sabato 4 settembre 2010

La chioccia: ultimo sforzo

(Per chi volesse soffrire di più, le puntate precedenti sono del 31 luglio e del 28 agosto).


Le prime due parti di questo raccontino le avevo animalizzate per renderle più commestibili.
Quest'ultimo lotto parla di cose serie, quindi lo umanizzo: i pollastri tornano a essere colleghi; il pollaio, ristoranti e albergo restano invariati.
Oltre l'aggiornamento della diaria e i rimborsi chilometrici, un altro punto importantissimo era la scelta del ristorante per la cena. La mensa era aperta fino a tardi, ma la sera il distacco totale dall'ambiente era obbligatorio.
Il mandato della ricerca del locale più adatto era, logicamente, affidato ai colleghi indigeni, o comunque bazzicanti in zona.
Di solito tra una riunione e l'altra passavano otto/dieci mesi, quindi avevano tutto il tempo per cercare, provare, promuovere o bocciare.
Trovare il meglio era per loro un punto d'onore.
E, di solito, ricevevano il plauso del gruppo: come colleghi di lavoro non si potevano dare giudizi, sia perché non c'erano collegamenti diretti, sia perché la cosa non ce ne poteva fregare meno; il compito di queste valutazioni spettava alla chioccia.
Al branco interessava che fossero buongustai e basta.
Durante queste cenette, essendo il gruppo formato esclusivamente da maschi, gli argomenti di accompagno al cibo e alle bevande vertevano quasi esclusivamente a questioni di interesse comune e generale.
Così si parlava di fi...dejussioni, di fi...lantropia, di fi...renze, di fi...gurine, di fi...lologia, di fi...libusta, di fi..latelia, di fi...ori, ecc. ecc.
Per una strana coincidenza, erano tutti argomenti che avevano inizio con la fi...
Come nella vita.
Ogni tanto, per non sfiancare la lingua a vuoto, ci si scambiavano aneddoti sulle rispettive zone.
Una di queste cene non aveva avuto il solito esito glorioso.
Per apprezzare il cibo, eravamo stati costretti a rivolgere un pensiero ai poveretti che vivono con una ciotola di riso, quando va bene, se non addirittura non muoiono di fame.
Quando il cibo non risulta all'altezza, l'unica è annegarlo; e il vino, per fortuna era risultato decente.
Dopo la cena, il caffé e il pussacaffé, l'ora si era fatta piccola, e ci eravamo avviati, a gruppetti sparsi, verso l'albergo, continuando le chiacchiere, divisi a macchia di leopardo.
Preciso che eravamo tutti a piedi, precursori di un comportamento che anni e anni dopo sarebbe diventato obbligatorio per legge.
Diciamo che come liquidi, senza essere proprio brilli, stavamo bene.
(Sosta momentanea: alcuni mesi prima era stata rapita una bambina, a scopo di riscatto.
All'epoca aveva fatto un giusto scalpore, era ed è un crimine odioso. Peraltro, alla luce di quello che è successo negli anni successivi, con rapimenti a scopo pedofilo, sovente con l'uccisione delle piccole vittime dopo l'oltraggio, quel rapimento può essere visto come una normale transazione commerciale o finanziaria, un più o meno normale
do ut des; sempre rispettando il dolore della famiglia in quell'occasione e le paure della piccola rapita.
L'Italia ha una superficie di oltre 300 mila kmq; questa bimba aveva tutto lo spazio che voleva per farsi rapire... altrove.
No, nella zona mia era avvenuto il sequestro...
Non ricordo il nome della bambina, e se anche lo ricordassi non ve lo direi: maghi come siete, non finireste neanche di leggere questo pezzo, per individuare il posto.
All'epoca, dicevo, aveva fatto scalpore immediato; titoli a nove colonne sui giornali, notizia in apertura nei telegiornali, appelli da tutte le parti per la sua liberazione.
Nei giorni successivi, i titoli erano scesi gradualmente, fino a ridursi a un pistolotto che segnalava il proseguire delle indagini. Gli inquirenti avevano chiesto un 'silenzio stampa', già in atto per disinteresse dei media per una notizia surclassata da altre incombenti.
Questo silenzio stampa veniva ogni tanto interrotto dagli appelli della madre, e da quelli dei legali della famiglia, che già allora cercavano visibilità, soprattutto nei mezzi televisivi.
Nel periodo del dopo cena di cui parlavo, il silenzio stampa era in atto, assordante).

