giovedì 16 agosto 2018

Racconto breve

La vita del gatto in sintesi:

Ieri: così ...

Oggi: cosà ...

Domani: chissà ...

Fine del racconto

mercoledì 15 agosto 2018

lunedì 13 agosto 2018

Trilussa ieri e oggi



Li nummeri
1.0000000
Conterò poco, è vero
- diceva l'Uno allo Zero -
ma tu che vali? gnente, propio gnente,
sia nell'azzione come ner pensiero
rimani un coso vôto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te
lo sai quanto divento? Centomila.

È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.
0.0000000
Aho, l'ha detto Trilussa, nun lo dich'io,
ma s'era così a li tempi sua, figurati ora
che semo mijoni de nummeri zero
che stamo a dipresso d'artri
che se credono uno ma puro son zero.
Famo 'n trenino che a suon de tarantella
ce sentimo sazziati con un vaso de nutella,
e giramo, e giramo a vôto, cercando solo
d'arivare a leccarlo tutto fino a fondo.


venerdì 10 agosto 2018

mercoledì 8 agosto 2018

Accettare l'inevitabile


È inevitabile...
,,, morire di morbillo
... morire di tumore
... morire di incidente sul lavoro
... morire per violenza
... morire uccisi da mani mafiose
... morire di parto
.. morire di fuoco amico
… morire

È indiscutibilmente inevitabile morire. Miliardi e miliardi di esseri viventi che ci hanno preceduto nei secoli lo dimostrano.
Un evento genericamente inevitabile può divenire accettabile?
Se sì, mi domando: se morire è accettabile, perché diavolo spendiamo fantastiliardi nell'inutile tentativo di evitare questo evento visto che è, appunto, inevitabile?
Ospedali, case di cura, ambulatori, case per anziani, asili nido...
E ancora: medici e medicine, enti medici di ricerca, farmacie e case farmaceutiche, maghi e fattucchiere... cosa ci stanno a fare?
E gli studenti che all'università fanno a cazzotti per iscriversi alle facoltà di medicina e farmaceutica… chi glielo fa fare?
E l'otorinolaringoiatria è davvero indispensabile? merita ancora indebitarsi per curare i propri denti?
E perché intervenire su un nevo a rischio, anche benigno, che potrebbe salvare la vita?
Ma perché diavolo sono qui a parlarne... non sono medico, posso tornare, bello bello, a sdraiarmi in poltrona, devo solo aspettare...
Se è inevitabile accettare di dover morire... ebbene, forse, morirò.
Non sono medico, ma ci spero...
Nel “forse”...

martedì 31 luglio 2018

Chiamala, se vuoi, recensione

Sarà capitato anche a voi
di avere un titolo in testa,
aspettare il corriere,
aprire il pacchetto... 
e sentire nell'aria
quella musica che fa 
zum zum zum zum zum zum.

A me è successo, ieri all'ora di pranzo e ancora mi risuona nella mente quello zum zum zum.
A ogni zum sento una specie di controcanto, che mi pare faccia, più o meno (ma molto più che meno), fesso fesso fesso.
Alternati, con ritmo sincopato: fessozum fessozum fessozum... 
Ed è un controcanto ampiamente giustificato.

Era successo che un amico, esperto e appassionato bibliofilo, parlocchiando del più e del meno di editoria varia, mi aveva consigliato la lettura di un libro, passandomene il titolo e l'autore.
Quest'ultimo garanzia del prodotto stampato.
Si era spinto più in là, offrendosi di prestarmelo una volta terminata la lettura.
Non mi piace prestare libri e non mi piace riceverne in prestito. Mi darebbe l'impressione di dare mia moglie "in prestito" o prendere "in prestito" la moglie di altri. Chicchessieno.
In fatto di prestito di libri, anzi di un libro, ho un'esperienza che risale agli anni '60.
E come esperienza l'ho da subito fatta virtù e mai dimenticata o tradita.
"La noia" di Moravia, da poco uscita in libreria, nella zona in cui allora abitavo era una specie di prima visione libraria.
Lo avevo letto, col rispetto e la goduria che un bel libro riesce sempre, e per fortuna ancora, a darmi.
Mi era capitato di parlarne con un amico, che prontamente me lo aveva chiesto in prestito.
Glielo avevo dato, in prestito; senza stare a sottilizzare, nel darglielo, sul fatto il libro si chiamasse Pietro...
Non l'ho più visto.
Il libro, intanto, e poi l'amico, avendo io nel frattempo cambiato città di residenza.
Sono passati decenni e, a causa di un carattere dolcissimo che mi porto sciaguratamente appresso, non porto rancore. Ai torti subiti, dopo poco tempo, metto una pietra sopra; sono sempre convinto che dalla vita ci si possa aspettare di peggio.
A malincuore, ma l'ho perdonato.
Certo, un po' di tristezza mi è rimasta (poca poca), ma non più per il libro. Al pensiero che quel mio amico, sposino fresco, avesse una moglie disinibita, generosa, di facili costumi come s'usa dire, leggermente mi angoscia. E che, in seguito a questa spiacevole posizione, al maritino sia venuta un'emicrania perenne.
Dovuta al peso di protuberanze ossee ramificate sulla sua cabeza, la cui escrescenza per puro caso coincideva con il periodo dell'appropriazione indebita del mio libro.
Ovviamente queste sono solo supposizioni mie. Pensiero consolatorio, in mancanza di meglio...

Torniamo al fessozum.
Dopo quanto premesso poc'anzi, credo sia evidente che ho proceduto all'acquisto del libro suggerito.
Che era "Viaggio in Italia", autore Guido Piovene.
Non andavo a comprare piombo per oro...
Provo a descrivere brevemente quello che è successo, con un esempio.
Vai al mercato, vuoi comprare un po' di frutta. Bancarella: cassetta di pesche, belle, appetitose, chiedono solo di essere comprate e mangiate; a fianco immediato, una cassetta di cetrioli, che non sono frutta e che mi domando velocemente il perché dell'accostamento a questa. I cetrioli non mi interessano, quest'anno ne sto raccogliendo a quintali, regalati e mangiati in quantità industriale; il fruttaiolo è impegnato con un altro cliente e io aspetto che si liberi per darmi retta.
Quando mi degna di uno sguardo, gli dico con voce ferma e sicura due chili..., puntando l'indice verso le pesche.
Nello stesso istante, un 'Ciao gatto, come va?' mi costringe a girarmi verso chi mi saluta per rispondere.
Avrei potuto girare solo la testa, non avendo problemi di cervicale sarebbe stato più che sufficiente.
Invece no, accompagno con tutto il tronco, che si porta appresso l'appendice del braccio, che a sua volta fa suo l'indice. Che, involontariamente si sposta...
Sacchetto, due chili peso buono, pagati, proseguo il mio discorrere avviandomi verso casa.

Mercato on-line del libro, titolo e ordine.
Tre giorni e, come detto in apertura, è arrivato il plico con il libro ordinato.
Questa la parte che avevo visto nel trasmettere l'ordine. Niente altro, né autore, né editore, il titolo mi era bastato:


 E questo è il libro a copertina completa:


Invece della pesca, avevo preso il cetriolo...

È andata,... Come già detto nella vita c'è di peggio. Un po' di fastidio per quella musica che continua a rimbalzarmi nel cervello, fessozum fessozum fessozum..., un acufene che non riesco ad eliminare, almeno per adesso.
Bene, cosa fatta capo ha, si dice da qualche parte del mondo.

E vado al cetriolo male acquistato.
La presenza di copertina non è male, variegata, i volti noti dei personaggi ivi esposti sono accattivanti, il programma degli itinerari pure.
Autrice a me sconosciuta, ma è ignoranza sicuramente mia, o potrebbe essere una stella nascente dell'editoria.
Pagine interne in carta patinata, non credo siano stampate su carta riciclata; accostando il prodotto al prezzo pagato, oserei dire che si tratta di un'opera quasi lussuosa.
Pagina due di copertina, su foglio ripiegato, con la presentazione dell'opera e l'elenco dei contributi che in essa andrò a trovare.
Da leccarsi perfino le dita dei piedi...
Li elenco tutti, nell'ordine, perché credo siano il meglio del meglio: D'Annunzio, Hemingway, Savinio, Buzzati, Merini, Leopardi, Levi, Pirandello, Gadda, Pasolini, Bassani, Dante, Pratolini, Lawrence, Deledda (con tra parentesi un 'solo per citarne alcuni', che mi pare implicita promessa di chissà quali sorprese), a fine paragrafo sono previsti, a corredo di ciascuna pagina, stralci dei resoconti dell'itinerario in Italia di Goethe.
Wow! triplo wow! Ho trovato un pozzo di san Patrizio, ottima lenimento dell'errore commesso...
Nella lista dei contribuenti Piovene non c'è... Strano, visto che il suo Viaggio in Italia ha riempito un libro intero...
In terza pagina c'è un richiamo a voce unica che segnala la collana in cui, probabilmente, è inserita questa pubblicazione: ciliegie 6. Se tanto mi dà tanto, sarò costretto a prendere anche le altre.

