lunedì 9 gennaio 2012

el Paris

Avviso ai naviganti: questo post è lungo, e se lo dico io potete crederci. Se avete di meglio da fare, fatelo, senza rimpianti; il prossimo sarà sicuramente, forse, più breve. Questo lo DEVO fare.

Qualche giorno dopo la morte dell'adsl, se n'è andato anche lui.
Ha chiuso gli occhi la sera per dormire e non li ha più riaperti.
Non so a cosa fosse dovuto il soprannome, el Paris: forse a una visita giovanile alla capitale francese, da lui ricordata e raccontata e ripetuta, al punto da trovarsene rivestito.
Era, a modo suo, quello che si dice 'un personaggio'.
La fidanzata aveva voluto che lo conoscessi, prima di convolare.
Era arrivato guidando un'Alfetta.
Non ne ricordo il colore complessivo, ma ero stato colpito dal lunotto posteriore, ragnatelato da un forellino che avrebbe potuto essere stato provocato da un attacco di pietrisco.
Ma anche la parte posteriore della vettura era bucherellata da forellini, delle stesse dimensioni, che, essendo le macchine ancora in metallo  (non in plastica ornitologica come adesso), escludevano l'offesa da pietrume, che ne avrebbe tamburellato la carrozzeria, senza peraltro bucarla.
Le pallottole sì.
A domanda specifica, mi aveva spiegato che a causa del suo 'lavoro' era sovente in contatto con gente in divisa e armata, i finanzieri di confine, i quali, a suo dire, prima sparavano e poi intimavano l'alt.
Comunque quel contatto seguiva canoni precisi e immutabili: lui in fuga e gli altri dietro.
Sempre a suo dire, sparacchiando a vanvera.
Il che non gli impediva, in tutte le più svariate occasioni, di sedersi al loro fianco, purché fossero in borghese e fuori servizio: cene e tombolate alle feste di fine d'anno, festa dei coscrini (non è un errore, là li chiamano proprio così), matrimoni, battesimi, feste comunali. Quando c'era da mangiare e soprattutto bere, diventavano tutti fratelli.
Contrabbandiere, senza nasconderlo, come buona parte dei suoi compaesani.
E senza vergognarsene; anzi, parlando delle sue operazioni traspariva un piacere sottile nel raccontare quelle andate a buon fine.
Spallone, prima con le sigarette e poi con i sacchi di lire in contanti, travasati al di là del confine, senza che nessuno sapesse, o volesse sapere, di chi fossero (chiaramente erano di operai della fiat e di pensionati, che mettevano al sicuro i loro risparmi; resta il mistero su come avessero fatto a raggranellare centinaia e centinaia di milioni, quando ufficialmente erano tutti poco meno che morti di fame. Secondo me, questi erano/sono i veri evasori, i tempi mi stanno dando ragione, e infatti adesso vengono giustamente ricercati e tartassati, direttamente e indirettamente. Altri, poverelli, nel tempo hanno imbracciato scudi vari, facendo rientrare dalla porta quello che avevano fatto gettare al di là della rete confinaria, addirittura momentaneamente osannati come salvatori della patria. Bancaria. Come oggi).
Ovviamente avevo consigliato alla ragazza di lasciar perdere, di interromprere una relazione che le avrebbe portato solo guai.
Altrettanto ovviamente lo aveva sposato.
Comunista fino al primo Berlinguer, non aveva accettato i suoi papocchi, le convergenze parallele non le aveva capite né tantomeno assimilate.
Era rimasto di sinistra, ma una sinistra strettamente personale, casereccia, semplice nei concetti, che piano piano era scivolata in una dichiarata contropolitica in generale, deluso e incazzato dagli sviluppi mai così schifosi della stessa.
In questo ampiamente supportato sia dalla moglie che da me.
Cacciatore, era uno dei nostri punti di disaccordo, archiviati nel tempo, visto che le sue posizioni e le mie non si smuovevano di un millimetro. Gli dicevo che avrei accettato lui cacciatore quando avessi visto la fauna armata di fucile, a rispondere per le rime ai suoi spari.
