lunedì 12 giugno 2017

Scrivi "burocrazia", leggi "cialtroneria"

Tanto pe' cantà...


Comincio dalle sigle, la prima ufficiale, le altre ufficiose.
INPS: istituto nazionale previdenza sociale.
Irps: istituto regionale previdenza sociale.
Ipps: istituto provinciale previdenza sociale.
Ilps: istituto locale previdenza sociale.
La Casa Madre opera ufficialmente a livello nazionale; poi ci sono le varie derivazioni, che portano la mai sufficientemente esecrata burocrazia a divenire cialtroneria allo stato puro, mano a mano che si localizza.
Il fatto, sperando di riuscire a sintetizzarlo.
Ab ovo.
Le caserme delle Forze dell'Ordine, come altri benemeriti enti pubblici, affidano il servizio di pulizia delle stesse tramite appalti.
Onde evitare infiltrazioni e corruttele, che sarebbero particolarmente disonorevoli per Corpi che della legalità fanno missione e virtù, alle ditte che concorrono agli appalti pare venga fatta una specie di autopsia ante mortem, con l'esame dei casellari giudiziari di ciascuna.
Questo non impedisce alle mani lunghe del malaffare di metterci mano.
Pacchia per i media, rovina (si fa per dire) di politici e amministratori che da quelle assegnazioni traggono vantaggio: notizie i primi, benefici diretti i secondi.
Oltre ai dati giudiziari si dice vengano valutate anche la consistenza e la solvibilità, nonché la capacità di svolgere gli interventi di cui propongono l'assegnazione.
Appunto tramite appalti, ufficialmente pubblici.
Chi li "vince" assume, o meglio si trova già in carico, il personale necessario allo svolgimento del servizio avendolo "ereditato" dai precedenti vincitori, nel frattempo decaduti.
Per i dipendenti, alla prima entrata in servizio, tra le varie esibizioni di documenti,  viene richiesto il certificato del casellario giudiziario, sempre per il motivo di evitare di mettersi una serpe in casa, che un domani potrebbe provocare casini, a livello informativo o terroristico o mediatico.
Gli appalti hanno una durata prestabilita, di solito 'venduta' per un triennio; talvolta l'affido del servizio viene limitato a un anno, ma ci sono casi eccezionali e provvisori di tre mesi, o anche di un mese soltanto.
Per ogni base d'asta il punto fondamentale è il verbo "tagliare".
I costi: visto che il classico 'taglio delle teste' applicato nelle grandi aziende, in questo contesto sarebbe impossibile a meno di riaffidare le pulizie alle antiche mitiche corvée di militare memoria, i tagli possibili si riferiscono alla riduzione delle ore lavorative, unico modo per ridurre quelli diretti.
Una volta 'vinto' l'appalto, le ditte trovano il modo di tagliare i costi, a modo loro, limitando quanto più possibile la fornitura dei materiali, peraltro previsti con voci e quantità specifiche in ogni nuovo capitolato.
Faccio un esempio, non teorico ma realmente vissuto: un appalto iniziale del 2000, 15 ore settimanali assegnate a una caserma di media grandezza, distribuite in cinque giorni, taglia che ti taglia nel 2015 erano diventate 5.
Senza che la caserma si sia ristretta, e sempre compresi palestra, sala mensa, garages e alloggi ad essa connessi.
Ai dipendenti, oltre al materiale d'uso, 'teoricamente' venivano forniti un paio di càmici da lavoro, guanti, scarpe antinfortunistiche, badge personalizzato per l'accesso ai locali...
Nel 2000.
Nel 2015, dopo il 'passaggio' di una decina di ditte diverse, con le immutate voci di fornitura iniziali, i càmici erano gli stessi del 2000, le scarpe mai viste, i guanti chirurgici, tra l'altro poco adatti alle operazioni di pulizia ma meno costosi, centellinati ed elargiti solo su reiterata esplicita richiesta degli addetti; il badge no, quello sempre rinnovato con logo e indicazioni sommarie del nuovo titolare di turno.
Quando gli appalti hanno una durata triennale, gli operatori soffrono mese dopo mese l'arrivo dei salari, con tempi affidati al buon cuore degli appaltatori.
Il brutto, sempre per esperienze vissute, viene verso fine appalto.
I segnali che la fine si avvicina sono ripetitivi: cambio improvviso della ragione sociale, telefoni muti o impiegati che non sanno e rimandano a capi regolarmente assenti...
