martedì 13 agosto 2019

Cara Nadia,

ti scrivo oggi che so di non poterti fare male, poiché sei entrata in una dimensione in cui non ti possono dare dispiacere le critiche, così come ti saranno indifferenti gli apprezzamenti e gli applausi.
È passato poco più di un anno da quando hai offerto la notizia del tuo male.
Prima alle migliaia di tuoi ammiratori che, giustamente, ne sono stati addolorati e sconcertati.
Poi nei social, tutti a diffusione planetaria; poi ancora nella carta stampata, periodica e quotidiana, a diffusione nazionale e locale...
Del tuo coming out iniziale sono rimasto colpito, in particolare, dalla definizione del tuo tumore come "dono".
Lo confesso, colpito e anche irritato.
Mia cara, so che non leggerai queste mie righe, voglio credere nella leggenda che ti indica tornata in quell'Eden, in cui tutto si sa, tutto si vede, tutto si ricorda.
Di tutti.
Ma trattandosi di una leggenda senza riscontri oggettivi, nel dubbio ti dico perché quella parolina così semplice e solitamente bene accetta, mi aveva così colpito e irritato.
Per circa vent'anni, da ancora bambino e non ancora adulto, ero stato circondato da grandi che mi dicevano, a ogni pie' sospinto (perdona questa licenza) che le malattie erano una benedizione, che le malformazioni fisiche erano un'opportunità che il Cielo offriva ai suoi figli prediletti.
Ed ero circondato da gente malata, da gente malformata, da gente tarata nella mente e nel fisico.
Ero in un'età, e in una condizione, per cui mi avessero dato un bicchierino di cicuta invitandomi a berlo come fosse un rosolio, lo avrei fatto... la mia fiducia in quei grandi era assoluta, e non avevo conoscenze che potessero farmi dubitare di quanto mi veniva 'propinato'.
In queste disgrazie era compresa anche la mia storia, che ti illustro in breve, più per i quattro gatti che leggeranno questa lettera che per tua conoscenza. In pratica è un discorso per pochi intimi, che capiranno che questa non vuole essere un'offesa alla tua memoria, e non lo è.
Ho perso mia madre che avevo due anni, mio padre ricordo di averlo visto, una prima e sicuramente ultima volta, in un carcere.
Né di lei né di lui ho mai saputo nulla più di quel poco/niente che mi è stato raccontato da chi li aveva conosciuti, per parentele e conoscenze compaesane.
Sono stato ospitato in due strutture: la prima era un piccolo ospizio, dove avevo avuto un primo assaggio di contiguità con una vecchiaia abbandonata e malandata in salute; ero l'unico bambino tra i saggi di un tempio (era già successo a un bambino mio predecessore, secoli prima); solo che questi non erano saggi ma povera gente, macilenta e malandata e abbandonata, appunto.
Tre suore e un prete accudivano come potevano questo gruppo, cui era stato aggiunto un giovanissimo prossimo vecchietto. Questo non male come salute, ma identico agli altri per il resto
Sai, a circa tre anni non è che fosse possibile esprimere pareri in merito al pozzo in cui venivi, tuo malgrado, calato.
Successivamente sono stato destinato a un orfanotrofio, un ricovero per orfani e trovatelli; un luogo un po' sui generis, poiché non si limitava all'accoglienza dei bambini, ma aveva al suo interno un mondo intero di malanni di ogni genere. E in questo nuovo pozzo ho trascorso quell'adolescenza in cui il bicchierino di amara cicuta poteva apparire dolce rosolio.
Bene, in tutti questi anni a nessuno è venuto in mente di presentarmi questa situazione come un dono, e neanche come opportunità.
Che fosse stata un'opportunità l'ho riconosciuto in anni successivi, saputo il contesto dei tempi e dei modi in cui mi era stata 'offerta'. Più che un'opportunità, una possibilità: unica, non ce n'erano altre, allora, e non c'erano possibilità di scelta.
Forse il mio piccolo cervello era pronto ad accogliere i racconti di miracoli, ma non la presa d'atto che quanto mi succedeva potesse essere l'unica possibilità di salvezza.
Già, i miracoli...
Al tuo "dono" era seguita una descrizione precisa dei tempi, dei modi, degli sviluppi della tua malattia.
In quattro mesi il tumore sarebbe stato scoperto quasi casualmente; negli stessi quattro mesi avresti subito un intervento chirurgico; a tamburo battente saresti stata sottoposta a un ciclo di chemioterapia associata a radioterapia. A tutto questo era seguita una guarigione completa, assoluta e definitiva.
Ecco, avessi presentato il tutto come un miracolo, memore di quanto insegnatomi, forse avrei fatto uno strappo al concetto sviluppato nel tempo, relativo a questi interventi soprannaturali, e, sempre forse, ci avrei creduto.
Solo in seguito hai corretto un po' il tiro, offrendo il tuo scoop come un incoraggiamento a coloro che sono colpiti, nelle varie forma, da tumore, a tener duro, a combattere, a essere guerrieri, non malati.
Nel frattempo le cose sono peggiorate, e le tue sofferenze hanno avuto fine.
