sabato 21 aprile 2018

In breve

Molto in breve.
Italiani in ansia e agitazione in attesa della nascita del governo.
Media, televisivi e cartacei, che non perdono l'attimo fuggente e raccontano quanto avviene, illustrando la situazione come prossima a una tragedia greca.
"Siamo lavorando" per dare il meglio al popolo che ci ha votato.
Un lavorìo fatto di insulti, di veti, di rassicurazioni... di eroismi...
E il popolo che li ha votati si sta rassegnando ad avere un governo... comunque sia.
Tanto sa che qualunque esso sia non durerà molto.
"Stiamo lavorando...", e leggo che dopo circa 50 giorni di stallo le ore lavorate sono meno di tredici.
Al giorno? Stakanovic si farebbe una risata...
Tredici ore in totale, diviso 49 giorni (domani 50 tondi) darebbe circa 27 minuti al giorno, che potrebbero arrivare ai 37 minuti concedendo il giusto riposo del sabato (ex fascista), le domeniche e il lunedì di Pasqua.
A parte la domanda (demagogica?) su cosa diavolo si sarebbe svolto questo lavoro, quali decisioni hanno partorito per il nostro sempiterno preminente bene...
Secondo i nostri parlamentari e senatori, con in testa i capi partito, tutto sta filando liscio come l'olio. Lo stallo era previsto ed è ancora ben lontano da record del passato.
Tutto fila liscio come l'olio, e per dimostrarlo i nostri eccelsi rappresentanti si sarebbero concessi una giusta pausa di riposo.
Calcolando che Dio, creata la Terra in sei giorni, al settimo si è riposato, giustificato anche dalla sua età già avanzata per la faticaccia di un lavoro che sarebbe ingeneroso negare, a quanto pare i nostri non sono da meno.
Ma lui, a detta di molti, era Dio e il lavoro fatto era ben evidente...
La pausa consiste in un paio di settimane di vacanza a cavallo dei ponti del 25 aprile e del primo Maggio.
Quindi avremo un governo (ripeto: qualunque) entro martedì 24 aprile?
Mi sembra il minimo, viste le attese e visti i problemi da mettere in cantiere.
Ho detto tragedia? Tragicommedia forse sarebbe più adeguato.
Commedia sboccacciata ancora meglio.
Sono i primi segnali che tutto sta per cambiare?
Riepilogando: per i nostri beneamati tutto fila liscio come l'olio...
Per noi tutto fila liscio come la vaselina, che, grazie alla satira dilagante, è ormai destinata a un solo uso...
Tutto cambierà affinché nulla cambi, dicevano nel Gattopardo.
Altrove, questo comportamento sarebbe considerato improntitudine, che è gemella siamese del menefreghismo.

Nel caso si trattasse di una bufala, non cestinate questo post; sarà comunque utile in futuro; garantito al limone.

domenica 15 aprile 2018

Pausa di riflessione

È come per una partita di calcio: l'arbitro lancia in aria la moneta, testa o croce, chi vince sceglie la parte di campo che più gli conviene.
Stavolta però l'arbitro ha barato (o meglio, lo hanno spinto a barare), infatti la moneta è a doppia faccia, manco a dirlo "croce". Come dire che in una parte di campo ci sarebbero state due squadre... e nell'altra nessuno.
Ha provato, l'arbitro, a lanciare in aria la palla, chi prima la prende alla ricaduta fa il suo gioco, e gli altri, pur se anch'essi vincenti, si associano ai perdenti per contrastare le azioni. La palla è rimbalzata due volte, ma nessuno si è fatto avanti per appropriarsene.
Cioè, ci hanno provato, ma puntando alla palla su in alto, si sono sbattuti di fronte l'un contro l'altro.
È come l'antico ruba-bandiera: si è nella fase di studio dell'avversario, per poi scattare fulminei ad arraffare lo straccetto che funge da bandiera.
Vincitori e vinti, felici tutti per avere dato al Paese la dimostrazione che "volere è potere".
Chi vince ringrazia; chi perde pure, per lo scampato pericolo.
Oggi avversari, domani sodali, poidomani complici.

Nell'attesa, niente di meglio che rilassarsi con un paio di sonetti di Gioachino Belli, scritti nel lontano aprile 1836.
Uno spicchio della vita di allora, che non ha nulla a che vedere con la vita di adesso...
Tanto per passare il tempo nell'attesa, fuori dalle stanze del travaglio.




