martedì 11 dicembre 2012

Umberto



Un nome pescato a caso nel bussolotto dei ricordi, per titolare questo racconto.
Se vado a cercare gli Umberto noti ne trovo una sfilza, perloppiù gente importante: un re (minuscolo, per come è passato alla storia), un oncologo, un poeta, uno scrittore, un politico (Terracini, per esempio), un cantante, un attore… e via andare, su questi livelli.
La fantasia mi consente di sentire, come uno stormir di fronde, sulla destra, lontana, una voce stentorea ma gentile, che mette i puntini sulle “i”, anche se in Umberto queste non sono presenti:
“Uhe, bauscia, de Umbert ghe n’è dumà v’un,  tuc i-alter sun nisciun. Pirla!”.
Da un qualcosa sulla sinistra, che non si capisce se sia una quercia, un ulivo o un tappeto di papaveri, quasi a far da contrappeso, un delicato ammonimento, una specie di cartellino giallo:
“Dannato gattaccio, se in questo post ti azzardi a parlare di quell’Umberto mi fermo qui, ritiro gli ambasciatori e ti faccio arrosto. Ho smesso di mangiare i bambini, ma un gatto con patatine al forno non è scritto da nessuna parte che non me lo posso fare. Gatto avvisato…”.
No, non voglio parlare di quell’Umberto chetuttiglialtrisonnessuno.
Il mio Umberto è quello che si dice una persona comune.
Un po’ fuori dal comune, per dire il vero; per questo lo voglio qui raccontare in modo più specifico, dopo averne accennato in un vecchissimo post.
Vado ai tempi del periodo lavorativo, con colleghi che erano tutti macchiette, che la lunga frequentazione ha stampigliato indelebili nella memoria.
Con una precisazione, forse ignorata da ciascuno nella propria singolarità, che vede macchiette tutti gli altri e quasi mai se stesso: eravamo tutti macchiette.
Sarebbe bello sapere, per esempio, che ricordi hanno gli ex colleghi, di quel capo reparto che a suo tempo sovente faceva loro girare le palline e li fustigava spesso sulla schiena con un righello metallico largo cinque centimetri per quaranta di lunghezza (ma solo di piatto). Senza mai ricevere denunce o proteste, neanche da parte dei sindacalisti, pur essendo questi solitamente rompiglioni. Una leggera punta di sadismo che bene si sposava con un diffuso masochismo, forse accentuato da un vago senso di colpa, visto che per buona parte erano dei lavativi.
Simpatici come persone, lavativucci sul verbo lavorare.
(Bel tempo; passato; remoto).
L’Umberto mio era…
(Inciso: vado a raccontare con l’indicativo passato prossimo non perché questo Umberto sia scomparso; in realtà non so se lo sia o meno, ma proprio per non defungerlo con un passato remoto, pur se questo in realtà, come detto, remoto è. “Ei fu…” è già stato immortalato, e si riferiva, appunto, a un personaggio noto appena defunto; non voglio rischiare di dare Umberto per morto, quando magari è più vivo e vegeto di me).
Dicevo, questo Umberto era nato in una città che, per la legge sulla privacy, evito di citare; vuoi mai che mi scappi qualcosa ritenuto negativo per l’immagine di quel comprensorio, e mi vengano chiesti miliardi di euro di risarcimento all’ipotetico danno morale arrecato.
Però posso dire, senza tema di offendere chicchessia, che il suo logo preferito è condensato in tre parole:
“Turòn, Turàs, Tetàs”
che mi pare sia già un indizio che dice tutto, senza colpo ferire.
Vado a descrivere brevemente il soggetto, sia per la parte fisica che per quella comportamentale, più o meno collegate l’una all'altra.
Una delle sue caratteristiche era il fatto di essere un leghista ante litteram, quando le uniche leghe conosciute allora riguardavano soltanto gli sponsali tra metalli.
Citando la sua città, per descrivere come fosse ormai invasa da elementi estranei, la loggava come
“Terùn, Turàs, Tetàs”
quando i négher , i mandarini, gli albanesi, i marocchini, erano ancora lontani a venire.
Quando era di cattivo umore, ovvero quando qualcuno del capoluogo della sua regione lo ‘urtava’, anche questo qualcuno era dumà ‘n terùn, magari centrando il bersaglio, visto che il peso demografico anche in quella città pendeva da tempo a favore degli “estranei”.
In merito amava raccontare di una battaglia nella sua città, relativa all’aggiudicazione di una quarta T alle tre esistenti.
La scelta pare fosse orientata verso un personaggio che le dava lustro senza chiedere poltrone in cambio.
Pur essendo ancora in vita, il candidato indigeno più indicato era Ugo Tognazzi.
Ma il peso degli “stranieri” era stato tale che il progetto era stato accantonato, per evitare lo scorrere del sangue per le vie cittadine.
Infatti, motivando le proposte con la necessità di sprovincializzare, i-alter  avevano messo in campo le candidature chi di Totò, altri ancora di Trilussa.
Secondo lui, el Tugnass sarebbe anche andato bene, solo che sarebbe stato la quinta T, dopo quella dei Terroni, aggiuntiva anziché sostitutiva ai Torroni.
Questa quarta T, ormai invadente come e più dell’erba gramigna, sarebbe stata da eliminare; nel migliore dei casi da allontanare, possibilmente con le buone.
Sembrava una boutade, allora.
Il fisico, guarda le combinazioni della vita, sosteneva adeguatamente questa sua missione di protoleghista.
Era alto un metro e un cazzo (come direbbe il Granduca) di medio/corto calibro; anche se l’altezza di una persona è sempre una forma di calcolo relativamente soggettiva.
Per dire, se confrontata con quella di un Enzo Iacoponi, preso a caso da un elenco telefonico tedesco (1,82, forse senza tacchi; chi non lo conosce non sa cosa perde) era abbondantemente inferiore.
Se confrontata con quella di un Brunetta, preso a caso da un elenco telefonico di ex governanti (1,40, forse con i tacchi; chi non lo conosce non sa cosa guadagna) era leggermente superiore.
Più che rotondetto, lo ricordo quadrato.
Come un comodino.
Capelli crespi di un riccioluto cortissimo, fittissimi, nerissimi, tanto che i négher arrivati successivamente lo avrebbero preso come modello ideale per le loro acconciature.
Tra le sue varie caratteristiche spiccava quella della discrezione.
Ogni giorno (sia che ci fosse il sole, la neve, la pioggia, la nebbia, un tempo così-così…) aveva un problema nuovo da esporre, un’esperienza da raccontare, un consiglio da richiedere, un’indicazione da valutare.
