martedì 10 aprile 2018

Fermate il mondo...

... voglio scendere!
Quante volte ci è sfuggita questa espressione!
In occasione della denuncia dei redditi, ad esempio (tra l'altro temporalmente prossima); quando si sbatte il grugno contro l'ottusità della burocrazia; quando i tempi della sanità sono prodromi di una morte magari non prossima, ma surgelata nell'attesa; persino quando una coda alle poste porta via una mattinata intera, talvolta senza costrutto...
La discesa da questo nostro mondo è vietata.
Tale discesa è possibile solo se ci si carica (total body) di un paio di metri di terra.
Vale per (quasi) tutti gli esseri viventi e deambulanti su questa terra.
Perlomeno nel mondo cosiddetto civilizzato.
A sorpresa, ma veramente a sorpresa, un fatto di cronaca recente smentisce questa convinzione ancestrale.
Dice, questa cronaca, di un signore di Genova (non più giovane, ma neppure ancora anziano; quella via di mezzo precedente la vecchiaia vera e propria, verso cui si avvia con lentezza sempre più veloce chi ce la fa nonostante tutto) una trentina di anni fa aveva deciso di scendere da questo notoriamente porco mondo.
Come detto l'unico modo di scendere è smettere di respirare. C'è chi decide di anticipare il distacco saltando da un piano alto verso terra; chi affida il compito a un paio di metri di corda; chi ricorre a una pistolettata; o a un veleno...
Questo signore aveva deciso di mollare il mondo da vivo. E vegeto, come si dice.
E ce l'ha fatta, incredibilmente ce l'ha fatta.
Fino all'altro ieri, quando un controllore scrupoloso lo ha costretto a risalire sul suo vagone (ovviamente quello destinato al trasporto bestiame, bene lo sanno i pendolari e i comuni mortali; da altri tipi di vagone i privilegiati si guardano bene dallo scendere; manco a pensarlo) mettendolo a sedere al posto a suo tempo assegnatogli, rimasto vuoto in attesa del suo rientro nel gregge.
Lo aveva fatto nella maniera più semplice, una di quelle che (a posteriori) uno si chiede "perché non ci ho pensato io?": una trentina d'anni fa aveva strappato la sua carta d'imbarco (detta anche di identità), decidendo di entrare in una latitanza di tipo palese; un po' la stessa dei criminali e assassini ricercati per secoli e scoperti (talvolta perfino arrestati) dopo decenni nella casa natìa, da cui non si erano mai allontanati.
Non è dato sapere, almeno per ora, i dettagli di questa "fuga".
Si sa che in occasione di un incidente tra due vetture, uno dei due coinvolti era fuggito a ruote levate. Contrariamente al solito, questi non era un pirata della strada, bensì quello che nell'incidente risultava essere la parte offesa. In pratica, dei due era quello che aveva ragione.
Essendo leggermente ferito, si era recato in ospedale per la medicazione del caso.
E qui il presidio di polizia, forse messo in allerta da questo comportamento anomalo, lo aveva interrogato per mettere i suoi dati nel rapporto relativo al sinistro.
Niente dati, nessun documento, assenza totale nella banca dati, sia delle forze dell'ordine che dei registri comunali.
Non era più sul treno.
Era sceso dal mondo in corsa.
Farsi delle domande, e girarle a questo signore, mi pare pleonastico.
Che, più che domande, sono considerazioni.
In trent'anni non ha mai avuto necessità di fare un documento, una denuncia dei redditi, una carta Isee... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto un acquisto (una casa, un'auto, una vacanza...)... ed è sopravvissuto.
Non ha mai fatto ricorso (beato lui) a cure sanitarie pubbliche... ed è sopravvissuto.
Non ha mai avuto una moglie, un figlio, un cognato, un parente... ed è sopravvissuto.
Non si è mai iscritto a una bocciofila... ed è sopravvissuto.
Mai una multa, mai un controllo stradale, un conto bancario... ed è sopravvissuto.
Non bazzica facebook e non cinguetta... ed è sopravvissuto.
Il caso è venuto fuori a causa di un incidente automobilistico. In trent'anni dovrebbe avere rinnovato la patente almeno tre volte: senza presentare un documento di identità... ed è sopravvissuto.
Forse è meglio prendere atto che lui ha vissuto, e i sopravvissuti siamo noi.
Fermo restando che resta un fatto incredibile.

