mercoledì 11 luglio 2018

Di "Zeig" e dintorni

Premetto che questa non è una recensione, ma il commento alla lettura del libro da parte, appunto, di un umile lettore.
Commento che sarebbe sintetizzabile in poche parole: parafrasando un antico spot pubblicitario, direi che questo è un libro da bere.
E io me lo sono bevuto in poco più di un giorno. Sarebbe facile dire "evidentemente non avevi altro da fare". No, da fare, in un modo o nell'altro, ce n'è sempre. Puoi essere un nullafacente milionario o un nullafacente poveraccio, il primo ha sempre da fare per incrementare i suoi averi, il secondo ha sempre da fare per riuscire a mettere insieme il minimo indispensabile per sopravvivere.
Anzi, più che commento direi che si tratta di considerazioni a ruota libera, suscitate appunto dalla lettura di questo... non so come definirlo, se romanzo, se thriller, se altro. Forse il termine più appropriato è che ho letto un sogno, un lungo, avvincente sogno.
Ammetto da subito che ero piuttosto scettico su quello che sarei andato a leggere. Conoscere Ciano su Facebook o sul blog è ben diverso dal leggerlo nella veste di scrittore a tutto campo su un testo cartaceo.
Educato da sonori antichi schiaffoni a finire, comunque, quello che mi trovavo via via nel piatto, ho trasferito anche alla lettura, a qualunque lettura, questo adeguamento. Bruciacchiato da esperienze passate, in cui mi sono sorbito sonore schifezze editoriali, preferisco sempre mettere avanti le mani e aspettarmi il peggio.
Questa prevenzione di solito mi porta bene, poiché quando viene demolita dalla realtà risulta essere doppiamente piacevole.
E la lettura è (deve essere) sempre evento piacevole; altrimenti diventa una tortura.
Entrato a passo felpato nel testo di questo libro, non sono più riuscito a distaccarmene fino alla fine.
E, giunto alla fine, ho tirato un sospiro profondo, uno di quei sospiri che sgorgano spontanei quando la tua sete ha ricevuto quello che inizialmente non si aspettava: una lunga boccata di acqua sorgiva d'alta montagna, quella che Martino direbbe che ti ricria, ti dà una gioia intensa, ti fa capire che non hai perso il tuo tempo.
Non ho letto le recensioni, quelle vere, perché sicuramente saranno di una profondità per me irraggiungibile; ma, soprattutto, per non rischiare di influenzare un pensiero che voglio sia tutto mio, una chiave di lettura assolutamente personale, sviluppata mano a mano che ne 'bevevo' i capitoli.
In sintesi: nella prima parte il libro racconta di una città, Colpaca, creata e mantenuta sul consumismo esasperato, organizzata in modo che questa e questo siano una condizione prevista per l'eternità. Legata ad una Fabbrica, la Titti-Teet-Troot, che la tiene soggiogata sotto una cappa di quieto vivere, dalla nascita alla morte dei suoi abitanti.
Un nucleo descritto come una mamma, amorevole e autorevole, avvolgente e impietosa.
Situazioni presentate come realtà corrente, frammiste a sogni altalenanti tra la distruzione della stessa e il suo mantenimento; quest'ultimo unico salvagente alternativo alla morte.
Un dilemma metafisico che credo sarà mai risolto.
Dilemma riproposto nella seconda parte, lanciato come pietra in un lago, i cui cerchi concentrici si fanno seguire fino alla loro dissolvenza sulle rive; lasciando solo spizzicati dubbi e constatazioni già latenti in ciascuno di noi.
Questo è stato, più o meno, il mio commento su Facebook.
Qui (e spero che Martino non ne abbia a male), prendendo spunto dal suo libro, esco dal seminato e mi tuffo in triplo carpiato in paragoni e considerazioni che, in fondo, sono solo un approfondimento di quanto da lui così bene raccontato.

