domenica 22 maggio 2011

Annus horribilis

Il pelo canuto, il peso degli anni e la cosiddetta esperienza accumulata nel corso di decenni, mi hanno reso un po’ coriaceo di fronte alla definizione di ‘anno orribile’; nel passato, di questi anni ce ne sono stati e pensavo fossero unici e irripetibili, li ho lasciati alle spalle, non dimenticati, ma senza ricamarci troppo sopra, ritenendoli bagaglio da portare, dazio da pagare alla vita.
Comincio a ricredermi.
Siamo verso metà anno e credo che questo 2011, per me, non sia un anno buono.
In ordine più o meno cronologico, voglio raccontarvi il perché di questa convinzione.
Sorvolo sul fatto di Angela di cui ho già scritto con dovizia di particolari, e il cui capitolo rimane aperto.
Nel periodo di assistenza in clinica mi ero ritrovato con alcune pustolette, tipo i morsi di zanzara, nel fianco e sulla schiena. Non ci avevo dato peso, ritenendoli appunto morsi di insetti, beccati forse nelle passeggiate in pineta al seguito di Angela.
Polaramin a iosa, con risultati pressoché nulli.
Non avevo tempo da perdere, e da far perdere, andando dal nostro medico. Quando, poco dopo la dimissione, ho avuto modo di farmi vedere da lui, ho saputo che mi ero preso il “fuoco di sant’Antonio”, che interessava tutto il giro vita.
Si tratta di un malanno che dà dolenzìa diffusa, persistente, e lunga da cancellare; ha collegamenti con la varicella.
Avevo attribuito i dolori allo stress e alle lunghe scomode posture per assistere Angela.
Per curarlo bisogna intervenire ai primi sintomi.
Nel mio caso, trascurato, ho dovuto aspettare che ‘sto sant’Antonio, forse deluso dalla mia indifferenza, guarisse da solo.
Verso la fine del ricovero nella casa di cura, mia sorella, che abita mille miglia lontana da noi, è caduta per strada, scivolando su un tratto con ghiaietto in terra, fratturandosi un polso e lussandosi una caviglia.
A dimostrazione che la ‘bella sanità’ non ha confini, le hanno sbagliato il gesso, per cui pochi giorni dopo l’hanno dovuta operare per inserire un supporto metallico come tutore all’arto fratturato.
A tutt’oggi pare che non sia ancora finita, visto che gonfiore e dolore permangono.
Torno un attimo ad Angela, poiché la trafila per ottenere un’assistenza medica non dico adeguata, ma almeno decente, mi sta mandando in fumo ben oltre lo stress fisico e mentale.
Una decina di giorni prima della dimissione, era venuto un geriatra, mandato dall’ASL per valutare le condizioni di Angela, in vista di un eventuale ricovero in altra struttura per proseguire le cure.
Aveva fatto alcune domande, a lei e a me, e aveva ritenuto fosse il caso di aspettare il ritorno a casa per vedere l’impatto del rientro al domicilio, prima di prendere decisioni.
I medici della clinica, per superare il suo stato di agitazione perenne, avevano consigliato una visita psichiatrica; secondo loro era l‘unica branca medica in grado di risolvere il problema.
Bene, ancora prima del rientro a casa, avevamo chiesto una visita psichiatrica domiciliare, indicando la data di uscita per programmare tale visita.
Lo psichiatra aveva chiesto che, prima di lui, Angela fosse vista da un neurologo in modo da avere già un referto su cui ‘lavorare’.
Impegnativa, ticket pagato, per avere ‘udienza’ da una neurologa abbiamo dovuto affidarci a vie traverse.
Gentilissima, aveva ascoltato il racconto della vicenda e soprattutto aveva preso atto che Elena ed io eravamo ormai prossimi a collasso fisico e nervoso.
Ci aveva fatto un predicozzo sulla necessità di avere pazienza e aveva stilato il suo refertino; calmanti no, delegava allo psichiatra il compito delle cure farmacologiche.
Impegnativa per lo psichiatra, ticket pagato, la possibilità di una visita in ambulatorio era slittata a settembre.
Tramite la stessa persona avevamo ottenuto di essere ‘ricevuti’, quasi di nascosto, un sabato mattina (prima delle otto, poiché poi doveva uscire per visite).
Referto della neurologa, avevamo ripetuto lo stesso racconto, avevamo spiegato la nostra situazione di assistenza a rischio collasso.
Da cui era scaturito un piano terapeutico, in cui era prevista la cessazione dei precedenti calmanti, sostituiti da altri, più nuovi e di sicura efficacia.
Dico subito che si sono rivelati inefficaci dal primo giorno e soprattutto dalla prima notte.
Avevamo aspettato tre giorni, per dare tempo al farmaco di entrare in circolo, poi avevamo telefonato al medico, che si era limitato a rincarare la dose.
