venerdì 28 dicembre 2012

Uno, dieci, centomila...

Buona l'ultima cifra.
Ci sono notizie che sono insulto non solo alla miseria, quella vera, ma all'umanità intera.
Credo che a questo punto sia superflua la spiegazione di questo post, ma infierire mi riempie di gioia goduriosa.
Il signor silviO berlusconI verserà alla signora veronicA lariO

100.000 euro
 al giorno

ossia

3.000.000 di euro
al mese

sotto la voce di alimenti, e a consolazione al dolore a lei arrecato per la separazione ottenuta, importi limitati per la presa d'atto che silviO venne circuito (provocato come dice un santo reverendo), da procaci donzelle di facili (peraltro pochi) costumi.
Passo la notizia per come l'ho trovata e vado a cercare una lanterna per cercare, con il mio coetaneo Diogene, non l'uomo ma sua sorella, madama la vergogna.

(Le maiuscole finali non sono un errore di battitura, bensì l'indicazione di uno scrittore che oggi va per la maggiore, che suggerisce questo sistema per indicare il disprezzo, nello specifico alle due parti in causa)

lunedì 24 dicembre 2012

Auguri felini


AUGURI...

... quelli tradizionali che, 
passata la festa gabbatu lu santu, 
    se ne parlerà l'anno venturo

... a chi è in sofferenza nel fisico, 
con la speranza che 
almeno in questi giorni
    il dolore si attenui

... a quelli che sperano in un'occupazione, 
che dia dignità al loro vivere 
    e consenta di guardare al futuro 
con minore preoccupazione

... a coloro che, licenziati esodati cassintegrati, 
guardano al nuovo anno
 portando sulle spalle lo zaino 
  disperato di quello vecchio

... a tutti gli amici ed amiche
che in tutti i loro blog fanno 
pensare sorridere commuovere,
tanto da essere ormai
una famiglia virtualmente allargata

... a tutti i politici, a tutti i livelli,
auguro (censurato), ed auguro pure
(censurato), e visto che gli auguri
non bastano mai, più ce n'é meglio è, 
aggiungo anche (censurato),
nella (falsa?) convinzione che, 
se questi auguri non sono
quelli soliti tradizionali
buona parte del "merito" sia loro.

  
           

giovedì 13 dicembre 2012

Non è come sembra...

Tornando in blog, visti i commenti, temo ci sia stato quello che si dice un qui-quo-qua, di cui chiedo perdono, e vado a rimediare.
Per non dare in prima persona una notizia spiacevole, come troppe ne avevo date, avevo demandato al pc il compito di avvisare che LUI sarebbe andato in clinica, che aveva avuto un paio di giorni di prognosi salvo complicanze, che lui stesso era il rudere di cui parlava, necessitante di revisione, visto che ad ogni accensione ansimava come un treno a vapore; peraltro senza ancora fumare. I postumi della botta erano quelli del fulmine che lo aveva steso qualche tempo fa.
Mai fidarsi del tutto degli aggeggi robotizzati, ha dato l'impressione che il rudere malandato da revisionare fossi io in prima persona.
Per cui, indegnamente, ho ricevuto auguri di pronta ripresa che non meritavo.
Di cui ringrazio comunque.
Come salute sto bene, solo un po' spellato a furia di grattarmi dopo ogni commento beneaugurante.
Come dire, parafrasando al'inverso una frase famosa, la carne è forte, lo spirito un po' meno.
Per farmi perdonare, ho trovato questa poesia, che mi ha particolarmente colpito, e che vi offro col solito calore e tanta simpatia.

DOPO

Dopo l'ansa del fiume
vi sarà un altro fiume.
Sassi tondi,
spruzzi d'acqua cristallina.
Altro verde.
Ma io non lo vedo.

Dopo l'orizzonte del mare
vi sarà altro mare.
Onde lunghe,
passi di vento impetuoso.
Altre terre.
Ma io non le vedo.

Dopo la cima del monte
vi saranno altri monti.
Prati verdi,
letti intrecciati di fili d'erba.
Altre balze.
Ma io non le vedo. 