E l'indice delle pagine rafforza ancora di più la convinzione di avere, per errore, fatto un affare.
Anche se, quel corsivo quasi microscopico...


Presentazione: continua con il corsivo elaborato che mi ha già prima perplessato e che ripete quanto scritto, già in caratteri minuscoli a fatica leggibili, nel retro-copertina. Originale, ma non molto alla portata di una lettura sciolta, scorrevole, piacevole.


Dimenticavo: il tomo misura 18 cm di larghezza per 21 cm di altezza, immagini e testi distribuiti su 184 pagine, più 9 pagine dedicate alla pubblicazione delle fonti... I testi consultati risultano 281: autore, titolo, luogo di pubblicazione, editrice e anno di prima pubblicazione. Un lavoro immane, che avrebbe meritato una migliore collocazione grafica, a favore di testi e immagini pienamente godibili. Tutti in un illeggibile corpo 4 scarso, sicuramente non tipografico ma creato al computer...

Vado avanti, a sfogliare più che a leggere, sperando che il seguito sia più abbordabile alla lettura.
Una pagina centrale completa dà l'idea di quanto possa essere rilassante questa operazione.


Si tratta sicuramente di una bella esposizione, nonostante la sua esagerata compressione, sia come grafica che negli accostamenti fotografici. Dei quali questo, ultima pagina, è una specie di riassunto.


Non è un libro facile se inteso come libro da leggere, non tanto per il contenuto in sé quanto proprio per la difficoltà visiva nella interpretazione dei corsivi; e anche dei testi, che, stampati in un corpo 6 antico Jonico con sfondi cangianti di colore a ogni girata di foglio, non aiutano a favorire il pieno godimento del volume.
Avrebbe meritato un formato più grande, con adeguamento dei caratteri e delle immagini a una più agevole lettura.
Resta un grande lavoro di accorpamento, un Viaggio che avrebbe meritato, come detto, un maggiore respiro di stampa. Un collage la cui elaborazione indubbiamente merita rispetto e apprezzamento, ma che nella sua compressione pirotecnica dà più l'impressione di un catalogo di viaggi, miniaturizzato; definirlo libro a tutto tondo mi riesce difficile.
Un bell'esempio di grafica editoriale, a mio parere valido come tesi di supporto in un corso universitario specifico, ma non come prodotto destinato a un "pasto" pubblico.

Una volta letto (tutto, poiché dei libri leggo e guardo sempre tutto), nel caso specifico, unico eccezionale irripetibile, se a qualcuno dovesse interessare, sono disposto, senza sforzo alcuno, non a prestarlo ma a regalarlo.

Nota finale: le immagini mie sono quel che sono, questo passa il convento, non per colpa del mezzo ma totalmente a causa della mia incapacità a manovrarlo.
Il libro giusto è già in viaggio; probabilmente non lo potrò commentare, poiché non sum dignus, troppo in alto il suo autore e troppo in basso io.

Era previsto per domani, è arrivato oggi. Questo è un assaggio, dall'ultima di copertina:


E che assaggio! Ottocentodiciotto pagine, tomo spesso 4 cm. Per un po' di tempo avrò da fare.
Buon Ferragosto!

sabato 28 luglio 2018

Pedonanti sotto il sole di luglio


I pedoni sono tutelati dalla Costituzione.
La loro protezione è implicitamente sancita dall'articolo sulle minoranze.
In quell'articolo sono segnalate solo alcune categorie: i pedoni furono esclusi dalla citazione esplicita, poiché all'epoca della promulgazione risultavano essere la parte maggioritaria degli esseri umani in movimento.
(Solo molto successivamente, la Costituzione viene letta, non come tutela di tutti i cittadini, ma come uso e consumo di una maggioranza; che, per renderla più moderna, appena può tenta di cambiarla laddove non coincide con questa lettura. Ma questo è un altro discorso...).
Col passare del tempo, questa maggioranza (dei pedoni) si è sfaldata.
Ormai, dal risveglio del mattino al rientro serale o notturno sotto le lenzuola, l'uso di qualsiasi mezzo di locomozione ha preso il sopravvento sull'uso delle proprie gambe.
Quindi, chi ancora le usa risulta in minoranza; che cala sempre più.
Per proteggere questi sopravvissuti sono state create corsie preferenziali, per agevolare l'attraversamento delle strade, soprattutto nei paesi e nelle città: le chiamano "strisce pedonali".
Il loro rispetto, a parte la Costituzione che, come detto, non ne parla proprio, è dettato dai vari codici: stradale, civile, penale, fiscale, davinci, avviamento postale, dileonardo, ecc. ecc.
Vigliacca terra se in uno solo di questi codici c'è un'indicazione comportamentale diretta a questa minoranza in via di estinzione.
Anche solo per invogliare i semoventi meccanizzati verso un tentativo di salvataggio.
Non servirebbe a niente, visto che i dinosauri e i mammuth sono scomparsi del tutto, pur essendo razze protette.
(Che ogni allusione a minoranze politiche sia immediatamente soffocata; non rientra nell'odg di questo post).
Ho preso la patente quando le strisce pedonali non esistevano proprio; esistevano le strisce pedonabili, quelle sì, ed erano quelle lasciate casualmente libere dal passaggio di pecore, asini, cavalli, mucche (dai cammelli no, erano extracomunitari, e li tenevano chiusi nei recinti degli zoo), ma soprattutto dei "ricordini" che perdevano per strada, mano a mano che pedonavano.
Pare che sbagliare la striscia pulita pedonabile portasse fortuna, soprattutto i rimasugli delle mucche, che per centrarli non c'era bisogno di prendere la mira; sicuramente fortuna la portavano a chi evitava di finirci sopra.
E i sacramenti che seguivano la pestata facevano pensare che i 'fortunati' non fossero così felici dell'evento.
Dicevo: forse da allora molte cose sono cambiate.
Non ho seguito gli aggiornamenti dei vari codici, per cui può darsi che non sia al corrente di modifiche: per esempio, mi piacerebbe sapere se negli articoli che li riguardano, ai pedoni sia raccomandata una certa accortezza o un minimo di sollecitudine nell'uso delle loro corsie preferenziali.
Così succede che queste strisce pedonali diventino strip, come nei fumetti.
Leggo queste tavole.
Arrivo in macchina, a passo d'uomo; striscia, persone anziane in camminata lenta: possono metterci un quarto d'ora, non faccio una piega (anche perché i coetanei meritano un occhio di riguardo).
Altra striscia: ancora anziani, in difficoltà. Mi è successo, tiro il freno a mano, scendo dalla macchina e vado ad aiutarli. E voi, sacchi di merda là dietro, suonate 'sto piffero e andate affanculo. Stronzi!
Donne incinte: prima il pancione, poi a seguire il retrotreno; mi commuovono sempre, e le accompagno con lo sguardo fino al marciapiede d'approdo.
Branco di ragazzi, adolescenti, studentelli delle superiori: vado regolarmente in crisi.
Attraversano in gruppi misti: un paio col cellulare all'orecchio, altri che confabulano animatamente (cosa abbiano da dirsi sulle strisce pedonali non lo so), altri, in coppie (forse maschili, forse femminili, forse miste) talmente avviluppate che non si riesce a distinguere chi sia l'uno e chi sia l'altra, una mano nella mano, una mano arpionante il gluteo sinistro l'altra quello destro, insomma dei polipi. Poiché chiaramente ignorano di essere su una strada, il timore è che a un certo punto crollino al suolo e, lì sulle strisce, finiscano per cosare sull'asfalto.
Passando, pare sia una dote comune, con una lentezza esasperante, ti fissano con aria di sfida.
Sembrano dire: vieni, insulto sottinteso, mettimi sotto, ché poi dovrai pagarmi per buono!
Bene, con questi, l'istinto omicida è fortissimo.
Mi leggo sul giornale dell'indomani:
"Automobilista strageggia dodici innocenti su un passaggio pedonale. Test negativi all'alcol, alla droga, al fumo e all'aspirina. Gesto inconsulto e incomprensibile. Non conosceva nessuno dei giovani stesi. Arrestato".
Tanto all'indomani sarei a piede libero in attesa di processo.
E metterei la firma per campare fino a quando, il primo processo, verrà messo a ruolo.
Comunque quello che mi frena di più è il pensiero di avere già fatto tanta prigione, da innocente, da non voler correre il rischio di tornarci, stavolta da colpevole.
Di queste fermate alle strisce, perfino davanti a quei dannati polipanti, una cosa positiva l'ho trovata: mi fermo più volentieri, e aspetto imperterrito la fine del passaggio delle lumache, quando dietro a me c'è un altro veicolo (se sono di più, poi, è un'apoteosi), che sicuramente mi insulta per la fermata, che con un piccolo tocco di volante potevo evitare, proseguendo e consentendo di proseguire i seguaci.
Quegli insulti 'eterei', che sento rimbalzare sul tetto e sui vetri della macchina, sono musica: poter far girare le palle, nel rispetto della legge, mi eccita come un riccio in calore; anche perché sono certo che chi in quel momento mi sta dietro, se fosse al mio posto, proverebbe lo stesso sentimento nei miei confronti.
Il motivo che mi ha portato a questo post, però, è un altro.
E' un fatterello che, nella sua semplicità, mi ha steso. E poiché non potevo raccontarlo da solo, ho pensato di precederlo con le considerazioni psicoteofilosofiche di cui sopra.
Passaggio pedonale: personaggi in ordine di entrata in scena, una carrozzina con dentro un affarino (direte: non è bello definire 'affarino' una creatura; si può, vi dico che si può, non essendo in presa diretta, è il finale che consente il termine), la (presumibilmente) mamma, con borsa spesa appesa a un manubrio del passeggino, il (presumibilmente) padre, con altre due borse della spesa, una per mano.
E' un'altra di quelle categorie che mi inteneriscono.
Mi intenerisce meno quando il borsone della madre si squacchia dal manubrio, atterra, si sfascia e sparge a terra il contenuto.
Ma neanche questo mi smonta del tutto: sono cose che capitano.
(Dietro, e più dietro ancora, qualcuno comincia a suonare; come detto, questa per me è musica).
Mentre padre e madre presunti si affannano a raccogliere le vettovaglie, il passeggino è fermo proprio davanti a me.
Per passare il tempo esamino il contenuto, accennando un sorriso.
Senza alcun ricambio.
Dal grugnetto, lo sguardo scorre sul braccino, languidamente appoggiato al bracciolino.
Alla fine del braccino c'è una zampetta.
La cosa non mi stupisce più di tanto: alla fine di ogni braccino sano c'è sempre una manina.
Solo che quella zampetta ha qualcosa di strano: il pollicino, l'indicino, l'anularino e il mignolino sono stretti a pugno; il mediolino (vezzeggiativo solo per rispetto della routine) è diritto, teso verso l'alto.
Fisicamente, non è una cosa impressionante, una suppostina per bambini fa di peggio.
Moralmente, pur metaforico, il gesto mi ha scombussolato: fatto casuale o i bambini stanno facendo le prove per il futuro?
Dalla zampetta sono risalito al grugnetto e, forse condizionato, ho letto nei suoi occhi un lampo di sfida.
Tipo: vieni avanti, cretino!
I (presunti) genitori, nel frattempo, avevano raccolto il malrovesciato.
Un gesto di 'grazie' per la pazienza dimostrata, e ripartono verso il marciapiede opposto, seguiti dal mio sguardo, perplesso e sincopato.
Allontanandosi, l'affarino, che forse mi aveva preso in simpatia, si è sporto all'indietro, continuando a fissarmi.
Bontà sua, non ha alzato il braccino...
L'ho fotografato nella mente: sono un gatto con memoria d'elefante.
Con questo, se mi capita ancora a tiro, in galera ci vado!

