venerdì 10 gennaio 2020

el Paris

Non so a cosa fosse dovuto il soprannome, el Paris: forse a una visita giovanile alla capitale francese, da lui talmente ricordata e raccontata e ripetuta, al punto da trovarsene rivestito.
Era, a modo suo, quello che si dice 'un personaggio'.
La fidanzata aveva voluto che lo conoscessi, prima di convolare.
Era arrivato guidando un'Alfetta.
Non ne ricordo il colore della carrozzeria, ma ero stato colpito dal lunotto posteriore, il cui cristallo era stato ragnatelato da un forellino che avrebbe potuto essere provocato da un attacco di pietrisco andato a buon fine.
Ma anche altre parti posteriori della vettura, intorno alla targa, erano bucherellate da vari forellini, delle stesso diametro, che, essendo le macchine ancora in metallo (non in plastica ornitologica come adesso), escludevano l'offesa da pietrume o grandine, che ne avrebbe tamburellato la carrozzeria, senza peraltro forarla.
Le pallottole sì.
A domanda specifica, mi aveva spiegato che a causa del suo 'lavoro' era sovente in contatto con gente in divisa e armata, i finanzieri di confine, i quali, a suo dire, prima sparavano e poi intimavano l'alt.
Comunque quel contatto seguiva canoni precisi e immutabili: lui in fuga sui monti e loro appresso.
Sempre a suo dire,  sempre sparacchiando (per stare in argomento), per fortuna a vanvera.
Il che non gli impediva, in tutte le più svariate occasioni, di sedersi al loro fianco, purché fossero in borghese e fuori servizio: cene e tombolate alle feste di fine d'anno, festa dei coscrini (non è un errore, in quelle zone chiamano proprio così i chiamati alla leva militare), matrimoni, battesimi, feste comunali...
Quando c'era da mangiare, e soprattutto da bere, diventavano tutti fratelli.
Contrabbandiere, senza nasconderlo, come buona parte dei suoi compaesani.
E senza vergognarsene; anzi, parlando delle sue operazioni traspariva un piacere sottile nel raccontare quelle andate a buon fine.
Spallone, prima con le sigarette e poi con i sacchi di lire in contanti, travasati al di là del confine, senza che nessuno sapesse, o volesse sapere, provenienza e proprietari.
Erano frequenti le sue gite fuori porta, obbligate, per presenziare a processi che lo vedevano sempre  soccombente; per sua fortuna le attenuanti generiche annacquavano i verdetti, il che gli aveva consentito di non fare un solo giorno di carcere. Sanzioni pecuniarie molte, mai onorate in attesa,  anche questa mai delusa, di un condono (o pace, come si direbbe oggi) fiscale.

(Le sigarette e gli accendini finivano poi sulle bancarelle o in posti adatti al loro smercio. 
I sacchi di soldi erano chiaramente di operai o pensionati, che mettevano al sicuro i loro risparmi; resta il mistero su come favessero costoro a raggranellare centinaia e centinaia di milioni, quando, ufficialmente, erano tutti poco meno che morti di fame. Secondo me, questi erano (sono!?) i veri evasori, i tempi mi stanno dando ragione; infatti, da anni a questa parte, vengono giustamente ricercati e tartassati, direttamente e indirettamente, da uno Stato che cerca di far credere di doverlo a fin di bene, per il bene della collettività. Altri, porelli loro, nel tempo hanno imbracciato scudi vari o condoni dichiarati, facendo rientrare dalla porta quello che avevano fatto portare al di là della rete confinaria, ora addirittura momentaneamente osannati come salvatori della patria. Bancaria. Che, da una parte, fa il paio con i percettori nullatenenti del cosiddetto reddito di cittadinanza, che si sta rivelando manna a copertura di traffici illeciti e quanto mai redditizi).

Ovviamente avevo consigliato alla ragazza di lasciar perdere, di interrompere una relazione che le avrebbe portato solo guai e dispiaceri, "ché in famiglia avevamo già ampiamente dato e avuto".
Altrettanto ovviamente, lo aveva sposato.
Comunista fino al primo Berlinguer, non ne aveva accettato i papocchi, le convergenze parallele non le aveva capite, né tanto meno assimilate.
Era rimasto di sinistra, ma una sinistra strettamente personale, casereccia, semplice nei concetti, che piano piano era scivolata in una dichiarata contro-politica in generale, deluso e incazzato dagli sviluppi mai così schifosi della stessa.
In questo ampiamente supportato sia dalla moglie che da me. Senza immaginare quanto sarebbe  peggiorata in seguito.

Cacciatore accanito, era uno dei nostri punti di disaccordo, archiviati nel tempo, visto che le sue posizioni e le mie non si smuovevano di un millimetro. Gli dicevo che avrei accettato lui cacciatore quando avessi visto la fauna armata di fucile, a rispondere per le rime ai suoi colpi.
Non cercavamo di convincerci a vicenda della giustezza delle proprie argomentazioni: la caccia, per lui, non era una fede ma una passione, e alla passione non si comanda.

In un bosco, lontano dagli occhi indiscreti dei guardiacaccia, si era fatto un capanno, ben mimetizzato e attrezzato in vista delle lunghe attese delle prede. In alto, tra i rami, aveva predisposto una trappola per uccelli; i tordi in particolare, forse per non smentire il loro essere, ci cascavano abbondanti.
Soprattutto questi portava a casa, a decine ogni volta. Sapendo che alla moglie non garbava molto il loro spiumamento e svisceramento, provvedeva lui, con la pazienza tipica degli impazienti per natura quando si incaponiscono in un servizio.
Stessa sorte e trattamento era riservato a lepri e ai rari conigli selvatici. Anche qui provvedeva di persona a scuoiarli e a pulirli delle interiora, per poi affidare alla moglie il tocco finale.
Questa era un'ottima cuoca, appassionata della cucina, quasi quanto lui lo era della caccia.
Altra sua passione erano le lumache. Nel piccolo giardino intorno alla casa aveva creato una specie di piccola serra, in cui le allevava. Quando erano 'mature' e in numero sufficiente le raccoglieva: sbavamento e pulizia erano sua competenza, eseguita con protocolli precisi, a livello maniacale.
Le faceva cucinare, ça va sans dire, alla parigina, con sughetti ricchi di spezie.

Dopo il matrimonio aveva, come si dice, messo la testa a posto.
Aveva trovato un posto come trasportatore per una grossa ditta di autoricambi al di là del confine e viaggiava con un furgone di qua e di là dai caselli confinari, alla luce del sole, in modo regolare e senza il rischio sparatorie alle terga, anzi salutato cordialmente dalle guardie al passo, come si salutano amici e colleghi lavoratori. Il passato in soffitta...
In realtà anche prima lo era, lavoratore, ma in modo anomalo, per lo meno dal punto di vista dei 'benpensanti'.
Il suo contrabbando si era ridotto alla stecca di sigarette o alla scatola di accendini, più che altro per consumo personale.
Nei suoi viaggi, quando le visite in una certa zona glielo consentivano, si fermava a pranzare nella stessa trattoria: pasti, bevande e conto accettabili.
Quella trattoria era molto frequentata da artisti emergenti, pittori con le saccocce vuote e la testa piena di sogni, non ancora inquinati da drogaggi vari, che in seguito hanno creato la convinzione che senza questi 'incentivi' l'arte non esiste.
L'unica loro droga era la fame dello stomaco, tipica dei giovani, e per placarla, in assenza di conquibus, lasciavano le loro opere in cambio dei pasti.
L'oste cercava di affibbiarle ai clienti 'facoltosi', intendendo per tali quelli che pagavano in contanti; el Paris di arte non s'intendeva, ma se i quadri gli piacevano li prendeva, pagandoli quattro soldi, e se li portava a casa.
Paesaggi, animali, nature morte: gli astratti o gli psichedelici lo lasciavano indifferente, non li sapeva leggere e non perdeva tempo a cercare di capirli. Era il suo modo per fare beneficenza.
Quando lo andavo a trovare, soffermarmi più di un attimo a guardare uno di questi quadri alla ricerca della firma, significava ritrovarmelo in macchina alla partenza.
Alcuni sono ancora appesi ai muri di casa mia.