Incredibile?
A pensarci bene, neanche tanto.
Un passo indietro, un po' più di trent'anni (purtroppo)...
Anni '60, a un passo dal Centenario della cosiddetta Unità dell'Italia.
Ero ancora sotto chioccia, la stessa che mi covava quasi dalla nascita.
Mi avevano "invitato" alla prima visita di leva. Non avevo ancora documenti, la maggiore età era allora prevista intorno ai ventun anni; e comunque non ne avevo necessità, visto che la visuale del mio mondo era limitata a un perimetro molto ristretto.
Alla visita, d'altronde, erano interessati solo all'altezza, al peso, alla circonferenza del torace; forse anche alla verifica se non facessi parte dell'altra parrocchia sessuale (che all'epoca aveva ancora una sua motivazione curricolare)...
E ai denti, come ai cavalli.
O, forse, come agli equini in genere, visto che nel caso mio si trattava di un somarello.
Comunque, abile arruolato.
Poco dopo, avevo ricevuto un'offerta di lavoro a un centinaio di chilometri da quello che era il mio domicilio stabilizzato.
Il mio lavoro, tanto quanto lo sapevo, non è che cambiasse di molto da un posto all'altro.
Cambiava solo per il fatto che era il primo in assoluto retribuito.
E che mi faceva entrare in un mondo nuovo, esterno, totalmente sconosciuto.
Avevo il mio libretto di lavoro, con tutte le indicazioni su dati personali, inquadramento professionale, residenza...
Già, residenza...
A nessuno era venuto in mente di avvisarmi che cambiando città era indispensabile cambiarla.
E, in seguito, non avevo avuto segnali di allarme per non avere provveduto in merito.
Lavoravo, e non in nero (al momento della maturazione della pensione i contributi di quel periodo c'erano tutti, Inps e Inail compresi), abitavo in una camera ammobiliata in centro città, avevo amici con cui giocavo a calcio, qualche partita a biliardo, qualche pizza (rara, la pizza non è mai stato uno dei miei piatti preferiti; mancanza di abitudine, forse)...
In piena estate avevo avuto necessità di ricevere cure in ospedale...
Non avevo ancora la patente, per via dell'assenza della maggiore età...
Insomma, una vita regolarissima... senza uno straccio di documento in tasca.
E senza che ad alcuno fosse venuto in mente di chiedermelo.
Ero sceso ufficialmente dal mondo in corsa, restando in piedi sul predellino esterno, aggrappato alle maniglie mancorrenti che agevolavano salita e discesa nei treni di allora.
Centenario Unità d'Italia, festeggiamenti a non finire, eravamo tutti italiani, perlomeno a parole e con un fiasco di vino a portata di mano.
Centenario, censimento: passo breve, significativo per raccontare l'evoluzione della specie dei cittadini a distanza di un secolo.
Era una ricerca destinata alle famiglie; non avendo famiglia non avevo ritenuto mi coinvolgesse più di tanto. E nessuno si era fatto vivo a toccarmi il tempo.
Avevo continuato la mia vita di sempre: lavorare, pagare l'affitto (sarà stato in nero? boh!?), mangiare, cercare una ragazza, uscire con gli amici...
Nessun problema.
Un paio d'anni dopo, elezioni politiche. Avevo raggiunto la maggiore età ed ero maturo per votare, solo per la Camera.
I certificati elettorali circolavano come fossero volantini, ce lo avevano tutti, cani e porci...
Io no.
Per i ciuchi evidentemente non li avevano ancora stampati.
La differenza tra equini prima accennata, era fortemente radicata in me.
Più che asinello, oserei dire che ero un po' (tanto) imbranato.
Anagrafe: avevo chiesto il mio certificato elettorale, ma non risultavo tra i residenti di quella città, nonostante in questa lavorassi ormai da tre anni.
Dovevo chiederlo al comune di residenza.
Eccheccevò!
Comune di residenza: nada de nada, il mio nominativo risultava cancellato in seguito alle rilevazioni del censimento.
"Qui non risulta, là nemmeno, lei è un apolide...".
Apolide a me? Non me lo aveva mai detto nessuno, e dire che nella vita di comunità di epiteti ce n'erano per tutti i gusti e di tutti i colori.
Mai immaginando, allora, che in fondo sia io che i miei compagni eravamo tutti apolidi, fuori dal mondo.
Dovevo chiedere la residenza nella città dove mi ero spostato per lavoro.
Fatto.
Troppo tardi per la votazione, troppo presto per la chiamata alla seconda visita di leva.
Nonostante il tempo scaduto, abile arruolato in attesa di chiamata per la destinazione CAR.

Ero risalito nel vagone bestiame, da cui ero sceso inconsapevolmente.
Ancora oggi mi chiedo se fui più imbranato nello scendere o se lo fui nel risalire.
Nei due casi, comunque, imbranato e somarello in buona fede.




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