venerdì 8 giugno 2018

Diamoci una sveglia

Dovrebbe essere nata intorno agli anni '60.
Io l'avevo adottata nel '68.
Adottata, poi sedotta e poi abbandonata.
L'ho ritrovata casualmente, cercando altro, in uno scatolone dentro a un ripostiglio, coperto da altra cianfrusaglieria. Ci era finita dopo l'ultimo, definitivo trasloco. Un amico nell'occasione, per buon augurio, ci aveva regalato una radiosveglia, silenziosa, con orario luminoso e funzionamento ininterrotto anche in assenza momentanea di corrente, grazie a una batteria incorporata. Aveva preso posto sul comodino a fianco al letto, sostituendo di fatto la sveglia che per oltre dieci anni aveva accudito ai nostri sonni e ai nostri risvegli.
Ritrovata anni dopo nel corso di un tentativo di riordino avevo preso atto che, per motivi suoi, forse indispettita dall'abbandono, aveva smesso di funzionare con la regolarità che le era propria. Perdeva colpi, correva, stava indietro, si fermava... un po' quello che succede agli umani con l'avanzare dell'età.
L'avevo portata da un paio di orologiai, ma non ci avevano messo mani, poiché per loro era un modello troppo vecchio e, nel caso ce ne fosse stato bisogno, non avrebbero trovato pezzi di ricambio.
Si fa presto a dire 'orologiai'... Venditori di orologi e bazzecolerie varie, non più anche, e soprattutto, riparatori di orologi.
Come se 'calzoleria' significasse anche, e soprattutto, riparazione calzature. Quando mai!
Di orologi capivano ormai un tubo, artigianato scomparso come, appunto, le calzolerie, i ramaioli. gli arrotini...
Orologi? usa-e-getta... Scarpe? usa-e-getta... Pentolame di rame usurato? usa-e-getta... Coltelli, forbici, lame generiche? usa-e-getta...
È il consumismo, bellezza!
Tornando alla sveglia, a questa sveglia, in effetti vecchiotta lo è: cinquant'anni, per un oggetto, non sono un'eternità, ma sono tanti. Fra un paio di cent'anni sarà antica, e sarò curioso di vedere cosa mi offriranno quei trafficanti dilettanti di orologi pur di averla.
Sarà cooptata dall'Unesco come patrimonio dell'umanità.
Made in Germany, con la scritta in inglese three-in-one, senza la superflua dei secondi, scanditi da un sommesso tic-tac, trillava per la sveglia, con ripetizione del richiamo salvo disattivazione; volendo campanella a segnalare ogni scadere delle ore; opportunamente disattivabile pure quella.
Acciaio tedesco, peso poco meno di un chilogrammo, carica manuale, ore puntate e pirillini di comando fluorescenti; quello di sinistra andato perso, ma in qualche modo lo sistemerò.
Proprio una gran bella sveglia.
L'acciaio e la robustezza avevano pesato molto nella scelta, tra le tante offerte dal negozio di ferramenta sotto casa.

Ab ovo.
All'epoca Angela lavorava in una fabbrica elettromeccanica situata in un paese dell'immediata cintura, colà addetta all'assemblaggio di fanalerie stradali. Una catena di montaggio. Se mancava un 'anello' era d'uopo provvedere alla sostituzione, pena l'interruzione del ciclo produttivo.
Una seccatura per i capo-turno e un rischio licenziamento per chi la interrompeva troppo.
Per recarsi al lavoro doveva prendere un bus, che aveva capolinea in una piazza, alcune traverse più in là da dove abitavamo. In partenza c'era una corsa al mattino presto e una seconda nella tarda mattinata; quest'ultima assolutamente inutile allo scopo.
Al mattino, prima dell'alba, l'invito ad alzarci ce lo dava una sveglietta, carina, a carica meccanica visto che quelle a batteria ancora non esistevano, o erano ritenute costose americanate.
Leggerina, tanto che erano bastati un paio di violenti lanci verso un muro per sfasciarla del tutto.
