mercoledì 29 dicembre 2010

AUGURI

Ho poco tempo,

gli auguri li faccio da qui,

prima o poi arriveranno a tutti,

tanti che siano, non bastano mai.

Vanno bene per la salute,

vanno bene per i portafogli,

vanno bene per la serenità,

in famiglia e nella società;

andrebbero bene anche per la politica,

ma la vedo assai dura,

è un genere che ormai fa solo paura

(oltre che schifo).

La cosa importante è che sul ponte

non sventoli mai la bandiera bianca.

A U G U R I

2011



domenica 19 dicembre 2010

Una prece per la pace



La pace è cercata da tutti, a parole,
citata assai, con cuore ed amore.
C’è chi per lei prega e in lei ci spera,
ma più si va avanti più è una chimera.
Per difender la pace si fa la guerra,
gente ammazzata che va sottoterra.
Siam tutti armati, tutti in difesa,
guardiamo in cagnesco la mano tesa.
Con pietre o lame o bombardieri,
la pace uccidiamo, oggi come ieri.
Millanta morti portan la scritta
‘riposa in pace’; ma la pace è finita.
E questa pace, il micio orante
chiede che sia immantinente.

Ma c’è una pace che non si sogna,
è quella dei sensi, nessuno l’agogna.
Si gioca solo una partita, con il pallone
che corre, veloce, cercando il suo clone.
Si scende in campo, novanta minuti,
o son novant’anni, quelli vissuti.
Poi c’è il recupero, poi i supplementi,
più passa il tempo più sono pesanti.
Poi, senza sosta, ci sono i rigori,
a bruciare, stentati, gli ultimi ardori.
Si può provare con la pastiglietta,
per farne una in più, ma poco conta.
Forse si riesce ancora a godere,
ma non è più lo stesso piacere.
Non è più l’amore a dare la spinta,
solo la chimica fornisce la grinta.
Si procede al lancio della moneta,
sia testa o croce più non importa.
C’è pure il rischio dell’antidoping,
se è positivo si deve fare outing.
E’ sempre un vanto l’esser virile,
ma con l’aiutino diventa puerile.
L’arbitro fischia, il tempo è scaduto,
il passo è incerto, il capo canuto.
Si lascia il campo, per fine partita,
c’è un’altra gara, questa è finita.
Si va in trasferta, c’è un manto di terra,
la pace è raggiunta, finita è la guerra.
Per questa pace il gatto ha una data,
alle greche calende sia rimandata.

La foto del micio pregaiolo è stata rubata, previo consenso,
dal blog “Gatti e Misfatti” di Mamit,
che qui ringrazio, abbraccio e sbaciucchio natalinevolmente.

La dedica, rigorosamente anagrammata, è in ETICHETTA

lunedì 13 dicembre 2010

Alla donna




Donna, scruto i tuoi occhi di speranza,

mutati da un passato di paure,

che ti volle sempre debole,

sempre schiava d’un Dio, che era uomo.

Non fermasti mai il tuo cammino,

poiché tu eri anche lì, sola,

dove lo stesso Cristo esangue,

decise di spirare a questa terra,

ma tu, col fardello che ti lasciava,

continuavi ad adorare quel viso morto.

E nessuno volle ascoltare il tuo messaggio,

e ancora sola non t’arrendevi,

lasciavi una carezza, ad un figlio che moriva,

baciavi sulla fronte un marito che partiva,

e nello strazio del tuo dolore,

continuasti a rammendare quel lenzuolo.

E il tuo pianto, la tua collera,

a nessuno mai fece pena,

bruciata come strega in una piazza,

lapidata, per la rabbia d’un marito,

violentata da un branco senza volto.

Non c’è giustizia in questa storia,

c’è un passato, che nel tempo si tramuta,

ma non cambia o non vuol farlo.

E quella donna, che nel buio d’una stanza,

accarezza, sul suo ventre, il suo bambino,

spera che quel futuro, che porta in grembo,

sappia sempre da dove è nato,

poiché egli sappia, che se Dio stesso

nacque uomo, fu sempre donna il suo passato.


Gosefe, 20 Luglio 2009


Per oggi non avevo previsto post, poi ho trovato questo video, che mi ha fatto salire il sangue agli occhi. Ieri, girovagando tra i blog, ero incappato in quello di Gioia, La verità, vi prego, sull'Amore, che parla di violenza alle donne. Volevo portarlo qui per divulgarne la lettura, un po' più avanti, ma questo video ha sovvertito i miei piani. Là si parla di violenza omicida, riferita a fatti recentissimi di pura follia. La violenza non è solo follia omicida, la violenza è qualunque atto offensivo verso il prossimo, peggio se rivolto verso la donna. E non è un fatto di razza o colore, quello che mostra il filmato è un'offesa verso l'unica razza esistente in terra: la razza umana. Invito chi mi legge ad andare sul link di Gioia, sommare le due forme di violenza, e fare contro di essa battaglia all'ultimo sangue. Sono con Brown quando ritiene la donna il Graal dell'umanità, e maledico chiunque, in qualunque modo, ne violenti la sacralità.

Dimenticavo: la donna è stata condannata a cinquanta frustate perché aveva indossato 'abiti indecenti', definiti tali un pantalone o una gonna troppo corta. E' insignificante nel giudicare l'assurda violenza, ma è stata frustata senza avere avuto un processo, e i due "prodi" che l'hanno punita erano poliziotti.

