domenica 13 maggio 2018

In festa della Mamma

       ♥ Tanti cuori oggi, per la festa della Mamma; cardiologi a secco
           ♦ Tanti i quadri oggi, a onorare la Mamma; musei saccheggiati
           E quanti fiori oggi, tutti per la Mamma; i fiorai ringraziano 
           ♠ E oggi, ma solo oggi, niente picche (forse?)
       
Macedonia di pensieri in libertà.

Otto marzo festa della Donna, tredici maggio festa della Mamma.
In poco più di due mesi delle donne assassinate abbiamo perso il conto.
Di queste, buona parte erano mamme, alcune di bambini in tenerissima età, che non avranno più alcun motivo di festeggiare in futuro questo giorno di festa; altri, più grandicelli, la vivranno come si vive un incubo, senza fine.

Ha avuto la "fortuna" di perdere sua madre prima che questa gli potesse insegnare a sillabare 'mam-ma', che per tradizione è il primo termine che i neonati imparano.
E memorizzano per tutta la vita.
Anche in punto di morte, magari centenari ma ancora senzienti, pare sia la chiamata più gettonata.
Che segue quella citata per tutta una vita, nelle più svariate occasioni.
Col tempo si era reso conto che si tratta di una "fortuna" capitata a milioni di bambini. Come detto in apertura del post, quando non si perdono per cause naturali, c'è chi vigliaccamente incrementa la casistica.
Con tanta compagnia non ha neanche avuto il piacere di sentirsi un privilegiato.
Morta lei, a nessuno era venuto in mente di 'insegnargli' questo sostantivo.
E poi, insegnarglielo a che scopo?
Sapendolo, a chi avrebbe potuto rivolgersi chiamandola 'mamma'?
Crescendo se lo era insegnato da solo, mettendolo nella cartellina delle parole inutili, delle conoscenze fini a se stesse.
Un semplice singenionimo...
Una volta che aveva scoperto, secoli fa, che mamma deriva da mammella, quale mammella di madre lo avrebbe mai più allattato?

Oh, non piangete per lui: in realtà di madri ne ha avute a bizzeffe, ma nessuna ha potuto chiamarla 'mamma'. Non avendo imparato a tempo debito quel termine, con la crescita fisica non avrebbe più avuto alcun senso.
Madri/sorelle tante, padri/fratelli altrettanti.
Mamma nessuna, padre nemmeno.

La prima donna che gli era stata presentata come mamma era una Madonna.
Non poteva ricordare quale, fra le tante che per un lunghissimo periodo gli era stato chiesto (metaforico) di venerare, amare, pregare.
Ricorda, però, che una delle sue prerogative più osannate, inculcata, inoculata quotidianamente in menti assetate di 'sapere', era il fatto di essere vergine.
Su questa situazione non aveva mai avuto dubbi: chi lo circondava di affetto (e di ceffoni) era convinto di questo e lui non aveva motivo di metterne in dubbio l'autenticità.
Non aveva idea di cosa fosse una mamma, come avrebbe potuto disquisire su un'altra cosa, ad essa attinente, di cui nulla conosceva?
Allora, non aveva la più pallida idea di cosa fosse la verginità e cosa la rendesse così preziosa. Se qualche anima buona, meglio se non troppo pia, gli avesse spiegato, anche sommariamente, l'evoluzione della faccenda, avrebbe potuto meglio valutare quel concetto.
Tra l'altro, in illo tempore, parlando dell'olio si sapeva che era una spremuta di olive e basta; che l'olio potesse essere vergine, o addirittura più che vergine, si sarebbe saputo nei decenni successivi; e anche per questo dal 'poter essere' si era passati al 'dover essere', per legge, anzi, visto l'ambiente, per dogma.
Quindi, anche ne fosse stato a conoscenza, forse non avrebbe in alcun modo potuto collegare i due tipi di verginità; anzi, senza forse, lo avrebbe mandato in maggior confusione.
Che poi, a ragion veduta, lo avrebbe lasciato assolutamente indifferente. Il tipico caso in cui sapere e ignorare vanno a braccetto, danno lo stesso risultato, senza sottilizzare su considerazioni teo-filosofiche che lasciano il tempo che trovano.
Col passare degli anni, ancora si chiedeva a chi diavolo fosse venuta in mente l'abbinata madre/vergine, con un contrasto fisiologico evidente e innegabile, che ha fatto scorrere inchiostro a fiumi e scontri epocali tra chi la propugnava e chi la riteneva semplicemente improponibile.
A chi giovava il concetto che la verginità fosse indicativa della purezza di una donna, quando per l'uomo questo requisito non è previsto?
Una donna santificata da un martirio in nome della fede o da altri meriti, nel caso sia riconosciuta 'anche' vergine, acquisisce un ulteriore "pregio". Per l'uomo, anche lui fatto santo per martirio o merito, non risulta che ne venga esaltata anche la verginità.
Pensieri, a tempo perso...

Diverso il discorso su un'altra importantissima prerogativa di quella che gli veniva (ripeto: quotidianamente e in tutte le salse) proposta come mamma: oltre che sua risultava anche madre di Dio, e oltre ancora madre di miliardi di altri esseri umani, viventi e defunti.
Dei quali, sia detto per inciso, non poteva fregargliene di meno.
Ma una piccola operazione matematica lo aveva erudito su quella che sarebbe stata la sua giusta posizione nel creato: se la madre di Dio era anche sua madre, valeva il conto elementare del due più due, lui era fratello di Dio.
Quindi anche lui era dio: un dio minore, forse un mini-cadetto, ma comunque qualcosa di più dello scarabocchio che sembrava fosse.
Venuto a conoscenza di quello che sarebbe dovuto essere il suo rango non si era montato la testa, anzi...
Con una forza di volontà sovrumana (appunto) aveva tenuta ben nascosta la sua scoperta. Si ero reso conto che il divulgare questa notizia avrebbe potuto metterlo in un sacco di guai.
Intanto con le lezioni di catechismo: se alla classica ripetitiva domanda "Chi è Dio?" gli fosse sfuggito un "Lo sono anch'io!", magari sussurrato per modestia, la reazione immediata sarebbe stata un trasferimento dalla struttura educativa in cui era coatto a una struttura ri-educativa, dove con elettroshock, botte e sedativi a secchiate, avrebbero cancellato dalla sua mente questa, per loro insana, convinzione.
E la "Basaglia" non era ancora manco in embrione.
Sapeva, già allora, di gente che per molto meno era finita sul rogo, bruciata viva...

(Esperienza diretta, a mo' d'esempio: nel corso di una discussione tra compagni di scuola, a un ragazzo indigeno era sfuggito un "Mi diu mac..." prontamente recepito da un assistente borbonico come bestemmia. Il ragazzo si era salvato dalla lapidazione immediata solo per il fatto che nel cortilotto della ricreazione non c'erano pietre. Portato davanti al sinedrio, aveva avuto la fortuna di incocciare in un giudice togato (erano tutti togati, anzi tonacati) suo corregionale, che aveva giustamente tradotto la 'bestemmia' in un più accettabile "Io dico solo...", assolvendolo, con l'invito ad evitare in futuro altri rischiosi accostamenti che espressioni dialettali avrebbero potuto provocare in menti ottusangole e fanatiche).

A parlarne nelle periodiche confessioni, neanche pensarlo: già gli ispirava poca fiducia un tizio (forse un prete) il quale, al di là di una fitta grata che lo rendeva irriconoscibile, poneva domande a non finire, anche su temi che a lui parevano delicati e privati, quasi inquisendolo alla ricerca di chissà quali segreti. Al primo simposio tra confessionisti avrebbe spiattellato il fatto di avere per 'cliente' un dio in incognito che lo faceva partecipe della sua posizione in vista di una possibile, e altamente improbabile, elezione al soglio romano.
Cielo, in questo caso c'era la quasi certezza che la camicia di forza l'avrebbero messa all'eretico... ma qualcosina sicuramente l'avrebbero avanzata anche per lui.
Riepilogando: senza mamma, fratello di un dio che lo ignorava o lo aveva ripudiato, con un altro fratello che, secondo la Storia, era finito maluccio (è vero, risorto dopo tre giorni, da poco ne è stato festeggiato il trionfo... ma non era a sua conoscenza che l'evento si sia ripetuto con altri figli, fratelli suoi anonimi), per cui aveva ragione il saggio quando diceva che il tacere allunga la vita e la rende meno perigliosa.