Lo so, di solito contro i muri, nei momenti d'ira, al limite dell'esasperazione, si lanciano stoviglie, chi li ha frantuma pure preziosi vasi cinesi... Ma eravamo in camera da letto e quelle cose (non i preziosi vasi cinesi) stavano in cucina; andarli a prendere per sfogarsi avrebbe dato la possibilità  alla rabbia di sbollire, e ne avrebbe attenuato la reazione.
Momenti d'ira che si erano ripetuti un po' troppe volte, con assenze forzate dal lavoro, e conseguente esplicita minaccia di licenziamento.
Inverno, freddo, nebbia, riscaldamento in camera da letto spento per scelta comune, il tepore sotto le coperte di due corpi, allora giovani, teneramente accostati...
E una sveglietta che. quando dimenticava di caricarla, al mattino consentiva tacitamente il prosieguo di sonni beati.
Angela era svedese.
In un corpo tecnicamente mediterraneo si nascondeva una bustina di minerva; per accendersi non era necessario sfruculiare più di tanto per infiammarsi, come invece poteva accadere con i comuni cerini.
Bastava poco per farla divampare, prima che un bidoncino di benzina.
E la sveglia non funzionante al mattino di un giorno lavorativo era uno di quei "poco"...
Era posizionata sul suo comodino poiché la sveglia era di sua pertinenza. Il mio lavoro mi impegnava solo di pomeriggio; in altri orari si trattava di interventi straordinari che non prevedevano particolare attenzione all'inizio. Comunque, questi eccezionali, mai all'alba.
Quindi era direttamente alla sua portata di mano, sia per spegnerla che, appunto, per scaraventarla verso il muro in caso di occasionale non funzionamento quando era in servizio.
Fosse stata (la sveglia) dalla mia parte, già lo scavalcarmi per arrivarci avrebbe (forse) diluito la sua ira. O, sempre forse ma anche probabilmente, anziché verso il muro, come invito alla condivisione della sua ira, l'avrebbe 'appoggiata' sulla mia fronte.
Serviva qualcosa di robusto, meglio se pesante.
E questa sveglia mi era sembrata una buona soluzione.
Più visibile, più scomoda e pesante per i 'lanci', più difficile dimenticare di caricarla...
Pace fu, orari del bus rispettati, licenziamento evitato, sveglia e muro (e forse testa mia) salvati.

Vista l'impossibilità di utilizzo, la sveglia tedesca era tornata nello sgabuzzino, sotterrata da altri pezzi poco o niente utilizzati, e lì dimenticata.
Fino a qualche giorno fa quando, ancora per caso, sempre cercando altro, me la sono ritrovata fra le mani.
Ripulita dalla polvere, avevo pensato di piazzarla in uno spazio della libreria, tipo soprammobile.
Istintivamente, poiché ben ricordavo il mal funzionamento, avevo dato un paio di giri di ricarica con la chiavetta delle ore.
Tic-tac tic-tac tic-tac... sempre tenue, educato, ma deciso.
Ne avevo completato la carica, passando poi a quella delle suonerie.
Da non credere, tutte le voci previste (three-in-one) funzionavano perfettamente.
"Dura minga, non può durare", mi ero detto posandola sulla mensola del caminetto.
Infatti la mattina successiva continuava a tichettachettare, facendo la linguaccia alle mie previsioni. Era andata avanti di qualche minuto; con la minuscola levetta sul retro avevo leggermente ritoccato sul "-" e nel pomeriggio spaccava il minuto. Farlo su qualunque orologiame contemporaneo sarebbe utopico: bisognerebbe cambiare una scheda al prezzo di un orologio nuovo.
Affine alla situazione delle scarpe consumate...
O delle pentole di rame bucate...
O dei coltelli divenuti seghetto...
L'ho lasciata sul caminetto, in vista costante per vedere +/- la durata della carica, poi le troverò una più degna collocazione.

Quest'oggetto mi porta alla memoria un ricordo particolare.
Da qualche anno eravamo nella nuova casa, in affitto. Nuova anche perché ci eravamo andati quando ancora era da rifinire, proprio nuova di zecca.