Senza il minimo risultato.
Aveva chiesto di effettuare una visita di controllo neurochirurgica: prenotata per il 20 settembre.
Controllo previsto dal chirurgo che aveva effettuato l’intervento.
Andremo in settimana nel suo studio privato, a pagamento.
A seguire, visita in ambulatorio dal geriatra che avevamo visto in clinica.
Stesso racconto, stessa esposizione dei nostri problemi di assistenza; in particolare avevamo accennato al fatto che se Angela, per fatti suoi, talvolta rifiutava le medicine o di mangiare, non sapevamo come convincerla a farlo.
Il medico ha avuto un lampo di genio: ci ha invitato ad eliminare ogni medicinale, prescrivendole in loro vece uno sciroppo per l’appetito.
Un orango al nostro confronto ci era apparso l’homo erectus, tanto le nostre nocche erano radenti terra.
Altro: domenica scorsa avevo portato Angela da un’amica per farle passare un po’ del pomeriggio con una compagnia diversa dalla nostra.
Nel giardinetto davanti casa c’era un grosso cane, pastore tedesco, legato a una catena piuttosto lunga.
L’amica ci aveva rassicurato sulla docilità della bestia, comunque avevo fatto fare ad Angela un giro largo per evitare contatti a rischio.
Il cane mi era venuto incontro festante, in cerca di una carezza. E io, più bestia di lui, ho allungato la mano per fargliela.
Sarà stato affamato, fatto sta che mi ha azzannato l’avambraccio destro con il preciso scopo di spolparmelo. Per fare pendant, con l’unghia mi ha fatto una ferlecca anche sul dorso della mano sinistra.
Medicazione in ospedale, rinuncia all’antitetanica (per cui sarebbe stata necessaria l’apertura di una pratica che avrebbe messo nei pasticci l’amica di Angela), una intramuscolo di antibiotico.
A livello di suggerimento, il medico del pronto soccorso: nei due giorni prossimi tenere d’occhio la temperatura corporea, osservare eventuali tremori o nausee fuori dall’usuale. Nel caso tornare al pronto soccorso.
Sono sopravvissuto anche a questo, con un braccio, una mano e una natica dolenti.
Purtroppo non è finita: alcuni giorni fa un nipote (d’acquisto, figlio del fratello di Angela, morto trent’anni fa per un incidente sul lavoro), quarantenne, con problemi di depressione dopo il divorzio, due figli piccoli, si è impiccato.
La corda si è rotta e il fratello è riuscito a tagliare il cappio prima che l’assenza del flusso di sangue al cervello divenisse letale.
Per ora è fuori pericolo di vita; per il resto si vedrà col tempo.
Altre piccolezze: un albero di limoni, uno di prugne e un grosso piede di uva fragola sono seccati, senza chiari collegamenti di malattia.
Le piante di kiwi, solitamente prolifiche, quest’anno sono in riposo sabbatico: zero frutti.
Per ora è tutto; mi pare che basti e ne avanzi pure.

domenica 15 maggio 2011

Troia

E’ la città immortalata da Omero, con le sue passioni, il suo coraggio e la sua ingenuità. Riportarne qui la sua storia sarebbe superfluo.
Troia è anche una ridente cittadina del foggiano (‘ridente’, poiché si usa definire così ogni paesotto che non sia più borgo e non ancora città). Con un nome così, il ‘ridente’ stride un po’, ma contenti i paesani contenti tutti.
Tra l’altro, nella sua storia c’è un fatto curioso che non sono riuscito a spiegarmi: nel suo stemma originario era raffigurata una scrofa allattante dei maialini e il nome della città era diverso; nel 1500 la scrofa era stata sostituita da un’anfora con dei serpenti in essa inzuppati, e il nome era stato cambiato in quello attuale, che dà l’idea del nobile animale senza mostrarne l’onusta figura. (Nel mio passato lavorativo sono stato diverse volte in quel paese; uno dei divertimenti preferiti era la telefonata al nostro gruppo di segreteria, antesignano dei call center, che ci assisteva e raccoglieva le informazioni che via via arrivavano da ogni parte del Bel Paese.
La prima domanda alle nostre chiamate era invariabilmente:
“Da dove chiami?”.
Più che una informazione indagatoria era, da parte loro, un modo per spaziare virtualmente oltre la bruma degli uffici, verso mari monti città strade che probabilmente mai avrebbero visitato.
La risposta alla domanda era, ovviamente:
“Sono a xxx”.
Quando ero a Troia, il “sono a…” lo davo per implicito, e passavo direttamente al nome di quella località.
“Troia”.
Facile da immaginare la reazione immediata della corrispondente; chiarito il punto, c’era una risata liberatoria, ma su di me sentivo aleggiare dolci inviti ad andare aff…
Bei ricordi, con molti altri).