E tutto questo lo dedicava a una persona soltanto.
Per volta.
Tanti eravamo presenti, e, uno alla volta, venivamo a conoscenza del suo fatto quotidiano.
Data la sua discrezione, alla fine di ogni “confessione” singola, la raccomandazione costante a ciascuno era:
“Me racumandi, al dis a lu, che è persona per bene, ma non ne parli ad altri, non credo che capirebbero”.
Per  raggiungere le ‘vittime’ delle sue confidenze aveva una tattica particolare. Aspettava che un collega, qualunque, fosse prossimo alla macchinetta del caffè, o all’uscita dallo spogliatoio, o dal bagno, o preso in valutazioni private, purché solitarie, dei fatti propri: mollava tutto e si lanciava in fretta e furia a braccarlo.
Iniziava l’esposizione del suo guaio contingente e non lo lasciava andar via se non aveva sorbito fino all’ultima goccia del suo calice.
Se si avvicinava un terzo, interrompeva il monologo e si allontanava, promettendone la ripresa a quanto prima possibile.
A me aveva riservato un rapporto privilegiato: ero di solito tra i primi a cui si confidava, nonostante questo rapporto fosse stato, dal primo momento, una sottilmente formale presa per i fondelli.
Reciproca.
Intanto, su una trentina di colleghi, era l’unico con cui dall’inizio alla fine della colleganza per lavoro il “lei” era rimasto invariato.
Reciproco pure questo.
Inoltre, nell’introduzione dei suoi problemi, se a questi era previsto seguisse un consiglio o un parere da elargire, la sua frase di approccio era, sistematica:
“Senta, mi è capitato questo e questo; secondo il suo modesto parere…”, ecc.
La prima volta che avevo sentito del peso a priori dato a un mio eventuale (peraltro giustamente modesto) consiglio, avevo accettato che fosse, come detto prima, una birichina presa per il sedere, scherzosa, e avevo ignorato, senza reagire.
La seconda volta (o forse anche la terza o quarta) che la ‘modestia’ dei miei pareri era ormai consolidata, incassavo, adeguandoli a modo mio.
Se il consiglio richiesto dava la possibilità di scelta tra una ipotetica A e una B, in netto contrasto tra loro, gli offrivo quella che (sempre a mio modesto parere) era la più negativa, la meno probabile, la assolutamente impossibile andasse a buon fine.
Credendo ogni volta di avere così risolto perlomeno il problema della rottura di marroni, avendolo indirizzato malamente alla soluzione del suo, di problema, con il logico tracollo della fiducia nei miei ‘modesti’ pareri.
Troppo semplice.
Si dice: il vino buono sta nelle botti piccole.
Anche la malignità, se è per quello. E Umberto di quella straboccava.
Regolarmente, tempo dopo, veniva a raccontarmi di avere risolto il problema allora esposto, proprio seguendo il mio (pur sempre modesto) parere elargitogli.
Avevo l’impressione che fosse un adepto del flippismo più raffinato.
E mi sentivo ogni volta, e sempre vieppiù, preso per i fondelli, fino quasi a punzecchiarmi le tonsille.
Un episodio, da lui raccontato a tutti nel solito modo discreto, mi è rimasto impresso e, in verità, era stato un piccolo, leggero, colpo all’immagine che mi ero fatta del suo quoziente di intelligenza.
Una sera, molto sul tardi, rientrava dall’aver portato un botolo suo simile a fare i bisogni in un prato adiacente la ferrovia.
Era una sera nebbiosissima, che i lampioni a lato della strada rendevano spettrale.
Nel suo incedere prudente e solitario (a parte il cagnetto), in un rettilineo aveva percepito, ovattato dalla nebbia, uno strano cigolio; avanzando ancora, aveva notato, tra le auto parcheggiate in fila una appresso all’altra, che una di queste aveva sobbalzi anomali, tipo quando si tenta di avviare una vettura con la marcia inserita.
Con movimenti sussultori, oltre che ondulatori. Da pensare più a un mini terremoto che ad altro…
Curioso più d’un gatto, non si era allarmato, anzi si era avvicinato, scostando la nebbia come fosse la tenda di una finestra.
Accostandosi, aveva intuito che quell’auto nascondeva un’alcova.
“Ostia, chi ciulen!”, aveva esclamato tra sé e sé, continuando con falsa indifferenza il suo cammino.
(Altro inciso: Ostia, lo sanno tutti, è Roma Marittima, da tempi antichissimi. La frase che lui aveva pensato, subito a seguire, non ha bisogno di traduzione: si riferisce chiaramente ad un’attività che tutte le casalinghe conoscono bene e che, di solito, svolgono con amore e dedizione. Ed è una delle poche mansioni cui partecipano i partner, senza brontolare).
Lui e il suo botolo avrebbero forse proseguito, lui magari fischiettando per evidenziare la sua indifferenza al probabile spettacolo hard, ma lo spostamento improvviso della nebbia gli aveva fatto prendere un colpo.
Quella macchina era la sua, e i cigolii e gli squassamenti erano provocati da qualcuno che al suo interno faceva goga-mi-goga.
Quasi incredulo per la profanazione della sua vettura, si era accostato quel tanto sufficiente a sbirciare all’interno, per vedere…
Quello che nessun padre vorrebbe mai vedere.
Sua figlia che, forse per ripararsi dal freddo, si era coperta con un tizio, a lui, Umberto, sconosciuto.
Qui torno a quello che prima ho definito un colpo all’immagine che mi ero fatta del suo quoziente intellettivo: aveva proseguito, con l’indifferenza messa a dura prova dal cuore che batteva a mille.
Per come lo conoscevo, avrei giurato che si sarebbe fermato, facendo un macello, perlomeno verbale.
Invece no; e, così facendo aveva leggermente ritoccato la mia valutazione del suo QI.
In meglio, sì, ma questa era talmente bassa che anche col ritocco restava ampiamente sotto la linea di pareggio.
Peraltro raccontando l’episodio all’urbe, all’orbe e agli orbi tutti, era prontamente rientrato nei parametri già noti.
Non ricordo se avesse richiesto esplicitamente un parere in merito a quanto avvenuto; se lo ha fatto, sicuramente avrà domandato se non fosse il caso di cambiare macchina (A), visto il cigolio sinistro che questa esprimeva, oppure portarla semplicemente a grafitare (B).
‘Modesto’ parere: A = cambiarla.
‘Consiglio’ seguito: B = grafitata.
Cigolio sparito, secondo la dritta da me ‘non’ indicata.   
Fine del post