Dopo la brevità della mia vita
vi saranno altre vite.
Domani infiniti,
riccioli biondi di bimbi.
Altri futuri.
Ma io non li vedrò.

Dietro di me
è il breve, lungo,
istante del passato,
e galoppa già il domani,
e nel fugace attimo
che lo imprimo nel pensiero
d'un balzo, felino,
feroce, spietato,
è già passato.
Ma io l'ho veduto?

di Angelo Roberto Campiselli  (19 ottobre 1966)
da "Con antico stupore" editato da R. Battaglini



martedì 11 dicembre 2012

Umberto

Un nome pescato a caso nel calderone dei ricordi, per titolare questo racconto.

Se vado a cercare gli Umberto conosciuti ne trovo una sfilza, perloppiù gente importante: un re (minuscolo, per come è passato alla storia), un oncologo, un poeta, uno scrittore, un politico (Terracini, per esempio), un cantante, un attore… e via andare, su questi livelli.
La fantasia mi consente di sentire, come uno stormir di fronde, sulla destra, lontana, una voce stentoreamente gentile, che mette i puntini sulle “i”, anche se in quell'Umberto queste non sono presenti:
“Uhe, bauscia, de Umbert ghe n’è dumà v’un,  tuc i-alter sun nisciun. Pirla!”.

Da un qualcosa sulla sinistra, che non si capisce se sia una quercia, un ulivo o un tappeto di papaveri, quasi a far da contrappeso, un delicato ammonimento, una specie di cartellino giallo:
“Dannato gattaccio, se in questo post ti azzardi a parlare di quell’Umberto mi fermo qui, ritiro gli ambasciatori e ti faccio arrosto. Ho smesso di mangiare i bambini, ma un gatto con patatine al forno non è scritto da nessuna parte che non me lo posso fare. Gatto avvisato…”.

No, non voglio parlare di quell’Umbertochetuttiglialtrisonnessuno.
Che, tra l'altro, all'epoca del racconto aveva ancora i calzoni alla zuava ed era studente modello... dicono le biografie.
Il mio Umberto è quella che per antonomasia si dice 'una persona comune'.
Un po’ fuori dal comune, a dire il vero; per questo lo voglio qui raccontare in modo più specifico, dopo averne accennato in un vecchissimo post.
Vado ai tempi del periodo lavorativo, con colleghi che erano tutti macchiette, che la lunga frequentazione ha stampigliato indelebili nella memoria.
Con una precisazione, forse ignorata da ciascuno nella propria singolarità, che vede macchiette tutti gli altri e quasi mai se stesso: eravamo tutti macchiette.
Sarebbe bello sapere, per esempio, che ricordi hanno gli ex colleghi, di quel capo reparto che a suo tempo sovente faceva loro girare le palline e li fustigava spesso sulla schiena con un righello metallico largo cinque centimetri per quaranta di lunghezza (ma solo di piatto). Senza mai ricevere denunce o proteste, neanche da parte dei sindacalisti, pur essendo questi solitamente rompiglioni. Una leggera punta di sadismo che bene si sposava con un diffuso masochismo, forse accentuato da un vago senso di colpa, visto che per buona parte erano dei lavativi.
Simpatici come singole persone, lavativucci sul verbo lavorare.
(Bei tempi; passati; remoti).
L’Umberto mio era…

(Inciso: vado a raccontare con l’indicativo passato prossimo non perché questo Umberto sia scomparso; in realtà non so se lo sia o meno, ma proprio per non defungerlo con un passato remoto, pur se questo in realtà, come detto, remoto è. “Ei fu…” è già stato immortalato, e si riferiva, appunto, a un personaggio noto appena defunto; non voglio rischiare di dare Umberto per morto, quando magari è più vivo e vegeto di me).