Questo preambolo mi è servito per introdurre il seguito immediato al post precedente sull’accidente di Angela.
In questo seguito compare una figura che, per rispetto alla privacy, dovrò citare con un nome di fantasia; casualmente ho pensato a Tròia, che, visto appunto il preambolo, non dovrebbe risultare offensivo.
Angela, il martedì successivo al ricovero, era stata operata, le era stato applicato un drenaggio esterno ed era alimentata con le fleboclisi; applicati al petto i sensori e ad un dito un aggeggio per la rilevazione costante della pressione arteriosa; un monitor nella testata del letto trasmetteva i dati relativi al decorso post-operatorio.
Già dalla partenza dal primo pronto soccorso era agitatissima, tanto che per fare le TAC avevano dovuto ‘sedarla’ totalmente.
Quell’agitazione era riemersa, amplificata, al risveglio dall’anestesia somministrata per l’intervento.
Le avevano fermato le mani con dei bendaggi alle sponde laterali del letto, ma, nonostante queste legature, riusciva a strapparsi dal corpo tutto quello che non faceva parte del suo corpo stesso.
Dopo tre giorni di tentativi, che avevamo fermato, era riuscita a strapparsi anche il drenaggio esterno, che era posizionato alla sommità del capo. Era stato necessario un ulteriore intervento per posizionare un drenaggio all’interno che convogliasse l’eventuale uscita di liquido cerebrale in dispersione verso l’addome.
Avevamo chiesto qualcosa per calmarla; ci avevano risposto che non era possibile, a causa di possibili interferenze con l’assestamento post-operatorio della zona cerebrale interessata.
(L’ignoranza è la madre di tutte le cazzate, e, da ignorante, a posteriori rivedo il corso della vicenda Sposini: tenuto in coma farmacologico, quindi ‘sedato’, per diversi giorni dopo l’intervento. Ribadisco la mia ignoranza, ma trovo strano che, a fronte di un intervento delicato e di una agitazione parossistica che ne metteva a rischio l’esito, non fosse stato possibile un passaggio farmacologico perlomeno calmante; ferme restando le possibili differenze tra i due casi).
Fatto sta che i dieci giorni successivi erano stati un vero inferno sia per Elena che per me. Ci davamo il cambio ogni mattina e stavamo accanto al letto fino al mattino successivo. Che ci trovava con gli occhi sbarrati per la veglia continua e il sistema nervoso a rischio di collasso.
Le oltre due ore di autobus per il ritorno a casa erano coperte da un sonno improvviso e traballante. Per fortuna il viaggio era da capolinea a fine linea, altrimenti chissà dove saremmo finiti.
D’altronde era impensabile il ricorso a un mezzo nostro: sarebbe stato un sicuro suicidio preterintenzionale.
Il primario, che l’aveva operata, lo avevamo visto qualche volta in transito nel corridoio del reparto.
E lo avevamo visto da vicino il mercoledì pomeriggio, quando, accompagnato dalla dottoressa Tròia, mi aveva comunicato le inattese dimissioni di Angela, programmate per il giorno successivo.
Vale la pena di ricordare che lei era ancora vincolata al letto, ancora agitatissima e sempre non cosciente.
Non avessi saputo il significato della parola ‘panico’ l’avrei appreso dal vivo in quel momento.
Avevo pensato al trasferimento nel reparto di neurologia medica per un prosieguo delle cure; la dimissione nuda e cruda era una ennesima mazzata dopo il malanno che ci aveva colpito.
Senza una guida telefonica per cercare un ricovero adatto alle condizioni di Angela, senza neanche un nome da cercare che avesse le caratteristiche per una terapia adeguata, parlare di panico è perfino eufemistico.
Avevo telefonato al nostro medico di famiglia, gli avevo spiegato l’accaduto e chiesto una dritta per l’immediato dopo ospedale. Mi aveva dato un nome, assicurandomi che avrebbe telefonato lui stesso per fermare un posto.
Avevo poi chiamato Elena, affinché cercasse sulla guida telefonica il recapito di quella casa di cura. Purtroppo l’ufficio ricoveri era aperto solo fino alle due del pomeriggio, bisognava richiamare al mattino dopo, dalle 8 in poi.
Inoltre avevo chiamato un servizio ambulanze per il trasporto in autolettiga, rinviando all’indomani la comunicazione dell’orario della dimissione.
Nottata più infernale che mai.
Il giovedì mattina, alle 8 avevo chiamato la casa di cura; avevano chiesto un’oretta per vedere il loro programmato, avrebbero richiamato loro per la risposta positiva o negativa.
Positiva, dalle 14 in poi il posto c’era, disponibile fino alla sera; dopo quell’orario sarebbe stata annullata la prenotazione, per renderlo disponibile per altro eventuale ricovero.
