mercoledì 16 ottobre 2019

Un volo pindarico

Lo è, a mio modesto parere, già dal titolo, dove il pensare agli angeli, a questo loro volare, porta da subito all'attesa di trovare nel testo un racconto di fantasia, a un qualcosa che si trova solo vagando ben al di sopra delle nuvole.
Nel prosieguo della lettura, tale impressione iniziale è confermata da una serie di interpretazioni espresse in un libero pensiero e in un altrettanto scioglimento dialettico, che butta alle ortiche ogni vincolo scritturale.
Una libertà assoluta, senza remore o falsi pudori, un caleidoscopio di stili descrittivi, dove il voltare pagina, o al capitolo successivo, non hanno un seguito diretto, restando libera espressione che sembra a sé stante e che invece è tassello da inserire in un mosaico, un puzzle le cui tessere, per essere incastrate, devono essere esaminate attentamente una per una, per arrivare infine ad una creazione artistica uniforme che, nel suo insieme, dà la piacevolezza della visione di un quadro finale di pregio.
Ecco, ogni singolo capitolo de Il volo interrotto degli angeli, è un tassello: leggibile a sé, una storia nella storia, che potrebbe apparire come un esercizio di scrittura che, pur nella sua innegabile qualità, sarebbe relegato, appunto a una bella prova descrittiva, a immagini fotografiche sul tipo dei moderni selfie, in cui il primo piano della singola figura umana farebbe trascurare lo sfondo che ne sia contorno.
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Un ponte, lungo, legato da 39 arcate a sorreggerlo, alcune più ampie, con più luce, altre con minore vista, tutte e ciascuna create come sostegno al transito tra un punto di partenza ad uno di arrivo.
Che solo il progettista conosce (o 'dovrebbe' conoscere, visti fatti recenti che parlano di ignoranza crassa della materia; ma qui è solo un passaggio casuale, che nulla ha a che vedere con questa nota), il resto del mondo lo scoprirà percorrendolo, il ponte, dall'inizio alla fine.
Ognuna di queste arcate, guardandoci attraverso e spostandosi lungo tutta la lunghezza del ponte, ben fuori dal suo percorso stradale, offre una visuale diversa, che può essere uno spicchio di cielo e mare o di monte e cielo, ma anche di tetti o grattacieli. A prima vista, il panorama che offre ciascuna potrebbe sembrare quasi uguale alla precedente e non diverso da quella successiva.
In realtà ogni arcata è un quadro, in alcuni casi un quadretto che, nel suo apparire ridotto, ha comunque le stesse caratteristiche di quelli a più ampio respiro.
Tutte e ciascuna destinate a un compito unico: consentire al ponte di svolgere in tutta sicurezza il compito per cui viene creato.
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I 39 capitoli, in alcuni casi quasi telegrafici, sono le volte che uniscono il ponte del racconto, o romanzo o qualsivoglia categoria in cui possa essere inquadrato.
Ogni capitolo offre una visuale a sé. Procedendo nella lettura, che deve essere lenta per godere appieno la vista che di ogni riquadro presenta, come detto, diverso sia dal precedente che dal successivo, che Nicola aiuta a ben distinguere con una terminologia ad hoc per ciascuno.
Non ci sono lunghi dialoghi tra i protagonisti; sono piuttosto monologhi a gittata variabile, come le arcate di un ponte comandano.
Questa lentezza, passo dopo passo, superata la parte centrale, si apre a un finale che obbliga al trotto prima e infine al galoppo, cambiando il ritmo del racconto (o romanzo o altro) da ameno e divertente, in un thriller a cui si vuole dare soluzione al più presto.
Come se il ponte fosse posizionato in leggera discesa e all'improvviso mancassero i freni di una ipotetica autovettura; si può premere il pedale fino a toccare l'asfalto col piede, ma non ci si riesce più a fermare.
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La storia, il racconto, tratta temi ufficialmente cari al sentire comune, che peraltro vengono ignorati, ridotti, cancellati, a favore di un irrigidimento verso quella che è solo umanità; ci si vuole convincere che essere buoni equivale a essere minchioni, coglioni... le rime quadrano, e anche la sostanza sta prendendo piede, puntando ad annullare sentimenti che sono (o erano?) patrimonio genetico di ciascun essere umano. E, visto che il genere umano fa parte del regno animale, anche gli altri membri di questo 'regno' sono coinvolti, restando animali nel mentre gli umani diventano bestie.
Tratta, il romanzo, di affetto, di amicizia, di amore, e, anche, di altri sentimenti che si contrappongono a questi temi.
Non mancano spunti di vera poesia, che riesce a bilanciarne altri che sono di critica aperta a situazioni viste e affrontate da chiunque nel corso della vita di ogni giorno.
È una storia frutto di fantasia, come specifica Nicola in prima apertura del libro, di un volo pindarico appunto, di un sogno, in un testo che affronta cose serie ed attuali nel modo frizzante che è solito usare in tutte le sue creazioni, e che in fondo rispecchiano realtà e valori innegabili, nonché il suo spirito battagliero e anticonformista ormai sua etichetta indelebile.
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Qualcuno, in corso della lettura di questo mio scarabocchio, ha fatto caso al punto nero centrato a mo' di divisorio tra un periodo e il successivo? L'ho messo per renderlo più visibile, ma temo sia sfuggito ai più.
Ecco, nel testo del racconto ho individuato un punto tipo questo, non un neo o una macchia ben visibile, proprio solo un piccolo punto, che mi ha lasciato perplesso.
Una sciocchezzuola, che per un attimo ha fatto vacillare tutta l'impalcatura dal romanzo, come se una delle volte del ponte virtuale avesse mostrato una crepa indicativa di un prossimo crollo.
La lettura, dopo quel momentaneo sbandamento, ovviamente è proseguita serena; serena per quanto consentito dall'evolversi delle situazioni descritte.
Punto nero che, ovviamente 2, non specifico qui.
Credo si sia trattato di un attimo di distrazione dell'Autore, niente di più facile che nella fase di una eventuale, auspicabile, ristampa, provvederà a modificare. Rendendo peraltro questa sua prima stesura un testo prezioso che, un domani, potrebbe essere monetizzato dai fortunati primi acquirenti...
Vale come augurio, ovviamente 3.

Dire 'bravo' a Nicola Pezzoli è pleonastico, ma glielo dico ugualmente come rafforzativo del concetto che ho di lui e, più che di lui, di quanto e come scrive.

Per tutto il resto, fine della mia stupidata, che vale poco più di un commento: leggere godere soffrire, è il destino di noi poveri lettori.


giovedì 10 ottobre 2019

Greta Tintin

Un paio di premesse, doverose e preventive, per evitare note infamanti a quanto vado ad esporre.

La prima: abbiamo finito la vendemmia, poca roba, ma sempre piacevole e, a modo suo, divertente.
Trattandosi di una vendemmia casereccia, chi poco ne sappia sa che per un certo periodo bisogna rimestare il mosto, in lenta ebollizione nel tino. Un'incombenza che non è pesante, ma che ha un inconveniente, insignificante e passeggero: nel rimestare il mosto, in questo si provocano 'fumi' (per gli astemi accaniti, o per gli alcolisti anonimi in recupero, miasmi; ma non lo sono, sia chiaro). Per delicati che siano, questi fumi sono, come dire, ubriacanti. Niente di che, un mezzo litro di rosso ingollato al mattino a digiuno crea lo stesso effetto.
Non ho le prove, e temo che un alcoltest sarebbe a rischio sanzione e perdita punti.
Col testo a seguire ci c'entra (la poesia non è vino annacquato) niente: è solo un mettere le mani avanti se nel prosieguo dessi un'idea di 'svaccamento' (visto che Google me lo sottolinea in rosso, specifico che significa 'fuori binario', scarrocciare, debordare) che tale non è, almeno nelle intenzioni primarie. Se poi la malignità umana ci vedesse qualcosa di offensivo, sono abbastanza lucido da chiedere venia (anche questa forma poetica a Google non va giù, vale 'perdono') in anticipo.
Un'immagine per dire l'infantile divertimento del lavorìo col mosto, a riprova che questo post non è cosa seria e nasce in allegria.

Sembra... invece è mosto, guarnito con barchetta e aeroplanino
per rendere meno vistosa la simiglianza con quel che sembra
La seconda premessa, questa veramente dovuta: il titolo non è, e non vuole essere, una presa in giro della Greta oggi universale; è veramente il suo secondo nome (seguito da altri due, prima di arrivare al cognome ufficiale: Eleonora Ernman, e infine Thunberg); una sequela che ha poco da invidiare a quella di un hidalgo ispanico.Non può esserci addebito se il saperlo mi ha portato alla mente un cagnone fumettato della lontana infanzia, che non sto a citare per non offendere la memoria di chi legge e ancora lo ricorda con simpatia.

Detto questo, su questa ragazza (veramente ancora ragazzina, a sedici anni, appena ci si affaccia al passaggio superiore) ho letto di tutto, lodi sperticate e insulti abominevoli.
Dissento dalle une e dagli altri.
Non voglio né intaccare un carisma chiaramente acquisito e neanche intendo demolirlo.
Il fulcro del mio ragionamento sta nei tempi, che ritengo, a torto o ragione, fuori da una realtà come conosciuta e visionata nei libri di Storia, nei racconti, in un lento sviluppo di idee che solo il tempo, secoli talvolta, ha reso universali.
Il tempo di cui parlo è sinteticamente visibile in quest'immagine:


È stata pubblicata su diversi quotidiani e non ho motivo di credere che sia stata manipolata.
Il parallelo che la nebbia del mosto mi ha portato alla mente riguarda, in generale, i tanti personaggi che, diffusi in vita concetti e messaggi, questi hanno fatto presa negli anni, nei decenni, nei secoli a seguire.
Penso a Buddha, a Lutero, a Gandhi, a Luther King, a Mandela, a Gesù... a centinaia e migliaia di altri illuminati che non vado ad elencare per ignoranza personale.
Tutti passati alla Storia per aver diffuso idee poi divenute valori universali, generalmente condivisibili.
Idee e concetti, per le relative epoche, controcorrente e, sempre nel loro periodo di vita, ampiamente osteggiate, sovente con contestazioni violente. Tutti, chi con stessa propria vita, chi con l'emarginazione, le hanno diffuse pagandone il prezzo in prima persona.
Come detto, seminandole, sovente senza poter raccogliere i frutti di quelle semine.
Cielo, alla Storia sono passati anche moltissimi altri personaggi, che non diffondevano idee ma violenze e distruzioni. Che, in effetti, avevano come base delle idee, per affermare le quali non sono arretrati davanti ad eccidi che sono divenuti poi il loro marchio di fabbrica.