Il culmine di questo fuggi-fuggi è quando il pagamento dell'ultima mensilità slitta, fino a scomparire del tutto.
E inizia l'attesa della liquidazione, il famoso e sempre benvenuto Tfr, Trattamento di Fine Rapporto.
Quando va bene viene fatto sospirare a lungo; quando va male scompare, come l'ultima mesata.
Hai un bel telefonare, chiedere aiuto ai comandanti delle caserme, sperando di riuscire a bloccare i pagamenti da parte dell'amministrazione...
Questi si mostrano svisceratamente interessati al problema; in realtà l'attenzione è solo di cortesia, è un po' il discorso su chi avendo la pancia piena non capisce chi ha fame. Almeno tre casi hanno dimostrato la veracità del detto.
Ci si rivolge al sindacato, di solito alla Camera del Lavoro, branca della CGIL, che offre l'assistenza legale per il tentativo di recupero delle spettanze.
Fatte tutte le pratiche, compresa la dichiarazione di fallimento della ditta fellone da parte del tribunale, queste sono inoltrate all'INPS, la casa madre, che esamina il materiale ricevuto, fa i conti e, se tutto collima, manda il relativo assegno.
Senza fretta.
La richiesta doveva essere inoltrata al Fondo di Garanzia, creato a tutela dei lavoratori fregati del proprio Tfr.
Un paio d'anni dopo la domanda, se e quando approvata, parte il pagamento e la pratica viene liquidata e chiusa.
Quando tutto fila liscio.
Nel caso oggetto di questo post è successo questo.
Due caserme, situate nella stessa regione, distanti una ventina di chilometri una dall'altra; un'addetta per ogni caserma; identiche ore lavorative e identico contratto...
Definibili come gemelle...
Una residente nella provincia del luogo di lavoro, che chiameremo provincia A, l'altra in una regione immediatamente limitrofa, che chiameremo provincia B.
Quindi due province differenti di domicilio, stessa provincia di sede lavorativa.
Il legale assegnato dalla Camera del Lavoro prepara le pratiche in duplice copia, identiche, salvo l'intestazione nominativa delle due operatrici; inoltro simultaneo delle pratiche...
Passati poco oltre i due anni, all'addetta della provincia A arriva l'assegno dell'Inps a saldo. Secondo il legale lo stesso dovrebbe avvenire a breve anche a quella della provincia B.
Passa il tempo, silenzio assoluto, sia cartaceo che comunicativo.
Un bel giorno messaggio sul cellulare: "Domani sarà contattato per informazioni sulla pratica...".
Il "domani" era passato da una ventina di giorni senza che domani fosse.
Messaggio e-mail con richiesta educata di chiarimento sul termine "domani": era forse un sine die tradotto malamente?
E-mail diretta all'Irps, che la dirotta all'Ipps, che a sua volta la sbologna all'Ilps...
Telefonata offesa, anzi irritata, anzi proprio incazzata, dell'impiegato Ilps che "avrebbe" dovuto esaminare il malloppo, tentativo nostro di spiegazione naufragato in un mare offeso.
Successivamente, sbollita parzialmente l'ira, convocazione immediata nel suo ufficio, portando i dati bancari e i documenti per l'accredito, peraltro a suo tempo già allegati alla pratica.
Finalmente!!!
No, niente finalmente: dopo due anni e mezzo dall'esame della pratica emerge che questa è stata inviata al Fondo di Garanzia (gestito dall'INPS) quando, invece, andava indirizzata al Fondo di Tesoreria (gestito invece dall'INPS).
Come dire: non qui ma allo sportello accanto...
A dimostrazione della sua buona volontà, fa vedere in un tabulato il rigo di riferimento con importo da erogare e date varie relative alla pratica.
"Ma guardi che l'Inps della collega ha pagato regolarmente due mesi fa".
"Hanno sbagliato loro... bisogna rifare la domanda, indirizzando i documenti al Fondo di Tesoreria entro pochi giorni, altrimenti scade e viene respinta".
Circa un mese dopo, lettera di diniego e chiusura della pratica.
Respinta.
Legale, ricorso all'INPS con tutte le specifiche del caso; pare che la risposta al ricorso fosse prevista entro novanta giorni...
Era il 28 luglio 2016, e oggi ancora tutto tace.