Avrei da dire anche sull'incoraggiare i tumorati al combattimento: purtroppo parte in causa, come milioni di altri, ti posso assicurare che la voglia di tener duro, di combattere, di non darla vinta a quell'accidente, c'è in tutti.
Lo vedo sui volti di chi mi circonda in una saletta (troppo piccola per tenerci tutti e troppo grande per contenere il battito di tanti cuori traboccanti solo speranza) in attesa di una visita di controllo oncologico. Che sovente non è visita curativa ma presa d'atto sul progredire del male; la stabilità è già una vittoria, sufficiente a calmierare il pulsare frenetico del cuore; rarissimamente segnala una regressione. Comunque mai definitiva.
Siamo in una trincea, basta un capello fuori dal riparo e c'è un cecchino sempre all'erta che impallina senza pietà; o sulla tolda di una nave, scrutando l'orizzonte per vederne la fine lontana, quando un siluro manda a picco sogni e speranze...
Sai, mancasse questa voglia di vivere, non ci vorrebbe molto a mettere fine a tutto: un ponte, due binari, qualche metro di corda...
Che richiedono più coraggio: due forme diverse di coraggio, una il per vivere sapendo di morire, l'altra per morire rifiutando di vivere così. Non c'è vittoria con la prima, non c'è sconfitta nella seconda.
In quella per vivere rientra l'ironia, talvolta anche il sarcasmo... verso la malattia.
Non è accettabile l'offesa verso il malato, verso i malati.
E la tua prima esposizione dei fatti lo è stata, con una presentazione che era uno 'schiaffo' a chi da anni combatte, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora... e, alla fin dell'avventura, minuto dopo minuto, per un respiro in più.
Se il tuo annuncio in quella forma fosse stato divulgato in chiacchiere da bar, in circoli privati, magari chiusi ai comuni mortali, in simposi ristretti di medicina specialistica, forse sarebbe passato inosservato o quasi. Anche la presentazione successiva del tuo libro sarebbe stata l'ennesima tra tante pubblicazioni che ogni giorno vedono la luce.
Il coraggio da te dimostrato nello svelare una malattia, presentandola rara quando rara più non è, aveva il sapore di uno strano lancio mediatico; diretto a chi e perché è rimasto un mistero. A parte gli applausi, meritati, e i like ricevuti, l'unico ritorno evidente è stato un proliferare incredibile di coming out di persone che avevano avuto, talvolta in un passato remoto, un tumore e se ne dicevano guarite.
Per mesi, ogni giorno i media hanno portato alla luce le dichiarazioni di personaggi, i più ex famosi, che con le loro dichiarazioni forse hanno tentato di rinverdire fasti passati.
A pro di chi? a pro di cosa?
Vedi, mia cara, tu hai vissuto in un mondo diverso dal mondo comune. Chi ha seguito il tuo esempio vive tuttora in un mondo diverso da quello comune. Sia per le attenzioni che per le possibilità di cura, che in quell'altro mondo (e non parlo di quello tuo attuale) proprio non esistono.
I quattro mesi, da te raccontati, tra lo scoprire il male e risolverlo sono una fiaba, visti da chi per avere una diagnosi e un indirizzo terapeutico deve aspettare mesi... dando tempo al cancro di incancrenirsi ulteriormente, fino a diventare incurabile. O deve sobbarcarsi centinaia di chilometri per poter avere una visita di controllo o un esame oncologico, con prenotazioni che rasentano l'anno di attesa.
E in un anno, tu oggi insegni, possono succedere tante cose...
Se nei tuoi interventi avessi messo il dito su queste verità, avrei visto nel tuo messaggio un senso compiuto, e validissimo e quanto mai attuale.
Hai combattuto, come hai detto da guerriera, ma in questa lotta hai avuto a pronta e completa disposizione tutte le armi disponibili e conosciute... il fatto che si siano rivelate insufficienti a debellare il male, a vincere, finisce per avere un'importanza relativa: quando la medicina dice "è stato fatto tutto il possibile", nel caso tuo, e degli altri personaggi che hanno esposto agli applausi  e ai like la loro condizione, è presumibile che corrisponda al vero.
Siamo tutti guerrieri, la differenza sta nell'armamento: un conto è scendere nell'arena con in mano una daga, diverso se ci scendi con in mano uno spazzolino da denti. Vero, la belva alla fine sbrana tutti, ma la lotta ha un sapore diverso.
Lo ripeto, nel tuo caso e in quelli simili al tuo.
Per gli altri è, e per ora resta, un sogno...
La tua notorietà, con le casse di risonanza che ti ha offerto, ha assemblato attorno a te e alla tua malattia milioni di persone, fan li chiamano, che ti hanno supportato in quanto fosse possibile per rendere meno pesante la tua battaglia.
Nel mondo comune, in quello più comune, avviene il contrario: dopo le prime pacche sulle spalle, di parole di circostanza, di inviti a combattere, si forma tutt'intorno un deserto, amicizie e incontri, prima consuetudinari, quasi di colpo cessano.
Rispunteranno, garantito al limone, nel giorno dell'ultimo addio, corredati di "quanto era buono, una perdita incolmabile, rip...", e chi più ne ha più ne mette.