Un paese piccolo, meno di 1500 anime, secondo me compresi conigli e galline, cani e gatti; sempre secondo me, ci contavano pure i cavalli delle autovetture, pur di dare maggior peso al plesso comunale.
Nonostante il minimal abitativo c'erano una bocciofila, un velo-club che 'istigava' i ragazzini a qualcosa di più verace che altre, purtroppo ben note, alternative, un alberghetto con annesso un piccolo ristorante, la farmacia, la chiesa parrocchiale, un'edicola, diversi bar.
La parrocchia era frequentata dalle beghine paesane, l'edicola assai meno; i maschi nessuna delle due, 'preghiere' (quelle dirette, senza intermediazioni, equamente divise tra tutti i santi e tutte le madonne) e scambio di notizie si svolgevano nei bar, visitati regolarmente. Erano tutti 'casa e bar', in una tradizione che si tramandava di padre in figlio.
El Paris era presente in tutte queste espressioni di vita paesana, escluse parrocchia ed edicola; a casa, se l'ora del rientro era quella giusta, qualche telegiornale per avere notizie da citare negli incontri serali con i compagni; 'compagni' che non sempre erano quelli storici di partito, anzi... lo si capiva dagli urli di contrasto che si riversavano nella piazzetta antistante il locale, che trattavano tutto lo scibile, dalla politica allo sport, ai pettegolezzi sul paese e soprattutto sulle paesane; con chi se la facesse di volta in volta il prete portava gli avventori molto prossimi alle botte... Si sa, le corna sono un valore aggiunto universale, e su queste non si deve mai scherzare troppo...

Sul ciclismo ci sbavava, fino a quando si era reso conto che non erano più le gambe e i polmoni a far risplendere alcuni campioni: prima, non c'era manifestazione che lo segnalasse come assente.
Ma anche qui, come per il comunismo vecchia maniera, le delusioni per distorsioni di fatti sportivi a favore di interventi giudiziari lo avevano ammosciato.
Era rimasta immutata la passione per i giovani virgulti, che tramite il velo-club continuava a seguire.
Non aveva 'fatto' il militare; mi è sembrato di capire che ci fosse una qualche norma di esenzione per i lavoratori frontalieri. A quanto pare anche il suo primo 'lavoro' rientrava nella lista. Sono informazioni di parte, forse non vere, ma non mi importavano né il perché né il percome avesse evitato la leva, che essendo allora obbligatoria (e perseguita manco si fosse stati in guerra) cozzava contro la visione della parolina 'libertà di scelta'.
Nonostante la mancanza sul bavero di mostrine, stellette, lasagne, fiammelle e quant'altro denota l'ex militarizzato, un'altra sua passione erano i raduni, in particolare degli alpini. Non ne condivideva gli ideali, anzi manco li conosceva, e se li avesse conosciuti non li avrebbe proprio 'cagati', come si dice a fil di terra: gli piaceva, invece, condividere i bottiglioni, i cinque litri e le damigiane, i fiumi di vino, caratteristica specifica di queste riunioni.
Notti all'addiaccio, un cappello con la penna nera racimolato, il 'sangue' delle bottiglie, i canti di montagna e le baldorie lo mandavano in solluchero, e si teneva sempre informato sui incontri successivi per far sì che ferie o giorni di riposo coincidessero con questi. Le distanze chilometriche non lo fermavano, col furgone della ditta arrivava dovunque.
La sera, al rientro dal lavoro (quello ultimo; prima del matrimonio la sera era mattino, poiché il suo orario di lavoro era sempre notturno, e la mattina diventava sera), prima di rientrare a casa faceva il giro delle 'cappelle', l'avevamo chiamata la sua 'via crucis': tutti, e non un generico 'tutti' ma veramente tutti, i bar della zona ricevevano il suo 'buona sera', e un bianchetto in ciascuno dei locali visitati era il viatico per arrivare al successivo, per portare poi la sua 'croce' fino a casa.
Mi sentivo con la moglie per telefono, lui regolarmente assente; da anni l'avevamo messa sul ridere: "el Paris?... tra poco dovrebbe rientrare, adesso sarà dal Carletto per chiudere il giro ...".

Altra passione: la grappa fatta in casa.
In cantina alambicchi e contenitori di rame. Una volta gliene era scoppiato uno, l'essersi salvato è la prova provata che esiste un dio grappino che protegge i suoi fedeli.
Faceva una grappa un po' grezza per i miei gusti, ma non potevo esimermi dall'assaggiarla quando li andavo a trovare. Come non potevo, essendo ospite, permettermi di criticarla. C'è stato un tempo che obbligavano a bere un olio che faceva schifo, e il rifiuto di berlo significava beccarsi fior di  bastonate.
Ecco, la sua grappa, a confronto con quell'antica schifezza, era sorseggiabile.

Pochi mesi prima, portando la moglie in ospedale per una frattura al polso, dopo un po' di visite, si era fatto convincere da un medico a fare degli esami, per controllare che tutto l'ambaradan fosse a posto ed eventualmente intervenire se qualche bullone fosse risultato allentato o arrugginito.
Aveva frequentato gli ospedali solo per visite ad altri, la moglie, la madre, il figlio, i fratelli, qualche nipote; per sé li aveva sempre evitati. Diceva: è cosa ottima che ci siano, ma sono come i carabinieri (nel suo specifico i finanzieri, anche se di questi riteneva deleteria la presenza), utili, ma più ci stai lontano meglio è. Altra cosa su cui eravamo d'accordo.
Esami di routine: sangue e urine.
Avrebbero dovuto evidenziare eventuali anomalie nei trigliceridi, nel colesterolo, nella glicemia...
Evidentemente avevano invece segnalato altro, che aveva richiesto i raggi al torace. Che avevano portato ad altri esami mirati più mirati...
Tumore al polmone.
Ormai metastasizzato, con estensione linfatica a entrambi i lobi.
Ho parlato prima della convinzione dell'esistenza di un dio grappino; altrettanta convinzione esprimo per l'assenza di un dio ippocrate, che aiutasse le scelte dei medici quando devono comunicare una diagnosi infausta, tanto più quando questa più che diagnosi è sentenza.
Il primario lo aveva portato in camera caritatis e gli aveva detto, papale papale:
a) tumore non operabile,
b) non opportune chemio o radio-terapie che avrebbero debilitato l'organismo accelerandone la decomposizione,
c) che tirasse a campare per quanto possibile.
La 'cura' era poi proseguita con placebo, presentati come nuovi farmaci sperimentali che, forse, avrebbero potuto ritardare il suo commiato da questa terra. E antidolorifici in quantità industriale.

Credo che ai medici, in generale, sarebbe utile una passatina di medicina veterinaria nel corso degli studi. O almeno un ripasso a velo di psicologia veterinaria. Infatti non risulta che i medici veterinari diano direttamente ai loro pazienti gli esiti degli esami, meno ancora quando questi sono infausti. Nei loro protocolli è previsto che li comunichino esclusivamente ai loro parenti umani, di solito acquisiti o adottanti. Mi pare che uno solo, o comunque pochi altri, nel corso dei secoli, 'parlassero' direttamente agli animali e questi, si dice, comprendessero, forse addirittura rispondendo a richiami o richieste specifiche. Era un certo Francesco, di Assisi in terra umbra. Si dice parlasse agli animali, ma anche alle bestie umane; i primi lo sentivano e lo capivano, le bestie umane lo sentivano ma non lo capivano. E Francesco, che io sappia, non era un veterinario.
Poi, vabbé, risulta un Adriano che parlava ai corvi, un Terence che zufolava ai delfini e un Bud  che dialogava coi gabbiani... ma erano chiaramente ventriloqui; anche se un corvo e un gabbiano nello stomaco umano potrebbero anche starci, ma un delfino...
Ci fu anche Francis, mulo parlante... che, per essere ventriloquo avrebbe dovuto avere un uomo al suo interno; il che è meno credibile, visto un mulo non è un pitone, un boa o un coccodrillo, forse era proprio un mulo 'studiato' che parlava... 
Ci sono medici, meglio se primari, che nel controcanto risultano essere più bestie dei pazienti animali dei veterinari.
Questo era stato il caso del Paris..