mercoledì 8 dicembre 2010

Ho rubato un fiore



I capelli li ho ancora tutti, o quasi.
Sommo oltraggio alla mia fede granata, sono bianchi e neri, sale e pepe; diciamo allegramente brizzolati.
Lo ha detto (l’on.?) Verdini, riferito al Presidente della Repubblica, ergo posso dirlo anch’io, riferito ai miei capelli: chissenefrega!
Vado a raccontare un episodio del mio periodo floricolo, che forse ha contribuito all’innevamento della mia chioma.
Erano venuti in negozio marito e moglie a ordinare un cuscino per un defunto. Non doveva essere un parente, né stretto né prossimo né lontano, perché non apparivano addolorati più di tanto per la dipartita.
Per quel poco di esperienza accumulata, mi erano sembrati più seccati del ‘dovere’ di partecipare a quel lutto.
Pesati i soggetti, avevo proposto, in alternativa al cuscino, un puff, che sarebbe poi un cuscinotto rotondo, contenuto nelle misure e nella spesa.
Fiori semplici, nastro adeguato, scritta spartana, costo sostenibile senza patemi.
Erano talmente compunti nel dolore, che se avessi suggerito di lasciar perdere i fiori, offrendo in loro vece un abbraccio consolatorio ai parenti, avrebbero raccolto volentieri il consiglio.
Preso l’ordine, fatto il puff, con la solita Simchetta tuttofare lo avevo portato a destinazione, alla camera mortuaria di un ospedale della città.
La camera mortuaria è una specie di deposito, in cui i cadaveri attendono la successiva sistemazione nelle casse e l’avvio alle rispettive ‘camere ardenti’.
Non so se chi legge abbia mai avuto modo, non dico di frequentarle, ma solo di passarci, magari per errore o per necessità.
Per chi non le conosce, sappia che sono di una freddezza e di una desolazione senza uguali. Si ha un bel da dire che lì, o in posti similari, dobbiamo finirci tutti: visitandole da vivi la reazione di brividi alla schiena viene spontanea.
E non sono brividi da freddo.
Questa camera era situata in una specie di scantinato, la porta spalancata, illuminazione al limite dell’inciampo.
All’esterno un cortiletto, deserto.
All’interno, una serie di tavoli di marmo lungo una parete, della misura dei letti singoli; su ciascuno era adagiato un cadavere, ricoperto da un lenzuolo.
Una targhetta di cartone, attaccata con nastro adesivo ai piedi del tavolaccio, con i dati dell’ex vivente, per un pronto rintraccio da parte degli addetti delle onoranze funebri.
Lungo la parete di fronte a questi ‘lettini’, c’era un lungo ripiano, con varie attrezzature, pile di lenzuola, sacchi di cotone e altro non individuabile.
Nel locale, più o meno ancora vivo, c’ero io.
E 'loro'.
Trovato il mio ‘cliente’, avevo depositato il puff ai piedi del suo giaciglio, e stavo per andarmene.
Andarmene è eufemistico, più esatto sarebbe ‘per scappare’.
Ma non era giornata per una fuga, peraltro ingloriosa: con la coda dell’occhio mi era ‘sembrato’ di vedere qualcosa che si era mosso sul ripiano degli attrezzi.
(Il gatto è lontano parente del coniglio, quando è il caso anche della lepre; di diverso ha, forse, la curiosità, che, sovrapponendosi alla fifa e alla velocità di fuga, gli infonde un coraggio che di solito non ha).
Avevo guardato meglio, e tutto sembrava tranquillo.
Il battito del cuore, nel frattempo, era ridotto ai minimi termini; convinto che il movimento fosse stato frutto di stupida fantasia, alimentata dall’ambiente, mi stavo allontanando…
No, accidenti, su quel ripiano qualcosa si muoveva!
Non me l’ero fatta addosso solo perché tutto di me si era ristretto a tal punto da non consentire movimenti corporali di sorta.
Gola, cuore, stomaco, intestino e canali evacuativi… tutto bloccato.
La tentazione di una fuga precipitosa era fortissima, ma la curiosità lo era di più.
Avevo individuato, nella semi oscurità, il punto preciso di quel movimento.
Mi ero avvicinato a una copertina, stesa in lungo su quel tavolato; allungando la mano per sollevarla, questa si era di nuovo agitata, con mio conseguente soprassalto.
Ma ormai non potevo tornare indietro.
Sollevatala, da sotto era volato via un passero, terrorizzato a sua volta, quasi urtandomi nella fuga.
Neanche il tempo di chiedergli come fosse finito lì sotto.
Ed era stato il primo botto a un sistema nervoso ormai fatto a budino.
Il secondo era stato la scoperta, sotto quella copertura, del corpicino di un bambino, una creaturina che forse aveva fatto in tempo a vedere in che razza di mondo era finito, e aveva preferito dire: ‘grazie, passo la mano e me ne vado’.
Fortemente scosso (se doveste leggere ‘sconvolto’, sappiate che non siete stati colpiti da un attacco dislessico: è la vera verità del mio stato d’animo in quell’istante, e per parecchi lunghi istanti successivi), non mi era passato per la mente l’abbinamento del passerotto con l’anima di quel bimbo che, finalmente libera, volava verso il cielo.
Ci ho pensato molto tempo dopo, ricordando.
Racconto, e dopo tanti anni posso anche sorridere, pensando al passerotto spaventagatti, ma gli occhi sono gonfi, come allora.
Ero andato al mio puff, avevo tolto un fiore, una modesta gerbera bianca (che è come una grossa margherita), e l’avevo messo sotto la copertina, a fianco di quella piccola creatura, ormai ex tale.
Sono sicuro che il mio ‘cliente’ non se la sarà presa a male per un innocente furtarello.
Anzi, mi piace pensare che si siano ritrovati in un fantastico prato verde punteggiato di fiori, e che il bambino l’abbia restituita, ringraziandolo per il prestito.
Non sono passati mesi o anni, sono passati parecchi lustri, ma quel bambino, quel passerotto e quella gerbera sono ancora in me, li ho assimilati e, quando sarà ora, li porterò con me, oltre 'quella' porta.

venerdì 3 dicembre 2010

Percezioni




Mi sono visto esile filo d’erba
piegato dalle brezze della vita
mentre alba sorgeva,
resistere ai neri inverni
e alle lunghe notti senza cielo.

Mi sono visto fragile arbusto
curvato dalle raffiche d’una tempesta
scatenata dall’uomo,
rincorrere orizzonti lontani
ed effimere speranze d’un domani.

Mi sono visto albero forzuto
stendere rami verdigni nell’azzurro
verso il sole,
a proteggere esili fili d’erba
affacciati alle soglie della vita.

Mi vedo vetusta quercia
apparire salda agli uomini in transito
oltre il visibile.
Ma opache eco rimbalzano,
sordi rimbombi al becco del picchio…

… e si sentono i passi del taglialegna.

Angelo Roberto Campiselli (1981)


Dedicata a tutti i tagliatori di mestiere: a chi taglia fondi alla cieca, a chi taglia teste alla rinfusa, a chi taglia stipendi e pensioni, a chi taglia la sanità fregandosene della gente che muore, a chi taglia la scuola perché l'ignoranza crea consenso..... per tutti il taglialegna deve arrivare. Anche per loro.

lunedì 22 novembre 2010

Scontro frontale






Anturium rossi
 La Simca 1100, col culetto rimesso a nuovo, svolgeva il suo lavoro con onore; a parte i due fattacci, non ricordo mi abbia mai lasciato per strada. Se è successo, è stato per piccolezze, per ricordarmi che lei, comunque, era solo una macchina.
Tra mercato dei fiori all’alba, consegne in campagna, in città e in ogni luogo umanamente raggiungibile, lei si stava guadagnando una onorevole rottamazione, mentre io mi ritrovavo ormai con un mazzo a galleria.
Prima della cessione del negozio, come previsto in caso del troppo che stroppia, era successo un fatterello, che inserisco tra gli incidenti, perché tale fu, ma non con la macchina.
In città era stato assassinato un personaggio importante.
Più che altro era conosciuto dagli addetti ai lavori del settore.
Per dire, se prima dell’omicidio, in un negozio o al mercato o per strada, qualcuno avesse chiesto chi fosse, sicurissimamente la risposta sarebbe stata un “boh!”.
Senza il ‘probabilmente’ che di solito rivela un dubbio sulla eventuale risposta.
Dopo l’omicidio, che fu atto di terrorismo, il suo nome era finito sulla bocca di tutti.
E, come sempre succede ‘dopo’, anche per chi non sapeva della sua esistenza, era stata colpita “una persona per bene”.
Superiamo queste considerazioni, che mi sono servite solo a riempire il post e ad allungarlo un pochino, non brevilineo come al solito.
Anche per evitare che l’editore mi rinfacci di risparmiare, come sempre, sulle parole, nonostante queste mi costino niente.
Al negozio era stata affidata la confezione di una corona di fiori, da una ditta importante, operante nel settore del defunto.
Ovviamente, punto d’onore sarebbe stato farla bellissima, anche perché la concorrenza nel ramo era spietata, e una figura mediocre sarebbe stata difficile da sopportare, commercialmente parlando.
A darci una mano, in caso di lavori impegnativi, c’erano alcune amiche, abitanti nelle vicinanze.
E c’era anche un collega di lavoro, che abitava in zona, che inizialmente era venuto più per valutare il reddito del negozio che per amore dei fiori in sé.
E così se una rosa era venduta a tot lire, era interessato al prezzo d’acquisto e al ricarico che andavamo ad applicare.
Ma lo faceva senza malizia, solo per una curiosità che rasentava il ficcanasaggio.
Comunque, vieni oggi vieni domani, anche lui si trovava ogni tanto coinvolto nelle confezioni o nelle consegne.
Va detto che, sia lui che le amiche, ci costavano un ‘grazie’, un caffè, talvolta una pizza, quando si fermavano ‘al lavoro’ fino a tarda sera.
Questo per evitare insinuazioni di ‘lavoro nero’ o cinese.
Tornando alla corona: l’avevamo ‘progettata’ enorme, piena zeppa di orchidee catlee e anturium rossi bianchi e verdi, con palme che avrebbero dato una circonferenza da brivido.
Una corona da far resuscitare un morto, anche solo per il tempo di vederla prima di tornare al suo riposo.
Per portarla avevo chiesto la station wagon del tabaccaio (anche lui coinvolto nella creazione), poiché sulla Simca non ci stava.
Ben fermata sul tetto, cavalletto di sostegno ripiegato all’interno, ero partito con il collega alla volta della camera ardente, predisposta nella hall della sua ditta.
Già all’arrivo, forze dell’ordine all’esterno che neanche alle partite di calcio: comunque più che giustificate, il periodo era veramente brutto.