Presente in me uno schermo mentale, virtuale, nel corso della lettura mi sono immedesimato nel testo; in quel video vedevo passare vite, situazioni, condizioni già viste in un lontano (?) passato, vissute in maniera marginale ma indelebili nella memoria.
Abbiamo avuto, appunto in passato, tante mamme, a modo loro ciascuna amorevole e impietosa.
Così ho visto scorrere la Chiesa, poi la democrazia cristiana detta DC, poi le Ferrovie dello Stato, poi le Poste Italiane, poi la scuola, poi l'INPS...
Tante Colpaca, ciascuna a modo proprio create e incrementate con interventi che non avevano in programma produzioni a livello industriale, ma tendenti a un particolare prodotto che oggi sarebbe definito virtuale, che avrebbe condizionato tutta una serie di benefici a cascata: il consenso, i voti, il potere politico... Padre-padrone, ufficialmente con zimarra di volta in volta di colore diverso; nella realtà questo potere non ha mai avuto una tinta ben definita, e il suo profumo è da sempre quello che chi non ne ha definisce del vil denaro.
Maestra indiscussa di questo tipo di Colpaca fu la Democrazia Cristiana, per gli amici e i nemici semplicemente e brevemente DC.

Ultima in quest'ordine cronologico non esaustivo, ma di primo acchito la prima comparsa nel mio schermo immaginario è stata la Fabbrica Italiana Automobili Torino, più conosciuta con l'acronimo FIAT.
Nel testo la città è Colpaca, la ditta madre-padrona è la Titti-Teet-Troot.
Torino e la Fiat, troppo facile da inquadrare.
Prima sulla città, da cui prendeva parte del suo nome, poi sulla regione, poi sulla penisola intera e pure oltre, aveva steso i suoi tentacoli, inizialmente come un grosso polipo e in seguito come una enorme piovra con miriadi di tentacoli.
Era una sicurezza, madre amorevole e avvolgente e coinvolgente.
Nella città era un assioma: non muove foglia che Fiat non voglia.
Dava tutto, dalla nascita alla morte i suoi figli sapevano che non li avrebbe mai lasciati soli.
La vita della città era scandita dalle sirene dei suoi cambi di turno, nelle ventiquattr'ore di ogni giorno, festivi compresi.
Nei movimenti in città era indispensabile tenere conto di questi orari di cambio, che significavano maree umane che affollavano i mezzi pubblici e le strade. Travolgenti nel vero senso del termine, poiché la frenesia in vista della timbratura dei cartellini di presenza travolgeva qualunque ostacolo si frapponesse a quel rito.
Aveva offerto un'organizzazione sanitaria di tutto rispetto, convenzioni con i migliori specialisti del settore medico, posti privilegiati negli ospedali, dopo-lavoro attrezzati, trasporti, terme, colonie marine per i figli...
I ragazzi più promettenti venivano affidati alla cura di appositi istituti (nel libro il quartiere Ribù) che li forgiavano al meglio in vista di un inserimento che perpetuasse la solidità e l'espansione della casa madre.
Aveva un suo fondo pensionistico, che garantiva un discreto benessere quando gli anni o gli acciacchi costringevano ad appendere le tute blu al classico chiodo o infilarsi nelle polo multicolori in luogo dei colletti bianchi d'ordinanza.
Aveva anche un suo piccolo esercito interno, in divisa e anfibi, armato; ufficialmente per la sicurezza nelle entrate e uscite nei cambio turno... neanche tanto velato l'intento era la salvaguardia dei macchinari e delle proprietà aziendali; nonché per sedare risse o tumulti interni che potessero turbare la serenità degli addetti. Non lesinava azioni di infiltrazione nei vari reparti di soggetti specializzati nel captare malumori o accenni di reazione psicotica alla ossessionante ripetitività lavorativa.
