di capire il suo idioma, con la massima precisione, meglio lasciar perdere.
Sulla messaggistica, sull'informazione, sulle letture, su piccoli acquisti niente da dire, è stato un progresso, un'apertura, una finestra, verso un mondo altrimenti limitato da una logistica territoriale o cartacea. Un'alternativa all'informazione televisiva, solitamente legata a questo o quell'interesse.
Per le operazioni finanziarie il sito specifico consente manovre che evitano la costrizione del recarsi agli sportelli bancari.
Certo, è necessario dotarsi di un username (troppo semplice presentarlo come nome/cognome, titolare, utente...), cui è indispensabile abbinare una password (infantile chiamarlo codice d'accesso...) alfanumerica, senza limiti di stesura; e qui la precisione richiesta deve raggiungere vette di perfezione: se è previsto un punto, punto dev'essere, se virgola, virgola sia; altrimenti l'entrata va in default, blocca il proseguimento dell'operazione.
Una volta appresi i rudimenti, memorizzati nome e codici vari, riconosco che anche questo fu cosa buona.
Per l'uso della carta indipendente dal pc era, ed è, necessario abbinare un pin, codice di cinque cifre esclusivamente numeriche.

La sicurezza per Poste.punto.it è oggetto di continue ricerche, in cui l'ente versa buona parte dei suoi utili. Così aveva inventato il LettoreBancoPosta, fornito (gratuitamente) a tutti gli utenti del servizio. Era uno scatolino di 5x8,5x0,5 cm, con una fessura laterale per l'inserimento della carta/plastica nominativa col microchip con i dati del relativo conto.
Per i movimenti in uscita da questo, al nome e al codice per l'accesso al sito sul pc, era necessaria una serie di operazioni, per la creazione di un codice usa-e-getta da inserire in apposita finestra.
Altra buona parte degli utili fu gettata in spot televisivi e sui media cartacei, per reclamizzare e istruire e invogliare l'apertura di conto corrente presso quell'istituto. Inframmezzo, l'invito pressante a memorizzare i codici, a operare lontano da occhi indiscreti, a non perdere, o farsi depredare, la carta e, nel deprecabile caso che ciò avvenisse, provvedere immediatamente al blocco della stessa, procedendo subito alla denuncia presso le autorità di pubblica sicurezza.
Bon, anche questa pillola era andata giù, pur se, a distanza di anni dal suo lancio, ancora oggi (anzi, ieri) non è che l'operazione andasse sempre a buon fine al primo tentativo.
Essere imbranati forse non è una malattia, sicuramente non è una dote...

In barba a tutte queste precauzioni, Poste.punto.it fece la pensata del contactless, che rende i pagamenti più spicci, senza necessità di digitazione del pin, per pagamenti immediati fino a 25 €.
Utile, soprattutto per le persone che non hanno dimestichezza con il sistema, o per coloro con problemi di vista o mancanza di memoria. Inoltre il non dover battere il pin riduce la possibilità di "furto" dello stesso da parte di malintenzionati, che in fatto di nuove tecnologie sono sempre un passo avanti del comune utente, ma anche degli esperti della materia.
Attivati su tutte le carte bancarie come dotazione predefinita, è come avere fra le mani un biglietto da venti più uno da cinque euro, che avrebbero il pregio della vecchia carta moneta per effettuare piccoli pagamenti.
L'idea pare sia ottima, a patto di non perdere, o farsi fregare, la carta.
Poiché, in quel caso, chi la trova in strada o nelle tasche o nelle borse, si trova fra le mani non due biglietti ma una mazzetta intera: un chip aggiuntivo a quello dei dati del conto rende noto al mariuolo (che, comunque, tale è chiunque e comunque la trovi, nel caso la usasse per illeciti prelievi) che può spendere e spandere fino a 600 €, purché sia veloce e già predisposto allo spendacciare. La cifra non è eclatante, comunque equivale a una pensione minima media; a parte il fatto che oggi anche pochi centesimi sono denaro...
Che poi, avuto sentore dei miei motivati dubbi sull'opportunità di questa forma di pagamento, BancoPosta ha deciso di modificare l'importo portandolo a 50 €: quella che si dice pronta risposta ai bisogni impellenti dei correntisti... Le Poste Italiane non sono Mamma che, si sa, è una sola ed è mamma Rai, ma sono un'ottima zia, da affiancare alla matrigna Tim: tra le tre non saprei chi mettere al primo posto sul podio dei 'migliori'.
C'è la possibilità di disattivare quella dote, mantenendo la seccatura della battitura del pin; cosa fatta, senza pentimenti, col solo disagio di avvisare il commerciante al momento del pagamento. Avviso regolarmente ignorato, in quanto a lui fa fede il loghetto appresso il chip, per cui prima di inserire la carta la struscia sul lettore che, essendo disattivata, resta muto senza provvedere all'accredito; rassegnato infila la carta stessa nell'apposita fessura e, vivaddio, digitando il pin si completa l'acquisto.
Ho sentito dire di gente astuta che, munita di lettore pos portatile, gira con l'aggeggio acceso per posti affollati (poste, mercati, supermercati, nei giardini... quando era lecito fossero affollati), strusciano le persone catturandone l'accredito in automatico, senza muovere un dito e facendo nel contempo la spesa... a spese di terzi sconosciuti, che mai verranno a sapere da chi sono stati rapinati.

