lunedì 30 gennaio 2012

Un paradosso

Letti i commenti al post "Aspettando" e a tutti quelli precedenti, ero partito in quarta a controcommentare.
Mi sono accorto però che avrei esaurito un dizionario, un sussidiario, un'enciclopedia, senza peraltro riuscire a dare risposte che mi dessero la certezza di avere dato il giusto dovuto a tutti e a ciascuno di voi.
Ho pensato bene di affidarmi direttamente al blog (un po' come i messaggi a reti unificate dei vari presidenti, che una sera ogni tanto allietano le nostre serate televisive, come se gli spot quotidiani non bastassero).
Mano a mano che leggevo i vostri commenti, le vostre parole, i vostri incoraggiamenti, i vostri (immeritati) apprezzamenti, i vostri abbracci, i vostri baci, mi sono reso conto che qualcosa non quadrava.
Acclarato, accertato, appurato, indiscutibilmente certo, che sono sfigato, soprattutto nel corso dell'ultimo anno testé trascorso, una domanda mi è frullata e rifrullata nel cervello.

Può uno dichiaratamente sfigato, o jellato che dir si voglia, essere nel contempo fortunato?


Più o meno scientificamente: NO.
Paradossalmente: SI'.

Se la sfiga (continuo a chiamarla così poiché mi dà un senso di pienezza della sfortuna, senza capirne bene il perché) ti porta in casa tante persone che, senza essere parenti e neanche conoscenti, ti sorreggono, ti spingono, ti mandano abbracci carezze baci, ti offrono un fazzoletto per asciugare le lacrime, ti danno (impropriamente) del 'coraggioso', ecc...
Beh, voglio dirvi che, messe su una bilancia le due versioni, sfiga/fortuna, alla fine vince la fortuna.
Anche perché la sfiga ci sarebbe comunque.
Con la speranza che se ne vada, dove vuole, ma lontana da me.
Non vi conosco, se non vagamente attraverso i vostri blog.
Come forse voi fate con me, di voi tento di fare un profilo, anche fisico, sicuramente psicologico, per cercare di capire chi sta dietro la miriade di pseudonimi o avatar.
Ufficialmente siete insegnanti, scrittori, studenti, casalinghe, gente di penna, o di tasto, cui piace semplicemente esternare, dare e leggere emozioni, comunicare...
Dietro questo potete (possiamo) essere di tutto.
Escludendo che siate politici, potreste anche essere il peggio dell'umanità, ma avete tutti un cuore troppo grande per esserlo.
Escludendo che siate male persone, sia chiaro, non politici, che comunque non bazzicano i blog, ben sapendo che le legnate (pur virtuali) li storpierebbero vita natural durante.
Ecco, con l'enciclopedia sotto braccio, vi dico urbi et orbi et azzoppati: grazie.
Con una piccola aggiunta, che si riferisce non al "coraggio" in sè, ma al "coraggioso" di cui ogni tanto vengo ammantato: continuo a essere convinto che è coraggioso chi, avendo una possibilità di scelta, opta per quella meno sicura, meno comoda, ma più eticamente giusta.
Quando questa possibilità di scelta non c'è, ci si adegua, e il magone perenne che ho nel cuore, nello stomaco, in tutto me stesso, è la chiara indicazione di una paura che non può far parte del bagaglio di un coraggioso.
Un incrocio tra gatto e coniglio, in pratica un gattiglio.


domenica 29 gennaio 2012

Aspettando

Oggi, un anno fa

Era entrata in casa come una furia,
in una mano teneva una falce,
se nell'altra avesse avuto un martello
l'avrei accolta come un'amica,
come una compagna, come una sorella.
Invece sul braccio aveva un lenzuolo,
piegato per bene, come un tovagliolo,
ma era un sudario, e cercava un viso
su cui stenderlo per il riposo eterno.
Forse spiazzata dalla nostra presenza,
aveva guardato, e si era accomodata.
Aspettando.
Nulla è più paziente della morte,
aspetta, sa che il tempo non ha età.
Si era messa in disparte, quasi assente,
ma aveva seguito tutto, attentamente.
Aveva fatto il possibile per impedire
interventi che la potessero fermare.
Zitta, come non fosse presente.
Aspettando.
Si era fermata nella stanza,
l'aveva seguita nell'ambulanza,
era presente in sala operatoria,
non l'aveva lasciata nel letto di degenza.
Ogni tanto accarezzava quella lama,
arrugginita dal troppo lavorare,
la carezzava come fosse una bambina,
trepidante nell'attesa d'una vittima.
Aspettando.
Ore, giorni, settimane, mesi di attesa
l'avevano convinta a rimandare
lo stop a una vita ancor da completare;
aveva rinunciato, non c'era più l'attesa.
Andandosene, le aveva fatto una carezza,
"Non è ancora l'ora", aveva detto.
Ma con quella carezza
aveva chiuso anche un sipario:
"La commedia è finita, hai avuto la vita,
 ma da oggi la tua sarà un'altra vita".
Aspettando.

