martedì 24 aprile 2018

News di oggi



Umberto D
Sei un pensionato milanese di settantotto anni e stai tornando a casa, un condominio dalle parti di viale Monza, reggendo il sacchetto della spesa tra le dita nodose. Sono le dieci del mattino e ti immaginiamo mentre pensi a una di quelle cose semplici che dopo una certa età mettono ansia: le verdure da sistemare nel frigo e i surgelati nel congelatore. Non fai caso all’uomo con le scarpe da ginnastica rosse, fermo sotto il portone. Starà aspettando qualcuno, ma di sicuro non te, che ormai non ti aspetti più niente.
Succede quando affondi la mano nelle tasche, alla ricerca delle chiavi. L'uomo ti viene addosso e ti colpisce alla mascella, prima con un pugno e poi con un altro. Tu cadi all’indietro e forse riesci ancora a domandarti perché. Perché tanta ferocia, senza nemmeno farla precedere da una richiesta o da una minaccia. Come se si trattasse di un regolamento di conti tra persone che si sono già dette tutto, mentre tu di lui non sai nulla. Non sai che è un balordo di origini rumene a cui una fedina penale pesante come una lapide non ha impedito di venire sotto casa tua per svuotarti il portafogli in quel modo. Ti schianti sul marciapiede, batti la nuca ed entri in coma. Di te sappiamo il tuo nome, Umberto De Zordo, Umberto D come il pensionato fragile del capolavoro neorealista di De Sica. E che eri stato proprio tu a batterti con il condominio per installare la telecamera che ha smascherato il tuo aggressore. Rimandandolo in carcere fino alla prossima rapina.
Corriere della sera, M. Gramellini, 24 aprile 2018

I crimini sono sempre odiosi, ma ce ne sono alcuni che portano la fantasia a sogni di ritorsione che vanno ben oltre il pensare solito. E che si allontanano sempre più dalla tolleranza e dal perdonismo.
Le violenze verso i bambini, le donne e gli anziani (quelli cui la fragilità fisica annulla le differenze di genere), sono, tra le notizie quotidiane, quelle più ricorrenti. La vigliaccheria di chi le mette in atto non deve avere confini che consentano di attenuarne o accentuarne la portata.
I vigliacchi sono dei miserabili, sempre comunque e dovunque.
Amara la chiusura del pezzo di Gramellini, che anticipa quello che ormai avviene sistematicamente: questo vigliacco maledetto, a meno che Umberto muoia, passerà un paio di nottate in cella, poi sarà assegnato ai domiciliari (con ampia possibilità di ripetere vigliaccate), e tra qualche anno riceverà un buffetto sulla guancia con l'invito a non peccare più.
Chiedere, e chiedersi, come mai un individuo del genere fosse a piede libero ormai è domanda oziosa.
Di condanne immediate, con certezza che siano scontate, senza secondi o terzi o quarti gradi (grazie all'Europa) cui ricorrere per sconti o annullamenti...
Semplici condanne, secondo legge, non necessariamente esemplari.
Leggi di un certo Binda, condannato all'ergastolo quando sono passati trentuno anni da un delitto che all'epoca avrà sicuramente fatto scalpore. Sentenza incredibilmente veloce, visto che solo dal 1914 il caso era stato, quasi fortuitamente, riaperto. Tra l'immediato sicuro ricorso alla Cassazione, che porterà a ai soliti tempi biblici, e l'età che avanza, non è utopia ritenere che non farà un solo giorno di carcere.
Nel caso fosse innocente, come lui afferma, ben venga l'attesa. Nel caso fosse colpevole c'è solo da sperare che il rimorso gli roda il fegato per il resto dei suoi giorni. 
In pratica sarà comunque un'autosentenza.
Come non bastasse, a questa miseria, in cui di solito uno vale uno (prendendo a prestito uno slogan politico recente) si è aggiunta la vigliaccheria di gruppo.
Il chiaro riferimento va al bullismo giovanile dilagante, a cui, sovente, vengono accreditati, come attenuanti, disagi sociali, errata istruzione, sempre meno problemi famigliari visto che i bulletti provengono da famiglie benestanti quando non propriamente agiate, famiglie 'borghesi' come si suol dire...
Bullastri supportati da genitori che sfogano tramite i figli maschi (e, vivaddio, da un po' di tempo anche femmine) disagi sopportati nei loro periodi di gioventù, in tempi che non consentivano bravate d'alcun tipo, tanto meno se offensive della dignità o dell'integrità di altre persone.
Non esisteva impunità per l'età minore, e non esisteva età minore in presenza di deragliamento dai binari della civile convivenza.
Non si arrivava al carcere (raramente, e in casi gravi, al riformatorio; che finiva per completare il passaggio dalla prepotenza giovanile alla criminalità irreversibile): erano i genitori stessi a punire, con modalità comuni a tutti, sulla base delle informazioni ricevute sul male operato.
La sgridata di un insegnante dava luogo ad altra sfuriata, di solito del genitore padre; le madri erano, appunto, materne, e tendevano a limitare i danni.
Se ad un insegnante, magari non sempre a ragione, sfuggiva uno scappellotto, c'era la garanzia assoluta di ricevere il doppione a pareggio rientrando a casa.
Ci siamo cresciuti con questi 'metodi', e non credo ci sia persona oggi adulta o anziana che porti àstio per sgridate o ceffoni ricevuti in adolescenza o gioventù.
Vale per chi di quelle lezioni ha fatto tesoro e ne trasmette l'esperienza alla prole.
Chi lo fa.
Poi ci sono quelli, genitori, che ritengono quelle esperienze veleno ingurgitato da sputare in qualsiasi modo, pur di liberarsene. 
In età adulta, che adulta non è: sono rimasti all'infanzia, a un'infanzia bacata, e senza speranza di una prossima maturità.
Ed ecco i bulletti che, a nome e per conto di genitori sfasati, offendono con ingiurie gli insegnanti facendosi forti dell'impunità loro garantita dalle leggi.
Ed ecco i genitori, sempre più sfasati, che a supporto di 'bambini' ormai fuori binario, alle offese dei ragazzini aggiungono le percosse.
Si è rivoltata la frittata: un tempo il 'doppione' lo riceveva chi sgarrava; oggi lo riceve il docente che si azzarda a svolgere il suo compito in maniera corretta e responsabile.
Dei bulli che si accaniscono sui disabili non parlo: sono di una vigliaccheria talmente assurda che definirli bestie offenderebbe quelle più note nel campo: le iene e gli sciacalli. 


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