Non erano necessari occhi esperti per sapere, al di fuori della fabbrica, la postazione di lavoro degli operai; quando dismettevano le tute blu, dalla postura acquisita dopo anni di monotonia dei movimenti si capiva dove operavano. I più acuti sapevano dalle spalle cadenti da un lato o dall'altro perfino il reparto preciso di provenienza. Avvitare bulloni per una vita, cadenzati da capi-voga che controllavano, tempari alla mano, che i secondi fossero sfruttati al millesimo, adattava le ossa ai movimenti delle specifiche lavorazioni. Non era raro il caso di vetture nate con imbullonature parziali, nel rispetto dei tempi imposti. Erano i danni collaterali della produzione "a catena". Danni rimediati ai primi tagliandi di controllo, senza clamori e senza tracce.
Anche i suicidi, frequenti più che altrove, erano "danni collaterali"... comunque sempre chiusi con esequie di prim'ordine, con banda e corone, con lauto contributo della mamma ai parenti sopravvissuti; se il morituro aveva scalato la gerarchia, arrivando al grado di almeno vice-vice-vice capo reparto, qualcuno in rappresentanza dei vertici si presentava ad onorarne la memoria...
Si sapeva: "chi per la Fabbrica muor, vissuto è assai". La frase era destinata a un'Italia in via di formazione, ma la Fiat era ormai l'Italia, anzi più mamma dell'Italia stessa; questa, direttamente o indirettamente, accudiva ai suoi figli sul territorio in maniera diversa gli uni dagli altri.
La mamma Fiat non faceva grandi discriminazioni, anzi a fronte di una carenza locale di materiale umano, volentieri accoglieva, cercava, incentivava l'arrivo di "stranieri". Grazie a loro la città in pochi anni si era ingrandita e infoltita, e la Fabbrica era cresciuta di pari passo.
Non erano bene accolti in questa Colpaca, nei primi tempi si adattavano a una vita grama, fatta di stenti, di disagi psicologici, prima di riuscire ad adeguarsi a stili di vita frenetici, in netto contrasto con mentalità secolari che li avevano indotti a credere che quello che non era possibile fare oggi lo sarebbe stato il giorno o i giorni successivi. Vite passate scandite dai canti di gallo o da tramonti stagionali... Stili di vita che portavano ad una obesità diffusa, non dovuta a "troppo pieno", ma alla fame che gonfiava stomaci tenuti troppo a lungo vuoti.
Baracche con tetti di eternit, pane e poco altro per pasteggiare, gambe buone per camminare, ché i mezzi pubblici avevano un costo che avrebbe sottratto alle bocche il già scarso cibo disponibile...
Ingoiando anche i bocconi amari del disprezzo da parte degli indigeni divenuti concittadini loro malgrado...
Piano piano la mamma aveva contribuito a integrarli, a educarli, costringendoli ad apprendere modi di vivere a sua immagine: precisione, puntualità, produzione, rispetto assoluto delle regole da lei stessa impostate e imposte.
Inizialmente la città era stata una torre di Babele, multietnica e multilingue...
Le uniche ricchezze di questi immigrati interni stavano in valige di cartone legate con lo spago (le stesse poi riprese in filmati realistici passati alla storia del cinema). Vestiti, stracci, qualche vettovaglia che "sapor della terra natìa rimanga ne' cuori esuli a conforto" (cit. d'Annunzio della transumanza), che duravano poco, i martei, i martelli, i denti, chiedevano di masticare per dare un senso alla loro presenza nelle bocche.
La mamma aveva agevolato gli acquisti con buoni-sconto su ogni prodotto che potesse essere utile a migliorare la condizione di vita dei suoi nuovi figli. Questi buoni-sconto erano moneta sonante, e nessun esercizio si sarebbe mai permesso di rifiutarli.
La creazione di sportelli bancari interni, che offrivano il denaro necessario a costi favorevoli, con capitale e interessi garantiti dalla busta paga, offrivano ulteriori atout alla circolazione della moneta vera. Affidarsi a questi significava inaugurare un novello cordone ombelicale che legava i contraenti alla mamma adottiva per anni e anni a venire.