Passarono gli anni, gli stessi necessari a mettere insieme tutti i passaggi indispensabili alla manovrabilità dei propri pochi denari liquidi. Giusto il tempo di rilassarmi, addirittura per spacciarmi per esperto con altri più lenti o meno apprendenti o più mentalmente pelandroni e Poste fa un'altra bella pensata.
Preso atto che tutti, e dicendo tutti non intendo un tutti limitativo, penso a un tutti 100%, compresi anziani rincitrulliti (il riferimento è puramente casuale, ma dovuto), suore, lattanti, puerpere, dentisti, operatori (superfluo fare dei distinguo, ormai chiunque non abbia un titolo da anteporre al proprio cognome segna "operatore"; sta alla specializzazione scelta far seguire ... scolastico, ecologico, ambulante, ecclesiastico, cassintegrato, percettore-di, e via andare), ecc., dicevo tutti abbiano un cellulare, nelle varie sue formulazioni.
Che tutti, idem quanto prima, su questi cellulari sappiano far danzare i polpastrelli delle dita...
Che per tutti, bis-idem, questi cellulari siano ormai una propaggine diretta dei propri corpi (quanto a questo i pensatori di Poste non sono molto lontani dalla realtà, visto l'uso permanente che se ne fa), tanto da essere inscindibili da questi; solo con un'amputazione sarebbe possibile farli posare o spengere. Non si posa una mano, un occhio, un orecchio o una milza sul tavolino per dedicarsi esclusivamente ad altro con gli organi rimanenti, tanto meno si ritiene opportuno ogni tanto spegnerli... Salvo incidenti talmente gravi da rendere obbligatorie queste operazioni.
E allora perché non affidare a questa nuova parte del corpo la gestione diretta e assoluta dei propri risparmi? Altre utilità veramente pratiche non ne avrebbero (sono sempre quei pensatori ad averlo rilevato), visto che per secoli di questa terza mano ne aveva fatto a meno senza che lo sviluppo dell'umanità subisse rallentamenti. Ma, forse, qui mi sbaglio: è chiaro che all'homo sapiens, nonostante per il suo sviluppo siano stati necessari un'eternità di anni, qualcosa mancava, forse un arto o forse un senso: il cellulare ha, in effetti, riempito un vuoto evolutivo che sembrava incolmabile.
Dunque, le menti eccelse di Poste, forti di questa convinzione hanno deciso di affidare a questa nuova propaggine umana l'accesso, non prioritario bensì assoluto, alla gestione dei propri conti via web. Così si potrebbe avere un computer tipo quelli della Nasa, di una generazione, di una capacità e velocità che quelle del suono o della luce siano lumache claudicanti... ma se non hai un cellulare sei, come si dice in dialetto patois, fottuto.
Se questo piccolo elettrodomestico viene smarrito o viene sottratto, ci si trova nella stessa situazione descritta dall'aggettivo verbale testé citato. 