Eravamo in cammino verso l'albergo.
Nel gruppo c'era un collega "a proposito".
Spiego: mettiamo che si parli di Egitto, piramidi, Il Cairo (la capitale, non il presidente di una gloriosa e infelice squadra, che comunque all'epoca aveva appena smesso di gattonare); se uno salta su e dice: "A proposito, sapete che a Torino c'è il museo egizio più fornito dopo quello del Cairo?".
L'a proposito ci sarebbe stato tutto.
Ma se, parlando sempre di piramidi, un collega salta su e dice: "A proposito, sai qualcosa di quella bambina che hanno rapito?".
Mi pare chiaro che questo a proposito ci stesse come i cazzi a colazione.
La domanda era buttata nel mucchio, ma non era necessario essere particolarmente perspicaci per intuire a chi era rivolta.
Ora, le possibili risposte ad un 'a proposito' detto a sproposito, erano due:
a) "non ne so nulla, c'è pure il silenzio stampa"; che avrebbe provocato nell'astuto una considerazione tipo: 'ma come, sei in zona, ci vivi, e non sai quello che succede?'.
Come stupidità sarebbe stata alla pari con 'a proposito';
b) "siamo a buon punto, questione di poco e sarà liberata".
Se al posto di 'siamo' mi fosse scappato 'sono' sarebbe stato meno coinvolgente, ma avrebbe suscitato lo stesso dubbio: sono/siamo era inteso di qua della legge o di là?
Qualunque persona con un po' di buon senso avrebbe scelto la prima risposta, ma, nella certezza che non avrebbe dato soddisfazione agli uditori, avevo scelto la seconda, ritenendola comunque innocua...
Comunque la risposta era stata accolta come, giustamente, meritava: una battuta.
(E' un fatto, credo, psicologico: i piccolotti hanno due modi di esprimere il loro complesso altimetrico: c'è chi mette i tacchi di rialzo, e finisce nelle vignette satiriche vita sua natural durante; c'è chi, ufficialmente, della sua altezza se ne frega, ma, inconsciamente, appena può si 'solleva' metaforicamente, magari con risposte stronze a domande ancora più stronze).
Notte, tutti a nanna.
Mattina successiva: barba, abluzioni rituali, vestimenta adeguate alla riunione, e scendo a fare colazione.
L'entrata della saletta adibita all'uopo era divisa da due porte scorrevoli, con vetri opacizzati, e con sensori di apertura automatica.
Mi avvicino, la porta si apre su un pianerottolo e una breve scalinata a scendere.
I colleghi erano già tutti presenti, ma non avevo problemi, visto che per la colazione non era previsto un conclave.
Appena oltre la porta vetrata, prima uno, poi con una specie di passaparola, i colleghi guardano verso di me.
In silenzio.
Non mi sentivo l'incarnazione della Wanda Osiris, quindi mi sono bloccato, cercando, come si dice, di fare mente locale, e facendo un rapido controllo mnemonico: pantaloni, c'erano; non ho pagato la quota della cena, pagata; odio le cravatte, poteva essere al rovescio, no a posto anche quella.
A silenzio si può rispondere solo col silenzio: sostituito da un leggero scotimento della testa, destra-sinistra sinistra-destra, come quando si chiede, senza parlare "che è successo?".
Nel frattempo avevo un piede rivolto in avanti per scendere, e l'altro rivolto indietro, pronto alla fuga: da un branco ci si può aspettare di tutto.
Sembravano tranquilli, e una volta sceso al piano, mi aprono il giornale del mattino.
Titolone: "BAMBINA LIBERATA".
Uno sguardo all'occhiello e al sommario: "Bene, meno male, sono contento...".
Commenti da parte dei colleghi, pochi e molto discreti.
Riferiti alla frase della notte, vagamente insinuanti; per tutto il giorno mi sono sentito sotto osservazione.
Credo che tentassero di capire se quel "siamo", detto tra l'altro non in un perfetto stato di grazia, avesse un fondamento; e, se lo aveva, sorgeva il dilemma: di qua o di là?
Vi giuro sulla testa di Giorgio* che non sono, e non sono mai stato, né di qua né di là.