Oggi, un anno dopo
Lei mi guarda, mi parla, mi sorride,
ma perché, mi domando,
pur se mi guarda, pur mi  parla, pur se mi sorride,
io piango?

domenica 22 gennaio 2012

Intervallo

Guardo Angela,
i miei occhi fissi nei suoi.
"Perché mi guardi?".
"Perché sei bella".
"Vaffanculo".

Il bacio non ha più l'esclusiva
come elidente
nella parola t'amo.

venerdì 20 gennaio 2012

C'è di peggio

Avevo abbandonato l'idea di parlarne, poiché il troppo alla fine stroppia.
E questo 2011 mi ha stroppiato, fino ad averne nausea perfino a parlarne ancora.
Un articolo su LIBERALVOX di ieri, 19 gennaio, titolato "Batteria scarica. La macchina non parte", descrive molto bene il disappunto, talvolta l'angoscia, di una panne improvvisa che ti mette in ginocchio, soprattutto se capita in un momento in cui l'uso della vettura è urgente ed indispensabile.
E dà consigli sui possibili interventi per rimetterla in moto.
Ho commentato: "C'è di peggio", rimandando a questo post in cosa consista questo 'peggio'.
Torno all'ultimo Natale.
Proprio al giorno di Natale.
Nei giorni precedenti questa festività, avevamo pensato (Elena, Roberta ed io) di prelevare Angela dalla struttura di ricovero e portarcela a casa, per un pranzo tutti insieme e per un pomeriggio in compagnia fuori dall'ambiente assistenziale.
Avevamo concordato tutto, con tutti; la psicologa era particolarmente interessata alle reazioni del ritorno nell'ambiente familiare, foss'anche per una sola giornata.
L'avrebbero preparata per l'uscita verso le 10/10,30 del mattino di quel giorno.
Natale: Elena aveva preparato un pranzo speciale, fatto di cose che Angela un tempo avrebbe divorato (in un tempo in cui la cucina era il suo regno).
Eravamo partiti in orario, facendo un piccolo errore: avevamo preso le chiavi della macchina piccola (una C1 Citroen), e, visto che il tempo sembrava discreto, per non tornare a cambiarle, ci eravamo avviati con quella.
Da casa nostra alla struttura di Angela c'è tutta una serie di viadotti a superare vallate, una appresso all'altra; e in queste vallate tira in continuazione vento, che investe le fiancate delle vetture, fino a farle sbandare quando è particolarmente forte; e ogni tanto a far coricare sulla carreggiata camion, anche di grandi dimensioni.
Alla partenza, da noi era tutto quasi fermo, solo una leggera brezzolina che non ci aveva allarmato più di tanto.
All'uscita di un paio di gallerie avevamo notato che il vento si era fatto forte, ma ne avevamo sottovalutato la violenza.
Ma all'approssimarsi di un paio di ponti più lunghi, col vento sempre più impetuoso e la vettura traballante sotto la sua spinta, avevamo deciso di fare una deviazione, che ci avrebbe consentito di evitare quei ponti passando da una strada più lunga, che correva a ridosso delle colline, fino a passarci sotto e trovarci poi in pieno paese.
Era una deviazione da sempre usata anche dai mezzi pesanti che volevano evitare la trappola di quei viadotti. Ed aveva sempre dato una buona copertura.
A Natale, questo Natale, no: ci siamo trovati in mulinelli di vento, in una strada che dopo ogni tornante ce li faceva trovare più impetuosi.
Avanzavamo marciando sulla sinistra, nel tentativo di trovare un po' di riparo sotto la collina; la destra la evitavamo anche per via dei guard-rail molto bassi, dovuti alla classificazione di strada secondaria, nel timore che ogni colpo di vento fosse quello buono per farci volare nella profonda scarpata sottostante.