Con i vicini non erano nate frequentazioni d'amicizia, ma solo scambi di piccole cortesie reciproche (qualche uovo, zucchero... le solite cosucce raccontate in letteratura e nei films come scusa per approcci di pianerottolo, talvolta forieri di amicizie).
Cortese indifferenza, come succede in tutte le città.
Al piano sopra il nostro c'era stato un cambio di inquilini; con la riservatezza tipica dei cittadini ci eravamo ben guardati dallo spiare il loro trasloco, tanto meno di cercare di incontrarli per fare pronta conoscenza.
Tra l'altro erano tempi alquanto bui e il rischio di venire a contatto con gente pericolosa aleggiava un po' dappertutto.
Una volta sistemati, evidentemente avevano organizzato un incontro con amici e conoscenti per festeggiare la nuova sistemazione.
A cena e seguente dopocena.
Silenziosa o tranquilla la prima, rumorosa quanto bastava la seconda. Dal tinello, gemello al nostro, il gruppo si era spostato in una camera che forse avevano adibito a soggiorno.
Sopra la nostra camera da letto.
Avevamo rilevato, poco tempo prima, nello stesso palazzo, un negozietto di vendita di fiori e piccola oggettistica di contorno. Per il mattino successivo era previsto un giro di rifornimento allo specifico mercato.
Angela non aveva la patente, quindi ero precettato a portarcela.
Quel mercato, come tutti i mercati all'ingrosso, apriva i battenti molto presto, già alle cinque del mattino c'era la coda dei commercianti del genere in attesa dell'apertura dei cancelli. Per trovare un parcheggio, sbrigare le pratiche d'ingresso con la guardia giurata (e armata), era opportuno arrivare là prima possibile.
Dormire, o almeno riposare, qualche ora...
Alle due di notte il casino sulle nostre teste non accennava a diminuire.
Probabilmente il battito contro soffitto col classico manico di una scopa sarebbe stato interpretato come simpatica partecipazione alla baldoria.
Ammesso che ci facessero caso...
Vestito per il minimo indispensabile a non presentarmi in déshabillée, ero salito al piano di sopra armato di... sveglia.
Questa.
Driinn, uno solo, breve; compatibilmente con l'orario, educato.
A porta spalancata non avevo proferito parola, avevo alzato la sveglia bene alla vista del giovanotto che era venuto ad aprire.
"Scusate...", aveva sussurrato "smettiamo subito".
Insalutato ospite ero tornato al mio nido, e da quel momento in poi dal piano di sopra o dalle scale fosse volato un moscerino avremmo sentito il battito delle sue ali.
Immagino che, chiusa la porta, il ragazzo si sia avviato in punta di piedi verso la compagnia, e con questa si sia fatto una silenziosamente fragorosa risata.
Io, nei suoi panni, me la sarei fatta... Uno sconosciuto che, alle due di notte, 'armato' di sveglia, si presenta alla tua porta, non apre bocca e se ne va, non è cosa da tutti i giorni (meglio: da tutte notti).
La sera successiva il driinn era stato per noi.
Marito e moglie erano scesi per scusarsi e impegnarsi a non ripetere più. Ci invitavano a visitarli, a prendere un caffè e conoscerci un pochino.
Il rendez-vous era stato fissato per alcuni giorni dopo.
Luigi, detto Gigi, e Margherita erano due sposini freschi freschi, ed erano in attesa dell'assegnazione di una casa popolare in un paese vicino.
La visita alla loro casa era stata sommaria, essendo assolutamente gemella alla nostra.
L'aspetto curioso era emerso nella tinteggiatura del soggiorno, quello in cui si era concretizzato il 'crimine' notturno nei nostri confronti.
Pareti e soffitto nerissimi, senza neanche uno spicchio di colore che ne indicasse altra professione di fede, ad esempio di tipo calcistico.
Il nero, all'epoca, era distintivo dei preti, degli addetti alle pompe funebri, di una fetta della bandiera di una squadra di calcio cittadina...
O dei fascisti...
Mi ci era voluto un attimo per metterli nel quadro. Non era necessario avere il fiuto di un cane da tartufi per capire al volo la situazione.
Non erano preti, non sembravano addetti alle pompe funebri, non c'era la minima traccia che indicasse un loro tifo calcistico specifico.
