mercoledì 14 novembre 2018

Illusione magica

Forse lo hanno visto tutti... lo metto sul blog per tenerlo in memoria per quando sarò vecchio, triste e stanco. Se poi qualcuno no lo avesse visto, eccolo qui. disponibile come passatempo.

https://video.corriere.it/campione-mondiale-magia-2018-ecco-suo-trucco-le-carte/7702af5a-e7f0-11e8-b8c4-2c4605eeaad

giovedì 8 novembre 2018

Meditazione di un giovedì qualunque

https://www.facebook.com/epccattelan/videos/272576150034837/

venerdì 2 novembre 2018

Riciclo di poesia

Da un libretto, piccolo quanto prezioso, editato nel 1984 da Ruggero Battaglini, editore in Parma, nel 1984, prendo, tra altre di Autori vari, questa poesia in vernacolo romagnolo.
Non c'è un motivo particolare per offrirla: semplicemente mi piace e se qualcosa piace il condividerla raddoppia il piacere.
Alitata da Leonardo Maltoni nel 1979. Di questo Autore so poco, l'ho scoperto e apprezzato abboccando all' "amo" gettatomi da Ruggero, e che qui ancora ringrazio. Giornalista, scrittore, insegnante, nato nel '36 a Cesenatico e morto, giustamente rimpianto dalla Romagna tutta, a Cesena nel 2016. E poeta, che definire dialettale sarebbe riduttivo.
A questa ho fatto seguire la lettura di altre sue poesie, sempre in romagnolo, e tutte mi hanno lasciato un misto di dolcezza amarognola, quasi il ricordo dei rametti di dulcamara che suggevo da ragazzino nei tempi di colonia marina.
Di Leo Mantoni propongo questa poiché la trovo divertentemente sentimentale.
Chi ha voglia, e tempo, la legga nel dialetto originale; potrebbe essere l'occasione per cominciare a capirsi, visto che l'italiano, lingua molto più antica e sempre bella, sta lentamente scomparendo, storpiato senza pietà, senza peraltro dare spazio ai dialetti, che sono la lingua che tutti abbiamo poppato per prima.

L'imbarìgh

Da quand ch’ho vèst che i’an i ciàpa via,
che mor i dè senza un po’ ’d rimissiòn,
ho mes da un chént la mi reputaziòn
e am so zarchè e mi post in ‘t l’ustarìa.

D’in sdài in ‘t’la scaràna ad lègn e ‘d paja,
la nòta la’s strabìga pièn pianìn,
un zìgar, un sbadài, un pér ‘d quartìn,
do ciàcri, e ac-sé… a m’ingòz fin a la scaja.

E cun la testa pèrsa in ‘t un élt mond
cun la chitàra a bagàt una canzòn
par zarché and chilzè via che magòn,
ch’l’ha ardòt la mi vita a un mér ad piomb.

L’ingarbòj ad tot i dè, d’incùa e ad ììr
par un pér d’ori ài las in ‘t’un cantòn
e vers e zìl a soffi un’uraziòn
ch’im lassa sté pr’un po’ i mi pansìr.

Pu a m’imbarìgh pien pien, cun discreziòn,
a stagh so e a m’invèj longh a la stréda,
a trabàl cùme un scàf a l’ingulfèda
fin che a mardùs in péta a e mi purtòn…

… E a lè a m’afèrum, e quési cun rispét
a guérd cun i guzlùn in ti oc cla stéla
che a guardèva, agrapé a cla burdèla
che un dè la m’ha vlù ben. E am vagh a lét.


L’ubriaco

Da quando ho visto che gli anni scappano,
che muoiono i giorni senza pietà,
ho messo da parte la mia reputazione
e mi sono cercato un posto all’osteria.

Seduto su un sedia di legno e di paglia,
la notte si trascina pian pianino,
un sigaro, uno sbadiglio, un paio di quartini,
due chiacchiere, e così bevo fino alla sbornia.

E con la testa perduta in un altro mondo
con la chitarra rovino una canzone
per cercare di calciare via quel magone,
che ha ridotto la mia vita a un mare di piombo.

Le delusioni della vita, di oggi e di ieri
per un paio d’ore le lascio in un angolo
e verso il cielo soffio una preghiera
affinché per un po’ i miei pensieri mi lascino in pace.

Poi mi ubriaco pian piano, con discrezione,
mi alzo e mi avvio lungo la strada,
vacillo come una barca nella tempesta
finché mi trascino di fronte al mio portone…

… E lì mi fermo, e quasi con rispetto
guardo con le lacrime agli occhi quella stella
che guardavo, abbracciato a quella ragazza
che un giorno mi ha voluto bene. E vado a letto.



giovedì 1 novembre 2018

Stereotipia dell'italiano

È un video vecchio, quasi antico, ma sempre attuale, visto che in dieci anni molte cose sono cambiate ma noi italiani siamo rimasti come allora...
In parecchie situazioni siamo riusciti pure a peggiorarci...
Ma fino a che riusciamo a riderci su, speranza non è morta.
E, per fortuna?, la capacità di prenderci troppo sul serio è ancora lontana.

https://youtu.be/XkInkNMpI1Q

mercoledì 24 ottobre 2018

Regalo di natale

Sono in pausa, vado a dare uno sguardo ai commenti non letti, e mi trovo questo elemento (modo di dire per non dire altro) che mi ha caricato questo regalo per Natale che voglio condividere. Avatar e messaggio sono chiarissimi, pure con recapito cellulare. Teoricamente lo riporto nel caso interessasse a qualcuno. Molto meno teoricamente lo ritengo una bufala e, altresì, una grandissima rottura di marroni (grosse castagne, attualmente in piena raccolta, gustosissime arrostite, volgarmente dette caldarroste). Metto l'incipit in grassetto per distinguere nettamente questa apertura dal messaggio. A questo elemento (sempre in alternativa a un titolo volgare) mi permetto di dire che ci sono tantissimi paesi in cui andare, per cui non gli specifico neanche a quale lo mando, scelga in piena libertà. 


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sabato 20 ottobre 2018

Il 'buon compleanno' di Trilussa

Non è necessario esser caduti in guerra per riconoscersi in questa poesia, che non è d'augurio ma di compendio. Fa il paio con 'A livella di Totò... Entrambe, e chissà quante altre meno note, ci ricordano quanto siamo tutti uguali e della stupidità di rendercene conto soltanto "dopo", quando sono altri a riconoscere questo stato, essendo noi ormai parificati. Bianco, nero, giallo, verdastro sono soltanto colori, rubati all'iride e scioccamente affibbiati a fantomatiche razze. Il sangue è rosso per tutti, il cuore batte per tutti, i muscoli si tendono per tutti... Tutti amiamo e, purtroppo, anche tutti odiamo, per tanti motivi, per tante provocazioni, per tante ingiustizie. Odiare per scelta di razza è quanto di più odioso sia concepibile, poiché non ha alcuna motivazione se non quella di una mente completamente bacata.
Fra cent’anni
«Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa,
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesci, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.
Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell’occhio vôto e fonno
nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun resterà che l’urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso! »

venerdì 19 ottobre 2018

sabato 6 ottobre 2018

Diana, aveva sedici anni

Una poesia di Carla Krilù, dedicata a una compagna, amica della sua adolescenza, quando gli affetti hanno la purezza e l'innocenza ancora bambine. Sedici anni, aveva quest'amica quando un tragico accidente troncò la sua vita in bocciolo... 
Ecco, con queste parole, che raccontano l'ancora struggente dolore per una perdita così precoce, così inatteso, dà l'idea di un fiore spezzato, con quella gocciolina di umido che esce dal gambo ferito, il pianto di un fiore strappato alla terra che lo aveva appena generato. 
Morire a sedici anni, quando il cielo è ancora azzurro e i sogni, appena abbozzati, sono tinti di rosa... Una finestra aperta verso il mondo, che un violento colpo di vento richiude, con un boato che il passare del tempo non riesce a smorzare. Anzi, il passare degli anni ravviva il rumore, alimenta il dolore.
E la domanda, quella cui non siamo in grado, né mai lo saremo, di rispondere, che propone il mistero dell'eternità: perché? 