Che piaccia o meno, il confronto che mi è venuto riguarda Gesù di Nazaret, Galilea.
Ne parlo per sentito dire, poiché non esistono video o registrazioni che attestino con assoluta certezza che gli avvenimenti che lo riguardano siano effettivamente accaduti. Scritti molti, ma essendo frutto di menti e mani umane sono soggetti a interpretazioni soggettive, non sempre concordanti.
Inoltre nei passaggi verbali di generazione in generazione, questi fatti potrebbero aver subito interpretazioni modificative, un po' come se un'oliva in origine possa diventare un melone; o viceversa per cui la stesura del classico nero su bianco potrebbe essere stata influenzata dalle voci ultime sentite.
Già alla nascita aveva suscitato un po' di scompiglio: nel tentativo di eliminarlo, un tizio, fanatico della poltrona cui si era affezionato e che non intendeva abbandonare, aveva fatto uccidere tutti i neonati del paese in cui pensava Gesù neonato si trovasse. Pare avesse sbagliato paese, ignorando i movimenti della coppia in seguito al censimento indetto da non so chi.
Molto probabilmente fu concepito in quel di Betlemme, sempre Galilea (e qui non metto lingua, poiché non voglio finire sul rogo) e ivi nacque, salvo fuggire in Egitto avendo saputo da un angelo che il pericolo era alle porte. Così altri neonati avevano pagato con la vita, senza sapere a chi dire grazie.
Cosa fatta, capo ha: qualche secolo dopo quegli innocenti massacrati sono stati fatti santi dalla Chiesa ed è facile immaginare con quanta felicità avranno accolto la notizia.
Dell'infanzia del pargolo divino non so nulla, credo abbia fatto quello che fanno tutti i bambini da che mondo è mondo, forse andare a scuola e soprattutto giocare.
Ricompare nelle cronache dell'epoca quando, all'età di una dozzina d'anni, era risultato assente a scuola, assente al parco... missing, si direbbe oggi. La madre, giustamente preoccupata, stava per rivolgersi alle forze dell'ordine (i 'Chi l'ha visto?' erano ancora lontani a venire; e anche i social, per cui l'unico modo era rivolgersi a loro); nel cammino verso la loro centrale, passando accanto alla chiesa del paese aveva sentito un silenzio sospetto, quando solitamente ne uscivano grida e invettive come da un'assemblea di condominio; solo una voce rompeva quel silenzio, ed era quella del figliuolo benedetto.
Sempre le cronache raccontano di una 'disputa' tra il fanciullo e i membri del Sinedrio (paragonabili, oggi, a un parlamento, a un consesso europeo, a un'assise mondiale in un palazzo di vetro), si dice vertente sulla salvezza del mondo, che sarebbe stata possibile soltanto tramite Lui.
L'avevano chiamata 'disputa' a sproposito: in effetti si era trattato di un soliloquio del giovine, con il contraddittorio espresso solo con gesti di approvazione della teste.
Gli applausi e le standing ovation non avevano ancora preso piede.
Mi piace pensare che gli audenti, sotto-sotto, girassero i pollici in segno di alto menefreghismo, nascosti sotto le ampie palandrane; posizioni che credo a tutt'oggi imperanti di fronte a idee mille miglia lontane dal loro sentire o dalle loro convenienze.
Comunque, rispettando il racconto di chi c'era (?), costoro erano interessati e aperti agli insegnamenti loro devoluti in via privilegiata. Gli stessi poi divulgati dal messaggero al popolame nel corso della sua esistenza terrena.
E non avrebbe potuto essere altrimenti, vista l'importanza dell'argomento.
È molto probabile che la salvezza oggetto del suo discorrere non si riferisse a quella di un mondo fisico, bensì a quella di un mondo altro. Ma il risultato era lo stesso.
Discorso un po' difficile da interpretare, tant'è che a quei sinedrioti ci vollero altri ventun anni per comprenderlo appieno, e mandare, di conseguenza, il giovine sulla croce.
Pare che la madre, alterata (Google: è una forma parafrasica per non dire 'incazzata', che all'epoca non si usava) soprattutto per il fatto che il ragazzo aveva marinato (voce del verbo bigiare) la scuola. Fonti non accertabili raccontano che gli avesse pure fatto una passatina di pelo e contropelo, ma questa limitata allo spavento che le aveva fatto prendere nell'assentarsi senza avvisarla.
Lei sapeva che c'era un protocollo da rispettare, e che il modificarlo avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo intero.
La sgridata sulla fuga da scuola, il ragazzo l'aveva giustificata con un tranciante "io sono Colui che sa",  ergo, la frequenza scolastica era un di più non indispensabile; e con questa chiosa le aveva, si ritiene ma non si sa per certo, tappato la bocca.
Comunque la strigliata deve aver fatto effetto, visto che di lui non si hanno più notizie fino alla partecipazione a un matrimonio, in cui la carenza del vino lo aveva costretto, forse anzitempo, a iniziare una caterva di miracoli che ancora oggi sono esaltati come chiaro segno della sua divinità.
Viene quindi da pensare che nel lasso di tempo in cui era stato assente dagli  ̶s̶c̶h̶e̶r̶m̶i̶  avvenimenti suoi contemporanei a scuola ci sia tornato, forse più per insegnare che per apprendere.
Il che lo rende più umano, così come la parte finale della sua vita, quando dopo i trionfi fatui era caduto, volutamente si sa, in una trappola che lo aveva portato, come già detto, sulla croce.
Cadde e risorse... senza più giacere, per dare speranza a quanti hanno creduto, e credono, in Lui.
Qui un Amen ci sta tutto.

Greta Thunberg: poche le analogie col Gesù raccontato prima.
A parte l'età e il messaggio universale, mi pare non ci sia altro.
L'anno scolastico di ultima frequenza nota mi pare fosse paragonabile alla nostra prima liceo. Si è allontanata dalla scuola di proposito per avere tempo di maturare naturalmente, senza dover passare sotto le forche caudine dell'esame di maturità, bestia nera dei liceali di tutto il mondo dacché mondo è.
La madre di Gesù era una casalinga che, molto probabilmente, non aveva frequentato alcuna scuola. Non tanto per volontà sua quanto perché i tempi non prevedevano che le donne, tanto più se non d'alto lignaggio, ricevessero un'istruzione altra che non fosse quella materna, solitamente dedicata alle faccende di casa, alla procreazione di figliolanza e all'educazione della stessa.
Se pensiamo che fino a non molto tempo fa la regola era ancora in auge (Google, nun me fa' ncazzà, non puoi essere aggiornato coi termini se non conosci quelli passati, poffarbacco!), per cui la donna era delegata alle stesse identiche mansioni della madre, salvo essere figlia di genitori illuminati già aperti a cambiamenti ancora lontani dall'essere generalizzati.
Le donne che studiavano erano eroine, dovendo sopportare 'anche' l'ostracismo degli insegnanti; ostracismo, ma occulto e subdolo, che continua ad esserci e a crescere, da quando ci si è resi conto che le capacità femminili sono nettamente, e indiscutibilmente, superiori a quelle masculine.
Tempi che vanno a cambiare, lentamente.
Il padre, o patrigno o putativo che dir si voglia, era falegname. Oggi non varrebbe meno di un ottimo professionista da tavolino, che la carenza ormai cronicizzata di manodopera, con buone capacità manuali, sta rendendo più prezioso, quando servirebbe introvabile.
All'epoca non ho idea della scala dei valori in cui un falegname fosse collocato.

Greta è figlia di una cantante lirica e di un attore, così genericamente definito dalle cronache.
Quindi con una buona preparazione scolastica e artistica.
Non so quanto ciò abbia influito sulla formazione della ragazza, ma qualcosa deve avere appreso, vista la freddezza e la compostezza con cui affronta la folla e gli alti papaveri che hanno avuto modo di ascoltarla in diretta.
Pare sia affetta dalla sindrome di Asperger.
Un malanno di cui erano a conoscenza solo gli psicologi, al limite gli psichiatri.
Io, come pochi altri, ho saputo della sua esistenza dall'intervento di un comico che, per meglio divulgare un suo punto di vista sulla soluzione dei problemi contingenti, aveva appiccicato ai contestatori di questo suo pensiero il cartellino fantasioso di quella sindrome, suscitando proteste (e insulti) da chi di tale sindrome è veramente affetto.
È successo con altri anche in passato, dove gli autismi o la sindrome di Down o altri accidenti da malattie fisiche sono diventati motivo di svilimento dell'avversario, etichettato come incapace sia di intendere che di volere.
Come quei pochi altri ignoranti, la curiosità mi ha portato alla ricerca di cosa diavolo fosse questo malanno.
Malanno?
A parte la definizione precisa di questa sindrome (il cui studio più approfondito risale agli anni '90, quindi troppo recente per un quadro esaustivo della malattia), mi sono imbattuto in una serie di scoperte che mi spingono a ritenere che non si tratti di malattia ma di dote.
Intanto il rimando a personaggi famosi che erano affetti da questa sindrome; per alcuni vi sono certezze, per altri solo dubbi, ancorché fondati. Pubblico un'immagine che non è un elenco completo, ma che già dà un'idea di quello che intendo dire parlando di dote.


Credo sia superfluo citarne i nomi, sono tutti volti molto noti, e già solo questi offrono sostegno alla mia tesi; come detto sono solo una minima parte di quelli trovati, spulciando qua e là.
Verrebbe voglia di rivedere le intenzioni di quel comico: le sue parole, intese come un insulto, in realtà erano un apprezzamento spiritoso e democratico di chi gli dava contro?
Quindi anche chi ha offeso (talvolta letteralmente insultato) Greta Thunberg, magari voleva evidenziare che il carisma ottenuto non era dovuto a meriti (o studi) propri, ma ad un qualcosa di non umanamente comprensibile?
Fine dell'incipit.