Erano, senza alcun dubbio, fascisti.
Per il mio acume avrei potuto laurearmi in psicologia.
Infatti...
Erano comunisti; comunisti tipo quelli della prima ora, quelli non contaminati dal modernismo consumistico. Se non figli, almeno nipoti di quelli che nell'immediato dopoguerra ancora mangiavano i bambini.
Quanto al tifo calcistico, lei agnostica, lui tifosissimo dell'altra squadra, quella con quasi gli stessi colori del suo tifo politico.
Lui lavorava in un'azienda meccanica specializzata in esportazioni verso l'estero. In particolare verso Stati al di là del muro di Berlino, noti Paesi comunisti, sotto l'ombrello sovietico.
Ci andava sovente al seguito di macchinari da montare, per istruire gli indigeni al loro uso.
Negli incontri successivi era emerso un comunista sui generis, in un periodo in cui la dottrina di massa era quella dettata da Mosca. Dire cose o raccontare fatti negativi su quel sole o sui suoi satelliti era considerato eresia allo stato puro; la pena poteva essere la radiazione e il vituperio da parte di tutti gli allineati.
Ideologicamente Gigi era comunista convinto, ma le sue frequenti visite in Cecoslovacchia e dintorni gli avevano aperto gli occhi e non disdegnava di descrivere apertamente e senza remore quello che di volta in volta in volta aveva modo di vedere e constatare, ridisegnando l'immagine di un paradiso sovietico, che molto paradiso non era.
Parlandone non lesinava, né si moderava, nel raccontare il tipo di vita di quei luoghi; riconosceva che la povertà ancora presente anche nel nostro Paese, là era miseria assoluta. Così come la fame.
Non si faceva scrupolo a specificare la limitatezza delle sue informazioni, ristrette ai pochi spazi di movimento loro concessi, in pratica il solo circondario immediato dei luoghi dei loro interventi; una libertà di movimento condizionata da divieti e da limitazioni logistiche e temporali.
Zakázaný, interzis, verboten, zabroniony, tiltott, zabranien, erano tra le poche parole che aveva avuto modo di memorizzare, tanto erano ripetute nei cartelli e ribadite da imperiosi richiami verbali: vietato.
Quanto alla ricettività degli abitanti locali, quelli che aveva modo di frequentare per lavoro, a ricevere le loro istruzioni, ne raccontava senza veli la quasi totale indifferenza, la mancanza assoluta di stimoli, una endemica rassegnazione a una specie di dolce far niente, che quel socialismo favoriva impedendo di fatto ogni miglioramento che fosse a rischio di sovvertire la situazione politica di quei Paesi.
Margherita era molto più 'rossa', al limite del fanatismo; forse riversava in quel campo quello che non sprecava sul calcio. Era senz'altro più prossima a Mao, nel cui faccione vedeva il sole dell'avvenire, mentre il compassato Breznev non le dava la stessa emozione.
Studiava sociologia all'università di Padova e là aveva fatto amicizia con altri studenti, alcuni dei quali tempo dopo sarebbero diventati famosi: alcuni soltanto famosi, altri famigerati e per questo passati alla storia.
Era nata una discreta amicizia, diluita poi dal loro trasloco nella casa assegnata e dal successivo nostro verso nuovi lidi.
Gigi aveva sviluppato una forma di comunismo domestico, sulla traccia suggerita da Berlinguer.
Margherita aveva avuto una bambina e tanto era bastato ad avvicinarla alle idee del marito, ormai tendenti a un comunismo prettamente nostrano.
La maternità le aveva addolcito i bollori rivoluzionari.

Per noi, altro lido, altra storia, altre persone.
Una decina di anni dopo c'era stato un intervento simile, ma non supportato dalla sveglia (che riposava già in fondo al ripostiglio), bensì da un comune orologio da polso.
Il padre di Angela, ultraottantenne, aveva avuto un ictus. Dopo il lungo ricovero in ospedale, che gli aveva restituito una piccola parte di mobilità ma non la parola, era tornato a casa. Lentamente stava riprendendo le piccole attività che, nel loro minimo, facevano sperare in una soluzione limitata ma, nel contesto, accettabile.