Ragionando a freddo: sua madre, oltre a tutte le qualità personali che le sono state attribuite, ha realizzato molte lucrose iniziative, sparse in tutto il globo, riuscendo perfino a inserirsi in un libro sacro gemello del vangelo, e che è guida di una religione che ha tra le priorità assolute l'eliminazione fisica della concorrenza: il Corano.
Quindi tra potenza economica, politica e spirituale, altro al mondo non c'è...
Teoricamente dovrebbe essere stato inserito, sempre in illo tempore, non tanto in una ipotetica iscrizione dinastica quanto nell'asse ereditario di tutto questo bendidio.
Forse era stato "ospitato" per tanti anni, ignorato/cancellato dal vivere comune, proprio con lo scopo di estrometterlo da questo diritto sacrosanto?
"La maschera di ferro", scritto e cinematografato anni dopo, poteva essere un plagio della sua prigionia?
Tante domande, nessuna risposta.
Resta il fatto che aveva passato la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua prima adultità, circondato da decine di madri mascherate da sorelle, da una madre virtuale universale... ma di una mamma vera manco l'ombra.

Ultimo paragrafo della storiella: è tradizione, quando ci si sposa, che i suoceri diventino "mamma e papà", con scambio reciproco della nuova parentela.  Non avendo appreso questi termini quando sarebbe stato il momento, non aveva potuto inaugurarlo al momento del fatidico sì.
Forse per il fatto di non avere avuto una mamma da offrire in cambio di quella nuova, adeguarsi all'usanza in età quasi adulta lo avrebbe ritenuto ridicolo. Affetto, e tanta cura essendo entrambi già anzianotti e malandati in salute, questo sì, a vagonate.
Ma erano rimasti suoceri, e la moglie, figlia loro, non aveva mai insinuato la possibilità di chiamarli 'mamma e papà'.

Per finire in gloria: auguri a tutte le mamme, a quelle che già lo sono e a quelle che lo saranno.
La speranza, e l'augurio, è che tutte si salvino da questa incomprensibile e inaccettabile follia che sta attraversando la Terra, che porta a massacrare quanto di più caro e prezioso e unico ci sia: la mamma, appunto.













martedì 8 maggio 2018

Elogio dell'ignoranza


L'ignoranza è una dote che col passare del tempo diventa virtù.
Se tutti nascessero "saputi" questo sostantivo non avrebbe motivo di trovarsi inserito nel vocabolario.
Parlo dell'ignoranza dei cosiddetti 'tempi andati', quando questa, giustamente connaturata nei bambini, veniva colmata nel tempo, negli anni, in decenni di scoperte continue che via via colmavano le lacune iniziali, fino all'ultimissima esperienza che chiudeva il tempo dell'apprendistato.
Per sempre.

Oggi, ormai, la nascita di un bambino segue regole precise, che hanno stravolto quello che è stato per migliaia di anni l'andazzo di un parto.
Intanto, prima del neonato, dal canale vaginale escono, nell'ordine, un tesserino con il codice fiscale, poi un telefonino personale, ultimissimo modello se la partoriente, o chi per lei, se lo può permettere, altrimenti un modello del nese precedente il parto, quindi già obsoleto e da cambiare subito dopo l'uscita dalla clinica, per non creare traumi al nascituro che potrebbe sentirsi discriminato nei confronti di pargoletti più tecnolocizzati.
Il quale nascituro, sempre parlando di oggi, dimostra da subito di avere appreso come gira il mondo: sarà la placenta, saranno le acque che, analizzate al momento della rottura, dicono se sono sulfuree, di Fiuggi, di Montecatini, di Caronte, di san Bernardo, insomma di acque nobilitate dalla pubblicità...
Ovvero di semplici acque da rubinetto, arricchite di cloro e ferro da ruggine di tubi antichi, magari contenenti piombo di tubature dell'epoca romana.
E poi con tracce di uranio, plutonio, arsenico, perfino di stronzio che, oltre ad essere dannoso, fa pure schifo già dal nome, pur se storpiato.
E ci sono pure tracce di H2O, che sono le più difficili da individuare.
Fatto sta che se il parto avviene regolarmente cefalico, con l'aiuto terminale e delicato del forcipe, garantito al limone che il primo vagito del neonascente sarà un "vaffanculo" all'ostetrica che, involontariamente durante la leggera trazione, ha impigliato un orecchino provocando la detta reazione.
Podalico: se di piede, "vaffanculo, il solletico fallo a tua madre"; se di natiche, "vaffanculo, la mano morta la fai con tuo fratello".
Ventosa, usata con particolare attenzione per il rischio di allungamento, comunque provvisorio, della sommità cervicale: qui l'epiteto dei casi precedenti è di natura letteralmente pornografica, poiché è l'invito all'ostetrica ad andare a 'pompare e succhiare' altrove.
La differenza tra i vari tipi di acque in rottura è evidenziata dalla tonalità dei "vagiti": delicata al limite della preghiera con le acque pregiate, prepotente e offensiva al limite di denuncia quella comune del rubinetto.
        
Il vanto d'essere ignoranti è stato sublimato da un noto personaggio, ufficialmente cantante, che si è autonominato "re" di questa diffusa categoria. Non avendo ricevuto contestazioni il titolo gli è rimasto, a suo onore e gloria imperitura.
Di questo re mi piacciono tutte le canzoni, alcune le canticchio pure; non mi piacciono i suoi soliloqui silenziosi, con bevute d'acqua continue manco avesse problemi di prostata.
Non riesco mai a capire se ha perso la battuta o se, con le grattatine di labbra e mento, manda messaggi subliminali a qualcuno; e, non essendo io quel qualcuno, li traviso come una presa per i fondelli.
E questo, più che ignorante, mi fa sentire cretino.
Se esiste un re di qualcosa, per forza devono esserci dei sudditi...
In fondo siamo tutti, almeno parzialmente, ignoranti, ergo sudditi di questo o di altri re similari.
Un abilissimo chirurgo, che taglia e cuce per mestiere, è probabile sia totalmente ignorante nel campo sartoriale.
Un ingegnere aeronautico non è detto che sappia alcunché di culinaria.
Un prete o una monaca si presume siano ignoranti in fatto di sesso, perlomeno quello applicato (ma su questa interpretazione c'è il fondato dubbio che i preti 'ignorino' per contratto ecclesiale, studiando peraltro teoria nei confessionali; altrimenti non si spiegherebbero gli insistenti "quanto, quando, come, con chi, ecc.", prodromi di una eventuale pratica diretta; informazioni passate poi alle monache, sempre tramite confessionale, con suggerimenti sussurrati su quanto-quando-come-conchi-ecc. Ma sono solo illazioni maligne, in parte dovute al pensiero che essi possano 'operare' senza pagare dazio come gli altri comuni mortali).
I giudici talvolta sono mastri di leggi e codici, ma saranno ignoranti, per esempio, in medicina o farmaceutica...
(No, questo capoverso lo devo eliminare: avvenimenti recenti hanno dimostrato che, almeno questi due campi citati rientrano nelle loro specifiche conoscenze e le inseriscono nelle loro sentenze, ormai multidisciplinari). Diciamo che non hanno il pallino della meccanica. Forse.
Comunque anche loro hanno un bel bagaglio di ignoranza, per esempio sull'evoluzione dei tempi, quando continuano imperterriti ad applicare leggi preistoriche senza contestarne apertamente la vetustità.

Velo pietoso su chi si butta in politica; velo prossimo ad essere lenzuolo sudario. Teoricamente usato, questo, per coprire il corpo dei dipartiti a miglior vita; soprattutto il loro viso, quasi a velarne una specie di vergogna nei confronti di chi hanno abbandonato, talvolta veramente addolorati.
In campagna elettorale sanno tutto, sanno come muoversi nei meandri della burocrazia, sanno di economia, di sanità, di 'politica' intesa come polis...
Strombazzano ai quattro venti, e anche oltre, il loro essere al servizio dei cittadini, del popolo, del Paese...
Tutto è loro chiaro, anzi limpido...
Passata la festa, gabbatu lu santu, l'unica operazione in cui si mostrano abilissimi è la difesa ad oltranza delle poltrone appena 'conquistate'. Feudi, baronie, ottenute per merito o per grazia ricevuta.
Che la Nazione stia andando in malora a causa della loro incapacità a trovare le soluzioni promesse, non potrebbe fregargliene di meno.
Dal loro vocabolario è sparita la vergogna. 

mercoledì 2 maggio 2018

Cara Terra, usa&getta

A margine dell'Earth Day 2018, per noi Giornata della Terra, appena "festeggiata", una breve carrellata su quella che è la situazione dei rifiuti in genere e delle plastiche in particolare.
Tre immagini che dicono più di tante parole.

La prima è quella più conosciuta, ampiamente divulgata dai media e dal web. Una delle tante isole "artificiali", dove prima o poi sarà concesso costruire, non appena il troppo carico toccherà il fondale.
Si comincerà con le palafitte per arrivare poi a grattacieli in gara per quello più alto.

"Così tra questa immensità s'annega il pensier mio e il naufragar m'è dolce in questo mare"... 