Perdona questo sfogo, so che va controcorrente, ma so anche che una giornalista come te, che delle verità aveva fatto bandiera, in queste righe non troverà malanimo ma solo la descrizione di situazioni che forse già conoscevi e delle quali, nell'ultimo periodo, hai avuto modo di apprezzare il peso.
Ti sia gradito il saluto di un sconosciuto, che le circostanze hanno reso fratello, l'abbraccio... e un arrivederci che, non offenderti, spero il più lontano possibile.



mercoledì 7 agosto 2019

Una lettera aperta

Questo è un post pubblicato su Facebook oggi, 7 agosto.
Uno dei tanti che invitano alla condivisione, ma questo ritengo
meriti più di una condivisione, che dopo pochi istanti finisce relegata in un diario, che pochi o nessuno mai leggerà. 
C'è la tendenza a "capire" quei genitori che difendono a spada tratta i loro pargoli, anche quando sono artefici di delitti efferati. E non mi riferisco solo al caso Cerciello, le cronache sono zeppe di episodi in cui la strafottenza dei figli viene non solo giustificata ma supportata, talvolta in modo violento, anche a fronte di evidenze crude e incredibili.
Più nel piccolo, basta pensare a quello che succede nelle scuole o nei pronto soccorso, per vedere come sta girando il mondo.
I figli sono, sempre, un pezzo di cuore, e sarebbe inimmaginabile un genitore che lo scordasse. Ma esternare sui media, con una pervicacia che meriterebbe altro uso, le responsabilità del mondo intero per le malefatte dei propri figli, meno che a se stessi, alla fine li fa diventare odiosi quanto i figli teoricamente degeneri.
Non lo sono degeneri, e i loro comportamenti, dei genitori, avallano tale condizione.
Può essere che questa lettera.non sia vera, che sia frutto della fantasia di uno scrittore, destinata a stigmatizzare una situazione che ormai si è incancrenita, ma non per questo è priva di valore o fuori da un'attualità quotidiana.

Siamo TUTTI CRETINI (prelevato da un blog su Facebook)

Molti genitori, compresi quelli dei due giovani americani indagati per la morte del Carabiniere Mario Cerciello, dovrebbero leggere questa storia (Lory)
Un detenuto condannato alla pena di morte in attesa di esecuzione, ha chiesto come ultimo desiderio una penna e un foglio. Dopo aver scritto per parecchi minuti, il condannato ha chiamato la guardia carceraria e ha chiesto che questa lettera fosse consegnata alla madre.
La lettera diceva:

“Mamma, se ci fosse più giustizia in questo mondo saremmo in due oggi a essere condannati e non solo io. Sei colpevole tanto quanto me, anzi sei colpevole anche per la vita che perderò.
Ti ricordi quando ho rubato e portato a casa la bicicletta di un ragazzo?
Mi hai aiutato a nasconderla affinchè mio padre non lo scoprisse e non mi punisse.
Ti ricordi quando ho rubato i soldi dal portafoglio del vicino?
Sei stata con me a spenderli, nel centro commerciale.
Ricordi quando hai litigato con mio padre e lui se n’è andato?
Voleva solo correggermi, perché invece di studiare, avevo copiato il compito all’esame…. alla fine mi hanno scoperto e anche espulso.
Tu ti sei messa contro mio padre, i maestri e io alla fine non ho imparato nulla, oltre che a delinquenziale.
Mamma, io ero solo un bambino, dopo sono diventato un adolescente problematico e ora sono un uomo intollerante e aggressivo.
Mamma, io ero solo un bambino che aveva bisogno di correzione e non di approvazione. Ma comunque io ti perdono!
Chiedo solo che tu faccia leggere questa lettera al maggior numero di genitori nel mondo, affinché sappiano che hanno la responsabilità di crescere un figlio facendolo diventare un uomo, che potrà agire facendo del bene o del male….
Grazie mamma, per avermi dato la vita e per avermi aiutato a perderla.
Il tuo figlio delinquente
Volevo inoltre ricordarti che:
Chi si rifiuta di punire il figlio, non lo ama. Chi lo ama non esita a sgridarlo. (proverbi 13: 24)
L’ istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo (Nelson Mandela)
Istruzione e rimprovero comincia nei primi anni dell’infanzia e durano fino a l’ultimo giorno di vita (Pitagora)
Educa i bambini, e non sarà necessario punire gli adulti (Pitagora)

sabato 3 agosto 2019

venerdì 2 agosto 2019

Tim sugli scudi (del disonore)