Er merito

Merito, dite? oh ppoveri merlotti!
Li quadrini, ecco er merito, fratelli.
Li ricchi soli sò bboni, sò belli,
sò grazziosi, sò giovani e ssò dotti.
A l'incontro noantri poverelli
tutti schifenze, tutti galeotti, 
tutti degni de sputi e de cazzotti,
tutti cucuzze in cammio de cervelli.
Fà compari un pezzente immezzo ar monno;
fussi magàra una perla orientale,
"Presto cacciate via sto vagabbonno".
Tristo chi sse presenta a li cristiani
scarzo e cencioso. Inzino pe le scale
lo vanno a mozzicà ppuro li cani.

La vedova der servitore

Sto né in celo né in terra, Maddalena,
Ciarle quante ne vòi, bone parole...
Ciò rimesso a quest'ora un par de sòle,
e ch'ho avuto? un testone ammalapena.
Sai chi crede a le lagrime? Chi ppena.
Sai chi ppenza ar malanno? Chi je dole;
ma no chi è grasso, no chi ha robba ar sole,
no chi ss'abbotta a ppranzo e crepa a cena.
Doppo trent'anni de servizzio! un vecchio,
signor iddio, che l'ha pportato in braccio!
Uno che j'era ppiù c'un padre! Uno specchio
d'onestà!... Eppure a un omo de sta sorte
je se fa chiude l'occhi s'un pajaccio
senza una carità doppo la morte!






martedì 10 aprile 2018

Fermate il mondo...

... voglio scendere!
Quante volte ci è sfuggita questa espressione!
In occasione della denuncia dei redditi, ad esempio (tra l'altro temporalmente prossima); quando si sbatte il grugno contro l'ottusità della burocrazia; quando i tempi della sanità sono prodromi di una morte magari non prossima, ma surgelata nell'attesa; persino quando una coda alle poste porta via una mattinata intera, talvolta senza costrutto...
La discesa da questo nostro mondo è vietata.
Tale discesa è possibile solo se ci si carica (total body) di un paio di metri di terra.
Vale per (quasi) tutti gli esseri viventi e deambulanti su questa terra.
Perlomeno nel mondo cosiddetto civilizzato.
A sorpresa, ma veramente a sorpresa, un fatto di cronaca recente smentisce questa convinzione ancestrale.
Dice, questa cronaca, di un signore di Genova (non più giovane, ma neppure ancora anziano; quella via di mezzo precedente la vecchiaia vera e propria, verso cui si avvia con lentezza sempre più veloce chi ce la fa nonostante tutto) una trentina di anni fa aveva deciso di scendere da questo notoriamente porco mondo.
Come detto l'unico modo di scendere è smettere di respirare. C'è chi decide di anticipare il distacco saltando da un piano alto verso terra; chi affida il compito a un paio di metri di corda; chi ricorre a una pistolettata; o a un veleno...
Questo signore aveva deciso di mollare il mondo da vivo. E vegeto, come si dice.
E ce l'ha fatta, incredibilmente ce l'ha fatta.
Fino all'altro ieri, quando un controllore scrupoloso lo ha costretto a risalire sul suo vagone (ovviamente quello destinato al trasporto bestiame, bene lo sanno i pendolari e i comuni mortali; da altri tipi di vagone i privilegiati si guardano bene dallo scendere; manco a pensarlo) mettendolo a sedere al posto a suo tempo assegnatogli, rimasto vuoto in attesa del suo rientro nel gregge.
Lo aveva fatto nella maniera più semplice, una di quelle che (a posteriori) uno si chiede "perché non ci ho pensato io?": una trentina d'anni fa aveva strappato la sua carta d'imbarco (detta anche di identità), decidendo di entrare in una latitanza di tipo palese; un po' la stessa dei criminali e assassini ricercati per secoli e scoperti (talvolta perfino arrestati) dopo decenni nella casa natìa, da cui non si erano mai allontanati.
Non è dato sapere, almeno per ora, i dettagli di questa "fuga".
Si sa che in occasione di un incidente tra due vetture, uno dei due coinvolti era fuggito a ruote levate. Contrariamente al solito, questi non era un pirata della strada, bensì quello che nell'incidente risultava essere la parte offesa. In pratica, dei due era quello che aveva ragione.
Essendo leggermente ferito, si era recato in ospedale per la medicazione del caso.
E qui il presidio di polizia, forse messo in allerta da questo comportamento anomalo, lo aveva interrogato per mettere i suoi dati nel rapporto relativo al sinistro.
Niente dati, nessun documento, assenza totale nella banca dati, sia delle forze dell'ordine che dei registri comunali.
Non era più sul treno.
Era sceso dal mondo in corsa.
Farsi delle domande, e girarle a questo signore, mi pare pleonastico.
Che, più che domande, sono considerazioni.
In trent'anni non ha mai avuto necessità di fare un documento, una denuncia dei redditi, una carta Isee... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto un acquisto (una casa, un'auto, una vacanza...)... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto ricorso (beato lui) a cure sanitarie pubbliche... ed è sopravvissuto.
Non ha mai avuto una moglie, un figlio, un cognato, un parente... ed è sopravvissuto.
Non si è mai iscritto a una bocciofila... ed è sopravvissuto.
Mai una multa, mai un controllo stradale, un conto bancario... ed è sopravvissuto.
Non bazzica facebook e non cinguetta... ed è sopravvissuto.
Il caso è venuto fuori a causa di un incidente automobilistico. In trent'anni dovrebbe avere rinnovato la patente almeno tre volte: senza presentare un documento di identità... ed è sopravvissuto.
Forse è meglio prendere atto che lui ha vissuto, e i sopravvissuti siamo noi.
Fermo restando che resta un fatto incredibile.

