giovedì 17 novembre 2016

vs SÌ vs NO
Nel tentativo di raggranellare un po' di €uri facili, avevo fatto la bella pensata di dedicarmi alle scommesse.
Clandestine, per eliminare le tasse e per avere una via di fuga in caso di default del tentativo.
Per il quesito da dare in pasto ai benevoli scommettitori non c'erano problemi. Lo avevo in mente, semplice, accattivante, di sicuro impatto su coloro cui lo avrei proposto.
Aperto a tutti, casalinghe di Voghera comprese. Eppoi a studiosi studenti e somari, a laici credenti e miscredenti, a cattolici protestatari e muzulmani, e pure agli ottomani, agli otto e millepiedi, agli operatori di ogni settore, civile succhiaruote e militare, agli occupati, ai disoccupati e ai parassiti...
Un quesito che avrebbe richiesto una sola risposta alle due possibilità offerte, semplice, secca: SÌ o NO.
Senza fronzoli o codicilli che potessero falsare il risultato finale. 
Prima di lanciarmi in un'avventura nuova e rischiosa, avevo voluto effettuare un sondaggio, per capire su quale delle due ipotesi fosse meglio puntare per la quota di vincita da proporre, e valutare il quantum positivo ne avrei ricevuto.
Come primo assaggio ero andato in un posto in cui, a semplice domanda, sapevo per certo di ricevere l'informazione che mi interessava.
Da qui era scaturita una sentenza che, teoricamente, rendeva superfluo il prosieguo del sondaggio.
La risposta era stata un corale, incredibile, SÌ.
Per un totale pari al 100%.
A dire il vero, avevo capito che, nel contesto, la possibilità di un pur timido NO era da escludere a priori; il malcapitato o la poverella che lo avesse solo pensato sarebbe stato/a sbranato/a sul posto.
Comunque, voluta o accettata, la risposta c'era stata.
Come detto, avrei potuto chiudere qui la ricerca, ma una mia dote (o difetto) è la pignoleria.
Così, anche per eliminare eventuali contestazioni sulle giocate, avevo proseguito il sondaggio.
Cambiando radicalmente zona e persone, sapendo comunque che l'interesse al quesito avrebbe dato risultati, magari contrapposti, anche se i numeri non sono i fagioli di una tombolata natalizia.
Un altro branco, stessa domanda.
Risposta: SÌ...
Mi erano cadute le braccia e le palle avevano sfiorato il suolo; che giocata avrei potuto fare con un risultato del genere?
Neanche il tempo di resettare il piano scommettitorio e questi sondaggiati avevavno aggiunto: “, (virgola) col cazzo!”.
La pignolaggine, l'ho appena detto e lo ripeto, è una delle mie poche doti; la perspicacia un po' tanto meno...
Ciò nonostante ho intuito che quel SÌ era un NO, e pure rafforzato.
Un NO al 100%.
Sospiro di sollievo, seguito da tosse convulsa...
Ero punto e daccapo: su chi puntare per non rimetterci anche le mutande?
L'unico dato sicuro era l'adesione compatta alla giocata proposta.
Senza essere laureato in matematica, ma abbastanza forte in aritmetica, ho preso atto che avrei ricevuto un (100% + 100%) 200% di offerenti.
Anche l'ipotesi del ballottaggio era senza fondamento: troppo recise le risposte ricevute, corali e senza tentennamenti, per credere a ripensamenti dell'ultima ora.
Che comunque per me sarebbero stati una fregatura, non avendo informazioni preventive di salvaguardia.
Soldi buttati; in vista dell'operazione avevo acquistato un buon numero di blocchetti, di quelli commerciali che hanno dei quadratini per esprimere pareri, i più diversi.
Una casella (☺) indicava il 'molto soddisfatto', un'altra (○) 'soddisfattino', e così via fino all'ultima (☻) che era voce negativa in assoluto, senza remissione.
In tutto cinque possibilità di scelta.
A me ne bastavano due, per non complicarmi l'esistenza con conteggi e percentuali che non sono proprio pane mio.
Avevo scelto i due estremi: ☺ per il SÌ e ☻ per il NO.
Per eliminare le altre voci avevo comprato uno scatolone di bianchetto; dai cinesi per risparmiare.
Avevo risparmiato sulla spesa, ma l'olio di gomito per cancellare le voci inutili era scorso a fiumi; senza contare i giorni e le notti passati a sbianchettare.
Tutto a monte, tutto da buttare.
Senza il possibile guadagno, apertamente sfumato, dovrò continuare a pasteggiare con le solite aragoste, le solite insulse tartine al caviale, insaporendo i piatti col nauseante tartufo d'Alba, e avendo come beveraggio le acque frizzanti in bottiglia, tipo moet&chandon, dom pérignon, pommary e veuve clicot a giorni alterni.
Pazienza, la vita è fatta anche di rinunce...

♥ ♦ ♣ ♠
Alla fin della ventura, per dovere di cronaca e per limitare fraintendimenti, dò i termini “tecnici” del mancato investimento.

La domanda secca era:
Il Torino può quest'anno vincere lo scudetto?”

La raccolta di informazioni ha avuto luogo:
per il SÌ  presso lo stadio Grande Torino, in zona curva Maratona, notoriamente ritenuta la più obiettiva nel dare una risposta plausibilmente onesta; laddove gli unici non-colori rifiutati sono il bianco e il nero abbinati, visti solo come casacca degli ergastolani di un tempo, con i numeri sul retro delle maglie corrispondenti a quelli delle schede segnaletiche in bella evidenza in tutte le questure dell'universo;
per il NO   presso lo stadio Juventus Stadium, in zona curva Sud, che come attendibilità espressiva vale la Maratona granata; qui l'unico colore respinto come fosse di zanzara anofele sazia è appunto il granata; forse è leggenda, ma pare che nei dipinti esposti in sede e nei clubs, il rosso del sangue sia sostituito da un blu pesante, forse come segnale di nobiltà peraltro mai provata.

Confesso, altresì, che lo sviluppo dei dati e delle percentuali non è opera mia (anche in aritmetica sono una schiappa): all'uopo avevo delegato un medico commercialista che va per la maggiore, sconosciuto ai più ma molto bravo, un certo dottor Padoan, che in alto loco conta moltissimo.
Per le interviste mi aveva dato una mano benedetta un imbonitore televisivo molto apprezzato dall'intellighentia che tutto sa; un certo Renzi, per gli amici solo Matteo, senza sciorinamento di titoli, che peraltro forse manco ha. In alternativa mi avevano segnalato un altro Matteo, anche lui senza arte né parte, che in futuro potrebbe comunque essere utile.
E questo è tutto.



giovedì 20 ottobre 2016

La grandezza del potere

La grandeur nel proprio piccolo: quando ti affacci dal balcone e trovi una folla sterminata in trepida attesa di una tua parola di conforto.