Il sogno di tutti, poi, era quello delle quattro pareti e un tetto, in una città che ancora esponeva le macerie dei bombardamenti. Era stata incrementata l'edilizia popolare in maniera esponenziale alla crescita della Fiat. Casermoni in cemento armato, posizionati nelle immediate periferie, avevano fatto nascere interi quartieri. Per l'acquisto di immobili a blocchi completi erano nate specifiche cooperative che sbrigavano le pratiche burocratiche con lo stesso ritmo del lavoro di catena nella fabbrica.
In parallelo era nato un mercato delle auto aziendali, offerte ai dipendenti tutti, con sconti eccezionali regolati da norme precise; dopo sei mesi dall'acquisto la vendita a terzi era favorita, la loro vita semestrale era garanzia di avvenuto collaudo con esito positivo. Uno sconto adeguato consentiva all'acquirente del quasi-nuovo di risparmiare e al dipendente di "farsi" la macchina nuova un paio di volte all'anno.
Criticata, vituperata... odiata talvolta, da chi ci aveva a che fare, sia come dipendente diretto che come dipendente nell'indotto (buchi, capanni, boite, proliferati a supporto esterno della Fabbrica), ma solo tra mura amiche o in spazi aperti fuori dalla portata di orecchie "nemiche", esternando il proprio livore solo con persone ad alta garanzia di solidarietà sodale.
Alla mamma le inclinazioni sessuali, i colori della pelle, i diversi dialetti, le piccole anomalie fisiche, interessavano solo marginalmente, e solo come completamento delle schede sul 'materiale' in entrata; che tale materiale fosse casualmente umano aveva valore soltanto per la stesura delle buste paga.
Era, invece, sensibile alle inclinazioni politiche: quelle che un tempo erano di centro o di destra erano gradite, con punteggi iniziali positivi per eventuali possibili passaggi di grado nella gerarchia aziendale.
Quelli che risultavano (mai ufficialmente dichiarati) di sinistra, da indagini o soffiate interne, non venivano necessariamente lasciati fuori (a meno di eclatanti azioni di violenze verbali o fisiche o, il peggiore dei crimini, di danni agli impianti); anche a loro veniva dato un punteggio, ma in negativo, falsariga dell'antico "alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai"; che non era una velata minaccia a vuoto... La sicurezza interna provvedeva, nei casi più a rischio, a mettere in condizione quelli sotto tiro di combinare qualcosa che ne giustificasse l'allontanamento in tronco. Provocazioni, sabotaggi, risse mirate, tutto era utile; e con decine di migliaia di dipendenti questi erano granelli di sabbia da spazzolare via, a favore della superiore pace/amore interna.
La città, vista all'esterno, era ufficialmente "rossa", almeno soppesando le copie de l'Unità in bella vista dalle tasche o in mano ai cittadini, fino a quando erano in "borghese", fuori dalle tute o dai colletti bianchi. Probabilmente non erano copie per lettura; per questa la mamma provvedeva a informare i suoi figliuoli tramite una sua creatura editoriale, un giornale quotidiano che raccontava della città e del mondo, e in particolare dell'interno del suo cuore produttivo.
In fabbrica la distinzione operai-impiegati era evidenziata dalla tuta blu (magenta nel libro di Ciano) dei primi e dai cosiddetti "colletti bianchi" dei secondi. Fuori, l'Unità nella saccoccia indicava l'appartenenza al proletariato, il Sole24Ore in bella vista era il distintivo di un ceto superiore. Talvolta, soprattutto nei giorni di festa, che favorivano incontri fuori dal quotidiano, entrambi i giornali... entrambi di sola facciata, il classico mettere le mani avanti in caso di incroci non previsti...