Senza girarci troppo intorno: eravamo terrorizzati.
Arrivati proprio sotto il ponte più lungo, avevamo deciso di rinunciare a prelevare Angela, preoccupati di riuscire a fare inversione e tornare indietro.
Avevo fermato la macchina, spegnendo il motore, e, col pianto nell'anima, avevo telefonato per annullare l'appuntamento con Angela. Avevamo da subito pensato al rinvio a Capodanno.
All'avvio, la macchina aveva risposto picche: batteria morta.
E vento sempre più violento.
E neanche un mezzo di passaggio cui chiedere soccorso.
Avevo telefonato a Roberta, che era rimasta a casa in attesa del nostro ritorno, chiedendo il numero di un autosoccorso in zona.
Era Natale: fuori servizio.
Avevo chiamato il 116: numero inesistente.
Il 115: non abilitati a questi interventi, chiamare l'800.116.
Non avendone, per fortuna, mai avuto bisogno, ero fermo al vecchio 116, ora modificato; bene, 800.116: inesistente.
Provo col 113: mi passano il numero del soccorso stradale, 803.116.
Nel frattempo Roberta da casa aveva avvisato un nipote, indicandogli, più o meno, dove eravamo in panne, ma senza specificare di che guasto si trattasse.
Con le speranze ormai al lumicino, avevo chiamato l'803.116, e finalmente avevo avuto un riscontro di interesse al problema.
"E' socio ACI?".
Non lo sono.
"Già solo l'uscita le costerà 120 euro, oltre il costo dell'intervento o il traino".
Il classico: mangia 'sta minestra...
Mentre davo l'adesione al soccorso, era arrivato il nipote, con una macchina più massiccia; senza cavi per un avvio in congiunzione.
Che comunque non saremmo riusciti a piazzare: come ridere, all'apertura del cofano motore, se lo sarebbe portato via, altro che collegamento.
Avevo deciso di lasciare la macchina dov'era, che andasse al diavolo, l'importante era toglierci da quel guano.
Tolti i documenti, ci eravamo trasferiti sulla macchina del nipote, camminando quasi carponi, e aprendo con la forza le portiere, anch'esse a rischio di decollo.
Il pranzo si era poi ridotto a uno sbocconcellare malinconico; avremmo dovuto essere in quattro a ballare l'hully-gully, eravamo rimasti in tre, e avendo 'ballato' veramente nelle tre ore precedenti, non avevamo più voglia di zompare.
Al pomeriggio ancora a vuoto il tentativo di andare da Angela.
All'indomani ero tornato alla macchina insieme al nipote, con i cavi e una batteria nuova.
Vento sempre fortissimo.
Il collegamento dei cavi era andato a vuoto, io aggrappato al cofano per tenerlo ancorato, evidentemente la batteria non era moribonda, era proprio defuntissima.
Cambio batteria nelle stesse condizioni, e rientro a casa con i due mezzi.
Lo stesso pomeriggio, nella visita ad Angela: non aveva protestato con noi per la mancata visita del giorno precedente, ma la coltellata ce la siamo presa ugualmente.
Il giorno prima, nel prepararla, le avevano detto che saremmo andati a prenderla, che doveva farsi trovare bella e pronta.
Saltato l'incontro, il suo commento era stato: "Ma tanto lo sapevo che non sarebbero venuti a prendermi".
Dopo circa 150 giorni era il primo giorno che mancavo di andarla a trovare.
Ma era Natale, e il mio cuore ha pianto.

lunedì 9 gennaio 2012

el Paris

Avviso ai naviganti: questo post è lungo, e se lo dico io potete crederci. Se avete di meglio da fare, fatelo, senza rimpianti; il prossimo sarà sicuramente, forse, più breve. Questo lo DEVO fare.