Sì, poiché in realtà il punto che ha richiamato la mia attenzione, e mi ha portato a scrivere questa nota, non erano né Gesù né Greta, perlomeno non nella loro singolarità.
Le idee, le folle che le hanno seguite e fatte proprie, questo era il mio intento iniziale. Poi la mente ha divagato partorendo quanto sopra.
Torno velocemente ab ovo.
Vedendo le folle di giovani, convinti e plaudenti a quanto sta seminando Greta, il primissimo pensiero si è focalizzato sul fatto che non si tratta di idee originali.
Da decenni c'è chi mette sull'avviso che il pianeta sta morendo, ed è ormai prossimo allo stato comatoso (sicuramente irreversibile); lo sappiamo tutti, e tutti abbiamo ignorato questi allarmi, nel nostro piccolo e, soprattutto, ai vertici decisionali.
Poche le mosse messe in atto per arginare, se non per curare, il fenomeno.
Non essendo un messaggio attuale, perché prima non è stato ascoltato e adesso, per una ragazzina che ha deciso (senza stimoli esterni?) di ripetere quel messaggio, lo stesso è stato recepito da milioni di persone che, in piazza, hanno dato l'impressione di volersi impegnare alla soluzione del problema?
Giovani, soprattutto, in particolare studenti; ma anche adulti, questi adunati in sedute plenarie, che hanno accettato senza battere ciglio le accuse di menefreghismo; pure da loro, al termine dei concioni, entusiasmo e applausi.
Appunto: i giovani che applaudono, gli adulti che approvano... sotto-sotto il 'girare i pollici' citato nell'introduzione, riferita ai saggi sinedrioti di Gesù.
Le sedute degli adulti erano atti dovuti, a fronte della spinta delle piazze gremite.
(A proposito delle quali mi è venuto un pensiero malignetto più che no: se gli ultimi inviti alla partecipazione, per un venerdì ecologico, fossero stati fissati in un giorno festivo, cioè senza frequenza scolastica, l'afflusso a quelle piazze sarebbe stato uguale?).
Nel corso degli ultimi anni gruppi che invitavano all'attenzione, che segnalavano la necessità assoluta di un pronto salvataggio del pianeta, della sua natura, della flora e della fauna, dell'aria e delle acque, della stessa persona umana, hanno avuto un seguito talmente esiguo che, neanche tanto lentamente, hanno finito per estinguersi.
Alcuni di questi gruppi, sull'onda di plausi iniziali, si sono presentati come partiti, contando di avere un consenso tale da poter influire su scelte di governo, quelle che contano. Il responso delle piazze è stato confortevole, quello delle urne affatto.
Anche quando sono riusciti, per brevi periodi, ad essere ago della bilancia nella formazione di quei governi, hanno dovuto accettare (obtorto collo) che altre priorità impellenti avessero la precedenza sulle loro sacrosante segnalazioni.
Mi è rimasta impressa l'immagine delle interviste a partecipanti ad elezioni di miss,  mondo-nazionali-regionali-comunali-parrocchiali: splendide ragazze, tutte ancora in fase di maturazione scolastica avanzata. Alle domande di cultura generale, le risposte raramente erano pertinenti, e quando lo erano, suscitavano una delicata ilarità tanto erano sballate.
Una cosa in comune l'avevano: alla domanda di cosa fosse il loro desiderio più sentito, tutte rispondevano "la pace nel mondo"; come se lo scenografo avesse ciclostilato la risposta, magari spacciandola come originale per ciascuna di esse. Per mostrare al mondo la maturità raggiunta dalle nuove generazioni.
Era il periodo in cui la pace nel mondo era diventata una bandiera, la nota arcobaleno, sventolata in piazze gremite da adulti, donne, bambini, perfino neonati, e cani e gatti, uno spettacolo favoloso che aveva fatto ben sperare per l'avvento di questa benedetta pace.
E che, raggiunto lo scopo (?), sono state riposte in cantine o sgabuzzini, ormai impolverate e inutili.
Come si sa, la pace nel mondo c'è e ormai è perfino diventata noiosa...
Certo, sopravvive l'antico si vis pacem, para bellum, ma è solo (?) per tenere in piedi industrie, in ogni settore, che in caso di fallimento per pace raggiunta, creerebbero una guerriglia mondiale che, in assenza di armi, saremmo costretti a sedare a mani nude...
Ecco, oggi, ma solo oggi, alla stessa domanda sulla priorità dei problemi comuni, mi ci gioco la camicia, sarebbe "il salvataggio del pianeta".
Per dire. la pace è stata raggiunta, lo stesso accadrà, dopo gli accorati appelli, a quanto concerne questa nostra, giustamente pretesa a gran voce, salvezza.

Si sono, come si dice, calmate le acque dopo un mesetto di fermenti, di inviti, di incitamenti a chi può (potrebbe) per cambiamenti radicali: di Greta pochissimi ancora parlano, probabilmente sarà tornata a frequentare la scuola, magari indirizzando i suoi studi verso un'ecologia pratica, in vista di un'attività che, oltre all'innegabile incisività dei suoi appelli, sia apporto diretto e costruttivo che vada oltre all'invito generico per un salvataggio virtuale e virtuoso della Terra.
Anche i sondaggi a cosa i singoli, adulti giovani donne bambini, rinuncerebbero per favorire l'opera di salvataggio (deprimenti, diciamola tutta), pare siano finiti: sono (siamo) tutti disposti a rinunciare all'uso dell'auto quanto più possibile; quella del vicino, ovviamente. Sono (siamo) disponibili alla limitazione dei riscaldamenti o all'uso dei condizionatori; sempre quelli dei vicini.
Ridurre le plastiche? Eccheccevò, basterà convincere il vicino che è cosa buona il farlo; a me (a noi) è un problema difficile da risolvere, lavare le stoviglie prevede uno spreco di acqua e detersivo, piatti bicchieri posate, gettati nel cassonetto aiutano il riciclo e se qualcosa finisce in mare... è sicuramente roba del vicino.
A proposito di riciclo dei rifiuti: singolarmente, tutti favorevolissimi, purché non nel proprio comune, purché raccolta e smaltimento siano posizionati almeno a mille miglia dalla propria abitazione...
Gli anziani, ma devono essere proprio anziani, quasi vecchi, sarebbero disposti ad abbandonare i cellulari (in fondo sono cresciuti senza, e ciò nonostante sono invecchiati, non dico beatamente, ché vecchiaie beate non mi pare ce ne siano, ma sono invecchiati), adeguarsi sarebbe un sacrificio relativo, ma i giovani, quelli che hanno affollato entusiasti le piazze chiedendo... sarebbero disposti a rinunciare almeno a cambi periodici del loro piccoli marchingegni? Certo che sì... a quelli degli altri, gli 'altri' giovani come loro, che con loro sono scesi in piazza garantendo la loro partecipazione fattuale al salvataggio di un pianeta che, in fondo, sarà il loro habitat futuro prossimo; visto che per gli anziani, ma propri anziani quasi vecchi, la dimora sarà sicuramente ecologica, quella in cui gli inquinamenti di ogni genere non disturberanno più di tanto.
E ai motorini rumorosi e inquinanti, alle moto rombanti e scassaminchia, a scarpe e indumenti adeguati a ogni ora del giorno, a beveraggi esagerati di alcolici (che finiscono per inquinare con sangue l'ecologico asfalto stradale)... sarebbero capaci a rinunciare e in che misura?
Tutte operazioni che sarebbero adeguato supporto a quanto conclamato da una ammirevole ragazza che, senza arte né parte, ha lanciato un severo monito al mondo intero, giustamente accolto con like e applausi che fanno apparire nebulosi gli stessi moniti lanciati da anni, da secoli, da altri giovani e meno giovani, senza like o folle plaudenti.
Si dice: misteri della fede e, come questa, inspiegabili e incomprensibili.
Agli anziani, ma proprio anziani quasi vecchi, di questa finora benedetta Terra ormai frega un'altrettanto benedetta mazza (scusate l'aramaico, è per restare nell'ambito di quell'altro salvataggio, predicato previsto garantito, a tutti gli uomini di buona volontà, già oltre duemila anni or sono). Senza che appaia bestemmia, ne hanno ben donde... Anche perché la colpa di quello che sta succedendo è di tutti, non solo delle antiche generazioni o di quelle che verranno: il maldanno è in atto oggi. Il rinfacciarlo, totalmente ed esclusivamente, a chi è quasi in viaggio è uno scaricabarile ingiusto.

Amen bis, scenda il sipario (Google: ho battuto sipario, è inutile che mi correggi in sudario).