Nota come la büsiarda (la bugiarda) era un punto di riferimento indifferibile per tutti. Di una notizia, per garantirne la veridicità, bastava dire "lo dice La Stampa"; "lo dice l'Unità" aveva buon peso solo nelle sedi del partito, anche lì con qualche sporadico e mai esplicitato dubbio. Il Sole, come lettura, era fuori dalla portata dei più, Ma all'uno e all'altro l'apporto nelle vendite era considerevole...
Le feste: erano occasioni irripetibili per radunare le famiglie a sempiterna glorificazione della Fiat.
Natale, Capodanno, la Befana, la festa patronale, il Ferragosto delle sue colonie marine e montane... c'era una festa specifica dedicata alle vedove e orfani dei (suoi) Caduti sul lavoro. Tutte arricchite da musiche, discorsi di circostanza, gadget specifici e cotillons vari: applausi e lacrimucce erano sempre garantiti. C'era un ufficio apposito, con un badget importante, dedito esclusivamente alla elaborazione, creazione e organizzazione di questi eventi.
La mamma sponsorizzava molti sport, si può dire che in tutti c'era il suo zampino, tutti aiutava agevolando i migliori atleti all'inserimento nel suo apparato dirigente.
Tra tutti il più coccolato era il calcio, in particolare una squadra che militava nella serie maggiore, un giocattolo costoso che era registrato con un nome che era un quasi un invito a sconfiggere la vecchiaia, l'inconscio desiderio di una lunga gioventù, meglio se eterna. Nella sua magnanimità, mai a sufficienza osannata, non aveva voluto che si chiamasse Fiat come la casa madre, ma ne era chiaro sinonimo.
Il suo cruccio, di questa squadra, e con immediato riflesso sulla mamma, era la presenza in città di un'altra formazione che contrastava con determinante capacità i suoi sogni di gloria assoluta e incontrastata. Nonostante gli investimenti, non riusciva a superare questo ostacolo che, senza oscurare la sua fama di filantropico mecenatismo, costringeva a dimensione più umana questa squadra del proprio cuore.
Quella avversaria aveva sposato la maglia granata, che era un colore rosso paonazzo, parziale simbolo di quel proletariato che successivamente, come dirò fra poco, sarebbe diventato bandiera di una rivolta, fortunatamente limitata a un breve, seppur doloroso, periodo della nostra Storia.
Sulle sue maglie aveva cucito la dicitura, virtuale ma riconosciuta, di Grande.
Fino a un triste, e tristo, giorno in cui un attentato del destino l'aveva cancellata, l'aveva eliminata dal mondo e da ogni classifica.
Erasata, bannata, direbbero i puristi della lingua d'oggidì.
Il titolo di Grande le è rimasto, il pensiero di quanto lo sarebbe stata in futuro è pleonastico.
Il seguito di questo sport ad alti livelli ha dimostrato, e sta dimostrando sempre più, che con i se, i forse, i ma, non si costruisce il futuro (di una squadra di calcio, di un'azienda, così come di un partito politico). Il futuro si costruisce con molti, moltissimi, denari... nella mia Colpaca si direbbe tanti da 'mburgnete, da accecarti. Come hanno dimostrato i 'mercati' periodici dei calciatori. Mercati di vacche grasse, con giri di capitali che, timidamente, sono definiti osceni, offensivi; osceni e offensivi quando messi in atto da società non nel nostro cuore. Quando si tratta di queste (solitamente una sola che entra, una volta per tutte, nel nostro personale affetto, quando non vero amore sviscerato), si parla di investimenti con ritorno garantito.
Infatti... la nostra exFiat=gioventù sta sbaragliando ogni concorrenza; quello che non investe più nel materiale umano produttivo nella sua ex Fabbrica può investirlo nelle 'vacche grasse' e godere di un primato, che a lungo andare potrebbe provocare la sua esclusione dalle competizioni, per troppo manifesta superiorità. La concorrenza si scannerà in futuro per un secondo posto, un primo posto platonico, non appagante ma accontentante (si può dire? dopo petaloso va tutto bene...).