Poi ti rendi conto che non dalle tue labbra pende, bensì dalle tue mani e dal piatto pieno che esse elargiscono.

Conclusione della fiaba: quando il popolo non pende più dalle tue labbra, offrigli da mangiare, con piatti  colmi di €, e ti acclamerà come fossi un Salvatore o un Papa... o un Dittatore. Dà sempre a piene mani, qualcuno poi, e poi ancora, pagherà.





domenica 26 giugno 2016

Chiamale (se vuoi) barzellette




Chi ha visto i post precedenti sa già di cosa vado a parlare.
La mia situazione prevede controlli periodici (follow-up) per seguire l'evoluzione del malanno e intervenire, se-quando-quanto possibile.
Nella visita di controllo di fine gennaio, fatto il punto della situazione, era previsto un nuovo incontro dopo 3/4 mesi con i vari rami medici che mi seguono: nefrologo, internista e oncologo.
Tra tutti, pare che il più importante fosse l'oncologo.
Il quale richiedeva, per quel rendez-vous, i soliti esami di laboratorio, più un ecocolordoppler alla carotide e una PET (acronimo di Tomografia a Emissione di Positroni) che, prima dell'esperienza in corso, ritenevo fosse qualcosa che riguardava gli attrezzi e gli alimenti per animali.
Il massimo che avevo appreso era la pet-therapy, appunto gli animali usati come cura psicologica dei malati.
Mentre gli esami istologici si limitano a segnalare una presenza tumorale nel punto del prelievo, la PET  disegna l'estensione del danno oncologico nell'organismo, con immagini a tutto campo.
Attualmente pare sia il top delle indagini strumentali, particolarmente indicata nella ricerca oncologica.
Per gli esami di laboratorio impegnativa del medico curante, nessun problema.
Nonostante l'esenzione per patologia, un paio di esami sono stati a pagamento.
Ecocolordoppler: impegnativa dal medico di base, prenotazione al CUP.
Le date più immediate erano a ottobre in una struttura o a novembre in altra, entrambe ASL.
Fuori tempo massimo.
Vado, a pagamento, dallo specialista angiologo, che mi aveva già visitato nel 2001, portando il referto di allora. Illeggibile, non per gli anni trascorsi ma per i geroglifici manuali tipici dei medici in generale, di quelli specialistici in particolare. Meno male, nel frattempo ha messo in opera il computer.
Poche righe, meglio così.
Finge di ricordarsi di me, e mi fa lo sconto, con ricevuta.
Incredibile; non lo sconto, la ricevuta.
PET: il medico curante viene bloccato nel tentativo di compilare l'impegnativa per questo esame.
Una finestra al centro della schermata del monitor gli segnala che questa può essere prescritta, senza se e senza ma, solo dallo specialista.
Pare si tratti di una norma a livello nazionale, in vigore, forse, dal 1° gennaio di quest'anno, nell'ottica della riduzione della spesa sanitaria. Praticamente per sfoltire quanto più possibile le richieste di questo genere di esami, facenti parte di quegli interventi a carico del Servizio Sanitario Nazionale, forse ritenuti troppo dispendiosi per un target limitato di utenti, tra l'altro con un destino già segnato; basta avere pazienza e aspettare che questo si compia.
Il tempo guarisce, in maniera definitiva.
Quindi: impegnativa per visita oncologica per avere dallo specialista una impegnativa per la PET, dallo stesso richiesta a suo tempo.
Breve accenno geografico: la struttura ospedaliera in cui opera questo oncologo è a circa 50 km dalla mia abitazione, al di là di un fiume che segna il confine tra due regioni. La sua scelta non è stata tanto di simpatia quanto di convenienza logistica, peraltro premiata da attenzioni e professionalità che nella mia zona ci possiamo sognare.
Nel senso che proprio non esistono, fisicamente e strutturalmente.
Grazie a quello che viene definito "obbligo di rientro del deficit sanitario", le strutture sanitarie vengono gradualmente eliminate per far posto (forse solo pro tempore) ad ambulatori per visite specialistiche.
In questi ambulatori è prevista una discreta copertura per le patologie più importanti; mancano solo il podologo e la manicure per un quadro (quasi) completo.
L'oncologo no.
Il cancro, si sa, è una patologia scoperta solo di recente, le sue cure sono più che altro interventi palliativi, quindi sarebbe superfluo prevedere una presenza medica specifica; sarebbe uno spreco inutile di risorse.
Oltre tutto, quei quattro gatti che se lo son beccato stanno scomparendo a grappoli, quindi il problema si avvia a soluzione senza necessità di aiuti esterni.
Regolare prenotazione al CUP di riferimento.
Non trattandosi di ambulatorio fisso, le visite avvengono a scadenze precise, e, in base al numero delle prenotazioni, la data per l'accesso è variabile, solitamente sempre "più in là". Nello specifico, complice la festa del 2 giugno, che ne aveva interrotto la cadenza, circa un mese.
Incontro molto breve, il tempo di spiegare il problema e...
"Non è più possibile fare impegnative per fuori regione". 
A fronte del mio disappunto aveva scribacchiato una impegnativa, con diagnosi sommaria a sostegno della richiesta dell'esame, da sottoporre al medico curante che avrebbe dovuto vidimarla.
Medico di base: non la può confermare, ma "dovrebbe" andare bene così com'è.
Ricerca di una struttura di medicina nucleare, tanto per cambiare in altra regione, sempre per la citata inesistenza in zona di qualcosa che faccia al caso mio.
Struttura privata, in convenzione.
Telefonata per fissare l'appuntamento, descrizione del problema e dei dati dell'impegnativa, indispensabili per l'addebito alla regione di competenza.
Riepilogando: un oncologo fa l'impegnativa in una regione, per un paziente residente in altra regione, per un esame da effettuare in una terza regione.
Risultato:
"Se vuole prenotiamo, anche in tempi brevi, ma se l'impegnativa non dovesse risultare confacente ai protocolli richiesti non sarebbe possibile effettuare l'esame. Il costo è alto e non è possibile rischiare di non vederselo rimborsare".
Come andare in una galleria stradale buia, con gli occhi bendati, sperando di non incocciare in un tir che ti faccia frittata.
A 400 km da casa.
La soluzione sarebbe cercare un oncologo in regione, prenotare la visita oncologica per avere una impegnativa valida, anche per fuori regione.
Bene, che ci vuole, sono circa 180 km tra andata e ritorno, oltre i tempi d'attesa.
Come si dice, quando c'è la salute, poco più che una fumata di sigaretta.
Quando questa non c'è, meglio la lunga fumata di un sigaro.
Ragionando: dovrei andare da un medico, mai visto né conosciuto, e chiedere una impegnativa specialistica per un esame che, visto il costo, viene prescritto col contagocce, portandogli in visione tre chili di carte e elemosinando la compilazione di una ricetta rossa, accettabile senza remore e senza dubbi sulla sua validità.
Mi pareva una soluzione assurda...
Come tutta l'avventura.
C'è una struttura privata di medicina nucleare che (ricordi di anni e anni fa) era in attesa dell'autorizzazione dell'ASL a eseguire questo tipo di indagine.
Con poche speranze, avevo chiamato per sapere se, per caso, l'unità fosse operativa.
Lo è.
Strano: per la prenotazione non necessitava l'impegnativa dello specialista, manderebbero on-line un modulo che il medico di base deve solo compilare e sottoscrivere, con reinvio sempre on-line.
Datemi un cielo, che il dito lo metto io...
Troppo semplice per essere vero.
Infatti, in attesa della specifica convenzione con la regione, questo esame è solo a pagamento.
E, nonostante ciò, i tempi di attesa sono mediamente lunghi. Il primo posto disponibile è verso metà luglio, data e orario da precisare in seguito.
Tanto c'è tempo...
God save the Queen, gli altri si arrangino.