La vigilanza...

"La vigilanza, sai... è come il vento...".
Cantava tantissimi anni fa Mimmo Modugno...
C'è quella di Roma Matrona, che in caso di emergenza (tipo le Feste di fine anno) consente a centinaia di agenti di assentarsi dal posto di lavoro, ben supportati da provvidenziali certificati medici, sulla cui autenticità non c'è motivo di dubitare. Denunciati con l'accusa di diversi reati, assolti un anno dopo... Il sapere il perché o il percome l'abbiano fatta franca sarebbe perdita di tempo e, probabilmente, offesa all'intelligenza del cittadino medio.
C'è quella di Avellino che, in prossimità di un pestaggio 'calcistico' ai danni di dirigenti di una squadra ospite, ignorano l'aggressione e guardano con noncuranza le stelle che da quella colluttazione salgono verso il cielo. Non so come si giustificheranno, ma tiro a indovinare... Erano colà in veste antiterroristica, un compito ben più importante e rischioso che il controllo di accadimenti pseudo-calcistici; ovviamente per "terroristi" si intendono quelli brutti barbuti allahakbar osannanti. Quelli indigeni, forse di buona famiglia (ché di "buone famiglie" la zona è zeppa...) non erano previsti nelle cosiddette 'regole d'ingaggio'... a questi avrebbero dovuto provvedere la polizia o i carabinieri i quali, oltre a potersi vedere le partite agratisi, a questo sono specificamente demandati.
Poi c'è quella di Moncalieri che, vivaddio, fa il suo dovere fino in fondo, senza guardare in faccia a nessuno, verbalizzando senza battere ciglio ovunque ci sia da verbalizzare. Capita, ad esempio, che un ragazzaccio si dia allo spaccio all'interno di una scuola cittadina. Di merendine, ma tant'è sempre di spaccio si tratta. Il delinquente viene sospeso e viene valutato l'affidamento ai servizi sociali per la rieducazione, il famigerato 'lavaggio del cervello' di sovietica/cinese memoria. È vero, nel frattempo lo sciagurato viene premiato da una Fondazione, che già nel nome la dice lunga su quella che era considerata "economia" in un tempo lontano; ma queste sono considerazioni che a quella Vigilanza fanno né caldo né freddo. "Commercio abusivo", senza titoli per espletarlo. Sanzione: 5000 €, da versare sull'unghia.

Tre facce di questa nostra bella Italia, patria del diritto e del buon senso. 






lunedì 29 maggio 2017

Poste Italiane S.p.A.