Sia chiaro che questa non è una critica, ma una semplice presa d'atto.
Presa d'atto, semplice racconto, di quello che fu la mia Colpaca, rimastami nel cuore come solo il ricordo di una mamma resta impresso in quello che è tradizionale, pur se impropria, sede delle sensazioni belle e piacevoli della vita. Quelle brutte, talvolta odiose, sono affidate al cervello; in effetti si tende, quando si è alterati, ad 'uscir di testa', mai di cuore.


Il libro non dà spunti, o forse li darà in una pubblicazione successiva. Si lascia Colpaca al culmine dello splendore e non si accenna a una possibile involuzione, a una decrescenza dei poteri della Titti-Teet-Troot e, conseguente, della città con tutti i suoi apparati e contorni e dintorni.
Per la Fiat, il dimensionamento aveva avuto inizio con la robotizzazione progressiva della produzione; tutti i reparti ne erano stati "colpiti", provocando la riduzione rapida e dolorosa del materiale umano, la cui sovrabbondanza era ormai un chiaro, insostenibile, costo. Erano spuntati i "tagliatori di teste", laureati e specializzati nel taglio di ogni ramo secco improduttivo e superfluo.
C'era stata un'opposizione sindacale, talvolta violenta, almeno a parole, ma che a lungo andare aveva dovuto prendere atto di uno sviluppo inverso e irreversibile; avevano salvato quanto più fosse stato possibile salvare...
La città, dopo un lungo periodo di sbandamento, aveva trovato i modi per ricucire lo strappo, per tamponare l'emorragia, per passare dalla cultura della Fabbrica a una cultura diversa, più umanizzata, più da città libera...
Non c'era più ragione di raccontare l'appartenenza a una sinistra di facciata; l'Unità non era più una bandiera ma un costo superfluo... infatti al progressivo calo delle vendite era seguita la chiusura.
Il Sole24Ore aveva invece incrementato le sue; anche l'operaio aveva imparato a 'leggere' le sue informazioni nel tentativo di capire di borse, obbligazioni, dati bancari... divenute indispensabili in un mondo del risparmio tecnologicamente galoppante.

Prima di questo cambio di rotta, c'erano stati rigurgiti di gruppi che avrebbero voluto distruggere dalle fondamenta la nostra Colpaca. Distruggere, usando la violenza per convincere le masse, soprattutto operaie, che questo fosse l'unico modo per sovvertire un ordinamento da loro ritenuto vessatorio, dittatoriale, e ormai non più accettabile.
Erano i rifugiati di Redimos, nel testo di Ciano.
Artisti, o pseudo tali, che dell'Arte avrebbero voluto fare una produzione a catena, un commercio destinata a un consumo da mercatino delle pulci, da discount del tanto-poco a poco-prezzo.
Un'Arte usa-e-getta, senza sentimenti, senza gusto, per un consumismo che la distruggesse per crearne sempre di nuova.
Un'Arte senz'arte... più stupida bestemmia non credo esista... almeno per adesso.
Costoro avevano guide (i vari Abacuc del libro) che della violenza avevano fatto virtù, puntando a scopi che, alla prova dei fatti, sarebbero stati un duplicato preciso di quanto intendevano distruggere.
I nostri, nella realtà, non erano artisti come in Redimos, ma erano caotici esattamente come questi.
Idee nebulose e contrastanti, con la tendenza a sovrapporsi o eliminare, anche fisicamente, chi nei gruppi uscisse dalle linee guida imposte da... da qualcuno fuori campo, di cui, a distanza di decenni, non c'è ancora la certezza, e forse mai più ci sarà, su chi fosse veramente al timone di una rivoluzione che aspirava a una ipotetica dittatura del proletariato.