Riepilogo e (ulteriore) spiegazione.
In questi giorni su alcuni media viene esposto questo cartello, proposto da TIM per mettere in guardia i suoi preziosi utenti  da possibili truffe da parte di altri operatori telefonici, miranti all'acquisizione indebita (e, ovviamente, truffaldina) di nuovi contratti a favore di altri gestori, altrettanto ovviamente, disonesti.
Credo di essere un caso umano di caduto nella rete, da cui, oggi, a bue fuggito, vengo messo in guardia.
Viene ribadito, in questo bando, che unico referente di TIM è il mitico, famoso, famigerato, 187, che, per chi ancora non lo sapesse, fa capo a una serie di call center, dislocati per la più parte in Paesi dell'est Europa, già noti, questi in generale, alle cronache per vicende (truffaldine, of course). Sicuramente non quelli di TIM, che della trasparenza, chiarezza e competenza hanno fatto bandiera.
Tutto bello, tutto caro, ma...
Vado a ripetermi, stavolta in maniera più sintetica che in precedenti note.
Finisce una promozione più o meno vantaggiosa, dal 187 per mesi prima della scadenza mi viene ripetutamente balenata la possibilità di un rinnovo, perfino migliorativo dell'opzione precedente.
Un mese esatto dopo la scadenza, anziché l'offerta mi arriva la conferma che la tariffa, cosiddetta di base, è già stata applicata e non ci sono in vista nuove offerte che la possano ridurre.
Orbene, mesi prima della scadenza avevo rinunciato al decoder Tim-Vision, avevo rinunciato alle telefonate illimitate riducendole al consumo (su suggerimento del solito e accreditato 187). Tutto per alleggerire di qualche euro il peso della bolletta.
In pratica, ho l'adsl e null'altro.
La tariffa base già applicata ammonta(va) a circa 50 €/mese, cifra che, soprattutto per l'uso che faccio della linea, non potevo accettare.
Niente da fare, al mio educato accenno al decantato 187 per un possibile cambio di gestore, avevo avuto come risposta una virtuale (ma verosimile) alzata di spalle.
Circa dodici ore dopo, mentre ero in piena ricerca di un'alternativa accettabile, chiama un Tizio, si presenta come TIM e mi offre su un piatto d'argento un'offerta da parte di TIM, che prevede(va) una sostanziosa riduzione del canone, all inclusive, alla sola (stranissima, per la verità) condizione di cambiare il numero telefonico. Tra le altre, niente spese di disattivazione del vecchio e attivazione del nuovo numero. A malincuore avevo accettato, pur affezionato al vecchio numero non è che lo avessi sposato, e anche fosse, da decenni in Italia esiste il divorzio; che, in questo caso sarebbe stato consensuale e a zero spese...
La parte tecnica di TIM non mi dispiace, per cui ho creduto, in buona fede, di prendere al volo l'offerta; in pratica TIM ero e TIM sarei rimasto, non mi era parso ci fossero sentori di truffa.
Tempo 48 ore e si presenta un tecnico TIM, con tanto di cartellino qualificativo (tra l'altro superfluo, visto che era lo stesso che anni prima aveva aggiornato l'impianto in vista della messa in onda dell'adsl/fibra), verifica l'impianto, prende atto che Tim-Vision non c'è più, il modem di ricezione telefono/adsl non è da cambiare poiché già predisposto...
E se ne va. 
Fine primo tempo, ero convinto fossimo in pareggio, un equo do ut des che avrebbe soddisfatto TIM, che manteneva un utente fedele da quasi quarant'anni, e veniva incontro alla necessità di risparmio dell'utente stesso.
Inizio secondo tempo.
Con ripetute chiamate dal sempre adorabile 187, che chiedeva il "perché" avessi cambiato numero, mi segnalava l'esistenza di fantomatiche agenzie che fanno offerte a nome di TIM senza essere TIM, che il vecchio numero era cessato e il nuovo già attivato.
Naturalmente non alle condizioni a suo tempo propostemi dalla fantomatica agenzia.
Intanto la quota mentile era maggiorata del 50% su quanto offerto, intanto per la dismissione del vecchio numero era prevista una penale che sarebbe stata addebitata direttamente nel conguaglio di chiusura...
Il sempre mitico 187 non aveva potuto (o voluto) dare altre informazioni in merito, le avrei sapute dalla lettura del nuovo contratto, prossimamente in arrivo tramite Poste Italiane. È passato quasi un mese, e di questo contratto non c'è ancora traccia; sicuramente a causa della lentezza delle Regie Poste che regolarmente perdono il cambio dei cavalli a ogni stazione. E quando arriverà, già so che riceverò altre docce gelate.
Chiamando il sempre sia lodato 187 dando il vecchio numero, una voce registrata mi rende edotto che le bollette precedenti sono regolarmente pagate; chiamando col numero nuovo una voce, chelodicoafare registrata, mi avvisa che non sono ancora state emesse bollette relative a questa utenza. Una voce umano, manco a pagarla (anche se, in realtà, la pago eccome, di riffa o di raffa, forse sono tutti in camporella...).
Ecco, con riferimento specifico a questo post, io domando a TIM: un utente, per sprovveduto che sia (eufemistico, vale per imbecille, quale viene fatto passare dai call center TIM), si mette a sommare ogni voce della vicenda e conclude che 1+1+1+1+1 non fa 5, come la matematica elementare insegna, ma fa, se va bene, Ø assoluto, forse addirittura -Ø.
1) non ci sono offerte, TIM/187 del fatto che me ne possa andare se ne frega altamente.
+1) non ci sono offerte da TIM, immediatamente interviene un truffatore (?) che, a nome di TIM. offre mari e monti per evitare la migrazione. O il 187 è sotto intercettazione o qualcuno dal 187 passa la notizia a terzi appositamente addestrati che un 'altro' cretino potrebbe abboccare all'amo; ad agenzie da cui lo stesso 187 mette in guardia. Dopo, anziché cancellarle dai propri fornitori. Magari denunciandole, visto i contatti diretti tra TIm e costoro.
+1) TIM offre di tutto e di più per restare con TIM, non si tratta di passare ad altro operatore: da cosa, il già noto cretino potrebbe intuire che di truffa si tratta? 
+1) sarebbe comprensibile, pur se affatto chiaro, se il 187, appreso il cambio di numero segnalato da una fantomatica agenzia (per TIM chiaramente truffaldina) da parte di un utente di così lunga data, prima di procedere ai cambi avesse fatto un squillo al deficiente di turno, chiedendo conferma per proseguire in un'operazione che non avrebbe dovuto avere senso, perfino agli occhi limpidi e puri e ingenui di TIM/187.
+1) negarsi a informazioni relative alla detta operazione, in nome di cosa? Sempre il sempiterno 187, alla richiesta se fosse possibile un passo indietro, sulla base della legge che consente il possibile ripensamento (per le 'vendite' on-line) entro un breve periodo, era stato chiarissimo: è possibile, il vecchio numero è disattivato, no problem, il nuovo viene disattivato, no problem bis, lei resta senza linea, per riattivarla magari ad uso di altro gestore, dovrà rifare la trafila per una linea nuova, i cui tempi e costi non sono preventivabili in quanto variabili nel tempo. Al di là delle perenni penalizzazioni, chiaramente previste nel contratto. Che ancora non c'è.
Facci lei, direbbe Fantocci. 
Che poi, senza nero su bianco, che motivazioni potrei addurre per giustificare la rinuncia?