... poetava Giacomo Leopardi due secoli fa nel suo 'Infinito'. In duecento anni l'ermo colle si è trasformato in montagne di rifiuti, in putride isole artificiali, le cui cime ed il cui mare a tutto invoglia meno che a salutari arrampicate o a nuotate corroboranti.
La seconda immagine, leggermente meno nota (almeno a me, ma non faccio testo essendo molto in arretrato con le belle notizie) apre la stura a interpretazioni le più diverse e colorite.. 


Patrimonio dell'umanità dal 1988, in origine era stata cooptata per la salvaguardia della fauna marina e isolana, con boschi di corallo e animali tipici dell'isola. Come sia stato possibile un accumulo di rifiuti così vergognoso, visto che l'isoletta non è più stata abitata e che, grazie alla conquista 'ecologica', è ormai inabitabile, è un mistero.
A questo punto mi chiedo perché le nostre discariche (senza riferimento ai monumenti abbandonati che fanno storia a sé), non possano fregiarsi anch'esse del prestigioso titolo.
E la Terra dei Fuochi?
E i nostri incendi boschivi?
Non meriterebbero di ottenere l'ambito riconoscimento?
Siamo forse i figli della serva?
Non sono questi monumenti (ok, all'imbecillità) degni di salvaguardia?
Secondo una ricerca a livello mondiale siamo terzi consumatori di plastiche, dopo Messico e Thailandia. Già medaglia di bronzo, puntiamo a salire sul podio più alto.
E siamo sulla buona strada, se fosse vero il sondaggio che racconta di come due italiani su tre ritengano migliore e più sicura e più salubre l'acqua venduta in contenitori di plastica. 
Il 67%...
Se parlassimo di risultato elettorale, un esito simile vorrebbe dire essere a un passo da una possibile, anzi probabile, dittatura.
Senza mescolare diavoli e acque sante, è fuori luogo parlare di dittatura della plastica sul nostro vivere quotidiano?
Una dittatura che rende ai concessionari qualcosa come circa tre miliardi di euro (dati del 2015), solo in Italia. Per un liquido prezioso che ufficialmente è gratuito.
Tre miliardi per contribuire ad affossare (meglio: plastificare, imbalsamare, mummificare) il nostro pianeta. 
E noi.

So che sono discorsi che oggi sono accolti con sbadigli di sufficienza, ma mi piace andare indietro nel tempo e ricordare quello che eravamo e di come si viveva.
Le acque in bottiglie di plastica fecero la prima comparsa negli anni '60; erano una novità, un segnale del mettersi al passo col resto del mondo moderno dopo le batoste della guerra.
Sembravano "americanate" e come tali significavano il top della leggerezza e del risparmio.
Prima l'acqua detta "minerale" era venduta in bottiglie di vetro, da un litro (non so se per scelta o per legge). Ricordo bene, nella zona in cui allora bazzicavo, la San Bernardo, ma credo che altrove ci fossero acque altrettanto valide sotto l'aspetto depurativo, con cui ammiccavano a chi poteva permettersele.
L'acqua del rubinetto, quando c'era, era un bene di tutti. Senza studiare più di tanto sul suo contenuto di metalli o prodotti chimici naturali. 
In colonia marina, noi ragazzini andavamo alla disperata ricerca di gocce d'acqua succhiando direttamente con la bocca dai rubinetti, mammelle metalliche per gole riarse dalla salsedine. Forse quelle gocce contribuivano alla formazione di anticorpi, altro che depurare.
Erano lacrime di H2O, senza etichette e senza pubblicità.
I vetri di allora, tutti, erano "vuoto a rendere", ossia al primo acquisto si pagava una quota di cauzione che garantiva il rientro del vuoto. In cambio di altro pieno, di acqua, birra o altri liquidi. 
Un modo per vincolare l'acquirente a una fedeltà continuativa, salvo perdere il costo del vuoto.
Pesate oggi, si trattava di poche lire, ma all'epoca avevano la loro considerazione nell'economia domestica.
Un po' quello che succedeva con le bombole del gas, che infatti era impossibile trovare nelle discariche o lungo le strade; sarebbe stato come buttare soldi dal finestrino di una vettura.
Le acque dei rubinetti erano naturali; diventavano "minerali" e frizzanti in casa, con l'aggiunta di bustine di idrolitina; cedrate, aranciate, chinotti, nascevano dall'amalgama nel liquido di bustine o di fialette specifiche per ogni prodotto.

Il latte. Era venduto in bottiglie di vetro da un litro, col tappo di carta stagnola. Vuoto a rendere.
O con bottiglie di vetro o con contenitori in acciaio si faceva rifornimento giorno per giorno nelle latterie, che ricevevano il liquido fresco proveniente dalle campagne circostanti, in recipienti d'acciaio inossidabile. Noi ragazzini, più che dal latte eravamo attratti da questi bidoni luccicanti, con manici e chiusure a vite.
Le latterie, quelle segnalate dall'apposita insegna, avevano inserito nel banco un contenitore, da cui prelevavano il latte da mescere nelle bottiglie o nei baracchini, per il quantitativo richiesto.
Più avanti avevano visto la luce le confezioni a lunga scadenza, in scatolette di tetrapack, con l'esterno in cartoncino e l'interno in un materiale plastico; quelle che dopo anni e anni non sai se vanno nel rifiuto differenziato carta o plastica.
Usa e getta, ovviamente.
Le latterie pian piano sono sparite, passando ai supermercati la distribuzione dei latti con aggiunte o detrazioni di sostanze, a seconda delle necessità o delle mode.

Nel martirologio delle plastiche, impossibile dimenticare l'uso in campo sanitario.
Nel cui ambito chi ricorda ancora le siringhe di vetro con relativo bollitore?
Sparite, in nome di una sicurezza e praticità innegabili, in un usa e getta che contribuisce alla creazione delle isole citate in apertura di post.
Chi frequenta o visita ospedali, ambulatori o case di cura o di riposo, avrà fatto caso all'uso continuo dei guanti di lattice, sfilati, cambiati e gettati con gesti quasi automatici, in quantità industriali.
Consumo di siringhe usa&getta che si è esteso prima alle abitazioni, poi ai parchi, poi alle spiagge...
I guanti: chi usa ancora quelli di gomma, riutilizzabili fino al loro consumo fisiologico? Sono ancora in uso nelle ditte di spurgo dei pozzi neri o delle tubature fognarie; nelle case sono stati sostituiti dai guanti in lattice, inventati a bella posta per poter essere jndossati una sola volta, quando sfilati sono inutilizzabili. 
Quindi gettati...
Nella differenziata della plastica.



E vogliamo ignorare il settore automobilistico?
Al tempo dei vuoti a rendere delle bottiglie in vetro, le autovetture erano fatte quasi interamente in metallo, erano esclusi gli interni nei quali non erano lesinati i tessuti.
Un incidente stradale, a parte gli eventuali danni fisici, era un ritocco al portafoglio. Limitabile se si aveva disponibile una carrozzeria bene attrezzata.
Esistevano i battilastra, che con martelletti, puntali, ventose, tassi, riuscivano a rimediare i danni, perlomeno quando possibile, con un ritocco sopportabile dei portafogli. I carrozzieri cercavano i migliori, contendendoseli, un po' come avviene oggi per gli chef nei ristoranti. Come questi, i più bravi diventavano bandiera dell'officina, che manteneva la ragione sociale solo in virtù delle fatturazioni.
I periti delle assicurazioni avevano vita facile nel riconoscere, dalle riparazioni metalliche, la gravità del danno e il relativo rimborso.
E le vetture avevano una vita, con un po' di fortuna che non guasta mai, quasi senza fine. Entravano a pieno titolo nel cumulo ereditario alla morte del proprietario.
Oggi? Il più piccolo contatto che provochi una crepetta nella carrozzeria obbliga al cambio radicale della parte danneggiata. 
Paraurti, parafanghi, cofani, tettucci, portiere, interni... ciascuno in blocchi di plastica, non riparabili... qualche bullone tiene insieme il tutto e basta una chiave inglese per denudare completamente il mezzo.
I pezzi cambiati? Al riciclo, come le bottiglie e i guanti e le siringhe e i sacchetti della spesa...

Ufficialmente la plastica, così come il vetro, la carta e il metallo, è tutta riciclabile.
Ufficiosamente, mi chiedo: ma allora tutta questa plastica che ci sta soffocando sui mari e sui monti e nelle città da dove proviene?
Stiamo spendendo soldi a palate per trovare pianeti su cui mandare la nostra spazzatura; non è che gli abitanti di quegli stessi pianeti ci hanno preceduto e ci mandano i loro rifiuti, con tanti saluti?
Corre voce (ma credo sia una notizia falsa, di quelle che vanno tanto di moda oggidì) che questi alieni, senza mai aver messo piede sulla Terra, abbiano piazzato dei meccanismi potentissimi che creano, qua e là a capocchia, una forza centripeta che attrae i materiali plastici, leggeri e indistruttibili, che loro differenziano nei loro pianeti.
Un impianto nel Pacifico, uno nell'Atlantico, altri di potenza minore, sperimentali, anche nel Mediterraneo e nei mari artici.
Avrebbero fatto questo cogliendo gli attimi fuggenti delle notti buie e tempestose (cit. Snoopy), quando sulle acque i traffici sono limitati e le telecamere spente.
Dopo di che gettano i loro rifiuti a casaccio, sui monti e sulle città, nei deserti e nelle pianure: sanno che saranno attratti dai loro marchingegni da migliaia di chilometri di distanza.
E questo, forse, è il motivo per cui i nostri monti e le nostre città, i nostri deserti e le nostre pianure, sono così puliti e senza traccia alcuna di plastificati (altra falsa notizia): finisce tutto nei mari.