Il mio lavoro mi teneva fuori casa per buona parte della settimana; la suocera, anche lei avanti con l'età e molto poco in salute, e le figlie lo accudivano con amore.
Aveva ricominciato a imboccarsi da solo, con cautela, e a bere il suo mezzo bicchiere di vino rosso... Quando ero in casa, a pranzo e cena mi cercava con gli occhi per far truzzare tra loro i nostri bicchieri. Il brillìo dei suoi occhi al loro tintinnio erano per noi premio senz'altri pari.
Sciocchezzuole, per chi non sa; passi enormi per chi viene colpito e per chi assiste.
E galeotta, anche qui, fu la notte.
Luglio avanzato, uno di quei luglio bollenti che passano alla storia.
Notte, come già detto, finestre spalancate per suggere un po' di frescura a parziale ristoro di giornate di calore.
Piena notte: nel palazzo adiacente il nostro, un vicino, anche lui con finestre a tutto spalanco, faceva martirizzare un pianoforte dalla figlioletta, inondando il quartiere di plin-plin-plin senza alcun minimo costrutto musicale, con i tasti pestati evidentemente a casaccio, a favore di una goduria che neanche un masochismo parossistico avrebbe sopportato.
Suocero sveglio, chiaramente infastidito, forse non tanto dal caldo quanto da quell'insulto alla musica e all'educazione, nel buio della notte, a pochi metri dalle finestre spalancate.
Stessa scena della volta precedente, già collaudata la decina d'anni prima: in assenza della sveglia di allora orologio al polso, ero andato alla fonte dello scempio.
Secondo piano, porta d'entrata spalancata, anche qui avevo proposto un driinn, uno solo, breve, compatibilmente con il motivo educato, per chiedere il permesso all'accesso.
La risposta era stata un chiaro, non detto ma chiaramente decifrabile: "Che cazzo mi suoni, non vedi che è aperto?".
Era stravaccato su un divano, in compagnia di un tizio che, cancelliere presso una pretura, si spacciava per giudice, con le rispettive signore a dissertare su qualcosa accanto a un tavolinetto laterale.
Memore della passata esperienza, non avevo parlato: avevo picchiettato con l'indice sul polso sinistro portatore dell'orologio, come tacito invito a dare una controllata all'ora.
"Sì, sì, va bene, adesso finisce...", detto con sufficienza strafottente, quella stessa che invita, chiama, pretende, una pallottola non metaforica in mezzo agli occhi.
Aveva ritenuto offensivo il mio intervento, ritenendolo sminuitivo del suo censo nei confronti dell'illustre ospite. Arricchitosi con commercio e intrallazzi, dopo una giovinezza e un'adolescenza stentate, aveva fatta sua la poetica del Belli, pur senza conoscerlo, nella frase in seguito resa famosa da Sordi nella parte del Marchese del Grillo ("io sò io, e voi non siete un cazzo!").
Con comodo aveva imbrigliato la sua degna figlioletta, ed era finita lì.
Erano passati circa dieci anni: il suocero se n'era andato l'anno successivo lo strazio subito quella notte, a quel vicino avevo tolto il saluto per ben altri motivi, la strafottenza di allora era cresciuta, elevata a potenza anno dopo anno, della prepotenza aveva fatto virtù rendendosi inviso a tutto il quartiere.
C'era stato uno scontro verbale su qualche problema locale, e aveva colto l'occasione per rinfacciarmi il gesto "offensivo" di dieci anni prima, portando a ricordo quella notte: picchiettando con l'indice sul suo orologio da polso, imitando, con becero sarcasmo, il mio gesto di allora.
Le condizioni in cui era maturato erano state cancellate, l'ingiuria verso "io so' io..." era rimasta, indelebile in una mente bacata.
Il vaffanculo, all'epoca, non rientrava nel mio lessico abituale.
In assenza di una seconda ipotetica pallottola, diretta, stavolta, alle tonsille, mi ero limitato a mandarlo all'inferno.
Non ci è ancora arrivato.









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