Gennaio 1960 (dedicata a Diana)

L’inverno ricamava di merletti
le scabre nudità dei biancospini
e di freddo l’aria profumava
e di fumo di legna dei camini.
Un pettirosso ardito sopra il pero
curioso spiava il nostro andare
sopra il fango rappreso di un sentiero
che d’altri passi serbava orme gelate.
Nell’aria sottile di gennaio
l’affanno della corsa sollevava
acerbi seni e scarmigliati crini
e con dita di brina accarezzava
gote arrossate e illividite membra.
Il correre giocoso s’arrestava
sull’argine gelato del Lamone
e di lassù l’orizzonte del mondo
valicando frontiere quotidiane
raggiungeva il pensiero e l’illusione.
Inconfessato un sogno nascondevi
sotto frange di palpebre socchiuse
e domande sottese e silenziosa
ascoltavi il fragore del silenzio.
Ma il soffio della notte il sogno spense
e l’ala dolce della tua breve vita
mai ti condusse oltre quell’orizzonte.
Io sola percorsi sconosciute strade
raccogliendo i detriti della vita
ma dietro palpebre grevi ancora conservo
il ricordo dell’ultimo tuo inverno.
(Gennaio 2001)
© Carla Castellani (Krilù)

domenica 30 settembre 2018

Spubblicità e Regresso

Premessa: sono imbufalito.
Lo so, siamo un po' tutti imbufaliti, ciascuno per questo o quel motivo. Sovente per più motivi.
E, di solito, non siamo imbufaliti tanto per passare il tempo.
Tra i non pochi motivi che mi consentono di essere nella marea dei più, oggi se ne è aggiunto un altro, parlare del quale mi sta mandando fuori di testa.
E da imbufalito, che ha un che di bucolico, mi fa letteralmente incazzare.
Incazzato nero... che se mi vede un ministro dell'interno oggi à la mode mi prende di peso e mi risbatte là donde ritiene io sia fuggito.
Non ho né i mezzi né, forse, la capacità di metterlo in atto, ma un pensierino ricorrente mi porta a una bomba. Non a quelle virtuali, o alle cosiddette fake news, penso a una vera bomba, di quelle che quando esplodono finiscono in prima pagina, sia sui giornali che nei notiziari televisivi.
Vabbé, datti una calmata e racconta, rendi partecipe quella piccola parte di mondo che ti leggerà di quale accidente stai parlando.
Scrivo di getto, quindi può essere che mi sfugga qualche cavolata, quelle che quando si è incazzati di brutto escono da sole e nulla le controlla. Chiedo venia in anticipo.

Mi piace leggere.
So bene che è una colpa, una colpa grave, ma purtroppo la lettura già da ragazzino era uno dei pochissimi svaghi concessomi; peraltro sotto una tutela ferrea, che il Grande Fratello di Orwell era una barzelletta. Figuriamoci l'aborto attuale...
A causa di questo vizio malsano, come effetto collaterale compro libri.
Prima di comprarli, più che alle recensioni mi affido a chi so che già sa. O, quando possibile, alla fiducia negli autori. Mi è capitato di toppare poche volte, e quelle volte me le sono segnate: se di un autore imbrocco una ciofeca, che sia defunto o vivente lo cancello; potrà vincere premi a livello mondiale, ma lo cancello e lascio che renda felici altri.
Libri in cartaceo, su questo non ci piove.
Un libro, per me, è come una donna, meglio se bella, ma anche se non lo fosse è da trattare sempre con la delicatezza e la cura che si dedica, appunto, a un libro.
Il libro cartaceo lo tieni fra le mani, lo sfogli, lo carezzi, lo coccoli... la differenza con la donna è che se anche gli parli il libro non risponde; la donna sì, qualche volta. Per entrambi, la donna e il libro, la goduria è nei preliminari (che brutta parola!), trionfale al termine di questi.
Fino a tempo fa mi affidavo alla libreria del paese. Che inoltrava, affidandola a un computer, la mia richiesta.
Non ricordo di avere mai goduto di sconti o sconticini, e i tempi di arrivo e consegna erano lunghetti.
Presa un pochino la mano, ho fatto che passare gli ordini direttamente da casa, ovviamente anch'io tramite computer.
Con questo mezzo moderno l'addebito del costo e delle relative spese di spedizione vengono addebitate su una carta di pagamento. Io ho una Poste Pay, che periodicamente ricarico pagando la tangente di 1 € a Poste Italiane, per ogni ricarica. A parte i libri mi capita di richiedere anche altre cose, comunque non a cifra eccessiva.
So leggere e scrivere più o meno, sul far di conto è un meno assoluto, mi fido della memoria; raramente vado a verificare la giacenza sulla carta. Ho fiducia nella mia memoria, finché dura, e non sbaglio mai.
Errata corrige: non sbagliavo mai.
Un passettino indietro: pare che l'inoltro dei libri per ordini via web, così come di altri prodotti (mi dicono un'infinità) sia affidata soprattutto ad Amazon. Un altro distributore che, più o meno, conosco è E-bay; vedo che ne stanno spuntando altri, ma non mi piace andare a sperimentare su siti che non conosco.
Tra l'altro c'è un miscuglio editoriale di cui non capisco le motivazioni. Ultimamente ho ordinato un libro stampato da Rizzoli, distribuito da Feltrinelli e inoltrato da Amazon. Se ogni passaggio di consegne ha un costo, ecco trovato il perché i libri hanno un prezzo elevato. Aggiungiamoci le briciole agli Autori, che quando passano dal filtro della Siae gli osservatori si divertono come se quelle cifre fossero barzellette... E, in effetti, queste ultime pinzellacchere sono.
Bene, cioè male, da Amazon, restando su tempi recenti, ho ordinato un libro il 31 luglio, un altro il 2 agosto, un altro ancora il 7 settembre; ovviamente 2018.
Forse per passare il tempo, nel controllare la giacenza del conto primario mi ero allargato a dare uno sguardo anche a quella della carta.
Costo dei libri, tutto a posto, con la consueta maggiorazione per la spedizione. Che può essere evitata con acquisti superiori a 29 €. Che ignoro, se sul prezzo di un libro sono da aggiungere 2,5 € di spedizione, lo ritengo giusto e me li accollo senza tanti piagnistei.
Per ogni libro alla cifra in euro fanno seguito, sempre, i centesimi decimali. Mai cifre piene.
Però... mi ero ritrovato un € 36 in cifra tonda che non riuscivo a sposare ad alcun acquisto.
Addebitati da Amazon.
Accidenti, con quella cifra ci compro quasi due libri o qualche altro accidente che mi serve.
Un numero verde per chiedere lumi a un operatore, magari dalla Polonia o Lettonia, un indirizzo di posta elettronica...? Niente, rien, nada...
Ho inoltrato un Sos alla mia giovane assistente che mi ha spiegato che l'addebito era dovuto al servizio di AmazonPrime, che, pagandosi quell'abbonamento, mi esentava da futuri addebiti per spesa di spedizione dei suoi prodotti.
Ma io questo abbonamento non l'ho mai voluto, né tanto meno richiesto.
Spiegone: Amazon, come cadeau di benvenuto offre 30 giorni di servizio gratuito "in prova"...
Presumo, stupidamente, che un regalo così, se non richiesto né usato (intonso si direbbe, o vergine) torni al generoso benefattore...
No, troppo semplice: scaduti i trenta giorni giorni, in mancanza di disdetta specifica, viene appioppato direttamente, e proditoriamente, l'abbonamento annuale a 36 €, con tanto di data di scadenza e in pronta cassa. Non solo, se uno è distratto (sicuramente hanno pensato a me nell'elaborare questo piano diabolico) il cosiddetto abbonamento si rinnova automaticamente alla scadenza senza ulteriori avvisi.
Non c'è problema, o meglio c'è, ma si può risolvere: la mia assistente, già citata, si mette al computer, smanetta un po' e disdice un abbonamento mai sottoscritto.
Messaggio su e-mail: il rimborso è in corso, tra 5/7 giorni arriverà l'accredito accompagnato dall'invito a ripensarci.
Questo fino a luglio. Problema risolto.
Agosto: ordino due libri per un valore complessivo di oltre 30 €. Quindi esente da spese.
Ormai smaliziato, alcuni giorni fa vado a controllare la carta.
Chevelodicoaffà: costo libri (senza spese) e cadeau di 36 €. In addebito.
Proprio per ovviare alla mia distrazione mi ero segnato i passaggi per disdettare quel furto ignobile, dall'accensione del pc alla conferma definitiva e conseguente invio del messaggio.
Fatto.
Ma mi sono scocciato. Lascio perdere il libro come donna e d'ora in avanti ordino solo e-book, libri e donne virtuali. Dovrò farci l'occhio e la mano, ma mi sono abituato a ben peggio, non sarà la fine del mondo.
Voglio vedere se anche per questo tipo di invio avranno il coraggio di abbonarmi a tradimento.
Ingenuamente, ritenevo che questa diavoleria venisse inviata sulla stessa e-mail dei messaggi.
No, ci vuole un lettore specifico di e-book o, scopro, e-reader.
Ormai lanciato, ho chiesto lumi all'assistente, ormai fuori portata fisica: mi ha spiegato a grandi linee le funzioni dell'aggeggio; pare che il lettore migliore sia distribuito da Amazon, da cui tra l'altro prende il nome: Amazon Kindle.
Mi si consenta un timido, ma giustificato, maledizione!
Cerco altri consigliori, credo che Salvatore Aranzulla sia il meglio nel campo informatico (anche se ogni volta per leggerlo mi impone di togliere l'Ad-Block anti-pubblicità) e chiedo a lui.
Che, senza conoscere il mio problema, consiglia... indovinala grillo (minuscolo, che di questi tempi basta una maiuscola fuori luogo per finire massacrati)...
Sì, proprio Amazon Kindle.
Verso cui, sia chiaro, non ho nulla, ma la voce Amazon mi dà ormai un prurito che una raspa per eliminarlo mi farebbe il solletico.
Vada per Amazon Kindle, e non ci pensiamo più.
Ordine del pezzo, il cui prezzo sarà addebitato al momento della spedizione.
Molto benissimo, finalmente!
Finalmente un corno, dove corno sta per una parte anatomica maschile molto nota ed espressiva.
Messaggio e-mail:



Basta, non ce la faccio più!
Non voglio tutto questo bendidio, non lo voglio perché non mi interessa, non lo voglio soprattutto perché mi viene imposto sottobanco e a mia insaputa.
Verifica della carta: essendo ordine fresco di giornata, le cifre in addebito sono ancora in itinere, saranno addebitate al momento della spedizione della merce, ma non ci metto molto a rilevare che oltre al costo all'aggeggio è previsto l'addebito di 36  € di abbonamento.
Da qualche dannato database risulta che ho già usufruito dei trenta giorni in regalo, di cui manco ero a conoscenza, per cui ogni ordine risulta come accettazione immediata della generosa offerta, quindi con addebito pronta cassa.
Un ripensamento che annulla la disdetta precedente.
Vado a smanettare furiosamente per arrivare alla sua eliminazione.
Mi ritrovo con tre finestre: nella prima c'è un invito a ripensarci, la seconda concede la rinuncia ai benefici di Prime, la terza non ricordo cosa contenesse, perché ho pigiato con forza su quella centrale; lo squittio disperato del mouse mi ha confermato l'inoltro del messaggio.
Infatti poco dopo:


Da notare il passaggio da Gentile XXX (che ho letto come Gentile fessacchiotto) all'apparentemente amichevole Ciao xxx (che ho letto come Ciao piezz'emmerd). 
E, almeno per quanto riguarda i libri, l'accidente dovrebbe essere risolto.
Per altre cose, cercherò di evitare questa forca caudina di Amazon, al limite rinuncio.
Ma posso passare le giornate a scoprire ed eliminare smanettando per disdire un cadeau che, oggi meno che mai, gradisco o accetto?

Aggiornamento a oggi, 2 ottobre 2018

Può essere che questo mio post sia ritenuto frutto di una fervida immaginazione anziché un racconto di vita(ccia) vissuta. Per completare il tutto pubblico la parte di estratto conto della carta PostePay; essendo la mia, non offro dati sensibili di terzi.

I due pagamenti con rimborso per 36 € si riferiscono all'oggetto di questo post.


Mi domando, e domando: ma è possibile che io sia l'unico bagegu (versione dolcificata di scemotto, 'gnurant, imbranato) che ha trovato questo, eufemisticamente parlando, intoppo?
Da ignorante, appunto, a me pare che ci siano gli estremi per intervenire avverso una truffa, aggravata dalla destrezza, travestita da regalo.
È così assurdo per Amazon applicare una semplice domanda all'Utente, tipo questa da me montata artigianalmente ad hoc e di cui manco chiederò di pagarmi i diritti?

Gentile signor Amazon, Lei ormai è come fosse uno di famiglia (e non aggiungo 'purtroppo' poiché so benissimo che Lei se ne sbatterebbe altamente), per cui Le chiedo solo di prendere atto di quanto segue. Contribuisco al mantenimento di uno Stato, di una Regione, di una Provincia, di un Comune che, ciascuno con possibilità diverse, mi vanno spolpando senza alcuna pietà, e in cui sprechi, corruttele, malaffare sono la parte migliore del governare. Quel poco che mi resta lo uso per mantenere in vita me e la mia famiglia. Magari saltando un pasto o due, le briciole che avanzo le butto in libri. Non posso assolutamente farmi carico anche dei suoi mega-magazzini o della struttura galattica che ha creato. Neanche per una fantamiliardesima parte; la trippa per i gatti è finita. Se ne faccia una ragione e la smetta di scassarmi gli zebedei con questi trucchi da miserabile.
Con affatto affetto, Le siano sgraditi i più scordiali saluti.


Come gatto devo fare per sopravvivere in questo mondo di ladri?







domenica 23 settembre 2018

Vendemmiando

Tempo di vendemmia, quanta allegria, quanta poesia...
Grappoli dorati e grappoli corvini che chiedono solo d'essere raccolti...
Quelli che restano, ché uccelli, topi e chiss'altri hanno già banchettato, piluccandosi gli acini neonati ritenuti maturi, già da luglio.
Ma tant'è, com'è bello andar a vendemmiar...
Un rito che risale, pare, ai tempi di Noè, o a qualcun altro che non ricordo. Ma Noè basta e avanza.
Si parte la mattina, armati di tutto punto, secchiellini e secchielloni, forbici, cappellino con visiera per il sole, scale a cinque e sette gradini...
Si parte fischiettando, si parte da leoni.
Al mattino ci si sente bucolici...
"La nebbia a gl'irti colli..."... e c'è un sole che spacca...
E quanto al mare che "urla e biancheggia"... tornasse quello che camminava sulle acque, ci pattinerebbe, nel mare laggiù... calmo e placido, che manco il Piave nell'introduttiva del 24 maggio...
Ma quanta poesia...

Alla sera, poesia 'n par de ciufoli, si rientra con un par de ....., non ci si sente più bucolici ma sezionati, con muscoli e ossa in bella vista.