L'uso del mezzo prevede intanto l'installazione sullo stesso di una app (che ritenevo fosse un'abbreviazione di 'applicazione', smentita da esperti in termini trancianti), che nel suo insieme non presenta particolari difficoltà; ma per il cui accesso successivo è indispensabile superare passaggi vincolati tra loro senza possibilità di errori o posposizioni. 
Per l'ultima volta è entrato in funzione l'obsoleto lettore BancoPosta, con il suo proprio pin, bisogna comunicare al computer il numero di cellulare di appoggio (che in realtà diventa unico ponte di comando per tutte le operazioni via web). Una volta terminate tutte le operazioni, quel lettore può andare in discarica, milioni di lettori (ottici, viene specificato, e meno male, altrimenti i già pochi che della lettura fanno svago sarebbero come inutili pensionati, a carico delle mammelle dello Stato) spediti a una rottamazione tra i rifiuti speciali; a ben vedere milioni e milioni di lire buttati, milioni e milioni di dati incamerati da chissacchì e tenuti in serbo per eventuali altri usi futuri...
È indispensabile creare un nuovo pin, cinque lettere alfanumeriche, specifico per quella app.
Una volta sbrigate tutte le operazioni, se tutte vanno a buon fine, dall'aggeggio sarà possibile visionare i propri dati, il conto, le carte di debito o credito, ricevere segnalazioni su entrate e uscite... a sentire Poste dovrebbe essere possibile procedere a pagamenti tramite bonifico o cartelle esattoriali... Per nulla fiducia non ho mai proceduto a queste ultime operazioni, preferendo effettuarle dal pc fisso, su cui tra l'altro lettere e numeri sono più leggibili, e dalla cui tastiera le possibilità di errore sono parecchio ridotte.
È tutto? No... per niente. 
È solo l'inizio di un'odissea che ogni volta inizia da capo, novella Penelope.

Voglio vedere il mio conto sul computer, sia per una miglior visione che per un più agevole accesso tramite tastiera. Voglio solo controllare il conto, non devo fare operazioni, bonifici, pagamenti, versare cartelle esattoriali, bollo auto o bollettini postali... Solo vedere.
Chiamo il sito, chiedo l'accesso al conto, inserisco le credenziali (le stesse che da anni mi consentivano la visualizzazione dei fatti miei), username e password. In basso un riquadro arancione che invita, con la confidenza propria degli istituti bancari verso i clienti, ad accedere ai 'tuoi' dati. Ci clicco sopra e viene aperta un'altra finestra, che chiede con quale sistema intendi accedere: autorizzazione tramite app BP o con altro sistema.
In teoria ci sono almeno tre modalità per riuscire a vedere il conto. Illusorie: in realtà l'unico modo di arrivare al dunque è quello di avere a portata di mano il cellulare. Senza questo, non ci sono altri sistemi. È un po' come il detto: 'tutte le strade portano a Roma', il che non è detto, poiché, per esempio, difficilmente in Groenlandia esiste un'indicazione stradale for Rome...
Qui se non si arriva al cellulare, nel conto non si entra.

Il primo: BP manda un bip sul cellulare per inserire una seconda volta le proprie credenziali, confermandole con il secondo pin a suo tempo creato ad hoc. Può succedere che il bip al cellulare non arrivi; in quel caso occorre andare nella bacheca di BP, sempre sul cellulare, e trovare l'avviso per l'accesso. Si compila, come detto, si clicca su 'autorizza' e il gioco è fatto.
Il secondo: per allungare il brodo potrei ripetere quanto appena detto; di riffa o di raffa si arriva al cellulare e, con le operazioni si ottiene il medesimo risultato.
Il terzo: torno indietro di una schermata, alla finestra di prima autenticazione. C'è, sulla destra, un piccolo riquadro, vagamente astratto, con la invitante possibilità di un accesso più veloce a quanto vado cercando. Si tratta del riquadro detto QR, illeggibile a mente umana e che solo quella artificiale avanzata riesce e decodificare; più complesso dei già complicati codici a barre delle ricette sanitarie o dei prodotti confezionati in vendita.
Qui bisogna, sempre dal cellulare, inquadrare il codice QR che, con una velocità ammirevole, rimanda alla stessa finestra dei due metodi precedenti.
Alla fine si ha la possibilità di vedere finalmente il maledetto conto, sia sul computer e che sul cellulare.