Anturium bianchi
All’interno, nei pressi della bara e negli immediati dintorni grossi personaggi parlottavano tra loro, commentando il delitto, o magari parlando di fatti loro, come succede a tutti i funerali.
Avevamo portato prima il cavalletto, adocchiando uno spazio bene in vista, in modo che l’opera d’arte desse buon onore al morto e ottima gloria al nostro negozio.
Piazzata con un po’ di fatica la corona, che, oltre a essere grande, era pure pesantina e scomoda da manovrare, si trattava di dare gli ultimi ‘ritocchi’: sistemazione delle palme, che durante il percorso si erano un po’ spostate, qualche fiore da rimettere in riga, controllo della fissicità del nastro…
Nel frattempo, i personaggi importanti erano diventati una piccola folla, per cui le operazioni di ‘sistemazione’ dovevamo farle senza mostrarci troppo, per non turbare la seriosità del momento.
Il collega sul retro della corona, e attraverso le palme guardava i presenti, cercando di individuare quelli conosciuti.
Io ero sul davanti, dove davo, discretamente, gli ultimi ritocchi dell’artista.
Lo avevo chiamato, sottovocissimo, forse per passarmi un accessorio.
Lo avevo chiamato talmente sommesso da essere convinto che potesse non avermi sentito.
Per fare prima ero partito veramente in quarta, come si dice, per andare a prendere ciò che mi serviva, spingendo con forza la testa tra le palme, che erano piuttosto rigide.
Aveva sentito.
E anche lui, sempre per fare prima, si era tuffato a testa prima per venire sul davanti e portarmi quanto chiesto.
Il diametro totale della corona, palme comprese, si avvicinava ai quattro metri, quindi con un’area complessiva da consentire gare di ciclismo su pista.
Ora, quante possibilità potevano esserci di uno scontro violento in tanto spazio disponibile?
Non sto a fare percentuali, perché quell’unica possibilità si era avverata.


Fiori di zucca
Due zucche, sbattute una contro l’altra con forza brutale si sarebbero spappolate, silenziosamente.
Le nostre non si erano spappolate, ma avevano fatto un botto tale che le onorevoli persone presenti si erano voltate a guardare, magari nel timore che fosse in essere un attentato.
Eravamo finiti entrambi seduti in terra, dietro la corona, ciascuno cercando di rimettere a posto le rispettive scatolette craniche, così crudamente massaggiate.
La situazione era chiaramente drammatica.
Era divenuta tragica quando, dopo lunghissimi minuti, ci eravamo guardati, un occhio per volta, ed avendo preso atto di essere entrambi sopravvissuti, ci eravamo messi a ridere.
Quel ridere che talvolta è alternativo al piangere.
Per quanto soffocato, aveva provocato in qualcuno prossimo alla corona un “ssshhh!”, disapprovante la mancanza di rispetto verso il defunto e verso le autorità presenti.
Uscire, ormai, non potevamo più; per cui cercavamo di non guardarci, di fingere di prestare attenzione alle omelie che intanto avevano avuto inizio.
Purtroppo, ogni tanto, già il pensiero provocava la ridarella.
In quegli attimi di disattenzione, comunque, quel ridere soffocato, con un po’ di buona volontà da parte di chi sentiva, poteva essere scambiato per singhiozzi, repressi dal pudore della messa in mostra del dolore.
Dolore per il defunto, ovviamente, non per le nostre zucche ammaccate.

mercoledì 17 novembre 2010

Coincidenze

Io non credo molto alle coincidenze.
Penso che ogni parola, detta o scritta, abbia sempre un motivo, quando viene emessa, postata o stampata.
Che siano benedizioni, ovvero accidenti, quando vanno a ‘buon’ fine (soprattutto questi ultimi) mi lasciano perplesso.
Per tentare di chiarire questa nebbia, vado a raccontare un fatterello che ‘potrebbe’ essere preso per coincidenza, se non fosse che, come detto prima, alle coincidenze non credo per niente.
Premessa: da giovedì scorso, il gatto è sparito dal suo blog e dai commenti agli amici degli altri blog.
Che in questo lasso di tempo hanno potuto sbizzarrirsi senza peli di gatto lasciati qua e là.
Bene, il sospirone di sollievo portatomi dal vento di tramontana che perseguita la mia zona, finisce qui.
Prego guardare il palmo teso della mano sinistra, volto all’ingiù, sollevato più in alto possibile, per renderlo ben visibile all’arbitro, ai guardalinee e al quarto uomo; puntato sotto questo palmo c’è l’indice della mano destra, a indicare time, please!

E, tempo al tempo, partiamo dall’inizio.

Martedì 9 di novembre, in un autunno ormai affermato, un illustrissimo Prof aveva immesso nel suo blog un post che nella sostanza indicava la sua profondità di pensiero, già nota e apprezzata dentro e fuori le mura.
Quel post stava già bene di suo, nel descrivere un’operazione al limite della coprofagia.
Per dare maggiore visibilità a questo suo seminato, il Prof lo aveva dotato di una foto che faceva a pugni con il suo meritorio vezzo di pubblicare (a sostegno figurativo della maggior parte dei suoi scritti) figure angeliche, fiori del nostro tempo, nel pieno rigoglìo della loro bellezza, con curve, rientranze, carnose tettoie e polposi pistilli.
Insomma, il meglio che questo mondo, infame per tutto il resto, poteva offrire.
Nel post di cui parlo, il corredo fotografico era, a dir poco, eufemisticamente vomitevole.


Dirò di più: era letteralmente vomitevole (vedere blog Perle ai porci, post Crisi di rigetto).
Tra i commenti favorevoli, il primo diceva:
“Questo post fa veramente schifo. Mi piace!”.
E il Prof, per non smentire la sua fama di equo e solidale, apprezzava il ‘buon gusto’ della commentante.
Un po’ più sotto, avevo espresso il mio modesto parere sul post, rimarcando la ‘scelleratezza’ della foto, in contrasto con le abitudini ‘floreali’ dell’illustre Prof.
Aggiungendo (ahimé! ahimé!) che solo a una “depravata” potevano piacere sia il post che il figuro a corredo di questo.
A strettissimo giro di commenti, tra le altre considerazioni, mi era arrivata la risposta:


“Tra un po’ al gatto MANCHERO’ IO, altroché il buongusto!” (sic!).

(Come tutti sanno il sic! significa: "così", paro paro, tutto maiuscolo compreso).
Il primo pensiero: è possibile che una commentadora, solo perché mi sono permesso di aggiungere un affettuosissimo “depravata” ai suoi già innumerevoli titoli pensasse al suicidio?
Esclusa da subito l’improbabile ipotesi, ho pensato:
a) mi caccia a calci in culo dal suo blog (mi banna, come pare si dica nel mondo bloggaiolo);
b) se casualmente passerà nel mio blog, lo farà esclusivamente per venirmi a sputare in un occhio, nei giorni di festa in tutti e due.
Se entrambe le ipotesi si fossero verificate, avrei acceso in anticipo il caminetto (il tempo è già da camino 'appicciato'), appositamente per creare un secchio di cenere, e con questo cospargermi le due teste a disposizione, pur di farmi perdonare.
Per la cronaca: il post di ‘benedizione’ risulta postato alle ore 19,58 del fatidico 9 di novembre citato all’inizio.
Il 10 stesso mese, mercoledì, era trascorso tranquillo; un’ombra di sole aveva allietato la giornata, in contrasto con quanto avveniva in altre parti del Paese.
Giovedì 11: mattinata più o meno serena, cielo più o meno azzurro, nuvolette qua e là rendevano la giornata quasi primaverile.
Pomeriggio: mentre facevo il solito rilassante pisolino, all’improvviso il cielo, azzurrino al momento della mia scesa nel letto, si era oscurato di brutto, tuoni e lampi, prima in lontananza, poi dritti sulla nostra testa…
E fu acqua, non a catinelle bensì ad autobotti; e grandine e vento da far paura.
Ero sceso nel garage, sperando che la griglia all’entrata riuscisse a smaltire il torrente che veniva giù dalla discesa verso l’interno.
Così avevo assistito, impotente, alla diretta di un mini tsunami: in un attimo una decina di centimetri d’acqua avevano allagato il garage, penetrando da sotto le serrande anche nei box.
Sarà durato un quarto d’ora, poi… la quiete dopo la tempesta.
Avevo chiamato la moglie, e ci eravamo messi a scopare…
… l’acqua fuori, facendola risalire fino alla griglia, il cui alveo nel frattempo si era svuotato.
In un paio d’ore, a piedi nudi e calzoni arrotolati alle ginocchia, almeno il grosso l'avevamo respinto.
Un caffè ristoratore, una sigaretta ossigenante, e ero andato al computer per prendere un po’ di fiato leggendo le ultime del mondo blogger.