Incredibile?
A pensarci bene, neanche tanto.
Un passo indietro, un po' più di trent'anni (purtroppo)...
Anni '60, a un passo dal Centenario della cosiddetta Unità dell'Italia.
Ero ancora sotto chioccia, la stessa che mi covava quasi dalla nascita.
Mi avevano "invitato" alla prima visita di leva. Non avevo ancora documenti, la maggiore età era allora prevista intorno ai ventun anni; e comunque non ne avevo necessità, visto che la visuale del mio mondo era limitata a un perimetro molto ristretto.
Alla visita, d'altronde, erano interessati solo all'altezza, al peso, alla circonferenza del torace; forse anche alla verifica se non facessi parte dell'altra parrocchia sessuale (che all'epoca aveva ancora una sua motivazione curricolare)...
E ai denti, come ai cavalli.
O, forse, come agli equini in genere, visto che nel caso mio si trattava di un somarello.
Comunque, abile arruolato.
Poco dopo, avevo ricevuto un'offerta di lavoro a un centinaio di chilometri da quello che era il mio domicilio stabilizzato.
Il mio lavoro, tanto quanto lo sapevo, non è che cambiasse di molto da un posto all'altro.
Cambiava solo per il fatto che era il primo in assoluto retribuito.
E che mi faceva entrare in un mondo nuovo, esterno, totalmente sconosciuto.
Avevo il mio libretto di lavoro, con tutte le indicazioni su dati personali, inquadramento professionale, residenza...
Già, residenza...
A nessuno era venuto in mente di avvisarmi che cambiando città era indispensabile cambiarla.
E, in seguito, non avevo avuto segnali di allarme per non avere provveduto in merito.
Lavoravo, e non in nero (al momento della maturazione della pensione i contributi di quel periodo c'erano tutti, Inps e Inail compresi), abitavo in una camera ammobiliata in centro città, avevo amici con cui giocavo a calcio, qualche partita a biliardo, qualche pizza (rara, la pizza non è mai stato uno dei miei piatti preferiti; mancanza di abitudine, forse)...
In piena estate avevo avuto necessità di ricevere cure in ospedale...
Non avevo ancora la patente, per via dell'assenza della maggiore età...
Insomma, una vita regolarissima... senza uno straccio di documento in tasca.
E senza che ad alcuno fosse venuto in mente di chiedermelo.
Ero sceso ufficialmente dal mondo in corsa, restando in piedi sul predellino esterno, aggrappato alle maniglie mancorrenti che agevolavano salita e discesa nei treni di allora.
Centenario Unità d'Italia, festeggiamenti a non finire, eravamo tutti italiani, perlomeno a parole e con un fiasco di vino a portata di mano.
Centenario, censimento: passo breve, significativo per raccontare l'evoluzione della specie dei cittadini a distanza di un secolo.
Era una ricerca destinata alle famiglie; non avendo famiglia non avevo ritenuto mi coinvolgesse più di tanto. E nessuno si era fatto vivo a toccarmi il tempo.
Avevo continuato la mia vita di sempre: lavorare, pagare l'affitto (sarà stato in nero? boh!?), mangiare, cercare una ragazza, uscire con gli amici...
Nessun problema.
Un paio d'anni dopo, elezioni politiche. Avevo raggiunto la maggiore età ed ero maturo per votare, solo per la Camera.
I certificati elettorali circolavano come fossero volantini, ce lo avevano tutti, cani e porci...
Io no.
Per i ciuchi evidentemente non li avevano ancora stampati.
La differenza tra equini prima accennata, era fortemente radicata in me.
Più che asinello, oserei dire che ero un po' (tanto) imbranato.
Anagrafe: avevo chiesto il mio certificato elettorale, ma non risultavo tra i residenti di quella città, nonostante in questa lavorassi ormai da tre anni.
Dovevo chiederlo al comune di residenza.
Eccheccevò!
Comune di residenza: nada de nada, il mio nominativo risultava cancellato in seguito alle rilevazioni del censimento.
"Qui non risulta, là nemmeno, lei è un apolide...".
Apolide a me? Non me lo aveva mai detto nessuno, e dire che nella vita di comunità di epiteti ce n'erano per tutti i gusti e di tutti i colori.
Mai immaginando, allora, che in fondo sia io che i miei compagni eravamo tutti apolidi, fuori dal mondo.
Dovevo chiedere la residenza nella città dove mi ero spostato per lavoro.
Fatto.
Troppo tardi per la votazione, troppo presto per la chiamata alla seconda visita di leva.
Nonostante il tempo scaduto, abile arruolato in attesa di chiamata per la destinazione CAR.