La conclusione è ben semplificata nell'immagine che precede questo testo.



   

giovedì 2 giugno 2016

Revenant

Nota preliminare: il racconto sarà lungo; chi, bontà sua, decidesse comunque di procedere nella lettura, si munisca di viveri e bevande a sostegno. Vado a braccio, e non posso dividerlo in più puntate, nel timore di non trovare più la volontà, la capacità e il tempo per finirlo. Un lettore avvisato può trovare millant'altre cose cui dedicarsi in alternativa a questa (pesante) lettura. 

Il titolo del film di Di Caprio capita a fagiolo per indicare il ritorno nel blog, dopo una lunga parentesi di assenza che il susseguirsi incessante di eventi negativi mi aveva impedito di giustificare. L'Oscar a Leo pare sia stato forzato, oltre che dal 'pompaggio' esagerato messo in atto dal produttore, anche dalla considerazione (insinuata sottobanco) che egli avesse "girato" le scene più gelide indossando una polmonite, con annessi e connessi che questo malanno comporta. Se mai dovesse risultare vera questa inquadratura, credo che il premio più adatto sarebbe stato quello all'imbecillità. Senza nulla togliere ai giudizi sulle sue qualità di attore, comunque soggettivi.


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Per forza di cose devo andare a rivedere il mio ultimo post, quello del somarello in sovraccarico, con i mattoni perifrasi degli acciacchi e delle tegole che ormai da tempo (a mio parere, troppo) continuano ad abbattersi sulla mia testa, sulla schiena e su tutto il resto del corpo.
E sulla poveraccia anima mia...
Lo scrivere bene è prerogativa degli scrittori veraci, ma già il farlo parlando di sé in prima persona diventa faticoso, quando ci si accinge a raccontare guai e sensazioni e sentimenti che pudore consiglierebbe di tacere.
La notte era buia da oltre cinque anni, con un susseguirsi massacrante di eventi luttuosi o, quando non immediatamente tali, con prospettive di sofferenze in vista di un finale comunque scontato e dolente.
Al buio di quella lunga notte mi ci ero abituato.
Il passare dei giorni era scandito dalle visite ad Angela, mia moglie, e il suo sorriso di benvenuto, talvolta una sua carezza, rendevano le giornate quasi degne di essere vissute.
Erano cerini accesi, che illuminavano un buio altrimenti angosciante.
C'era stata la morte del marito di mia sorella, un anno dopo si era aggiunta quella della sorella stessa... forse in omaggio al giuramento matrimoniale "finché morte non vi separi", fatto sta che aveva seguito il suo Luigi in un aldilà per ora privo di riscontri attendibili.
Nella primavera del quattordicesimo anno del secolo in corso, un qualcosa nel mio interno si era messo di traverso, con sintomi più che altro di disagio, debolmente dolorosi, sopportabili.
All'inizio era sembrata una semplice turbolenza, una di quelle cose che capitano ai vivi, una specie di tira-molla di un elastico, oggi c'è, domani (forse) passerà.
Un acciacco, come si suol dire di quei malanni improvvisi non giustificati da (troppo) errati comportamenti di vita.
Descrizione del fatto al medico di base, che, per accelerare la messa in cantiere dell'eventuale cura, mi aveva sbolognato a uno specialista.
Prima visita, di approccio:
"È fuor di dubbio che qualcosa non va, facciamo alcuni esami per saperne di più, ma non si deve preoccupare; questo malanno capita sovente agli anziani ed è risolvibile...".
Da subito, un tentativo di negazione dell'evidenza, non apertamente espressa: anziani? E io cosa c'entro, perché è successo anche a me?
Visite (a pagamento, ma quello era il meno) a livello mensile, con una gerla di pasticche, suddivise nell'arco della giornata, mattino mezzogiorno sera, diversificate per colore e per misura.
Per una seina di mesi la cura era proseguita, invariata e senza risultati evidenti che ne giustificassero il prosieguo.
Verso la fine del semestre mi aveva prescritto un esame di laboratorio, da completare con l'antibiogramma.
Senza essere esperto del campo, sapevo il significato di quell'esame, ma avevo chiesto (con falsa ingenua ignoranza) il "perché" di quella richiesta.
"Così sapremo con certezza quale antibiotico sia più adatto a risolvere il problema".
Dopo sei mesi di ingollamento di antibiotici, antistaminici, antidolorifici...
L'anti-questo e l'anti-quello erano stati evidentemente solo tentativi, cure "a occhio e peso", mancava solo la ben nota pasticca blu, le altre avendole assaggiate quasi tutte, era saltata fuori la necessità di "sapere" quale cura mirata fosse necessaria.
Nelle verifiche sull'andamento della vicenda mi ero trovato a chiedere:
"Ma non è che si tratti...".
"Di tumore? No, assolutamente, tranquillo, niente a che vedere...".
Il sospiro di sollievo per questa rassicurazione era stato soffocato dalla richiesta della strana analisi di laboratorio testé citata.
Lo avevo, metaforicamente ma non troppo, mandato al diavolo.
Altro specialista, a modo suo un personaggio, raro nell'universo sanitario.
 Da subito non mi aveva rassicurato più di tanto:
"Sarà quel che sarà, dobbiamo solo scoprirlo e affrontare il problema a muso duro".
Facendosene carico, un po' come gli avvocati che sposano la causa dei loro assistiti, sanciti da un "noi" che non è plurale majestatico ma comunanza di intenti.
Altri esami specifici, conferma dell'accidente con proposta di ulteriori prove, stavolta in presa diretta.
Consigliabile un esame autoptico.
A parziale consolazione aveva ribadito il concetto del collega:
"Questo male colpisce un tot per cento delle persone anziane, con cure mirate tornano come nuove...".
Perfetto, se gli anziani tornano come giovanotti, sarei stato avvantaggiato; senza esagerare le previsioni, sarei diventato poco più che un ragazzino.