Dicevo, questo Umberto era nato in una città che, per la legge sulla privacy, evito di citare; vuoi mai che mi scappi qualcosa ritenuto negativo per l’immagine di quel comprensorio, e mi vengano chiesti miliardi di euro di risarcimento all’ipotetico danno morale arrecato.
Però posso dire, senza tema di offendere chicchessia, che il suo logo preferito è condensato in tre parole:
“Turùn, Turàs, Tetàs”
che mi pare sia già un indizio che dice tutto, senza colpo ferire.

Vado a descrivere brevemente il soggetto, sia per la parte fisica che per quella comportamentale, più o meno collegate l’una all'altra.
Una delle sue caratteristiche era il fatto di essere un leghista ante litteram, quando le uniche leghe conosciute allora riguardavano soltanto gli sponsali tra metalli, tipo il piombo con l'antimonio.
Citando la sua città, per descrivere come fosse ormai invasa da elementi estranei, la loggava come
“Terùn, Turàs, Tetàs”
quando i negher , i mandarini, gli albanesi, i marocchini, erano ancora lontani a venire.

Quando era di cattivo umore, ovvero quando qualcuno del capoluogo della sua regione lo ‘urtava’, anche questo qualcuno era dumà ‘n terùn, magari centrando il bersaglio, visto che il peso demografico anche in quella città pendeva da tempo a favore degli “stranei”.
In merito amava raccontare di una battaglia nella sua città, relativa all’aggregazione di una quarta T alle tre esistenti.
La scelta pare fosse orientata verso un personaggio che dava lustro alla città, senza bisogno di chiedere poltrone in cambio.
Pur essendo ancora in vita, il candidato indigeno più indicato era Tognazzi. Ugo Tognazzi.
Ma il peso degli “stranieri” era stato tale che il progetto era stato accantonato, per evitare lo scorrere del sangue per le vie cittadine.
Infatti, motivando le proposte con la necessità di sprovincializzare, i-alter  avevano messo in campo le candidature chi di Totò, altri ancora di Trilussa.
Secondo l'Umberto mio, el Tugnass sarebbe andato benissimo, ma sarebbe stato la quinta T, dopo quella dei Terun, aggiuntiva anziché sostitutiva ai Turun.
Questa quarta T, ormai invadente come e più dell’erba gramigna, sarebbe stata da eliminare; nel migliore dei casi da allontanare, possibilmente con le buone.
Sembrava una boutade, allora...

Il fisico, guarda le combinazioni della vita, sosteneva adeguatamente questa sua missione di protoleghista.
Era alto un metro e un cazzo (come direbbe l'Alighieri) di calibro medio, anche se l’altezza di una persona è sempre una forma di calcolo relativamente soggettiva.
Per dire, se confrontata con quella di un  baskettista, (circa due metri, senza tacchi) preso a caso da un elenco telefonico, la sua era abbondantemente inferiore.
Se confrontata con quella di un noto politico di destra, preso a caso dal solito elenco telefonico (un metro e un cazzo, ma di calibro minuto, forse con i tacchi), sarebbe risultato alto come un corazziere (memento Rascel nel film omonimo).
Più che rotondetto, lo ricordo quadrato.
Come un comodino.
Capelli crespi di un riccioluto cortissimo, fittissimi, nerissimi, tanto che i negher arrivati successivamente lo avrebbero preso come modello ideale per le loro acconciature.
Tra le sue varie caratteristiche spiccava quella della discrezione.
Ogni giorno (che ci fosse il sole, la neve, la pioggia, la nebbia, un tempo così-così…) aveva un problema nuovo da esporre, un’esperienza da raccontare, un consiglio da richiedere, un’indicazione da valutare.
E tutto questo lo dedicava a una persona soltanto.
Per volta.
Tanti eravamo presenti, e, uno alla volta, venivamo a conoscenza del suo dilemma quotidiano.
Data la sua discrezione, alla fine di ogni “confessione” singola, la raccomandazione costante a ciascuno era:
“Me racumandi, al dis a lu, che è persona per bene, ma non ne parli ad altri, non credo che capirebbero...”.
Per  raggiungere le ‘vittime’ delle sue confidenze aveva una tattica particolare. Aspettava che un collega, qualunque, fosse prossimo alla macchinetta del caffè, o all’uscita dallo spogliatoio, o dal bagno, che fosse intento a valutazioni private, purché solitarie, dei propri problemi: mollava tutto e si lanciava in fretta e furia a braccarlo.
Iniziava l’esposizione del suo guaio contingente e non lasciava andar via il malcapitato se questi non aveva sorbito fino all’ultima goccia di contenuto del suo calice. 
Solitamente amaro.
Se si avvicinava un terzo, interrompeva il monologo e si allontanava, promettendone la ripresa a quanto prima possibile.

