giovedì 24 gennaio 2013

A m'arcord

Locandina (da Google)
"Io mi ricordo", poi assemblato da Fellini in Amarcord nell'omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti.
Già all'uscita di quella pellicola, nel '73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in Amari ricordi, visto che all'epoca ricordi dolci del mio passato ne avevo pochissimi.
Col passare degli anni il conto di questi ricordi è poi andato quasi in pareggio, tanto da consentirmi di pescare alla cieca, trovandone di dolci anche in situazioni di convivenza lavorativa.
Da tempo cercavo la lettera che segue questa presentazione, mi ero quasi convinto di averla buttata, pur essendo questa operazione lontanissima dal mio modo di conservare le cose, soprattutto se simpaticamente piacevoli.
L'ho ritrovata quasi casualmente, dentro una scatola da scarpe, tra l'altro bene in vista, con altri biglietti di auguri vari, cartoline di saluti (che allora ancora si usavano), qualche "santino" listato a lutto di persone care che mi hanno preceduto, e il cui ricordo non ha bisogno di essere supportato da immaginette, tanto è impresso a fuoco nel mio cuore.
Racconto sommariamente (chi ci crede, non mi conosce...) da cosa è nata questa missiva, che risale alle feste natalizie del 1989.
Nella primavera di quell'anno, dopo oltre 24 anni di fedele servizio presso una società, avevo ricevuto il lampo, assolutamente inatteso, di una "vocazione", una chiamata impossibile da rifiutare.
Oltre al fedele servizio suo diretto, la mia casa madre mi aveva appioppato, su esplicita richiesta delle interessate, una specie di collaborazione extra moenia, con altre due sue consorelle, non concorrenti dirette pur operando nello stesso ramo, che mi avevano cooptato non tanto per meriti miei particolari quanto per motivi logistici ed economici.
I rapporti con queste erano gli stessi che con la società che mi aveva in libro paga, soprattutto quelli con i dipendenti fissi di questi due gruppi; che, con la frequentazione telefonica quotidiana e quella fisica un po' di volte nel corso dell'anno e degli anni, erano divenuti rapporti di cordiale amicizia.
Dopo quegli anni di onorato, rispettato, leale e, per certi versi, divertente servizio, una sera a casa mi era arrivata una telefonata, sintetica ma precisa:
"Siamo interessati a te, a te interessa?".
(Ho un amico ferrarese, che a ogni domanda precisa riguardante, che so, un piatto, un film, una canzone, una città, una ragazza... proposta con un "Ti piace?",
invariabilmente risponde "Veh!", e io ci casco sempre con "Ma 'veh! sì o veh! no?"; bisognerebbe distinguere l'intonazione di quel veh! per avere la risposta immediata all'una o all'altra versione, e io questa sottigliezza vocale non l'ho ancora individuata).
Di sicuro, alla domanda telefonica avrò risposto affidandomi a un termine straniero, di quelli che ci consentono di non passare per parolacciari scostumati:
"Cazzo!".
Dall'altra parte:
"Ma cazzo sì, o cazzo no?".
"Cazzo e stracazzo, sì!".
Come detto, era una di quelle proposte che non si possono rifiutare, senza bisogno di teste di cavallo fatte trovare nel letto, a sollecitare una risposta positiva.
Detto fatto, avevo cambiato casacca.
Senza concorsi o test di ammissione che, se richiesti, mi avrebbero tagliato da subito le gambe e rispedito alle origini.
Solo la firma su un contratto, da cui risultava che di me sapevano già tutto, vita e miracoli. Morte, toccando tutt'ora ferro, no.
All'indomani avevo comunicato al mio capo galattico l'offerta ricevuta.
Telefonicamente dispiaciuto, mi aveva chiesto se avevo già deciso in merito.
Nel rispondere era emerso il mio lato femminile, mentendo come solo le donne sanno fare (superate, peraltro, in questo dai politici e dai parcheggiatori abusivi), avevo dato per "ci sto pensando" una decisione già presa d'amblé.
Gli avevo poi mandato due righe, quasi a giustificare il mio "tradimento", in cui attribuivo al desiderio pre-senile di verificare se davvero l'erba del vicino era più verde, il taglio a un passato collaborativo durato quasi cinque lustri, incredibilmente senza screzi, nonostante umani periodi di tensione.
Un paio di mesi dopo ero pienamente operativo, nel percorso che mi era stato assegnato, con le stesse modalità di quello precedente, solo con altra maglietta e altro numero di matricola.
E, nota secondaria assolutamente insignificante, altre condizioni economiche, che peraltro non avevano avuto alcun peso importante nella decisione (qui è ancora il mio lato femminile che prevale; però arrossisco, e questo è quello maschile che si prende la rivincita). 
Ma la nuova matrigna (detto in modo affettuoso), aveva voluto l'esclusiva assoluta del mio tempo e della mia, modesta, opera.
Per cui avevo salutato i precedenti amici per andarne a conoscere di nuovi.
Tra quelli lasciati ci sono i due "delinquenti" che mi hanno mandato questa lettera, rimasta nel cuore e nella mente, nonostante siano passati oltre vent'anni.
Spero sia leggibile, poiché per metterla in post ho fatto i salti mortali, non ne voleva sapere di riprodursi, e stavo per rinunciare; poi c'è entrata, malamente, smanettando qua e là, e non so il percorso seguito.
Al limite chi la volesse leggere ingrandisca con le opzioni in alto a destra o con una lente, e buona lettura.
Ho sbianchettato le parti riportanti le varie ragioni sociali interessate, che sarebbero marginali al post e darebbero indicazioni che, almeno per ora, voglio tenere nel cassetto.
Prendendo con le pinze tutti i termini 'adorativi', che sono una chiara (mi affido ancora ai benemeriti termini stranieri), affettuosa, presa per il culo. 

