sabato 29 giugno 2024

"Malavuci"

Un racconto amaro, la descrizione di quanto le male voci, le voci malevole, riescono a condizionare tutta una comunità. Non calunnie, 'ché le calunnie sono reato, solo insinuazioni seminate a piene mani: chi vede divulga, chi sente divulga, chi immagina, le sue fantasie divulga.

Proprio come i seminatori di un tempo, si getta il seme della maldicenza in un terreno... pronto ad accogliere tutto, meglio se di contenuto pruriginoso. E quello che germoglia da quelle semine si propaga, con lo stesso leggero, costante, vigore del venticello della calunnia.

In un paese piccolo, poi, i pettegolezzi sono pane quotidiano, senza questi la vita sarebbe monotona... sarebbe un mortorio.

La Perrotta attinge a piene mani nel territorio dove opera, un po' per mestiere, molto per passione. La passione per la sua terra natia non le ha impedito di descrivere minuziosamente i pochi pregi e i molti difetti che rileva nel suo vivere quotidiano.
Ha ambientato il romanzo in un piccolo paese dell'entroterra calabrese, a mezza strada tra il mare d'occidente e l'altopiano silano, quasi a meglio delineare la non dipendenza da una marina in espansione e da un interno già in abbandono. Il che consente ai personaggi del romanzo di vivere distaccati dal resto di un mondo che quasi rifiutano di accettare.

San Zefiro, è il nome del paese, non è dato sapere se in onore del santo martire o per via del venticello che soffia leggero, soave come recita un'antica canzone.
Quanto al santo, onorato come 'colui che porta la vita', come compito precipuo assegnatogli da madre Chiesa, appare abbastanza inappropriato per un paese in cui non si sentono vagiti o grida di bimbi.
E il vento... quello zefiro che qui è tutto fuorché soave... è un venticello mefitico, che si insinua in ogni dove, fino a penetrare nelle menti stesse degli abitanti, come un monossido letale.

I tempi: poco oltre la fine della prima guerra mondiale, quando l'Italia tutta vive, malamente, un periodo di transizione tra le distruzioni di questa e una ricostruzione lenta e difficile. Una famiglia fa da fulcro a tutto il racconto, e intorno a lei ruota un mondo che del male dicere ha fatto virtù.
E il titolo del libro risulta quanto mai appropriato...

La calunnia, dicevo, è vista come reato di fronte alla legge, ma è anche valutata peccato mortale da chi è fedele, da chi, per dire, vede nella confessione al sacerdote lo scarico di pensieri, parole, opere ed omissioni come la liberazione di un peso che 'potrebbe' condurre al soggiorno infernale eterno. La calunnia è come un coltellaccio da macellaio che affonda nelle carni e uccide, più o meno lentamente; le voci malevole danno più l'impressione di punture di spillo, con le quali è possibile disossare una persona, ufficialmente senza colpo ferire.

La maldicenza, la mala voce, è vista come peccatuccio veniale, innocuo, poco più che uno sputo in terra, un qualcosa che manco si ritiene di dover confessare... a meno che il prete che deve assolvere non sia anche lui terreno fertile per divulgare. Si dice il peccato, ma non il peccatore è una norma canonica che consente ai preti di sentire, assolvere e parlare del peccato, magari a scopo di prevenzione, senza mai citare la fonte, il che potrebbe metterli a rischio scomunica.

È un libro facile da leggere, difficile da digerire. Per un lettore comune, non dico puro di cuore, trovare nelle poche pagine di questo romanzo tanta malvagità e malignità racchiuse in così pochi spazi e rappresentate come giusto vivere, è dura. Al termine della lettura resta un amaro in bocca che neanche il pensiero che di fantasia si tratta riesce ad addolcire.

giovedì 20 giugno 2024

In morte di un... nessuno



È morto Satman Singh, il giovane che nei giorni scorsi era stato abbandonato davanti casa sua con un braccio amputato da un macchinario agricolo. Uno dei tanti 'invisibili' che finiscono in cronaca come notizia spicciola solo quando muoiono in maniera tragica.

Lascio alla competenza di altri la valutazione della miseria morale di chi ha avuto lo sporco coraggio di quel vigliacco abbandono, ma non posso fare a meno di rilevare quanto questo fatto sia specchio di un degrado generalizzato di ogni parvenza di umanità.