mercoledì 25 luglio 2018

Cellulare felino

Sceneggiatura per un cortometraggio giallo.
'Corto', misurato in altezza.
Domenica sera scorsa, vento afoso che tiene il cielo abbastanza terso.
Sudori non colanti, ma quel sudore assoluto che se ti mettessi nudo ti sentiresti ugualmente vestito, di una patina velina fastidiosa... che non sarebbe sufficiente ad evitarti un fermo per oltraggio al pudore.
Oltraggio al sudore...
Decido di fare uno scatto in notturna del panorama marino e, se riesco, di una salva di fuochi pirotecnici programmati per la tarda serata nei dintorni.
Di queste splendide immagini è pieno il web, facebook ne sforna almeno una al giorno, tutte foto talmente belle e nitide da farmi ritenere che siano fatte in laboratorio, magari riprese da figure a corredo di testi che ne illustrano ogni trucco messo in atto per la migliore riuscita degli scatti.
Misure dell'obiettivo, filtri, posizione, esposizione, tempi, luminosità...
Troppo complicato per la mia piccola mente, resa ottusa e refrattaria a marchingegni che vadano oltre al casareccio "guarda punta scatta", che toccava poi al professionista fotografo tentare di migliorare nella fase di sviluppo della pellicola.
Impresa non sempre facile...
Adesso ci sono questi aggeggi di tecnologie avanzate, stanno nel palmo della mano, piatti, compatti, che danno tutto meno il caffè e il gelato. E neanche una birretta o un cognacchino.
Tempo al tempo, quanto prima...
Fatto sta che per fare una foto con questi fenomeni alieni basta cliccare su un cerchietto dopo avere richiesto il servizio specifico per le riprese foto/video. In teoria dovrebbe essere tutto automatico: messa a fuoco, ricerca della luminosità più adatta, ritaglio... e quant'altro.
È così, 'deve' essere così, con chiunque ne parli, con chiunque ti mostra con orgoglio immagini stupende, esposte con una logica talmente modesta che ogni volta sarebbe un'offesa al mio amor proprio. Le mie, in particolare le notturne, sono macchie con un fondo buio, quadretti astratti che anche Sgarbi avrebbe difficoltà a commentare come figure artistiche.

Bene, inizio la ripresa... del corto accennato all'inizio. Questo è stato solo un prologo per far capire qual è il mio rapporto con questi sofisticati (e costosi) accidenti.
Per tentare di avere più possibilità di riuscita nei miei scatti notturni avevo trovato una specie di lente che nelle istruzioni prometteva una migliore e più ampia visibilità alle immagini da riprendere.
Da applicare con una molletta all'obiettivo dello smartphone. Per poterla usare era necessario togliere il cellulare dalla cover, in modo da dare la migliore aderenza possibile di questa lente all'obiettivo fisso del cellulare.
Fatto... almeno speravo...
Nello specifico, per avere una maggiore panoramica di ciò che andavo a immortalare, ero salito alle mansarde, da cui potevo vedere le luci del paese sottostante e il mare e il cielo.. Credo che restando qualche ora ad ammirare il tutto, me lo sarei trovato 'impressionato' nella mente, da dove, in un futuro forse non lontano, sarà possibile trasferire la pellicola mentale direttamente su computer o addirittura su carta fotografica.
Mansarde al quarto piano abbondante, undici rampe di scale, niente ascensore dalla creazione del manufatto (non era stata prevista la possibilità che potessimo invecchiare, per cui ai baldi giovinotti e prosperose fanciulle di allora sarebbe sembrato offensivo installare un ascensore; oggi, chi sta in alto si accontenterebbe di un saliscendi, una carrucola da muratore...), ampio terrazzo con possibilità di movimenti, alla ricerca della parte migliore da immortalare sul mio apparecchietto.
Ripreso fiato, solito spettacolo mozzafiato... ripetitivo, ma sempre nuovo; un libro perennemente intonso anche dopo averlo sfogliato, e letto, migliaia di volte.
Montaggio della lente a lume di luna per non turbare il buio silenzio con inquinamenti luminosi turbativi dello sfondo da fotografare.
Accendi, punta... il braccio traballante non consentiva di fermare l'occhio della fotocamera...
Appoggiati i gomiti sulla ruvida pietra serena del parapetto, una ventina di centimetri... sufficienti per potermici sdraiare di schiena ad ammirare le stelle che occhieggiano tra nuvole vaganti.
Senza cover (che presumo significhi copertura, riparo, salvagente, airbag... e continuo a non capire come da termine musicale sia finito a indicare un accessorio di cellulari e tablet), il cellulare, complice il palmo sudaticcio, è particolarmente scivoloso. Mi rendo conto di quanto lo sia quando con la sinistra cerco di sistemare meglio la lente.
Un'anguilla viva credo sarebbe stata più facile da tenagliare.
E il cellulare prese il volo...
Circa quindici metri, e il 'corto' si era trasformato in un lungometraggio. Senza fine...
Affacciato oltre il parapetto, per un attimo (inferiore al lampo di luce della particella di Dio che ha fatto nascere l'universo) avevo pensato di gettarmi nel vuoto, lanciarmi al salvataggio. Lo avevo visto tante volte in filmati che raccontano di lanci da velivolo con prese al volo tra paracadutisti, con atterraggi spettacolari, raramente con incidenti di percorso che finiscono in tragedia.
Non avevo neanche una tuta alare a portata di mano; e comunque, l'avessi avuta, quindici metri di tempo non sarebbero stati sufficienti a infilarmi neanche un dito.
Nell'aria un silenzioso urlo straziante da parte del volatile tecnologico, era caduto a faccia in su, un lampo di luce, l'ultimo canto del cigno morente... poi il buio, il silenzio...
Sudorino gelido, al viso e lungo la schiena, un tuffo nel ghiaccio...
Sudario, più che sudore, steso pietoso su me sopravvissuto.
Ero sceso dalle stesse rampe di scale che avevo poco prima salito con orgogliosa sicurezza... (cit. A. Diaz, bollettino della vittoria, 4 novembre 1918... all'inverso).