A metà dicembre di quello stesso anno ricovero in clinica, previsti un paio di giorni di degenza, epidurale, prelievo e... a casa per Natale.
In attesa dell'esito dell'esame istologico.
Feste passate con la stessa allegria che aleggerebbe in una camera ardente ospitante un cadavere.
Il tutto condito da febbre costantemente alta, ossa a pezzi e morale metri e metri sotto terra.
Intanto avevo gattonato fino al 2015.
Verso fine gennaio era arrivato l'esito atteso; più che un referto una sentenza.
E da allora in poi la turbolenza si era trasformata in temporale, e al buio della notte si era aggiunta la tempesta, a completamento dell'incipit preferito da Snoopy.
Tumore: per impedire che potesse essere scambiato per un tumorino, nel referto era definito di alto grado, il che tagliava le gambe alla speranza che si trattasse di poco più che un callo o di un neo o di un'unghia incarnita o di un dente cariato...
A questo punto il velo che aveva consentito di estendere agli anziani 'generici' la possibilità di beccarsi questo "regalo" non aveva più motivo d'essere.
Infatti:
"Questi accidenti colpiscono voi anziani, magari arrivati sani e vegeti oltre una certa età...".
"Ah!!!".
Che altro potevo dire, oltre a prendere atto che, come anziano, entravo nel novero di quel tot per cento di vittime... di non si sa bene cosa.
O si sa fin troppo bene...
Pensavo ai nobili del '700/'800 che, se non avevano il pallore tipico della tisi, inducevano al dubbio sul loro essere di sangue blu.
Purtroppo nel cancro non c'è ombra di nobiltà.
E neanche nella vecchiaia...
Cure dall'esterno manco a parlarne, era necessario (indispensabile...) un accesso chirurgico, radicale.
Altri esami di preparazione.
Aprile 2015: anamnesi pre-intervento.
Domande a non finire, alcune sensate, altre meno.
Allevato con latte materno o bovino o caprino?
Boh!?!
Fumo: sì, moderato dal mio punto di vista; poco che sia sempre troppo, secondo l'investigatore.
Alcol: un bicchio di vino a pranzo e a cena, 20 gr di whisky con ghiaccio la sera.
Malattie veneree, altri interventi, fratture, diabete...
No, no, sì testa del perone a gennaio '86,  no...
Eventuale assistenza religiosa post...
L'uso di alcune informazioni mi è tutt'ora ignoto; per fortuna avevo altro a cui pensare.
Non avevo chiesto lumi precisi sull'intervento; eravamo alla vigilia del fatto, e il timore che il mio coraggio nell'affrontarlo si trasformasse nel coraggio della fuga a gambe levate dalla clinica era ai livelli più elevati.
Il chirurgo aveva sintetizzato l'operazione fisica con un incoraggiante:
"Tagliamo - togliamo - chiudiamo". 
In attesa dell'ulteriore referto istologico.
Eccheccevò!
A parte l'estirpazione delle tonsille nei primi anni '50, avevo un corpo vergine da tagli e intromissioni varie; con le feste pasquali appena trascorse mi sentivo agnello sacrificale a un dio-destino infame.
Preparazione: digiuno assoluto dalla sera precedente il giorno dell'intervento, depilazione accurata del pube (non sono propriamente un timido, ma mi ero sentito il viso arroventato per la vergogna), nulla per bocca... concessa la respirazione, senza esagerare.
Un piccolo disguido aveva fatto slittare di un giorno la "festa", così il digiuno assoluto si era protratto per oltre 36 ore.
Ma il terrore era tale che avrei potuto vivere senza pasteggiare fino alla fine dei secoli...
Tralascio la descrizione tecnica dell'intervento, anche perché, essendo previsto come parte passiva, ero stato immerso in un sonno profondo, senza sogni... forse senza vita.
Al risveglio: un cesareo verticale, due dita sotto l'ombelico fino ad altrettante sopra la base del pene, cucito come un porchetto alla romana; tubicini, cavetti e attrezzi vari, alcuni in entrata, in uscita altri.
Ufficialmente ero stato dichiarato vivo, e pare che ciò fosse la cosa più importante.
Il sopravvivere faceva parte di un imponderabile "poi", che andava oltre le normali previsioni della medicina, meno ancora in quelle della chirurgia. L'assioma "intervento riuscito, paziente morto" è voce fissa nelle statistiche sanitarie...
Il ripieno estratto era rimasto all'istituto, con tanto di firma di consenso, ufficialmente a scopo di studio; ma se anche fosse finito in pasto ai gatti in attesa nel giardino della struttura, la cosa non mi avrebbe toccato più di tanto.
Dieci giorni dopo (spaccati, per far posto ad altra vittima) ero stato dimesso.
La tempesta era più che mai attiva.
Tornato a casa, per un paio di mesi non ero stato in condizioni di muovermi più di tanto.
Facevo pietà a me stesso.
La reazione postuma all'intervento era stata violenta, con febbre e malesseri vari che mi avevano portato prossimo al tracollo definitivo.
Tachipirina per la febbre pervicacemente alta e antibiotici a palate.
Mio malgrado avevo dovuto sospendere le visite ad Angela, ed ero informato che le sue condizioni peggioravano, giorno dopo giorno.
Faticosamente ero riuscito a farle visita una volta soltanto, il tempo di rendermi conto che la fine si avvicinava, veloce e inesorabile.
Infatti il giorno successivo a quello che sarebbe stato l'ultimo suo compleanno, aveva chiuso il libro della vita, con gli ultimi cinque anni in bianco... senza passato... senza presente... senza futuro...
Dopo quasi cinquant'anni di vita in comune mi aveva lasciato, silenziosamente.
Lo sconforto per la sua scomparsa era stato accentuato dal pensiero, non espresso ma ricorrente, che l'aggravamento delle sue condizioni era coinciso con la sospensione delle mie visite quotidiane, giustificate ma non sufficienti a cancellare il dubbio che tale assenza avesse influito sul suo peggioramento.
Non si era trattato di un vero e proprio senso di colpa, ma di un disagio intimo, sottile, comunque impossibile da ignorare.