Fuori onda
Dopo un post che trasuda buonismo dalla prima all’ultima virgola, mi sia consentita una (piccola) cattiveria.
Rientrando in casa, il buon Umberto, calciato il botolo sotto il tavolo, calmata l’aritmia per lo choc appena subìto, avrà convocato la moglie che, incidentalmente, era una sua copia clonata, e le avrà comunicato quanto scoperto in quella terribile serata nebbiosa.
“Ohi, mijé, t’el set, la tusa el ciula com tuc i-alter donn!”.
Una notizia che per qualunque mamma (pur sapendo che quello è un sentiero da percorrere per tutte le figlie) sarebbe stato motivo di collassi, pianti, crisi isteriche e stridor di denti, alla moglie era apparsa come la liberazione da un incubo.
La figlia, in effetti, era un incrocio multiplo tra quella di Fantozzi, Mariangela mi pare, il padre, la madre e il botolo.
E visto che, con tutta la buona volontà, quattro comodini non fanno un armadio, il sospiro di sollievo della mamma nel sapere che anche questo suo mobiletto, legno del suo legno, aveva imparato a fare le pulizie di casa era più che giustificato.
Si vedeva all’orizzonte la possibilità che andasse a ripararsi dal freddo via dalla loro abitazione; un’ipotesi mai presa in seria considerazione, prima di questo evento straordinario.