Ecco, vorrei che a questo ragazzo fosse concesso un funerale di Stato, di uno Stato che non perde occasione per stigmatizzare, per criticare, per condannare... ma anche per eccitare contro le 'invasioni' che tolgono lavoro agli onesti e laboriosi italiani. 
Quegli italiani che fanno la fila per lavorare a 4 € l'ora, sotto il sole o le intemperie...

Un funerale di Stato che dica con i fatti il dolore e la vergogna per una morte assurda, ma soprattutto per la vergogna di annoverare tra i suoi cittadini la persona, o le persone, che hanno trattato un essere umano manco fosse un animale... un animale 'usa e getta'.

giovedì 6 giugno 2024

Corsi e ricorsi amari

Il fiume Natisone ha ricevuto le sue tre vittime. Pochi credo sapessero della sua esistenza prima di questo drammatico evento. Succede sovente che si scoprano località della Terra solo in occasione di fatti tragici. Le guerre scoppiano e andiamo a guardare su maps dove siano le zone ad esse interessate.

Da subito viene spontaneo il richiamo mentale a fatti lontani nel tempo ma vivi per sempre nella memoria di chi li ha vissuti.

Anni '70. Era un giorno di sciopero nazionale. Niente manifestazioni, neanche sapevamo di preciso il perché di questa fermata: per noi un giorno di sciopero significava solo un giorno di festa inatteso. Sapendo la data con buon anticipo, ciascuno programmava il modo migliore per goderlo il più appieno possibile.

Erano tre colleghi, uno più anziano con moglie e figlio, uno da poco sposo, e un terzo scapolino, il dandy di tutto il reparto, si presentava regolarmente al lavoro con camicie fresche di bucato, col colletto inamidato, quando la stagione lo consentiva non mancava di indossare gilet variopinti.
Tutti e tre appassionati di pesca, avevano programmato una giornata nel Sesia, un fiume più noto del Natisone, perlomeno in quella zona. Più un torrente che un fiume, niente a che vedere col fiume Po che a valle scorreva placido e sulle cui sponde pazienti pescatori, gettata la lenza, aspettavano che qualche cavedano abboccasse per giustificare le ore apparentemente inutili. 

Nel Sesia non c'erano cavedani, c'erano trote, belle, grasse, ben altra preda da portare a casa come prova certa di un tempo non sprecato. Quando era calmo, il Sesia faceva affiorare grossi massi che invitavano a una pesca in centro fiume, con maggiori probabilità di un adescamento redditizio.
Il cielo, quel giorno, era di piombo, ma non faceva pensare a quanto sarebbe potuto accadere. A monte si era aperto all'improvviso rovesciando nella parte alta del fiume una valanga d'acqua, che in pochi attimi aveva gonfiato quello che fino a poco prima era poco più che un inoffensivo torrentello.
Presumibilmente erano appostati su massi diversi e nulla avevano potuto fare per resistere a quella furia torrentizia.

Non c'erano ancora i cellulari, per cui nessuno aveva avuto sentore di quello che era successo. Non vedendoli rientrare a casa i parenti avevano dato l'allarme. Nei giornali radio, nel corso della notte, si accennava genericamente a tre ragazzi dispersi in quel fiume, ma chi li aveva sentiti non aveva collegato il fatto a un evento così tragico e a noi così vicino.
Solo all'indomani pomeriggio avevamo appreso la realtà, al momento della timbratura dei cartellini di presenza. I tre risultavano ancora dispersi, e la speranza di rivederli ancora tra noi era palpabile quanto l'amarezza di una verità che rifiutavamo.

Rocco, il padre di famiglia, Corrado, lo sposino e Angelo, il dandy... due li avevano trovati dopo un paio di giorni, l'altro dopo più giorni e noi ci aggrappavamo alla speranza che fosse riuscito a salvarsi, non sapevamo come, non essendo pratici di fiumi e tanto meno di pesca.
Non ci furono elicotteri, corde lanciate o altre forme di soccorso. 
Né polemiche... non mi risulta che alcun questore abbia aperto un fascicolo in merito.

Solo lacrime... e questo ricordo.