Avevamo, un sacco di anni fa, fatto la pensata di mettere ai lati di un'area destinata a parcheggio un po' di piedi di vigna. A parte l'uva e la spremuta conseguente, l'idea era di fare un pergolato che riparasse dai raggi del sole le macchine colà parcheggiate.
Dai raggi del sole e, quando fosse stata ben fogliuto, dalle cacate dei piccioni.
Per il sole, in effetti, escludendo il tramonto che lo fa passare di traverso ma ormai decadente di calore, lo scopo era stato raggiunto.
Sui piccioni no: è incredibile di come riescano a superare l'ostacolo del fitto fogliame per defecare sui mezzi. Quasi da pensare che abbiano trovato il nodo di sedersi sui tralci, scostare le foglie d'ingombro, liberare l'intestino, ripulirsi con le stesse e andarsi a piazzare sui cavi aerei della corrente, quasi ad ammirare le loro opere d'arte. E vedere soprattutto le reazioni...
Lo so, se le mucche volassero sarebbe peggio...
Che poi, se le deiezioni finissero sulla capote, sul lunotto posteriore, sulle fiancate... sono un tipo paziente e, pur essendo le vetture un piezz'e core, aspetterei la pioggia che prima o poi arriva.
No, ti raccomando, il parabrezza è il loro cesso ideale; che se per qualche giorno non usi la macchina, col sole che aiuta, ci vuole la carta vetro per ripulire.
E così ogni anno partiamo fischiettando un "andiam, andiam, andiamo a vendemmiar...", sull'aria dei sette nani, che peraltro andavano a scavare diamanti... e di essere allegri avean ben donde.

Sviluppo tecnico dell'operazione.
Oltre al parcheggio avevamo optato per altri punti del giardino in cui piantare piedi di vigna, di specie differenti destinate alla tavola ma soprattutto alla spremitura per vino. I più a pergola, quindi sia per la cura che per la raccolta richiedono l'uso delle scale.
Piazzata la scala si destina l'ultimo gradino, quello più ampio, alla tenuta di un secchiellino che stia fermo sul predellino, da riempire col prodotto. Pieno il secchiello scendere, vuotare nella bagnarola più grande, spostare la scala quel tanto necessario per procedere nella raccolta.
Sali e scendi, risali e riscendi...
E nello spostare la scala mai dimenticare il secchiello là in cima... garantito al limone che cade, garantito al limone acerbo che cade sulla testa... e, anche vuoto, fa un male boia.
Sembra incredibile come un anno in più renda questa semplice ginnastica del sali-scendi, così distruttiva di quel poco di energia rimasto dal lungo uso di essa fatto nel tempo. Un tempo allegramente, poi via via sempre più pesantemente...
Ovviamente c'è il sole... un sole che strizza i pori uno per uno come fossero punti neri da eliminare per una carnagione pulita e ringiovanita. Coi capelli che zampillano come fontanelle. E che, quando te lo trovi di fronte, costringe a tagliare i grappoli per sentito dire. La famosa canzone che parlava del sole in fronte, aggiungendoci 'beatamente'... beata poesia... Non ricordo di avere mai terminato una vendemmia con le mani sane; anche grazie al sole una puntata di forbice me la sono sempre concessa, di solito sulla mano che scosta le foglie per tentare di vedere il grappolo da tagliare.
Anche quest'anno ho mantenuto il ritmo...

La compagnia te la raccomando: un paio di vespe ronzanti, che cerco di cacciare con la tecnica del vento, agitando la forbice nel tentativo, vano, di beccarle al volo; alla fine si allontanano di loro sponte, non credo lo abbiano fatto per il timore di essere fatte in due tronconi, forse altrove c'era di meglio da importunare.
E le formiche: devono essere termiti carnivore, lo deduco dalla velocità con cui arrembano le mie mani non appena tocco un ramo. E con queste le forbici non le posso usare.
E c'è questo tizio, nella foto a fianco... Non lo avevo notato, in un primo momento era sdraiato lungo lungo su quel ramo, si vedeva solo una corteccia con due occhi. È il Grigio. Il tempo di andare a casa a prendere il cellulare e già si era drizzato, quasi a darmi del fannullone poiché avevo interrotto il lavoro.
Nel parcheggio, da un bordo erboso era uscita una biscia nera, forse una cucciola visto che non superava il metro di lunghezza. Aveva attraversato tutto lo spiazzo, correndo velocissima sul ghiaietto; nell'aria sembrava di sentire il cloppete!cloppete! galop!galop! di jacovittiana memoria. Per sparire, insalutata ospite, nell'erba all'altro lato del parcheggio.
Il micio? manco una piega... Comincio a pensare che non sia un gatto da guardia; gatto guardone sì, da guardia proprio no.

Beh, vieni al dunque: com'è andata?
In estrema sintesi, direi comme çi-comme ça, così-cosà, 'nzomma...
Leggibili, tutte e tre le versioni, come:
a) poteva andare meglio,
b) poteva andare peggio,
c) più o meno come l'anno scorso,
d) chi si contenta gode,
e) da interpretare a piacimento.
Non avendo avuto grandinate serie che potessero aver danneggiato i frutti, pur tenendo conto dei furti citati all'inizio, ci si aspettava un raccolto quantitativo più abbondante. Forse la troppa pioggia, forse il troppo caldo fuori stagione, forse il diavolo che ci ha messo del suo... fatto sta che un po' di delusione c'è.
Quella servita in tavola era ottima, speriamo che il vino sopperisca in qualità quello che è mancato in quantità.
Adesso è nel tino che sta mostando dopo la spremitura, poi passerà al torchio... con la speranza che l'assaggio del novello ai primi di dicembre sia opportunamente centellinato.
Altrimenti rischiamo di consumare il beveraggio di tutto l'anno già nel primo assaggio.

Non bevo vino fuori pasto.
Mai.
Magari un grappino o un whiskyno, se l'occasione comporta, ci stanno, il vino mai.
Non so il perché; si potrebbe pensare che abbia preso in un passato lontano una sbronza tale da farmelo odiare, sbronza di cui peraltro non ho ricordo; se ci fu, dev'essere stata talmente ciucata da avermene cancellato memoria. Ma, teoricamente, lo dovrei avere in uggia sempre, invece durante i pasti mi scende che è un amore; mai più di un bicchiere, però. A meno che non si tratti di uno spumantino di accompagno a un dolce, panettone o altro che sia, al termine del pasto o a qualche festicciola alla buona, dove, purtroppo, lo champagne non è d'uso corrente.
Lo stesso effetto me lo fa il cioccolato delle uova di Pasqua; che siano uova, gallinelle o coniglietti non mi vanno più giù: ma, con questo tipo di cioccolato, so il perché. Ricordo di averne mangiato, divorato, in prima gioventù, uno enorme facendone un'indigestione stratosferica. Ricordo anche di aver vomitato l'anima... imprimendo in memoria 'quel' tipo di cioccolato, pur non ricusando il fondente tradizionale in barrette, quadri, cioccolatini, boeri... Non più con la frenesia e l'ingordigia di un tempo che fu, ma non disdegno.
Del vino in prima gioventù ho un buon ricordo.
Ero stato avviato alla carriera sacerdotale, o perlomeno questa forse era la speranza di chi mi aveva inserito nel primo gradino di una scala gerarchica che mi avrebbe portato sicuramente al papato.
Ero chierichetto, con tanto di tonaca nera e cottarella bianca, abiti della tradizione; il chierichetto in borghese era rarissimo, come erano rari gli spazzini o i postini senza divisa, o gli agenti di polizia sotto copertura... l'abito, allora, faceva il monaco.
Il mio volo pindarico (che non avevo idea di cosa diavolo fosse) mi aveva fatto già prenotare il nome da offrire alle genti dopo il grande gaudio dell'annuncio della mia elezione a papa: Gerundio. Mi sarei chiamato papa Gerundio, evitando così il numerale che viene aggiunto al nome: sarei stato papa Gerundio, probabilmente unico e irripetibile...
Ma questa è un'altra storia.
I chierichetti erano indispensabili per dialogare con i celebranti. Le funzioni avevano come unica lingua d'uso il latino, che richiedeva nelle varie funzioni una specie di risposta o di completamento a quanto il prete andava sciorinando. Monosillabi imparati senza saperne il significato, che però pare fossero indispensabili per il buon esito delle cerimonie stesse.
Solo le prediche erano offerte in italiano, col celebrante rivolto direttamente verso il pubblico, e in quelle l'inserviente non metteva lingua. Prediche poi divenute omelie, e non ho mai capito perché. Nel detto predicare bene, solitamente seguito da e razzolare male, vorrei vedere come suonerebbe un eventuale omeliare bene... non ci starebbe proprio.
Da chierichetto partecipavo, oltre che alle funzioni religiose loro proprie, alle festicciole per battesimi, cresime, comunioni, matrimoni, cui seguiva immancabile una specie di buffet, che non era a livello dei pranzi luculliani attuali, quelli che mettono in ginocchio l'economia famigliare per anni a venire; sul tavolo bottiglie di vino, di solito bianco, non necessariamente frizzantino, biscotti, amaretti, cioccolatini... qualche scialacquoso pure una torta, di solito fatta in casa.
Solo nei funerali il servizio non si concludeva come fanno vedere nei telefilm americani, dove al termine della cerimonia d'addio si abbuffano e sbevazzano in onore del dipartito.
Ecco, nei biscotti la mia preferenza andava ai savoiardi, che intingevo nel vinello, e di cui ero ghiottissimo. Intingi e ciuccia, bastavano poche inzuppate per mettermi allegria, e non credo fosse merito del biscotto.
Nelle funzioni in chiesa non c'erano buffet, ma per il completamento delle messe era indispensabile la presenza di due ampolline (si chiamavano proprio così, non era un vezzeggiativo), una con acqua e una con vino.
Bianco.
Santo.
Vin santo.
Una favola...
In attesa dell'uso canonico, queste ampolline erano posizionate su un tavolinetto a parte; oggi sono in bella vista sull'altare, e il celebrante può seguire con lo sguardo sia il pubblico che gli inservienti, avendo l'uno di fronte e gli altri al suo fianco.
All'epoca, c'era il momento in cui il chierichetto si rendeva utile portando le ampolle dal tavolo all'altare; qui il celebrante mesceva nel calice una (buona) parte del vino e poche gocce d'acqua.
Nel riportare le ampolle al tavolinetto, il chierichetto voltava le spalle sia al sacerdote che al pubblico. Quello era il momento giusto per versarsi nel cavo della mano un po' di vin santo, che nei successivi attimi di preghiera intima era possibile annusare e leccare prima del suo naturale evaporamento.
Chissà se questo agire rientrava nella lunga lista di peccati da confessare...
Vabbè, tanto ormai sarebbero peccati cancellati da prescrizione, inutile pormi i problema.