El Paris fumava quasi come il classico turco; credo fosse nato con la sigaretta tra le labbra, ci aveva convissuto tutta la vita e con la sigaretta si avviava a morire.
Aveva imposto alla moglie, durante il suo primo ricovero, di portargli non frutta o, peggio, preghiere, ma pacchetti di sigarette, che poi si sciroppava di nascosto, in bagno o nelle ore d'aria in giardino. E lei non poteva rifiutargliele, sarebbe stato come negare la fatidica ultima sigaretta al condannato a una pena capitale. Anche la mitica telefonata che allungava la vita di Lopez, nel suo caso non avrebbe avuto successo.
E fumava, da sempre, le Parisienne, pacchetto giallo, che non sono proprio nebbiolina di primavera; credo che il paragone potrebbe essere fatto con il tubo di scappamento di un diesel col particolato grezzo, insaporito con nerofumo.

La notizia era stata data a un colosso, ignorando la possibilità che avesse i piedi d'argilla.
Non più tardi del giorno dopo mi ero sentito con lui, e avevo avuto l'impressione di un discreto assorbimento della notizia, con una vaga punta di fatalismo:
"Te volet... l'è inscì... l'è la vida... anca i me fradei sun mort par chel mal lì...".
Aveva tenuto su questa linea per una quindicina di giorni.
Poi il vento era cambiato.
"Go a cà el fusil... 'na bota e bon... tuc finì...".
Avevo raccomandato alla moglie di chiudere l'armadio dei fucili e nasconderne la chiave.
Non potevo e non sapevo fare altro.
Pagherei non so cosa per sapere cosa dire a una persona che sta per morire, non potendo fare nulla per ritardare l'evento.
Non potrò mai sapere 'quanto' un'informazione così cruda abbia influito nell'abbreviare il suo viaggio, ma sono certo che ha avuto un peso non indifferente.
Aveva smesso di mangiare, fargli ingoiare un po' di minestrina era una battaglia, se ne stava giornate intere sdraiato sul divano, gli occhi al soffitto, fingendo di dormire; fingendo, neanche troppo, di pensare.
Chiedersi 'a cosa' sarebbe pleonastico...
Aveva cessato la via crucis dei bar e l'aveva trasferita in casa.

Ai primi di novembre, la moglie, nel nostro sentirci telefonico ormai quotidiano, si era fatta sfuggire che solo l'ossigeno gli dava ancora un filo di vita.
Non speranza di ...
A metà dello stesso mese, era andato a letto, non più per dormire.


Era el Paris, mio cognato, marito di mia sorella.
Che poco più di un anno dopo l'ha seguito, verso quel mondo in(de)finito che tanto ci terrorizza e altrettanto ci affascina.

lunedì 6 gennaio 2020

Parliamone, fino all'ultimo respiro

Laddove le autorità si disinteressano, anzi, diciamocelo francamente, altamente se ne fregano, l'unica voce rimasta è quella di cittadini virtuosi, liberi nella mente e nel cuore. Condivido volentieri lo scritto di una cara amica, pur sapendo che chi dovrebbe leggerlo non lo farà. Non è accettabile che il destino di un territorio, il futuro di migliaia di cittadini, sia così balordamente abbandonato. E non è accettabile, pur essendo apprezzabile, che le grida di dolore vengano diffuse, e sovente giustamente ascoltate, da un TG ufficialmente satirico, che affida le proteste alla voce di un pupazzo di rosso vestito.  

Ivania Avolio
4 h
Cari vi inoltro questo SMS che vi chiedo di leggere anche se lungo perché magari a qualcuno di noi può venire in mente qualcosa che si può fare:
lo so che qui è difficile che vengano letti post lunghi ma io ci provo. lo leggeranno solo quelli che hanno tempo ma io ci tengo molto. So che tanti faranno finta di non averlo visto ma spero che lo leggeranno degli "amici" che proveranno a fare qualcosa, ne vale la pena.
Una storia d’impegno, di amore e di bellezza.
C’era una area fortemente avvelenata a San Giuseppiello, Giugliano in Campania, terra dei fuochi. Poi c’era un progetto di bonifica, come tanti altri, tanti milioni di euro, denaro pubblico. Ne sarebbe risultato un lavoro enorme, di asportazione di terra e veleno per portarlo chissà dove, con costi enormi. Bruttura su bruttura, devastazione su devastazione, distruzione su distruzione che avrebbe arricchito solo la camorra. Sappiamo che è così che funziona, la camorra inquina, la camorra si occupa delle bonifiche. Invece è successo che il commissario alle bonifiche ed un gruppo di studiosi della facoltà di agraria dell’università di Napoli, coordinato dal prof. Massimo Fagnano hanno realizzato un progetto differente, improntato all’attenzione ed alla cura della terra. E così nei terreni sequestrati ai clan, dov’erano stati sotterrati veleni e rifiuti industriali è stata attivata un’opera di recupero totalmente affidata alla tecnologia ed alla Natura. Un intervento alternativo, pulito, a basso costo: sono stati piantati 20.000 pioppi, le cui radici stanno assorbendo i metalli pesanti in profondità. Il terreno è stato cosparso di compost arricchito con batteri capaci di metabolizzare gli idrocarburi. Il tutto è costato “solo” 900.000 euro rispetto ai molti milioni di euro che prevedeva il progetto iniziale. In questi anni gli alberi sono diventati un bel bosco, sono ritornati gli animali selvatici e gli uccelli, arrivano gli alunni delle scuole, le macchine monitorano la diminuzione dei veleni, un vero miracolo. Eppure l’area non è stata affidata, il commissario da qualche settimana è in pensione e la Regione Campania non ha ancora individuato né il successore né un organismo a cui affidare il bene bonificato. Intanto da qualche mese è già cominciata la devastazione degli uffici e delle apparecchiature.
Un modello virtuoso, efficace ed efficiente, una sperimentazione ecosostenibile, un esempio di legalità che si potrebbe replicare nelle mille terre avvelenate del nostro Paese rischia di essere dimenticato e, fatto gravissimo, di essere distrutto e le persone che vi hanno lavorato lasciate sole ed esposte. Persone che hanno avuto il coraggio di intraprendere percorsi differenti, di non utilizzare denaro pubblico per opere costose ed inutili, di occuparsi della nostra terra con cura per recuperare natura e bellezza. Vorrei portare a conoscenza i grandi movimenti ambientalisti italiani di questa storia. Non vorrei apparire troppo esigente se affermo che se ne dovrebbe occupare la Politica, Libera, la Magistratura, le Associazioni, , Cittadinanza Attiva, i Giornalisti sensibili ed attenti al tema e che non si lasciasse solo chi ha provato a costruire un modello di risanamento della nostra terra in maniera seria, attenta e naturale, mettendosi anche contro il grande potere della camorra. Se ci siete datemi una mano a diffondere e a condividere questa bella storia prima che diventi una storia triste.

'Tolo Tolo', digressioni di un befano

Tolo Tolo è il film che scassa i botteghini, tra polemiche, apprezzamenti e stroncature, visualizzazioni sociologiche, analisi pro e contro; recensioni che, agli apprezzamenti, accoppiano rovesci di medaglia che lasciano talvolta sconcertati.
Sono uno di quei quasi tre milioni di persone che in pochi giorni hanno contribuito a sbancare il banco... dei botteghini.
Non essendo esperto, né di filmati né dei vari temi che quest'opera va a toccare, esco dal seminato e parlo d'altro.
Tolo Tolo, tradotto dallo stesso Zalone, sta a significare Solo Solo, che si riferisce a un bimbo color cioccolato, nero fondente, che per buona parte del film appare, appunto, solo e, a sprazzi, abbandonato
Non conosco gli idiomi o i dialetti africani, e poco so di quelli pugliesi.
Il tolo/solo mi porta invece alla Sardegna, alla parte nordica dell'isola, alla provincia di Sassari.
Dove Sassari è nota come Tattari, e i sassaresi come tattaresu.
In provincia, uno fra diversi, Pozzomaggiore, ridente (e fortunato) borgo poco a sud del capoluogo, è letto come Puttumajori; gli abitanti sono puttumajoresu.
Che, giustamente, chissenefrega...
Ma digredire su un argomento che attanaglia le viscere a un popolo intero, a questo befano è utile per scaldare i polpastrelli surgelati da un freddo osseo che fa pensare di essere quasi in inverno.