Qualche giorno dopo la morte dell'adsl, se n'è andato anche lui.
Ha chiuso gli occhi la sera per dormire e non li ha più riaperti.
Non so a cosa fosse dovuto il soprannome, el Paris: forse a una visita giovanile alla capitale francese, da lui ricordata e raccontata e ripetuta, al punto da trovarsene rivestito.
Era, a modo suo, quello che si dice 'un personaggio'.
La fidanzata aveva voluto che lo conoscessi, prima di convolare.
Era arrivato guidando un'Alfetta.
Non ne ricordo il colore complessivo, ma ero stato colpito dal lunotto posteriore, ragnatelato da un forellino che avrebbe potuto essere stato provocato da un attacco di pietrisco.
Ma anche la parte posteriore della vettura era bucherellata da forellini, delle stesse dimensioni, che, essendo le macchine ancora in metallo  (non in plastica ornitologica come adesso), escludevano l'offesa da pietrume, che ne avrebbe tamburellato la carrozzeria, senza peraltro bucarla.
Le pallottole sì.
A domanda specifica, mi aveva spiegato che a causa del suo 'lavoro' era sovente in contatto con gente in divisa e armata, i finanzieri di confine, i quali, a suo dire, prima sparavano e poi intimavano l'alt.
Comunque quel contatto seguiva canoni precisi e immutabili: lui in fuga e gli altri dietro.
Sempre a suo dire, sparacchiando a vanvera.
Il che non gli impediva, in tutte le più svariate occasioni, di sedersi al loro fianco, purché fossero in borghese e fuori servizio: cene e tombolate alle feste di fine d'anno, festa dei coscrini (non è un errore, là li chiamano proprio così), matrimoni, battesimi, feste comunali. Quando c'era da mangiare e soprattutto bere, diventavano tutti fratelli.
Contrabbandiere, senza nasconderlo, come buona parte dei suoi compaesani.
E senza vergognarsene; anzi, parlando delle sue operazioni traspariva un piacere sottile nel raccontare quelle andate a buon fine.
Spallone, prima con le sigarette e poi con i sacchi di lire in contanti, travasati al di là del confine, senza che nessuno sapesse, o volesse sapere, di chi fossero (chiaramente erano di operai della fiat e di pensionati, che mettevano al sicuro i loro risparmi; resta il mistero su come avessero fatto a raggranellare centinaia e centinaia di milioni, quando ufficialmente erano tutti poco meno che morti di fame. Secondo me, questi erano/sono i veri evasori, i tempi mi stanno dando ragione, e infatti adesso vengono giustamente ricercati e tartassati, direttamente e indirettamente. Altri, poverelli, nel tempo hanno imbracciato scudi vari, facendo rientrare dalla porta quello che avevano fatto gettare al di là della rete confinaria, addirittura momentaneamente osannati come salvatori della patria. Bancaria. Come oggi).
Ovviamente avevo consigliato alla ragazza di lasciar perdere, di interromprere una relazione che le avrebbe portato solo guai.
Altrettanto ovviamente lo aveva sposato.
Comunista fino al primo Berlinguer, non aveva accettato i suoi papocchi, le convergenze parallele non le aveva capite né tantomeno assimilate.
Era rimasto di sinistra, ma una sinistra strettamente personale, casereccia, semplice nei concetti, che piano piano era scivolata in una dichiarata contropolitica in generale, deluso e incazzato dagli sviluppi mai così schifosi della stessa.
In questo ampiamente supportato sia dalla moglie che da me.
Cacciatore, era uno dei nostri punti di disaccordo, archiviati nel tempo, visto che le sue posizioni e le mie non si smuovevano di un millimetro. Gli dicevo che avrei accettato lui cacciatore quando avessi visto la fauna armata di fucile, a rispondere per le rime ai suoi spari.
Dopo il matrimonio aveva, come s'usa dire, messo la testa a posto.
Aveva trovato un posto come trasportatore e viaggiava con un furgone di qua e di là dalla rete di confine, in modo regolare e senza sparatorie alle terga, anzi salutato dalle guardie al passo come si saluta un collega lavoratore.
Il suo contrabbando si era fermato alla stecca di sigarette per consumo personale.
Nei suoi viaggi, quando le visite in una certa zona glielo consentivano, si fermava a pranzare nella stessa trattoria: pasti, bevande e conto accettabili.
Quella trattoria era molto frequentata da artisti emergenti, pittori con le saccocce vuote e la testa piena di sogni, non ancora inquinati da drogaggi vari, che in seguito hanno creato la convinzione che senza questi 'incentivi' l'arte non esiste.
L'unica droga era la fame dello stomaco, tipica dei giovani, e per placarla, in assenza di quibus, lasciavano le loro opere in cambio dei pasti.
L'oste cercava di affibbiarli ai clienti 'facoltosi', intendendo per tali quelli che pagavano in contanti; el Paris di arte non s'intendeva, ma se i quadri gli piacevano li prendeva e se li portava a casa. Paesaggi, animali, nature morte: gli astratti o gli psichedelici lo lasciavano indifferente, non li capiva e non perdeva tempo a tentare di capirli.
Non gli piacevano, punto.
Quando lo andavo a trovare, soffermarmi un attimo di più a guatare uno di questi quadri significava ritrovarmelo in macchina alla partenza.
Sono ancora appesi ai muri di casa mia.
Un paese piccolo, meno di 1500 anime, secondo me compresi conigli e galline, cani e gatti; sempre secondo me, ci contavano pure i cavalli delle macchine, pur di dare maggior peso al plesso comunale.
Nonostante il minimal abitativo c'è una bocciofila, c'è un velo-club che 'istiga' i ragazzini a qualcosa di più verace che altre purtroppo ben note alternative.
Era presente in tutte queste espressioni di vita paesana.