Fine della vendemmia, prossima puntata dedicata alle olive.
Che liquido subito: 'sarebbe' dedicata alle olive... se ce ne fossero.
Quest'anno nisba nada rien, niente... foglie tante, olive zero.
Niente olive, niente post; il tempo resosi disponibile potrà essere dedicato alla lettura di almeno un capitolo d'un buon libro.
Un cambio sicuramente vantaggioso...

venerdì 21 settembre 2018

Inferno

Al rotondamento di quel bilancio mancavano esattamente € 113,50 (centotredicivirgolacinquanta 'miserabili'centesimidieuro).
Eccheccevò...
Così monssù travet si era messo all'opera, e non ci aveva messo troppo a scoprire che, in tutta Italia, una sola persona mancava all'appello. 
Dalla sommaria verifica era emerso che una certa Elena X latitava dall’elenco.
Nel quale, peraltro, non aveva mai figurato in tutta la sua vita.
Pertanto:
Gentile Signora, Le comunichiamo, per conto dell’Amministrazione Finanziaria-Sportello Abbonamenti TV, che il Suo nominativo, all’indirizzo su indicato (l’indirizzo di inoltro di questa corrispondenza), non risulta presente negli elenchi degli abbonati alla televisione”.
A seguire, il richiamo al d.r.l. 246/1938 e le sanzioni per il mancato adempimento di questo “dovere”.
Allegati: una cartolina per comunicare l’eventuale codice di abbonamento in corso e il bollettino postale per il pronto versamento onde “evitare qualsiasi onere ulteriore”.
Specifica: Elena da oltre trent’anni abita in casa della sorella e del marito di costei, quindi suo cognato. Sarebbe più appropriato dire che abita in una casa 'anche' sua, per via di una specie di usucapione acquisita nel tempo.
In precedenza aveva abitato, dalla nascita e fino alla loro morte, in casa dei genitori.
Che, regolarmente in regola col canone/imposta, le avevano generosamente consentito di vedere con loro il poco ricevibile, per via di un cono d'ombra dei segnali nella zona di residenza.
Questo cognato è abbonato, ahilui, alla televisione dagli anni ’70. Essendo legato al passato in tutte le sue forme conserva ancora la ricevuta del primo versamento (12.000 lire, oggi € 6,20 circa). E ha esaurito i martelli con cui a ogni rinnovo annuale se le spiaccica a sogliola, pensando a quel primo ‘obolo’ che lo ha legato per sempre a un barcone in costante affamata deriva.



Dodicimila lire all'anno, mille al mese... 
E pensare che una trentina d'anni prima, Gilberto Mazzi cantava "Ah, se potessi avere / mille lire al mese..." , e con quella cifra contava di comprare nientepopodimeno che la felicità...   

(Galeotta fu la filodiffusione, una musica nitida diffusa in casa con poche lire in più in aggiunta all'abbonamento telefonico di base. Solo che in seguito era arrivata la nota che, per ricevere le trasmissioni in filodiffusione bisognava essere abbonati alla radiotelevisione. Con l'ingenuità tipica degli sposini, e comunque dote sua personale dalla nascita, a ben altro intenti nei primi anni di coniugamento, aveva aderito: anello al dito per le nozze, catena alla caviglia per vedere, a tempo perso, un tubo catodico animato).

Già qualche anno prima ad Elena X era arrivato lo stesso identico messaggio, e la cosa si era risolta con l’invio della cartolina col codice-ombrello del cognato, che giustificava la sua assenza dall’elenco delle vittime di RAImoloch.
Evidentemente accolta, visto che non ebbe altro seguito.
Adesso, come allora, aveva pensato che la stessa versione sarebbe stata accettata; e teoricamente non poteva essere altrimenti.
Re-inviata, dunque, la cartolina, specificando la copertura di Elena X, indicata come convivente con i suoi famigliari, con l’invito implicito a non battere più cassa a questo indirizzo.
Sembrava cosa fatta, abbandonata nel dimenticatoio delle cose ovvie.
Dopo quattro mesi era arrivata una lettera di specifica:



Giusto quelli che mancavano per arrotondare la relativa cifra in bilancio.
A questo punto nella lettura finale degli acronimi fin qui descritti, la RAI diventa RaraAudëre.It, poiché ci vuole un bel coraggio per andare a scavare situazioni squisitamente personali pur di racimolare qualche altro spicciolo (‘spicciolo’ per la Rai, visto l’importo della raccolta; non per chi a questa raccolta concorre obtorto collo).
Per questo Ente la convivenza sotto uno stesso tetto (non necessariamente nello stesso letto; che se anche fosse, mi si perdoni l’eufemismo, non dovrebbero essere gatti che riguardano la Rai) pur in distinti nuclei famigliari, non può esistere.
Come, invero, non può esistere l’obbligo di specificare i perché del mantenimento di una determinata situazione di vita famigliare.
Meno che meno alla Rai.
A dar retta all’interpretazione di quel travet, e, per lui, della Rai tutta, Elena X potrebbe guardare i programmi televisivi ovunque (al bar, in un circolo, in sala d’attesa del dentista, in farmacia, i maxischermi nelle piazze…), pur non facendo parte dei rispettivi nuclei famigliari dei titolari di quegli abbonamenti…
In casa della sorella (per esteso casa sua), no.
Qui, a casa sua, dovrebbe tenere bene in vista il badge che giustifichi il suo diritto alla visione.
Per estensione del Raipensiero, il possesso di un apparecchio "atto od adattabile ecc." per adempiere l'obbligo del versamento del quantum via via richiesto è un optional: in realtà l'ideale sarebbe quello che "tutti" dovrebbero pagare questa imposta, con sconti esclusivi ai non vedenti (che però potrebbero "sentire" l'audio televisivo) e ai non udenti (poiché potrebbero "vedere" le immagini; a questi sconto limitato per via delle trasmissioni sottotitolate).
Ultima ratio, che a leggere meglio quell'art. 1 r.d.l. 246/1938, fin qui troppo citato, poteva essere tranquillamente la prima e unicache avrebbe evitato tanta posta, tante chiacchiere e tanti giramenti di:


Dopo di che mamma Rai dovrà mobilitare (oltre alla Guardia di Finanza che è già al suo servizio permanente specifico), tutte le altre forze armate nazionali, riesumando magari pure i Mas, che quanto al loro audëre semper sono diventati famosi, per ottenere gli spiccioli che mancano al suo bilancio.
Solo allora Elena X cederà alla violenza fisica; a quella psicologica mai.