Credevo di avere dato abbastanza a quel dio-destino che mi perseguitava, e mi stavo adattando, obtorto collo, alle nuove situazioni: la vedovanza e la malattia, entrambe senza possibilità di appello.
Invece...
Gli esami istologici sui reperti dell'intervento avevano segnalato un leggero residuo tumorale.
Talmente leggero da far ipotizzare superfluo (secondo il chirurgo che mi aveva affettato) un intervento chemioterapico.
Negli stessi giorni che avevano portato Angela alla fine, avevo avuto una bruttissima crisi, forse dovuta alla tensione per il suo aggravarsi o (sempre forse) perché il malanno seguiva un suo iter, indipendente da altre cause esterne.
Visita oncologica: sarebbe stata opportuna una cura chemio "adiuvante", tanto per eliminare il residuo infettato; ma gli esami di laboratorio avevano rilevato una sopraggiunta insufficienza renale, che sarebbe stata aggravata, forse irrimediabilmente, dall'uso di farmaci già di per sé debilitanti.
C'è pure il detto "adiùvati che il Ciel ti adìuva", ma quando manca la possibilità di farlo anche il Cielo latita.
Un bivio: lo stesso in cui a un condannato a morte venga offerta la scelta tra il morire impiccato o morire fucilato.

Sarebbe tutto, se non mancasse la classica ciliegina a guarnire degnamente questa "torta".
Le ciliegine sulle torte di solito sono candite, e non da tutti gradite.
Questa, in particolare, mi è risultata particolarmente affatto appetibile.
Un collega, perso di vista da circa vent'anni, mi aveva rintracciato telefonicamente sotto le feste di fine 2014.
Un amico oltre che collega, di quelli che, se anche non li senti o non li vedi per anni, sono talmente impressi nella mente e nel cuore da non avere bisogno di giustificare il lungo reciproco silenzio.
Ero stato al suo fianco per circa vent'anni, compagni di lavoro e, quando possibile, di svago.
A luglio del '68 avevamo fatto una capatina in Costa Brava, insieme a un altro collega.
Un paio di settimane lontani dal tran-tran quotidiano, vario pur se ripetitivo; mai alienante.
In quella prima telefonata ci eravamo scambiati tutte le novità, i ricordi comuni, le prospettive prossime...
Era venuta alla luce la quasi simiglianza della nostra situazione sanitaria.
Mi aveva incitato a combattere, come lui stesso stava facendo.
Nel corso dei mesi lo scambio di informazioni si era fatto intenso, un rendez-vous vocale che era un sollievo per entrambi.
L'ultima telefonata in viva voce risaliva a fine febbraio di quest'anno: aveva completato i cicli di chemio previsti, si sentiva distrutto ma fiducioso in un miglioramento prossimo venturo.
A marzo il telefono di casa mi dava in risposta squilli strani, come l'occupato di una cornetta staccata; il cellulare "bussava" a vuoto fino all'intromissione del gestore che invitava a lasciare un messaggio.
Avevo un presentimento quasi obbligato, cui non volevo dar peso, scaramanticamente.
Ad aprile inoltrato mi aveva chiamato la moglie, scusandosi di non essersi fatta viva prima, avendo perso la scheda telefonica del marito, e con essa il mio numero.
Giorgio se ne era andato il 30 di marzo.
Dei tre compagni delle ferie in Spagna, Corrado era annegato nel Sesia, dove era andato a pescare in un giorno di sciopero, negli anni '70. Con altri due compagni di lavoro, si era piazzato sulle rocce nel greto del fiume, e una piena improvvisa li aveva travolti senza vie di scampo.
Adesso era toccato a Giorgio.
Troppo facile pensare al detto "non c'è due senza tre"; la ruota non si ferma solo perché l'interessato non concorda col suo rotolare.

Per finire ci sarebbe solo da convincersi che "tiremm innanz!" sia il solo modo per esorcizzare un futuro tristo più o meno imminente.
Frase storica, comunemente usata per incitare (e incitarsi) ad andare avanti, a tirare dritto, nonostante le avversità, gli ostacoli, le tegolate, gli accidenti vari che perseguitano chi vorrebbe continuare a invecchiare in maniera sostenibile..
Purtroppo, nel tempo, il senso di quel detto è stato modificato, facendolo apparire come positivo quando, invece, proprio positivo non è: pochi, infatti, ricordano che Sciesa lo disse nell'ultimo tratto del percorso che lo portava al patibolo, alla fucilazione, alla fine...

Così è... chioserebbe Pirandello.


