Una storia calabrese (prima parte)

Anno Domini 1981, dicembre.
 
Non era ancora 'sceso' in politica l'ormai mitico, nel bene e nel male, Silvio Berlusconi, anzi credo che avesse appena iniziato il suo cammino di successi che lo ha portato all'Olimpo terreno prima di avviarlo a quello eterno. La sua scesa è passata alla Storia, con ben altro destino di quella sulle fiancate di alcuni scuolabus (scesa bambini) come invito a una maggiore attenzione verso altri mezzi in transito.
La mia scesa è avvenuta in sordina, ai primi di dicembre di quell'A.D. 1981, quando avevo messo piede in Calabria non più per i periodi feriali, come nei dieci anni precedenti, ma per diventare cittadino calabrese, stanziale, prossimo indigeno. Ero giusto a metà del cammin della mia vita, ma allora non lo sapevo.
Avevo un  piano abbastanza chiaro su quello che avrei voluto fare per sistemarmi al meglio e, nel contempo, sistemare i suoceri, già anziani e malmessi in salute, e la cognata, che li accudiva amorevolmente, pur nella sua ancora giovane età. Abitavano in una casa definibile tale solo con molta fantasia, in affitto, con un padrone di casa scorbutico e pretenzioso. Mancava un po' l'entusiamo di mia moglie, da subito restìa a un ritorno alle origini che, per il vissuto in altre realtà, avrebbe volentieri accantonato. Fermi restando gli sporadici rientri per le vacanze estive o i ponti lunghi in corso d'anno.

Una delle priorità che mi ero prefisso era la ricerca di una casa che doveva avere alcune caratteristiche imprescindibili: doveva essere abbastanza ampia da dare ostello a cinque persone, di cui due abbondantemente adulte, due ancora in via di maturazione e una poco più che ragazzina; inoltre quell'abitazione avrebbe dovuto avere un giardino, anche piccolo, che sarebbe stato il regno della suocera; e doveva avere un magazzinetto in cui il suocero potesse sbizzarrirsi nei suoi lavoretti manuali. 
Non chiedevo la luna, solo queste tre cosette.
Memore dell'esperienza negativa della vita in condominio, sognavo una casa singola che avesse le caratteristiche dette; non una villa, una casetta semplice che non avesse la croce di abitanti sulla nostra testa, tutto lì...
Il tutto sarebbe dovuto entrare in un badget ben delineato, sia per i versamenti immediati di caparra che per la dilazione di quanto rimanente da versare. Per una (mala) educazione ricevuta ho sempre odiato i pagamenti dilazionati, ancora di più se questi fossero emessi da me, ma in questo caso non avevo la possibilità di rifiutarne l'uso. Oltre alle tre voci prima citate, ce n'era un'altra, tutta da discutere: nelle dilazioni ho sempre mal digerito gli interessi, quella fettina di costo che ben si sposa al capitale iniziale in ogni transazione commerciale.
Il tutto appariva leggermente utopico, si sarebbe potuto avverare solo in un paese in via di sviluppo, meglio se frenetico. E la Calabria, in quel periodo, aveva tutte le caratteristiche per esserlo. La Calabria alto tirrenica, poi, era tutto un cantiere edile, con i terreni agricoli divenuti dall'oggi al domani aree fabbricabili, con la nascita di borgate marine senza alcuna programmazione, senza la minima conoscenza di quanto solo in seguito avrebbe segnato negativamente tutto il territorio. Prima fra tutte, per dire, la previsione di una rete fognaria che aggirasse gli scarichi a mare dei rifiuti umani... e la previsione, nel costruire, di spazi di parcheggio per ciascun nuovo manufatto... Sia per i primi che per i secondi le leggi erano già in vigore, regolarmente ignorate in nome di uno sviluppo che in quel periodo appariva come unica fonte di lavoro e di ricchezza per tutti.

Il fratello di mia moglie, che conosceva tutte queste mie esigenze, aveva insistito che parlassi con un tizio che stava costruendo un palazzotto e che, essendo ancora all'inizio della costruzione, magari avrebbe accettato di valutare la possibilità di accontentarmi, per quanto possibile. 
In precedenza avevo visitato alcuni cantieri per capire se ci fossero possibilità di acquisto alle mie condizioni. I più erano mini alloggi, prettamente creati per una cessione al turismo che solo allora si affacciava a quelle zone. Altri, in palazzi vecchi, costruiti in pietra e calce, avevano adeguato i costi guardando in faccia i possibili acquirenti; se fino al giorno prima c'era un prezzo valevole per i compaesani, il giorno successivo veniva caricato di un buon 25/30% in più, senza alcun pudore, ché gli stranieri dovevano pagare dazio... ed erano fior di milioni.
Verso metà mese avevo incontrato questo costruttore, gli avevo spiegato in maniera dettagliata quello che mi serviva e lui si era mostrato interessato, sia alle mie richieste che all'importo della caparra che ero in grado di versargli. La sua costruzione era ancora un rustico, pilastri e solette davano una vaga idea di quello che sarebbero stati gli alloggi, una volta terminati. La mia caparra gli avrebbe consentito l'avanzamento dei lavori, quasi fermi nell'attesa del mutuo richiesto alla banca locale.
Detto fatto, al 31 dicembre avevamo firmato il compromesso, sia per quello che lui mi offriva che per quello che gli avrei versato, in acconto e a saldo. 
La sua offerta consisteva in un'ampia struttura lato mare, un magazzinetto e un piccolo giardino, adiacenti l'abitazione e con immediato accesso da questa. Era tutto grezzo, con mio cognato avevamo segnato con mattoni a terra la disposizione e la misura delle varie stanze, con l'unico vincolo dei due bagni che, come logico, sarebbero stati collegati alle colonne comuni.
Per parte mia avevo un gruzzoletto da parte che avrei versato come acconto, con l'impegno suo a procedere da subito alla sistemazione del nostro alloggio, con una previsione di consegna per luglio del nuovo anno. Come detto, ho sempre avuto in uggia gli interessi bancari, mi ero fatto un conto approssimativo su quanto gli avrei versato mensilmente fino a saldo di quanto concordato. Senza interessi e iniziando il pagamento rateale nell'anno successivo. Anche lui si era fatto i suoi conti e aveva accettato.
Il 2 luglio di quell'anno avevamo portato i mobili nella nostra nuova casa; nuova in tutti i sensi. 
Nel frattempo il fratello di mia moglie era passato a miglior vita a causa di un incidente sul lavoro. Al di là del dolore per la perdita parentale, avevo perso l'unico punto di riferimento locale di cui mi fidassi.
A fine '83 avevamo registrato l'atto presso un notaio, di cui il costruttore era abituale cliente. Tutto in regola, nessun ostacolo alla registrazione, prendeva atto del pagamento avvenuto e l'alloggio con le sue pertinenze erano divenuti nostra proprietà. Mancava un anno al saldo fisico, ma il costruttore ci aveva valutato per quello che eravamo: persone oneste, quelle di un tempo, per le quali le firme erano espressione superflua in presenza di una stretta di mano.
Un anno dopo anche il suocero ci aveva lasciati. Così ero rimasto solo a "combattere" con tre donne a carico.

Qui finisce la prima parte di questo racconto. Un po' noioso, forse, una storia comune a tante altre persone, nulla di eccezionale. Storia che, probabilmente, non avrei neanche iniziato a raccontare se non avesse un seguito un po' più vivace e ancora in una fase di sviluppo di cui non è prevedibile la fine. 






 

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