A me aveva riservato un rapporto privilegiato: ero di solito tra i primi a cui si confidava, nonostante questo rapporto fosse stato, dal primo momento, una sottilmente formale presa per i fondelli.
Forse reciproca.
Intanto, su una trentina di colleghi di contatto quotidiano, era l’unico con cui dall’inizio alla fine della colleganza lavorativa il “lei” era rimasto invariato. E pure la chiamata col cognome...
Reciproci pure questi.
Inoltre, come introduzione all'esposizione dei suoi problemi, se a questi era previsto seguisse un consiglio o un parere da elargire, la sua frase di approccio era sistematica:
“Senta, mi è capitato questo e questo; secondo il suo modesto parere…”, ecc.
La prima volta che avevo sentito del peso dato a priori a un mio eventuale (peraltro giustamente modesto) consiglio, avevo accettato che fosse, come detto prima, una birichina presa per il sedere, scherzosa, e avevo ignorato, senza reagire.
La seconda volta (o forse anche la terza o quarta) che la ‘modestia’ dei miei pareri era ormai consolidata, incassavo questo suo incipit, adeguando le risposte.
Se il consiglio richiesto dava la possibilità di scelta tra una ipotetica linea A e una linea B, in netto contrasto tra loro, gli offrivo quella che (sempre a mio modesto parere) era la più negativa, la meno probabile, la assolutamente impossibile andasse a buon fine.
Credendo ogni volta di avere così risolto perlomeno il problema della rottura di marroni; avendolo indirizzato malamente alla soluzione del suo, di problema, con il logico tracollo della fiducia nei miei ‘modesti’ pareri.
Troppo semplice.
Si dice: il vino buono sta nelle botti piccole.
Anche la malignità, se è per quello. Ve lo dice uno che in merito la sa lunga, per esperienza diretta... 
E Umberto di quella straboccava.
Regolarmente, tempo dopo, veniva a raccontarmi di avere risolto il problema allora esposto, proprio seguendo il mio (sempre modesto) parere elargitogli.
Avevo l’impressione che fosse un adepto del sub-flippismo(*) più raffinato.
E mi sentivo ogni volta, e sempre più, preso per i fondelli, ed era un'impressione che ormai saliva fino quasi a punzecchiarmi le tonsille.
Un episodio, da lui raccontato a tutti nel solito modo discreto, mi è rimasto impresso e, in verità, inizialmente era stato un ulteriore, leggero, colpo alla già scarsa immagine che mi ero fatta del suo quoziente di intelligenza.

