Due-parole-due sul prossimo referendum

Fra non molto, 22-23 marzo prossimi, siamo invitati a recarci alle urne per dire un Sì o un No a un quesito referendario, ufficialmente riguardante la giustizia, la separazione delle carriere di giudice e di pubblico ministero.
Un referendum che solo gli addetti capiscono; e neanche tutti.
Da parte del governo, che lo ha indetto, si insiste a chiarire che, qualunque sia il risultato, questo non intaccherà la compagine governativa, che arriverà alla fine del mandato, proseguendo nella raccolta degli ottimi, favolosi, risultati fin qui raggiunti. Ipse dixit!, intanto invitando a un SI convinto, ma soprattutto compatto.
A sinistra si dichiara che, in effetti, non di un referendum contro il governo si tratta, ma di una battaglia contro il rischio di subalternità dei giudici al potere legislativo. Che, qualunque sia il risultato, mai e poi mai la vittoria del NO sarebbe presa come un giudizio di merito avverso il governo, che per ben altre magagne finirà comunque abbattuto. Ipse dixit! anche da parte loro, delle varie sinistre, intendo.

Sono ignorante, lo confesso, nel senso che ignoro le motivazioni di fondo di questo referendum. E mi piace credere che la più parte dei cittadini chiamati al voto lo sia, quasi al pari mio.
Come un po' tutti, mi sono fatto un'idea personale che non chiedo sia condivisa. Ed è questa idea che propongo, anche se può apparire balzana. 
Trattandosi di referendum 'confermativo' non è previsto un quorum, ossia la percentuale minima del 50%+1 richiesta per i referendum 'abrogativi'. Non mi dilungo su questa differenza che so essere già a conoscenza di (quasi) tutti.
Apparentemente salto di palo in frasca: nei precedenti referendum, ma soprattutto nelle elezioni in generale, la percentuale effettiva dei votanti è in un calando impressionante, tanto che è oggetto di dibattiti e domande sui perché ciò avviene. 
A seconda del tipo di elezioni la risposta è chiara, ma questo crescente disamore viene catalogato come poco pertinente: chi non va a votare, in buona parte, lo fa perché stanco di essere preso in giro da ciascun prescelto in precedenza. Non è più questione di destre o sinistre: la gente, avendo votato per queste e per quelle, ha provato sulla propria pelle l'inutilità del voto; si sente presa in giro da promesse mai da nessuno mantenute, talvolta raccontate come traguardi raggiunti.
L'astensionismo è, giustamente, ritenuto una piaga, un'offesa alla democrazia, che richiede(rebbe) un'adesione corale all'amministrazione del bene comune. Punto.
Bene, in questo referendum l'astensionismo è visto in duplice lettura: auspicato da chi lo ha proposto e deprecato dalla parte avversa.
Parto dal presupposto che non di referendum si tratta ma di 'sondaggio'. 

Mettiamo che 'vinca' il SI: non sarebbe il voto sui giudici a soddisfare il governo; credo che la furia messa nel propugnare questa riforma sia solo uno specchietto per le allodole, in realtà l'esito del referendum può interessare, ma non più di tanto, anzi interesserebbe, sì, ma "fino a un certo punto" (cit.).
Credo, invece, che il 'sondaggio' apra la strada ad un altro proposito, di ben più ampio peso e consistenza. La vittoria del SI è la chiave di accesso alla Costituzione, in vista di quello che sarà immediatamente ri-messo in cantiere: il premierato. Che è stato il primo punto che l'attuale maggioranza si è preposta di raggiungere, tutti gli altri a fare da contorno a questo piatto forte.
Una prova generale, un sondaggio a spese della collettività, non inficiato dagli interessi terzi che sempre rendono questi poco attendibili.

Quindi, checché se ne dica (da parte del governo e delle opposizioni) il voto al referendum non è fine a sé stesso. Il voto a questo referendum è in realtà un sondaggio, una conta di quanti in seguito saranno protagonisti di ben altro agone. L'astensione sarà una parte importante di questa cernita. Votando SI non si accetta soltanto la modifica della magistratura, votando SI si accetta supinamente lo scardinamento della Costituzione stessa.
L'assenza del quorum (già di per sé assurda, visto che va a toccare il caposaldo della nostra democrazia) è un invito a nozze per chi dalle urne già rifugge per partito preso e ragioni le più varie.
Nel caso, affatto improbabile, che l'astensione superi abbondantemente il 50% si verrà a creare una situazione che vedrà una minoranza di votanti divenire maggioranza de facto nel decidere il futuro non della giustizia ma del Paese.
La vittoria del SI, depurata dal voto astensivo, dirà al governo su quanta forza potrà contare quando sarà rimesso in cantiere il premierato. Facile pensare che questo seguirà l'identico percorso di questo referendum: in assenza del numero richiesto per la modifica costituzionale, sarà fatta una simil-legge per l'approvazione della quale si dovrà fare ricorso a un nuovo referendum.
Senza quorum, trattandosi di referendum confermativo, con una maggioranza compatta (ancorché affatto coesa) contro minoranze che avanzano in ordine sparso il risultato è quasi certo. Indicativo il fatto che in questo referendum, a sostegno del SI vanno in soccorso al quasi certo vincitore alcune fette che di sinistra hanno solo il corpetto.
Della vicenda sui giudici frega poco ai diretti interessati e frega del tutto alle genti di strada: il 'sondaggio' referendario dirà il futuro di un Paese che del 1922 non ha più memoria.

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