“Tra un po’ al gatto MANCHERO’ IO, altroché il buongusto!”.

Il modem era spento, e non lo avevo spento io.
Preso dalla rottura delle acque, avevo dimenticato di staccare tutto, come faccio sempre appena il maltempo diventa rischioso.
Accendi-riaccendi, pigia-ripigia, schiaccia-rischiaccia: niente da fare.
Volevo provare a resettare, ma col modem spento sarebbe stato come resettare un cadavere.
Niente telefono fisso, zero adsl.
Venerdì 12: chiamato il gestore, segnalata la disgrazia, la ragazzuola, gentilissima, passa il mio guaio al settore tecnico, ci vorranno circa cinque giorni per ricevere risposta.
Una musichetta che conosco purtroppo molto bene.
Sarebbe venuto Nicola, o Amedeo, o chissà chi?
Venerdì non conta, sabato e domenica non lavorano, se ne sarebbe parlato, se andava bene, il giovedì successivo.
Lunedì, invece (pioggia, stavolta motivata dalla prontezza del riscontro), era venuto il tecnico telecom, un illustre sconosciuto.
Un paio di prove e sentenza inappellabile: modem fottuto.
Ovviamente non ne aveva uno di ricambio, fossi stato con telecom me lo cambiava subito. Avrebbe inoltrato la richiesta di cambio dell’aggeggio. No, i tempi di consegna non li conosceva, la telecom li cambia subito. La telecom è sempre la telecom, altra musica…
Nel paese vicino c’è una specie di punto vendita di attrezzi informatici, dove tra l’altro avevo acquistato a suo tempo il modem testé defunto.
Spiegata la situazione, dichiarato bugiardescamente che decine di persone aspettavano, lupacchiotti affamati, la mia confortante parola, il titolare mi aveva fornito un modem provvisorio, in attesa di quello nuovo dalla sede centrale.
Dopo il collegamento (stranamente andato subito a buon fine), la prima domanda che mi ero fatto è stata:
“Dove ero rimasto?”.
Per rispondere ero andato a dare una passata ai vari blog, ripassando velocemente anche i commenti, per cercare di vedere dove si era fermato il mio distribuito di pillole di saggezza.
Arrivato al post già citato, a momenti mi si fulminava anche il modem provvisorio.


“Tra un po’ al gatto MANCHERO’ IO, altroché il buongusto!”.

Coincidenza?
Sei giorni di galera, in isolamento, regime 31bis ché il 41, sempre bis, era esagerato.
Con un cane, anch’esso galeotto (trovato nel blog della santa, ulteriore indizio che lei sa…), per compagno di cella…


Nelle ore d’aria sono andato a ripulire la spiaggia, raccogliendo legname che la mareggiata aveva spinto fin sul lungomare.
Per la prima settimana di freddo avrò combustibile per alimentare il caminetto. E…

…nel camin farò una pira
di legna salmastra,
e sulla fiamma salata 
vedrò, lassù in cima,
bruciare una santa.

Dolce il suo viso,
ghignante il sorriso,
dirà con affetto:
“Gatto dannato,
io vado arrosto
ma te ti faccio lesso”.

HELP!

Post-post: nel giro d’orizzonte sono capitato nel blog Ritratti di animali bysa, creato e diretto da Samantha Abis; c’è un post molto bello e interessante, Festa del Gatto nero.
Da visitare, leggendo correttamente il DEL, da non confondere con AL, che sarebbe un gatticidio, perseguito perfino dal codice penale.

mercoledì 10 novembre 2010

Legge Bacchelli

Atto I

La legge Bacchelli (n. 440 dell’8 agosto 1985) fu istituita per dare sostegno a personalità che, distintesi nel mondo della cultura dell’arte dello spettacolo dello sport, al termine delle rispettive carriere si trovino in condizioni disagiate.
Personalmente la ritengo una legge anticostituzionale, in riferimento all’articolo (che non cito, poiché è talmente ignorato che tutti lo conoscono) che dichiara l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato.
Prevedendo interventi specifici per determinate categorie, esclude le altre, creando una discriminazione di fatto.
Il fatto che sia venuta alla luce nell’afa di agosto (che nell’85 era afa vera e caldo da solleone, non come il tepore estivo attuale) mi fa dubitare che sia nata nella frescura mentale che sarebbe indispensabile al momento di emissione di una qualunque legge dello Stato.

Atto II

Un paio di giorni fa, un certo F.C. (per la legge sulla privacy evito di citare nome e cognome per esteso; anche questa penso sia una legge sbagliata, o almeno fuori luogo, visto che nella caterva di nostre leggi è l’unica che viene rispettata, fino al parossismo), che di soprannome fa “il Califfo” (un soprannome non aggira la legge citata poco fa; l’individuazione del soggetto è criptata dal fatto che di Califfi siamo pieni. Uno è il Califfo Massimo, non il buon D’Alema nonostante anche lui abbia una discreta dose di califfità, che esplicita questo titolo in tutte le potestà attribuite appunto ai califfi), orbene questo F.C. Califfo ritenendo di appartenere alla ristretta cerchia dei benefattori culturali di questo Paese, ha richiesto l’accesso alla legge citata in apertura.
In una intervista a un noto quotidiano, e a voce in interventi televisivi, il Califfo ha detto espressamente di avere sperperato miliardi, di avere “avuto” oltre mille donne (ritengo che qui si sia frenato, secondo me “femmine” sarebbe stato più adeguato; le donne, pur conoscendole poco, credo siano altra cosa), di essere caduto fratturandosi, se non ricordo male, tre vertebre.
Questo incidente gli impedisce l’esibizione nelle piazze, fatto che lo priva del sostentamento e dello stile di vita cui era abituato.
Un senatore, Domenico Gramazio, ha preso a cuore la faccenda, ha rispolverato la legge citata e l’ha già presentata al ministro della cultura, Bondi, che si è impegnato a iniziare l’iter per l’assegno del vitalizio.
E’ di stamattina l’interessamento del governatore della regione Lazio, Polverini, che si è impegnata, cuore in mano, a dare adeguato sostegno al vivere dignitoso di F.C. Califfo.
Alla quale, in fase di ringraziamento, il nostro ha promesso di dedicare una canzone, perché “è una bella gnocca”.
Il Gramazio, in particolare, ha espressamente escluso che il fatto che F.C. “sia di destra da tempi non sospetti” abbia influenzato il suo pronto e disinteressato intervento, suscitato invece soltanto da spirito umanitario verso un Califfo che ha onorato la cultura italiana.
Va da sé che altrettanto spirito aleggia sul Bondi e sulla Polverini.
Dice F.C. che si trova costretto a vivere con ventimila euro l’anno di diritti d’autore, di dover pagare l’affitto, per il mangiare di arrangiarsi per strada (o cassonetti o Caritas o a scrocco, presumo).
Il vitalizio, se (ma è un dubitativo pro-forma, con questi spingitori ci sarebbe da protestare se non glielo danno) glielo dovessero assegnare, avrebbe altri circa ventiquattromila euro all’anno.
Occhio e croce, per chi non sa di matematica, quarantacinquemila euro l’anno.
Da arrotondare con qualche scesa in piazza, ogni tanto.