Sul ciclismo ci sbavava: non c'era manifestazione che lo vedesse assente.
Ma anche qui, come per il comunismo vecchia maniera, le delusioni per le distorsioni del fatto sportivo a favore di fatti giudiziari lo avevano ammosciato. Era rimasta immutata la passione per i giovani virgulti, che con il velo-club continuava a seguire.
Non aveva 'fatto' il militare; mi è sembrato di capire che ci fosse una qualche norma di esenzione per i lavoratori frontalieri. A quanto pare anche il suo 'lavoro' rientrava nella lista. Sono informazioni di parte, forse non vere, ma non mi importavano né il perché né il percome avesse evitato la leva, che già essendo allora obbligatoria (e perseguita manco fossimo stati in guerra) cozzava contro la mia visione della parolina 'libertà'.
Nonostante la mancanza sul bavero di mostrine, stellette, lasagne, fiammelle e quant'altro denota il militarizzato, un'altra sua passione erano i raduni degli alpini. Non ne condivideva gli ideali, anzi manco li conosceva, e se li avesse conosciuti non li avrebbe proprio 'cagati', come si dice a fil di terra: gli piaceva, invece, condividere i bottiglioni, i cinque litri e le damigiane, i fiumi di vino, caratteristica di queste riunioni.
Notti all'addiaccio, un cappello con la penna nera racimolato, il 'sangue' delle bottiglie e la baldoria lo mandavano in sollucchero, e si teneva sempre informato sui raduni successivi per farci coincidere ferie o giorni di riposo.
La sera, al rientro dal lavoro (quello ultimo; prima del matrimonio la sera era mattino, poiché il suo orario di lavoro era sempre notturno, e la mattina diventava sera), prima di rientrare a casa faceva il giro delle 'cappelle', l'avevamo chiamata la sua 'via crucis': tutti, e non un generico 'tutti' ma veramente tutti, i bar della zona ricevevano il suo 'buona sera', e un bianchetto in ciascuno dei locali visitati era il viatico per arrivare al successivo, per portare poi la sua 'croce' fino a casa.
Mi sentivo con la moglie per telefono, lui regolarmente assente; da anni l'avevamo messa sul ridere: el Paris? tra poco dovrebbe arrivare, avrà ancora la cappella del Carletto da visitare...
Altra passione: la grappa fatta in casa.
In cantina alambicchi e contenitori di rame. Una volta gliene era scoppiato uno, l'essersi salvato è la prova provata che esiste un dio grappino che protegge i suoi fedeli.
Faceva una grappa un po' grezza per i miei gusti, ma non potevo esimermi dall'assaggiarla quando andavo a casa sua. Come non potevo, come ospite, permettermi di criticarla. C'è stato un tempo che obbligavano a bere un olio, di ricino, e guai a dire che faceva schifo, erano bastonate. Ecco, la sua grappa, al confronto, era sorseggiabile.
Pochi mesi fa, portando la moglie in ospedale per una frattura al polso, dopo un po' di visite, si era fatto convincere da un medico a fare degli esami, per controllare che tutto l'ambaradan fosse a posto ed eventualmente intervenire se qualche bullone fosse risultato allentato o arrugginito.
Aveva frequentato gli ospedali solo per visite ad altri, la madre, i fratelli, qualche nipote; per sé li aveva sempre evitati. Diceva: è cosa buona che ci siano, ma sono come i carabinieri (nel suo specifico i finanzieri, anche se riteneva deleteria la presenza di questi ultimi), ma più ci stai lontano meglio è.
Esami di routine: sangue e urine.
Avrebbero dovuto evidenziare eventuali anomalie nei trigliceridi, nel colesterolo, nella glicemia...
Evidentemente avevano invece evidenziato altro, che aveva richiesto un RX torace mirato.
Tumore al polmone.
Ho parlato prima della convinzione dell'esistenza di un dio grappino; altrettanta convinzione esprimo per l'assenza di un dio esculapio che aiuti le scelte dei medici, quando scelgono il modo di comunicare una diagnosi, soprattutto quando questa diagnosi è una sentenza.
E li fulminasse, se la loro decisione appare errata.
Il primario lo aveva portato in camera caritatis, e gli aveva detto: a) tumore non operabile, b) non opportune chemio o radio terapie che avrebbero debilitato l'organismo aggravando la situazione, c) che tirasse a campare.
Lo aveva detto a un colosso, ignorando la possibilità che avesse i piedi d'argilla.
Non più tardi del giorno dopo mi ero sentito con lui, e avevo avuto l'impressione di un discreto assorbimento della notizia, con una vaga punta di fatalismo.
"Te volet... l'è inscì... l'è la vida... anca i me fradei sun mort par chel mal lì...".
Aveva tenuto su questa linea per una quindicina di giorni.
Poi il vento era cambiato.
"Go chi el fusil... 'na bota e bon, tuc finì...".
Avevo raccomandato alla moglie di chiudere l'armadio dei fucili e nascondere la chiave. Non potevo e non sapevo fare altro.
Pagherei non so cosa per sapere cosa dire a una persona che sta per morire e non può far nulla per ritardare l'evento.
Non potrò mai sapere 'quanto' un'informazione così cruda abbia influito nell'abbreviare il suo viaggio, ma sono certo che ha avuto un peso non indifferente.
Aveva smesso di mangiare, fargli ingoiare un po' di minestrina era una battaglia, se ne stava giornate intere sdraiato sul divano, gli occhi al soffitto, fingendo di dormire; fingendo, ma non troppo, di pensare.
Chiedersi a cosa sarebbe pleonastico.
Aveva cessato la via crucis dei bar e l'aveva trasferita in casa.
Ai primi di novembre, la moglie, nel nostro parlare telefonico, si era fatta sfuggire di avere iniziato la somministrazione di ossigeno.
A metà dello stesso mese, era andato a letto, non più per dormire.