Loro, forse, alieni.
Noi, sicuramente, alienati.


domenica 29 aprile 2018

venerdì 27 aprile 2018

SOS, per favore

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In ogni nuovo post mi trovo questo "commento", che mi pare di avere già segnalato tempo fa.
Poiché, a causa di una educazione ricevuta e assimilata, non amo il turpiloquio...
Poiché, sempre a causa di quella dannata antica educazione, mai darei addosso a una donna (pur se potrebbe essere un individuo che si spaccia per tale)...
Poiché, nonostante provveda alla sistematica eliminazione, me la ritrovo ancora recidiva in calce ai post...
Cerco, per favore, un eroico volontario (o volontaria) che abbia meno scrupoli del sottoscritto a invitare, a nome e per conto mio, questa persona a smettere di rompermi i coglioni e di andare non appena possibile (subito, e anche prima, sarebbe meglio) affanculo. 
Nel dubbio che non capisca la lingua, consiglierei un invito multilingue che dia meglio l'idea di quanto mi disturba.
Grazie per la cortese collaborazione.

martedì 24 aprile 2018

News di oggi



Umberto D
Sei un pensionato milanese di settantotto anni e stai tornando a casa, un condominio dalle parti di viale Monza, reggendo il sacchetto della spesa tra le dita nodose. Sono le dieci del mattino e ti immaginiamo mentre pensi a una di quelle cose semplici che dopo una certa età mettono ansia: le verdure da sistemare nel frigo e i surgelati nel congelatore. Non fai caso all’uomo con le scarpe da ginnastica rosse, fermo sotto il portone. Starà aspettando qualcuno, ma di sicuro non te, che ormai non ti aspetti più niente.
Succede quando affondi la mano nelle tasche, alla ricerca delle chiavi. L'uomo ti viene addosso e ti colpisce alla mascella, prima con un pugno e poi con un altro. Tu cadi all’indietro e forse riesci ancora a domandarti perché. Perché tanta ferocia, senza nemmeno farla precedere da una richiesta o da una minaccia. Come se si trattasse di un regolamento di conti tra persone che si sono già dette tutto, mentre tu di lui non sai nulla. Non sai che è un balordo di origini rumene a cui una fedina penale pesante come una lapide non ha impedito di venire sotto casa tua per svuotarti il portafogli in quel modo. Ti schianti sul marciapiede, batti la nuca ed entri in coma. Di te sappiamo il tuo nome, Umberto De Zordo, Umberto D come il pensionato fragile del capolavoro neorealista di De Sica. E che eri stato proprio tu a batterti con il condominio per installare la telecamera che ha smascherato il tuo aggressore. Rimandandolo in carcere fino alla prossima rapina.
Corriere della sera, M. Gramellini, 24 aprile 2018

I crimini sono sempre odiosi, ma ce ne sono alcuni che portano la fantasia a sogni di ritorsione che vanno ben oltre il pensare solito. E che si allontanano sempre più dalla tolleranza e dal perdonismo.
Le violenze verso i bambini, le donne e gli anziani (quelli cui la fragilità fisica annulla le differenze di genere), sono, tra le notizie quotidiane, quelle più ricorrenti. La vigliaccheria di chi le mette in atto non deve avere confini che consentano di attenuarne o accentuarne la portata.
I vigliacchi sono dei miserabili, sempre comunque e dovunque.
Amara la chiusura del pezzo di Gramellini, che anticipa quello che ormai avviene sistematicamente: questo vigliacco maledetto, a meno che Umberto muoia, passerà un paio di nottate in cella, poi sarà assegnato ai domiciliari (con ampia possibilità di ripetere vigliaccate), e tra qualche anno riceverà un buffetto sulla guancia con l'invito a non peccare più.
Chiedere, e chiedersi, come mai un individuo del genere fosse a piede libero ormai è domanda oziosa.
Di condanne immediate, con certezza che siano scontate, senza secondi o terzi o quarti gradi (grazie all'Europa) cui ricorrere per sconti o annullamenti...
Semplici condanne, secondo legge, non necessariamente esemplari.
Leggi di un certo Binda, condannato all'ergastolo quando sono passati trentuno anni da un delitto che all'epoca avrà sicuramente fatto scalpore. Sentenza incredibilmente veloce, visto che solo dal 1914 il caso era stato, quasi fortuitamente, riaperto. Tra l'immediato sicuro ricorso alla Cassazione, che porterà a ai soliti tempi biblici, e l'età che avanza, non è utopia ritenere che non farà un solo giorno di carcere.
Nel caso fosse innocente, come lui afferma, ben venga l'attesa. Nel caso fosse colpevole c'è solo da sperare che il rimorso gli roda il fegato per il resto dei suoi giorni. 
In pratica sarà comunque un'autosentenza.
Come non bastasse, a questa miseria, in cui di solito uno vale uno (prendendo a prestito uno slogan politico recente) si è aggiunta la vigliaccheria di gruppo.
Il chiaro riferimento va al bullismo giovanile dilagante, a cui, sovente, vengono accreditati, come attenuanti, disagi sociali, errata istruzione, sempre meno problemi famigliari visto che i bulletti provengono da famiglie benestanti quando non propriamente agiate, famiglie 'borghesi' come si suol dire...
Bullastri supportati da genitori che sfogano tramite i figli maschi (e, vivaddio, da un po' di tempo anche femmine) disagi sopportati nei loro periodi di gioventù, in tempi che non consentivano bravate d'alcun tipo, tanto meno se offensive della dignità o dell'integrità di altre persone.
Non esisteva impunità per l'età minore, e non esisteva età minore in presenza di deragliamento dai binari della civile convivenza.
Non si arrivava al carcere (raramente, e in casi gravi, al riformatorio; che finiva per completare il passaggio dalla prepotenza giovanile alla criminalità irreversibile): erano i genitori stessi a punire, con modalità comuni a tutti, sulla base delle informazioni ricevute sul male operato.
La sgridata di un insegnante dava luogo ad altra sfuriata, di solito del genitore padre; le madri erano, appunto, materne, e tendevano a limitare i danni.
Se ad un insegnante, magari non sempre a ragione, sfuggiva uno scappellotto, c'era la garanzia assoluta di ricevere il doppione a pareggio rientrando a casa.
Ci siamo cresciuti con questi 'metodi', e non credo ci sia persona oggi adulta o anziana che porti àstio per sgridate o ceffoni ricevuti in adolescenza o gioventù.
Vale per chi di quelle lezioni ha fatto tesoro e ne trasmette l'esperienza alla prole.
Chi lo fa.
Poi ci sono quelli, genitori, che ritengono quelle esperienze veleno ingurgitato da sputare in qualsiasi modo, pur di liberarsene. 
In età adulta, che adulta non è: sono rimasti all'infanzia, a un'infanzia bacata, e senza speranza di una prossima maturità.
Ed ecco i bulletti che, a nome e per conto di genitori sfasati, offendono con ingiurie gli insegnanti facendosi forti dell'impunità loro garantita dalle leggi.
Ed ecco i genitori, sempre più sfasati, che a supporto di 'bambini' ormai fuori binario, alle offese dei ragazzini aggiungono le percosse.
Si è rivoltata la frittata: un tempo il 'doppione' lo riceveva chi sgarrava; oggi lo riceve il docente che si azzarda a svolgere il suo compito in maniera corretta e responsabile.
Dei bulli che si accaniscono sui disabili non parlo: sono di una vigliaccheria talmente assurda che definirli bestie offenderebbe quelle più note nel campo: le iene e gli sciacalli. 