Per scaldarli meglio, riguardo al film, parto da lontano.
Il lancio del prodotto, distribuito da Medusa e prodotto da TaoDue, è tuttora in corso e lo presenta con un trailer che, a ben vedere, è una fregatura.
È come se, mi si perdoni la volgarità, andando a donne, come si diceva un tempo delle camminate giovanili alla scoperta del sesso, adocchiata quella adatta all'uopo, bella, capelli fino al coccige, occhi verde smeraldo, denti che colgate se li sogna, seni a balconcino, gambe scolpite da Michelangelo, ecc. ecc.
Ma, oggi, sul web, chattando, come si dice, e trovando le stesse caratteristiche su descritte, sognando un rendez vous di circa un'ora e mezzo, distensivo, rilassante, come un film che si prevede piacevole.
Che l'incontro avvenga dietro un pagamento o solo per simpatia, poco importa.
Importa che giunti al nido, la prescelta cominci a sgusciarsi un occhio di vetro verde smeraldo, posi sul comodino la dentiera, si sfili la parrucca lasciando scoperti quattro capelli color trump o johnson, i seni annodati per tenerli all'altezza del torace anziché all'ombelico...
Ecco, la persona sarebbe comunque salva, poiché non ci sono difetti fisici sufficienti ad annullarla, ma probabilmente non si tratterebbe di quello che uno si aspettava.
Il trailer di Tolo Tolo appariva come la bella donna testé chattata, dal primo lancio aveva suscitato le polemiche tuttora non sopite, invogliando gli spettatori a recarsi a frotte non ad un'alcova ma verso le poltroncine imbottite delle sale cinematografiche.
Qui trovando una visione simile a quella descritta nella donna che si disfa: non ciò che ci si aspettava. Al di là della piacevolezza del film, che resta comunque soggettiva.
Ha una sua originalità il fatto che nella clip di lancio venga proposta una canzone sull'immigrato, simpatica, come simpatica è tutta la sequenza di contorno. Che avrebbe avuto un senso come semplice proposta, o anche come messaggio. È originale il fatto che nel trailer non ci sia l'ombra di una sola scena del film che andava a sponsorizzare; a parte un momentaneo erigersi mussoliniano del protagonista, non c'è altro.
Ci sono invece scene comiche che uno spettatore si aspetterebbe di rivedere, ampliate, nel corso dello spettacolo.
In quello spettacolo, dei fotogrammi della clip non c'è la minima traccia. Eppure quelle immagini sarebbero dovute apparire, come sono apparse, traino alla corsa ai botteghini.
La fregatura non è nel film, che più o meno ricalca il filone comico di Zalone, un po' più amaricantato di altre sue produzioni; quella che, forse impropriamente, io chiamo fregatura sta proprio nel fatto di avere prospettato un tipo di visione per poi ignorarne completamente la promessa.
Mi ha ricordato un po' la famigerata operazione Adrian, da poco seppellita; con la differenza che questa semi buggeratura sta rendendo fior di soldini, mentre l'altra è finita come è finita.
È come aver chiesto un tè al limone ben zuccherato e trovarsi in tazza un consommè di cipolle, bollente...
Non sono esperto di cose legali, per cui non mi azzardo ad avanzare l'ipotesi di falso ideologico, ma un pensierino al proposito l'ho fatto.
Sballato, come questo testo.


venerdì 3 gennaio 2020

Previsioni

Abbiamo ancora 363 giorni utili perché la previsione si avveri. 
Ma che dico previsione, all'epoca era una vera profezia
Contrariamente alle infinite 'fine del mondo' (per ora) mai avverate, le varie letture del futuro dei cartomanti nelle fiere paesane, gli oroscopi sciorinati da aruspici professionisti, in barba alle letture varie di Nostradamus... di cui nessuno tiene più conto, questa previsione/profezia finalmente abbiamo la certezza (quasi) assoluta che si verificherà..
Le premesse ci sono tutte, è solo questione di giorni, 363 giorni che passano in un lampo.


E alla fine del 2020 le risorse del Paese potranno essere dirottate verso altri problemi, eternamente irrisolti per dare precedenza assoluta alla rinascita di una grossa parte della penisola.
E qui un amen, così sia, ci sta tutto.
Così sarà?

lunedì 30 dicembre 2019

Botti... la notte di santo Stefano!

Era prevedibile, non per niente avevo aggiunto al post degli auguri l'anatema contro gli stramaledetti botti, in particolare verso quelli notturni. Che fino a pochi anni fa iniziavano dai primi di novembre per finire dopo l'Epifania. Sicuramente per esaurimento delle merci... dell'esaurimento delle vittime, umane ed animali, le carogne che li sparano se ne fottono allegramente; anzi, più scassano gli zebedei più lo scopo prefisso è raggiunto.
Come detto, fino a pochi anni fa. Da allora, vuoi per le campagne di prevenzione, vuoi per i sequestri di quelle che erano diventate vere e proprie bombe, vuoi per le numerose dita gettate ai cani e i tanti bulbi oculari gettati ai gatti, negli ultimi tempi devo ammettere che il fenomeno ha assunto limiti di sopportabilità più... sopportabili. Inducendo a ritenere i pochi che ancora li provocano come dei poveri handicappati, come tali da compatire; non fino al punto di pietirli. Un tempo erano molti stronzi, oggi pochi, ma sempre stronzi rimangono.
Ero rimasto leggermente basito dal fatto che la notte di Natale, la classica Noche buena, stavolta era uscita indenne, per scatenarsi, non più attesa, la notte successiva, quella che porta dal giorno di Natale verso quella di santo Stefano. Ma si sa, chi spara i botti è un povero deficiente, che non sa stabilire con precisione quando attuare lo stupido sollazzo. Va da sé, sollazzo del... ecc.
Questa premessa era necessaria, prima di andare a raccontare la notte di botti che titola questo post.

Natale, pranzo e cena sereni, niente eccessi di cibo e anche le bevande ampiamente nei limiti di un improbabile alcoltest. Per guidare una poltrona e un telecomando non ci sono sanzioni e perdita di punti in patente in vista.
Per il dopo cena le ragazze avevano programmato la visita a una famiglia di amici. Era un incontro, dal loro punto di vista, doverosa. Dal mio, una semplice scocciatura. Per evitarla, avevo chiesto se fosse cosa buona che mi aggregassi al duo; ma avevo avanzato la domanda in maniera modestamente astuta: "Devo venire anch'io?", con risposta scontata: "Se vuoi...".
Non volli.
Non ho lo spirito poetico che vede tutta la famiglia raccolta, prima al desco e poi fronte il caminetto, né a queste feste né ad altre. La notte del primo dell'anno, per una fetta di panettone e un brindisi, magari sì; ma se anche non fosse non ci farei una malattia.
Inoltre lo stare soli non mi spaventa, anzi col passare degli anni la solitudine attuale mi sembra un allenamento per quella definitiva, sempre più prossima. Consente di pensare, senza quelli che i veneti chiamano, poeticamente, ciacolamenti, chiacchiere tanto per parlare e far passare il tempo.
Uscite loro, avevo rubato dal web il film Il primo Natale, di cui avevo seguito qualche recensione e, obtorto collo, il martellante lancio su un canale televisivo privato, che aveva oscurato quella, che credevo insuperabile, pubblicità che tratta di poltrone e divani; insuperabile nel senso di scassamento della pazienza.
Il film, se non altro, non metteva l'immediata domenica come termine improrogabile per goderne la visione.
Uscite loro, la scena era un po' ripetitiva, ma per chi non ne ha idea offro una rapida panoramica di come un momentaneamente single affronta la prima parte della seconda notte natalizia.
Poltrona, scorta di caramelle mou menta-liquirizia, sigarette accanto al caminetto per brevi soste corroboranti, coprigambe... che non è quello tipico delle persone anziane per calmierare il freddo: questo serve per salvarle dalle unghie della gatta di casa che, non appena mi accomodo, salta in grembo e, felice, comincia a impastare, dimenticando di avere le unghie retrattili, tenendole fisse in sola uscita.