Sono passati svariati anni, e il travet fin qui trattato ha scoperto che tutti, ma proprio tutti (escluso, forse, Mauro Corona) hanno buttato le candele, affidando l'illuminazione delle abitazioni a quella comunemente nota come energia elettrica.
Pensato, detto, fatto: chi illumina la propria abitazione, illumina "sicuramente" anche uno schermo televisivo. Intanto pagherà come lo possedesse; chi dichiara di non possederlo, lo dovrà dimostrare accidenti alla mano; tenendo presente che è allo studio, e quanto prima diverrà realtà, la possibile applicazione del dovuto a qualunque cosa in casa abbia la parvenza di uno schermo.
Per lenire il dolore del prelievo, la tariffa è stata abbassata a 14.522,025 lire. Al mese € 7,5...
Grazie, mamma!... non ci fossi tu, già ci sono gli altri!


(fine, senza forse)

domenica 16 settembre 2018

Nuove perle

Ecco, uno apre un post, si ritrova con l'immagine di un libro e, giustamente, pensa: uffa!, un'altra barbosa recensione...
Bene, ammesso che ciò possa invogliare alla lettura, questa non è una recensione, non vuole esserlo, perlomeno non del tutto. Parzialmente sì, lo è, ma solo come spunto a considerazioni che esulano un po' (tanto) da quello che è il contenuto del libro stesso.
Ho letto il libro, questo di cui a fianco vedete la copertina.
Ne parlo a modo mio, senza pretendere che il pensiero sia condiviso. È solo un'opinione, una delle tante, certamente non tra le più qualificate.
Quando leggo un libro, ma anche solo un articolo di giornale o rivista, se mi appassiona, mi ci tuffo dentro, ci arzigogolo fino ad uscire quasi del tutto dal testo in sé. Leggendo creo un libro mio parallelo, solo mio, con note, pensieri, considerazioni, che restano nella mente fino a quando non ritengo di far fuoruscire quello che non è materia grigia, essendo questa da tempo esaurita, ma il racconto di un altro tometto personale.
Se poi coincide con il reclamizzare (che parolona!) anche il prodotto da cui traggo spunto... meglio; i classici due piccioni con una sola fava.
È un messaggio che, raccontando fatterelli (le perle) dati ai giovani nuovi porci (affettuoso appellativo identificativo degli studenti in generale), è in realtà una metafora assoluta destinata ai vecchi porci (appellativo affatto affettuoso verso i vecchi studenti, peraltro fuori scena), causa principe del decadimento progressivo dell'istituzione scolastica. Con l'aiuto disinteressato dei vari governi in comica successione (nel senso che di scuola meno se ne interessano meglio è; ogni volta che lo fanno, sono picconate a demolire, fregandosene farebbero meno danni).

Al dunque: la scuola è quella che è, ormai è chiaro che non è (più) quella che dovrebbe essere; non dico quella di una volta, poiché non credo, pur andando a ritroso per migliaia di anni, che la scuola come ciascuno la sogna sia mai esistita. Proprio perché, come in politica e nelle religioni, si tratta di modi di vedere, credere e sognare assolutamente soggettivi.
Tanti siamo? Altrettante sono le idee, i credo e i sogni...
In fondo è una delle poche cose belle di questa nostra disgraziata umanità.
Intanto mi tolgo dai piedi il libro di Perboni (pardon, del professor Gianmarco Perboni; ché la confidenza non dia l'impressione che questo mio specie di  pamplhet sia scritto da un conoscente, magari da un famiglio, dell'Autore).

È un genere già molto ben noto a chi lo segue dai primissimi "vagiti", prima su blogger e poi sulla carta stampata.
Dal primo prodotto, anzi dai post, Perboni spara a zero contro questa scuola; da notare che 'questa' si riferisce a tutti i diversi passaggi, indipendentemente da chi sia, o sia stato, al timone di questo settore o da tutte le politiche che di volta in volta sono intervenute con l'intento (fallace e fallito) non dico di sanarla ma almeno di migliorarla.
La prima impallinata, se ricordo bene, fu la Mariastella; le immagini che proponeva me ne avevano fatto innamorare (ma non fa testo, in queste cose sono sempre stato infantile: mi ero innamorato, come un po' tutti i maschietti credo, della maestra delle prime elementari, più avanti di un'altra che era una suora e che, nonostante ciò, era proprio bella, anzi forse più bella che se fosse stata laica; il top lo toccai alle medie con la profia di matematica, che aveva creato in me un conflitto di interessi insanabile, odiando con tutte le mie forze quella materia, nel contempo adorante nel corso delle sue elucubrazioni su fisica e matematica).

Spara, Perboni, con un cannone, spara palle pesanti, fasciate dalla bambagia dell'ironia che appena possibile scivola nel sarcasmo, ma in modo così dolcemente carognesco che le sue considerazioni spingono, nell'immediato, alla risata, per poi scivolare nel ghigno e finire nel chiedersi se siano veramente frutto di vita vissuta o invenzioni di un Artista.
Il che dà a questo, come agli altri suoi libri sullo stesso genere, un incredibile sapore di tragico.
Quel tragico che consente di ridere digrignando nel contempo i denti, in una forma di bruxismo alla luce del sole.
Per chiudere degnamente il riferimento diretto al perbonismo, è mio dovere ribadire che si tratta di un autore carogna, qualità di cui non fa mistero; anzi, sentirselo dire da altri, meglio se suoi lettori, lo manda in sollucchero. Come quello che, guardandosi allo specchio, si dice "ma quanto sei bello e quanto sei bravo!". Va da sé che è una considerazione soggettiva, con il valore che può avere un giudizio interessato. Diverso è il discorso se a dire "quanto sei bello e quanto sei bravo!" è una voce o uno scritto terzi. A un "rinfaccio" vis-à-vis di questo titolo risponderebbe con un disarmante "Sì, sono una carogna... e allora?".

Bene, passiamo a parlare di cose serie.
Per farlo prendo spunto da un paio di capoversi di queste Perle, con la speranza che lui non si alteri (prego notare la finezza del termine, grazie) per un prelievo che nulla toglie al valore tragicomico dell'opera nella sua globalità.
Lo farò con la mia solita, nota e apprezzata, concisione.
Prima riporto i periodi, poi tento di dire la mia.

"Dopo l'uscita da scuola, nel piazzale antistante l'edificio, un ragazzo ne spintona un altro, mandandolo a gambe all'aria e facendogli sbattere la testa.
Dal portone una bidella ha assistito e riferisce al preside, che prende provvedimenti (assai blandi) contro l'aggressore.
A questo punto (omissis, sia per evitare un'accusa per plagio, sia per non allungare vieppiù queste noterelle, sia perché a chi fosse interessato il libro è disponibile sia in libreria che on-line) quale sarà stata la reazione del padre di quest'ultimo...
Tale padre si è infatti recato dal preside e chiedere sanzioni contro la bidella.
Perché?
Perché costei aveva violato la privacy del proprio figlio, con la sua delazione riguardante un episodio avvenuto fuori dalla scuola".