Conto cointestato? Ahi ahi ahi!
Succede che tra moglie e marito, tra cui mettere il dito può essere periglioso, esista un conto cointestato, solitamente a firma disgiunta. Il conto è uno, entrate e uscite sono in comune... mai fosse anche in comune la possibilità di accesso da un unico cellulare. Mai, appunto...
Per due cointestatari ci vogliono due cellulari, due pin diversi e personali... per tre, che lo dico a fare, tre cellulari e tre pin...e così via. Senza alcuna possibilità di poter usare il maledetto pin sul cellulare del coniuge: uno vale uno, tutti gli altri son nessuno.

Dicono che si tratta di innovazione che garantisce la sicurezza, per assicurare l'inaccessibilità a terzi felloni di agire in maniera fraudolenta sul proprio conto corrente.
Fatto sta che, in sostanza, se non si ha uno smartphone o un i-phone, il conto online te lo puoi scordare. D'altra parte, in qualche modo bisogna pur dare qualcosa da fare ai circa quarantamila uffici postali seminati su tutto lo Stivale... Che poi anche l'accesso a questi sia reso difficoltoso da periodi di elargizione delle pensioni, da limitazioni dovute a un virus, da carteggi burocratici le cui scadenze portano greggi di persone ad ammucchiarsi in locali non sempre vasti e arieggiati... è tutto un altro discorso.
Che lo smarrimento, o il prelievo manolesta, tolgano ogni possibilità di accesso ai fatti tuoi non è neanche preso in considerazione.
Tanto, dovesse succedere, che ce vò: basta recarsi in una caserma abilitata alla raccolta delle denunce, raccontare a un appuntato già smagato da altre precedenti, come 'pensi' siano andate le cose, ritirare la copia della deposizione debitamente timbrata e firmata, recarsi all'ufficio postale e ricominciare una trafila di autorizzazioni; ricordando, prima di tutto ciò, di chiamare il numero appositamente dedicato per bloccare tutto l'apparato postale di immediato interesse.
Quanto sopra non per esperienza diretta riferita al cellulare, ma in base a uno smarrimento (forse) di una carta di debito postale: il piatto forte resta quello del blocco immediato di tutto... per il poi bisogna affidarsi al buon cuore (non oso dire alla competenza per non provocare scioperi di protesta sindacale) dell'addetto nelle cui mani affidi il tuo futuro bancario.
In passato avevo dei dubbi sulla capacità di manovra, sia delle carte che del cellulare, pensando ai ladri antichi, assolutamente selvaggi in fatto di tecnologie, ai quali assegnavo il dono di una mano delicata nel prelievo da tasche o borse dei loro mezzi di sostentamento; quelli più arditi arrivavano al piede di porco per scassare porte o finestre e penetrare nelle abitazioni... Mai avrei pensato che quelli attuali arrivassero a una conoscenza tecnologica così avanzata da lasciare a bocca aperta. Gli ingenui come me.
Probabilmente li ho sempre misurati col mio metro, che all'ignoranza della materia spesso abbina una dabbenaggine degna di un po'... non lo dico, per un residuo senso di autorispetto.















domenica 31 gennaio 2021

Pescando in un recente passato



Una foglia ingiallita che cade da un albero è fatalità. Per quanto ne sappiamo, quella foglia non ha una memoria che le consenta di decidere se restare sempreverde e appesa al suo ramo o di cadere al suolo, morta. Per noi, e per gli esseri viventi in genere, la memoria consentirebbe di influenzare quello che comunemente è noto come destino. Ma qualunque nostra scelta finisce per rientrare nell'alveo di qualcosa che già è scritto. Crediamo siano coincidenze casuali, ma sappiamo che i "se avessi" mai potranno cambiare la nostra esistenza... È sempre una considerazione postuma, la visione di un qualcosa che avrebbe potuto (forse) essere e mai più sarà. Siamo convinti che quanto avviene sia per scelte nostre, invece sono lettura di un copione già scritto... immutabile. Nel caso delle due ragazze, come in tutti gli altri della vita, attuale e passata, nostra e del mondo tutto, i "se" a posteriori si sprecano; vani, inutili, che mai potranno lasciare un'impronta su quanto già avvenuto. I "se" sono un eterno punto di domanda che mai avrà risposta.


Il fatto è che mia figlia, a 16 anni, non può girare da sola per Roma all’una di notte

Siamo nell'era del figliarcato: i genitori non sanno più imporre regole. 