domenica 22 maggio 2016

Chambre à coucher

È passato un anno.
Anzi: è già passato un anno...
Giusto a un anno fa risale la voglia (o, meglio, la necessità) di investire nel mattone quattro soldi degli scarsi risparmi disponibili.
Banca e Posta non si facevano intenerire dal mio pianto greco, e non scucivano manco un centesimo di interesse a credito; in cambio continuavano a martellarmi con costi di gestione, bolli, addebiti per ogni minimo starnuto finanziario...
"Finanziario" è un termine pesante, soprattutto se riferito a bollette e a piccoli pagamenti, o ad ancora più minuscole entrate, ma consente l'accesso (virtuale) a un mondo lontano anni luce dal mio vivere quotidiano.
Non che mi sentissi corresponsabile della crisi del mattone che, con tutto il resto, stava (sta) mettendo in ginocchio l'economia nazionale. Non sarebbe bastato il mio piccolo investimento a risollevarne le sorti.
Parlottando del più e del meno con un conoscente avevo appreso che c'era la possibilità d'acquisto di un piccolo locale, unità abitativa, regolarmente accatastata, privo di vincoli specifici.
Un monolocale.
Informazioni più dettagliate le avrei potute avere da un intermediario del costruttore.
Ormai deciso a fare il passo (salvo che fosse, come si dice, più lungo della gamba, troppo oltre le mie possibilità) avevo preso appuntamento per un colloquio preliminare, più che altro per accertarmi che questa decisione non si rivelasse una cazzata; nel corso della vita, nel mio piccolo, ne avevo già fatte parecchie, in sovrannumero di quelle in normale dotazione.
Il prezzo rientrava nel badget disponibile, anzi...
"Dammi retta, prendine due, non sono proprio come le pubblicità 'compri due paghi uno', ma sul secondo acquisto c'è un bello sconto... Con quello che vai a spendere non ci compreresti neanche un tucul col tetto di paglia in Congo... Ieri costava tot in meno di oggi, oggi costa un tot in meno di domani, e così via, sai benissimo come gira il mondo... E qui parliamo di una struttura moderna, antisismica, in cemento armato, con pareti di solidi mattoni...".
Paese piccolo, seimila abitanti circa, non ci voleva molto a superare il rispettoso "lei" o il sempre dubbioso "voi" dato al singolare: il "tu" ha origini ancestrali, risale a quando qualunque verme umano lo dava al dio di turno, una parvenza di parità a parole che nei fatti non era mai ricambiata.
Allora come oggi, come da sempre.
Mi viene sempre in mente una bella persona che, in tempi lontani, al primo approccio esordiva sempre con:
"Dumse del ti che fuma pi' 'npressa", diamoci del tu che facciamo prima.
Una cittadina in cui, di riffa o di raffa, si sa tutto di tutti.
Poco tempo dopo una còpula finalizzata alla figliazione (e ben riuscita) spinge l'anagrafe a mettere un asterisco previsionale sull'entrata nella comunità di un nuovo embrione indigeno.
L'ufficio tributi, allertato dall'anagrafe, subito col metro in mano, a prenderne le misure come prossimo gradito contribuente.
A proposito: con le pratiche burocratiche relative all'acquisto, con le tasse e le altre varie-ed-eventuali rogne, come siamo messi?
"Nessun problema, penso a tutto io; tu devi solo mettere un paio di firme, fare il bonifico, portare la copia dell'avvenuto versamento e i locali saranno tuoi da subito. Tasse per l'acquisto nessuna, a parte l'Iva che è già compresa nel prezzo; per il futuro neanche. Almeno per ora: sai 'del doman non v'è certezza': potrebbe capitare che una bella mattina al governo di turno venga lo sfizio di raccogliere ulteriori risorse, magari solo per incrementare il fondo pensioni dei parlamentari, e degli ex tali, ma per ora si accontentano, bontà loro, del latte che suggono dalle nostre mammelle.
È però indispensabile che i locali risultino occupati, con residenza anagrafica certificata, senza possibilità di revoca della stessa".
"Del doman non v'è certezza", già sentita, forse detta da un ottimista ad oltranza.
Bene, logisticamente come sarei messo?
"Si tratta di un blocco di locali appena finito, per cui puoi scegliere in piena libertà: ci sono quelli vista mare, con un panorama intoccabile nel tempo, poiché non sarà possibile il sorgere di altre costruzioni a togliere o limitare la visuale, con tramonti da cartolina senza soluzioni di continuità; c'è solo un neo: hanno un piccolo balconcino, talmente piccolo da non consentire la messa in opera di vasi per piantine di prezzemolo o basilico o altre similari, comunque prodotti che è possibile trovare dappertutto; sarebbe possibile, invece, piazzarci qualche fiore che, pur essendo considerato un bene superfluo, completerebbe di colore e profumo il quadro del panorama mozzafiato. Il difetto sta nel fatto che quando il sole picchia, qui picchia davvero, e come ridere che i fiori avrebbero la classica durata di un mattino e a lungo andare ci si potrebbe scocciare di rinnovarli in continuazione.
Sono liberi anche quelli lato monte, che hanno il vantaggio di godere il primo soleggiato del mattino evitando la canicola pomeridiana, tra l'altro offrendo una frescura notturna conciliante il riposo, che i residenti lato mare se la potranno sognare, col sole che li inonda di calore fino a tarda sera... E qui i fiori sul balconcino hanno sicuramente vita più lunga; anche qui c'è il divieto a costruire, deroghe o abusivismi non saranno mai tollerati".
OK, andiamo sul lato monte.
"Se sei orientato verso i due locali, li consiglierei uno sovrastante l'altro, poiché affiancati, pur essendo logisticamente più pratici, hanno un costo un pochino più alto, senza dare ulteriori vantaggi; essendo la zona ben servita, non avrai necessità di mezzi per andare di qua o di là, e anche il fare due passi, da sopra a sotto o viceversa, non sarà poi così pesante".
Aveva prevalso la parte (peraltro inconscia) del maschietto sospettoso e un tantino prepotente: mi sarei piazzato al piano di sopra per tenere d'occhio ogni attività sottostante e controllare meglio 'chi viene e chi va'.
Il 18 di giugno Angela aveva compiuto gli anni.
Quale migliore occasione per mettere a sua completa disposizione uno dei due monolacali appena comprati?
Quello di sotto, ovviamente.
Non aveva perso tempo, Angela, e il 19 dello stesso mese era partita per un lungo viaggio, quello che come saluto prevede soltanto un triste "addio" e aveva preso possesso dell'immobile.
I vasetti di fiori sul balconcino (in realtà più che di un balconcino si tratta di una specie di davanzale) non mancano mai, e non è necessario che siano appassiti per metterne di freschi.
Lei mi sorride da una finestrella, il suo modo silenzioso per dire "grazie".
Quanto a me non mi sono ancora trasferito; per ora considero l'acquisto di quel monolocale come un qualsiasi investimento finanziario, con la speranza che sia a lungo termine.
Mi piacerebbe imitare il mitico Matusa, il quale, lemme lemme...
Ma non sarà semplice.
Intanto è passato un anno.
Anzi: è già passato un anno...