Atto III

Sempre due giorni fa, leggo (a me piace leggere tutto) in un blog che poi cito, una lettera aperta che mi è sembrata talmente incredibile da poterla ritenere vera. Anche se mi piacerebbe non lo fosse.
La sintetizzo (guardate che vi ho sentito: maledetto gatto, se sintetizza il bel tempo non torna più!).
L’ha scritta un signore, M.C., di 48 anni, indirizzata ai più alti organi dello Stato.
Questo signore lavorava dall’85 alla sede RAI/Abruzzo, distaccato alla segreteria del TGR.
Nel febbraio 2010 gli viene diagnosticato un tumore al pancreas; da quel periodo è in malattia.
Uno dice: poveretto, speriamo che se la cavi.
Beh, non è questo il suo cruccio. La sua angoscia, che nella lettera espone senza mezzi termini, è dovuta a una legge (santa legge, come la Bacchelli) che prevede dopo 208 giorni di malattia (circa sette mesi) la decurtazione dello stipendio del 50%; dopo i successivi 8 mesi al 50%, lo stipendio verrà azzerato, e resterà azzerato fino allo scadere dei 24 mesi.
Con l’invalidità riconosciuta al 100%.
Dopo tale data la ditta (la RAI, stiamo parlando di RAI, di cui sparlare è come sparare sulla Croce Rossa) potrebbe procedere al suo licenziamento, sempre in ossequio alla stessa legge che gli sforbicia lo stipendio.
La sforbiciata, visto che parlare di cifre non è reato, lo porterà a 700/1000 euro mensili contro lo stipendi pieno di circa 2000 che percepiva.
Nella lettera M.C. parla anche di incongruenze che fanno accapponare la pelle: per favore, andate a leggerla per esteso.
La trovate su LIBERAL VOX dell’8 novembre scorso, il titolo del post è “Vivere col cancro con mezzo stipendio”.

Atto IV

Due vergogne a confronto.
Una strettissimamente personale (che coinvolge la cerchia che la sostiene), che la mancanza di dignità rende odiosa, nelle motivazioni e nella eventuale applicazione. Gli istrioni mi divertono, i marpioni mi irritano.
L’altra, non è vergogna di M.C.: è vergogna in primis della RAI e, a seguire, nostra, di tutti noi.

mercoledì 3 novembre 2010

Il canto del gallo




ËL CANTÈ DËL GAL
Coma chiel fasìa già tute le matin
ëdcò col di l’ha comensà a canté:
drinta sò gioch, sensa gnun sagrin,
la soa testa drita mach për saluté.

La soa bela crësta rossa bin solià
a dasìa ciàir ël sens ëd la coron-a:
përchè ’d col polì, chiel, a l’era ’l rè
e a lo controlava pròpi ’d...përson-a.

Andrinta na cort, ciàira e luminosa,
a-i caminava col nòbil bin soagnà:
con ël sò pass leger a spassigiava
blagand con soe piume bin pëntnà.

Chiel as fasìa bel con soe galin-e
ch’a lo cudìo pien-e d’amirassion:
për ël blagheur a j’ero soe...regin-e,
ma a deuvìo capì bin la situassion.

Ma ’n brut di ij làder a son passà
e dal polì l’han piàit tute le galin-e:
chiel për soa fortun-a a l’é scapà,
ma col brut di l’ha fai-je ...pròpi fin-e.

Për un pò ’d temp l’ha pa pì cantà
con ël sò cheur pien ëd soferensa:
peui con cole pole neuve l’ha trovà
na rason neuva për soa esistensa.

Al fond ëd costa stòria j’é na moral
ch’a val s’a-i é ’l sol e con la brin-a:
për podèj sempre sente canté ’n gal
basta ch’a-i sia davzin...soa galin-a.

                                                                                                                                        (Attilio Rossi)
   


Il gatto l’ha tradotta dal chicchirichese, miagolandola così:

IL CANTO DEL GALLO

Come lui faceva tutte le mattine
anche quel giorno ha cominciato a cantare
dentro il suo pollaio, senza alcun pensiero,
con la sua testa dritta solo per salutare.

La sua bella cresta rossa ben eretta
dava chiaro il senso della corona:
perché di quel pollaio, lui, era il re
e lo controllava proprio di persona.

Dentro la corte, chiara e luminosa,
ci camminava con portamento nobile:
col suo passo leggero passeggiava
mostrando le sue piume ben pettinate.

Lui si faceva bello con le sue galline
che lo accudivano piene d’ammirazione:
per il damerino erano le sue… regine,
ma dovevano capire bene la situazione.

Ma un brutto giorno i ladri son passati
e dal pollaio han preso tutte le galline:
lui per sua fortuna se n’è scappato,
ma quel brutto giorno è stato la fine.

Per un po’ di tempo non ha più cantato
con il suo cuore pieno di sofferenza:
poi con le pollastre nuove ha trovato
una nuova ragione per la sua esistenza.

Alla fine di questa storia c’è una morale
che vale se c’è il sole e con la brina:
per poter sempre sentire cantare un gallo
basta che ci sia vicina… la sua gallina.



La morale della poesia è chiara: se c’è la gallina il gallo canta, sennò nisba.

A chi è piaciuta la poesia, dovrebbe piacere anche la favoletta che segue.


C’era una volta un gallo che aveva ricevuto in comodato d'uso gratuito, per un tempo determinato (si pensa, si crede, si spera) un Palazzo, e ne aveva fatto un pollaio: per poter cantare a piena gola non si era limitato a una sola gallina, ne aveva volute tante, e tutte lo consideravano un re, il loro re.

Lo stesso gallo possedeva una Villa, altro pollaio: anche qui voleva galline a josa, sempre per amore e per meglio cantare (Ar core non si comanda, diceva).


Aveva anche un’altra villa, isolana, pollaiola pure questa; per non pagare l’Ici l’aveva chiamata Certosa, inserendola tra i beni ecclesiastici esentati dall’odiata imposta. Più che una villa era un paese, in riva al mare, attrezzato di tutto: potevano mancare le galline? No, e lì ci portava le meglio, le più… più!


Per non farsi mancare niente aveva comprato anche una Vecchia capanna, oltreoceano (gli indigeni la chiamano Antigua, per non passare da maccaroni): qui le immancabili galline erano esotiche, sode, abbronzate e non chiedevano il versamento dei contributi dovuti dalle colf.


Cielo, non che per le altre versasse contributi: distribuiva posti di comando, dove le galline potevano sbizzarrirsi, per quanto un cervello di gallina consentisse di fare.


Per altre, esauriti gli ambìti posti di vertice, c’era l’approdo sicuro in televisione, che era un pollaio particolare, a suo tempo acquistato per amplificare i suoi chicchirichì.


Per non apparire un despota, si era circondato di polli e capponi, che potevano chicchireggiare a comando o su delega; talvolta sembrava lo facessero di propria iniziativa, e il gallo, fintamente incazzato, li puniva severamente, promuovendoli a più alti incarichi.


La favola finisce qui.

Come tutte le favole dovrebbe avere una morale. Questa non ce l'ha.

La morale di coloro cui è diretta è morta, la dignità è sepolta, la vergogna non esiste più.

domenica 31 ottobre 2010

Prima di tutto

NO

alla caccia

NO

alle corride

NO    NO    NO

alla  vivisezione

Settimana di mobilitazione contro la vivisezione

Questo non è un post, è solo un miagolio. Oggi è festa, per favore trovate due minuti per visitare RIVOLUZIONE DEL PENSIERO di Ondina, quello è un post da leggere. Attentamente.

Un essere vivente che fa esperimenti su altri esseri viventi ha solo un nome: Mengele