Il commento di Giulio Gambino, direttore di TPI . dicembre 2019

Immagine di copertina
Mi rendo perfettamente conto che quello che sto per scrivere sarà impopolare. Ma voglio dirlo lo stesso. Il punto è che a 16 anni, da sola in giro per Roma, all’una di notte, mia figlia non ci dovrebbe girare. E meno che mai attraversare una strada sotto il diluvio, iper-trafficata, ormai più simile a un’autostrada per le velocità di percorrenza che a una via del centro città. Non è bigottismo o ritorno alle vecchie maniere, è buon senso.
Siamo nell’era del figliarcato e il dramma è che i genitori sono sempre più stanchi e arrendevoli di fronte a coloro ai quali, come i propri figli, viene concesso ogni genere di permesso. Non è modernità, è menefreghismo. Del resto se a mio figlio dico sempre sì, penserà di poter fare quel che vuole, cosa per altro irrealistica e mai vera nel mondo reale. Ma, soprattutto, penserà di poter essere così forte da avere i super-poteri e attraversare una strada in piena notte (non sulle strisce) sotto il diluvio, scavalcando un guard rail.
Non sto colpevolizzando Gaia e Camilla, e meno che mai assolvendo Genovese: per quello che mi riguarda sono tutti e tre innocenti, responsabili solo di essere nati in una società in cui regna una parziale degenerazione delle regole, e anche dei comportamenti genitori-figli così come delle lezioni che i primi devono impartire ai secondi.
Temo che questo laissez-fairismo sia il frutto di un fortissimo senso di colpa che caratterizza i genitori di oggi, privi di forza contrattuale nel rapporto padre-madre/figli poiché consapevoli del fatto che i valori a cui loro stessi hanno col tempo ceduto oggi non abbiano più senso per la propria prole: una crisi di identità e valoriale senza precedenti nella storia della società italiana, forse.
Mi hanno colpito le parole del padre di una delle due ragazze, anche lui vittima di un incidente in passato e per questo finito su una sedia a rotelle: “Adesso non ho ragioni per andare avanti”. O della sorella di Camilla: “Oggi ho scoperto il senso vero della mia vita, quel senso sei tu”.
Ciascun padre/madre si comporta come meglio crede, ma i primi a dover ripensare il loro modo di agire sono i genitori. Usare il pugno duro non significa tenere a casa in castigo i figli. Dire anche di No non equivale a essere troppo apprensivi. E non dare ai figli alcune regole, peraltro sane nella vita di ogni giovane, significa soprassedere al proprio ruolo di genitore.
È evidente che non siamo di fronte a un fenomeno universale, né possono esistere cifre e numeri a sostegno di quanto scriviamo. Questo non è un inno al non prendere più l’auto o al trincerarsi in casa: gli incidenti a volte non dipendono da noi, li subiamo e basta, ma quello che dobbiamo assolutamente recuperare è il ruolo centrale dei genitori e, da parte loro, una presa di posizione più consapevole a costo di essere impopolari o severi; a costo di risultare i genitori che non fanno fare questa o quella cosa ai proprio figli.
L’incidente avvenuto nella notte tra il 21 e il 22 dicembre a Roma, in cui Gaia e Camilla sono morte dopo essere state investite da un loro quasi coetaneo a bordo di un auto, non è il primo né l’ultimo di questa serie. Quella stessa notte, poche ore più tardi, un altro tragico incidente è avvenuto nel quartiere Ostiense, vicino alla Piramide, su viale Marco Polo, quando un ragazzo è morto dopo essere stato investito. Se ne è parlato molto meno anche perché in quel caso ad investire e uccidere accidentalmente il ragazzo è stato un anziano, che diversamente da Genovese non aveva bevuto e, soprattutto, non è il figlio di un noto regista.
Non solo: pochi giorni fa una persona a bordo di un motorino è stata investita su viale Gregorio VII (quartiere Boccea). I vigili stanno ancora cercando testimoni di quello che credono essere un pirata della strada, colpevole di aver investito la persona a bordo del motorino e di essere poi fuggito.
Voi stessi lettori ce lo avete segnalato lamentando da parte dei media due pesi e due misure nel trattare questi incidenti, specie poi quando i riflettori delle nostre telecamere si sono accesi, venerdì 27 dicembre, sui funerali di Gaia e Camilla, per un vizio mediatico a volte inspiegabile che rende una notizia più ‘importante‘ di altre. Ma non è così: ogni 14 ore in media viene investito un pedone a Roma. Solo nella capitale, nel corso del 2019, ci sono stati almeno 43 morti investiti. E queste notizie vengono spesso coperte dai giornali, anche se non tutte assumono la stessa mediaticità (e non sempre per volontà dei media).
È dunque possibile rallentare la spirale di incidenti mortali che da sempre avvengono ovunque nel mondo? Quasi impossibile. Ma quello a cui possiamo porre rimedio, partendo proprio dal tragico e brutale incidente avvenuto a ridosso della vigilia di questo Natale, è il comportamento di alcuni genitori che oggi sembrano aver perso il proprio ruolo.