 

giovedì 21 maggio 2015

R.I.P. per un blog

Primavera 2013: a causa di un accidente capitato al computer, nella fregola di pubblicare comunque qualcosa che spiegasse la mia lunga assenza forzata da questo blog, avevo creato un sito d'emergenza, battezzandolo gattamaro. La speranza dichiarata era che fosse un blog provvisorio, in attesa di un pronto rientro in servizio di quello tradizionale.
In effetti così è stato: gattamaro aveva partorito due soli post, e il ritorno alla normalità ne aveva reso inutile il mantenimento in vita. 
Avevo potuto riprendere a pubblicare qualcosa su questo blog nella primavera del 2014, dopo circa un anno di assenza. In questo frattempo gattamaro era rimasto solingo e abbandonato, pur se non dimenticato.
Interruzioni successive non erano dovute a danni del computer, ma a guasti della persona che lo doveva guidare.
Nel corso delle canoniche pulizie di primavera ho deciso di eliminare gattamaro, con la speranza di non doverlo poi recuperare per altre spiacevoli contingenze.
Però voglio salvare quei due post, entrambi nel mio cuore, per motivi differenti.
Quindi li ripropongo, più come pro-memoria mio che per l'interesse di chi benevolmente li andrà a leggere postumi, ormai diluito dal tempo trascorso.
Ecco i due testi, uniti in un unico post; alcuni degli amici di questo blog già li conoscono, per altri sarà una lettura ex novo, piacevole a tratti, meno assai in altri passaggi.
(A completamento informativo: dei semafori, “forse” rossi, non ho avuto notizie, i punti patente li ho ancora tutti, almeno in quello sono ancora vergine).

sabato 21 settembre 2013

Malasorte

Premessa: questo blog qui nasce e qui spero presto muoia.
Nato per sfortuna e...


L'ho dovuto inventare, ultimo tentatiuvo prima di abbandonare tutto, per raccontare quello che sta succedendo.
L'ultimo post su Gattonero forse sarà apparso un pochetto criptico, ma si è trattato di una prova per vedere se i miei blog erano ancora in vita.
Per me sono morti e, dopo tanto tempo, pure sepolti.
Il post sulla sfiga è nato da una situazione apparentemente comune e non ignota a chi bazzica con Blogger.
Tutto ha avuto inizio con un'invasione di trojans (troiani di nome e troioni di fatto), di malware e di chissà qual'altri acari, che mi avevano reso impossibile la navigazione sul web.
Contattato il tecnico, questi, fatta la diagnosi, aveva provato a ripulire tramite TeamViewer, rinunciando poi per il troppo carico di infestazione.
Smontato l'elettrodomestico, portato in laboratorio, fermo un paio di giorni, ripulito, rientrato a casa, teoricamente vergine e intonso, pronto a rimettersi in pista...
Forse è stato ripulito troppo, quello che viene chiamato "fuoco amico" ha di fatto sbaragliato tutto quello che ha trovato sul suo cammino, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, l'indispensabile e il superfluo.
Tutti i favoriti, giornali bancari bollette posta contatti diversi...: me li sono dovuti cercare uno per uno e rimetterli nelle loro cartelle.
Un po' di rottura, ma ho rimediato.



Bacheca di Blogger: su Chrome mi presenta quattro blog targati Gattonero, due completamente vuoti con l'invito a postare; gli altri due, identici uno all'altro, con i post fermi all'inizio dello scorso anno.
Il blogroll mi espone la possibilità di lettura di una decina di blog, perloppiù di sconosciuti, contro gli oltre 270 che avevo su Gattonero.
Eliminati questi quattro abusivi, mi ritrovo una strisciata che mi invita a creare un blog, essendo la bacheca vuota; il blogroll immutato, con la decina di tapini sconosciuti.
Su Explorer comparivano i miei post, nudi e crudi, senza commenti, senza blogroll, senza follower...
Da qui avevo mandato il post sulla sfiga, come buttato in mare dentro una bottiglia o legato alla coda di un aquilone e affidato al vento o bruciato come un vacuo bastoncino d'incenso che salisse all'alte sfere per riavere così il maltolto virtuale.
Sto tentandole tutte per ritrovare le mie due pecorelle disperse chissà dove; si dice che le vie del web sono infinite, quindi prima o poi le troverò.
Ecco, nel caso specifico, la mala suerte non riguarda tanto lo scrivere quanto il non poter leggere tutta la biblioteca virtuale che nel tempo mi sono creato.

E sfiga continua...


Dalla struttura sanitaria che frequento avevano portato via Antonio, inizialmente diagnosticandogli un attacco di angina pectoris.
La chiamata del 118 avrebbe comportato il rischio che fosse portato fino a centinaia di chilometri, alla ricerca di un posto letto ospedaliero, che ormai è diventato utopico come la ricerca di un posto di lavoro.
La dottoressa della struttura aveva suggerito alla nipote di caricarselo in macchina, portandolo di persona al pronto soccorso più vicino.
Abbiamo così scoperto che un paziente presentato con un mezzo privato non può essere rifiutato, mentre con i mezzi di soccorso "ufficiali" può essere dirottato verso la prima struttura che si dichiari disponibile all'accoglienza.
Foss'anche a casa del diavolo.
Era stato ricoverato due giorni in una stanzetta attigua ai locali del pronto soccorso, in attesa di un posto letto in corsia (le corsie d'oggi sono camerette a tre/quattro posti; io sono fermo a quelle lunghe camerate con decine di letti allineati lungo le pareti, talvolta anche con una fila centrale, e un paravento snodato per coprire interventi di cura agli allettati o a tenue copertura di ultimi istanti di vita di persone in partenza definitiva).
Lo avevano ricoverato il giovedì mattina, la successiva domenica sera ero partito con mia cognata, Elena, per andarlo a trovare, sapere come stava, fargli sentire la nostra vicinanza, portargli il saluto affettuoso degli altri ospiti coscienti della struttura che lo aveva ospite pagante da diciotto mesi.
Da oltre un mese, il suo saluto di commiato ogni sera era un copia-incolla da un giorno all'altro:
"Domani, se quando vieni non mi trovi qui fuori, o nella stanza o presso la macchinetta del caffé e delle bibite, vienimi a trovare in quella stanza là sotto, accanto alla cappella".
Quella stanza aveva fuori una targhetta: Morgue.
Quasi ad "addolcire" il cinico italiano di Camera Mortuaria.
Partiti, dopo una cinquina di chilometri...
Elena: "Era rosso...".
Io: "Cosa, era rosso?".
Elena: "Il semaforo".
Io: "Quale semaforo...".
Elena: "Quello che hai appena passato, ed era rosso".
In un'ottantina di chilometri, su quella statale ci sono due postazioni semaforiche; sotto entrambe sarò passato centinaia di volte, sicuramente sempre col verde, altrimenti avrei ricevuto la cartellina che mi avrebbe ricordato che col rosso non si passa.
E questa che avevo appena superato è pure munita di telecamera automatica.
Come dire che non basterà un semplice mea culpa per cancellare il peccato.
E così, dopo quarantott'anni di patente immacolata, trenta punti tondi in saccoccia, qualcuno mi manderà a dire che non sono più vergine, battendo cassa ed estirpandomi sei punti, che se fossero denti mi farebbero meno male di quello che mi farà quel prelievo.
Da Antonio: non era angina quella che lo aveva portato al pronto soccorso...
Era una situazione complessiva che avrebbe fatto la felicità di una clinica universitaria di patologia medica, che su un solo "pezzo" avrebbe potuto esaminare quasi tutti i malanni, altrimenti visibili in almeno una decina di persone diverse.
Da vivo.
Da morto, la stessa felicità per un ipotetico reparto di anatomia patologica.
Cardiopatico, polmoni malandati, fegato cirrosico, ernia al limite dello strozzo, reni presenti solo di nome, prostata matura come un'arancia...
Questa "torta" era completata dal diabete, come una spolverata di zucchero a velo, che col diabete ci va a nozze.
Diciotto mesi non sono sufficienti a capire se una persona è un "brav'uomo" in senso lato; per me lo era, ma più che altro era un pover'uomo cui la parte finale della vita aveva appioppato quasi tutti gli accidenti, che sono poi la risorsa dei vari specialisti in medicina.
Aveva lavorato a lungo in Liguria, dalle parti di Chiavari.
Di quella zona aveva un ricordo affettuosamente ricorrente: il pesto come lo fanno là...,  un olio d'oliva così non esiste al mondo..., le foglie di basilico? quelle d'altrove sono foglie taroccate...
Quando (diciamo ogni giorno) era alterato per qualcosa che non gli aggarbava (la cucina in primis, poi la dottoressa medico, le infermiere, le OSS, quelli delle pulizie...), raccontando il fatto oggetto di contestazione, intercalava con un "diopovero" a ogni tornata di respiro, chiaro residuo del suo soggiorno ligure.
Di tutta la sua vita, malanni singoli compresi, finivamo per ridere, ed era sempre un'ilarità piena, che gli faceva strizzare gli occhi e faceva sussultare tutta la carcassa che sosteneva una mente filosoficamente lucida.
Otto giorni dopo la nostra visita, la domenica successiva, gli avevano comunicato la dimissione per il lunedì mattina; nell'insieme pare avessero tamponato una situazione compromessa da chissà quale altro accidente.
Alle dieci del lunedì, messaggio della nipote:
"Zio è in coma...".
Alle dodici:
"Zio è morto".
Un mese e mezzo dopo, domenica, sms da Nizza:
"Anche mio dolce papà è morto, oggi alle dodici".