Ero risalito nel vagone bestiame, da cui ero sceso inconsapevolmente.
Ancora oggi mi chiedo se fui più imbranato nello scendere o se lo fui nel risalire.
Nei due casi, comunque, imbranato e somarello in buona fede.




sabato 7 aprile 2018

Due mondi paralleli?

Corriere della Sera, aprile 2018

L’ultima volta che Pietro — chiamiamolo così — ha visto i compagni di classe, una terza elementare di Riccione, gli si sono rovesciati gli occhi all’improvviso. È caduto per terra, il corpo scosso dai tentacoli dell’epilessia. Il ritorno a scuola dopo il ricovero preoccupa i suoi genitori: e se gli altri alunni lo facessero sentire a disagio? Invece all’uscita Pietro sembra tranquillo e, quando la madre gli chiede come è andata, si limita a farle un sorriso. I bambini non rispondono mai alle domande dei grandi. Finché un giorno la mamma di Pietro entra in classe e scorge un cartello appeso alla parete. Sotto il titolo «Incarichi di emergenza», la maestra ha predisposto un dettagliatissimo piano di pronto e mutuo soccorso. In caso di nuovi attacchi, Lia dovrà prendere il farmaco nel secondo cassetto. Nel frattempo Tommaso (o Alberto, in sua vece) sarà già schizzato a chiamare i bidelli, mentre Leo F. e Giordano allerteranno gli insegnanti delle classi adiacenti, Giulia o Leo A. prenderanno il cuscino e Gaia e Josef pescheranno il cellulare nella borsa della maestra, che si occuperà della prima assistenza, coadiuvata da Diana. La madre di Pietro scopre che in classe suo figlio non è un emarginato, ma un privilegiato. Il capitano di una squadra dove tutti hanno un compito preciso e un obiettivo comune, sotto la regia di una maestra così immensa e discreta che avrebbe preferito che un gesto d’amore organizzato con tanta cura rimanesse un segreto tra lei e i suoi bambini.