Senza fretta...
Se vai in visita a un morto che motivo hai di correre, sai che quello non si muove, ti aspetta, e se anche decidi di ignorarlo non si offende. Ti aspetta comunque, sa benissimo che quanto prima lo raggiungerai... in visita reciproca.
Avevo già preparato una paletta e uno scopino virtuali per raccogliere i cocci; lungo la discesa avevo anche pensato di portarli a Paolo per la sepoltura, che sarebbe stata senza costi in cambio di un ricco obolo per la sostituzione del defunto. Non fiori, ma moneta sonante...
Piangeva il telefono, e piangeva pure il portafoglio, che versava lacrime amare sulla mia natica destra, quella che lo sostiene all'interno della tasca posteriore, in vista di un suo imprevisto e improvvido alleggerimento.
Arrivato a terra, giacente inanime sul pavimento in cotto antiscivolo, il piccolo rettangolo.
Istintivamente, prima di procedere a un intervento di salvamento, magari un bocca-a-bocca virtuale, avevo guardato intorno: un pergolato di vigna già con i grappoli verdi pendenti, un gelsomino, un alberello di mandarinetti cinesi, un mandarancio, un'ortensia sfiorita... e altra flora: non uno di costoro che avesse teso un ramo, un tralcio, un braccio, una gamba in un umanitario tentativo di salvataggio.
Non dico dai cosiddetti immobili, ma dai vegetali, che nascono vivono muoiono quasi come noi, un gesto di samaritana umanità me lo sarei aspettato. Per esempio io, che sono un ipersensibile, una mano di aiuto non la negherei a nessuno. Quella mano che tendo perfino alle zanzare, che in queste serate afose, mi trasfusionano senza tregua, per incoraggiarle a proseguire nel loro suggimento... purtroppo raramente riesco ad appoggiarla sulla loro schiena... le maledette!
Anche le piante si devono essere adeguate all'inumanità ormai diffusa, imperante, nel genere cosiddetto umano. Voltarsi dall'altra parte è ormai lo sport preferito, costa poco e sovente evita problemi a non finire...
L'ho raccolto, rassegnato...
Cose che capitano, mi dicevo, soprattutto a chi maneggia oggetti inanimati ma a modo loro vivi, e dotati di un'intelligenza propria, che averne una minima parte saremmo tutti geni, ha le mani imburrate come una teglia per crostate.

No, non poteva essere vero! Non ci potevo, né volevo poiché antitroppo, credere!
Volato a peso morto da un'altezza di poco meno di quindici metri...
Da una rapida visita esterna non c'era alcuna scheggiatura, neanche minima; alla palpazione non risultava alcuna frattura, probabilmente i traumi sarebbero stati solo e tutti interni.
Accensione del piccolo monitor: luminoso, come prima dell'incidente, senza lamenti o distorsioni.
Segnale di messaggi su watsapp: uno indigeno e due dalla Spagna, letti perfettamente.
La voce sicuramente l'aveva persa, come l'avevo persa io per le due emozioni in così rapida sequenza.
Avevo risposto al messaggio spagnolo con chiamata vocale: la risposta era arrivata, nitida, limpida, come se la corrispondente fosse alla nostra marina.
Poi succede che un cristiano (ma anche uno di altra fede, o un agnostico, perfino un ateo) cada da una sedia o da un tavolo e si possa ritrovare mezzo fracassato, quando gli va bene; oppure che ci rimanga secco, quando proprio è scritto che debba andar male.

Che dire... Non credo ai cosiddetti miracoli, tanto meno se applicati ad oggettistica generale.
Così mi piace pensare, e credere, che il mio cellulare abbia un'applicazione fuori range, che preveda l'uscita di quattro zampette che gli consentono, in caso d'emergenza, di cadere all'in-piedi, come si dice, e salvare la... pelle. Magari un'applicazione ignota, introdotta in via sperimentale, a mia insaputa; benedetta, ovviamente!
Zampette retrattili, zampette feline, appunto.

Paolo? Per adesso lo saluto da qui, lo rivedrò alla prossima occasione.










domenica 15 luglio 2018

Era solo una gatta

Era "solo" una gatta, e si chiamava Neve...
A esser cavillosi, quasi sofisti, sicuramente pignoli, non è che si chiamasse così.
L'avevamo chiamata così noi, quando si era presentata in giardino. Tutta bianca, candore di neve, appunto, a parte i due punti neri degli occhi e il rosato tenue dell'interno delle orecchie; un rosato tipo confetto, ma era femminuccia e non avevamo voluto confonderle le idee sul suo genere.
Non faceva parte della nidiata che Micia (altra ex, anche lei 'andata' qualche mese fa) ci aveva scodellato in un sottoscala del giardino.
Di una nidiata di quattro erano rimasti il Grigio e il Bianco (che nell'immagine è quello stravaccato sulla destra di Neve); un altro Grigio, gemello di questo sopravvissuto e il Nero erano spariti uno dopo l'altro.
Quattro maschietti... senza disprezzo per le femmine, una benedizione. Liberi di scorrazzare ovunque all'esterno, contavamo sulla decimazione dei topi e, ci dicevano ma non è vero, delle serpi. E anche ai topi, a salvaguardia del ribrezzo che ci davano, dobbiamo provvedere con bustine e trappole, ché anche i gatti ormai sono sofisticati e non rispettano più le antiche leggi della natura.
Gatto mangia topo... quando mai!
Lo so, la nostra fantasia nel 'battezzare' i gatti che ci capitano a tiro è talmente ampia che potrebbe stare comodamente in un portacipria, ma ci sappiamo accontentare. Tanto non è mai che apprendano il proprio nome e rispondano alle chiamate. Rispondono ce c'è una ciotola a supporto, senza questa ritengono che quelli che cerchiamo siano sempre altri.
Uno era il Grigio 1, l'altro il Grigio 2, Bianco perché bianco il sottopancia e grigio il dorso, Nero con il sottopancia bianco e dorso nero.
E anche i gatti si accontentano, mai un reclamo...
Questa, Neve, era arrivata, non si sa da dove e non si sa, di preciso, da quando. Si era messa a debita distanza, studiando l'ambiente e valutando soprattutto noi e i possibili eventuali futuri compagni. C'era stata la solita pantomima di quando due animali di genere diverso da una diffidenza iniziale valutano l'ipotesi di passare a un rapporto quanto meno amichevole, se non affettuoso.
Era un'immigrata, il nostro giardino è sempre stato un porto di mare o una stazione ferroviaria; 'gente' che va 'gente' che viene, guarda, annusa, se gli sconfinfera rimane, se non gli piace se ne va. A noi non è mai venuto in mente di chiudere questo porto, e sì che di animali neri ne abbiamo visti, e anche di altri colori e razze non proprio ben viste.
Gatti neri (senza allusioni personali, grazie... io sono indigeno, e con regolare permesso di soggiorno a garanzia) e in tinta mista, serpi nere e grigiastre, ricci, una volta un rospo (Giorgio, qui la fantasia si era sbrigliata... in ricordo di cari ex colleghi di lavoro), merli, piccioni, passerotti, topi, topini di granaio...
Più che un porto o una stazione, un bed & breakfast; venivano, dormivano una notte o due, facevano colazione o pranzo quando ne trovavano, poi insalutati ospiti se ne andavano... salvo tornare tempo dopo, manco se il nostro giardino fosse stato casa loro (e, in fondo, lo è), ripetendo imperterriti lo stazionamento dubitoso delle volte precedenti.
Sulle femmine abbiamo ottimi motivi per essere diffidenti, non per i servizi che svolgono, che non hanno nulla da invidiare ai maschi (toh, la stessa situazione degli animali umani...), quanto per quello che viene definito "calore". Chi ha a che fare con i gatti sa che i maschietti che "vanno in calore" cercano in giro un'anima gemella purchessia (non per la vita, a loro basta quella sola volta, poi cambiano volentieri compagnia; indisturbati, senza accuse di molestie o altro) e, quando soddisfatta la voglia, se ne vanno altrove in cerca di nuove avventure; per le femmine, il discorso cambia nella parte conclusiva: quando scocca l'ora vanno anche loro in cerca della scintilla che ne calmi gli ardori, ma poi tornano alla base di partenza, sicure di una certa assistenza e cura per loro e per la prole.
Tornano pregne, detta in termini di ostetricia spicciola.
I quattro maschietti citati, a parte calorifiche adolescenziali effusioni con la stessa madre, seguivano la strada di tutti, e qualcuno, altrove, si sarà 'goduto' il dono delle nuove nascite.
L'arrivo di Neve era stato accolto con tripudio dai quattro dell'avemaria, che avevano subito iniziato a coprirla di gentilezze e coccole per conquistarne per primi le grazie.
In attesa della sua maturazione, che, in contrasto con un fisico minuto che ce la faceva ritenere ancora 'bambina' (come per i genitori umani, tanto per cambiare...), aveva già sviluppato i suoi desideri e aveva cominciato a fare l'occhiolino a destra e a manca. Senza offesa, era chiaramente una piccola zoccoletta.
Estropil, tante gocce quanto il peso... che due piume di piccione pesavano di più. Col dubbio che, vista sempre piccolina, potessero farle male.
Eravamo riusciti a calmare i suoi bollori in un paio di occasioni, poi avevamo deciso per la sterilizzazione. Intervento di un'antipatia unica, ma egoisticamente indispensabile per la sua (e soprattutto nostra) tranquillità.
Come accennato, Micia, la madre dei quattro, era morta qualche mese fa, non sappiamo né perché né percome; un Grigio, non sappiamo se 1 o 2, se ne era andato per fatti suoi; l'altro Grigio, idem come l'altro quanto a numerazione, va e viene, assente per giorni, si presenta ogni tanto, mangia e dorme per un po' di tempo poi sparisce di nuovo; il Bianco è rimasto in pianta stabile...
Neve pure, fino a stamattina.
Una volta operata aveva acquisito uno spirito fraterno e materno verso il Bianco, che faceva tenerezza. Se lo teneva sempre stretto, se andava in giro lei prontamente lo seguiva, se non con le zampe con lo sguardo, acchè non si allontanasse troppo. Mangiavano nella stessa ciotola, lei ingordamente, lui più calmo ma costante.
Quando poteva se lo tirava a sé per fargli le pulizie, leccate dalla punta delle orecchie a quella della coda. E il 'porcellino' lasciava fare, agevolandola e quasi indicandole dove andare più a fondo.