Film, fresco di uscita nelle sale: ne propongo un accenno personale, che non è una recensione, ma il semplice parere di un non cinefilo accanito.
Prende lo spunto dall'ormai stagionato, e giustamente tuttora apprezzato, Non ci resta che piangere, con Benigni e Troisi, Un ritorno al passato, coincidente con una festa natalizia paesana, in cui i due protagonisti si trovano calati nel bel mezzo dell'avventurosa odissea di Giuseppe e Maria vaganti alla ricerca di un tetto in vista della nascita di Gesù. Le solite gag, che fanno da corollario a queste proposizioni del passato viste con occhi e conoscenze attuali. Belle battute, belle scenografie, una visione originale dei racconti evangelici, recitazione non dissimile da altre precedenti esperienze cinematografiche dei due...
Purtroppo, ma è un parere strettamente personale, ho trovato un po' troppo 'pasticciata' la seconda parte del film, troppo buia, poco comprensibile, che ha finito per nascondere battute e immagini, altrimenti interessanti, dal punto di vista della completezza dell'opera. Probabilmente dovuti alla limitatezza del piccolo schermo, magari la visione in sala le rende più accettabili.
Nell'insieme un bel film, senza essere un capolavoro.
Infatti al botteghino pare stia sbaragliando tutti i record di incassi... a conferma che questo mio parere non solo è soggettivo, ma assolutamente da tenere in nulla considerazione. È una di quelle rare volte in cui la piazza (forse) ha ragione.

Fine del film, dose caramelle esaurita, quota sigarette pure, la gatta costretta a scendere nonostante la sua ritrosia, era passata la mezzanotte e il sonno chiedeva il letto.
Apro una breve parentesi, sperando che le informazioni che vado a fornire non siano usate da qualche malintenzionato che un domani voglia omaggiarci di una improvvida visitina.
In casa ho alcuni compiti precipui, talmente accorpati che uno dei miei crucci è su chi mai sarà in grado di sopperire alla mia futura assenza: mettere e togliere tavola, mescere il vino nei bicchieri prima di portarli in tavola, asciugare le posate (ma questo solo ogni tanto, non è un vizio), la sera chiudere gli accessi alla casa...
Abbiamo cinque vie di fuga verso l'esterno, due porte-finestra (si chiudono abbassando una maniglia, manovrabile solo dall'interno) direttamente verso il giardino  una verso la scala del palazzo (con chiusura a chiave, che, per maggiore sicurezza, viene lasciata inserita onde evitare intrusioni non gradite in entrata); e due ulteriori accessi passando dal vano garage.
Tra tutte è basilare la chiusura serale attenta delle prime tre. Che, lo dico solo per dirlo, è un compito di particolare importanza.
Ogni tanto si sente raccontare di mariuoli che entrano, di solito nottetempo, nelle case e si servono di quanto loro abbisogna per tirare a campare. Da noi e in zona non è mai successo, ma è come la superstizione: non ci credo, ma non si sa mai... toccare ferro, legno, agli alle finestre, cornetti, in alcuni casi particolari non appare fuori luogo una grattatina scaramantica per tenere lontani accidenti e peggio... non è essere superstiziosi, solo prudenti, per via di quel "non si sa mai".
Ecco, la chiusura serale è pura e semplice prevenzione.

La mia serata natalizia si era chiusa un po' oltre la mezzanotte, le ragazze non erano ancora tornate e, come detto, frate sonno chiedeva la sua parte di giusto ristoro.
Avevo provveduto a chiudere due delle tre vie di fuga prima citate. La terza era rimasta apribile a sola spinta in vista del rientro, l'ora del quale era sconosciuta perfino alle ragazze.
Dimenticavo: va da sé che le vie di fuga erano tali se viste dall'interno; arrivando dall'esterno erano vie di entrata in casa. Le uniche vie d'entrata...
Senza essere ansioso di natura, contrariamente al solito mi ero portato il cellulare in camera da letto; l'ormai abituale "non si sa mai" mi aveva fatto pensare che una ruota bucata, o qualche piccolo intoppo, avrebbe potuto mettere in crisi due donne, per cui sapere che a portata di mano ci sarebbe stato un pronto intervento avrebbe conciliato una dormita serena.
Il sonno del giusto era arrivato subito, come al solito.
E quel sonno era da subito stato profondo. Molto profondo.
Non abbastanza da non essere svegliato di soprassalto, poco dopo l'una, da alcuni botti, quegli infami rumori che oltre ai gatti spaventano anche me.
Una gragnuola veloce, durata pochi istanti...
Sembrava provenire dal piano sopra il nostro e avevo subito mormorato una prece verso il figlio di Maria (eufemismo) che era stato sempre tranquillo e rispettoso e che proprio la notte di Natale faceva il bastardo.
Non erano durati molto e mi accingevo a riprendere il sogno interrotto, pur conscio che ogni interruptus, come tutti sanno, persus est (latino infantile, più che maccheronico).
Evidentemente non era noche buena.
Poco dopo avevano ripreso, con una furia pazza, al cui confronto perfino i botti nelle zone di guerra sarebbero stati apparsi innocue miccette; quelle che sembrano più peti di gatto che botti.
E non accennavano a diminuire d'intensità, anzi...

Ero schizzato fuori dal letto, fumante d'ira funesta niente contenuta, deciso a salire di sopra per offendere, forse aggredire, quel hijo de puta (non è un eufemismo) per i botti e per la scelta della notte sbagliata per spararli.
Ero, come dire, più che in déshabillé, proprio in mutande ma, prima di indossare qualcosa avevo voluto verificare se le ragazze fossero, o meno, rientrate.
La luce accesa nel soggiorno mi aveva fatto capire da subito che non lo erano...
Nello sguardo veloce nella sala ero stato colpito da una immagine che mi aveva fatto ricordare la notte di halloween (altra stupida usanza americana che, come i botti, punta a spaventare con immagini e mascherate orride i malcapitati che capitano a tiro).
Si trattava di un viso, il cui pallore era accentuato dal fondo del cielo scuro e da un cappuccio nero orlato di (finta) pelliccia, che davano l'impressione di un palloncino danzante nel vuoto. Un viso e due mani che si sbracciavano, una bocca che gridava qualcosa, al di là della vetrata che portava in giardino che, sul momento non riuscivo a capire.
A questa visione spiritica si era aggiunto il trillo del telefono fisso, che mi aveva fatto ritenere che qualcosa di brutto stesse colpendo il palazzo.
Tutte sensazioni durate non più di un millesimo di secondo...
Mi ero precipitato alla porta-finestra per fare entrare la ragazza giovane che, borbottando che le avevo chiuse fuori, si era precipitata ad aprire la porta d'ingresso sulle scale interne del palazzo. Da cui, leggermente alterata (eufemismo), entrava la ragazza meno giovane.
Avevano trovato tutte le vie d'entrata chiuse; per una ventina di minuti avevano tentato in tutti i modi di allarmare il 'custode' dormiente, battendo coi pugni sui vetri, chiamando sul cellulare, battendo sui muri della cantina...
Si stavano rassegnando a passare la nottata in macchina, quando il Lazzaro di casa era risorto, aprendo casa alle due derelitte. L'alternativa sarebbe stata chiamare il 115; o magari il 112, segnalando la possibile mia dipartita.
Capita, perfino sovente, anche questo.
Forse il pensiero che potessi finire in una struttura protetta, da cui fossi impossibilitato a far danni, pur senza fare niente, aveva frenato la chiamata d'emergenza.
I miei botti...
Ero caduto in quel sonno pesante che precede il rem, e che, pare, con l'avanzare dell'età dovrebbe attenuarsi.
Nell'attesa di riprendere il sonno, avevo ripassato le operazioni di chiusura porte della sera precedente: galeotta fu la sequenza seguita ogni sera dell'anno, per cui la porta dal giardino, che credevo di avere lasciata apribile, era stata invece la prima ad essere manigliata.
Avevo accennato al fatto che potevano chiamare sul cellulare: l'avevano fatto, ma era risultato irraggiungibile. Infatti, come tutte le sere, per risparmiare la batteria, avevo inserito la 'modalità aereo', convinto che in quella posizione le chiamate vocali venissero accettate. Non è così...
Ignoranza tecnologica...