Dopo il matrimonio aveva, come s'usa dire, messo la testa a posto.
Aveva trovato un posto come trasportatore e viaggiava con un furgone di qua e di là dalla rete di confine, in modo regolare e senza sparatorie alle terga, anzi salutato dalle guardie al passo come si saluta un collega lavoratore.
Il suo contrabbando si era fermato alla stecca di sigarette per consumo personale.
Nei suoi viaggi, quando le visite in una certa zona glielo consentivano, si fermava a pranzare nella stessa trattoria: pasti, bevande e conto accettabili.
Quella trattoria era molto frequentata da artisti emergenti, pittori con le saccocce vuote e la testa piena di sogni, non ancora inquinati da drogaggi vari, che in seguito hanno creato la convinzione che senza questi 'incentivi' l'arte non esiste.
L'unica droga era la fame dello stomaco, tipica dei giovani, e per placarla, in assenza di quibus, lasciavano le loro opere in cambio dei pasti.
L'oste cercava di affibbiarli ai clienti 'facoltosi', intendendo per tali quelli che pagavano in contanti; el Paris di arte non s'intendeva, ma se i quadri gli piacevano li prendeva e se li portava a casa. Paesaggi, animali, nature morte: gli astratti o gli psichedelici lo lasciavano indifferente, non li capiva e non perdeva tempo a tentare di capirli.
Non gli piacevano, punto.
Quando lo andavo a trovare, soffermarmi un attimo di più a guatare uno di questi quadri significava ritrovarmelo in macchina alla partenza.
Sono ancora appesi ai muri di casa mia.
Un paese piccolo, meno di 1500 anime, secondo me compresi conigli e galline, cani e gatti; sempre secondo me, ci contavano pure i cavalli delle macchine, pur di dare maggior peso al plesso comunale.
Nonostante il minimal abitativo c'è una bocciofila, c'è un velo-club che 'istiga' i ragazzini a qualcosa di più verace che altre purtroppo ben note alternative.
Era presente in tutte queste espressioni di vita paesana.
Sul ciclismo ci sbavava: non c'era manifestazione che lo vedesse assente.
Ma anche qui, come per il comunismo vecchia maniera, le delusioni per le distorsioni del fatto sportivo a favore di fatti giudiziari lo avevano ammosciato. Era rimasta immutata la passione per i giovani virgulti, che con il velo-club continuava a seguire.
Non aveva 'fatto' il militare; mi è sembrato di capire che ci fosse una qualche norma di esenzione per i lavoratori frontalieri. A quanto pare anche il suo 'lavoro' rientrava nella lista. Sono informazioni di parte, forse non vere, ma non mi importavano né il perché né il percome avesse evitato la leva, che già essendo allora obbligatoria (e perseguita manco fossimo stati in guerra) cozzava contro la mia visione della parolina 'libertà'.
Nonostante la mancanza sul bavero di mostrine, stellette, lasagne, fiammelle e quant'altro denota il militarizzato, un'altra sua passione erano i raduni degli alpini. Non ne condivideva gli ideali, anzi manco li conosceva, e se li avesse conosciuti non li avrebbe proprio 'cagati', come si dice a fil di terra: gli piaceva, invece, condividere i bottiglioni, i cinque litri e le damigiane, i fiumi di vino, caratteristica di queste riunioni.
Notti all'addiaccio, un cappello con la penna nera racimolato, il 'sangue' delle bottiglie e la baldoria lo mandavano in sollucchero, e si teneva sempre informato sui raduni successivi per farci coincidere ferie o giorni di riposo.
La sera, al rientro dal lavoro (quello ultimo; prima del matrimonio la sera era mattino, poiché il suo orario di lavoro era sempre notturno, e la mattina diventava sera), prima di rientrare a casa faceva il giro delle 'cappelle', l'avevamo chiamata la sua 'via crucis': tutti, e non un generico 'tutti' ma veramente tutti, i bar della zona ricevevano il suo 'buona sera', e un bianchetto in ciascuno dei locali visitati era il viatico per arrivare al successivo, per portare poi la sua 'croce' fino a casa.