lunedì 7 ottobre 2019

Coito, ergo sum

Ho trovato quasi casualmente questo articolo su un blog di Facebook, testi che generalmente non condivido; ma questo è stato offerto oggi dal giornalista Martino Ciano e, come detto in via eccezionale (poiché, a parte le poesie che sono patrimonio dell'umanità, raramente condivido), vado a copiare, anche perché mi dà lo spunto per un allargamento della sua riflessione. Intendendo per 'condivisione' la divulgazione di un pensiero che ritengo, a torto o a ragione, meriti qualcosa di più di una lettura superficiale.
Il titolo?
So che il mio maestro sarà già caduto dalla sedia, inorridito da un simile, incredibile, svarione, tra l'altro avendo parlato di refusi tipografici non molto tempo fa. Prima di essere sbattuto dietro la lavagna, dopo essere stato pestato in un mortaio (a mo' di miscuglio a base di basilico, parmigiano, pecorino, pinoli, un pizzico di sale, olio d'oliva, 1/2 spicchio d'aglio; come questi ingredienti che danno il nome, appunto, al pesto, in particolare genovese), vado a spiegare. 
Una scusa, la ricetta, per fingermi esperto in culinaria, con una salsa semplice, digeribile e casereccia. Anche questo in via eccezionale, direi unica... 
Coito, anziché Cogito, basta l'eliminazione di una consonante per stravolgere completamente il senso del termine: il coito è notoriamente l'atto sessuale che consentiva la perpetuazione della specie (umana ed animale); 'consentiva', poiché oggi i mezzi per eternare la nostra specie stanno diventando altri, lasciando al coito una funzione più che altro godereccia. 
Questo per gli umani, forse per renderli dissimili dagli animali; i quali peraltro non scampano da questo 'progresso'. Succede che l'uomo le inventi tutte per eliminarli, gli animali, salvo poi studiare come salvarne la specie, ricorrendo a clonazioni, che sono un modo scientifico di selezione, non secondo natura ma secondo standard prefissati in laboratorio.
Cogito ergo sum, 'penso, dunque sono'; il non pensare porta automaticamente a un intruppamento al seguito di chi pensa, o riesce a far credere di pensare. Se non si pensa in proprio, non si è, non c'è esistenza, si diventa cloni ante litteram, il che porta dritti all'idea di Ciano sul pensare, oggi come ieri, dell'elettore tipo.
Ovviamente questa sua esternazione troverà contrasti: ciascuno dei personaggi (i pensanti) citati nel suo testo avrà un tot percento di fan che lo osannerà, demolendo nel contempo tutti gli altri, magari ufficialmente alleati. 
Occasionali, come ben sappiamo.
Ciano nel suo articolo ha, forse volutamente o forse per carità di patria, trascurato la citazione dei gruppuscoli che di volta in volta si formano dopo ogni tornata elettorale. Piccoli agglomerati con adepti che, di solito, non seguono un pensiero ma una persona come tale, il famoso (talvolta famigerato) leader, che quando non c'è lo si inventa; quando c'è lo si demolisce. Il quale leader, fino a poco prima, seguiva a sua volta un pensante dal cui carisma era stato ipnotizzato.
L'elettore, secondo Ciano che giustamente lo rimarca, è formalmente ondivago, talvolta in seguito a una tempesta, che lo sbatte su un'altra spiaggia, ma il più delle volte adattandosi ad essere peone, che si lascia cullare dalle maree, in attesa di una affermazione assoluta del pensiero primigenio.
Di qualcuno, non del suo; il coito a lui basta e avanza, non c'è spazio per cogitare...
La gratitudine non è nei menu degli elettori; se un leader promette e mantiene le promesse fatte, non per questo ha la certezza di uno sponsale a vita del suo fan. Se questo non ottiene ciò che in campagna elettorale gli è stato sventolato davanti, ha buoni motivi per cambiare casacca; ma anche se ottenesse tutto, nel possibile cambio della guardia potrebbe cercare offerte nuove, migliorative di quelle già ottenute in precedenza da altro benefattore.
L'elettore, soprattutto dopo l'affossamento delle ideologie che erano il collante delle varie formazioni, pensa a sé, poiché al Paese già pensano i capi-cordata. 
Almeno, a sentire questi quando parlano ex-cathedra... In realtà è provato che costoro sono comuni elettori quando si tratta di patteggiare la concessione di un voto. Pensanti quanto mai, per il bene del Paese? Quando mai, volevo dire...
I gruppetti che nascono a macchia di leopardo, guidati da peone che, da cavalieri e nobildonne promossi da leader illuminati, aspirano a diventare re, o quantomeno principi, tradendo magari la fiducia di chi, avendoli portati sul podio, credeva in una gratitudine eterna.
I capintesta citati nel testo di Ciano sono i pensanti che ufficialmente hanno le redini della guida del Paese. Sorvoliamo sulle capacità di manovra di quelle redini, a chi cogita sono impossibile da ignorare; chi dopo il coito 'buona notte, a domani e alla prossima', continuerà a vedere ciò che altri vedono per lui.
Che siano in una maggioranza o  che siano in opposizione creano giochi di (falso) potere, che piccole percentuali di elettori possono, se vogliono, abbattere; affannati, intanto, a superare la cosiddetta soglia di sbarramento, per poi puntare a divenire aghi della bilancia dei governi, a ricevere da questi almeno un mignolo delle redini per dimostrare ai loro seguaci la 'convenienza' dell'aggregarsi alle loro truppe. Un do ut des, ribadito e rinnovato giorno dopo giorno.
Quelli che una volta erano, poeticamente, definiti aghi della bilancia, oggi, sono spade di Damocle, pendenti su chiunque abbia il potere ufficiale. A meno che, questo potere non diventi assoluto, nel qual caso, queste spade diventano zanzare da cacciare (o schiacciare) con una sola manata.
E diventeranno, in un futuro passato e possibile, le basi della resistenza alla tirannia.
Questa è la democrazia, bellezza, che piaccia o meno. 

RAPPRESENTANZA. UNA SOLUZIONE APOLITICA




Che differenza c’è tra Capitan Salvini che, tra mojito seni tartarughe tatuaggi e pance flosce, chiede pieni poteri e si lancia in analisi politiche post-sbronza, salvo poi autodistruggersi, e il prode Di Maio che ribalta tutto e si allea con il ruffiano Zingaretti, mentre messer Renzi crea il gruppo moderato dei moderati piddini?
Che futuro possiamo aspettarci dal Cavalier Berlusconi che considera questo esecutivo un Governo di estrema sinistra? E cosa possiamo sperare dalla rabbiosa madame Melonì de' Garbatelle che invoca la piazza e sprigiona la sua ira contro tutto e tutti, infiammando un popolo che non sa più interpretare la realtà?
Davvero il Parlamento è quel luogo nel quale la democrazia si esprime, nel quale tutti vengono rappresentati?
Lascio a voi le risposte, perché disquisire mi sembra inutile. La solita pesantezza ammacca il cervello, e le parole si inseguono l’una con l’altra nel tentativo di creare un discorso degno di nota o che abbia ancora un significato. In pochi si rivedono in questo desolante quadro, in cui la politica-social a base di slogan e dirette Facebook ha innescato opinionisti senza opinioni.
Il disfattismo è ormai una necessità.
La democrazia-social non può che lasciare basiti perché ha solo creato leader-seguaci, una categoria che rende il popolo vittima e carnefice delle proprie opinioni. I sondaggi ci parlano di un elettorato mobile, capace di spostarsi con grande facilità da un polo all’altro. Il 40 percento  di qualche anno fa di Renzi è oggi anche il 33 percento di Salvini, ed era anche il 35 percento del Movimento Cinque Stelle.

Da che parte sta, quindi, l’elettore?
Chi è ormai l’elettore?
Troppi ignorano la differenza tra una democrazia parlamentare e il presidenzialismo. Troppi credono di votare per un Governo, ma dimenticano quali sono le dinamiche che ci sono dietro la formazione di un Governo. Sono gli stessi opinionisti-ignoranti che a ogni crisi chiedono di cambiare sistema. E perché? Quali benefici apporterebbe?
In tutto questo dove è finita la dialettica?
Non bisogna essere nostalgici. Non bisogna invocare la Prima Repubblica (o quella antecedente questa, senza alcuna remora o vergogna, che dopo poco meno di ottant'anni ci starebbero, anche solo per umano pudore). 
Certamente, se guardiamo a messinscene come quelle quotidiane ci rendiamo conto che tutto è un gioco, quindi, non ci sono più schieramenti, o colori, o idee.
Solo opinioni e chiacchiere apoliticamente corrette.
©️ by Martino Ciano, giornalista


domenica 15 settembre 2019

Dalle frasche a un palo

Parafrasando il noto "di palo in frasca", la cui definizione originaria è ancora sconosciuta, con una definizione inventata da un poeta che aveva notato il passaggio degli uccelli da un palo alle frasche, i ramoscelli ballerini delle piante, alternando queste alla solidità dei pali stessi... abitazioni a cielo aperto, con servizi sanitari a tutto campo. Questo per i piccoli volatili; i piccioni, per dire, si posteggiano di volta in volta sui pali elettrici, sui fili di collegamento tra i pali stessi, sulle antenne;. costoro, per i loro bisogni solidi, preferiscono le auto parcheggiate... o la testa dei passanti. Tutta un'altra poesia.

Correva l'anno... non ha importanza, si tratta di un illo tempore talmente remoto che la data è ormai in un archivio, coperta dalla polvere del tempo.
Ci eravamo conosciuti quasi per caso, come spesso accade per disegni del cosiddetto destino che, nonostante tutte le scoperte tecnologiche e umanistiche, sono impossibili da decifrare e da prevedere.
Abitavo in una camera ammobiliata, poco più che una cella conventuale; un letto, un armadio (antesignano dell'arte povera, che anni e anni dopo avrebbe spopolato, passando prima dai rigattieri, poi dagli antiquari, che l'avevano prezzata al meglio per invogliare all'acquisto di pezzi cui l'etichetta di 'arte' sarebbe stato valore aggiunto), un lavandino (solo acqua fredda) nascosto in un armadietto a muro, un tavolo poeticamente azzoppato e un paio di sedie. Il bagno, in comune con altri locatari, in fondo a un corridoio su cui si affacciavano le porte delle varie stanze destinate al fitto, comprendeva il vaso e un lavandino; essendo tutti maschi, l'assenza del bidet era stata data quasi per scontata.
Il letto era, ovviamente, a una piazza scarsa; la lunghezza non era un problema, diciamo che avessi fatto domanda nei corazzieri avrei potuto essere una discreta controfigura del Rascel corazziere, nel film uscito nelle sale pochi anni prima. Alla visita di leva ero stato abilitato a servire il re per essere disponibile anche per la regina, ma essendo sia l'uno che l'altra emigrati in mari atlantici, sarei rimasto disoccupato, con non poca felicità e disappunto alcuno da parte mia.
Quanto alla larghezza, i canonici novanta centimetri, più che sufficienti per il giusto riposo di meno di sessanta chili pigiama compreso; anche il rischio di cadute in caso di incubo da sogni era ridotta: era una branda a quaranta centimetri dal piano pavimento, per cui anche un tracollo al più avrebbe massaggiato le natiche o la testa.
Le prime erano state tonificate da abbondanti percussioni calcerecce, ricevute sia nell'infanzia che nell'adolescenza; la seconda era talmente dura, per antonomasia regionale, che il pavimento avrebbe protestato per la botta...
(In seguito, col passare degli anni mi sono reso conto che la nota durezza si riferiva esclusivamente alla calotta cranica, scoprendo che altra cosa è la durezza del contenuto; ho avuto modo di conoscere persone, tante, le cui fontanelle cervicali evidentemente non si erano saldate a sufficienza, rendendo il contenuto cerebrale più accessibile e, col tempo, più coriaceo che una calotta regolarmente calcificata. Il che mi ha sollevato dal dubbio che una testa definita dura si riferisse precipuamente alla parte ossea esterna; non per niente in caso di frattura della crosta il pericolo di danni non riguarda tanto l'esterno quanto l'interno, e se questo è sano per saldare il contenitore basta un'officina per rimediare; se è danneggiato l'interno non ci sono santi, si resta bacati. Passaggio non previsto per demolire una fama chiaramente immeritata. Sorry, chiedo venia per la digressione). 
Lei stava presso una famiglia di compaesani, in un vecchio alloggio che non aveva nulla da invidiare alla mia modesta cameretta; piccolo, umido, quasi seminterrato, per una coppia con due figli piccoli era già contenitore cimiteriale e l'aggiunta di una quinta persona poteva essere quanto meno ingombrante. Ma la generosità è tipica di chi ha poco e non esita a dividere la propria povertà con chi appare più povero ancora. Lei rientrava da un'esperienza francese e si era appoggiata a loro in attesa di altro, che ci voleva poco per poter essere definito migliore.