E questa è la considerazione conseguente:
- l'educazione non è compito della scuola. La scuola deve (dovrebbe, ormai) insegnare, gli insegnanti sono docenti (da docere [mamma mia, è l'unico termine  latino che ricordi e, quando lo riesco ad usare, godo come una filovia], insegnare, guidare verso la scienza o quantomeno verso la conoscenza);
- l'educazione è uno dei compiti primari della famiglia. È la famiglia che per prima si trova fra le mani un batuffolo neonato, che ne segue la crescita, in salute ed educazione. La crescita di un ragazzo è (dovrebbe, oggi meno che mai) essere seguita dal primo vagito fino alla maggiore età. Con il supporto della scuola, non come rimpiazzo di queste. Se una delle due parti è assente, famiglia o scuola, alla fine rovinano a terra entrambe, per simpatia l'una dell'altra.
Un tempo, parlo di secoli or sono, l'educazione dei virgulti era affidata un po' a tutti, in parte anche agli insegnanti, ma a questi più che altro nell'interno delle aule. Se sputacchiavi un compagno o lanciavi palline o facevi, come si dice oggi, casino, le sberle e le righettate arrivavano con una generosità che fossero stati soldi ci si sarebbe arricchiti; una ricchezza che lo studio, almeno materialmente, non dava (non dà?).
Parolacce o, nonfossemai, bestemmie erano non dico bandite ma assolutamente inesistenti; come il tu agli insegnanti o agli stessi bidelli, come l'uscire dai banchi per bighellonare in aula o arrivare alla cattedra senza essere espressamente chiamati a rapporto.
Parolacce e, nonfossemai, bestemmie si raccoglievano, si memorizzavano e si ripetevano "fuori".
Fuori, nel mondo esterno, all'educazione erano tacitamente delegati tutti, per una norma forse mai scritta ma applicata senza deroghe o trascuranze.
Vado sul personale.
Rientravo da non so quale missione, per farlo dovevo attraversare una grande piazza, che era sede di mercato quotidiano, enormemente rinforzato nella giornata del sabato. Gli altri giorni chiudeva nel primo pomeriggio, il sabato durava fino a sera tarda.
Per cui la pulizia delle camionate di rifiuti avveniva la domenica mattina.
Servizio svolto da spazzini manuali, integrati poi da passaggi di mezzi lavanti, forse pure disinfettanti.
Avevo deciso di traversare la piazza in scorciatoia, cercando di evitare i rifiuti dove non ancora raccolti, anziché seguire il perimetro della piazza orlato dal marciapiede.
Lo avevo fatto canticchiando una canzoncina, da poco sentita e prontamente memorizzata.
Inciso: ero stonato a tal punto che la classica campana crepata al mio confronto ero un suono dolce di violino. Il tempo credo abbia peggiorato questo mio pregio...
Ecco perché, conscio di ciò, una delle poche occasioni per poter gettare al vento le mie note garrule era trovarmi in una grande, meglio se grandissima, piazza o in un luogo comunque privo di altre presenze umane. Nel prosieguo della vita, l'interno della macchina (a vetri alzati e con pausa ai semafori) si è poi rivelato provvidenziale. Il mio cantare non mi disturba, e non capisco perché non sia apprezzato dagli altri. Nel coretto della scuola il mio solo aprir bocca era richiamo di schiaffi; dovevo fingere, muovendo le labbra a suon di musica. Un'arte anche quella.
Metto il testo della canzoncina, tanto presumo che queste righe siano lette da soli adulti... o da ragazzini comunque più svegli di quanto fossi io allora.
La donna immobile (sic)
sul letto stava
col dito pollice (sic)
se la grattava
Il (sic) significa che così l'avevo recepita e così l'avevo proposta a un uditorio quasi inesistente.
Quasi... perché uno spazzino l'aveva sentita e, chissà perché, mi aveva urlato di brutto:
"Ehi, moccioso, che .... stai cantando!" (dove i puntini sospensivi starebbero per "cazzo", che era una delle tante parole allora a me ignote).
Si fosse limitato all'urlo, me ne sarei forse fatto un baffo, anche se ero ancora implume, invece aveva imbracciato la scopa a mo' di scopa e si era diretto quasi di corsa con la chiara intenzione di ramazzarmi a dovere. Avrei capito lo avessi offeso con il mio gorgheggio, invece era partito in tromba per menarmi per il testo della canzone.
Di cui non sapevo il significato, e che nei giorni seguenti mi avevano spinto a tentare di chiarire.
Cominciando da "cazzo": assente dal vocabolario, non potevo correre il rischio di buscarle chiedendo a qualche grande; che ne sai di come ragionano questi?
L'aria della canzoncina era di un'opera. Il che mi aveva illuminato sul perché non risultasse nelle canzoncine di Sanremo, allora ai primordi del suo festival; e anche perché non fosse presente nel repertorio gregoriano che allora mi veniva propinato. 
In quell'opera la donna è mobile: e questo aveva abbattuto il dubbio iniziale su come ella si potesse grattare stando immobile; quindi poteva. Punto.
Col dito pollice: in seguito, molto in seguito, sarei venuto a sapere che non del pollice si trattava ma di un altro dito che ritenevo servisse solo al lancio di affettuosi saluti; serviva anche ad altro. Punto.
Se la grattava: nebbia assoluta... le testa, la spalla, la recchia, la ginocchia... nel massimo slancio di giovanile libidine ero arrivato all'ombelico, ma non quadrava col genere femminile del testo. Anche a quello, col tempo, ci sono arrivato... Punto.

Tutto questo per dire che a quell'accidente di spazzino cosa poteva fregare se nella mia canzone aveva letto qualcosa di vagamente osceno? Ma si era sentito in dovere di educare un moccioso sconosciuto, che in un occasionale transito nella sua zona di operazioni era uscito inconsapevolmente (ma lui, il moccioso, non lo poteva sapere) dai binari di un esprimersi in maniera pulita.
Dovesse ripetere quella performance un ragazzino d'oggidì, che reazioni ci sarebbero? A parte il fatto che nessuno è più inconsapevole, a parte il fatto che non c'è più bisogno di documentarsi per avere lumi su qualsivoglia argomento, a parte il fatto che non ci sono più gli spazzini di una volta... a parte tutti i fatti, assolutamente nessuna reazione, un menefreghismo totale, un'educazione che si pretenderebbe solo ed esclusivamente dalla scuola.
Nel frattempo quello spazzino sarà ormai impegnato a scopare (ehm, ramazzare...) in cielo, per cui non lo posso ringraziare di quella lezione di educazione civica, che era disposto a rafforzare con un metodo oggi ritenuto non ortodosso, ma allora molto comune ed efficace.
(Mi devo ricordare di segnalare al prof il rischio che sta correndo col definire bidella una bidella, nel frattempo sopraelevata al rango di operatrice scolastica; qui posso ancora impunemente citarli come  spazzino o bidella, poiché ai quattro gatti che leggono importa un fico secco e presumo abbiano altro da pensare che denunciarmi: Ma mettendo in giro, nero su bianco, termini che oggi appaiono quasi spregiativi, potrebbe costargli caro; sicuramente l'aggio sulle vendite del libro potrebbe finire in fumo).
Nella scuola entra quello che si apprende in famiglia, nell'ambiente in cui gli studenti operano fuori dall'ambito prettamente scolastico.
Un tempo il terreno su cui i docenti andavano a seminare era vergine; che quel seme germogliasse o inaridisse dipendeva da fattori diversi che andavano dalla propensione soggettiva degli allievi alla capacità di coltivare le menti da parte degli insegnanti.
Oggi i bambini vanno alle materne già ben tonsi, il terreno lungi dall'essere vergine è ormai sfruttato fino all'esaurimento. Tentare di recuperare i danni fatti prima, e fuori, dell'accesso alla scolarizzazione è ormai impresa utopica; e quei danni, come le epidemie, tendono a peggiorare, poiché non ci sono più mezzi e capacità di porvi rimedio. E ormai neanche più la volontà.
Pessimismo? Bastano le notizie quotidiane per rendersi conto che si tratta di un pessimismo ampiamente giustificato...