Fine

Appena lanciato questo post dovrò andare in clinica, la prognosi è di un paio di giorni, salvo complicazioni (che peraltro il gatto si tira addosso, manco fosse un parafulmine);  non dovrebbe trattarsi  di peggio che una revisione totale approfondita. Gli anni ci sono e i ruderi, si sa, se non sono tenuti d’occhio, prima o poi crollano. Le partenze al mattino, ansimanti, sono diventate un problema, probabile postumo di botte recenti che la lunga degenza non è riuscita ad eliminare. Prima di andare letteralmente in fumo, meglio prevenire. Speriamo che stavolta tutto si risolva al meglio. Con la speranza, un po’ venale quando si parla di salute, che al gatto avanzi qualcosa della tredicesima, già ampiamente decurtata dopo il pagamento di tasse e bollette. 
Un caro saluto, e un 'a presto rileggerci', dal PC del vostro gatto preferito.




11 commenti:

  1. Tanti auguri per la tua salute, si spera che il nostro gatto preferito abbia scelto un veterinario in gamba.

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  2. Ritorna presto dalla tua revisione, il tagliando ogni tanto va fatto :)

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  3. Sembra un tipo delle mie parti da come lo descrivi, o forse più di una città più ad est rispetto a me :-D

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  4. "Un caro saluto, e un 'a presto rileggerci', dal PC del vostro gatto preferito"...... ma è carinissima sta chiusa al post!
    E tu sei, eccome se lo sei, il mio gatto preferito!
    Un bacio grande

    P.S.:Eh....gatto gattino.....quando un Umberto ti si appiccia addosso il difficile poi è staccarselo!
    Eppure sto nome significa "illustre orso giovane", accidentaccio!

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  5. Avendo una figlia maggiorenne non sarei stupito se questa fosse dedita alle "pulizie di casa".
    Però la MIA auto no.
    Che la Forza sia con te.
    Miao.

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  6. Pietro ti aspettiamo dopo la revisione,torna presto!
    Lu

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  7. un caro saluto a te, il nostro caro Telegattone ;)

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  8. Mi hai fatto letteralmente morire dal ridere. Sei bravissimo con le tue battute, la tua ironia che è bonaria e per questo fa ancora più effetto.
    Mi sono proprio divertita.
    Ed ora,in bocca al lupo (che crepi) per la tua revisione.

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  9. Intanto, un gigantesco in bocca al lupo! Con la tua incisiva scrittura hai parlato di un personaggio indimenticabile, che nella mia modesta esperienza non riesco a ricostruire per intero neanche con l'apporto, ad esempio, della memoria di tanti viaggiatori - gran chiaccheroni, in genere! - incontrati in tanti anni. E, poi, Cremona? Ad una prossima volta...

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