Mi sentivo con la moglie per telefono, lui regolarmente assente; da anni l'avevamo messa sul ridere: el Paris? tra poco dovrebbe arrivare, avrà ancora la cappella del Carletto da visitare...
Altra passione: la grappa fatta in casa.
In cantina alambicchi e contenitori di rame. Una volta gliene era scoppiato uno, l'essersi salvato è la prova provata che esiste un dio grappino che protegge i suoi fedeli.
Faceva una grappa un po' grezza per i miei gusti, ma non potevo esimermi dall'assaggiarla quando andavo a casa sua. Come non potevo, come ospite, permettermi di criticarla. C'è stato un tempo che obbligavano a bere un olio, di ricino, e guai a dire che faceva schifo, erano bastonate. Ecco, la sua grappa, al confronto, era sorseggiabile.
Pochi mesi fa, portando la moglie in ospedale per una frattura al polso, dopo un po' di visite, si era fatto convincere da un medico a fare degli esami, per controllare che tutto l'ambaradan fosse a posto ed eventualmente intervenire se qualche bullone fosse risultato allentato o arrugginito.
Aveva frequentato gli ospedali solo per visite ad altri, la madre, i fratelli, qualche nipote; per sé li aveva sempre evitati. Diceva: è cosa buona che ci siano, ma sono come i carabinieri (nel suo specifico i finanzieri, anche se riteneva deleteria la presenza di questi ultimi), ma più ci stai lontano meglio è.
Esami di routine: sangue e urine.
Avrebbero dovuto evidenziare eventuali anomalie nei trigliceridi, nel colesterolo, nella glicemia...
Evidentemente avevano invece evidenziato altro, che aveva richiesto un RX torace mirato.
Tumore al polmone.
Ho parlato prima della convinzione dell'esistenza di un dio grappino; altrettanta convinzione esprimo per l'assenza di un dio esculapio che aiuti le scelte dei medici, quando scelgono il modo di comunicare una diagnosi, soprattutto quando questa diagnosi è una sentenza.
E li fulminasse, se la loro decisione appare errata.
Il primario lo aveva portato in camera caritatis, e gli aveva detto: a) tumore non operabile, b) non opportune chemio o radio terapie che avrebbero debilitato l'organismo aggravando la situazione, c) che tirasse a campare.
Lo aveva detto a un colosso, ignorando la possibilità che avesse i piedi d'argilla.
Non più tardi del giorno dopo mi ero sentito con lui, e avevo avuto l'impressione di un discreto assorbimento della notizia, con una vaga punta di fatalismo.
"Te volet... l'è inscì... l'è la vida... anca i me fradei sun mort par chel mal lì...".
Aveva tenuto su questa linea per una quindicina di giorni.
Poi il vento era cambiato.
"Go chi el fusil... 'na bota e bon, tuc finì...".
Avevo raccomandato alla moglie di chiudere l'armadio dei fucili e nascondere la chiave. Non potevo e non sapevo fare altro.
Pagherei non so cosa per sapere cosa dire a una persona che sta per morire e non può far nulla per ritardare l'evento.
Non potrò mai sapere 'quanto' un'informazione così cruda abbia influito nell'abbreviare il suo viaggio, ma sono certo che ha avuto un peso non indifferente.
Aveva smesso di mangiare, fargli ingoiare un po' di minestrina era una battaglia, se ne stava giornate intere sdraiato sul divano, gli occhi al soffitto, fingendo di dormire; fingendo, ma non troppo, di pensare.
Chiedersi a cosa sarebbe pleonastico.
Aveva cessato la via crucis dei bar e l'aveva trasferita in casa.
Ai primi di novembre, la moglie, nel nostro parlare telefonico, si era fatta sfuggire di avere iniziato la somministrazione di ossigeno.
A metà dello stesso mese, era andato a letto, non più per dormire.