sabato 21 aprile 2018

In breve

Molto in breve.
Italiani in ansia e agitazione in attesa della nascita del governo.
Media, televisivi e cartacei, che non perdono l'attimo fuggente e raccontano quanto avviene, illustrando la situazione come prossima a una tragedia greca.
"Siamo lavorando" per dare il meglio al popolo che ci ha votato.
Un lavorìo fatto di insulti, di veti, di rassicurazioni... di eroismi...
E il popolo che li ha votati si sta rassegnando ad avere un governo... comunque sia.
Tanto sa che qualunque esso sia non durerà molto.
"Stiamo lavorando...", e leggo che dopo circa 50 giorni di stallo le ore lavorate sono meno di tredici.
Al giorno? Stakanovic si farebbe una risata...
Tredici ore in totale, diviso 49 giorni (domani 50 tondi) darebbe circa 27 minuti al giorno, che potrebbero arrivare ai 37 minuti concedendo il giusto riposo del sabato (ex fascista), le domeniche e il lunedì di Pasqua.
A parte la domanda (demagogica?) su cosa diavolo si sarebbe svolto questo lavoro, quali decisioni hanno partorito per il nostro sempiterno preminente bene...
Secondo i nostri parlamentari e senatori, con in testa i capi partito, tutto sta filando liscio come l'olio. Lo stallo era previsto ed è ancora ben lontano da record del passato.
Tutto fila liscio come l'olio, e per dimostrarlo i nostri eccelsi rappresentanti si sarebbero concessi una giusta pausa di riposo.
Calcolando che Dio, creata la Terra in sei giorni, al settimo si è riposato, giustificato anche dalla sua età già avanzata per la faticaccia di un lavoro che sarebbe ingeneroso negare, a quanto pare i nostri non sono da meno.
Ma lui, a detta di molti, era Dio e il lavoro fatto era ben evidente...
La pausa consiste in un paio di settimane di vacanza a cavallo dei ponti del 25 aprile e del primo Maggio.
Quindi avremo un governo (ripeto: qualunque) entro martedì 24 aprile?
Mi sembra il minimo, viste le attese e visti i problemi da mettere in cantiere.
Ho detto tragedia? Tragicommedia forse sarebbe più adeguato.
Commedia sboccacciata ancora meglio.
Sono i primi segnali che tutto sta per cambiare?
Riepilogando: per i nostri beneamati tutto fila liscio come l'olio...
Per noi tutto fila liscio come la vaselina, che, grazie alla satira dilagante, è ormai destinata a un solo uso...
Tutto cambierà affinché nulla cambi, dicevano nel Gattopardo.
Altrove, questo comportamento sarebbe considerato improntitudine, che è gemella siamese del menefreghismo.

Nel caso si trattasse di una bufala, non cestinate questo post; sarà comunque utile in futuro; garantito al limone.

domenica 15 aprile 2018

Pausa di riflessione

È come per una partita di calcio: l'arbitro lancia in aria la moneta, testa o croce, chi vince sceglie la parte di campo che più gli conviene.
Stavolta però l'arbitro ha barato (o meglio, lo hanno spinto a barare), infatti la moneta è a doppia faccia, manco a dirlo "croce". Come dire che in una parte di campo ci sarebbero state due squadre... e nell'altra nessuno.
Ha provato, l'arbitro, a lanciare in aria la palla, chi prima la prende alla ricaduta fa il suo gioco, e gli altri, pur se anch'essi vincenti, si associano ai perdenti per contrastare le azioni. La palla è rimbalzata due volte, ma nessuno si è fatto avanti per appropriarsene.
Cioè, ci hanno provato, ma puntando alla palla su in alto, si sono sbattuti di fronte l'un contro l'altro.
È come l'antico ruba-bandiera: si è nella fase di studio dell'avversario, per poi scattare fulminei ad arraffare lo straccetto che funge da bandiera.
Vincitori e vinti, felici tutti per avere dato al Paese la dimostrazione che "volere è potere".
Chi vince ringrazia; chi perde pure, per lo scampato pericolo.
Oggi avversari, domani sodali, poidomani complici.

Nell'attesa, niente di meglio che rilassarsi con un paio di sonetti di Gioachino Belli, scritti nel lontano aprile 1836.
Uno spicchio della vita di allora, che non ha nulla a che vedere con la vita di adesso...
Tanto per passare il tempo nell'attesa, fuori dalle stanze del travaglio.




Er merito

Merito, dite? oh ppoveri merlotti!
Li quadrini, ecco er merito, fratelli.
Li ricchi soli sò bboni, sò belli,
sò grazziosi, sò giovani e ssò dotti.
A l'incontro noantri poverelli
tutti schifenze, tutti galeotti, 
tutti degni de sputi e de cazzotti,
tutti cucuzze in cammio de cervelli.
Fà compari un pezzente immezzo ar monno;
fussi magàra una perla orientale,
"Presto cacciate via sto vagabbonno".
Tristo chi sse presenta a li cristiani
scarzo e cencioso. Inzino pe le scale
lo vanno a mozzicà ppuro li cani.

La vedova der servitore

Sto né in celo né in terra, Maddalena,
Ciarle quante ne vòi, bone parole...
Ciò rimesso a quest'ora un par de sòle,
e ch'ho avuto? un testone ammalapena.
Sai chi crede a le lagrime? Chi ppena.
Sai chi ppenza ar malanno? Chi je dole;
ma no chi è grasso, no chi ha robba ar sole,
no chi ss'abbotta a ppranzo e crepa a cena.
Doppo trent'anni de servizzio! un vecchio,
signor iddio, che l'ha pportato in braccio!
Uno che j'era ppiù c'un padre! Uno specchio
d'onestà!... Eppure a un omo de sta sorte
je se fa chiude l'occhi s'un pajaccio
senza una carità doppo la morte!






martedì 10 aprile 2018

Fermate il mondo...

... voglio scendere!
Quante volte ci è sfuggita questa espressione!
In occasione della denuncia dei redditi, ad esempio (tra l'altro temporalmente prossima); quando si sbatte il grugno contro l'ottusità della burocrazia; quando i tempi della sanità sono prodromi di una morte magari non prossima, ma surgelata nell'attesa; persino quando una coda alle poste porta via una mattinata intera, talvolta senza costrutto...
La discesa da questo nostro mondo è vietata.
Tale discesa è possibile solo se ci si carica (total body) di un paio di metri di terra.
Vale per (quasi) tutti gli esseri viventi e deambulanti su questa terra.
Perlomeno nel mondo cosiddetto civilizzato.
A sorpresa, ma veramente a sorpresa, un fatto di cronaca recente smentisce questa convinzione ancestrale.
Dice, questa cronaca, di un signore di Genova (non più giovane, ma neppure ancora anziano; quella via di mezzo precedente la vecchiaia vera e propria, verso cui si avvia con lentezza sempre più veloce chi ce la fa nonostante tutto) una trentina di anni fa aveva deciso di scendere da questo notoriamente porco mondo.
Come detto l'unico modo di scendere è smettere di respirare. C'è chi decide di anticipare il distacco saltando da un piano alto verso terra; chi affida il compito a un paio di metri di corda; chi ricorre a una pistolettata; o a un veleno...
Questo signore aveva deciso di mollare il mondo da vivo. E vegeto, come si dice.
E ce l'ha fatta, incredibilmente ce l'ha fatta.
Fino all'altro ieri, quando un controllore scrupoloso lo ha costretto a risalire sul suo vagone (ovviamente quello destinato al trasporto bestiame, bene lo sanno i pendolari e i comuni mortali; da altri tipi di vagone i privilegiati si guardano bene dallo scendere; manco a pensarlo) mettendolo a sedere al posto a suo tempo assegnatogli, rimasto vuoto in attesa del suo rientro nel gregge.
Lo aveva fatto nella maniera più semplice, una di quelle che (a posteriori) uno si chiede "perché non ci ho pensato io?": una trentina d'anni fa aveva strappato la sua carta d'imbarco (detta anche di identità), decidendo di entrare in una latitanza di tipo palese; un po' la stessa dei criminali e assassini ricercati per secoli e scoperti (talvolta perfino arrestati) dopo decenni nella casa natìa, da cui non si erano mai allontanati.
Non è dato sapere, almeno per ora, i dettagli di questa "fuga".
Si sa che in occasione di un incidente tra due vetture, uno dei due coinvolti era fuggito a ruote levate. Contrariamente al solito, questi non era un pirata della strada, bensì quello che nell'incidente risultava essere la parte offesa. In pratica, dei due era quello che aveva ragione.
Essendo leggermente ferito, si era recato in ospedale per la medicazione del caso.
E qui il presidio di polizia, forse messo in allerta da questo comportamento anomalo, lo aveva interrogato per mettere i suoi dati nel rapporto relativo al sinistro.
Niente dati, nessun documento, assenza totale nella banca dati, sia delle forze dell'ordine che dei registri comunali.
Non era più sul treno.
Era sceso dal mondo in corsa.
Farsi delle domande, e girarle a questo signore, mi pare pleonastico.
Che, più che domande, sono considerazioni.
In trent'anni non ha mai avuto necessità di fare un documento, una denuncia dei redditi, una carta Isee... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto un acquisto (una casa, un'auto, una vacanza...)... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto ricorso (beato lui) a cure sanitarie pubbliche... ed è sopravvissuto.
Non ha mai avuto una moglie, un figlio, un cognato, un parente... ed è sopravvissuto.
Non si è mai iscritto a una bocciofila... ed è sopravvissuto.
Mai una multa, mai un controllo stradale, un conto bancario... ed è sopravvissuto.
Non bazzica facebook e non cinguetta... ed è sopravvissuto.
Il caso è venuto fuori a causa di un incidente automobilistico. In trent'anni dovrebbe avere rinnovato la patente almeno tre volte: senza presentare un documento di identità... ed è sopravvissuto.
Forse è meglio prendere atto che lui ha vissuto, e i sopravvissuti siamo noi.
Fermo restando che resta un fatto incredibile.