Era el Paris, marito di mia sorella, mio cognato.


  


venerdì 6 gennaio 2012

Non è colpa mia

Lo so, dicono tutti così, a cominciare dai sessanta milioni di italiani, che non hanno colpe se Italia ed Europa stanno affondando, ma intanto devono pagare.
La mia NON colpa è stata che subito dopo l'ultimo post l'adsl ha fatto i bagagli e mi ha abbandonato.
Telefonate fino alla fusione dell'apparecchio, incazzature, blandizie, insulti, leccamenti: come gettati nella Fossa delle Marianne, non so che fine abbiano fatto.
Cambio gestore, che se ne frega della mia angoscia e con tutta calma mi rimette in pista.
Una finestrella si era aperta giorni fa, il tempo di mandare un augurio di buon anno a una stella, poi sono ripiombato nel buio.
Oggi, dopo una sessantina di giorni di silenzio-stampa, sembra che le cose siano andate a posto.
Per ora grazie a tutti per i commenti al post: non si sono ammuffiti, sono sempre freschi di giornata, e la partecipazione trasuda un affetto che, pur nella sua virtualità, aiuta e supporta.
Mi siete mancati, e non so quantificare il quanto, poiché è troppo.
Adesso, per andare a leggere tutto metterò a rischio le cataratte; nel frattempo i commenti sarebbero superati (visto quello che è successo in questo lungo periodo a livello nazionale, internazionale e personale), ed avrebbero il sapore dell'acqua fritta.
Per le cose mie, cercherò di raccontare quanto successo in ordine sparso, non appena l'emozione del rientro si sarà placata.
Per quanto riguarda Angela: sta bene, compatibilmente con le sue condizioni, anche se (si dice: piove sul bagnato) tra Natale e Capodanno si è fratturato il metacarpo della mano sinistra, e stiamo aspettando che l'ematoma si sgonfi per procedere all'ingessatura.
A presto.
Spero.