(*) Breve pausa, anche per allentare la tensione che, forse, questo prologo può aver provocato.
Il flippismo (per i pochi che non sanno cosa sia) è una teoria filosofica che invita ad affidare al 'caso' ogni scelta o decisione, importante o meno, che presenti almeno due possibilità di soluzione. Contrariamente ad altre forme filosofiche, opinabili, questa, nella sua semplicità, offre una soluzione a tutto, senza ricorrere a ghirigori semantici che possono prestare il fianco a interpretazioni varie e soggettive. La sua semplicità si riassume nel lancio della moneta che, con il classico testa/croce dà l'indicazione precisa alla scelta o decisione migliore da prendere. Non ha una garanzia di riuscita, che peraltro non hanno anche le altre filosofie.
Fin qui mi sembra chiaro.
Esiste poi un sub-flippismo che, non fidandosi più di tanto della casualità offerta dalla filosofia madre, dà la possibilità di aggirare l'indicazione primigenia, optando decisamente su quella contrapposta. Esempio semplice: arriviamo a un bivio stradale, senza tom-tom o altri navigatori tecnologici o carte stradali che dicano da che parte andare; si lancia la monetina, testa-a-destra/croce-a-sinistra. Esce testa e il flippista puro segue fiducioso l'indicazione e si incammina a-destra; il sub-flippista non si fida e se ne va deciso alla via di sinistra. Ritenendo così di fregare il 'caso' che, a sua volta, seguendone l'immediata dritta, sicuramente lo avrebbe fregato.
La versione pura del flippismo è molto usata dai politici, soprattutto quando non sanno bene, o non sanno del tutto, che pesci pigliare, che decisione prendere per il 'bene' della comunità che amministrano. La versione sub viene attivata ogni volta che la prima scelta dà l'impressione di rispondere a una logica troppo alla portata di tutti. Politica, economia, uso delle (scarse) risorse disponibili... tutto sottoposto alla piattaforma divina dell'anti-caso.
Il flippismo è nato da una intuizione, anzi proprio da un'invenzione, del noto professor Picchiatelli, che nei primi anni '50 aveva pubblicato un dotto trattato dedicato all'argomento, pubblicato a spese dell'altrettanto noto editore/filantropo/mecenate Walt Disney nella prestigiosa enciclopedia divulgata nel mondo come "Mickey Mouse" e in Italia come "Topolino". Nella parte illustrante il flippismo, il prof citato la propone a Donald Duck (per noi Paperino), in cambio di un dollaro, e che questi sperimenta, in verità con scarso successo, in capitoli seguenti.
Il sub-flippismo viene introdotto da un anonimo a corredo di un post in cui le strane scelte di un collega, ivi descritto, cui non riusciva a dare una valida spiegazione (anche a causa della sua scarsa fantasia), hanno provocato la creazione di questa subdola modifica al tema principale, che tra l'altro già stava bene di suo. 

Torniamo alla sua confidenza specifica.
Una sera, molto sul tardi, dopo avere portato un botolo suo simile a fare i bisognini corporei in un prato adiacente la ferrovia, rientrava verso casa con l'obbrobrio di cane al guinzaglio.
Era una sera nebbiosissima, che i lampioni a lato della strada rendevano spettrale.
Nel suo incedere prudente e solitario (a parte il cagnetto), in un rettilineo aveva percepito, ovattato dalla nebbia, uno strano cigolio; avanzando ancora, aveva notato, tra le auto parcheggiate in fila indiana una appresso l'altra, che una di queste aveva sobbalzi anomali, tipo quando si tenta di avviare una vettura con la marcia inserita.
Con movimenti sussultori, con alternanze ondulatorie. 
Da pensare più a un mini terremoto che ad altro…
Curioso più d’un gatto, non si era allarmato, anzi si era avvicinato, scostando la nebbia come fosse la tenda di una finestra.
Accostandosi, aveva intuito che quella vettura nascondeva un’alcova.
“Ostia, chi ciùlen!”, aveva esclamato tra sé e sé, continuando con falsa indifferenza il suo cammino.

(Altro inciso: Ostia, lo sanno tutti, è Roma Marittima, da tempi antichissimi, non è cosa nuova. Come non è nuova la pratica cui lui aveva pensato e poi apertamente citato; pare sia antichissima pure quella, tanto da non richiedere traduzione: si riferisce chiaramente ad un’attività che tutte le casalinghe, ma anche le suore, conoscono bene e che, di solito, salvo strani malesseri occasionali, svolgono con ardore e amore (quest'ultimo non indispensabile). Ed è una di quelle poche mansioni cui partecipano volentieri i partner, ma anche i frati, senza brontolare).