Nel pomeriggio di mercoledì, impegnato in telefonate alla ricerca spasmodica di una soluzione, non avevo avuto modo di vedere alcun dottore; tanto meno la dottoressa Tròia (per abbreviare questo testo, che mi sembra leggermente prolisso, eliminerò il titolo accademico, limitandomi al cognome affibbiato a questa esimia persona).
La mattina di giovedì, espulso dal reparto (dalle 8 alle 12 veniva intimato il “fuori tutti” per consentire visite mediche, medicazioni e pulizie del reparto), come detto mi ero tuffato nella ricerca dell’alternativa al portarla direttamente a casa.
Un paio di volte avevo tentato di mettermi in contatto con un medico per comunicare l’evoluzione della mia ricerca.
L’infermiera di guardia alla porta, mi aveva lasciato fuori:
“Dopo le 12” era stata la sua sentenza.
Verso le 13, non vedendo movimenti riguardanti la dimissione avevo chiesto chi fosse delegato all’operazione; era la Tròia.
Ero andato nello studio, lei era davanti al computer, le avevo chiesto notizie in merito all’uscita di Angela.
“Non mi ha fatto sapere la destinazione, quindi non compilo la dimissione”.
Le avevo fatto presente che il pomeriggio precedente non l’avevo vista per dirle del procedere della ricerca.
A quel punto la Tròia era schizzata dalla sedia ed era uscita furibonda dallo studio, urlando come un’ossessa.
Camice spalancato sul davanti, poppe in poppa, si era lanciata nel corridoio, gridando a tutti l’offesa ricevuta, forse intendendo il mio ‘non averla vista’ come la definizione di ‘assenteista’.
Dopo aver dato spettacolo davanti a infermieri, degenti e parenti di questi, era rientrata nello studio sbattendo con violenza la porta.
Tròia, secondo me, non era medico da neurochirurgia, bensì da neurodeliri.
Da ricoverata.
A parte il fatto che le dimissioni non erano state concordate, ma decise unilateralmente, non mi risulta che fosse obbligatorio comunicare la destinazione una volta usciti dal nosocomio.
Avremmo potuto andare direttamente a casa o in altra struttura, nel foglio di dimissione non era previsto risultasse la scelta.
Il suo comportamento indicava un'unica alternativa: buttarci da un ponte, Angela, Elena ed io.
Con i nervi che non erano corde di violino bensì filo spinato, avevo bussato ed ero entrato nello studio, implorando a mani giunte che facesse questo foglio di dimissione, altrimenti sarebbero saltati tutti gli accordi presi con la clinica e l’ambulanza.
Continuando a urlare, mi aveva invitato a uscire, alzando il telefono per chiamare il posto di polizia, per denunciare un’aggressione da parte mia.
Si parla sovente di ‘istinti omicidi’ dell’essere umano.
Me li sono sentiti addosso: Elena ed io eravamo due stracci che da tredici giorni assistevamo uno straccio stracciato, ed essere trattati così da una miserabile, mi aveva portato a quei pensieri, e solo l’assenza di un’arma aveva impedito il completamento dell’opera.
Ero tornato nella camera, avevo telefonato alla clinica per bloccare il posto per l’indomani: nessuna garanzia di poterlo tenere.
Avevo bloccato l’ambulanza, in attesa degli sviluppi.
Mi sarei messo a piangere, ma sarebbero uscite lacrime di sangue tanto ero furibondo.
Ero andato dalla caposala chiedendo il modulo per le dimissioni volontarie, e, grazieadio, mi aveva assicurato che avrebbe sistemato la cosa.
Poco dopo aveva dato disposizione agli infermieri per la dimissione: distacco delle flebo e di tutto l’apparato medico.
Il foglio di dimissione ci era stato recapitato in busta chiusa da un portantino.
La legatura era rimasta.
L’abbiamo dovuta staccare noi, con l’aiuto dell’autista dell’ambulanza, al suo arrivo.
Il ‘travaso’ di Angela dal letto alla lettiga ce lo siamo dovuti fare noi; non un infermiere che ci desse una mano.
Nel passaggio lungo il corridoio, tutte le porte chiuse: nessun degente, nessun parente, nessun infermiere, nessun medico.
Deserto.
Avanzando verso l’uscita, spingendo la lettiga cigolante, mi sono sentito il monatto manzoniano mentre spingeva il carretto con sopra un’appestata, lungo le strade deserte della città.
A chi di voi è sopravvissuto a questa lungaggine: nel prossimo post sarò molto più conciso, poiché finalmente sarà un post positivo, e, come al solito, per raccontare le cose belle bastano poche parole e poche righe (vedi Tg e giornali).

(La situazione di Angela, oggi: i miglioramenti cognitivi sono costanti, quelli comportamentali vanno a fasi alterne, con preminenza delle situazioni negative).