lunedì 25 ottobre 2010

Sinistri cinque



Il palazzo dove eravamo andati ad abitare era isolato, di fronte c’era una grande piazza, senza fronzoli, con erba, terra battuta e pianticelle tutt’intorno.
Sul retro un grande campo, coltivato per lo più a mais; oltre questo c’era la linea ferroviaria.
A livello strada c’erano tre negozi: una fioraia, un tabaccaio e, in un locale più piccolo, un sarto.
Questa fioraia aveva stretto amicizia con mia moglie, che la andava ad aiutare, passandoci il tempo mentre io ero al lavoro.
L’amore per i fiori e la frequentazione l’avevano messa in grado di partecipare alle varie lavorazioni, imparando, come si dice, il mestiere.
Così quando la fioraia, per fatti suoi, aveva deciso di andare altrove, la proposta di rilevamento del negozio era stata quasi automatica.
Quando mi aveva accennato questa possibilità, non avevo mostrato alcun entusiasmo, sia perché il commercio non rientrava nelle mie simpatie, sia perché ero conscio che avrebbe limitato il mio tempo libero.
Alla fine, come sempre quando una donna si mette in testa qualcosa a cui si è contrari, avevo aderito.
Esami, iscrizione alla camera di commercio, registro iva e altre cartacce burocratiche: tutto superato con grande rottura di…
Il negozio, grazie anche a una certa trascuratezza della fioraia, era, come si dice, terra-terra.
Avevo vincolato il mio “sì” a una sola condizione: se, putacaso, lo avessimo portato a un buon livello, con un impegno tale da mettermi in obbligo di scegliere tra il mio lavoro e il negozio, avremmo ceduto questo, senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Seguire un negozio, ancorché floricolo, con una 850 spyder, ovviamente, non era cosa.
Avevo scelto una via di mezzo tra un furgone e un’utilitaria adatta alla bisogna: una Simca 1100, quelle con una specie di bauletto posteriore e i sedili completamente ribaltabili, da formare un piano di carico accettabile.
Sulla vita (infernale) cui mi aveva costretto il negozio parlerò in post specifici. Qui continuo con i sinistri.
Tra gli obblighi dell’attività floricola c’era ‘anche’ quello di andare al mercato generale dei fiori, naturalmente situato dall’altra parte della città, oltre la distanza dal paese di cintura di partenza.
Questo mercato, riservato esclusivamente agli operatori del settore, apriva alle cinque e mezzo del mattino; per entrare era necessario un ‘pass’ da rinnovare anno dopo anno; l’entrata era controllata da guardie giurate, che facevano passare esclusivamente i titolari della carta.
Dimenticavo: la moglie non aveva la patente e non dimostrava nessun interesse a prenderla, tanto c’era il ciuchino che svolgeva tutte le funzioni di facchinaggio inerenti il negozio.
Più tutte le altre, naturalmente.
Come già accennato in precedenti post, il mio lavoro si svolgeva sempre di pomeriggio; ogni tanto ‘anche’ al mattino, e ogni altrettanto ‘anche’ la sera; in questi casi fino a mezzanotte.
Il mio pudore a parlare dei fatti miei, forse mi ha impedito di dire che, a parte la vita, il sonno è il mio bene più prezioso. Adesso lo sapete.
Torniamo agli incidenti.
Ultima decade di un ottobre, situato negli ultimi anni di tenuta del negozio, che nel frattempo stava arrivando al limite di troppo buon andamento, e quindi si approssimava la possibilità di cessione a suo tempo prevista.
In vista della festa dei Santi, ma soprattutto dei morti (che non sono una festività bensì una ricorrenza, ma per i fiorai sicuramente una lauta festività), ogni mattina sveglia alle cinque, caffè, e via andare verso il mercato.
Per me una quotidiana goduria, che non sto a raccontare altrimenti mi vien da piangere.
Strada umidificata da delicati fiorellini, tanto per stare in tema, di neve; un corso che era un’autostrada; a quell’ora solo io con la mia Simca; un semaforo, puntualmente rosso e puntualmente rispettato.
Su quel corso si affacciava una grossa fabbrica.
A quell’ora smontavano gli operai del turno di notte.
Erano in quattro su una macchina.
O l’autista aveva inserito il pilota automatico senza attivare il radar di bordo, o doveva avere preso bene la mira.
Causa il viscido del nevischio non avevo neanche sentito se ci fosse stata o meno la frenata.
Avevo solo visto nel retrovisore le luci che si avvicinavano, e la botta al didietro della macchina.
La testa della moglie aveva ciondolato in avanti e indietro; meno male che, essendo storicamente vuota, non aveva subito danni oltre al classico colpetto di frusta.
I quattro erano scesi, otto braccia allargate, come per dire”scusi, non l’abbiamo fatto apposta”:
Scambio di dati indirizzi telefono, e appuntamento all’indomani mattina, domenica, per definire meglio le cose.
Come detto, sotto i Santi la macchina era indispensabile, più per il negozio che per il mio lavoro; per questo avrei potuto prendere benissimo mezzi pubblici, pur se un po’ disagiati per via degli orari.
In giornata, visita al carrozziere: spiegate le mie necessità, lui con un po’ di martellate mi aveva rimesso in sesto il culetto della macchina, aveva cambiato la fanaleria posteriore e rimesso in strada quel tanto da poter viaggiare.
Santi e morti passati benino, a parte il mazzo del lavoro in negozio.
Dall’incidente erano passati una dozzina di giorni. Non ero ancora andato dal carrozziere, perché troppo impegnato su entrambi i fronti, lavoro e negozio.
Il posto di lavoro era situato su un lungo corso, rettilineo, abbastanza ampio da consentire un traffico agevole e, soprattutto, la possibilità di parcheggio senza problemi.
Quel pomeriggio avevo parcheggiato sulla sinistra, dietro la macchina di un collega; dietro di me, a distanza di una decina di metri, erano parcheggiate altre vetture di altri colleghi.
Nel tardo pomeriggio mi aveva chiamato il custode, allarmato, dal gabbiotto all’entrata:
“Guardi che le hanno bocciato la macchina…”.
Pensiero: “Abbiamo uno sparviero per custode!”.
Parola: “Guarda che è più di una settimana che me l’hanno bocciata…”.
“No no, adesso adesso…”.
Brevemente, per non smentirmi.
Ragazzo e ragazza avevano deciso di scambiarsi effusioni, evidentemente dopo avere puntato la mia già sderenata Simca.
E ci si erano fermati contro.
La ragazza con la testa aveva fracassato il parabrezza anteriore, abbattendolo del tutto; il ragazzo, una botta al torace e tanto spavento.
La mia povera macchina, bisderenata, era finita contro quella avanti a lei.
Se ci fossi stato dentro, sarei stato cotoletta dentro un panino.
Conclusione: per il didietro avevo beccato da due assicurazioni, per il davanti da una sola.
Insomma, perlomeno le spese le avevo salvate.

giovedì 21 ottobre 2010

È notte

L’è nòta

Fra e’fug dl’aröla
e la bóca de camén
i curiêndul’d falug
i stasêva a gala,
i s’impiêva, i s’amurtêva
coma lózal
chel zuga a gnascundëla
fra el spig de grân.

E tla faza dla nòta
la gratusa del stël
la fasêva el gatózal
a la pël de zil
par disté e’ côr
insunlì de sôl.

La vôs de silénzi
l’era pulida
coma ‘e són dôlz
d’ogni burdël.

Ti mur dla ca
nud et paröl
i spén dla fiâma
j’era cóz lôna
a spas in te bur.

In che mumént
i cavèl ed màma
i turnéva d’incânt
culôr de grȃn,
ôn mantël d’ôr
sôra a la spala.

Rósa ‘d vargógna,
coma ai sófi
de prem amôr,
li la zerchèva
la mân de su vëcc,
incôra chêlda
d’udôr et stala.

(Anonimo – 1981)


Per chi non conosce il plenilunio, il gatto l’ha letta così:

È notte

Fra il fuoco del focolare
e la bocca del camino
i coriandoli di faville
restavano a galla,
s’accendevano, si spegnevano
come lucciole
che giocano a nascondino
fra le spighe del grano.

E sulla faccia della notte
la grattugia delle stelle
faceva il solletico
alla pelle del cielo
per svegliare il cuore
insonnolito del sole.

La voce del silenzio
era pulita
come il sonno dolce
d’ogni bambino.

Sui muri della casa
nudi di parole
gli spini della fiamma
erano cocci di luna
a passeggio nel buio.

In quel momento
i capelli di mamma
tornavano d’incanto
color del grano,
un mantello d’oro
sopra la spalla.

Rossa di vergogna,
come al soffio
del primo amore,
lei cercava
la mano del suo vecchio,
ancora calda
d’odore di stalla.



giovedì 14 ottobre 2010

Sinistri quattro

Ci eravamo sposati, avendo ancora in dotazione la 850 spyder.
Avevamo trovato alloggio in un paese della cintura, un palazzo nuovissimo, tant’è che i mobili, regolarmente acquistati a rate, li avevamo portati nella nuova casa passando su gradini di marmo ricoperti ancora con paglia mista a calce, per non farli rovinare sia dai muratori ancora all’opera, che da traslocanti maldestri.
Prima dei mobili, pulizia dei pavimenti e delle tracce di calce; pranzo al sacco, con panini e birra.
Il tempo utile, per me, era al mattino.
La testé divenuta signora proseguiva al pomeriggio, in serata mi raggiungeva al lavoro, e tornavamo all’alloggetto ammobiliato, nido provvisorio in attesa di quello definitivo.
Il pisolino, dopo il panino e la birra, nella vasca da bagno, una maglia arrotolata per cuscino.
Il posto di lavoro era a una quindicina di chilometri; una strada fiancheggiata da campi coltivati con qualche abitazione, qua e là, mi portava verso il centro città.
Stessa strada, per anni. Solo d’inverno, per neve o ghiaccio, preferivo un corso centrale, più trafficato, ma anche più curato.
Nella strada campagnola, il vantaggio era il quasi nullo traffico; lo svantaggio grosso erano la brina scivolosa e la nebbia.