Una volta conosciuti e assaggiati, il problema era trovare il tempo di stare un po' insieme, per una conoscenza più approfondita, per uno scambio di quanto fino ad allora vissuto... Al possibile futuro non avevamo mai accennato, forse lo affidavamo inconsciamente a quello stesso destino che ci aveva fatto incontrare.
Lei lavorava presso una ditta che produceva fanaleria stradale, doveva prendere un mezzo che la portasse alla zona industriale, poco oltre la periferia della città; per rispettare l'orario doveva prendere il bus poco dopo l'alba per rientrare con lo stesso mezzo in tarda serata.
Io ero impegnato in un altro campo; avevo già una macchinetta, comprata di seconda mano, ma la mia presenza al lavoro era fissata al pomeriggio, con rientro ogni sera, quando tutto andava bene, verso le nove e mezzo.
Quindi a parte le feste, che mi vedevano comunque impegnato ma con lei libera, non restavano che le notti, sia per raccontarci la giornata che per fare altro, anche solo per passare il tempo in modo divertente.
Dai suoi ospiti non era possibile, quindi sovente veniva da me; in casa diceva che si sarebbe fermata da amiche, ma era una scusa che era durata poco; anche a menti pure era difficile far credere che una ragazza giovane e belloccia passasse nottate intere a discorrere con amiche, per amiche che fossero. Non era malizia, era un dato di fatto difficile da smentire.
Un boccone, una volta qua, una volta là, giungeva sempre l'ora di andare a letto. Anche per dormire.
Delle misure del letto ho già parlato; giuste misure per una persona, per due diventavano leggermente scarse.
Così, una volta fatti i compiti serali, eravamo come patelle di mare incollate alla roccia.
Nelle notti invernali, il tepore dei due corpi era senza alcun dubbio piacevole; nelle notti primaverili andava ancora bene; in quelle estive un po' meno.
D'altra parte dovevamo fare di necessità virtù, a meno di fare una turnazione coricandoci un po' per uno, passando il tempo della veglia in adorazione del dormiente.
Come patelle di mare, lo staccarsi creava il fondato rischio di franare al suolo; che, pur non provocando danni fisici, avrebbe innescato una ridarella senza fine. Sperimentata.
Dopo un po' di tempo mi ero guardato intorno alla ricerca di qualcosa che rendesse più arioso e meno periglioso il riposo notturno.
La padrona di casa non voleva intromissioni esterne; ancora meno se notturne; ancora meno da parte di patelle femminili non regolarmente imparentate. Dovevamo entrare di soppiatto, in punta di piedi, a tarda notte; ripetendo lo stesso percorso, all'inverso, alle prime luci del giorno, con visite di avanscoperta per tutto il corridoio fino all'uscita. Ogni volta, in entrata e in uscita, un'avventura.
Non avevamo mobili, i nostri averi erano stipati in un paio di valige, una sua e una mia.
E non avevamo molti mezzi per trovare un alloggio e arredarlo al minimo sindacale.

Avevo trovato, in alternativa provvisoria, un sottotetto al sesto piano di un vecchio palazzo, in pieno centro città, senza ascensore, che (targa esterna diceva) aveva ospitato Cesare Pavese in un dato periodo della sua travagliata esistenza. Scoperto successivamente il fatto storico, il saperlo non alleggeriva l'arrampicata quotidiana, all'epoca baldanzosa e senza fiatoni. Con l'esperienza, comunque, non avevamo mai dimenticato le chiavi della macchina o l'ombrello o altro per cui fosse d'obbligo risalire quell'erto colle.
Ce lo aveva segnalato il figlio della mia ormai ex padrona di casa, che lo aveva arredato per uso garconniere, col minimo indispensabile per soggiorni più a scadenza oraria che giornaliera o notturna. Un lettone a una piazza e mezzo, una cucina economica a cherosene con quattro fuochi, un tavolinetto ovviamente traballante e un paio di sedie, anch'esse con una stabilità da scommessa.
Era proprio sotto le tegole, più che due cuori in una capanna, eravamo finiti in una piccionaia.
E, in effetti, eravamo due giovani piccioni che il  tubare permanente faceva ritenere d'essere sotto un tetto di stelle intervallato da cuoricini lampeggianti.
Avevamo anche l'acqua in casa, quella che un già noto cantante un paio d'anni prima aveva esaltato in una canzone di successo, acqua con cui lavarsi senza scendere giù nel cortile; che peraltro non c'era, in un palazzo a scala unica sboccante direttamente su una grande piazza.
Con l'animo pregno di poesia, quando pioveva era impossibile non pensare alla pioggerellina che picchia argentina su tegoli vecchi del tetto di una altrettanto nota, e pur sempre bella, poesia, inchiodata a forza in menti che di quella pioggerellina sentivano solo la costrizione al ricreatorio interno che, seppur ampio, limitava le scorrazzate che un cortile alberato invece offriva.
Solo che quella pioggerellina non terminava il suo percorso su bruscoli secchi e su mori, ma in un catino smaltato, opportunamente posizionato a salvare la cucina dal lacrimìo tintinnante, dovuto a un paio di tegole smosse o crepate, e che rendevano difficoltoso il già poco cucinare e il riscaldamento di quella cella da piombi veneziani.
Il bidone di cherosene da 20 litri pesava circa 20 chili e, ça va sans dire, portarlo lassù in cielo era diverso che portare venti chili di piume (lo so, nelle comparazioni sono sempre stato una frana...).
Un'incoscienza giovanile spinta all'accesso mi aveva portato ad uscire sul tetto (da una finestrella spiovente pari al tetto, senza corde di trattenuta o almeno un ombrello a far da eventuale paracadute) per rimettere a posto quelle tegole, riportandole alla giusta sovrapposizione che portasse le piogge verso il fondo valle, della grondaia prima e nella strada poi.
O, forse, più che incoscienza era il ritorno di sogni adolescenziali nei quali, in mancanza d'altro, guardavo il mio piccolo mondo sdraiato su una nuvola, da cui scendevo planando come un aliante sul suolo sottostante. Come un aliante... o come un piccione...
Era andata bene, tegole a posto, niente splash! che, forse, avrebbe reso problematico oggi questo racconto.
Era durata poco l'avventura in piccionaia, un periodo di transizione tra la camera ammobiliata e la ricerca di una abitazione a misura d'uomo. E, poiché eravamo già insieme, anche di donna; di coppia, anche se coppia non ancora ufficiale.
A misura di coppia e di portafoglio.
Io ero solo, lei era sola, i suoi genitori lontani, il metterci insieme non era stata una scelta da bohémienne, che allora era pure di moda, tra figli dei fiori e figli di papà che, con le tasche gonfie di quattrini, giocavano a fare i clochard per suivre la mode, apparire moderni e di idee progressiste.

Avevamo trovato un alloggetto, bene ammobiliato, carino nel suo insieme, ma proprio un minialloggio, con vista panoramica su un'officina di elettrauto, in una via del centro molto trafficata, con continue prove di clacson e sgommate musicali da parte di chi ripartiva con la vettura sistemata.
Con una sola aria, non era possibile dare un po' di corrente per rinfrescarlo nei periodi di maggior calore. E anche il ventilatore all'uopo acquistato faceva girare in casa solo aria calda.
Ma, a tutti questi pregi, faceva il controcanto un prezzo sopportabile solo per un breve transito.
Tra l'altro il tizio che ce lo aveva affidato con mille raccomandazioni, aveva chiesto due mesi di cauzione, per recuperare i quali, una volta deciso l'abbandono, avevamo dovuto sudare le classiche sette camice, che erano poi quasi il totale in nostro possesso.
Il figlio di buona donna, un filibustiere levantino, ce li aveva ridati dopo un assedio pressante durato oltre sei mesi.