Si sa, il ciclo della vita prevede anche la morte: Nel mondo animale questo ciclo ha una sequenza che risale alla notte dei tempi. Forse a prima ancora...
Ristretto, seguendo la nota filastrocca, si sa che il cane mangia il gatto, il gatto mangia il topo, ecc.
È solo l'umano che ammazza tutto e tutti, che si presta a divorare anche se stesso se ciò gli porta un vantaggio...
Tante parole, solo per dire che Neve stanotte è stata vittima del cane di un vicino...
Tante parole, solo per non riuscire a dire un semplice, freddo, nudo "mi dispiace".







mercoledì 11 luglio 2018

Di "Zeig" e dintorni

Premetto che questa non è una recensione, ma il commento alla lettura del libro da parte, appunto, di un umile lettore.
Commento che sarebbe sintetizzabile in poche parole: parafrasando un antico spot pubblicitario, direi che questo è un libro da bere.
E io me lo sono bevuto in poco più di un giorno. Sarebbe facile dire "evidentemente non avevi altro da fare". No, da fare, in un modo o nell'altro, ce n'è sempre. Puoi essere un nullafacente milionario o un nullafacente poveraccio, il primo ha sempre da fare per incrementare i suoi averi, il secondo ha sempre da fare per riuscire a mettere insieme il minimo indispensabile per sopravvivere.
Anzi, più che commento direi che si tratta di considerazioni a ruota libera, suscitate appunto dalla lettura di questo... non so come definirlo, se romanzo, se thriller, se altro. Forse il termine più appropriato è che ho letto un sogno, un lungo, avvincente sogno.
Ammetto da subito che ero piuttosto scettico su quello che sarei andato a leggere. Conoscere Ciano su Facebook o sul blog è ben diverso dal leggerlo nella veste di scrittore a tutto campo su un testo cartaceo.
Educato da sonori antichi schiaffoni a finire, comunque, quello che mi trovavo via via nel piatto, ho trasferito anche alla lettura, a qualunque lettura, questo adeguamento. Bruciacchiato da esperienze passate, in cui mi sono sorbito sonore schifezze editoriali, preferisco sempre mettere avanti le mani e aspettarmi il peggio.
Questa prevenzione di solito mi porta bene, poiché quando viene demolita dalla realtà risulta essere doppiamente piacevole.
E la lettura è (deve essere) sempre evento piacevole; altrimenti diventa una tortura.
Entrato a passo felpato nel testo di questo libro, non sono più riuscito a distaccarmene fino alla fine.
E, giunto alla fine, ho tirato un sospiro profondo, uno di quei sospiri che sgorgano spontanei quando la tua sete ha ricevuto quello che inizialmente non si aspettava: una lunga boccata di acqua sorgiva d'alta montagna, quella che Martino direbbe che ti ricria, ti dà una gioia intensa, ti fa capire che non hai perso il tuo tempo.
Non ho letto le recensioni, quelle vere, perché sicuramente saranno di una profondità per me irraggiungibile; ma, soprattutto, per non rischiare di influenzare un pensiero che voglio sia tutto mio, una chiave di lettura assolutamente personale, sviluppata mano a mano che ne 'bevevo' i capitoli.
In sintesi: nella prima parte il libro racconta di una città, Colpaca, creata e mantenuta sul consumismo esasperato, organizzata in modo che questa e questo siano una condizione prevista per l'eternità. Legata ad una Fabbrica, la Titti-Teet-Troot, che la tiene soggiogata sotto una cappa di quieto vivere, dalla nascita alla morte dei suoi abitanti.
Un nucleo descritto come una mamma, amorevole e autorevole, avvolgente e impietosa.
Situazioni presentate come realtà corrente, frammiste a sogni altalenanti tra la distruzione della stessa e il suo mantenimento; quest'ultimo unico salvagente alternativo alla morte.
Un dilemma metafisico che credo sarà mai risolto.
Dilemma riproposto nella seconda parte, lanciato come pietra in un lago, i cui cerchi concentrici si fanno seguire fino alla loro dissolvenza sulle rive; lasciando solo spizzicati dubbi e constatazioni già latenti in ciascuno di noi.
Questo è stato, più o meno, il mio commento su Facebook.
Qui (e spero che Martino non ne abbia a male), prendendo spunto dal suo libro, esco dal seminato e mi tuffo in triplo carpiato in paragoni e considerazioni che, in fondo, sono solo un approfondimento di quanto da lui così bene raccontato.

Presente in me uno schermo mentale, virtuale, nel corso della lettura mi sono immedesimato nel testo; in quel video vedevo passare vite, situazioni, condizioni già viste in un lontano (?) passato, vissute in maniera marginale ma indelebili nella memoria.
Abbiamo avuto, appunto in passato, tante mamme, a modo loro ciascuna amorevole e impietosa.
Così ho visto scorrere la Chiesa, poi la democrazia cristiana detta DC, poi le Ferrovie dello Stato, poi le Poste Italiane, poi la scuola, poi l'INPS...
Tante Colpaca, ciascuna a modo proprio create e incrementate con interventi che non avevano in programma produzioni a livello industriale, ma tendenti a un particolare prodotto che oggi sarebbe definito virtuale, che avrebbe condizionato tutta una serie di benefici a cascata: il consenso, i voti, il potere politico... Padre-padrone, ufficialmente con zimarra di volta in volta di colore diverso; nella realtà questo potere non ha mai avuto una tinta ben definita, e il suo profumo è da sempre quello che chi non ne ha definisce del vil denaro.
Maestra indiscussa di questo tipo di Colpaca fu la Democrazia Cristiana, per gli amici e i nemici semplicemente e brevemente DC.