In quel periodo, due incidentucoli.

Fermo allo stop, sguardo a sinistra in attesa del passaggio di auto in arrivo.
Un tizio dietro, anche lui sguardo a sinistra; forse per avere più visuale, aveva deciso che tra lui e la linea di stop non c’era nessuno.
Sbaam!
Scambio di cortesie reciproco: per me, lui avrebbe dovuto guardare ‘anche’ davanti; per lui, semplicemente io non dovevo essere lì, fermo allo stop.
Per fortuna era assicurato, sinistro risolto.

Il secondo, dovuto alla nebbia.
Al pomeriggio, andando al lavoro, poteva capitare che ci fosse il sole.
Alla sera, in primavera autunno inverno, in contrasto con il sole del giorno, sovente c’era nebbia; e quando dico nebbia intendo quella che la panna montata è vetro trasparente.
In città, all’uscita dal lavoro, il fenomeno era assente, forse ridotto dalle correnti d’aria tra palazzi, che la dissolvevano al primo formarsi.
Quella era una sera di nebbia-nebbia.
Già fuori dalla città, trovato il muro, avrei dovuto tornare indietro e andare per la strada alternativa, sicuramente più limpida.
Lo avessi fatto avrei avuto meno da raccontare, provocando la delusione in chi legge.
Quindi occhi strizzati, finestrino abbassato per non fare appannare i vetri, testa quasi fuori alla ricerca di un barlume di striscia bianca sull’asfalto e… avanti popolo!
Un incrocio, più intuito che visualizzato.
Al di là dell’incrocio, attraversato centinaia di volte, non avevo notato che ci fosse una cabina telefonica.
Proprio sull’angolo, cementata sulla destra.
Non l’avevo notata in pieno giorno, potevo notarla in piena nebbia?
Infatti, nonostante andassi a non più di cento all’ora, sono andato a sbatterci contro, in pieno.
Preciso: i cento erano metri, all’ora.
Evidentemente era stata cementata con lo sputo, perché, con la bottarella si era abbattuta.
E se dico abbattuta non intendo come la torre di Pisa; lo intendo nel valore più completo che si dà a quel termine.
Secondo il codice della strada allora vigente, avrei dovuto fermarmi a prestare i primi soccorsi a una cabina morente.
Invece ho detto il solito “mannaggia!” con contorno abbondante, ho messo la marcia indietro per scendere dal gradinetto, e, stavolta andando ai cinquanta metri all’ora, mi sono dileguato.
Nella nebbia, ovviamente.
Danni alla macchina: poco o niente.
Lo racconto adesso, perché so che sia i danni da sinistro che l’omissione di soccorso, dopo un secolo vengono cancellati dalla prescrizione.
Eppoi, le cabine le stanno eliminando tutte: ho dato una mano qualche anno prima.



Ci sentiamo ancora, se vi pare.

mercoledì 13 ottobre 2010

Senza titolo

L’avrei fatto io,
sarebbe stato un ghigno,
ma stasera mi serve
un vero sorriso.
Ho pagato ben bene
una controfigura,
che per un sorriso
mi ha chiesto la luna.
La luna gli ho dato,
 ecchissenefrega,
il Toro ha vinciuto,
e questa è la festa!




martedì 12 ottobre 2010

Sinistri tre

La gloriosa “500” l’avevo sbolognata a un collega neopatentato, che nel giro di un anno l’aveva mandata alla rottamazione.
Con la Fulvia, già descritta nel primo capitolo, più che incidenti erano stati accidenti.
Avevo portato la papera (per via del colore giallo becco di papera, un po’ rospesca come sembianze) in officina, per una manutenzione ordinaria: cambio olio motore, controllo pasticche, livelli vari…
Ero andato a ritirarla in serata, quasi alla chiusura dell’officina; infatti una parte del cancello scorrevole era già stata avviata.
Per uscire, muso in avanti, mi si era presentato il classico dilemma che si presenta ogni volta che si deve passare in spazi troppo delimitati: passo, non passo, ma sì che passo…
Avevo preso le misure alla perfezione, impossibile sbagliare.
E infatti il lato guida era passato alla grande.
Fosse passato un cicinin meno alla grande, anche il lato passeggero sarebbe passato indenne.
All’altezza della maniglia della portiera di destra, c’era una specie di punzone che usciva dal telaio del cancello, forse come incastro nel cancello stesso al momento della chiusura.
Diagnosi: un buchetto di circa due centimetri, che aveva perforato la carrozzeria, senza danneggiare la maniglia e la serratura.
Il famigerato “che cazzo fai!” penso mi abbia seguito anche in questa occasione.
Avevo deciso, visto che l’integrità globale della vettura non era in pericolo, di non portarla in carrozzeria.
(Anche perché mi ero accorto che meccanici e carrozzieri, al momento del conto, non consideravano il danno; valutavano, di volta in volta, quanto il mezzo rientrasse nella “normalità”. La Fulvia era ritenuta abbastanza anormale da poterci calcare un po’ di più la mano: potevi essere un barbone, ma se avevi una Fulvia pagavi dazio).
Avevo deciso di curare a modo mio la ferita: un grumo di stoffa per chiudere il buco, tenuto fermo da due strisce di cerotto incrociate.
Meglio passare da stravagante che da imbranato.
Il secondo accidente, definitivo: autostrada, velocità poco più che discreta…
Forse se non ci fosse stato quel “poco più che”, il motore non si sarebbe fuso.
Prima colpi di tosse, sempre più violenti, poi il fumo dal cofano, mi avevano fatto capire che la poveretta era arrivata al capolinea. Capolinea situato alla prima piazzola utile.
Far rifare il motore mi sarebbe costato quasi come comprarne una nuova.

Ancora non ero sposato, quindi avevo optato per una “850 spyder”, sempre di casa Agnelli, sempre di seconda mano.
Verdone scuro.
Con questa niente incidenti, a parte la rottura di una coppa paraolio della ruota anteriore destra.
Come tutte le macchine pseudo-sportive, anche questa aveva un’altezza dal suolo quasi simbolica.
Ma la strada dove era successo il guaio avrebbe fatto saltare la paraolio anche a un trattore.
Agosto, ferie, mare.
Giorno: quattordici.
Con quella che era il mio amore (poi promossa a dolce metà, poi uniformata a mia signora, infine divenuta la scassa che è tutt’ora), avevamo deciso di salire dalla costa marina a un paese all’interno.
Per pura coincidenza, in quel paese abitavano i suoi genitori.
Anzianotti, ma ancora in gamba.
Si trattava di coprire una quindicina di chilometri, una strada fatta solo di curve. Non era asfaltata, e neppure sterrata: le curve della carreggiata avevano una degna concorrenza nelle buche della stessa.
Ma buche non da campo di golf; erano voragini nel terreno, e non erano occasionalmente provocate da un diluvio recente: erano buche naturalissime, da catalogare come “patrimonio dell’umanità”, tanto erano espressione di un passato antidiluviano.
Non le avevo contate, facciamo, a occhio e croce, che fossero quindicimila (e vado per difetto): 14.999 le avevo evitate, in ordine sparso.
Una no: combinazione, proprio la buca assassina.
Ricapitolo: quattordici agosto, coppa paraolio partita, in un paese semi-montano, che oltre ai pini (e ai cipressi del cimitero) credo vivesse vendendo le pelli dei lupi, poiché altro non poteva esserci…
E neanche la consolazione di un “cosa vuoi di più dalla vita?” che non era ancora salito agli onori degli spot.
Se ci fosse stato, più che a un amaro, avrei pensato a tre metri di corda e a un ramo d’albero robusto…
Nonostante tutto, il giorno dopo, quindici agosto, il fratello del mio amoruccio era sceso alla marina con una specie di motorino, aveva trovato la coppa, ed era riuscito a sistemare la macchina.
E’ una di quelle volte che uno si chiede perché gli esseri umani siano divisi in due sessi principali: se fossimo tutti unibisessuati, questa sarebbe stata l’occasione buona per chiedere al fratello di sposarmi al posto di sua sorella, che col cavolo sarebbe mai stata in grado di cambiare una coppa paraolio il quindici di un agosto qualunque.