Corriere di Calabria, aprile 2018


Entrava urlando in classe e disponeva per i suoi alunni un regolamento di comportamento ben lontano da quello previsto nei manuali scolastici. Chi non lo rispettava veniva punito, minacciato, e questo contribuiva a creare un clima di paura e di terrore. Tutto questo avveniva in un istituto di scuola elementare a Xxx, località marina della provincia di Xxx. Gli agenti della polizia di stato hanno notificato alla maestra sessantenne di storia e geografia, accusata di maltrattamenti a danno di minori, una misura di sospensione dall’attività di insegnamento per un periodo di sei mesi. Le indagini coordinate dalla Procura di Xxx non sono ancora terminate, gli agenti stanno acquisendo nuovi elementi oltre a quelli necessari per aver disposto la misura cautelare della sospensione. «Diversi genitori hanno denunciato quello che stava succedendo ai loro figli – spiega il commissario Xxx -. Abbiamo constatato la veridicità delle denunce attraverso un’attività investigativa e le intercettazioni». L’insegnante sessantenne aveva creato un clima di terrore che minava la tranquillità dei bambini e proprio l’angoscia della quotidianità vissuta nelle cinque ore a scuola ha spinto molti di loro a raccontare tutto ai genitori. «L’operazione – dice il questore Xxx – è particolarmente delicata e riguarda una fascia di cittadini che hanno bisogno di protezione oltre che tutela. Quello che succedeva nella scuola turberebbe ulteriormente l’intero ambiente ed è per questo che ho deciso di non fornire immagini di quello che succedeva in aula».

Troppo facile la chiosa.
Il mondo non sarà salvato dalla politica, dalla religione, dalla scienza: la sua salvezza sarà opera dei singoli esseri viventi, con la loro propria integrità, la loro intelligenza, la loro vera umanità...
Il mondo non sarà distrutto (forse) dalla politica, dalla religione, dalla scienza: la sua distruzione  sarà opera del singolo essere vivente, con il disintegro di ogni sua morale, con l'affossamento della sua intelligenza, con la sua sempre più evidente inumanità...
Due mondi paralleli, separati anni luce uno dall'altro.
Agli antipodi.
E la speranza che i "salvatori" abbiano il sopravvento si affievolisce ogni giorno di più, a seguire le cronache. 
Ammenoché, come spesso accade, i "buoni" siano maggioranza sommersa, non esposta al pubblico apprezzamento, ritenuto doveroso il loro comportamento. 
Fanno più "notizia" fatti e fattacci da esporre al pubblico ludibrio, ritenendo tale gogna insegnamento più penetrante, soprattutto in menti in via di formazione.
Raccontare il bene, almeno ufficialmente, non dà frutti. Non in tempi brevi.
Raccontare il male ha riscontri negativi immediati. 
Il male "vende", il bene tace.















mercoledì 4 aprile 2018

Giovedì santo

Notizia di cronaca, ormai passata in giudicato.
Due sacerdoti accusati di avere rifiutato la lavanda a un paio di immigrati, che l'avevano espressamente richiesta.
Accusa archiviata: non è risultato in nessun codice il reato di rifiuto di lavanda.
A chicchessia.
Resterà il mistero del perché di tale rifiuto, quando la lavanda è abbondante e gratuita e spontanea dappertutto; meno del trifoglio o della gramigna, ma presente in quasi tutti i giardini.
Verrebbe da dire che il rifiuto del suo dono equivale al tipico rifiuto del bicchiere d'acqua a chiunque lo chieda.
Robe da matti...




domenica 1 aprile 2018

Lacrime di san Lorenzo a Pasquetta

Per lunedì di Pasqua, più noto come Pasquetta, è previsto bel tempo su tutta l'Italia.
Ma dove non ci sarà pioggia, è (vagamente) previsto un anticipo delle lacrime di san Lorenzo, stelle cadenti sulle quali esprimere un desiderio se si ha la "fortuna" di avvistarle nel momento della caduta luminescente.
Di solito sono attese per il 10 agosto, giorno più giorno meno.
Un tempo fenomeno stratosferico naturale, in questi giorni si parla di una caduta di "stelle" artificiali, detriti di un satellite cinese finito in malora.
Queste le ultime notizie, fino a stamane; attese altre ultimissime per poco prima dell'impatto.
Le Regioni potenzialmente interessate al lieto evento sono elencate qui sotto.
Un sospiro di sollievo da parte degli abitanti di una Regione che, incredibilmente, non sarà interessata alle lacrime, per cui si potrà godere lo spettacolo dalle reti televisive. 
Senza rischi per la propria capoccia.
Dubbio: pesce d'aprile, in vista che proprio su quella non citata le 'stelle' cadranno a grappoli?