Incredibile?
A pensarci bene, neanche tanto.
Un passo indietro, un po' più di trent'anni (purtroppo)...
Anni '60, a un passo dal Centenario della cosiddetta Unità dell'Italia.
Ero ancora sotto chioccia, la stessa che mi covava quasi dalla nascita.
Mi avevano "invitato" alla prima visita di leva. Non avevo ancora documenti, la maggiore età era allora prevista intorno ai ventun anni; e comunque non ne avevo necessità, visto che la visuale del mio mondo era limitata a un perimetro molto ristretto.
Alla visita, d'altronde, erano interessati solo all'altezza, al peso, alla circonferenza del torace; forse anche alla verifica se non facessi parte dell'altra parrocchia sessuale (che all'epoca aveva ancora una sua motivazione curricolare)...
E ai denti, come ai cavalli.
O, forse, come agli equini in genere, visto che nel caso mio si trattava di un somarello.
Comunque, abile arruolato.
Poco dopo, avevo ricevuto un'offerta di lavoro a un centinaio di chilometri da quello che era il mio domicilio stabilizzato.
Il mio lavoro, tanto quanto lo sapevo, non è che cambiasse di molto da un posto all'altro.
Cambiava solo per il fatto che era il primo in assoluto retribuito.
E che mi faceva entrare in un mondo nuovo, esterno, totalmente sconosciuto.
Avevo il mio libretto di lavoro, con tutte le indicazioni su dati personali, inquadramento professionale, residenza...
Già, residenza...
A nessuno era venuto in mente di avvisarmi che cambiando città era indispensabile cambiarla.
E, in seguito, non avevo avuto segnali di allarme per non avere provveduto in merito.
Lavoravo, e non in nero (al momento della maturazione della pensione i contributi di quel periodo c'erano tutti, Inps e Inail compresi), abitavo in una camera ammobiliata in centro città, avevo amici con cui giocavo a calcio, qualche partita a biliardo, qualche pizza (rara, la pizza non è mai stato uno dei miei piatti preferiti; mancanza di abitudine, forse)...
In piena estate avevo avuto necessità di ricevere cure in ospedale...
Non avevo ancora la patente, per via dell'assenza della maggiore età...
Insomma, una vita regolarissima... senza uno straccio di documento in tasca.
E senza che ad alcuno fosse venuto in mente di chiedermelo.
Ero sceso ufficialmente dal mondo in corsa, restando in piedi sul predellino esterno, aggrappato alle maniglie mancorrenti che agevolavano salita e discesa nei treni di allora.
Centenario Unità d'Italia, festeggiamenti a non finire, eravamo tutti italiani, perlomeno a parole e con un fiasco di vino a portata di mano.
Centenario, censimento: passo breve, significativo per raccontare l'evoluzione della specie dei cittadini a distanza di un secolo.
Era una ricerca destinata alle famiglie; non avendo famiglia non avevo ritenuto mi coinvolgesse più di tanto. E nessuno si era fatto vivo a toccarmi il tempo.
Avevo continuato la mia vita di sempre: lavorare, pagare l'affitto (sarà stato in nero? boh!?), mangiare, cercare una ragazza, uscire con gli amici...
Nessun problema.
Un paio d'anni dopo, elezioni politiche. Avevo raggiunto la maggiore età ed ero maturo per votare, solo per la Camera.
I certificati elettorali circolavano come fossero volantini, ce lo avevano tutti, cani e porci...
Io no.
Per i ciuchi evidentemente non li avevano ancora stampati.
La differenza tra equini prima accennata, era fortemente radicata in me.
Più che asinello, oserei dire che ero un po' (tanto) imbranato.
Anagrafe: avevo chiesto il mio certificato elettorale, ma non risultavo tra i residenti di quella città, nonostante in questa lavorassi ormai da tre anni.
Dovevo chiederlo al comune di residenza.
Eccheccevò!
Comune di residenza: nada de nada, il mio nominativo risultava cancellato in seguito alle rilevazioni del censimento.
"Qui non risulta, là nemmeno, lei è un apolide...".
Apolide a me? Non me lo aveva mai detto nessuno, e dire che nella vita di comunità di epiteti ce n'erano per tutti i gusti e di tutti i colori.
Mai immaginando, allora, che in fondo sia io che i miei compagni eravamo tutti apolidi, fuori dal mondo.
Dovevo chiedere la residenza nella città dove mi ero spostato per lavoro.
Fatto.
Troppo tardi per la votazione, troppo presto per la chiamata alla seconda visita di leva.
Nonostante il tempo scaduto, abile arruolato in attesa di chiamata per la destinazione CAR.

Ero risalito nel vagone bestiame, da cui ero sceso inconsapevolmente.
Ancora oggi mi chiedo se fui più imbranato nello scendere o se lo fui nel risalire.
Nei due casi, comunque, imbranato e somarello in buona fede.




sabato 7 aprile 2018

Due mondi paralleli?

Corriere della Sera, aprile 2018

L’ultima volta che Pietro — chiamiamolo così — ha visto i compagni di classe, una terza elementare di Riccione, gli si sono rovesciati gli occhi all’improvviso. È caduto per terra, il corpo scosso dai tentacoli dell’epilessia. Il ritorno a scuola dopo il ricovero preoccupa i suoi genitori: e se gli altri alunni lo facessero sentire a disagio? Invece all’uscita Pietro sembra tranquillo e, quando la madre gli chiede come è andata, si limita a farle un sorriso. I bambini non rispondono mai alle domande dei grandi. Finché un giorno la mamma di Pietro entra in classe e scorge un cartello appeso alla parete. Sotto il titolo «Incarichi di emergenza», la maestra ha predisposto un dettagliatissimo piano di pronto e mutuo soccorso. In caso di nuovi attacchi, Lia dovrà prendere il farmaco nel secondo cassetto. Nel frattempo Tommaso (o Alberto, in sua vece) sarà già schizzato a chiamare i bidelli, mentre Leo F. e Giordano allerteranno gli insegnanti delle classi adiacenti, Giulia o Leo A. prenderanno il cuscino e Gaia e Josef pescheranno il cellulare nella borsa della maestra, che si occuperà della prima assistenza, coadiuvata da Diana. La madre di Pietro scopre che in classe suo figlio non è un emarginato, ma un privilegiato. Il capitano di una squadra dove tutti hanno un compito preciso e un obiettivo comune, sotto la regia di una maestra così immensa e discreta che avrebbe preferito che un gesto d’amore organizzato con tanta cura rimanesse un segreto tra lei e i suoi bambini.






Corriere di Calabria, aprile 2018


Entrava urlando in classe e disponeva per i suoi alunni un regolamento di comportamento ben lontano da quello previsto nei manuali scolastici. Chi non lo rispettava veniva punito, minacciato, e questo contribuiva a creare un clima di paura e di terrore. Tutto questo avveniva in un istituto di scuola elementare a Xxx, località marina della provincia di Xxx. Gli agenti della polizia di stato hanno notificato alla maestra sessantenne di storia e geografia, accusata di maltrattamenti a danno di minori, una misura di sospensione dall’attività di insegnamento per un periodo di sei mesi. Le indagini coordinate dalla Procura di Xxx non sono ancora terminate, gli agenti stanno acquisendo nuovi elementi oltre a quelli necessari per aver disposto la misura cautelare della sospensione. «Diversi genitori hanno denunciato quello che stava succedendo ai loro figli – spiega il commissario Xxx -. Abbiamo constatato la veridicità delle denunce attraverso un’attività investigativa e le intercettazioni». L’insegnante sessantenne aveva creato un clima di terrore che minava la tranquillità dei bambini e proprio l’angoscia della quotidianità vissuta nelle cinque ore a scuola ha spinto molti di loro a raccontare tutto ai genitori. «L’operazione – dice il questore Xxx – è particolarmente delicata e riguarda una fascia di cittadini che hanno bisogno di protezione oltre che tutela. Quello che succedeva nella scuola turberebbe ulteriormente l’intero ambiente ed è per questo che ho deciso di non fornire immagini di quello che succedeva in aula».