lunedì 4 gennaio 2021

A una Blu che se ne va

Ripescata da un post di febbraio 2012, in una giornata piovosa, che sembra fatta apposta per andare indietro di qualche anno, quando nei ricordi tristissimi di allora si apre un piccolo varco di dolcezza. Varco che oggi si è richiuso, aggiungendo a quei ricordi amari, anche questo. Se n'è andata, e non mi vergogno nel dire che gli occhi sono gonfi... senza essere residuo di una recente cataratta.

 L'amicizia è quella cosa che riscalda il cuore,
dicono e sarà pure vero, però c'è sempre un ma...
Sono all'antica, ho un concetto un poco ristretto:
per me 'amicizia' è molto dare e poco ricevere.
L'amicizia è in tanti aspetti, è elastica,
ma ha molti paletti, e molti sono i freni.
Uno: con un'amica metti il cuore in pace
a tutti la darà, giammai ad un amico.
Però ci sono casi in cui è ingombrante,
e, molto raramente, perfino imbarazzante.
Esempio, un'amica che insiste: "Datti da fare,
tanto nessuno al mondo avrà da ridire",
e il concetto che ne ho va a farsi benedire.
Dice il vecchio saggio, quello senza amici:
"Chi trova un'amica, ha trovato un tesoro".
Ma se quell'amica l'hai tenuta in braccio
quand'era piccolina, e l'hai allattata,
non con latte tuo, e l'hai coccolata,
vezzeggiata, già quand'era implume,
l'hai veduta crescere, diventare adulta,
l'amicizia è a rischio, un rischio di sventura.
Un giorno te la trovi che gira per la casa,
nuda, col pelo al posto giusto e anche di più,
ti cerca, ti insegue, chiaramente ti vuole.
E tu non puoi, non vuoi e manco vorresti,
darle quello che, a gran voce, lei ti chiede.
Non vuoi credere, e neanche pensare,
che il farla sedere sulle tue ginocchia,
carezzarle lievemente le tette ormai mature,
titillarle dolcemente il timido ombelico,
far correre la mano lungo la sua schiena,
a vedere e sentire corde di violino
come pizzicate da un seghetto,
accettarne il mordicchìo dei tuoi lobi
e gl'improbabili tentativi di succhiotti...
Beh, tutto questo non la autorizza
a pensare che con lei io voglia copulare.
Non posso, proprio non posso.
Questo senza essere un falso moralista,
ché ormai la morale è soltanto una faccenda
che riempie un grasso bigotto portafoglio,
ma proprio non posso, proprio non voglio.
Insiste; le ho pure detto: "Ti caccio da casa",
ma lei continua, mi vuole concupire,
sperando nell'assurda, impossibile,
certezza di riuscire alla fine a fornicare.

 
BLU, l'amica mia
Non è calore d'amicizia quello che la porta, da un po' di tempo a questa parte, a rompermi l'anima, con miagolii struggenti e rotolìi e salti e ronfi e rotolamenti:
è soltanto calore, quel tipo di calore che non entra dentro il cuore ma, delicatamente, ti  rompe le pudenda. Le ho dato estropil gocce, a più riprese; è stato come dare un bicchier d'acqua ad uno che pasteggia con la grappa. E fuori, nel giardino, c'è la fila dei compari in vana attesa.

C'era, allora, ma rientrava; da ora riposerà in un angolo del giardino, sotto un fico d'india che le sarà ombra e protezione.