In un tempo lontano le Poste erano un fiore all'occhiello dei Paesi che ne avevano fatto servizio essenziale, alla pari dei servizi sanitari e dei trasporti, su strada, aerei, fluviali e marittimi.
Anche la politica era considerata essenziale fino a che è stata al servizio dei cittadini tutti; poi è divenuta mestiere al servizio di pochi, talvolta sovente con fini e legami malavitosi. Ma questo è un altro discorso, che esula da quanto qui incipitato.
Dai tempi antichi (ma che dico: anche prima), la comunicazione tra popoli era punto fondamentale per una convivenza quanto più possibile pacifica. E tale compito era affidato, sotto varie forme, a sistemi di inoltro dei messaggi: piccioni, cavalli, dardi, passaparola da un paese all'altro...
Le dichiarazioni d'apertura di belligeranza rispettavano un rigido protocollo che prevedeva l'inoltro di scritti nero-su-bianco che avvisavano "State in guardia, appena avrete ricevuto, brevi manu, questo avviso, avremo mano libera per venirvi a menare e anche peggio".
Qualche volta (attacco alla Polonia, nel '39, da parte dei neri con svastica e attacco a sorpresa da parte dei gialli col sole in fronte alla base americana nel '41) i servizi postali hanno fatto cilecca; ma in casi talmente rari da passare alla storia come classiche eccezioni a conferma della regola.
Regole che prevedevano: intanto la consegna, poi la riservatezza, poi la sicurezza sui contenuti, poi la mancia di Natale ai postini...
Questo 'na vorta!
Regole peraltro ufficialmente valide anche al giorno d'oggi.
Tralasciando i servizi postali a.C. (avanti Cristo, ma di migliaia di anni), un breve esame dei servizi postali "moderni" mi porta a scoprire che al tempo dei Romani i cursores (corrieri) percorrevano circa 270 km in 24 ore; che nel Medioevo Stati e staterelli avevano messo in piedi servizi postali, prima a livello locale poi estesi e quasi unificati a livello nazionale e internazionale; che Stati, che ancora oggi inconsciamente e per mia ignoranza somma considero poco più che selvaggi, avevano sviluppato una copertura pseudo-postale quasi completa; che la "selvaggia" Gran Bretagna nel 1516 aveva istituito la Royal Mail, ancora oggi fiore all'occhiello di quella illustre Nazione; che nel 1661, sempre in Gran Bretagna veniva introdotto il timbro postale, riportante giorno e mese della spedizione dei plichi, subito plagiato da tutti gli Stati viciniori e lontaniori; che nel 1862, a un anno dalla sua unificazione (pur se incompleta, e ancora da completare, visti i dissapori tra regione e regione...), nascevano le Regie Poste italiane che riunivano in un servizio nazionale quello frastagliato precedente l'Unità...
Un paio di guerre, un bel po' di disastri naturali e altri accidenti che ci hanno travagliato l'esistenza, non erano riusciti a smantellare un servizio che nel tempo aveva rasentato la perfezione.
L'Italia, molto prima di mamma RAI, e anche dopo, aveva avuto altre "mamme" su cui fare affidamento: le ferrovie, la scuola, le parrocchie, le stazioni dei carabinieri... e le Poste.
A parte i Carabinieri (e le altre Forze dell'ordine, pompieri compresi), le altre mamme si sono disperse: le ferrovie... passiamo oltre; la scuola... passiamo oltre; le parrocchie... passiamo oltre...
Poste Italiane, no.
Un piccolo ufficietto lo avevano tutti i paesini, per sperduti che fossero.
Posta, farmacia, chiesa, casa comunale, da soli facevano un paese.
E questa capillarità non aveva intaccato la sua efficienza.
Per dire, in un esempio personale diretto che a grandi linee può dare un'idea di come "girava" la posta negli anni '80.
All'epoca il mio impiego mi "costringeva" a servirmi dell'ufficio postale tutti i lunedì, escluso quello dell'Angelo, altri rari lunedì festivi e quelli cadenti (vivaddio!) nel periodo delle sacrosante ferie.
Corrispondevo con Torino, Milano e Roma in contemporanea.
Bene, in circa di dieci anni di frequentazione settimanale, con spedizione di plichi contenenti dati, relazioni, sovente assegni, documenti più/meno importanti... non uno smarrimento, mai, non dico di un plico ma neanche di una virgola; e arrivo nella stessa settimana di spedizione.
Il servizio postale prevedeva la posta ordinaria, quella aerea e la raccomandata (che a sua volta poteva essere andata/ritorno e/o assicurata).
In un giorno radioso sbucò dal nulla la Posta Prioritaria: con qualche lira in più era garantita la consegna veloce e sicura di lettere con affrancatura speciale esclusiva.
Fu un wow! (leggesi uau!) universale odierno, corrispondente agli antichi poffarbacco, accipicchia, perdirindindina, eureka... anche accidenti (se non seguito da "... a te e a chi t'è muorto") era interiezione di sorpresa gradita e inattesa.
Una rivoluzione.
Durata poco.
Infatti, collaudata la Posta Prioritaria, quella ordinaria era stata soppressa, come venivano eliminati gli ufficietti non redditizi ai fini della circolazione dei servizi di tipo bancario e altre ossessioni, con centralizzazione e accorpamento degli stessi.
Anche le mance natalizie ai postini sono sparite, e con queste anche il Calendario del Postino che dolcemente le sollecitava.
E poi sono spariti pure i postini...
Oggi la mitica Wiki vede così il servizio, che un tempo era postale:

"Attualmente le Poste Italiane hanno introdotto, per l'affrancatura della normale corrispondenza, un unico tipo di francobollo autoadesivo di posta prioritaria. Il servizio di posta prioritaria ha aumentato l'efficienza delle consegne, con tempi ridotti ad un giorno sul territorio nazionale. Lo stesso tempo di consegna di un giorno è previsto per il servizio fornito negli altri Paesi UE. Tale servizio generalmente non prevede penali o rimborsi dalle poste in caso di ritardi: infatti, il timbro postale sulla missiva è messo il giorno della ricezione da parte dell'ufficio postale più vicino al mittente. La data dell'effettiva ricezione del destinatario (e l'eventuale ritardo) non viene rilevato dal postino all'atto della consegna."