Le ultime su orario e punto d’impatto  
Le ultime stime, realizzate con i centri di controllo a terra che tengono sotto controllo tutto ciò che ruota attorno alla Terra di dimensioni ragguardevoli, indicano per le 2.34 di lunedì 2 aprile l’impatto. Naturalmente, buona parte del modulo cinese verrà incenerito. Ma come già capitato in passato con satelliti di grosse dimensioni, non tutta la struttura brucerà, ed è certo che alcuni frammenti cadranno sulla Terra. Sulla base dei dati forniti dall’ASI, Agenzia Spaziale Italiana, durante un nuovo incontro per fare il punto presso la Protezione Civile, la previsione indica come orario le 2,34 ma ancora con una finestra di incertezza di slittamento per alcune ore. Il rischio, come detto, è davvero bassissimo, ma non è a zero. E quindi vengono comunque indicate aree in cui potenzialmente potrebbero cadere detriti. In Italia, sulla base della striscia che il modulo spaziale segue, sull’inclinazione orbitale: Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Molise, Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Sardegna.enti cadano sull’Italia? 

Ultima cena?

Giannelli sul Corriere della Sera di oggi 1° Aprile 2018

Con "Gesù" senatore e i dodici apostoli ben sistemati sarà un digiuno pantagruelico.
Comunque vada è evidente il Pesce d'Aprile.

sabato 31 marzo 2018

Buona Pasqua...

... ma non per tutti


Dignità e onore

C'era una volta il samuraji, una specie di cavaliere senza macchia e senza paura. 
Il suo agire, in caso di manchevolezza, di errore, di tradimento al giuramento di fedeltà a un signore o una comunità, aveva una sola conclusione, che è ancora oggetto di ammirazione, di mitizzazione epica.
Ignorato fino a che riusciva a tenere un modo di operare limpido, alla minima macchia, al minimo dubbio sulla sua integrità morale, non ci pensava due volte e faceva harakiri: l'implicita richiesta di perdono consisteva in una lama infilata da sé nella propria pancia, gesto che chiudeva ogni polemica sul suo (anche solo ventilato) errore.
Da reprobo, con quel gesto si autosantificava.

C'era una volta il comandante delle navi, di qualunque genere o stazza: su queste era il solo, unico, responsabile e 'padrone' su qualunque evento avesse a verificarsi sui suoi ponti. 
In plancia di comando solo Dio era al di sopra del comandante. 
Ma non risulta che il padreterno sia mai intervenuto a smentire o comunque mettere in discussione o correggere errori o salvare natanti. 
Da ciò a dedurre che il comandante era unico dio sulla sua nave il passo è breve.
Come dio umano, con la faccenda del libero arbitrio, poteva anche sbagliare.
La nave, nel momento che veniva affidata al comando di un ufficiale, con questo diveniva un tutt'uno, indissolubile.
Una legge antica, forse mai scritta, ma da (quasi) tutti rispettata, si è tramandata nei secoli: la legge del mare.
Che prevedeva che il comandante di una nave la quale, per i motivi più vari, fosse destinata a "colare a picco", ne seguisse il destino affondando con essa. 
Era un matrimonio senza possibilità di separazione, tanto meno di divorzio.
In versioni più recenti, quella stessa legge era stata ammorbidita: imponendo a qualsiasi comandante di mezzo marino di essere l'ultimo ad abbandonare il naviglio, una volta accertato il salvataggio di tutti i naviganti a lui affidati.
E provvedendo di persona al ripescaggio di quanti fossero stati vittime della sua imperizia. Pur se questa fosse dovuta a fatti non prevedibili e/o casuali.