(Per non finire così tronco: se il collega "a proposito" avesse avuto un po' di fantasia, vista la situazione, avrebbe organizzato una processione, in fila indiana; il capofila, io sempre sulla scala anche per darmi un po' di altezza, mi avrebbe preso la mano, e, a seconda della tendenza politica mano destra o sinistra, avrebbe dovuto mormorare con rispetto "bacio la mano a vossìa". In risposta a questo segno di devozione, avrei pensato a un termine in codice, che manco i servizi segreti sarebbero stati in grado di interpretare, tipo "vaffanculo". Ripetuto a ogni baciamano, in segno di fratellanza assoluta tra pollastri, comunque destinati alla pentola).

Fine.
Spero che la commozione non spinga qualcuno al suicidio.
Mi sentirei in colpa... con vossìa.

* Giorgio è il rospo che frequenta il mio giardino. Per i suoi colleghi e per gli animalisti, è vivo e vegeto, a conferma che il giuramento è andato a buon fine.

5 commenti:

  1. Perchè giurare sulla testa di Giorgione (lo chiamo così perchè lo conosco molto meglio di te, è amico di vecchio stagno...) ???? :D Non potevi giurare sulla testa di un gatto o di un topo? Proprio un rospo dovevi mettere in pericolo? :D

    E comunque si... sono troppo commosso... se non mi leggerete più vorrà dire che l'ho fatta finita! :D

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  2. @ Rospone: Giorgio ha una sua storia. Quando ero 'interno', sotto le ali di un'altra chioccia, avevo 5 colleghi cinque, con nome Giorgio. Erano in settori diversi, ma sovente si trovavano insieme; chiamare "Giorgio!" in quelle occasioni, significava un quintetto di: "Oh, che c'è?". D'altronde, chiamarli per cognome sapeva troppo di collegio o di caserma, per cui ogni volta, in seconda battuta, il gesto suppliva la parola. Erano tutti belli come rospi, per cui appena ho trovato un loro simile in giardino, non ho avuto scelta. Non avrebbe potuto chiamarsi che Giorgio.
    Adesso ho il problema di Nicola: come sai ne avevo due, telecom e geometra del voltaico; mi si è aggiunto il titolare/istruttore di scuola guida di Roby. Devo trovare qualcuno a cui dare il nome, altrimenti resto complessato...

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  3. A proposito, ma tu, in realtà, dove stai?:-)

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  4. scusatemi
    ho cominciato a leggere ieri sera verso le dieci e ho finito solo ora... ma mica perché è lungo il racconto! Sono io che sono lento

    :-)))


    gatto
    in fondo hai acquisito autorevolezza agli occhi dei colleghi e diciamolo pure, un po' di timore nei tuoi confronti.
    La cosa importante è che la bambina sia stata liberata..

    per quanto riguarda il blog, io direi che visto l'inizio del campionato della squadra con ha i vecchi colori cha avevi anche tu... li ripristinerei seduta stante...
    :-)))))

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  5. @ Itsas: se la bambina non fosse stata liberata, questo post non sarebbe mai nato.
    Quanto al colore del blog, lo cambierò appena possibile.
    Dopo ieri sera, sto cercando il vero colore del pianto, che si adatterebbe al momento tragico.

    @ Lorenzo: ho fatto diversi traslochi nella mia vita. Nei posti lasciati sono rimasto con la fantasia, i ricordi, pochi rimpianti...
    Il sapere dove stia fisicamente adesso ha importanza relativa, e non sarebbe di giovamento a nessuno.

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