A tutti questi quesiti, TIM sicuramente non risponderà. Il mio sogno è che qualche (ir)responsabile ne venga a conoscenza e proponga di sporgere una denuncia per tutta una serie di reati che potrebbero essere di diffamazione o di false e tendenziose notizie (le ormai comuni "fake news") o altro ancora. Qui ribadisco l'eccellenza (a mio parere, per insignificante che sia) della parte tecnica di questo gestore, ma non posso evitare di certificare il marciume di quella amministrativa, con uno strano sottobosco che (agli imbecilli come me) appare incomprensibile.
La mia identificazione non dovrebbe creare problemi, sia per quanto riguarda il blog (gattonero) che per facebook (pietro gattonero), a cui allungo il testo per divulgarlo per quanto  più mi sia possibile. TIM, tra l'altro, da tempo ormai immemorabile, ha tutti i miei dati, IBAN compreso, per cui non sono un ago nel pagliaio di miliardi di utenti.




venerdì 26 luglio 2019

Goccia da un passato remoto

La chioccia era l'Azienda.
Il pollaio, la sede principale dell'Azienda.
Era un pollaio molto aperto.
Al suo interno viveva un po' tutto il regno animale: ovini, bovini, porcini, beduini...
Il grosso, però, era rappresentato dal pollame: galletti e gallinelle, capponi e faraone, polli e tacchini, papaveri e papere, oche e campidoglio, eccetera eccetera.
Tutti razzolavano, i razzolanti, in questo pollaio.
Gli altri, i non razzolanti, studiavano il modo di salire, salire, salire...
Puntavano ai vertici...
Verso, e magari oltre, la chioccia.
In questo zoo poteva mancare un gatto?
Certo che no; almeno un rappresentante del genere felino, doveva esserci.
Ed è il cronista che prova a rendere piacevoli queste monotone giornate luglioline. una calda a bollore e l'altra... pure.
C'era una volta uno sparuto gruppo di pollastri, destinati alla cura degli interessi della chioccia, lontani dai confini del pollaio. 

Una volta, mestiere ormai in via di totale estinzione, come altre attività che avrebbero invece meritato di sopravvivere; e che ora stanno tornando sul mercato, a furor di fame. 
Pensando all'agricoltura, solo per fare un esempio zappante...
Al gruppo dei polli era stato aggregato il micio.
Questi 'eroi' erano scelti in base a due considerazioni di base:
a) rompevano le palle, e la chioccia (influenzata dall'ormai desueto 'nessuno tocchi caino'), anziché farli mettere in pentola, aveva scelto di allontanarli, sia per salvar loro la pelle che, appunto, per toglierseli dalle palle; pseudo-sindacalisti caduti in disgrazia; nullafacenti cronicizzati, spediti a nullafacere lontano dagli occhi, anche per evitare cattivi esempi agli stakanovisti interni, ecc.
b) erano più o meno bravi, comunque ritenuti degni di rappresentare la chioccia lontano dal pollaio.
Dei primi c'è poco da dire: salvata la pelle, lontani dal pollaio, si erano dati all'ingrasso.
Un fatto penoso, forse, ma, per essere messo in atto da pollastri, quantomeno astuto.
I secondi, quelli della b), rientravano perloppiù nella norma; intelligenza e capacità sopportabili, no rottura di palle, no lampi di genio, che comunque lontani dal pollaio sarebbero stati peti a perdere, nelle migliaia di chilometri quadrati di territorio in cui erano dispersi.
Di questo secondo gruppo faceva parte il gatto cronista, che vi racconterà cose e fatti che forse già conoscete, ma che potrebbero risultare indispensabili per il proseguimento di una esistenza altrimenti piatta..
Fisicamente, era più o meno; giovane, più o meno; intelligente, più o meno; attivo, più o meno; socialmente utile, più o meno; miope, più più che meno...
Insomma era un gatto "più o meno".
E poiché in questi mesi ha imparato a conoscere i suoi lettori, tutti scafati e senza prosciutto sugli occhi, ritiene opportuno precisare che il "più", in questo suo rapido profilo, era presente per via della par condicio. Il "meno" aveva il sopravvento abbondante nel suo bagaglio personale; esclusa la miopia: in quella il "più" vinceva alla grande.
Non poteva rientrare nel novero di quelli allontanati dal pollaio, quelli del punto a), perché era stato pescato all'esterno, scelto tra centinaia di aspiranti, sicuramente più meritevoli; proveniva da esperienze precedenti, che pare lo avessero valorizzato "più" che svalorizzato "meno".
O forse la chioccia era più miope di lui, e nello sceglierlo aveva momentaneamente posato gli occhiali.
Nonostante ciò, credeva di essere il the best del gruppo operativo esterno.
C'era un piccolo problema: per evitare invidie, accidie, clamidie: il fatto di essere il migliore era talmente segreto, che solo questo vostro gatto ne era a conoscenza.
Per tutti, nonostante le quattro zampe e la coda eolica, era un pollo come gli altri e basta.
Come tutti gli altri, compresi quelli che adagiavano le terga sulle sedie (i tacchini sulle poltrone) per sette/otto ore al giorno; come gli impiegati di tutto il mondo.


Pausa, in attesa che Babbo Natale, al di là dei doni che ormai non porta più, affidando i suoi secolari compiti ad Amazon e alle carte di credito (che poi sono sempre di debito, destinate alle sole uscite, con le entrate che diventano via via più esigue), porti almeno una ventata di fresco... che poi, viste precedenti annate, sarà un fresco gelido. A quel punto ci rivedremo qui, a invocare "finalmente" un caldo africano.
Mai contenti.