Troppo facile la chiosa.
Il mondo non sarà salvato dalla politica, dalla religione, dalla scienza: la sua salvezza sarà opera dei singoli esseri viventi, con la loro propria integrità, la loro intelligenza, la loro vera umanità...
Il mondo non sarà distrutto (forse) dalla politica, dalla religione, dalla scienza: la sua distruzione  sarà opera del singolo essere vivente, con il disintegro di ogni sua morale, con l'affossamento della sua intelligenza, con la sua sempre più evidente inumanità...
Due mondi paralleli, separati anni luce uno dall'altro.
Agli antipodi.
E la speranza che i "salvatori" abbiano il sopravvento si affievolisce ogni giorno di più, a seguire le cronache. 
Ammenoché, come spesso accade, i "buoni" siano maggioranza sommersa, non esposta al pubblico apprezzamento, ritenuto doveroso il loro comportamento. 
Fanno più "notizia" fatti e fattacci da esporre al pubblico ludibrio, ritenendo tale gogna insegnamento più penetrante, soprattutto in menti in via di formazione.
Raccontare il bene, almeno ufficialmente, non dà frutti. Non in tempi brevi.
Raccontare il male ha riscontri negativi immediati. 
Il male "vende", il bene tace.















mercoledì 4 aprile 2018

Giovedì santo

Notizia di cronaca, ormai passata in giudicato.
Due sacerdoti accusati di avere rifiutato la lavanda a un paio di immigrati, che l'avevano espressamente richiesta.
Accusa archiviata: non è risultato in nessun codice il reato di rifiuto di lavanda.
A chicchessia.
Resterà il mistero del perché di tale rifiuto, quando la lavanda è abbondante e gratuita e spontanea dappertutto; meno del trifoglio o della gramigna, ma presente in quasi tutti i giardini.
Verrebbe da dire che il rifiuto del suo dono equivale al tipico rifiuto del bicchiere d'acqua a chiunque lo chieda.
Robe da matti...




domenica 1 aprile 2018

Lacrime di san Lorenzo a Pasquetta

Per lunedì di Pasqua, più noto come Pasquetta, è previsto bel tempo su tutta l'Italia.
Ma dove non ci sarà pioggia, è (vagamente) previsto un anticipo delle lacrime di san Lorenzo, stelle cadenti sulle quali esprimere un desiderio se si ha la "fortuna" di avvistarle nel momento della caduta luminescente.
Di solito sono attese per il 10 agosto, giorno più giorno meno.
Un tempo fenomeno stratosferico naturale, in questi giorni si parla di una caduta di "stelle" artificiali, detriti di un satellite cinese finito in malora.
Queste le ultime notizie, fino a stamane; attese altre ultimissime per poco prima dell'impatto.
Le Regioni potenzialmente interessate al lieto evento sono elencate qui sotto.
Un sospiro di sollievo da parte degli abitanti di una Regione che, incredibilmente, non sarà interessata alle lacrime, per cui si potrà godere lo spettacolo dalle reti televisive. 
Senza rischi per la propria capoccia.
Dubbio: pesce d'aprile, in vista che proprio su quella non citata le 'stelle' cadranno a grappoli?

Le ultime su orario e punto d’impatto  
Le ultime stime, realizzate con i centri di controllo a terra che tengono sotto controllo tutto ciò che ruota attorno alla Terra di dimensioni ragguardevoli, indicano per le 2.34 di lunedì 2 aprile l’impatto. Naturalmente, buona parte del modulo cinese verrà incenerito. Ma come già capitato in passato con satelliti di grosse dimensioni, non tutta la struttura brucerà, ed è certo che alcuni frammenti cadranno sulla Terra. Sulla base dei dati forniti dall’ASI, Agenzia Spaziale Italiana, durante un nuovo incontro per fare il punto presso la Protezione Civile, la previsione indica come orario le 2,34 ma ancora con una finestra di incertezza di slittamento per alcune ore. Il rischio, come detto, è davvero bassissimo, ma non è a zero. E quindi vengono comunque indicate aree in cui potenzialmente potrebbero cadere detriti. In Italia, sulla base della striscia che il modulo spaziale segue, sull’inclinazione orbitale: Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Molise, Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Sardegna.enti cadano sull’Italia? 

Ultima cena?

Giannelli sul Corriere della Sera di oggi 1° Aprile 2018

Con "Gesù" senatore e i dodici apostoli ben sistemati sarà un digiuno pantagruelico.
Comunque vada è evidente il Pesce d'Aprile.

sabato 31 marzo 2018

Buona Pasqua...

... ma non per tutti


Dignità e onore

C'era una volta il samuraji, una specie di cavaliere senza macchia e senza paura. 
Il suo agire, in caso di manchevolezza, di errore, di tradimento al giuramento di fedeltà a un signore o una comunità, aveva una sola conclusione, che è ancora oggetto di ammirazione, di mitizzazione epica.
Ignorato fino a che riusciva a tenere un modo di operare limpido, alla minima macchia, al minimo dubbio sulla sua integrità morale, non ci pensava due volte e faceva harakiri: l'implicita richiesta di perdono consisteva in una lama infilata da sé nella propria pancia, gesto che chiudeva ogni polemica sul suo (anche solo ventilato) errore.
Da reprobo, con quel gesto si autosantificava.

C'era una volta il comandante delle navi, di qualunque genere o stazza: su queste era il solo, unico, responsabile e 'padrone' su qualunque evento avesse a verificarsi sui suoi ponti. 
In plancia di comando solo Dio era al di sopra del comandante. 
Ma non risulta che il padreterno sia mai intervenuto a smentire o comunque mettere in discussione o correggere errori o salvare natanti. 
Da ciò a dedurre che il comandante era unico dio sulla sua nave il passo è breve.
Come dio umano, con la faccenda del libero arbitrio, poteva anche sbagliare.
La nave, nel momento che veniva affidata al comando di un ufficiale, con questo diveniva un tutt'uno, indissolubile.
Una legge antica, forse mai scritta, ma da (quasi) tutti rispettata, si è tramandata nei secoli: la legge del mare.
Che prevedeva che il comandante di una nave la quale, per i motivi più vari, fosse destinata a "colare a picco", ne seguisse il destino affondando con essa. 
Era un matrimonio senza possibilità di separazione, tanto meno di divorzio.
In versioni più recenti, quella stessa legge era stata ammorbidita: imponendo a qualsiasi comandante di mezzo marino di essere l'ultimo ad abbandonare il naviglio, una volta accertato il salvataggio di tutti i naviganti a lui affidati.
E provvedendo di persona al ripescaggio di quanti fossero stati vittime della sua imperizia. Pur se questa fosse dovuta a fatti non prevedibili e/o casuali.

Era il 13 di gennaio del 2012, nei pressi dell'isola del Giglio: una manovra stupidamente azzardata di una nave passeggeri ha provocato 32 morti.
Il comandante, più che di imperizia, è stato accusato dal sentire comune di assoluta imbecillità.
Dal processo sono emersi comportamenti che hanno evidenziato incompetenza, vigliaccheria, supponenza, in ogni grado di giudizio. 
In aule della nostra giustizia, che quanto a manica larga non ha rivali.
Ci sono voluti circa sei anni per affibbiarne 16 di carcere. forse non tanto per l'errore quanto per un arrampicamento indecoroso sugli specchi, nel tentativo di scaricare su altri ogni responsabilità per quanto accaduto.
Altrove avrebbe ricevuto 16 anni per ogni morto a causa sua; 512 anni.
Non l'ergastolo, che pare sia una condanna a morte procrastinata; e neanche i trent'anni in totale che si danno per crimini efferati.
Da noi meno di sei mesi per ciascun cadavere recuperato.
Che, come da prassi, non sconterebbe per intiero: buona condotta, motivi di salute, incompatibilità col regime carcerario, inumanità del far crescere una figlia senza il padre e una moglie senza un marito (pur se notoriamente fedifrago)... in poco tempo sarebbe libero e, probabilmente, nuovamente al comando di un naviglio. Foss'anche solo un vaporetto nei canali veneziani.
Nel frattempo una colorita interiezione, a lui personalmente indirizzata, ha portato allo scranno parlamentare colui che, in un momento a dir poco concitato, l'ha proferita. Se a chiunque sfuggisse, per svariati motivi, il sostantivo che ha accompagnato l'invito, fosse data questa possibilità, avremmo un popolo di onorevoli e alle elezioni andremmo a votare i pochi (probi) cittadini rimasti.
Che poi un tentativo di suicidio, magari simulato (con tutte le dovute cautele che non giungesse a 'buon' fine) avrebbe lavato un pochino la sua colpa. O avrebbe magari portato a una assoluzione piena per evidente incapacità di intendere e volere al momento del fatto, secondo la formula che mette tutti d'accordo.
Invece no, ricorre alla corte di Strasburgo.