Non bastasse...



"Pì, vieni a vedere, ma non t'incazzare...".
Alle porte dell'estate, ossia quando più mi sarebbe utile, uno dei due pannelli solari è esploso, imploso, prosaicamente crepato.
Idraulico: vedere in vetreria se sia possibile sostituire il vetro senza svuotare e smontare tutto, un lavoraccio.
Vetreria: il tecnico visita il defunto, prende le misure, sfascia un po' di più il già sfasciato per farsi meglio un'idea dell'intervento...
Ci vorranno una quindicina di giorni, poiché il vetro è da temperare.
Ne sono passati venti, e sono ancora in attesa.
Ecco, dopo tanta sfiga, finalmente posso dirmi fortunato: a mia sorella una gastroscopia gliel'hanno prenotata per fine anno.
Nel frattempo il pannello sopravvissuto fa gli straordinari, pur di non farmi mancare l'acqua calda.
C'è voluto più d'un mese, ma adesso il pannello è a posto e sta recuperando la produzione persa.

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giovedì 17 ottobre 2013


15 Ottobre 2013
Otto e trenta del mattino, suona il cellulare.
Visto il nome, Gianluca, temo di sapere cosa mi dirà.
Infatti:
"Mamma è morta, stanotte, nel sonno...".
Gianluca è mio nipote.
E la mamma era mia sorella, l'unica mia sorella.
Ciao, Mariangela, ovunque tu sia, aspettami.
Sono stanco.

sabato 16 maggio 2015

L'asinello


C'è chi nasce con la camicia.
La strada della vita in perfetta pianura, quando non in dolce discesa.
Lui era nato con il basto incorporato, una piccola sella già pronta ad accogliere, da subito, la soma della vita, un carico prodromo di fardelli a mai finire.
Il primo, per dare il benvenuto alla nuova vita, era stato il peso di un vuoto.
Un peso che faceva a pugni con le leggi della fisica, ma che invece era immane, impossibile da catalogare in una comune scala di valori specifici.
Era il vuoto di una carezza materna, gonfiato dall'assenza di un surrogato qualunque a questa mancanza, di un affetto, qualunque fosse, che riempisse, almeno un pochino, la sua assenza.
Dapprima inconscio, poi via via più sentito, questo primo aggravio era divenuto parte integrata del basto, un peso da portare fino alla fine del viaggio.
Peso crescente, col passare degli anni.
A questa mai vissuta prima infanzia erano seguite l'adolescenza e la maturità, tutte sullo stesso metro, con le aggiunte di affanni che ciascun periodo riteneva di dover caricare sulla sua schiena.
Alle soglie della vecchiaia il suo sogno era che questa fosse, come si dice, serena, senza altri grossi pesi che non fossero quelli della vita quotidiana di tutti gli esseri viventi.
Tasse, bollette, costi della vita, piccoli imprevisti... ostacoli da superare a zampe unite, quasi ridicoli a fronte di quanto vissuto in passato.
Invece no.
Amici e amiche, che avevano chiuso in anticipo il loro libro della vita, avevano dato la la stura a una sequenza di avvenimenti che avrebbero reso il suo basto ormai inadeguato a tanto carico aggiunto.
Azzerato lo spirito della compagna della sua vita, cancellata la sorella, altri amici volati via...
Sembrava fosse finita.
Sembrava...
Ma c'era ancora un peso, preparato sul ciglio della strada, pronto ad essere caricato, in aggiunta agli altri già pesanti fardelli.
Da portatore di questi, lui stesso fardello è diventato.
Scoprendo così quanto sia greve il peso del suo proprio corpo infranto.

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Raglio d'asino, si sa, non sale al Cielo...
Meno male che ci salgono le preghiere degli umani, altrimenti la Terra tutta sarebbe nel caos.
Sarebbe?

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Caro Destino, tu che decidi chi nascerà con la camicia e chi col basto,
che poi segui passo dopo passo, stabilendo il meglio per l'uno e il peggio per l'altro, 
sappi che un asinello sardo lo puoi caricare  fin che il suo ventre sfiori il suolo, 
ma se lo vuoi fermare hai un solo modo: abbatterlo.