Lui e il suo botolo avrebbero forse proseguito, magari fischiettando (lui) per evidenziare la sua indifferenza al probabile spettacolo hard, ma lo spostamento improvviso della nebbia gli aveva fatto prendere un colpo.
Quella macchina era la sua, e i cigolii e gli squassamenti erano provocati da qualcuno che al suo interno faceva goga-mi-goga.
Quasi incredulo per la profanazione della sua vettura, si era accostato quel tanto sufficiente a sbirciare all’interno, per vedere…
Quello che nessun padre vorrebbe mai vedere.
Sua figlia che, forse per ripararsi dal freddo, si era coperta con un tizio, presumibilmente un uomo, a lui, Umberto, sconosciuto. Aveva specificato che visto dal 'cu' (con la u francese) , il vero sesso della copertura non era visibile; intuibile sì.

Qui torno a quello che prima ho definito un colpo all’immagine che mi ero fatta del suo quoziente intellettivo: aveva proseguito, con l’indifferenza messa a dura prova dal cuore che batteva a mille.
Per come lo conoscevo, avrei giurato che si sarebbe fermato, facendo un macello, perlomeno verbale.
Invece no; e, così facendo aveva leggermente ritoccato la mia valutazione del suo QI.
In meglio, sì, ma questa era talmente bassa che anche col ritocco restava ampiamente sotto la linea di pareggio.
Peraltro raccontando l’episodio all’urbe, all’orbe e ai sordi tutti, era prontamente rientrato nei parametri già noti.
Forse aveva richiesto esplicitamente un 'modesto' consiglio in merito a quanto avvenuto; se lo ha fatto, sicuramente avrà domandato se non fosse il caso di cambiare macchina (A), visto il cigolio lamentoso che questa esprimeva, oppure portarla semplicemente a grafitare (B).
Avevo consigliato la A, pensando gli potesse portare disagio usarla dopo la profanazione.
Sub-flippiscaniamente l'aveva forse fatta grafitare, e la teneva, a pensarci bene, come una reliquia, come il fuori onda che segue spiega con dovizia di particolari.
Peccato che all'epoca non fossi ancora sufficientemente maligno, altrimenti in vece della grafite avrei suggerito l'uso della vaselina, che allora andava alla grande; per lubrificare gli stantuffi delle sospensioni, senza macchiare più di tanto i tessuti limitrofi, era la trovata del secolo.
   
Fuori onda.
Dopo un post che trasuda buonismo dalla prima all’ultima virgola, il lettore avrà, forse, la curiosità di sapere il finale dell'episodio. 
In verità non lo so, ma la simpatia verso il soggetto mi fa ipotizzare una (piccola) cattiveria.
Rientrando in casa, il buon Umberto, calciato il botolo sotto il tavolo, calmata l’aritmia per lo choc appena subìto, avrà convocato la moglie che, incidentalmente, era una sua copia clonata, e le avrà comunicato quanto scoperto in quella terribile serata nebbiosa:
“Ohi, mijé, t’el set, la tusa el ciula com tuc i-alter donn!”.
Una notizia che per qualunque mamma (pur sapendo che quello è un sentiero da percorrere per quasi tutte le figlie, anche se fattesi suore) sarebbe stato motivo di collassi, pianti, crisi isteriche e stridore di denti, alla moglie era apparsa come la liberazione da un incubo.
La figlia, in effetti, era un incrocio multiplo tra la Mariangela di Fantozzi, il padre, la madre e il botolo.
E visto che, con tutta la buona volontà, quattro comodini non fanno un armadio, il sospiro di sollievo della mamma nel sapere che anche questo suo mobiletto, legno del suo legno, aveva imparato a fare le pulizie di casa era più che giustificato.
Si vedeva all’orizzonte la possibilità che andasse a ripararsi dal freddo lontano dalla loro abitazione; un’ipotesi mai presa in seria considerazione, prima di questo evento straordinario. La coperta aveva un'importanza relativa; mi piace pensare che si trattasse di qualcuno facente parte della quarta T del logo cittadino.
Credo che sant'Omobono (nomen omen), patrono della TurùnTuràsTetàsTerùnTugnass, avrà ricevuto fiori e opere di bene come mai da nessun altro.