Ultima in quest'ordine cronologico non esaustivo, ma di primo acchito la prima comparsa nel mio schermo immaginario è stata la Fabbrica Italiana Automobili Torino, più conosciuta con l'acronimo FIAT.
Nel testo la città è Colpaca, la ditta madre-padrona è la Titti-Teet-Troot.
Torino e la Fiat, troppo facile da inquadrare.
Prima sulla città, da cui prendeva parte del suo nome, poi sulla regione, poi sulla penisola intera e pure oltre, aveva steso i suoi tentacoli, inizialmente come un grosso polipo e in seguito come una enorme piovra con miriadi di tentacoli.
Era una sicurezza, madre amorevole e avvolgente e coinvolgente.
Nella città era un assioma: non muove foglia che Fiat non voglia.
Dava tutto, dalla nascita alla morte i suoi figli sapevano che non li avrebbe mai lasciati soli.
La vita della città era scandita dalle sirene dei suoi cambi di turno, nelle ventiquattr'ore di ogni giorno, festivi compresi.
Nei movimenti in città era indispensabile tenere conto di questi orari di cambio, che significavano maree umane che affollavano i mezzi pubblici e le strade. Travolgenti nel vero senso del termine, poiché la frenesia in vista della timbratura dei cartellini di presenza travolgeva qualunque ostacolo si frapponesse a quel rito.
Aveva offerto un'organizzazione sanitaria di tutto rispetto, convenzioni con i migliori specialisti del settore medico, posti privilegiati negli ospedali, dopo-lavoro attrezzati, trasporti, terme, colonie marine per i figli...
I ragazzi più promettenti venivano affidati alla cura di appositi istituti (nel libro il quartiere Ribù) che li forgiavano al meglio in vista di un inserimento che perpetuasse la solidità e l'espansione della casa madre.
Aveva un suo fondo pensionistico, che garantiva un discreto benessere quando gli anni o gli acciacchi costringevano ad appendere le tute blu al classico chiodo o infilarsi nelle polo multicolori in luogo dei colletti bianchi d'ordinanza.
Aveva anche un suo piccolo esercito interno, in divisa e anfibi, armato; ufficialmente per la sicurezza nelle entrate e uscite nei cambio turno... neanche tanto velato l'intento era la salvaguardia dei macchinari e delle proprietà aziendali; nonché per sedare risse o tumulti interni che potessero turbare la serenità degli addetti. Non lesinava azioni di infiltrazione nei vari reparti di soggetti specializzati nel captare malumori o accenni di reazione psicotica alla ossessionante ripetitività lavorativa.
Non erano necessari occhi esperti per sapere, al di fuori della fabbrica, la postazione di lavoro degli operai; quando dismettevano le tute blu, dalla postura acquisita dopo anni di monotonia dei movimenti si capiva dove operavano. I più acuti sapevano dalle spalle cadenti da un lato o dall'altro perfino il reparto preciso di provenienza. Avvitare bulloni per una vita, cadenzati da capi-voga che controllavano, tempari alla mano, che i secondi fossero sfruttati al millesimo, adattava le ossa ai movimenti delle specifiche lavorazioni. Non era raro il caso di vetture nate con imbullonature parziali, nel rispetto dei tempi imposti. Erano i danni collaterali della produzione "a catena". Danni rimediati ai primi tagliandi di controllo, senza clamori e senza tracce.
Anche i suicidi, frequenti più che altrove, erano "danni collaterali"... comunque sempre chiusi con esequie di prim'ordine, con banda e corone, con lauto contributo della mamma ai parenti sopravvissuti; se il morituro aveva scalato la gerarchia, arrivando al grado di almeno vice-vice-vice capo reparto, qualcuno in rappresentanza dei vertici si presentava ad onorarne la memoria...
Si sapeva: "chi per la Fabbrica muor, vissuto è assai". La frase era destinata a un'Italia in via di formazione, ma la Fiat era ormai l'Italia, anzi più mamma dell'Italia stessa; questa, direttamente o indirettamente, accudiva ai suoi figli sul territorio in maniera diversa gli uni dagli altri.
La mamma Fiat non faceva grandi discriminazioni, anzi a fronte di una carenza locale di materiale umano, volentieri accoglieva, cercava, incentivava l'arrivo di "stranieri". Grazie a loro la città in pochi anni si era ingrandita e infoltita, e la Fabbrica era cresciuta di pari passo.
Non erano bene accolti in questa Colpaca, nei primi tempi si adattavano a una vita grama, fatta di stenti, di disagi psicologici, prima di riuscire ad adeguarsi a stili di vita frenetici, in netto contrasto con mentalità secolari che li avevano indotti a credere che quello che non era possibile fare oggi lo sarebbe stato il giorno o i giorni successivi. Vite passate scandite dai canti di gallo o da tramonti stagionali... Stili di vita che portavano ad una obesità diffusa, non dovuta a "troppo pieno", ma alla fame che gonfiava stomaci tenuti troppo a lungo vuoti.
Baracche con tetti di eternit, pane e poco altro per pasteggiare, gambe buone per camminare, ché i mezzi pubblici avevano un costo che avrebbe sottratto alle bocche il già scarso cibo disponibile...
Ingoiando anche i bocconi amari del disprezzo da parte degli indigeni divenuti concittadini loro malgrado...
Piano piano la mamma aveva contribuito a integrarli, a educarli, costringendoli ad apprendere modi di vivere a sua immagine: precisione, puntualità, produzione, rispetto assoluto delle regole da lei stessa impostate e imposte.
Inizialmente la città era stata una torre di Babele, multietnica e multilingue...
Le uniche ricchezze di questi immigrati interni stavano in valige di cartone legate con lo spago (le stesse poi riprese in filmati realistici passati alla storia del cinema). Vestiti, stracci, qualche vettovaglia che "sapor della terra natìa rimanga ne' cuori esuli a conforto" (cit. d'Annunzio della transumanza), che duravano poco, i martei, i martelli, i denti, chiedevano di masticare per dare un senso alla loro presenza nelle bocche.
La mamma aveva agevolato gli acquisti con buoni-sconto su ogni prodotto che potesse essere utile a migliorare la condizione di vita dei suoi nuovi figli. Questi buoni-sconto erano moneta sonante, e nessun esercizio si sarebbe mai permesso di rifiutarli.
La creazione di sportelli bancari interni, che offrivano il denaro necessario a costi favorevoli, con capitale e interessi garantiti dalla busta paga, offrivano ulteriori atout alla circolazione della moneta vera. Affidarsi a questi significava inaugurare un novello cordone ombelicale che legava i contraenti alla mamma adottiva per anni e anni a venire.
Il sogno di tutti, poi, era quello delle quattro pareti e un tetto, in una città che ancora esponeva le macerie dei bombardamenti. Era stata incrementata l'edilizia popolare in maniera esponenziale alla crescita della Fiat. Casermoni in cemento armato, posizionati nelle immediate periferie, avevano fatto nascere interi quartieri. Per l'acquisto di immobili a blocchi completi erano nate specifiche cooperative che sbrigavano le pratiche burocratiche con lo stesso ritmo del lavoro di catena nella fabbrica.
In parallelo era nato un mercato delle auto aziendali, offerte ai dipendenti tutti, con sconti eccezionali regolati da norme precise; dopo sei mesi dall'acquisto la vendita a terzi era favorita, la loro vita semestrale era garanzia di avvenuto collaudo con esito positivo. Uno sconto adeguato consentiva all'acquirente del quasi-nuovo di risparmiare e al dipendente di "farsi" la macchina nuova un paio di volte all'anno.
Criticata, vituperata... odiata talvolta, da chi ci aveva a che fare, sia come dipendente diretto che come dipendente nell'indotto (buchi, capanni, boite, proliferati a supporto esterno della Fabbrica), ma solo tra mura amiche o in spazi aperti fuori dalla portata di orecchie "nemiche", esternando il proprio livore solo con persone ad alta garanzia di solidarietà sodale.
Alla mamma le inclinazioni sessuali, i colori della pelle, i diversi dialetti, le piccole anomalie fisiche, interessavano solo marginalmente, e solo come completamento delle schede sul 'materiale' in entrata; che tale materiale fosse casualmente umano aveva valore soltanto per la stesura delle buste paga.
Era, invece, sensibile alle inclinazioni politiche: quelle che un tempo erano di centro o di destra erano gradite, con punteggi iniziali positivi per eventuali possibili passaggi di grado nella gerarchia aziendale.
Quelli che risultavano (mai ufficialmente dichiarati) di sinistra, da indagini o soffiate interne, non venivano necessariamente lasciati fuori (a meno di eclatanti azioni di violenze verbali o fisiche o, il peggiore dei crimini, di danni agli impianti); anche a loro veniva dato un punteggio, ma in negativo, falsariga dell'antico "alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai"; che non era una velata minaccia a vuoto... La sicurezza interna provvedeva, nei casi più a rischio, a mettere in condizione quelli sotto tiro di combinare qualcosa che ne giustificasse l'allontanamento in tronco. Provocazioni, sabotaggi, risse mirate, tutto era utile; e con decine di migliaia di dipendenti questi erano granelli di sabbia da spazzolare via, a favore della superiore pace/amore interna.
La città, vista all'esterno, era ufficialmente "rossa", almeno soppesando le copie de l'Unità in bella vista dalle tasche o in mano ai cittadini, fino a quando erano in "borghese", fuori dalle tute o dai colletti bianchi. Probabilmente non erano copie per lettura; per questa la mamma provvedeva a informare i suoi figliuoli tramite una sua creatura editoriale, un giornale quotidiano che raccontava della città e del mondo, e in particolare dell'interno del suo cuore produttivo.
In fabbrica la distinzione operai-impiegati era evidenziata dalla tuta blu (magenta nel libro di Ciano) dei primi e dai cosiddetti "colletti bianchi" dei secondi. Fuori, l'Unità nella saccoccia indicava l'appartenenza al proletariato, il Sole24Ore in bella vista era il distintivo di un ceto superiore. Talvolta, soprattutto nei giorni di festa, che favorivano incontri fuori dal quotidiano, entrambi i giornali... entrambi di sola facciata, il classico mettere le mani avanti in caso di incroci non previsti...
Nota come la büsiarda (la bugiarda) era un punto di riferimento indifferibile per tutti. Di una notizia, per garantirne la veridicità, bastava dire "lo dice La Stampa"; "lo dice l'Unità" aveva buon peso solo nelle sedi del partito, anche lì con qualche sporadico e mai esplicitato dubbio. Il Sole, come lettura, era fuori dalla portata dei più, Ma all'uno e all'altro l'apporto nelle vendite era considerevole...
Le feste: erano occasioni irripetibili per radunare le famiglie a sempiterna glorificazione della Fiat.
Natale, Capodanno, la Befana, la festa patronale, il Ferragosto delle sue colonie marine e montane... c'era una festa specifica dedicata alle vedove e orfani dei (suoi) Caduti sul lavoro. Tutte arricchite da musiche, discorsi di circostanza, gadget specifici e cotillons vari: applausi e lacrimucce erano sempre garantiti. C'era un ufficio apposito, con un badget importante, dedito esclusivamente alla elaborazione, creazione e organizzazione di questi eventi.
La mamma sponsorizzava molti sport, si può dire che in tutti c'era il suo zampino, tutti aiutava agevolando i migliori atleti all'inserimento nel suo apparato dirigente.
Tra tutti il più coccolato era il calcio, in particolare una squadra che militava nella serie maggiore, un giocattolo costoso che era registrato con un nome che era un quasi un invito a sconfiggere la vecchiaia, l'inconscio desiderio di una lunga gioventù, meglio se eterna. Nella sua magnanimità, mai a sufficienza osannata, non aveva voluto che si chiamasse Fiat come la casa madre, ma ne era chiaro sinonimo.
Il suo cruccio, di questa squadra, e con immediato riflesso sulla mamma, era la presenza in città di un'altra formazione che contrastava con determinante capacità i suoi sogni di gloria assoluta e incontrastata. Nonostante gli investimenti, non riusciva a superare questo ostacolo che, senza oscurare la sua fama di filantropico mecenatismo, costringeva a dimensione più umana questa squadra del proprio cuore.
Quella avversaria aveva sposato la maglia granata, che era un colore rosso paonazzo, parziale simbolo di quel proletariato che successivamente, come dirò fra poco, sarebbe diventato bandiera di una rivolta, fortunatamente limitata a un breve, seppur doloroso, periodo della nostra Storia.
Sulle sue maglie aveva cucito la dicitura, virtuale ma riconosciuta, di Grande.
Fino a un triste, e tristo, giorno in cui un attentato del destino l'aveva cancellata, l'aveva eliminata dal mondo e da ogni classifica.
Erasata, bannata, direbbero i puristi della lingua d'oggidì.
Il titolo di Grande le è rimasto, il pensiero di quanto lo sarebbe stata in futuro è pleonastico.
Il seguito di questo sport ad alti livelli ha dimostrato, e sta dimostrando sempre più, che con i se, i forse, i ma, non si costruisce il futuro (di una squadra di calcio, di un'azienda, così come di un partito politico). Il futuro si costruisce con molti, moltissimi, denari... nella mia Colpaca si direbbe tanti da 'mburgnete, da accecarti. Come hanno dimostrato i 'mercati' periodici dei calciatori. Mercati di vacche grasse, con giri di capitali che, timidamente, sono definiti osceni, offensivi; osceni e offensivi quando messi in atto da società non nel nostro cuore. Quando si tratta di queste (solitamente una sola che entra, una volta per tutte, nel nostro personale affetto, quando non vero amore sviscerato), si parla di investimenti con ritorno garantito.
Infatti... la nostra exFiat=gioventù sta sbaragliando ogni concorrenza; quello che non investe più nel materiale umano produttivo nella sua ex Fabbrica può investirlo nelle 'vacche grasse' e godere di un primato, che a lungo andare potrebbe provocare la sua esclusione dalle competizioni, per troppo manifesta superiorità. La concorrenza si scannerà in futuro per un secondo posto, un primo posto platonico, non appagante ma accontentante (si può dire? dopo petaloso va tutto bene...).
Sia chiaro che questa non è una critica, ma una semplice presa d'atto.
Presa d'atto, semplice racconto, di quello che fu la mia Colpaca, rimastami nel cuore come solo il ricordo di una mamma resta impresso in quello che è tradizionale, pur se impropria, sede delle sensazioni belle e piacevoli della vita. Quelle brutte, talvolta odiose, sono affidate al cervello; in effetti si tende, quando si è alterati, ad 'uscir di testa', mai di cuore.