Inizialmente erano i gruppi rossi, inquadrati in brigate; per contrastarli erano ri-nati i gruppi neri; stessa violenza, stessi fini, la supremazia del potere su un quieto vivere, avverso l'accettazione di un modus vivendi che il tempo aveva reso accettabile, quando non gradito e cercato.
Teorie che il proletariato di fabbrica non riusciva a capire e che, in presenza di una violenza gratuita e spietata, aveva preferito rifiutare e respingere.
Come il Marselo che, visitato il quartiere Redimos, ne rifugge in toto filosofia e metodi, preferendo (peraltro a malincuore) una specie di vita ordinata a fronte del rischio di un caos senza alcuna regola.
Lo Zeig del libro che, nella scelta di tornare ad essere Marselo, rientrando nel grembo della mamma Titti-Teet-Troot/Fiat, ritiene Colpaca/Torino ventre più adatto a vivere, ma tormentandosi fino alla fine del volume con un cruccio esistenziale per lui irrisolvibile: vivere di una morte dolcemente lenta o morire di una vita violentemente veloce?
È lo stesso quesito che Martino Ciano, con astuzia diabolica e mefistofelica indifferenza, lancia e lascia al lettore. E che potrebbe essere chiusura di queste modeste righe.
Ma, in chiusura vera, mi è d'obbligo un

Epilogo

Qui ho raccontato l'attinenza del libro di fresca lettura, pescando tra antichi ricordi e sensazioni personali, con le esperienze citate. Non posso però tralasciare una considerazione finale, davvero di chiusura.
Quante e quali Colpaca abbiamo in Italia? 
Molte, direi che tutte le città sono Colpaca, ciascuna con la propria Titti-Teet-Troot, sia palese che occulta. Quella stessa che condiziona la vita di ciascuna delle città, in maniera dolcemente convincente o violentemente persuasiva.
Almeno di sfuggita, vogliamo accennare a Taranto? Qui, oltre a tutto il resto subentra un gravissimo problema sanitario ed ecologico. Chi ci vive si trova combattuto in primissima persona nel dilemma conclusivo del libro di Ciano. Se la Fabbrica vive, muore la città; se la Fabbrica muore, basterà la Fabbrica del porto militare, peraltro in disarmo, a salvarla da morte certa?
Roma: altra Colpaca, in grande... Qui le Titti-Teet-Troot sono molteplici. Ogni ministero, ogni sede della politica è una Titti-Teet-Troot, indipendente ma collegata alle altre da un sottile filo rosso, quasi di connivenza. Il Vaticano è una Titti-Teet-Troot a sé, potentissima, pare sia il collante che tiene unite tutte le altre. A Roma, più che altrove, 'vive' mummificato il Gesualdo Istorio del libro di Ciano; mummia giovane, in effetti meno di duemila anni per una mummia sono età giovanile, e l'odore della formaldeide ha ancora il profumo del nuovo.
Una città che potrebbe essere "eterna" di suo, vivacchia malamente, riproduzione perfetta del caos di Redimos, con gli antichi ruderi, testimoni di glorie passate, ormai non più distinguibili dai cocci attuali di una città in rovina.


L'aver letto Zeig, o prevedere di leggerlo, dà un taglio diverso a questo mio testo. Altrimenti è leggibile solo come pura descrizione cronachistica di situazioni già ben note ai più. Leggendo il "sogno" di Martino Ciano ho sbianchettato virtualmente i nomi, lasciando invariate le fotografie via via proposte, e mi è sembrato che tutto quadrasse perfettamente. Il Marselo/Zeig protagonista narrante ero io, eravamo tutti noi, ciascuno nella sua propria inimitabile identità. Può essere che la mia sia stata una lettura prettamente soggettiva, ma le domande di fondo sono di valore universale: chi non se le pone, o non se le è mai poste, da una parte "sembra" un fortunato, nella realtà può essere solo un alieno, estraneo e disinteressato a quanto in Terra accade.






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