Quasi per caso, il solito destino?, ci era stato indicato un alloggio vero, ancora in costruzione, in un paese limitrofo a una decina di chilometri dal centro città in cui in via provvisoria piccionavamo, appena fuori dalla periferia cittadina, della quale col tempo sarebbe diventato parte, pur mantenendo la sua individualità, come grosso centro abitato e come comune.
Avevamo contattato direttamente il costruttore, un personaggio che definire 'singolare' sarebbe riduttivo: aveva un'impresa di escavazioni, specializzata nella realizzazione di pozzi neri per ville e villette fuori mano, non servite dalle reti fognarie comunali.
Lui, Bartolomeo, e il fratello Enrico erano soci in quest'impresa e la conducevano alla grande, entrambi muniti di un diploma di quinta elementare (quinta mignin per chi sa il dialetto), un commercialista addottorato a seguire conti e fatture... ma con i clienti preferivano trattare di persona: volevano 'pesare' le persone prima di eseguire lavori che se non giustamente remunerati li avrebbero portati in breve al fallimento.
Ed erano lavori impegnativi, con mezzi meccanici e personale all'epoca all'avanguardia.
Impegnativi, ma giustamente redditizi...
Abitavano entrambi in due alloggi, in un palazzo quasi vecchio, abitazioni forse acquistate con i primi utili dell'impresa.
In cambio di alcuni lavori, anziché la vil moneta avevano accettato un'area edificabile, e lì stavano costruendo un palazzotto che rispecchiava il loro carattere, soprattutto quello di Bartolomeo che dei due era il più attivo, oserei dire il più sveglio.
Caratteri asciutti, forse da antichi contadini, scrutavano i visi delle persone, scavavano sulla loro affidabilità e quando davano fiducia non avevano bisogno di mettere nero su bianco per onorarla.
Sia nei lavori che, successivamente, nell'affidare in locazione il frutto di questi.
Il palazzo, come ho detto, era in costruzione. Situato in una zona in fase di sviluppo, era a ridosso, sul frontale, di una grande piazza, con alberi piantati quasi a casaccio, residuo forse di un ampio terreno agricolo ancora da 'civilizzare'; sul retro, la casa si sarebbe affacciata su un campo di mais, che la divideva da una linea ferroviaria (che moltissimi anni dopo sarebbe diventata motivo di scontri, tribali, politici, economici... gli ambientalisti, allora, erano illustri sconosciuti); sulla destra, guardando la piazza, c'erano i muri di un campo sportivo... oltre questo solo campagne e, ancora oltre, le montagne, con cime innevate fino a primavera inoltrata; a sinistra altri campi.
Sobria, con un'eleganza che, lungi dall'essere povera, atteneva al carattere già citato dei due fratelli, la costruzione aveva un'ampia entrata, dopo la quale si divideva in due scale, cinque piani, un ascensore ciascuna, due alloggi a ogni rampa; quelli verso il corpo centrale avevano due arie ed erano più ridotti di quelli verso l'esterno; questi avevano un terrazzo che correva tutt'intorno all'alloggio, con porte- finestra che da ogni camera collegavano alle altre.
I pavimenti in marmo, sia nelle scale che nelle abitazioni, davano l'idea di un lusso per noi sconosciuto, abituati a scale di palazzi vecchi, quasi antichi, in cui le lastre di pietra e le piastrelle sfidavano i secoli.
Una regola, imposta dai proprietari, non era da discutere; era possibile contrattare sul prezzo del comodato e su altre pinzellacchere, ma era assolutamente vietato stendere i panni verso l'esterno, verso le facce a vista, ci tenevano in maniera puntigliosa, veramente contadina.
Non è mai successo nel periodo in cui fummo colà locatari, ma credo che se uno sfratto fosse avvenuto non sarebbe stato per morosità o altre corbellerie: sicuramente la recidiva in questa vituperata stesura di panni a vista sarebbe stata motivo di troncatura del rapporto.
Forse anche per questo, per controllare il rispetto di questa regola, aveva destinato un piccolo alloggio di fronte all'entrata dall'esterno a una coppia, con la qualifica di custodi.
Povera gente, non pagavano affitto, in cambio tenevano pulito il palazzo e il giardinetto laterale, con qualche lira per mantenersi dignitosamente. Longa manu dei proprietari per una sorveglianza discreta ma ferma.
Maria e Gerardo... in seguito, più un bimbo prima e una bimba poi. Magari ne parlerò in un altro racconto, più avanti. Erano due sagome, meriterà ricordarle.
All'epoca non ero stato ancora contagiato dalla malattia della concisione, e nella parlantina me la cavavo piuttosto bene. Così avevo convinto Bartolomeo che eravamo personcine per bene, rispettose, affidabili nei pagamenti e in quant'altro richiesto in vista di un connubio che speravo a lungo termine. Che, peraltro, non era millanteria ma verità assoluta, senza false modestie.
Sfegatato per una squadra di calcio cittadina, non aveva pensato, allora, di chiedermi se e per chi eventualmente tifassi. Lo avesse fatto avrebbe tirato una riga sul mio nominativo, poiché appartenevo all'altra sponda. Il saperlo, in seguito, non avrebbe impedito una mia collaborazione a un'impresa che un tifoso fanatico avrebbe definito abominevole.
Anche di questa dirò in un futuro più o meno prossimo.
L'affitto proposto era un po' salato, ma ci aveva assicurato che finché fossimo stati lì non avrebbe subito aumenti di alcun genere.
Salato, ma sempre inferiore a quello dell'ultimo alloggio ammobiliato fronte officina.
Essendo tra i primi a concorrere, ci aveva dato la più ampia scelta dei locali più aderenti ai nostri sogni e alle nostre tasche.
Terzo piano, vista sul campo di mais e, in lontananza, della ferrovia.
Dopo le firme, a suggello dell'accordo raggiunto, aveva aperto la porta a una possibile amicizia con un dialettale "dumse del ti, ca fuma pi' 'npressa", diamoci del tu, che facciamo prima.
Per la cronaca, con il passare del tempo, con l'avvento del cosiddetto equo canone, il nostro affitto aveva finito per essere inferiore a questa novità: ma non era mai stato chiesto l'adeguamento.
Erano ancora tempi in cui potevi smarrire il contratto di carta, ma la stretta di mano di un accordo aveva il sapore dell'eternità.

Avevamo preso possesso dell'abitazione quando i gradini delle scale erano ancora ricoperti di calce e paglia a impedire danni al marmo degli stessi nelle attività di trasloco del mobilio.
L'alloggio era composto da una entrata squadrata, che dava accesso a un tinello, che a sua volta introduceva in un cucinotto con porta scorrevole; a un soggiorno, alla camera da letto, al bagno (con vasca), a un ripostiglio. Nel sottosuolo una cantinetta con porta in metallo, compresa nel canone mensile e un box per la macchina, con costo trattato a parte..
Per noi era una piazza d'armi, con muri e porte a disegnarne l'ampio spazio.
Per arredarla in ogni settore, avevamo dovuto fare bene i conti e centellinare le risorse in base a precedenze attentamente programmate,
La prima era la camera da letto, poi il cucinotto, poi il tinello... ultimo il soggiorno, che avrebbe compreso anche una libreria.
In attesa del lettone, mi era capitato di schiacciare il pisolino pomeridiano dentro la vasca da bagno, con una maglia per cuscino; esperienza ossea irripetibile.
Per il tinello era arrivato il tavolo ma senza sedie, e per i primi pasti ci eravamo seduti affiancati su un baule a suo tempo acquistato per il trasporto delle nostre poche masserizie.
Avevamo preso tutto il mobilio da un unico commerciante, e la cifra complessiva mi aveva di già imbiancato un po' i capelli.
Ho sempre odiato fare debiti; più dei debiti ho sempre odiato gli interessi che su questi, dicono giustamente, è prassi comune pagare. Piuttosto che fare il finanziamento proposto, avevamo concordato per il pagamento tramite "pagherò" diretti (altrimenti detti cambiali o, pudicamente, farfalle), limitati a una decina di mesi.
Avevamo finalmente una casa nostra, una casa vera, e il fatto di essere in affitto non sminuiva la soddisfazione in vista di un vivere finalmente a livello umano.

Prossimamente vedrò di mettere insieme qualche spicchio dell'esperienza là vissuta. Non per il vezzo di raccontare i fatti miei, bensì per rivivere in me quelle emozioni, magari dovute a innocenti banalità...
Teoricamente, ne scriverò a mio uso e consumo.

domenica 1 settembre 2019

Divertimenti innocui...

... per bambini scemi.
È (era) una definizione di quegli scherzi, fastidiosi ma in fondo innocui, che caratterizzavano il passaggi dall'infanzia all'adolescenza e poi alla fase adulta, quando, se proseguiti, non erano più scherzi ma vandalismo e stupidità e altro non definibile. Quelli dei bambini detti scemi consistevano nel suonare ai citofoni e fuggire, erano il bicchiere d'acqua gettato in testa a un passante sotto la finestra (scherzetto più raro, poiché a rischio di identificazione, magari con botte a seguire), per i più arditi il lancio di pietre verso i lampioni stradali (anche questo molto rischioso visto che, se individuati, finiva per essere toccato il portafoglio di casa, che era delitto più grave di un lampione centrato)...
Era, appunto...
Definire bambini scemi i ragazzotti che sparano pugni in faccia a ignari viandanti, che picchiano o danno fuoco ai barboni, che tagliano le gomme e sfregiano le auto in sosta, non sono più né bambini né scemi, sono delinquenti della più bell'acqua. La giustificazione più comune al loro agire da farabutti è che lo hanno fatto per combattere la noia... supportata da genitori infami che, se galera ci fosse, dovrebbero finirci con i loro virgulti annoiati.