sabato 8 dicembre 2012

Bannato

Sembrano margherite, ma sono crisantemi
In questa notte buia e tempestosa sono stato bannato.
O almeno credo.
Se qualcuno che legge è esperto in bannamenti, baggianaggini, bannubilamenti, annessi, connessi, dismessi, mi faccia sapere se di bannamento si tratta o se è solo un frutto della mia fervida, perfida, mefistofelica, fantasia. Grazie.
Vado a descrivere l'evento.
In settimana, o settimana scorsa non importa, in un blog che seguo puntualmente, era apparso un post che (vado a memoria, visto che quel blog è scomparso dal mio blogroll) presentava un'immagine con due personaggi noti, anzi notissimi, dirò di più, ai posti massimi di questo nostro povero Paese.
L'illustrazione li presentava solo di viso, abbruttiti e butterati, con una specie di ghigno che già da solo appariva come una una presa per il culo.
Quel post, nel titolo (sempre a memoria), come a supporto di quella immagine, chiedeva:
"Vi piacerebbe invecchiare come questi due?".
Leggermente provocatoria, direi.
Sensibile a tutto ciò che riguarda la vecchiaia, essendone parte in causa diretta, l'ho ritenuta un invito equivalente al lombrico infilato in un amo.
E, sventurato me, ho abboccato.
In un Paese in cui ormai anziani non si diventa più, ma neanche adulti, ma neanche bambini, poiché tutti i passaggi della vita, di riffa o di raffa, vengono tranciati al fiorire di ogni passaggio, mi sono permesso, sicuramente primo in Italia, di commentare, in francese per aggirare la censura, con "vaffanculo a tutti e due".
Ritenendolo uno scherzo all'estensore del post, mi sono permesso di aggiungere (questo lo ricordo bene) "e affanculo a te che con questo post mi prendi per il culo", sempre pensando all'inizio di questo capoverso.
Poco dopo, come risposta, asciutta e sintetica, "fatti tuoi, il culo è tuo".
Chiuso il periodo.
Girando a ritroso, qualche giorno dopo, ero andato a vedere eventuali ulteriori commenti, con la speranza magari che qualcun altro si fosse unito al mio invito, non al bloggaiolo ma ai due in figura, e avevo trovato "Nessun commento" al post.
Felinamente curioso, ho chiesto al titolare il perché della censura, specificando che il 'vaffa' ai due figuri non pensavo di essere l'unico ad averglieli mandati, e che quello a lui indirizzato lo era in modo, diciamo, affettuoso, con tutti i limiti che tale aggettivo impone.
(Un po' come se uno, già anzianotto ma anche prima, alla 'prima' della serata rispondesse alla richiesta del bis con un "vaffa" e il bacio della buonanotte alla signora o a chi per lei. Potrebbe capitare).
Risposta, sempre a memoria: "Io evito nel mio blog espressioni del genere e (sottinteso) non le accetto neanche nei commenti, pur affettuose che siano. Detto questo, tutto come prima. Ciao".
Riconoscendo le sue ragioni, peraltro giustissime, avevo pensato di mettere un commento con la sinteticità che mi è congeniale, riconosciuta e, oserei dire, osannata da chiunque abbia il coraggio e la pazienza di seguirmi.
L'avevo elucubrata così:
Limpido.
Eviterò.
Scusa.
Ciao ter.
Ter, visto che era il terzo ciao lanciato in quel post.
Ho cercato il post nel blogroll (per inserire il messaggio che ritenevo chiaramente escusatorio), visto che non so dove diavolo cercarlo altrove, e mi sono trovato con il blog in toto sparito, cancellato, erasato, cartavetrato, assunto forse in cielo...
Ecco, mi dispiace, sinceramente mi dispiace.
So che ne rimarrò complessato e prometto che non manderò più affanculo nessuno, neanche se me lo chiede l'interessato in prima persona.
Almeno per quello che resta di questa notte e sperando di riuscire ad addormentarmi con questo macigno sullo stomaco.
Che però potrebbe anche essere il cotechino e lenticchie della cena, primo assaggio per allenarmi alle feste.