(ANSA) - Una vicenda processuale che presenta ''sintomi di iniquità''. Caratterizzata da una campagna mediatica che avrebbe condizionato il processo, soprattutto quello di primo grado, dalla deroga al principio costituzionale del giudice naturale precostituito (con l'assegnazione del giudizio di appello a una sezione della Corte scelta ''ad hoc'') e da una sostanziale iniquità dell'intero procedimento. Sono i punti salienti del ricorso alla Corte europea di Strasburgo presentato dai legali di Francesco Schettino, che sta scontando una condanna a 16 anni di reclusione per il naufragio della Costa Concordia. I motivi dell'istanza presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo, e che nei giorni scorsi ha superato un primo filtro di ammissibilità, sono stati illustrati dagli avvocati Saverio Senese, Pasquale De Sena, Paola Astarita, Irene Lepre e Donato Staino. In caso di accoglimento del ricorso, come hanno spiegato i legali, si aprirebbe la strada a una revisione del processo in Italia.

TG5 di qualche giorno fa: "Francesco Schettino ha superato il primo scoglio, la Corte di Strasburgo ha dichiarato ammissibile il ricorso..." ecc.; ma molto poco eccetera, visto che la notizia era stringata al massimo.
Si dice: non parlare mai di corda in casa dell'impiccato. Al TG5 fu vera gaffe, fu umorismo nero o fu ignoranza voluta del fatto che il primo scoglio fu centrato da Schettino, provocando 32 morti, feriti e danni a non finire?
Da scarse notizie successive sui media stampati si apprende che le sentenze, in tutti i gradi di giudizio, sarebbero state condizionate da una pressione mediatica non giustificata, che avrebbe provocato a priori la condanna, al fine di appagare gli umori del popolino che a gran voce la richiedeva.
Mi chiedo: a quando un pool di studi legali che promuova una class action a favore di tutti i condannati con destinazione 41bis? I Riina buonanima, i Provenzano, domani (o mai) un Messina-Denaro, si rivolteranno, chi nella tomba e chi in cella, esigendo di brutto una riduzione di pena commisurata alla maggiore pressione mediatica che li ha danneggiati nel corso dei processi...
Annamaria Franzoni, Rosa e Olindo Romano, Sabrina e Cosima Misseri, e molti altri, accusati e poi condannati, avrebbero diritto di essere beneficiari di un ricorsino alla stessa Corte, visto che anche i giudizi su di loro furono "influenzati" da pressioni mediatiche superiori a quelle che si applicano, che so, al furto di una melanzana o di una mela per fame?

Dignità e onore, vergogna e pudore... dove siete? 
A puttane, con sconto comitiva!

domenica 25 marzo 2018

Agonia di una Fata...


Nella quarta di copertina, quella che dà il benvenuto al lettore, questo libro viene presentato come "romanzo". Dissento: un romanzo, per come lo intendo io forse sbagliando, è puro frutto di fantasia, libero di spaziare in ogni campo del creato e anche oltre, senza briglie, senza vincoli che lo costringano su binari di logiche prefissate. Accettarlo come romanzo sminuirebbe il peso e il valore come contenuto di umanità e di amaramente dolci sentimenti. Parere personale, che non ne intacca il valore. Leggerlo come diario, racconto o romanzo, resta un fatto soggettivo e niente influente sul piacere della lettura.

I precedenti "bambini" di Nicola erano (sono) divertenti, un passatempo e un piacere di lettura veramente godurioso, soprattutto nelle sue singole peculiari esplosioni di pazzia al quadrato; penso a tutti i personaggi messi in campo nel tempo, alcuni (poco-poco) riflessivi, molti altri chiaramente fuori di testa, allegramente anarchici, e, forse proprio per questo essere diversamente pazzi, di una simpatia rara, anzi unica.
Dire qualcosa di quest'ultima sua creatura dopo le "scampagnate" nelle precedenti, è cosa dura, è un secchio d'acqua gelida che risveglia brutalmente da una sbronza solenne e prolungata. Francamente, più che romanzo o racconto o altro, lo vedo e sento come un improvviso pugno nello stomaco, affibbiato proditoriamente dopo una lunga serie di carezze, che sembravano non avere fine.
Lo metterei 'fuori catalogo', così come 'fuori catalogo' direi dell'Autore.
È una lunga cartella clinica, diluita in più di quattrocento pagine, in uno spazio temporale di poco meno di quattro mesi; i quindici anni trascorsi dalla sua 'chiusura' definitiva non sono bastati a farla apparire soltanto come un ricordo, non l'hanno sbiadita nel tempo, anzi il tempo stesso pare averne ravvivato l'inchiostratura.
E fossero centocinquanta gli anni dall'evento, non sarebbero sufficienti a cancellare quel periodo; è come se un laser micidiale avesse inciso, cesellato, scolpito, nella mente e nel cuore dell'Autore i mesi, i giorni, le ore, i minuti tutti, precedenti l'amputazione di una parte di sé, la migliore.
La più migliore, direbbe l'ineffabile minestra Fedeli...
Un materasso di rovi, puntuti e pungenti, come madre natura vuole che siano tutti i rovi.
Ci si trova sdraiati a pieno corpo e, giorno dopo giorno, ci si rivolta e rigira, quasi a cercare sollievo da un pungimento ininterrotto e doloroso, prontamente sostituito da altri rami spinosi, freschi di giornata e sempre più puntuti, mano a mano che si avanza nella lettura.
Con Nicola che, in ogni capitolo, getta su quelle spine ampie manate di petali di rose, sorrisi amorevoli e amarevoli, tentativi di copritura e spuntamento di quelle maledette spine; "altri sfaceli" che dovrebbero lenire il dolore delle punture inflitte; scaglie di un vivere quotidiano, affatto quieto, che nella sua apparente normalità quasi finiscono per fare più male delle spine stesse.
Per raggiungere lo scopo, ce la mette tutta, aiutandosi con la fervida fantasia, mettendoci il suo "mestiere" (nello specifico un brutto termine, da intendere esclusivamente come capacità innata di vedere e soffrire, soffrire e raccontare, esternando il tutto senza farsi sopraffare dalla giusta e logica e umana emozione), senza peraltro riuscire nell'intento.
A ogni inizio di capitolo, dopo la data del giorno 'guadagnato', una nuova spina si conficca in chi legge, e non bastano le camionate di 'petali' successive a tentativo di cancellare il dolore.
E non credo che questo lui volesse: attenuare l'impatto forse sì, certo non aggirarlo o annullarlo.
La mamma che, con una lentezza velocissima, si avvia alla chiusura del suo diario, ha trovato nel figlio un cronista che ne racconta ogni sospiro, ogni pensiero, ogni desiderio...
Ogni sofferenza.
Ma questo figlio cronista va oltre quello che potrebbe essere il freddo resoconto di una lenta agonia, di una morte annunciata: racconta le sue di speranze, le sue disperazioni, i suoi timori e tremori, gli esperimenti, le imprecazioni, le bestemmie...
E le preghiere: rivolte a entità astratte, nelle quali ha smesso da tempo di credere, smaliziato da evidenze negative; ma anche elevate, queste invocazioni, verso altre divinità lontane, frutto di chiare fantasie romanzate; si affida a prove empiriche che ritiene assurde, che sa quanto siano truffaldine verso menti labili, ingabbiate in credulità ancestrali, che lui respinge schifato pur nel suo speranzoso metterle in atto.
Quasi vergognandosene...
Quando non esistono freni o vergogne nel tentare tutto (tutto-tutto-tutto) per allungare il più possibile la vita di una persona amata, ancor più se questa ti è madre.
Nel suo percorso, non manca di proporre i vari personaggi che ruotano intorno a tutta la vicenda: buoni, meno buoni, indifferenti e figli di puttana...
Questi ultimi la più parte, come sempre, da sempre.
Dice della dolcezza e della disponibilità di persone mai, o poco, conosciute prima.
Dice della inumanità di altre che per 'mestiere' (qui quanto mai spregiativo) vivono quotidianamente a contatto del dolore e della sofferenza e della morte, e che di queste hanno fatto motivo di lauta vita; freddi robot, carogne semoventi.
Dice della burocrazia, questa presenza bieca che già avvelena l'esistenza delle vite quotidiane, e che, di fronte a gravi malattie, diventa becera e ossessiva, avvelenando e avvilendo chi è costretto ad incocciare nei suoi stupidi labirinti.
Credo che anche oggi la sua Fata, la stessa che, lei sofferente, gli chiedeva "E tu, come stai?", a distanza di tanti anni gli direbbe ancora, come allora, "Te völet, l'è inscì!", 'cosa vuoi, è così!', il mondo non è cambiato...
Non sa che, da allora, il mondo è cambiato, sta cambiando...
In peggio, in molto più peggio...

Da leggere...
Da gustare proprio no, il dolore non si gusta.
Per farlo bisognerebbe stralciare tutti gli 'sfaceli' contenuti nel tomo, gustando solo quelli, però risulterebbe snaturato l'impianto nel suo complesso.
La Fata e l'Autore qui sono in simbiosi, inscindibili l'una dall'altro. Soffrire e sorridere, sorridere e tornare a soffrire: non ci sono altre possibilità.
Finché c'è una impossibile incredibile speranza che avvenga un 'miracolo'...
Durante e dopo non restano che le lacrime.