Per quanto mi riguarda, riferito a questo pezzo: va bene tutto il detto in apertura, meno il fatto che da un po' (molto) tempo non è più lecito chiamarmi bambino. Magari fossi ancora un bambino, scemo un pochino lo sono rimasto, bambino non più... anche se, ogni tanto, credo di esserlo ancora.
Illusione, dolce chimera...
Giovedì scorso, giorno di mercato.
Non amo i mercati, né quelli rionali, né quelli paesani... tanto meno i supermercati, con le loro diramazioni iper, discount, city... E neanche le fiere, che d'estate fanno parte del tipico folklore estivo, nel tentativo di ravvivare antiche usanze, quando dai paesini dell'interno, gli Unni scendevano a fare compere programmate nel corso dell'intero anno.
Compere importanti, con una lunga soppesa negli acquisti, senza possibilità di errori... il reso per cambio idea o per difetto non era ancora regolamentato per legge, e uno sbaglio sarebbe stato riparabile solo l'anno successivo, alla stessa fiera, dove magari il fieraiuolo venditore non avrebbe partecipato. Un torchio o una pigiatrice per l'uva, una carriola, una cucina a legna, attrezzi per i campi o per la cucina... erano tutte spese ben preventivate, dovevano rientrare in quanto previsto, e le trattative per raggiungere lo scopo erano uno spettacolo, con i "niente da fare" e i richiami al tavolo simbolico, che di solito si concludeva con piccoli cedimenti, fino ad avvicinarsi a quanto disponibile per quella determinata spesa. Al termine, le strette di mano a suggello dell'accordo raggiunto.
A malapena, e solo in caso di necessità, vado in quelli definiti tecnologici, per cartucce da stampanti, per un ventilatore, per un frigorifero... tutte cose che il tempo e l'uso costringono ad aggiornare. E che oggi vengono prodotte in vista di un uso temporaneo, già alla nascita destinate all'incremento dei rifiuti detti RAE o similari, i cui componenti saranno ritrovati nei prodotti nuovi di fresco acquisto.
Anche ai mercati, da sempre, vado se ci sono costretto da un obbligo di reciprocità. Stavolta ci ero andato per la ricerca e l'acquisto di pomodori per salsa.
Quella fatta in casa, con la stessa procedura immutata forse da secoli, della quale conosco i vari passaggi ma a cui non posso partecipare; per incompetenza assoluta, non per mancanza di volontà.
Il mio contributo si limita al portare le cassette del prodotto dalla bancarella alla macchina e dalla macchina alla cantina per la lavorazione.
Il mio parere sulla qualità manco lo sto a dare, sia perché ininfluente, sia per evitare un domani di essere coinvolto nella scoperta di scelte sbagliate.
Quindi giovedì mercato per pomodori.
Zoccoli di legno, bermuda, camicia e un cappello a larga tesa, un panama autentico, bianco con fascetta tinta nera.
Cielo, si tratta di un cappello proveniente sicuramente da Panama, dovessi giurare che è un originale non lo farei. Non sono ingenuo al punto da credere che, se anche ci fosse stata, l'etichetta made in Panama sarebbe stata garanzia di autenticità. Qui da noi, nei negozi di qualunque livello, tutto è ormai made in Ciaina, o in Taiuan, o King-kong prima della rivolta... Volendo cercare qualcosa made in Italy, l'unica è andare nei negozi cinesi, che danno la sicurezza assoluta che i prodotti in vendita sono made in Italy, prodotti veramente in Italia; con tanto di garanzia delle etichette. Come non crederci...
Come al solito, senza vergogna mi ero defilato in attesa di disposizioni, cercando il mezzo che vendeva polli arrosto allo spiedo pronti al momento, panini imbottiti, formaggi e salumi, nonché pelati e salse di pomodoro in bottiglia... e macchinetta per il caffè.
Nonostante il caldo, quel giorno più afoso di quello precedente e, secondo le previsioni, meno di quello successivo, volevo solo un caffè, col solito bicchiere d'acqua fresca che qui è sempre a quello abbinato.
Prima di me, una coppia con un paio di frugoli al seguito, che si stava facendo incartare un po' di prodotti locali, formaggi e salumi, destinati a regali; verso persone diverse, quindi impacchettati pezzo per pezzo... Non avevo fretta, né ero in crisi di astinenza da caffè, per cui avevo invitato il giovanotto che li serviva a fare con calma il suo lavoro, ché il mio caffè non si sarebbe raffreddato.
A fianco del camion c'era un tavolinetto di plastica, con tre sedie, occupate da tre anzianotti, una birra da 33 al centro, forse vuota, che parlottavano, sicuramente in merito alla crisi del governo, alle borse, allo spread, agli acquisti e vendite milionarie delle squadre di calcio... o forse solo del caldo, o commenti su curve femminili, memorie di ricordi di un passato-passato, non di pomodoro... le solite chiacchiere da bar, che riempiono le giornate dei pensionati.
Accanto a questi un bidone per i rifiuti, carte bicchieri cucchiaini lattine bottigliette; infilato nel secchio avevo notato un bastone, quelli che un tempo erano definiti "da passeggio", quelli con pomello d'argento che, con la catena d'oro bene in vista sul panciotto indicavano il censo dei proprietari.
Questo era un bastone semplice, con le venature del legno, lucido...  proprio un bel bastone, autarchico.
Per un attimo, ma proprio un attimo, lo avevo ritenuto un rifiuto depositato nei rifiuti, e stavo quasi allungando la mano per recuperarlo. Lo ripeto, per un attimo e solo per un attimo...
Mentre soffiavo nel mio bicchierino per raffreddare il caffè (buono, ancorché nato da una macchinetta posizionata su un camion), uno dei tre si era alzato e aveva ordinato tre caffè; nell'attesa si era seduto continuando a discorrere con i compagni di pettegolezzo.
Dimenticavo: fa parte del rituale, pur parlando tra di loro, guatavano, oltre le curve dette, anche gli altri passanti, salutando di quando in quando il paesano o il parente in transito.
Poiché non mi conoscevano e io non li conoscevo, non ero rientrato nell'orbita dei loro interessi. Se avessi ceduto all'attimo di cui dicevo in merito al bastone, probabilmente mi sarei trovato con la mano tranciata e una denuncia per furto con destrezza.
Caffè, acqua, avevo pagato il mio beveraggio...
La vita è fatta di attimi, senza essere scaramantico un attimo ci sei, l'attimo dopo non ci sei più...
Bene, il mio attimo successivo al pagamento era consistito nell'allungare al giovanotto altre monete, invitandolo a pagarsi anche i caffè dei tre caballeros.
Poi mi ero allontanato, passo tranquillo, non una fuga, il tempo che i tre caffè vedessero la luce e fossero allungati al tavolinetto; non erano tipi da chiedere di pagare alla consegna, sarà sicuramente passato il tempo necessario per la mia eclisse.
Ho poi caricato le cassette di pomodori in macchina e sono uscito dall'area, indirizzato a casa.
Credo di avere un fondo di sadismo nel mio dna, a sera ancora sogghignavo nel pensare alla scena: uno dei tre che chiedeva di pagare, sentirsi dire che i caffè erano stati offerti da quel tizio col cappello e interrogarsi a vicenda sulla sua identità...
Ci vuole poco a mandare in tilt le persone; questo credo sia stato un modo originale per farlo.
Non credo che il tapino operante sul camion abbia riconosciuto il mio cappello come un panama... così come gli era sconosciuto il tizio che ci stava sotto, per cui alla richiesta di lumi avrà allargato le braccia, disarmato.
Ecco, per un giorno ero tornato ad essere il bambino scemo di infiniti anni fa.
Scemo, ma innocuo.

Un prossimo giovedì conto di tornare in quel mercato, a quel mezzo semovente per prendere un caffè. Non mi stupirei se trovassi i tre ancora là piazzati in attesa che il fiume porti loro il mio... cadavere.
Ci andrò senza panama, poiché se è vero che l'abito non fa il monaco. è altrettanto vero che senza tonaca col cavolo che riconosci il monaco.
E il panama potrebbe essere il mio abito, la mia tonaca.