(Questo gatto, per passare il tempo, studierà come immettere in un proverbio la sua modestia, da tramandare ai posteri; niente come i proverbi è duro a morire, e con un proverbio azzeccato si trova l'eternità. Virtuale).

martedì 9 luglio 2019

Cronaca di una nasata telefonica

Ho le spalle di misura ridotta, adattate al resto dell'impianto osseo che mi sostiene.
Non ne ho mai fatto un problema, non ho mai avuto disturbi psichici in merito. Così sono da sempre, così rimango... anche perché apportarci modifiche non è possibile.
Nonostante questa ridotta sua larghezza, sulle mie spalle  arriva di tutto. Mi sento come l'asinello di questa immagine, con un basto che solo un asino riesce a sopportare, con una soma che col passare del tempo appare sempre più pesante.


Ci sono momenti, lunghi momenti, della vita in cui ho avuto modo di sentirmi, più che somarello asino a tutto tondo. Esperienze passate mi confermano che tale ero e tale sono rimasto. Esperienze che non sto a raccontare per non spingere ad una ilarità che, in rapporto a quello che vado a raccontare, sarebbe fuori contesto.
L'ingenuità è una delle mie doti precipue. Lo confesso, non senza una puntina di vergogna, soffro di 'boccalonite', ormai cronicizzata, non tanto per una bocca fuori misura quanto per la facilità con cui abbocco ad ami apparentemente appetitosi.
Questo racconto è la cronaca sintetica dell'ultimo mio abboccamento, il cui amo è conficcato nel palato e di cui non so come liberarmi. Alla fine del discorso sarà chiaro che non posso fare niente in proposito al boccone rifilatomi, ma spero che qualcuno dei lettori prenda atto e si regoli di conseguenza.

Oggetto della storiella, a parte me protagonista, è l'azienda telefonica di cui a fianco propongo il logo, per evitare confusione con altre aziende similari, che peraltro, per sentito dire, sono equivalenti quando si tratta di fare pacchi che alla fine risultano vagamente truffaldini. Se questa cronaca risultasse utile acché ad altri non succeda, sarà già buon risarcimento per la presa per i fondelli da me subita.
Purtroppo temo che, nello specifico, al mondo un solo tonto ci fosse... e purtroppo sono io.

Ab ovo, ma non di secoli, soltanto di un paio di mesi.
A fine maggio di quest'anno scadeva un'offerta Tim, che questo gestore definisce impropriamente promozione. Aveva una tariffa risalente a un anno fa, con scadenza, appunto, a fine maggio.
Tariffa che avrebbe dovuto essere fissa per tutto il periodo, ma che nel frattempo, a distanza di un paio di mesi uno dall'altro, aveva subito due aumenti per un totale di circa quattro euri. Cifra che avevo tentato di abbattere, prima rinviando il cubo-vision per la visione di Tim-vision (mai usato, quindi spesa di canone superflua) e, successivamente, portando la telefono-voce "a consumo" anziché  a chiamate illimitate, cioè con la ricezione libera ma con le chiamate a costo-risposta.
In pratica ero rimasto con la sola adsl/fibra.
Cubo-vision rispedito a fine anno, con previsione di accredito del canone per i mesi successivi. Accredito in effetti avvenuto con la bolletta di maggio.
Torniamo alla scadenza citata del 30 maggio.
Verso metà maggio chiamata al 187 per la verifica delle previste nuove offerte per i vecchi clienti di linea fissa.
"È presto, ci saranno di sicuro, ma devono ancora passarcele. Provi verso il 10 giugno e ci saranno".
Dodici giugno (non mi piace essere troppo preciso, per non passare da pignolo):
"Sono arrivate, ma dobbiamo fare il tirocinio per la gestione. Riprovi più avanti, magari verso il 20 di questo mese".
Stavolta, al diavolo la pignoleria, chiamato il 20. Chiamata gestita dalla Romania
"Per adesso non ci sono offerte, riprovi ai primi di luglio. Però faccio presente che a noi le offerte non arrivano tutte, solo quelle per nuove attivazioni. Chiami il 187 fino a quando trova la chiamata gestita dall'Italia; là ne sanno di più".
Fine giugno, 187, stavolta che fosse dalla Romania l'ho solo intuito visto che non era stato precisato. Dico apertamente che cerco un interlocutore dall'Italia, dato che so dei limiti dei call situati all'estero. Interviene un tizio, che presumo essere un capo-ufficio, con marcato accento meneghino, quasi piccato, che mi dice:
"Gentile signore, il 50% di queste chiamate è gestito all'estero, e non ci sono differenze tra quelle gestite in Italia e queste. Mi dica il suo problema e vediamo se è possibile risolverlo".
Glielo espongo, dalla a alla zeta e, a completamento e per apparire internazionale, aggiungo pure le lettere aggiuntive al nostro alfabeto, quelle ormai riconosciute pure dalla Crusca.
"Mi dispiace, non abbiamo nulla di utile".
Come volevasi dimostrare. Amen.
Due luglio:
"Non ci sono offerte per i già clienti di linea fissa, con la precedente offerta scaduta lei sta pagando circa 50 €/mese".
Ma avevo rispedito cubo-vision e messo le chiamate a consumo, in pratica ho solo l'adsl...
"Non so cosa dirle, questo è, di più non so dirle".
Allora non mi resta che cambiare gestore...
Non lo corsivizzo, poiché si tratta solo di una mia impressione: mi pare di averla vista fare spallucce, forse sussurrando un "faccia quello che vuole", dove quello è sinonimo di altra parola, un tempo ritenuta volgare e oggi d'uso comune, in bocca un po' a tutti. A scanso di equivoci: 'in bocca' inteso come estromissione vocale del termine, non come introduzione fisica di quel terminale.
Questo il 2 mattina.
Il 3, alle 20 circa.
"Chiamo da Tim per un'offerta ai vecchi clienti...".
Mi dica, con poca/nessuna fiducia.
"Guardi, Tim offre un anno di promozione per adsl/fibra che prevede un canone di 20 €/mese per dodici mesi, al tredicesimo scade, ma sicuramente sarà rinnovabile, magari con un piccolo ritocco".
Non ci credo, mi faccio ripetere i termini dell'offerta, per quattro volte, pagando lo scotto di passare per cretino.
"Però è necessario cambiare il numero di telefono, intestandolo ad altra persona, non importa che si parente, compagna, amica... a chi vuole. Sarà necessario che mandi la disdetta del suo vecchio numero con raccomandata A/R, compilando un modulo apposito scaricabile dal sito web di Tim. Servono i dati del subentrante, che saranno registrati per la nuova attivazione. Non ci sono costi né per la disdetta né per l'attivazione, poiché si tratta di un subentro proposto da Tim. È importante che la disdetta sia inviata subito, per evitare il doppio addebito del canone, sul vecchio numero e sul nuovo".
Perplesso, anzi dubitoso assai, mi faccio ripetere il tutto, tanto ormai mi sono giocato la mia stabilità psichica e non ho nulla da perdere.
"Ma per favore, non scherziamo: ribadisco che qui è Tim che parla, e se qualcosa non corrispondesse a quanto proposto, Tim ne risponderebbe... A breve chiamerà un tecnico Tim per attivare la linea, verificare l'impianto, fornire eventualmente il modem di ricezione fibra, vedere la ricevuta dell'invio della disdetta ed è tutto fatto. Dopo qualche giorno chiami il 187 per vedere a che punto sono le due pratiche".
Wow!, tanto per sfruttare una delle lettere fuori alfabeto; o eureka, per accodarmi al mitico Archimede. Non era la sua spinta verso l'alto, anzi avrebbe dovuto essere una decisa spinta verso il basso... del canone; intanto per un anno poi, come il domani di Rossella, si vedrà...
Si erano fate le 21 quando abbiamo finito. L'indomani sarebbe stato un altro giorno... o, appunto, si vedrà.
Il 4 mattina, calpestando i pensionati alla posta in attesa della riscossione delle pensioni, avevo spedito la A/R a Tim.
Il 5, in tarda mattina, arriva questo messaggio, un po' nebuloso per la mia incompetenza col cellulare, ma leggibile:


Bene, sembrava procedesse tutto a meraviglia, in attesa di lunedì 8 luglio per il completamento dell'operazione-cambio.
Sabato, 6 luglio, poco dopo le 10,30, chiamata su cellulare:
"Sono il tecnico Tim, l'appuntamento era per lunedì ma, visto che sono in zona, posso venire adesso?".
Come no, siamo a casa, che venga, eviteremo di stare allertati lunedì.
Un giovanotto, che tra l'altro ricorda di essere già venuto da noi a suo tempo per l'installazione della fibra, allora ancora in via sperimentale per questa zona.
Impianto  a posto, modem fibra regolarmente funzionante, ripresa col cellulare della ricevuta dell'A/R della disdetta. Cosa restava da fare?
Da parte nostra, chiamare il 187 da martedì in poi per verificare il travaso del numero. Il cartaceo del contratto sarebbe inviato, vettore la posta, all'indirizzo registrato.
Può confermare le voci del nuovo contratto?
"No, noi siamo la parte tecnica, quello fa parte della contabilità amministrativa".

Epilogo del racconto, di oggi 9 luglio. Fin qui parzialmente gaudioso, dopo un po' meno...
Intanto esperimento: chiamato il vecchio numero, risulta inesistente o disattivato.
La chiamata al numero nuovo dà gli squilli.
Molto bene: due a zero per noi.
Chiamata al 187: mi conferma l'attivazione del nuovo, non la disattivazione del vecchio, che all'operatrice non risulta.
A noi sì.
Vista la sua gentilezza, chiedo della copia del contratto: conferma che sarà spedito per posta.
Rovinato per rovinato: sa qualcosa dei termini dell'offerta?
"Sì, sono 30 €/mese, ci sono le spese della disattivazione del vecchio numero più il tot a completare l'acquisto del modem".
Forse mi sfugge il quello descritto in precedenza, perché approfitta per spingere più a fondo il coltello.
"Ma, scusi la domanda, come mai ha chiesto questo cambiamento?".
In sintesi, le ho raccontato l'odissea da metà maggio ad oggi.
"Ma perché, una volta che dal 187 Le hanno detto che non c'erano offerte in corso, ha accettato questa?... Queste sono agenzie che raccolgono adesioni e che promettono mari e monti, pur di arrivare alla firma di un contratto e incassare la provvigione, dopodiché se ne sbattono allegramente".
Il Lei maiuscolato spiccava netto nel vocale... era un Lei che non sapeva di rispetto per l'età o i capelli grigi... era lo stesso Lei che si usa trattando con gli imbecilli, onde prevenire scatti violenti di reazione.
Ma se Tim provvede in prima persona al prosieguo delle operazioni, portandole a termine, non è possibile che non sappia cosa propongono costoro.
Oltre tutto, se dal contratto stampato dovessero risultare voci in netto contrasto con quanto (illecitamente?) offerto, cosa potrei fare per contestarle?
"Niente, la disdetta del vecchio sarà attivata quanto prima, se dovesse rinunciare nei termini fissati dalla legge (14 giorni dal momento dell'acquisto), per il nuovo non subirebbe penalizzazioni, ma resterebbe senza linea, e se la volesse riattivare dovrebbe seguire un'altra trafila, con costi maggiori e con il contratto base applicato da Tim".
Ovviamente il nuovo contratto, con l'usuale velocità del servizio postale, arriverà, casualmente, dopo la scadenza dei 14 giorni.
E noi, in mancanza di tram nella nostra zona, non sapremo neanche a cosa attaccarci.
Anche volendo fare opposizione, purtroppo (o per fortuna) non ho mai avuto a che fare con gli avvocati. O meglio, ne conosco uno, ma lui non conosce me.
Dopo aver dichiarato di essere l'avvocato di tutti gli italiani, si è dedicato alla cura degli affari dell'azienda Italia e, anche volendo, non credo che si interesserebbe a una pulce come me.