Il libro non dà spunti, o forse li darà in una pubblicazione successiva. Si lascia Colpaca al culmine dello splendore e non si accenna a una possibile involuzione, a una decrescenza dei poteri della Titti-Teet-Troot e, conseguente, della città con tutti i suoi apparati e contorni e dintorni.
Per la Fiat, il dimensionamento aveva avuto inizio con la robotizzazione progressiva della produzione; tutti i reparti ne erano stati "colpiti", provocando la riduzione rapida e dolorosa del materiale umano, la cui sovrabbondanza era ormai un chiaro, insostenibile, costo. Erano spuntati i "tagliatori di teste", laureati e specializzati nel taglio di ogni ramo secco improduttivo e superfluo.
C'era stata un'opposizione sindacale, talvolta violenta, almeno a parole, ma che a lungo andare aveva dovuto prendere atto di uno sviluppo inverso e irreversibile; avevano salvato quanto più fosse stato possibile salvare...
La città, dopo un lungo periodo di sbandamento, aveva trovato i modi per ricucire lo strappo, per tamponare l'emorragia, per passare dalla cultura della Fabbrica a una cultura diversa, più umanizzata, più da città libera...
Non c'era più ragione di raccontare l'appartenenza a una sinistra di facciata; l'Unità non era più una bandiera ma un costo superfluo... infatti al progressivo calo delle vendite era seguita la chiusura.
Il Sole24Ore aveva invece incrementato le sue; anche l'operaio aveva imparato a 'leggere' le sue informazioni nel tentativo di capire di borse, obbligazioni, dati bancari... divenute indispensabili in un mondo del risparmio tecnologicamente galoppante.