martedì 13 agosto 2019

Cara Nadia,

ti scrivo oggi che so di non poterti fare male, poiché sei entrata in una dimensione in cui non ti possono dare dispiacere le critiche, così come ti saranno indifferenti gli apprezzamenti e gli applausi.
È passato poco più di un anno da quando hai offerto la notizia del tuo male.
Prima alle migliaia di tuoi ammiratori che, giustamente, ne sono stati addolorati e sconcertati.
Poi nei social, tutti a diffusione planetaria; poi ancora nella carta stampata, periodica e quotidiana, a diffusione nazionale e locale...
Del tuo coming out iniziale sono rimasto colpito, in particolare, dalla definizione del tuo tumore come "dono".
Lo confesso, colpito e anche irritato.
Mia cara, so che non leggerai queste mie righe, voglio credere nella leggenda che ti indica tornata in quell'Eden, in cui tutto si sa, tutto si vede, tutto si ricorda.
Di tutti.
Ma trattandosi di una leggenda senza riscontri oggettivi, nel dubbio ti dico perché quella parolina così semplice e solitamente bene accetta, mi aveva così colpito e irritato.
Per circa vent'anni, da ancora bambino e non ancora adulto, ero stato circondato da grandi che mi dicevano, a ogni pie' sospinto (perdona questa licenza) che le malattie erano una benedizione, che le malformazioni fisiche erano un'opportunità che il Cielo offriva ai suoi figli prediletti.
Ed ero circondato da gente malata, da gente malformata, da gente tarata nella mente e nel fisico.
Ero in un'età, e in una condizione, per cui mi avessero dato un bicchierino di cicuta invitandomi a berlo come fosse un rosolio, lo avrei fatto... la mia fiducia in quei grandi era assoluta, e non avevo conoscenze che potessero farmi dubitare di quanto mi veniva 'propinato'.
In queste disgrazie era compresa anche la mia storia, che ti illustro in breve, più per i quattro gatti che leggeranno questa lettera che per tua conoscenza. In pratica è un discorso per pochi intimi, che capiranno che questa non vuole essere un'offesa alla tua memoria, e non lo è.
Ho perso mia madre che avevo due anni, mio padre ricordo di averlo visto, una prima e sicuramente ultima volta, in un carcere.
Né di lei né di lui ho mai saputo nulla più di quel poco/niente che mi è stato raccontato da chi li aveva conosciuti, per parentele e conoscenze compaesane.
Sono stato ospitato in due strutture: la prima era un piccolo ospizio, dove avevo avuto un primo assaggio di contiguità con una vecchiaia abbandonata e malandata in salute; ero l'unico bambino tra i saggi di un tempio (era già successo a un bambino mio predecessore, secoli prima); solo che questi non erano saggi ma povera gente, macilenta e malandata e abbandonata, appunto.
Tre suore e un prete accudivano come potevano questo gruppo, cui era stato aggiunto un giovanissimo prossimo vecchietto. Questo non male come salute, ma identico agli altri per il resto
Sai, a circa tre anni non è che fosse possibile esprimere pareri in merito al pozzo in cui venivi, tuo malgrado, calato.
Successivamente sono stato destinato a un orfanotrofio, un ricovero per orfani e trovatelli; un luogo un po' sui generis, poiché non si limitava all'accoglienza dei bambini, ma aveva al suo interno un mondo intero di malanni di ogni genere. E in questo nuovo pozzo ho trascorso quell'adolescenza in cui il bicchierino di amara cicuta poteva apparire dolce rosolio.
Bene, in tutti questi anni a nessuno è venuto in mente di presentarmi questa situazione come un dono, e neanche come opportunità.
Che fosse stata un'opportunità l'ho riconosciuto in anni successivi, saputo il contesto dei tempi e dei modi in cui mi era stata 'offerta'. Più che un'opportunità, una possibilità: unica, non ce n'erano altre, allora, e non c'erano possibilità di scelta.
Forse il mio piccolo cervello era pronto ad accogliere i racconti di miracoli, ma non la presa d'atto che quanto mi succedeva potesse essere l'unica possibilità di salvezza.
Già, i miracoli...
Al tuo "dono" era seguita una descrizione precisa dei tempi, dei modi, degli sviluppi della tua malattia.
In quattro mesi il tumore sarebbe stato scoperto quasi casualmente; negli stessi quattro mesi avresti subito un intervento chirurgico; a tamburo battente saresti stata sottoposta a un ciclo di chemioterapia associata a radioterapia. A tutto questo era seguita una guarigione completa, assoluta e definitiva.
Ecco, avessi presentato il tutto come un miracolo, memore di quanto insegnatomi, forse avrei fatto uno strappo al concetto sviluppato nel tempo, relativo a questi interventi soprannaturali, e, sempre forse, ci avrei creduto.
Solo in seguito hai corretto un po' il tiro, offrendo il tuo scoop come un incoraggiamento a coloro che sono colpiti, nelle varie forma, da tumore, a tener duro, a combattere, a essere guerrieri, non malati.
Nel frattempo le cose sono peggiorate, e le tue sofferenze hanno avuto fine.
Avrei da dire anche sull'incoraggiare i tumorati al combattimento: purtroppo parte in causa, come milioni di altri, ti posso assicurare che la voglia di tener duro, di combattere, di non darla vinta a quell'accidente, c'è in tutti.
Lo vedo sui volti di chi mi circonda in una saletta (troppo piccola per tenerci tutti e troppo grande per contenere il battito di tanti cuori traboccanti solo speranza) in attesa di una visita di controllo oncologico. Che sovente non è visita curativa ma presa d'atto sul progredire del male; la stabilità è già una vittoria, sufficiente a calmierare il pulsare frenetico del cuore; rarissimamente segnala una regressione. Comunque mai definitiva.
Siamo in una trincea, basta un capello fuori dal riparo e c'è un cecchino sempre all'erta che impallina senza pietà; o sulla tolda di una nave, scrutando l'orizzonte per vederne la fine lontana, quando un siluro manda a picco sogni e speranze...
Sai, mancasse questa voglia di vivere, non ci vorrebbe molto a mettere fine a tutto: un ponte, due binari, qualche metro di corda...
Che richiedono più coraggio: due forme diverse di coraggio, una il per vivere sapendo di morire, l'altra per morire rifiutando di vivere così. Non c'è vittoria con la prima, non c'è sconfitta nella seconda.
In quella per vivere rientra l'ironia, talvolta anche il sarcasmo... verso la malattia.
Non è accettabile l'offesa verso il malato, verso i malati.
E la tua prima esposizione dei fatti lo è stata, con una presentazione che era uno 'schiaffo' a chi da anni combatte, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora... e, alla fin dell'avventura, minuto dopo minuto, per un respiro in più.
Se il tuo annuncio in quella forma fosse stato divulgato in chiacchiere da bar, in circoli privati, magari chiusi ai comuni mortali, in simposi ristretti di medicina specialistica, forse sarebbe passato inosservato o quasi. Anche la presentazione successiva del tuo libro sarebbe stata l'ennesima tra tante pubblicazioni che ogni giorno vedono la luce.
Il coraggio da te dimostrato nello svelare una malattia, presentandola rara quando rara più non è, aveva il sapore di uno strano lancio mediatico; diretto a chi e perché è rimasto un mistero. A parte gli applausi, meritati, e i like ricevuti, l'unico ritorno evidente è stato un proliferare incredibile di coming out di persone che avevano avuto, talvolta in un passato remoto, un tumore e se ne dicevano guarite.
Per mesi, ogni giorno i media hanno portato alla luce le dichiarazioni di personaggi, i più ex famosi, che con le loro dichiarazioni forse hanno tentato di rinverdire fasti passati.
A pro di chi? a pro di cosa?
Vedi, mia cara, tu hai vissuto in un mondo diverso dal mondo comune. Chi ha seguito il tuo esempio vive tuttora in un mondo diverso da quello comune. Sia per le attenzioni che per le possibilità di cura, che in quell'altro mondo (e non parlo di quello tuo attuale) proprio non esistono.
I quattro mesi, da te raccontati, tra lo scoprire il male e risolverlo sono una fiaba, visti da chi per avere una diagnosi e un indirizzo terapeutico deve aspettare mesi... dando tempo al cancro di incancrenirsi ulteriormente, fino a diventare incurabile. O deve sobbarcarsi centinaia di chilometri per poter avere una visita di controllo o un esame oncologico, con prenotazioni che rasentano l'anno di attesa.
E in un anno, tu oggi insegni, possono succedere tante cose...
Se nei tuoi interventi avessi messo il dito su queste verità, avrei visto nel tuo messaggio un senso compiuto, e validissimo e quanto mai attuale.
Hai combattuto, come hai detto da guerriera, ma in questa lotta hai avuto a pronta e completa disposizione tutte le armi disponibili e conosciute... il fatto che si siano rivelate insufficienti a debellare il male, a vincere, finisce per avere un'importanza relativa: quando la medicina dice "è stato fatto tutto il possibile", nel caso tuo, e degli altri personaggi che hanno esposto agli applausi  e ai like la loro condizione, è presumibile che corrisponda al vero.
Siamo tutti guerrieri, la differenza sta nell'armamento: un conto è scendere nell'arena con in mano una daga, diverso se ci scendi con in mano uno spazzolino da denti. Vero, la belva alla fine sbrana tutti, ma la lotta ha un sapore diverso.
Lo ripeto, nel tuo caso e in quelli simili al tuo.
Per gli altri è, e per ora resta, un sogno...
La tua notorietà, con le casse di risonanza che ti ha offerto, ha assemblato attorno a te e alla tua malattia milioni di persone, fan li chiamano, che ti hanno supportato in quanto fosse possibile per rendere meno pesante la tua battaglia.
Nel mondo comune, in quello più comune, avviene il contrario: dopo le prime pacche sulle spalle, di parole di circostanza, di inviti a combattere, si forma tutt'intorno un deserto, amicizie e incontri, prima consuetudinari, quasi di colpo cessano.
Rispunteranno, garantito al limone, nel giorno dell'ultimo addio, corredati di "quanto era buono, una perdita incolmabile, rip...", e chi più ne ha più ne mette.

Perdona questo sfogo, so che va controcorrente, ma so anche che una giornalista come te, che delle verità aveva fatto bandiera, in queste righe non troverà malanimo ma solo la descrizione di situazioni che forse già conoscevi e delle quali, nell'ultimo periodo, hai avuto modo di apprezzare il peso.
Ti sia gradito il saluto di un sconosciuto, che le circostanze hanno reso fratello, l'abbraccio... e un arrivederci che, non offenderti, spero il più lontano possibile.



mercoledì 7 agosto 2019

Una lettera aperta

Questo è un post pubblicato su Facebook oggi, 7 agosto.
Uno dei tanti che invitano alla condivisione, ma questo ritengo
meriti più di una condivisione, che dopo pochi istanti finisce relegata in un diario, che pochi o nessuno mai leggerà. 
C'è la tendenza a "capire" quei genitori che difendono a spada tratta i loro pargoli, anche quando sono artefici di delitti efferati. E non mi riferisco solo al caso Cerciello, le cronache sono zeppe di episodi in cui la strafottenza dei figli viene non solo giustificata ma supportata, talvolta in modo violento, anche a fronte di evidenze crude e incredibili.
Più nel piccolo, basta pensare a quello che succede nelle scuole o nei pronto soccorso, per vedere come sta girando il mondo.
I figli sono, sempre, un pezzo di cuore, e sarebbe inimmaginabile un genitore che lo scordasse. Ma esternare sui media, con una pervicacia che meriterebbe altro uso, le responsabilità del mondo intero per le malefatte dei propri figli, meno che a se stessi, alla fine li fa diventare odiosi quanto i figli teoricamente degeneri.
Non lo sono degeneri, e i loro comportamenti, dei genitori, avallano tale condizione.
Può essere che questa lettera.non sia vera, che sia frutto della fantasia di uno scrittore, destinata a stigmatizzare una situazione che ormai si è incancrenita, ma non per questo è priva di valore o fuori da un'attualità quotidiana.

Siamo TUTTI CRETINI (prelevato da un blog su Facebook)

Molti genitori, compresi quelli dei due giovani americani indagati per la morte del Carabiniere Mario Cerciello, dovrebbero leggere questa storia (Lory)
Un detenuto condannato alla pena di morte in attesa di esecuzione, ha chiesto come ultimo desiderio una penna e un foglio. Dopo aver scritto per parecchi minuti, il condannato ha chiamato la guardia carceraria e ha chiesto che questa lettera fosse consegnata alla madre.
La lettera diceva:

“Mamma, se ci fosse più giustizia in questo mondo saremmo in due oggi a essere condannati e non solo io. Sei colpevole tanto quanto me, anzi sei colpevole anche per la vita che perderò.
Ti ricordi quando ho rubato e portato a casa la bicicletta di un ragazzo?
Mi hai aiutato a nasconderla affinchè mio padre non lo scoprisse e non mi punisse.
Ti ricordi quando ho rubato i soldi dal portafoglio del vicino?
Sei stata con me a spenderli, nel centro commerciale.
Ricordi quando hai litigato con mio padre e lui se n’è andato?
Voleva solo correggermi, perché invece di studiare, avevo copiato il compito all’esame…. alla fine mi hanno scoperto e anche espulso.
Tu ti sei messa contro mio padre, i maestri e io alla fine non ho imparato nulla, oltre che a delinquenziale.
Mamma, io ero solo un bambino, dopo sono diventato un adolescente problematico e ora sono un uomo intollerante e aggressivo.
Mamma, io ero solo un bambino che aveva bisogno di correzione e non di approvazione. Ma comunque io ti perdono!
Chiedo solo che tu faccia leggere questa lettera al maggior numero di genitori nel mondo, affinché sappiano che hanno la responsabilità di crescere un figlio facendolo diventare un uomo, che potrà agire facendo del bene o del male….
Grazie mamma, per avermi dato la vita e per avermi aiutato a perderla.
Il tuo figlio delinquente
Volevo inoltre ricordarti che:
Chi si rifiuta di punire il figlio, non lo ama. Chi lo ama non esita a sgridarlo. (proverbi 13: 24)
L’ istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo (Nelson Mandela)
Istruzione e rimprovero comincia nei primi anni dell’infanzia e durano fino a l’ultimo giorno di vita (Pitagora)
Educa i bambini, e non sarà necessario punire gli adulti (Pitagora)