domenica 30 giugno 2019

La violenza del tempo

Qualche giorno fa un amico mi ha mandato la poesia. che qui sotto ripropongo.
Non mi pare sia criptata, se perfino uno gnocco (come me) è stato in grado di leggerla, forse di capirla, probabilmente di interpretarla in giusta misura. Magari ad capocchiam  (licenza poetica in  latino maccheronico)...
Mi piace pensare che, semplicemente, gli sia piaciuta e l'abbia voluta condividere con me. Mi è di supporto il fatto che entrambi siamo su quel binario, in due vagoni intercomunicanti come i vasi del noto fenomeno fisico, con il via vai del racconto di ricordi... e di acciacchi reciproci.
Purtroppo le poesie in genere sono come pietre piatte che rimbalzano sulle acque placide di un lago, o anche del mare quando la bonaccia lo rende possibile. Certo, in un fiume come il Piave, nonostante il suo placido e calmo mormorio, sarebbe difficile superare i due saltelli (anche perché pare che una sola volta nella sua storia sia stato in quella condizione; infatti poco dopo appariva infuriato e la pietra l'avrebbe rilanciata in fronte a chi aveva tradito i suoi sogni).
Dicevo, le poesie sono pietre piatte che ad ogni rimbalzo risvegliano pensieri, ricordi, situazioni (un tempo magari contingenti, limitate nel tempo, poi via via cronicizzate e senza movimentazioni in vista di un futuro). Ed è abbastanza umano adattarne il senso al proprio singolo personale.
Così non mi ci è voluto molto a specchiarmi nell'immagine proposta, a suo tempo dal poeta e oggi dall'amico.
Càpita ogni tanto, e col passare del tempo càpita sempre più spesso, di sentirsi vagoni vuoti, abbandonati, in cui solo qualche animale randagio ogni tanto va a cercare rifugio.
All'apparenza vuoti, ma pieni di ricordi, di memorie di un vissuto ormai lontano, che porta a sogni talvolta dolcemente amari, che ad ogni risveglio sbattono contro realtà non più prevedibili, disintegrati già prima di vaporizzarsi al primo chiarore di ogni mattino. 
Depositati su un binario morto, non a caso così definito: un binario senza futuro, destinato al riciclo di tronconi di metallo mangiati dalla ruggine.
Il tempo è responsabile anche di questo senso di abbandono.
Quel periodo infinito che va ben oltre la poesia di Leopardi (che lo racconta in chiave di spazio fisico che forse ha una fine, anche se fuori dalla portata degli umani), che comunque al termine ne dà una chiusa in agrodolce. Succede raramente, ma succede...
Il tempo non dà la possibilità di naufragare dolcemente, il tempo è violento, è crudele... quando non affonda di brutto ferisce, senza pietà, martirizza sadicamente in attesa di infliggere la stoccata finale con la medievale 'misericordia' che mette fine al tormento della vittima e al suo divertirsi con essa.
In gioventù si è locomotive, che le frecce d'oggidì avrebbero fatto un baffo, sempre avanti, ostacoli presenti solo per essere abbattuti; poi si diventa treni espressi, veloci con giudizio, poi diretti, e infine accelerati... ancora in corsa, ma felici per ogni sosta a rinfrescare le già stanche membra.
E infine semplici vagoni, vuoti e abbandonati su un binario... morto.
Il tempo è come la macina del mulino di Pasternak che, al grano che piagnucola in vista del suo tristo destino, consiglia di adeguarsi. Il tempo macina, tritura, schiaccia, e per quanto ci si adegui è difficile accettare, adeguarsi appunto, al suo progredire, che non ha un inizio definito e neppure una probabile fine.
Sembra in effetti che tutto finisca, quando quel vagone vuoto viene demolito... ma lui, il tempo, non finisce... Il tempo è la vera eternità. 
O carro vuoto sul binario morto
di Clemente Rebora (Milano1885- Stresa1957)

O carro vuoto sul binario morto,
Ecco per te la merce rude d’urti
E tonfi. Gravido ora pesi
Sui telai tesi;
Ma nei ràntoli gonfi
Si crolla fumida e viene
Annusando con fàscino orribile
La macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
All’aspro rullare d’acciaio
Al trabalzante stridere dei freni,
Incatenato nel gregge
Per l’immutabile legge
Del continuo aperto cammino:
E trascinato tramandi
E irrigidito rattieni
Le chiuse forze inespresse
Su ruote vicine e rotaie
Incongiungibili e oppresse,
Sotto il cielo che balzàno
Nel labirinto dei giorni
Nel bivio delle stagioni
Contro la noia sguinzaglia l’eterno,
Verso l’amore pertugia l’esteso,
E non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
Mentre la terra gli chiede il suo verbo
E appassionata nel volere acerbo
Paga col sangue, sola, la sua fede.

Cade a fagiolo questa striscia di Snoopy, fresca di covata, che dà una visione filosofica di tutto quello che fa parte del passato, dei ricordi, dei rimpianti. Peraltro, senza i ricordi quel vagone sarebbe il vuoto assoluto, ferma restando la piccola speranza. 
Piccola speranza generica, senza mete o richieste... che su un binario morto sarebbero campate in aria, sogni e niente più...