Era il 13 di gennaio del 2012, nei pressi dell'isola del Giglio: una manovra stupidamente azzardata di una nave passeggeri ha provocato 32 morti.
Il comandante, più che di imperizia, è stato accusato dal sentire comune di assoluta imbecillità.
Dal processo sono emersi comportamenti che hanno evidenziato incompetenza, vigliaccheria, supponenza, in ogni grado di giudizio. 
In aule della nostra giustizia, che quanto a manica larga non ha rivali.
Ci sono voluti circa sei anni per affibbiarne 16 di carcere. forse non tanto per l'errore quanto per un arrampicamento indecoroso sugli specchi, nel tentativo di scaricare su altri ogni responsabilità per quanto accaduto.
Altrove avrebbe ricevuto 16 anni per ogni morto a causa sua; 512 anni.
Non l'ergastolo, che pare sia una condanna a morte procrastinata; e neanche i trent'anni in totale che si danno per crimini efferati.
Da noi meno di sei mesi per ciascun cadavere recuperato.
Che, come da prassi, non sconterebbe per intiero: buona condotta, motivi di salute, incompatibilità col regime carcerario, inumanità del far crescere una figlia senza il padre e una moglie senza un marito (pur se notoriamente fedifrago)... in poco tempo sarebbe libero e, probabilmente, nuovamente al comando di un naviglio. Foss'anche solo un vaporetto nei canali veneziani.
Nel frattempo una colorita interiezione, a lui personalmente indirizzata, ha portato allo scranno parlamentare colui che, in un momento a dir poco concitato, l'ha proferita. Se a chiunque sfuggisse, per svariati motivi, il sostantivo che ha accompagnato l'invito, fosse data questa possibilità, avremmo un popolo di onorevoli e alle elezioni andremmo a votare i pochi (probi) cittadini rimasti.
Che poi un tentativo di suicidio, magari simulato (con tutte le dovute cautele che non giungesse a 'buon' fine) avrebbe lavato un pochino la sua colpa. O avrebbe magari portato a una assoluzione piena per evidente incapacità di intendere e volere al momento del fatto, secondo la formula che mette tutti d'accordo.
Invece no, ricorre alla corte di Strasburgo.

(ANSA) - Una vicenda processuale che presenta ''sintomi di iniquità''. Caratterizzata da una campagna mediatica che avrebbe condizionato il processo, soprattutto quello di primo grado, dalla deroga al principio costituzionale del giudice naturale precostituito (con l'assegnazione del giudizio di appello a una sezione della Corte scelta ''ad hoc'') e da una sostanziale iniquità dell'intero procedimento. Sono i punti salienti del ricorso alla Corte europea di Strasburgo presentato dai legali di Francesco Schettino, che sta scontando una condanna a 16 anni di reclusione per il naufragio della Costa Concordia. I motivi dell'istanza presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo, e che nei giorni scorsi ha superato un primo filtro di ammissibilità, sono stati illustrati dagli avvocati Saverio Senese, Pasquale De Sena, Paola Astarita, Irene Lepre e Donato Staino. In caso di accoglimento del ricorso, come hanno spiegato i legali, si aprirebbe la strada a una revisione del processo in Italia.

TG5 di qualche giorno fa: "Francesco Schettino ha superato il primo scoglio, la Corte di Strasburgo ha dichiarato ammissibile il ricorso..." ecc.; ma molto poco eccetera, visto che la notizia era stringata al massimo.
Si dice: non parlare mai di corda in casa dell'impiccato. Al TG5 fu vera gaffe, fu umorismo nero o fu ignoranza voluta del fatto che il primo scoglio fu centrato da Schettino, provocando 32 morti, feriti e danni a non finire?
Da scarse notizie successive sui media stampati si apprende che le sentenze, in tutti i gradi di giudizio, sarebbero state condizionate da una pressione mediatica non giustificata, che avrebbe provocato a priori la condanna, al fine di appagare gli umori del popolino che a gran voce la richiedeva.
Mi chiedo: a quando un pool di studi legali che promuova una class action a favore di tutti i condannati con destinazione 41bis? I Riina buonanima, i Provenzano, domani (o mai) un Messina-Denaro, si rivolteranno, chi nella tomba e chi in cella, esigendo di brutto una riduzione di pena commisurata alla maggiore pressione mediatica che li ha danneggiati nel corso dei processi...
Annamaria Franzoni, Rosa e Olindo Romano, Sabrina e Cosima Misseri, e molti altri, accusati e poi condannati, avrebbero diritto di essere beneficiari di un ricorsino alla stessa Corte, visto che anche i giudizi su di loro furono "influenzati" da pressioni mediatiche superiori a quelle che si applicano, che so, al furto di una melanzana o di una mela per fame?

Dignità e onore, vergogna e pudore... dove siete? 
A puttane, con sconto comitiva!