Avevo pensato a un capitolino più breve, invece ho tracimato un pochino.
Pazienza, rimando a un prossimo seguito.

domenica 10 ottobre 2010

La scalogna

Stasera c'è una partita difficile, per un sacco di motivi.
Non che esistano partite facili, ma quella più prossima è sempre la più difficile.
E, visto che il 90° più recupero sono i minuti più pericolosi, quelli che fanno pensare intensamente e rabbiosamente alla sfortuna, noi che, per lunga esperienza, alla sfortuna ci crediamo, cerchiamo di far finta di non crederci, con questo messaggino scaramantico.

La scalogna

La scalogna c’è o non c’è, per me ce sta,
e se ce sta, c’è puro chi la porta,
e chi la porta ha il grugno d’ogni sorta,
 bello, brutto, straniero, non si sa.
Altro che gatto nero e incespicà!
Ma saperlo non è che ti conforta,
vano è il corno, né il ferro la fa morta,
né tanto meno te la puoi scansà.
Pe’ conto mio ti dò un pensiero chiaro:
prega tutti gli dei e fai da te,
stringiti i denti e succhiati l’amaro
che dolce non verrà come il caffè.
Ma non farmi a ‘sto punto lo scolaro:
la scalogna l’ammazzi sol da te!
Aldo Collacchioni (1981)


sabato 9 ottobre 2010

Semel in anno...

Recentemente, in un commento a un post, ho trovato una definizione dei bloggeristi che mi ha affascinato.
Diceva, nel cuore del commento: “I bloggeristi sanno creare una montagna da un granello di sabbia”.
Come dire: dal nulla sanno creare l’universo.
Fatta la premessa, passo al preambolo, girando talmente al largo che non so se arriverò lucido (?) al nocciolo.
Comincio dalle lingue e dai dialetti.
Abbiamo l’italiano come base, almeno fino a quando qualcuno non deciderà che, dopo la bandiera, anche l’italiano deve andare in pattumiera.
Con un risparmio sui docenti di questa materia, che diventeranno automaticamente inutili: altre braccia ritorneranno all’agricoltura, finalmente!
Collegati alla lingua madre, con un cordone ombelicale infinito nel tempo, ci sono i dialetti.
A loro volta, questi, sono frazionati in altri infiniti sottodialetti: ogni paesino ha un proprio idioma, che mantiene la base del dialetto principale, con modifiche che sembrano insignificanti, ma che caratterizzano però una città, un borgo, addirittura una frazione di quel borgo.
Un esempio, il primo che mi viene in mente, per indirizzare con maggior chiarezza (?) al già citato nocciolo.
A Torino, in Piemonte: un bambino, un adolescente, comunque uno più giovane, viene definito “CIT”.
A Cuneo, sempre Piemonte, circa 80 chilometri andando verso sud: lo stesso bambino, lo stesso adolescente, lo stesso comunque più giovane, viene definito “CIOT”.
Una differenza minima, irrisoria, che comunque delimita in maniera netta una distanza geograficamente quasi insignificante.
Saltiamo dalla frasca al palo, come si dice abitualmente.
Esistono i nomi, i cognomi, i soprannomi, gli pseudonimi…
Ed esistono, perloppiù ignorati, per “non saperlo” o “meglio tacerlo” i secondi nomi.
Di solito spuntano solo per coming out: una/o si sveglia una mattina e dichiara, urbi orbi e mezzacceccati, di avere un secondo nome, di conoscerlo dal sesto mese di gravidanza, ma di non averlo dichiarato prima, col timore che questo secondo nome potesse apparire come una forma di snobismo pseudo nobiliare, di sapore spagnoleggiante.
Può capitare, ma è rarissimo, che quel secondo nome comingoutato porti subito alla mente del lettore puro di mente e di cuore, malacarneèdebole, situazioni piacevolmente diversive dal tran-tran quotidiano.
Il/la portatore sano di quel secondo nome, respinge strenuamente (oh, quanto strenuamente!) l’abbinamento così abominevole : mette avanti la sua castità, la sua serietà, la sua illibatezza.
La sua santità.
Che poi sia santità cazzarola, e quanto lo possa essere, non riguarda questo post.
Che è solo una escussione filologica, che nulla ha a che vedere con pratiche trantrastiche, o come diavolo vengono definiti i rapporti culturistici tra rettili e sante.
Casualmente, avviene un altro coming out: salta fuori un nuovo secondo nome tra i bloggeristi.
(Ocio: non fate i furbi e andatevi a vedere la differenza tra outing e coming out, prima di mandare l’autore del post a stendere i panni; ci ho studiato tutto il giorno: a parte la torchiatura dell’uva, la Roby in visita all’università per l’indirizzo più appropriato, il rinnovo della patente della moglie, la risposta a Poste Italiane per l’accesso al sito, l’autospurgo che non arriva, la lettura di Perboni, non avevo niente da fare, per cui mi sono imparato).
Questo nuovo secondo nome è qualcosa che definire radioso è sminuente, poiché porta al ricordo immediato di un viso solare, di una voce caldamente fresca, fa subito pensare a fiumi puliti (certo non al Po, che da qualche anno sta diventando antipatico; ma dura poco, a forza di ampollate sta per finire),  a barche che vanno finché vanno, con l'invito a lasciarle andare…
Eccetera eccetera eccetera.
Il pensiero del raffronto tra i due secondi nomi è sorto spontaneo (Marzullo docet): un primo secondo nome obbrobriato da un peccatuccio, da un attimo di disattenzione conciliato da una cameretta ovale, e il secondo secondo nome che, se va bene, manco sa nuotare (e che, comunque, la corrente la porterebbe galleggiante fino alla foce, senza infierire), che raccoglie consensi affettuosi da madri, nonne, bisnonne, trisavole e pure dalla tivvù.
Una differenza abissale tra i due sottonomi.
Agli interventi commossi alla scoperta di questa nuova creatura, si è aggiunto il commento, ufficialmente felice ma vagamente insinuatorio del primo “secondo nome”, gettato come per caso in pasto al blog.
Con falsa noncuranza, fingendo di modernizzare il nuovo “secondo nome” concorrente, lo ha abbreviato, come si fa, per esempio, con Giovanni che diventa Gio’, con Giulio che diventa Giu’, eccetera.
Questo nuovo secondo nome, così abbreviato, mi ha incuriosito e sono andato a cercare cosa potesse avere suscitato il mio interesse.
Così sono arrivato a quel detto latino (lingua madre) che parla di qualcosa, non ricordo se bucatini gnocchi cappelletti o altro che abbondano in ORE stultorum.
Così a Roma e dintorni.
Sul litorale, verso Anzio, avevano parlato latino puro, fino a uno sbarco di clandestini provenienti da oltre un oceano non ben definito.
Accolti a braccia aperte dagli indigeni, in poco tempo avevano preso possesso della città, e, per creare una colonia con ricordi della loro provenienza, avevano modificato leggermente l’idioma ufficiale, con piccole variazioni che cambiassero il parlato senza modificarne il senso.
Si erano creati un dialetto su misura.
Così, sempre ad esempio, quei bucatini gnocchi cappelletti finivano abbondanti in ORY stultorum.
Sempre con lo stesso significato di base.
Peraltro non sono riuscito a trovare un collegamento accettabile tra loro nei due “secondi nomi” di cui ho trattato.
Pazienza, sarà stata una ricerca senza alcun riferimento, fatta per passare il tempo, assolutamente inutile e fine a se stessa.
Può essere che da qualche commento di menti illuminate ed aperte arrivi qualche indizio?