Quindi: sarebbe interessante capire il concetto di "territorio nazionale" e di quante ore è composta una giornata postale.
Quando queste risultano essere circa 240 non si può fare a meno di rilevare che si tratta di una giornata un po' lunghetta. 
Per i comuni mortali sarebbero una decina di giorni...
Per fare circa 500 km, non a dorso di cavallo o a bordo di carri trainati da buoi ma con i mezzi ultraveloci che le nuove tecnologie mettono a disposizione.
Sarà il caso di riesumare gli antichi cursores?




venerdì 26 maggio 2017

PazzotecaLaPaz, una scommessa


Intervento a cuore aperto sulla lettura di questo libro in formato cartaceo, appena terminata.
Per chi bazzica su facebook (e, credo, su twitter, linkedin e altri, noti come social network) i pareri sulle pubblicazioni sono semplificati: basta 'cliccare' sul pollice eretto del “mi piace” per dare un voto favorevole a un testo, a un video, a una ricetta; i più coraggiosi (eufemismo di incoscienti) cliccano il mi piace pure ai politici.
Il che la dice lunga sul loro valore e peso critico.
Se si tratta di scrivere due righe per spiegare perché qualcosa piace,  è impresa ardua.
Mettere, come si dice, due parole in croce è come scolare una pinta di birra a garganella: il primo quartino disseta, il secondo riempie, tutto il resto stravacca, va fuori controllo.
Con questo timore, di stravaccare, la gente rinuncia a commentare.
Se io fossi uno scrittore mi roderei chiedendomi cosa e perché un mio scritto è piaciuto.
Umanamente, se una mia creazione non piacesse, me ne fregherei del perché non è stata gradita: mi limiterei a consigliare un cambio di canale, cliccando su un telecomando qualunque.
Le mie sono considerazioni prive di senso compiuto, visto che non vogliono essere quella che in volgo è etichettata come “recensione”.
Chiaramente, non lo è.
Intanto, lo dico subito, il libro in questione (o, meglio, il testo ivi contenuto) è un invito al gioco d'azzardo.
Tento di spiegarmi: avendo letto le precedenti opere di questo Autore (che forse noterà la maiuscola iniziale, apprezzandone la finezza) ho mandato a prendere anche quest'ultima sua creatura, lanciando(mi) una sfida, un invito, come ad un gioco; d'azzardo, appunto.
Mi ero detto: visto il titolo, Lui dev'essere rinsavito, magari dopo la penultima fatica (ultima essendo questa sotto esame), è andato in cura, lo hanno sottoposto al TSO... insomma, potrebbe essere stato guarito.
Già il titolo mi dava la quasi certezza che il miracolo fosse avvenuto.
Biblioteca-libri, enoteca-vini, paninoteca-panini, pinacoteca-quadri, zoccoteca-zoccoli/e, parlamentoteca-discaricabusiva...
Precedenti di (quasi) tutto rispetto mi avevano portato alla definizione esatta di “Pazzoteca”: manicomio, comunità (coatta) di gente impazzita...
Ma questi ricoveri sono stati aboliti dalla legge 180 del '78... ed essendo il libro scritto al presente, l'unica alternativa plausibile è "raccolta di pezzi pazzi".
Chiarito il senso del titolo, tanto avrebbe dovuto bastarmi.
Invece no.
Mi ripeto: avendo letto i precedenti libri del Nostro, avevo respinto l'idea che potesse essere recidivo.
Recidivo di una pazzia gettata, senza falsi pudori, in pasto a genti che solo in questa ormai riescono a trovare ristoro.
Il titolo, come detto, era sufficientemente 'parlante'.
Per me, mentalmente complicato, era la dimostrazione, non travisabile, che lo Zio era completamente guarito: nessun pazzo in piena attività ammetterebbe di essere inquadrato come pazzo scrivendo pezzi pazzi.
Si dichiara apertamente tale (pazzo) chi lo è affatto, ovvero su indicazione del proprio legale in particolari momenti negativi criminali; e non è questo uno di quei casi.
Invito al gioco d'azzardo, dicevo...
Domanda: riuscirà Nicola Pezzoli ad “apparire” più pazzo che nei tomi precedenti, in questo neonato volumetto?
Risposta: no, impossibile...
Senza aprire il libro, avevo puntato un dollaro (gli euri sono finiti, anche come moneta virtuale) sulla possibilità che questo libro potesse essere talmente “normale” che i migliori Nobel letterari gli farebbero un baffo.
Capitolo primo: ho perso il dollaro.
Le regole del gioco di azzardo consigliano, in caso di perdita, il raddoppio della posta, in modo da recuperare, e magari guadagnare, nella passata successiva.
Due dollari che il secondo brano non potrà essere più pazzo del primo.
Persi...
Avanti, con raddoppio.
Tutti pezzi più pazzi del pezzo pazzo precedente.
Sarò breve: ci ho rimesso 262.144 $.
Mi sono rovinato.
Rovina virtuale, certo, ma pesantissima per il portaorgoglio di un giocatore non accanito.
La goduria del lettore, invece, fa parte di quei beni acquisiti con reazioni soggettive, non valutabili con la vil moneta.
(Spero che l'Autore, raggranellata con le vendite del tometto una cifra corrispondente al doppio di quanto da me virtualmente impegnato e perso, ascolti i suoi magnanimi lombi e mi faccia riavere quanto malamente azzardato. In qualunque moneta tattilmente apprezzabile. Anche se, al prezzo con cui lo regala, mi sa che dovrò campare almeno un paio di migliaia d'anni ancora).
Detto questo, per non apparire più troglodita di quel che sono, chiudo col tipico commento faiceboochiano:


In cui l'alluce della zampa anteriore indica solo la sciancatura per una martellata, piantando un chiodo su una robusta parete di cartongesso. Dopo, tutti i quadri stavano appesi per levitazione spontanea.
Nota finale: le zappe non sono tra i miei arnesi preferiti...

domenica 29 gennaio 2017

I giorni della memoria

So che non è un pensare positivo, ma credo che se il ricordo del passato avesse una scadenza temporale, tipo gli alimenti o le medicine o la prescrizione nel campo penale, non sarebbe un male assoluto.
Soprattutto per quanto riguarda gli eventi dolorosi della vita.
Un anno, cinque anni, dieci anni... basterebbe inserire nei DNA soggettivi un limite prestabilito, scaduto il quale sarebbe possibile ricominciare da zero...
"Scordammoce o' passato" sarebbe forse la panacea di tanti mali.
I ricordi, in fondo, sono soltanto un eterno rinnovarsi dei dolori, un perenne girare un coltello nella piaga, un ripetersi pervicace di martellate in testa...
Senza che nulla possa cambiare o essere modificato.
Con l'avanzare dell'età i giorni della memoria non sono più distinguibili, ogni giorno diventa "giorno della memoria", trecentosessantacinque giorni ogni anno, uno in più nei bisestili.
Mi piacerebbe sapere se, e dove e come, sia possibile trovare il lato positivo di questo "dono".
Mi rendo conto che non porta nulla a chi non c'è più, e che mai più ci sarà, e che il macerarsi nei ricordi non migliora la vita di chi ancora c'è; anzi concorre a renderla più amara di quanto già non sia di per sé.

mercoledì 14 dicembre 2016

Recensione a lettura avvenuta

La lettura è un piacere. Se quello che si va a leggere non coinvolge, non 'costringe' il lettore a diventare protagonista a fianco o appresso a chi scrive, da piacere rischia di diventare tortura.
Andare altrove” è il racconto di un percorso nella penisola iberica, con l'Autrice che descrive minutamente ciò che vede, ciò che sente, ciò che prova, con uno stile scorrevole, invogliante a seguirla in questo viaggio, con l'uso della semplice parola e di uno “zainetto” culturale non indifferente.
È un libro, a mio parere, fotografico.
Ma fatto di diapositive sui generis, immagini soggettive che possono essere cambiate a piacere o a gusto di chi lo va a leggere.
L'Autrice lo ha già presentato, un capitolo qua e uno là, corredato di “vere” fotografie; tutte splendide ma, sempre secondo me, costrittive, vincolate a quello che l'obiettivo 'vedeva' e immortalava.
Credo che un libro (intendendo come “libro” quello cartaceo, frusciante tra le dita, odoroso d'inchiostro e, a stampa fresca, macchiaiolo dei polpastrelli), per essere definito tale debba trasmettere immagini ed emozioni virtuali; altrimenti è un album fotografico.
Ecco perché ho preferito leggerlo su carta, senza immagini; nudo da queste, costringe la fantasia a interpretare, a 'vedere' con i propri occhi il percorso proposto.
Questo è un libro itinerante, e come tale va seguito e letto, seguendo passo dopo passo l'Autrice, voce narrante che descrive sì quello che vede, ma descrive anche, e soprattutto, le emozioni, i sentimenti, le impressioni personali che nessun mezzo meccanico potrà mai riprodurre.
Leggendolo ho fotografato, come detto in maniera soggettiva, personale e unica, i paesaggi, le strutture, le persone; ho partecipato ai dialoghi con personaggivari e sconosciuti, che tali rimarranno, senza mai sapere di essere entrati in una specie di cineteca personale, di un bagaglio di conosciuto assolutamente unico.
Ho avuto modo di 'vedere' posti bellissimi, 'sentire' profumi e odori di vite quotidiane, 'ascoltare' rumori e voci e sussurri; il tutto colorato da un folklore talvolta abbagliante.
Ho gustato piatti e bevande non molto dissimili dai nostri e dalle nostre, ma il tutto reso prezioso da empatie improvvise, comunanze di interessi, amicizie, tra persone mai conosciute o 'accantonate' per lunghi periodi, a causa delle distanze chilometriche.
Empatie e amicizie che, qui da noi, vanno pian piano scomparendo; non a causa delle distanze logistiche, ma per scelte isolazionistiche mentali, quelle che limitano al parentado (che sia stretto, però...) gli incontri periodici convenzionali, motivati da ricorrenze o festività imposte da altri nel corso dei secoli.
Ogni tanto la malegrìa (“emozione dolce e amara che si ha quando l'allegria e la malinconia si fondono in una sola sensazione”) contagia chi legge, ma si tratta di sentimento veloce, mistura di rimpianto per tutti gli eventi passati; e quasi dimenticati.
Che qui rivivono, nuovi di zecca, e con essi la speranza che siano eterni.