Altro giro, altra corsa, altro periodo, a conferma di quanto esposto fin'ora.
Si affrontava un problema collegiale relativo all' "Analisi della situazione didattico-disciplinare" riguardante uno studente che in classe fa di tutto, ma proprio tutto, meno che aprire un libro o fare almeno finta di studiare.
Intervento, sollecitato, del prof di cui trattiamo:

"Non sarà necessario che vi ricordi che se trovate un ladro in casa e lo mazzolate, quello dei due che passerà guai seri non sarà certo il ladro. Anzi, attenti a non fargli troppo male, o la casa la dovrete vendere per risarcirlo. Sempre perché siamo in Italia. Anche a un livello più basso le cose non funzionano diversamente. Se vogliamo punire uno studente indisciplinato, i primi a subire la punizione siamo noi insegnanti. Grazie, ma mi sono più che sufficienti le sofferenze che già mi vengono inflitte d'abitudine, senza bisogno dei tempi supplementari".

Di bocciare studenti, magari a un passo dal divenire plateali delinquenti, non è più possibile.
Addirittura non è lecito 'minacciare' l'estrema ipotesi di bocciatura. Non che sia consigliato di evitare questo, è espressamente vietato.
Anche perché, nel frattempo, avverso le bocciature si ricorre immediatamente al giudice, se questo non basta si arriva al TAR, se ancora non basta c'è la Cassazione. Poi Strasburgo e poi l'Onu... Alla fine il somaro o bullo, o entrambi i titoli, bocciato otterrà giustizia con il reintegro della promozione. Ossia ai giudici viene affidato il giudizio sulla somareria o meno di uno studente, sul suo comportamento bullistico o scansafatiche; i quali, dopo avere visionato carte e sentito legali (che qui raccomando!) per una manciata di minuti, intuiscono capacità e modus operandi di ragazzi in aperto contrasto con chi per un anno intero di questi ha seguito l'evoluzione (si fa per dire...).
A mio parere, siamo all'assurdo, fino a poco fa inconcepibile.
Già un voto basso o un rimbrotto ritenuto offensivo dal virgulto, suscita reazioni, violente e immediate, da parte dello stesso. A pronto seguire, l'appoggio incondizionato da parte dei genitori, per la più parte rappresentati da madri inferocite che, accantonata l'ancestrale delicatezza femminile, vestono la pelliccia delle belve inferocite verso chiunque tocchi i loro cuccioli.
Quello che emerge dalle cronache quotidiane è solo la punta di un iceberg, il resto che sta sotto è troppo vasto per riuscire a vederne la consistenza.

Altrove, in diversi interventi, il professore dà anche la ricetta per risolvere l'idiosincrasia allo studio, ma soprattutto i comportamenti di prepotenza ormai endemici nella scuola italiana.
Consiglia qualche legnata sulla schiena, qualche schiaffone ben assestato, il ritorno alla famigerata righella... e bocciature e grappoli.
In pratica un ritorno al passato per provare a entrare in un futuro meno nero di quanto appaia oggi.
Un'iperbole?

È ovvio che parla per assurdi, enfatizzando un sistema ormai tramontato e non più riesumabile.
L'esimio prof ignora, o finge di ignorare, gli effetti deleteri di quel modo di insegnare.
Non vuole vedere l'invasione dei sessanta/settantenni che, solitamente in branco, terrorizzano le nostre città, i parchi, le scuole, gli uffici. Costoro vandalizzano senza ritegno, derubano, quando possibile violentano chi gli capita a tiro, minorenni o meno; sui mezzi pubblici ormai è impossibile circolare, le auto private sono oggetto di attenzioni modificatorie delle sagome originali...
Girano in branchi, come bestie feroci, alla continua ricerca di nuovi stimoli, di sfoghi adrenalinaci che solo la violenza riesce ad appagare.
In branco, perché solitamente la vigliaccheria si evidenzia inesorabile quando si agisce in singolo.
Incontrarli camminando su un marciapiede è preludio di guai, a meno di riuscire per tempo a svicolare.
Ecco, come fare a spiegare al prof che costoro sono stati allevati con i metodi che lui suggerisce e di cui auspica il ritorno?

Già, i sessanta/settantenni a loro tempo hanno avuto schiaffoni, righettate, bocciature... e talvolta cinghiate, queste a casa per pareggiare quanto ricevuto a scuola. Con questi trattamenti sono arrivati tutti a qualcosa, chi in meglio di quanto sperato, altri in pareggio, altri in peggio. Hanno coronato i loro sogni, chi nell'imprenditoria, chi in politica, chi nell'insegnamento, chi nella medicina; chi è rimasto semplice impiegato o operaio; chi a questa età si trova disoccupato, ma questo non per "merito" suo o per i ruvidi insegnamenti a suo tempo ricevuti... colpa di altri che hanno barato, nelle imprese, ma soprattutto in politica...
E meno male che, forti del ricordo delle botte pedagogiche ricevute, hanno saputo trasmettere a figli e nipoti quel senso del dovere, quell'amore allo studio, quel rispetto degli altri; il rigetto del bullismo; questi ragazzi, così bene allevati, dovrebbero essere d'esempio per i bullastri citati poc'anzi. Sono loro che prontamente difendono a spada tratta le carognate dei genitori o nonni, giustificandole come frutto incipiente di una senilità prorompente. Avessero qualche anno in meno, questi sbracamenti, sarebbero definiti "ragazzate"; le conseguenze? esagerazioni dei media che non capiscono niente dell'educazione di questi vecchiardi, peraltro ormai irrecuperabili.
Fine dell'iperbole.

Un tempo, di fronte a fattacci riprovevoli, c'era nelle famiglie, come nelle scuole, un lungo momento di presa di coscienza, una camera caritatis in cui era possibile chiarire ad personam, a quattr'occhi si direbbe, le situazioni scabrose, una specie di brainstorming in seduta privata utile per evidenziare eventuali problemi soggettivi o famigliari: per porvi rimedio quando esistesse un barlume di possibilità di recupero; da questi colloqui talvolta si riusciva a rimettere i balordi sulla retta via.
Farlo oggi? viene solo da ridere...

Chiedo scusa all'Autore se ho sbracato un pochino, prendendo spunto dalla lettura del suo libro (divertente e piacevolissima come sempre). Sono pensieri in libertà che rispecchiano, malamente, il mio pensiero sulla scuola d'oggi, sulle famiglie d'oggi, sui quasi anziani (cui chiedo perdono della inversione dei ruoli, negando fermamente che siano loro i famigerati bulli di cui tanto si parla; accusandoli peraltro di essere la causa prima di questo sbandamento generale ["quello che abbiamo provato noi, non lo faremo provare ai nostri figli e nipoti"; con questo risultato!]).
Personalmente non credo che lo sfacelo sia recuperabile... mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo da vedere i frutti del cambiamento generazionale futuro, figlio del totale permissivismo attuale. I giovani d'oggi saranno un domani anche loro sessanta/settantenni... e per loro prevedo un risveglio (tardivo) molto acido.

L'epilogo del libro: nell'ultimo capitolo offre un suggerimento per risolvere la crisi scolastica nel suo insieme. Con una botta sola, che non è una bomba esplosiva come si potrebbe pensare, bensì una soluzione di una semplicità unica, talmente semplice che mai verrà messa in atto. È una specie di parte finale di un thriller, per cui non la riporto per non guastare un finale (quasi) a sorpresa. Magari bloccando il pensierino di provvedere all'acquisto del libro... che poi la Carogna metterebbe a mio carico per le mancate vendite.

E a questo punto credo sia opportuna una precisazione: non sono insegnante, a nessun titolo e a nessun grado; non ho, né mai ho avuto contatti col mondo della scuola, salvo il minimo (ma proprio minimo) sindacale per essere da questa licenziato con un pezzetto di carta che vale quanto un rotolo di carta igienica; con Perboni ho solo un rapporto di conoscenza virtuale, ovviamente non sono suo parente; non sono il suo editore; non sono un libraio; in realtà della scuola me ne frego come e più di quanto importi ai governi o alla parte lavativamente operativa del settore...
Quindi, perché?
Nostalgia, nostalgia canaglia... verso qualunque cosa che ci fu e ora non c'è più, e che non sto ad elencare per non tediare ulteriormente chi lo è già per ben altri motivi più importanti
Mi pare ce ne sia abbastanza per rinunciare a leggere questo sproloquio, ma ormai lo avete fatto, per cui ringrazio e saluto.