Mattina del 26: nella calma che segue la tempesta, avevo buttato lì una frase: 
"Avete visto? Se fossi venuto con voi, saremmo rimasti chiusi fuori casa...".
Era stata accolta con la stessa bonomia di coloro che compatiscono.
Credo che per le future uscite fuori porta non mi sarà più data l'alternativa "se vuoi...", ovvero prenderanno le dovute precauzioni; un'esperienza del genere basta e avanza...

La curiosità mi ha portato a cercare di capire se il sonno pesante potesse essere un rischio; e ho trovato questo pistolotto che mi ha dato un po' di sollievo.
Pare che i pericoli vengano dalla fase rem, quella che contempla anche episodi di sonnambulismo.


Speriamo sia l'ultima sorpresa di questo 2019.
Fermo restando che comunque chi spara botti è un deficiente, quello del piano di sopra si è salvato per un pelo: sarebbe stato uno dei tanti innocenti, cazziati, forse menati, da un altro deficiente, a sua volta fregato dalla ripetitività dei suoi servizi.

Buon anno a tutti, 
e che Dio ce la mandi buona 
in un futuro che appare nebuloso 
almeno quanto il passato.

martedì 24 dicembre 2019

Semplicemente, a tutti


E, visto che ci siamo,




lunedì 16 dicembre 2019

Quando si fa notte

Due poesie di Leonardo Mantoni, tenerezza e calore che, in vista dell'inverno, coi suoi freddi e le sue solitudini, propongono entrambe sentimenti ormai desueti.

Int e' scur   ............   Nel buio

             "Stà dria a me  ...........  "Vieni accanto a me
           adés ch'u slonga  ...........  adesso che si allunga
         l'ombra  dla nòta"  ...........  l'ombra della notte".
  Cun la ligaza  ............  Col fardello
                 di an adòs  ...........  degli anni addosso
        e' cor u s'è ardòt  ...........  il cuore si è ridotto
       un nid d' paura  ...........  un nido di paura
    ènca se u j è la luna.  ...........  anche se c'è la luna.
               "Stà dria a me!"  ...........  "Vieni accanto a me!" 
    A l' pens? A 'l dégh?  ............  Lo penso? Lo dico? 
       An e' so gnenca me.  ...........  Non lo so neppure io.
Mo se a l' pens al'vreb dì  ...........  è perché vorrei dirlo   
 e se a l' degh  ...........  e se lo dico
                l'è ch' a voj crid  ...........  è perché voglio credere
  che là so Qualcadùn  ...........  che lassù Qualcuno
     u m'daga urécia  ...........  mi presti ascolto
      parché l'è un péz  ...........  poiché è da tempo
               che e' lanzòl da chènt  ...........  che le lenzuola accanto a me
           l'armàna giaz  ...........  rimangono fredde
        tot la nòta  ...........  tutta la notte
         e par la ca u m'pè  ...........  e per casa mi sembra
      d'sintì int e' scur  ...........  di sentire nel buio
      al zampadàini d'un gat  ...........  lo zampettare d'un gatto
                    ch'a m'fa vnì piò tènt fred.  ...........  che mi fa rabbrividire ancora di più.


     La tu mèna  ...........  La tua mano

Al so ch'a j ò  ...........  Lo che ho  
  i cavèl impurbié  ...........  i capelli bianchi
      e a n' so piò me,  ...........  e non sono più io,
che i dè i va ch'i vola  ...........  che i giorni volano
                  e i n' s'po' farmè.  ...........  e non si possono fermare.
       Mo me ò ancora voia  ...........  Ma io ho ancora voglia
        d'una landa vàirda  ...........  di una pianura verde
               cun di cèn ch'i cor,  ...........  con i segugi che corrono,
  d'una alvèda intrighèda  ...........  di un'alba tempestosa
        int una vala  ...........  in una palude
           quand che un ciòp d'usèl  ...........  quando uno stormo di anatre
               e' stresa al cani.  ...........  volteggia sulle canne.
           Ò ancora voja  ...........  Ho ancora voglia
     ad stè da stè  ...........  di aspettare
   int e' scur  ...........  al buio
            la tu mèna ch'la m'faza  ...........  che la tua mano mi regali
          una carèza.  ...........  una carezza.
  

domenica 8 dicembre 2019

Goccia su goccia

(Le 'gocce' precedenti sono del 31 luglio e del 27 novembre).

La chiusura della 'goccia' precedente accennava velocemente alla cena di fine giornata lavorativa. Ed è proprio una di quelle cene a fare da trampolino di lancio a questa 'goccia'.
L'epoca: primavera inoltrata di un anno che fu.

Le prime due parti di questo raccontino erano state pollizzate per renderle più commestibili.
Questo racconto parla anche di cose serie, quindi sarà umanizzato: i polli saranno ufficialmente colleghi, in veste forzosa di esseri umani; il pollaio resterà pollaio, ristoranti e albergo continueranno ad essere quello che sono da sempre, enti commerciali con fini di lucro..
Oltre l'aggiornamento della diaria e i rimborsi chilometrici, accennati nella precedente 'goccia', altro punto importantissimo era la scelta del ristorante per la cena. 

La mensa del pollaio era aperta fino a sera tardi, ma un distacco totale dall'ambiente dopo un'intera giornata sonnolenta, era obbligatorio. Per ritemprarsi, in vista di un altro giorno che sarebbe stato fotocopia di quelli passati e di quelli a venire.
Alla ricerca del locale più adatto erano delegati, come logica imponeva, i colleghi indigeni, o comunque bazzicanti in zona.
Di solito tra una riunione e l'altra passavano sei/otto mesi, quindi avevano tutto il tempo per cercare, provare, promuovere o bocciare, e infine proporre. Che questa ricerca potesse portare discapito all'attività lavorativa di costoro, era punto non considerato. 

Al limite, c'era chi, lautamente pagato, avrebbe potuto chiosare in negativo. 
Mai successo: anche i decurioni facevano parte della brigata, e sapevano dare il giusto peso alle cose veramente importanti della vita. Ed erano molto forti di mascella...
Trovare il meglio era per i fortunati prescelti un punto d'onore.
Al termine dell'evento ricevere il plauso del gruppo era il massimo dei riconoscimenti: sulla personale operatività nelle varie zone di competenza lavorativa non si potevano dare giudizi, sia perché non c'erano collegamenti diretti, sia perché la cosa non poteva fregare meno; ma pur essendo il compito di queste ricerche soggettivo, il de gustibus finale complessivo era di promozione o bocciatura, in quest'ultimo sciagurato caso senza appello per le scelte future.
Al branco interessava che chi aveva l'onore della scelta fosse un buongustaio, tutto il resto erano pinzillacchere. Il ricordo di quelle cene doveva restare in memoria più assai delle comunicazioni, peraltro vagamente recepite, nel corso delle riunioni, almeno fino al futuro incontro collegiale.
Durante queste cene, essendo il gruppo formato (purtroppo/per fortuna) esclusivamente da maschi, gli argomenti di accompagno al cibo e alle bevande vertevano su questioni di interesse comune e generale, più a livello mondiale che nazionale.