La frase della lettera che mi fa ancora sorridere a tempo pieno è quella riferita al fatto che "... se ce l'hai fatta tu, perché non possiamo farcela anche noi?".
Roberto e Salvatore non sapranno mai quanto quello sfottò fosse veritiero.
Mi piacerebbe dire ai giovani d'oggi: "Se ce l'ho fatta io, potete farcela anche voi", senza falsa modestia, ma i tempi sono cambiati, troppo diversi dai miei, e oggi questa frase, a fronte della disoccupazione che maciulla tutte le capacità e tutte le intelligenze, di giovani e meno giovani, suonerebbe veramente come un ignobile, assurdo sfottò.
La posso solo offrire come un invito alla speranza, che qualcosa cambi e che le persone che meritano riescano a imbroccare la strada giusta, quella strada che consenta di vedere e vivere un futuro dignitoso.

10 commenti:

  1. Adesso in generale fare un salto nel buio non è più così allettante per nessuno. Però la lettera è simpatica.

    Un abbraccio

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  2. Mentre leggevo il tuo post, pensavo "Altri tempi!"
    E infatti è la tua stessa , amara conclusione.
    Credo che noi abbiamo di questi Amarcord (con o senza Gradisca) ben diversi da quelli che avranno i nostri figli, i giovani di oggi.
    Purtroppo.
    Ciao Gattonero:)
    Lara

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  3. Uffa Gattonero, non riesco ad ingrandire e sono più curiosa di una gatta...
    Un abbraccio.

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  4. ho cambiato più lavori che scarpe e ho "solo" 44 primavere, ogni volta è stato un mezzo trauma e ogni volta diventava sempre più difficile anche se ogni lavoro durava sempre meno tempo. Anche io consiglio di cercare il lavoro che piace, però mi sento in estrema difficolatà a dare questi consigli quando di disponibilità non ce n'è poi tanta. Un saluto.

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  5. Hai concluso il tuo post con un'amara verità.
    Più tempo passa,più diventa difficile trovare lavoro,te lo dice un'infermiera che per 10 anni ha lavorato a contratto a termine,andando da una città all'altra del sud Italia e che per forza di cose,ha dovuto lasciare il suo paese e trasferirsi al Nord per avere un posto fisso.
    Baci

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  6. ah gattonero ma tu sei più giovane dei giovani d'oggi! Questo post mi fa presumere che la tua età mentale sia nettamente inferiore a quella anagrafica, leggasi come complimento, non vorrei creare fraintendimenti.. :)

    Leggevo su il commento di Lufantasygioie, e pensavo che la situazione è ancor peggio di quanto lei descrive, costretta al trasferimento per un posto fisso, e noi ''giovani disperati'' costretti al trasferimento, al nord (ma nemmeno più) per uno stage senza rimborso spese ne garanzia di assunzione...o costretti ad emigrare oltre confine, per un posto,non fisso, un posto.

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  7. Ciò che era possibile vent'anni fa, oggi è pura utopia.
    Cristiana

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  8. Questa lettera è bellissima. Ehi, ma che fatica leggerla! Non hai permesso di ingrandirla, insomma l'ho copiata e ingrandita su un programma di immagini. Ne valeva la pena!"
    Tutti lo abbiamo pensato "altri tempi" così come concludi tu stesso. Che tristezza e quanti rimpianti.

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  9. Ciao Gattonero,
    a quanto pare anche tu non scherzi in fatto d'ironia! ^_^
    Simpatica e molto divertente la lettera, anche se volutamente ridondante.
    Per quanto riguarda le "missive verde-burocratico" (di cui parli nel post precedente) stai pur tranquillo, sono solo spauracchi;
    il più delle volte sei già in regola, mentre chi te l'ha spedita ha commesso un reato, che potrebbe configurarsi come atto vessatorio.

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  10. Ferma restando la mia ammirazione per la stesura dei tuoi significativi ricordi, sottolineo la drammatica situazione sociale dell'oggi, da te evidenziata!

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