Per l'acquisto, o anche solo per una 'chiacchierata' amichevole, è possibile contattare direttamente l'Autrice (cbalmativola@gmail.com); fatto, questo, che la renderà felice a prescindere.

giovedì 17 novembre 2016

vs SÌ vs NO
Nel tentativo di raggranellare un po' di €uri facili, avevo fatto la bella pensata di dedicarmi alle scommesse.
Clandestine, per eliminare le tasse e per avere una via di fuga in caso di default del tentativo.
Per il quesito da dare in pasto ai benevoli scommettitori non c'erano problemi. Lo avevo in mente, semplice, accattivante, di sicuro impatto su coloro cui lo avrei proposto.
Aperto a tutti, casalinghe di Voghera comprese. Eppoi a studiosi studenti e somari, a laici credenti e miscredenti, a cattolici protestatari e muzulmani, e pure agli ottomani, agli otto e millepiedi, agli operatori di ogni settore, civile succhiaruote e militare, agli occupati, ai disoccupati e ai parassiti...
Un quesito che avrebbe richiesto una sola risposta alle due possibilità offerte, semplice, secca: SÌ o NO.
Senza fronzoli o codicilli che potessero falsare il risultato finale. 
Prima di lanciarmi in un'avventura nuova e rischiosa, avevo voluto effettuare un sondaggio, per capire su quale delle due ipotesi fosse meglio puntare per la quota di vincita da proporre, e valutare il quantum positivo ne avrei ricevuto.
Come primo assaggio ero andato in un posto in cui, a semplice domanda, sapevo per certo di ricevere l'informazione che mi interessava.
Da qui era scaturita una sentenza che, teoricamente, rendeva superfluo il prosieguo del sondaggio.
La risposta era stata un corale, incredibile, SÌ.
Per un totale pari al 100%.
A dire il vero, avevo capito che, nel contesto, la possibilità di un pur timido NO era da escludere a priori; il malcapitato o la poverella che lo avesse solo pensato sarebbe stato/a sbranato/a sul posto.
Comunque, voluta o accettata, la risposta c'era stata.
Come detto, avrei potuto chiudere qui la ricerca, ma una mia dote (o difetto) è la pignoleria.
Così, anche per eliminare eventuali contestazioni sulle giocate, avevo proseguito il sondaggio.
Cambiando radicalmente zona e persone, sapendo comunque che l'interesse al quesito avrebbe dato risultati, magari contrapposti, anche se i numeri non sono i fagioli di una tombolata natalizia.
Un altro branco, stessa domanda.
Risposta: SÌ...
Mi erano cadute le braccia e le palle avevano sfiorato il suolo; che giocata avrei potuto fare con un risultato del genere?
Neanche il tempo di resettare il piano scommettitorio e questi sondaggiati avevavno aggiunto: “, (virgola) col cazzo!”.
La pignolaggine, l'ho appena detto e lo ripeto, è una delle mie poche doti; la perspicacia un po' tanto meno...
Ciò nonostante ho intuito che quel SÌ era un NO, e pure rafforzato.
Un NO al 100%.
Sospiro di sollievo, seguito da tosse convulsa...
Ero punto e daccapo: su chi puntare per non rimetterci anche le mutande?
L'unico dato sicuro era l'adesione compatta alla giocata proposta.
Senza essere laureato in matematica, ma abbastanza forte in aritmetica, ho preso atto che avrei ricevuto un (100% + 100%) 200% di offerenti.
Anche l'ipotesi del ballottaggio era senza fondamento: troppo recise le risposte ricevute, corali e senza tentennamenti, per credere a ripensamenti dell'ultima ora.
Che comunque per me sarebbero stati una fregatura, non avendo informazioni preventive di salvaguardia.
Soldi buttati; in vista dell'operazione avevo acquistato un buon numero di blocchetti, di quelli commerciali che hanno dei quadratini per esprimere pareri, i più diversi.
Una casella (☺) indicava il 'molto soddisfatto', un'altra (○) 'soddisfattino', e così via fino all'ultima (☻) che era voce negativa in assoluto, senza remissione.
In tutto cinque possibilità di scelta.
A me ne bastavano due, per non complicarmi l'esistenza con conteggi e percentuali che non sono proprio pane mio.
Avevo scelto i due estremi: ☺ per il SÌ e ☻ per il NO.
Per eliminare le altre voci avevo comprato uno scatolone di bianchetto; dai cinesi per risparmiare.
Avevo risparmiato sulla spesa, ma l'olio di gomito per cancellare le voci inutili era scorso a fiumi; senza contare i giorni e le notti passati a sbianchettare.
Tutto a monte, tutto da buttare.
Senza il possibile guadagno, apertamente sfumato, dovrò continuare a pasteggiare con le solite aragoste, le solite insulse tartine al caviale, insaporendo i piatti col nauseante tartufo d'Alba, e avendo come beveraggio le acque frizzanti in bottiglia, tipo moet&chandon, dom pérignon, pommary e veuve clicot a giorni alterni.
Pazienza, la vita è fatta anche di rinunce...