(Purtroppo: è fuori di dubbio che una presenza femminile, in qualunque manifestazione, dà (quasi) sempre un tocco di gentilezza al convivio.
Per fortuna: è altrettanto fuori di dubbio che, nel caso specifico, sarebbe stata un freno a formulazioni verbali che in questi tipi di pranzi sono di prammatica; qualche termine poteva uscire leggermente fuori dal pentagramma dell'educazione abituale, per dare a questi pasteggi un tono da antica osteria, in ambienti eleganti, che invitavano a compostezza e decoro, e una presenza femminile sarebbe stata una palla al piede a chiacchiere in libertà, probabilmente non usuali nel normale ambito famigliare o lavorativo. Provocando magari un disagio generale che avrebbe poi influenzato il prosieguo del pasto. 
È doveroso, peraltro, specificare che parliamo di un illo tempore ormai assolutamente tramontato. La valanga di cambiamenti succeduta al famoso/famigerato '68 ha nel frattempo rivoltato completamente questa differenza di genere. Oggi, ma anche nell'immediato ieri, ci sono donne che potrebbero mettersi in gara con gli scaricatori di porto, la cui la fama (raggiunta nel corso di secoli) li metteva storicamente ai vertici del libero improperio e del più lascivo turpiloquio, in quello che era definito sinteticamente 'parlare crasso'. Forse non vincerebbero, ma sicuramente non sfigurerebbero...
Altri tempora, altri mores...).

Inoltre, la monotonia degli argomenti in chiacchierata, avrebbe potuto annoiarle...
Infatti si finiva per parlare soprattutto di fi...dejussioni, di fi...lantropia, di fi...renze, di fi...gurine, di fi...lologia, di fi...libusta, di fi..latelia, di fi...ori, ecc. ecc.
La coincidenza del prefissoide, soprattutto a causa di bicchieri presto vuotati, era di grande aiuto alla visione di un universo variegato, che in fondo sulla sillaba più immediata e intuitiva che lo seguiva fa perno il mondo. 
Checché se ne dica...
Ogni tanto, per evitare tempi vuoti e per tenere sciolte le lingue, ci si scambiavano aneddoti sulle rispettive zone, senza mai approfondire troppo l'argomento che, preso seriosamente, fregava, come detto, ad alcuno.
Raramente qualche cena non risultava rispondente alle attese ma, pur non avendo avuto un esito gaudioso, restava comunque nel ricordo, ma unicamente per la compagnia. 

Anche se l'amaro del fallimento sarebbe rimasto, nei secoli a venire, ricordo ricorrente...
E per il vino... che in caso di disastro culinario annegava il disappunto e consentiva di rinviare al prossimo cenacolo, senza ritorsioni troppo violente nei confronti di chi aveva sballato la serata.

Unica penalità, l'aut-aut a mai più occuparsi di una faccenda così delicata....
Dopo la cena, il caffè e il pussacaffè, le ore si facevano piccole, e ci si avviava, passin-passetto, come un branco di lupi sfamati verso l'albergo, solitamente lo stesso, in prossimità del pollaio. 

Gli stanziali accompagnavano i colleghi fino alla hall, sia per finire i commenti iniziati che per tenere compatto il gruppo.
Superfluo precisare che la camminata era utile anche a smaltire le conseguenze del bevuto.
Diciamo che come liquidi, senza arrivare all'essere brilli, si stava benino.


Tra le cene periodiche, una è rimasta impressa, nella testa e nel cuore del narrante, in modo particolare. 
Non per il cibo, non per il vino: più che altro per un breve scambio di battute, verso il termine del lento cammin facendo nel dopopasto, a nutrimento dello spirito dopo quello in via di smaltimento al corpo.
Quella volta eravamo, appunto, in cammino verso l'albergo.

Nel gruppo c'era un collega "A proposito".
Spiego: mettiamo che si parli di Egitto, piramidi, Il Cairo (la capitale, non il presidente di una gloriosa e infelice squadra), se uno saltasse su e dicesse: 

"A proposito, sapete che a Torino c'è il museo Egizio più fornito dopo quello del Cairo?".
L'a proposito ci sarebbe stato tutto.
Ma se, parlando magari, che so, di storia d'Italia (si fa per dire, vale solo come raffronto), un collega saltasse su sparando: 

"A proposito, sai qualcosa di quella bambina rapita?".
Buttato nel mucchio, ma mirato a un collega in particolare.
Che lo dico a fare: quel tapino, nell'occasione, ero stato io.

Sosta momentanea per un inciso, obbligatorio: poco più di un paio di mesi prima era stata rapita una bambina, di circa otto anni, a scopo dichiarato di estorsione. 
All'epoca la notizia aveva fatto un giusto scalpore; già il rapimento era, ed è, un crimine odioso, ancora di più se la vittima è una bambina o, come già successo, un bambino. 
Peraltro, alla luce di quello che è emerso negli anni successivi, con rapimenti a scopo pedofilo, sovente con l'uccisione delle piccole vittime dopo l'oltraggio, quel rapimento potrebbe essere visto come una normale transazione commerciale o finanziaria, un più o meno normale do ut des; sempre rispettando il dolore delle famiglie coinvolte emotivamente, colpite negli affetti più cari e preziosi, e, nello specifico, le paure della piccola rapita.
I giornali e le trasmissioni televisive più disparate avevano giustamente dato ampio spazio a quell'atto criminale, ipotizzando chi-come era stato commesso. 
Il perché si sapeva... e faceva temere per l'incolumità della piccola, al di là del pagamento o meno del riscatto.
Orbene, sul caso gli investigatori inizialmente brancolavano nel buoi, come si dice, e non rilasciavano dichiarazioni che andassero oltre la garanzia di una 'profonda indagine' in corso.
Che ai media non era sufficiente, cercavano di scavare nelle espressioni o nelle virgole alla ricerca di indicazioni atte a sfamare la voglia di sapere di lettori e tele-lettori.
Probabilmente su un input anonimo vagamente recepito, avevano, in prima battuta, indicato le ricerche verso una specifica Regione, in cui i rapimenti erano ormai una S.p.A., probabilmente con tanto di partita Iva e iscrizione alla Camera di Commercio, forse sotto la voce 'transazioni finanziarie senza limiti morali'.
Si dava il caso che quella Regione avesse avuto il mandato divino, in un tempo già lontano, di scodellarmi alla vita. E fin qui nulla di anomalo, una pugnata di milioni di corregionali avevano avuto questo privilegio, e a tutti si rizzava il pelo nel sentirsi accomunati a mascalzoni infami.
Esaurita questa pista, sempre per il solito pissi-pissi-bau-bau anonimo, le ricerche pareva si fossero dirette verso un'altra Regione, puntando i riflettori su questa che, a Dio piacendo, quanto a crimini di questo tipo aveva nulla da imparare.
La quale Regione, manco a farlo apposta, era tra quelle di mia competenza, e in cui, ormai da anni, avevo portato la mia residenza.
I giornalisti, non so in base a quali indizi, avevano anche accennato al luogo della possibile prigionia della bimba. Avevano parlato della zona di un monte, che più che leopardianamente ermo, era letteralmente aspro.
La strana coincidenza non aveva spinto gli investigatori ad aprire un fascicolo su di me e sul mio operato, né era venuto loro in mente di inserirmi nella lista dei possibili informati.
Nel periodo di questo racconto, da un paio di settimane era in atto un silenzio stampa, imposto dalle forze dell'ordine e accoratamente richiesto dalla famiglia della piccola.
Evidentemente il cerchio si stava stringendo, e non si voleva che da qualche gola profonda uscissero indicazioni che, allarmando i rapitori, ne avrebbero favorito la fuga, spingendoli ad azioni disperate, che sovente si risolvono in un esito tragico per le vittime innocenti.