Prima di questo cambio di rotta, c'erano stati rigurgiti di gruppi che avrebbero voluto distruggere dalle fondamenta la nostra Colpaca. Distruggere, usando la violenza per convincere le masse, soprattutto operaie, che questo fosse l'unico modo per sovvertire un ordinamento da loro ritenuto vessatorio, dittatoriale, e ormai non più accettabile.
Erano i rifugiati di Redimos, nel testo di Ciano.
Artisti, o pseudo tali, che dell'Arte avrebbero voluto fare una produzione a catena, un commercio destinata a un consumo da mercatino delle pulci, da discount del tanto-poco a poco-prezzo.
Un'Arte usa-e-getta, senza sentimenti, senza gusto, per un consumismo che la distruggesse per crearne sempre di nuova.
Un'Arte senz'arte... più stupida bestemmia non credo esista... almeno per adesso.
Costoro avevano guide (i vari Abacuc del libro) che della violenza avevano fatto virtù, puntando a scopi che, alla prova dei fatti, sarebbero stati un duplicato preciso di quanto intendevano distruggere.
I nostri, nella realtà, non erano artisti come in Redimos, ma erano caotici esattamente come questi.
Idee nebulose e contrastanti, con la tendenza a sovrapporsi o eliminare, anche fisicamente, chi nei gruppi uscisse dalle linee guida imposte da... da qualcuno fuori campo, di cui, a distanza di decenni, non c'è ancora la certezza, e forse mai più ci sarà, su chi fosse veramente al timone di una rivoluzione che aspirava a una ipotetica dittatura del proletariato.
Inizialmente erano i gruppi rossi, inquadrati in brigate; per contrastarli erano ri-nati i gruppi neri; stessa violenza, stessi fini, la supremazia del potere su un quieto vivere, avverso l'accettazione di un modus vivendi che il tempo aveva reso accettabile, quando non gradito e cercato.
Teorie che il proletariato di fabbrica non riusciva a capire e che, in presenza di una violenza gratuita e spietata, aveva preferito rifiutare e respingere.
Come il Marselo che, visitato il quartiere Redimos, ne rifugge in toto filosofia e metodi, preferendo (peraltro a malincuore) una specie di vita ordinata a fronte del rischio di un caos senza alcuna regola.
Lo Zeig del libro che, nella scelta di tornare ad essere Marselo, rientrando nel grembo della mamma Titti-Teet-Troot/Fiat, ritiene Colpaca/Torino ventre più adatto a vivere, ma tormentandosi fino alla fine del volume con un cruccio esistenziale per lui irrisolvibile: vivere di una morte dolcemente lenta o morire di una vita violentemente veloce?
È lo stesso quesito che Martino Ciano, con astuzia diabolica e mefistofelica indifferenza, lancia e lascia al lettore. E che potrebbe essere chiusura di queste modeste righe.
Ma, in chiusura vera, mi è d'obbligo un

Epilogo

Qui ho raccontato l'attinenza del libro di fresca lettura, pescando tra antichi ricordi e sensazioni personali, con le esperienze citate. Non posso però tralasciare una considerazione finale, davvero di chiusura.
Quante e quali Colpaca abbiamo in Italia? 
Molte, direi che tutte le città sono Colpaca, ciascuna con la propria Titti-Teet-Troot, sia palese che occulta. Quella stessa che condiziona la vita di ciascuna delle città, in maniera dolcemente convincente o violentemente persuasiva.
Almeno di sfuggita, vogliamo accennare a Taranto? Qui, oltre a tutto il resto subentra un gravissimo problema sanitario ed ecologico. Chi ci vive si trova combattuto in primissima persona nel dilemma conclusivo del libro di Ciano. Se la Fabbrica vive, muore la città; se la Fabbrica muore, basterà la Fabbrica del porto militare, peraltro in disarmo, a salvarla da morte certa?
Roma: altra Colpaca, in grande... Qui le Titti-Teet-Troot sono molteplici. Ogni ministero, ogni sede della politica è una Titti-Teet-Troot, indipendente ma collegata alle altre da un sottile filo rosso, quasi di connivenza. Il Vaticano è una Titti-Teet-Troot a sé, potentissima, pare sia il collante che tiene unite tutte le altre. A Roma, più che altrove, 'vive' mummificato il Gesualdo Istorio del libro di Ciano; mummia giovane, in effetti meno di duemila anni per una mummia sono età giovanile, e l'odore della formaldeide ha ancora il profumo del nuovo.
Una città che potrebbe essere "eterna" di suo, vivacchia malamente, riproduzione perfetta del caos di Redimos, con gli antichi ruderi, testimoni di glorie passate, ormai non più distinguibili dai cocci attuali di una città in rovina.


L'aver letto Zeig, o prevedere di leggerlo, dà un taglio diverso a questo mio testo. Altrimenti è leggibile solo come pura descrizione cronachistica di situazioni già ben note ai più. Leggendo il "sogno" di Martino Ciano ho sbianchettato virtualmente i nomi, lasciando invariate le fotografie via via proposte, e mi è sembrato che tutto quadrasse perfettamente. Il Marselo/Zeig protagonista narrante ero io, eravamo tutti noi, ciascuno nella sua propria inimitabile identità. Può essere che la mia sia stata una lettura prettamente soggettiva, ma le domande di fondo sono di valore universale: chi non se le pone, o non se le è mai poste, da una parte "sembra" un fortunato, nella realtà può essere solo un alieno, estraneo e disinteressato a quanto in Terra accade.






lunedì 9 luglio 2018

Poesie dimenticate...

Cerchi qualcosa e non la trovi, magari 'na sciocchezza che non cambierebbe la tua giornata se la trovassi, ma poi ti impunti e butti all'aria la casa per cercarla, diventa un principio ("ricordo benissimo che c'era, non sono rincoglionito a tal punto", assicuri e ti assicuri), e nel bel mezzo del trambusto ti trovi per le mani un libriccino, umile, quasi insignificante tanto è minuscolo.
Lo spulci indifferente, poi leggi, poi fai, come si dice, mente locale (non l'ho mai capita: quando si fa "mente locale" vai sempre a ravanare nel passato, e più questo è lontano e più vieni costretto a fare mente locale; bah!, misteri della fede), e ricordi da dove viene, chi te lo ha dato... ricostruisci  un ennesimo pezzetto della tua vita, uno di quei tanti scampoli trascurati poiché ritenuti ininfluenti sul cammino della tua esistenza.
Cammino allora percorso al galoppo, poi andante con brio, poi divenuto trotto e, infine, passo trascinato...
Poesiole, pensieri di un collega di lavoro con cui non ho avuto la fortuna di incrociare il cammino, lui finiva e io cominciavo. Un passaggio di testimone, pur su sponde diverse, mai avvenuto.
Ma l'affetto e l'ammirazione per l'opera di una persona sono senza tempo; oserei dire che il tempo, e la casualità come in questo caso, ne evidenziano il valore sempre attuale.
Le poesie sono di Aldo Collacchioni, datate 1981, furono date alla stampa dal piccolo e allora giovanile editore Ruggero Battaglini nel 1983, l'anno successivo alla morte di Aldo; in edizione limitata e copie numerate, me ne fece dono e, non come riciclo di regalo, con altrettanto affetto le affido a voi.
Erano inserite in una collana (Il grano del faraone, con il titolo Cocci de Roma, poetica visione futuristica di quello che oggi sono).
Una curiosità: rompiglione e pignolo come sono, non poteva sfuggirmi una noticina, stampata con caratteri a favore di lente, che denotano l'amore di un vecchio editore per un suo piccolo grande prodotto. La propongo, come fosse un antipasto al paio di poesie che qui offro:

Amerai come me questo libriccino. Non sciuparlo. Volta la
pagina prendendola in alto. Conservalo in biblioteca, si salverà
dalla polvere a dalla luce. Il tuo amico editore.

Il gatto Ricimero 2
Ostia, 19 aprile 1981

- Perché hai cambiato posto e sei al Traiano? -
gli dissi al gatto nero Ricimero
che vidi accovacciato in modo strano
contro il muro in un piccolo sentiero.

- Sta fermo - mi rispose, - vacci piano,
non mi toccà, che non son tutto intero,
lo sento appena allunghi quella mano, 
che tutto ho abbruciacchiato il pelo nero.

Cercavo una gattina un poco 'squilla'
fra questi avanzi antichi del mercato,
quando qualcun m'annaffia e 'na scintilla

mi manda a fuoco in mezzo a questo prato.
Scherzi der cazzo de 'sta gente brilla
che fa con la benzina un ammazzato! -

Il gatto Ricimero 5
Ostia, 7 settembre 1981

Io non voglio gatti in mezzo ai piedi,
ma misi Ricimero in una cesta
e dal veterinario me ne andièdi,
ch'avea piaghe nel dorso e sulla testa.

- Lo so che tu non vuoi che qui m'insèdi -
mi disse quello con la voce mesta -
ma ci hai buon cuore se una volta cedi
e accogli in casa tua quel che mi resta. -

- Non è niente di grave - dissi corto -
è sempre l'abbruciata di benzina
che ti ridusse quasi mezzo morto.

Fra qualche giorno torni all'aria fina
e manco crederai d'esser risorto,
ma nun mi fà la lagna e la manfrina. -

Per chiudere in bellezza, ho dimenticato quel che cercavo... ma non me ne preoccupo, ormai succede tanto spesso che lo considero pregio acquisito, pur essendo vero che la rima c'è in quell'ito finale che ad altri la dice lunga sul mio dolce, da me falsamente ignorato, declino.