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Alla fin della ventura, per dovere di cronaca e per limitare fraintendimenti, dò i termini “tecnici” del mancato investimento.

La domanda secca era:
Il Torino può quest'anno vincere lo scudetto?”

La raccolta di informazioni ha avuto luogo:
per il SÌ  presso lo stadio Grande Torino, in zona curva Maratona, notoriamente ritenuta la più obiettiva nel dare una risposta plausibilmente onesta; laddove gli unici non-colori rifiutati sono il bianco e il nero abbinati, visti solo come casacca degli ergastolani di un tempo, con i numeri sul retro delle maglie corrispondenti a quelli delle schede segnaletiche in bella evidenza in tutte le questure dell'universo;
per il NO   presso lo stadio Juventus Stadium, in zona curva Sud, che come attendibilità espressiva vale la Maratona granata; qui l'unico colore respinto come fosse di zanzara anofele sazia è appunto il granata; forse è leggenda, ma pare che nei dipinti esposti in sede e nei clubs, il rosso del sangue sia sostituito da un blu pesante, forse come segnale di nobiltà peraltro mai provata.

Confesso, altresì, che lo sviluppo dei dati e delle percentuali non è opera mia (anche in aritmetica sono una schiappa): all'uopo avevo delegato un medico commercialista che va per la maggiore, sconosciuto ai più ma molto bravo, un certo dottor Padoan, che in alto loco conta moltissimo.
Per le interviste mi aveva dato una mano benedetta un imbonitore televisivo molto apprezzato dall'intellighentia che tutto sa; un certo Renzi, per gli amici solo Matteo, senza sciorinamento di titoli, che peraltro forse manco ha. In alternativa mi avevano segnalato un altro Matteo, anche lui senza arte né parte, che in futuro potrebbe comunque essere utile.
E questo è tutto.



giovedì 20 ottobre 2016

La grandezza del potere

La grandeur nel proprio piccolo: quando ti affacci dal balcone e trovi una folla sterminata in trepida attesa di una tua parola di conforto.


Poi ti rendi conto che non dalle tue labbra pende, bensì dalle tue mani e dal piatto pieno che esse elargiscono.

Conclusione della fiaba: quando il popolo non pende più dalle tue labbra, offrigli da mangiare, con piatti  colmi di €, e ti acclamerà come fossi un Salvatore o un Papa... o un Dittatore. Dà sempre a piene mani, qualcuno poi, e poi ancora, pagherà.