Torniamo a noi e al ricordo di quel dopocena.
Gli inquirenti non mi avevano ritenuto degno di attenzioni, nonostante questi indizi potessero essere valutati. Forse la mia vita intemerata aveva fatto premio su valutazioni investigative che altrimenti sarebbero state per me perigliose.   
Non così per il collega A proposito, che da quelle coincidenze non aveva, ovviamente, tratto motivi di dubbio sulla mia probità, ma la provenienza natia della prima ipotesi sommata a quella del vivere nei luoghi indicati dai media come rifugio dei malfattori nella seconda, gli aveva dato lo spunto per porre quella domanda.
Essendo collega navigato, aveva pensato che il risiedere in quella zona fosse più che sufficiente per avere l'obbligo professionale di 'sapere'.
L'aveva posta, la domanda, con fare innocente, quasi casuale, direi giochereccio, in calce ad altri argomenti futili e ormai esauriti. Che, ovviamente, con la bimba nulla avevano a che vedere.
Appunto, a sproposito...
Era stata buttata nel mucchio, ma non era necessario essere particolarmente perspicaci per intuire a chi era rivolta.
Ora, le possibili risposte ad un 'a proposito' detto a sproposito, erano due:


a) "non ne so nulla, c'è pure il silenzio stampa"; che avrebbe provocato nell'astuto proponente una considerazione tipo: "ma come, sei in zona, ci vivi, e non sai quello che succede?", che come stupidità sarebbe stata pari al 'a proposito';


b) "siamo a buon punto, questione di poco e sarà liberata".


Se al posto di 'siamo' fosse uscito 'sono' sarebbe stato meno coinvolgente, ma avrebbe suscitato lo stesso qualche dubbio; sono/siamo poteva essere visto da due angolazioni diverse:  con la legge o contra legem?

Stesso verbo, stessa declinazione, plurale la prima, singolare la seconda: una differenza minima e nel contempo abissale con il semplice cambio di una sillaba.
Qualunque persona con un po' di buon senso avrebbe scelto la prima risposta (il 'non so nulla' è il modo più breve per sviare domande alle quali non si hanno risposte)  ma, per stare al gioco e nella certezza che la risposta a) non avrebbe dato soddisfazione agli uditori, avevo scelto quella b), ritenendola comunque innocua...
La risposta era stata accolta come giustamente meritava: una battuta e niente più.

" 'Notte", ormai piccola per noi, tutti a nanna, appuntamento all'indomani, che in realtà era già l'oggi di ieri.

Mattina successiva: barba, abluzioni rituali, paramenti adeguati alla riunione del giorno, e discesa verso la sala pranzo per la colazione di gruppo.
Pigro mattutino incallito, ero risultato buon ultimo della congrega.
L'entrata della saletta al piano, adibita all'uopo, era interdetta da porte scorrevoli, con vetri opacizzati, e con sensori di apertura automatica.
Avanzando con il passo tipicamente vispo di chi vuole mimetizzare le palpebre pendule, avevo superato l'ostacolo vetrato, oltre il quale si accedeva a un pianerottolo di breve sosta, da cui, scendendo pochi gradini, si arrivava alla meta.
I colleghi erano già tutti presenti, ma non avevo problemi, visto che per la colazione non era previsto un conclave ufficiale.

Il cicaleccio con cui alternavano i vari passaggi della colazione si era bruscamente interrotto.

Prima uno, poi con una specie di passaparola telematico, tutti i colleghi guardavano verso il nuovo entrato.

Ero solo, quindi non avevo alibi: dovevo essere io.
Il 'buongiorno' era offerto da un silenzio assoluto, assordante al confronto con  il parlottio appena interrotto.
Non soffrivo il complesso dell'incarnazione della Wanda nazionale (la Osiris, non la Nara, per chi sbocconcella i dintorni del calcio), quindi mi ero bloccato, cercando, come si dice, di fare mente locale, con un rapidissimo controllo mnemonico: pantaloni, c'erano; versare la quota della cena, fatto; odio le cravatte, poteva averla dimenticata, a posto anche quella...
A un silenzio si può rispondere solo col silenzio, supportato da un leggero scotimento della testa, destra-sinistra/alto-basso, completato dall'universale congiungimento delle dita rivolte verso l'alto, come quando si chiede, senza parlare, "che ca...volo succede?".
Nel frattempo avevo un piede rivolto in avanti per scendere, e l'altro rivolto all'indietro, pronto alla fuga: da un branco di colleghi silenti ci si poteva aspettare di tutto.
Sembravano tranquilli, e una volta sceso al piano, uno di essi aveva aperto il giornale, ancora profumato d'inchiostro, fresco di stampa. 

Prima pagina, titolo a nove colonne, il massimo consentito dalla larghezza del foglio:


"L I B E R A T A"

Troppo facile capire a chi fosse dedicato...
Uno sguardo all'occhiello e al sommario: 
"Wow! (leggere Uau!), meno male, è finita...".
Non avevo ancora memorizzato il discorso finale della notte precedente.
Io...
Loro sì!
Commenti da parte dei colleghi, tra ironia e sospetti, delicatamente repressi.
Riferiti alla frase della notte, vagamente insinuanti; per tutto il giorno mi avevano tenuto sotto osservazione, magari speranzosi di un blitz delle forze dell'ordine; non per altro, solo per vivacizzare un incontro che sarebbe potuto passare alla storia.
Galeotto fu quel "siamo", detto tra l'altro non in un perfetto stato di grazia, ovviamente innocente; ma il dilemma, sotto-sotto era rimasto: l'esimio collega, sempre io, sapeva o non sapeva?
Avevo giurato sulla testa di Giorgio* che non sapevo e non ero coinvolto, con la speranza di tacitare quelle jene, che un verbo sballato aveva spinto verso una convinzione errata.

Non per niente, nel cartoncino di saluto finale al pollaio tutto, era stato previsto un richiamo esplicito di allerta verso ipotetiche protezioni, che nel verde prato della libertà sarebbero venute a mancare. 

(Per non finire così tronco: se il collega "a proposito" avesse avuto un po' di fantasia, basandosi sulla convinzione iniziale, vista la situazione, avrebbe organizzato una processione, in fila indiana; il capofila avrebbe preso la mia mano, mormorando con rispetto "baciamo la mano a vossìa", come il protocollo specifico insegna. In risposta a questo segno di devozione, avrei pensato a un termine in codice, che manco i servizi segreti sarebbero stati in grado di interpretare, tipo un "vaffanculo". Ripetuto a corredo di ogni baciamano, in segno di fratellanza assoluta tra pollastri, comunque destinati alla pentola).

Fine.
Anzi no: nell'articolo, che supportava il titolone a nove colonne, venivano date informazioni dettagliate sull'operazione delle forze dell'ordine: i delinquenti rapitori non avevano nulla a che vedere con la mia terra natia e neanche con quella di domicilio.
A notte inoltrata l'Ansa aveva diramato la notizia della liberazione, recepita al volo da tutti i quotidiani che erano riusciti a stamparla come notizia principale.
All'epoca i cosiddetti social erano ancora a venire, per cui non l'avevano potuta twittare al mondo notturno di cellulari e personal ancora in lento itinere.  
Si era trattato di una treina di farabutti quasi locali, non alle prime armi, ma evidentemente senza una storia patria alle spalle. 
Oggi che questo racconto esce, probabilmente sono da tempo in libertà; con la speranza che i riflettori di quella infamante momentanea notorietà abbiano nel frattempo illuminato le loro menti, portandole su una strada più onorevole di quella della (pure detta 'onorata') società a delinquere che avevano intrapreso.
Questo per la cronaca.

* Giorgio era un  rospo che frequentava il nostro giardino. Per i suoi colleghi e per gli animalisti, all'epoca era vivo vegeto e apparentemente felice; se ne è poi andato di sua sponte, comunque con la testa sul collo (o sulla schiena, boh!?), a conferma che il giuramento era andato a buon fine. Il nome era nato dal ricordo di un periodo lavorativo precedente, in cui avevo 5-colleghi-5 che si chiamavano Giorgio, con cui lavoravo quasi gomito a gomito. Ogni volta chiamare 'Giorgio' significava che per parlare con l'interessato era d'uopo accettare almeno quattro "che c...osa vuoi?" di chiamata a vuoto. All'epoca dell'episodio raccontato c'erano ancora tutti; tempo dopo ho saputo che almeno un paio se n'erano andati. Un modo come un altro per ricordarli tutti, con immutata simpatia. Il giuramento sulla testa di un rospo era meno impegnativo che farlo su un personaggio umano... Non si sa mai come vanno a finire certe cose... L'inferno straripa di persone presunte innocenti, così come il paradiso non riesce più a contenere fior di mascalzoni, che la storia conferma essere stati tali. Anzi, molti di questi sono pure glorificati sugli altari.