Era el Paris, marito di mia sorella, mio cognato.


  


17 commenti:

  1. Chiedersi il perchè è invano, Gatto.
    Lo hai decritto come lui era,come lui voleva.
    Mi lasci senza parole, Gatto, perchè difronte alla certezza d'una morte a breve, non c'è pensiero o sonno che non si confonda nel bianco d'un soffitto!
    Non mi sento d'aggiunger altro. Il tuo racconto è un racconto di vita e non di morte!
    T'abbraccio
    Elisena

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  2. Alla fine, però pareva anche fin troppo corto il post, un'accelerazione verso il finale che non si vorrebbe leggere.
    Mi dispiace.. un abbraccio.

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  3. Non lo so perchè, non ne capisco il senso ma spesso mi ritrovo a pensare che averci dato la consapevolezza del dolore e la morte, insieme, è stato davvero un brutto regalo. Mi spiace gatto, davvero

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  4. il tuo post (che scivola via fino alla fine anche troppo in fretta, altro che lungo!) mi lascia senza parole. Una persona molto cara, a metà del mese scorso, ha fatto esami di routine. La sentenza è stata la stessa di tuo cognato, ma i medici hanno avuto il tatto di dirlo solo ai suoi familiari. Qualche giorno fa, fulminea e scioccante quanto la notizia della malattia, è giunta la sua scomparsa. I medici, caro Pietro, dovrebbero ricordare che anche loro, prima del cinismo acquisito per il contatto quotidiano con la malattia e le sofferenze, erano delle persone spaventate dall'idea della morte e non dovrebbero perdere l'umanità che può fare la differenza nella comunicazione con un paziente. Ti sono molto vicina.

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    1. Il dubbio è che il cinismo di quel medico ne abbia accelerato la fine, spingendolo a una forma di depressione. Può essere che le cose sarebbero andate nello stesso modo e con gli stessi tempi, ma, senza controprova, resto del parere che quel medico abbia sbagliato.

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  5. Una storia coinvolgente come può esserlo solo una storia vera.
    Sul comunicare la diagnosi o meno... mah.
    Quando successe a noi, dissi alla dottoressa: "ok, adesso la facciamo entrare e glielo ripete perchè non offenderò l'intelligenza di mia moglie facendole credere che la chemio sia sia un ricostituente".
    Comunque lasciarono la decisione a me.
    La fine è stata la stessa, 3 mesi oggi, tra le mie braccia.
    Abbraccia tua sorella per me.

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    1. Stefano, vale la risposta a Turista.
      L'abbraccio lo farò telefonico, poiché non so quando potrò incontrarla. La situazione di Angela mi tiene ancorato qui, e non ci sono ponti o vacanze che mi consentano di allontanarmi.
      Grazie e ciao.

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  6. Il "Colosso dai piedi di argilla"
    ..dopo aver letto il tuo lungo bellissimo racconto ho capito che in quelle parole c'è tutto tuo cognato.
    Vita intensa la sua..fino all'ultimo istante.
    Riposi in pace ora.

    Un abbraccio Pie' :)

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    1. In effetti era un po' bauscia: gonfiava e colorava le sue avventure per renderle più appetitose, sapendo di trovare terreno fertile nella mia curiosità.

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  7. soprattutto nei paesini ci sono quelle persone che pensi non debbano scomparire mai.
    Ricordo ad esempio un mio compaesano che aveva trovato il modo per vangare velocemente l'orto con la dinamite (cosa che i carabinieri sembravano non aver gradito molto)
    Purtroppo anche quelle persone prima o poi scompaiono
    e ti mancano

    un abbraccio

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  8. La parte iniziale del racconto mi ha riportato a vicende di frontiera delle mie parti, che mi ero quasi dimenticato.

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    1. Lontani da quell'ambiente erano (sono) considerati mezzi delinquenti. Conoscendoli da vicino tifavo per lui (per loro) anziché per i finanzieri, che ritenevo difendessero non i confini ma interessi fiscali dello Stato; e sparare alle persone per difendere questi interessi mi sembrava, a dir poco, assurdo. A dire un po' di più, criminale.

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  9. Forse preferirei che offendessero la mia intelligenza. Non sono così coraggioso.

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  10. Dire che mi dispiace è l'unica cosa che trovo sensata.
    Ciao Gatto, stringi i denti

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  11. ho letto tutto d'un fiato.
    certe vite sembrano trasposizioni di romanzi.
    e più di questo non so esattamente che scrivere, quindi mi astengo.

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  12. Lasciando ogni altro commento superfluo,
    un po' lungo, forse si; ma ne è valsa la pena.

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