martedì 29 gennaio 2013

Tre asterischi

Non è mai troppo tardi...

... per imparare.
Il 24 gennaio a mezzanotte, anzi era già il 25 da un minuto, avevo partorito il post su Fellini, ed ero andato a letto per una giusta nanna.
Alle 3 e mezzo ero stato svegliato da un tuono che era sembrato una botta di terremoto.
Nel breve dormiveglia, preso atto che di tuono si era trattato, avevo passato in rassegna i vari collegamenti di casa, cancello elettrico staccato, tv spenta, computer staccato...
Avevo fatto un sorrisino, inserendolo subito nel sogno.
Mattino del 25: esco a prendere il giornale, cancello a posto.
Televisione: mi era sembrata a posto, non fumava, ma tanto al mattino non mi interessa.
Computer: morto, non si accendeva proprio.
Si è ripetuta la solfa di non molto tempo fa, fuso come neve al sole, come burro in padella...
E la volta scorsa glielo avevo detto: "alla prima che mi fai ti porto all'isola ecologica, sei vecchio ormai, diventerai un rifiuto raee". 
Il breve accenno all'età deve averlo fatto imbestialire e, alla prima occasione, ha deciso di fare harakiri. Fregandosene del dispiacere che dava a me come persona e al mio portafoglio come effetto collaterale.
Stessa trafila della volta precedente, con la differenza che ne ho dovuto comprare un altro di sana pianta. 
E, a seguire, il modem adsl e la tastiera, anch'essa bruciata.
Adesso so che, col tempo incerto, è opportuno staccare del tutto la spina dalla presa. E, negli ultimi tempi, il tempo è più incerto della fase politica che stiamo vivendo; che è tutto dire.
Amen, mi consolo col pensiero che ci saranno ancora computer quando io non ci sarò più.

'Giornata della Memoria' universale
Impossibilitato per mancanza di mezzi tecnici per farlo, lo faccio oggi, riproponendo la vignetta di Giannelli del Corriere della Sera del 27 gennaio 2011.
Ripeto quanto detto allora: pochi tratti di penna dicono più di mille parole.

E, due giorni dopo, oggi, ricorre un anniversario che è la mia

'Giornata della memoria' personale


Oggi, due anni fa, alla stessa ora in cui vado a postare queste righe, Angela era venuta da me, barcollante, dicendo: "Sto male".
Due anni, brevi quanto la durata di un lampo e lunghi quanto l'eternità.
La porta si è chiusa quasi del tutto ormai, e lo sguardo si è adattato al buio della stanza della vita.
Ma mi sorride e mi chiama, e quel sorriso e quel mio nome sono lo spiraglio di luce che mi 'obbligano' a continuare.
Oggi, rivivendo questo giorno e i due anni successivi, sono triste.

giovedì 24 gennaio 2013

A m'arcord

Locandina (da Google)
"Io mi ricordo", poi assemblato da Fellini in Amarcord nell'omonimo film, divenuto sinonimo dei ricordi personali, il più delle volte nostalgici e amaricanti.
Già all'uscita di quella pellicola, nel '73, lo avevo tradotto, a mio uso e consumo, in Amari ricordi, visto che all'epoca ricordi dolci del mio passato ne avevo pochissimi.
Col passare degli anni il conto di questi ricordi è poi andato quasi in pareggio, tanto da consentirmi di pescare alla cieca, trovandone di dolci anche in situazioni di convivenza lavorativa.
Da tempo cercavo la lettera che segue questa presentazione, mi ero quasi convinto di averla buttata, pur essendo questa operazione lontanissima dal mio modo di conservare le cose, soprattutto se simpaticamente piacevoli.
L'ho ritrovata quasi casualmente, dentro una scatola da scarpe, tra l'altro bene in vista, con altri biglietti di auguri vari, cartoline di saluti (che allora ancora si usavano), qualche "santino" listato a lutto di persone care che mi hanno preceduto, e il cui ricordo non ha bisogno di essere supportato da immaginette, tanto è impresso a fuoco nel mio cuore.
Racconto sommariamente (chi ci crede, non mi conosce...) da cosa è nata questa missiva, che risale alle feste natalizie del 1989.
Nella primavera di quell'anno, dopo oltre 24 anni di fedele servizio presso una società, avevo ricevuto il lampo, assolutamente inatteso, di una "vocazione", una chiamata impossibile da rifiutare.
Oltre al fedele servizio suo diretto, la mia casa madre mi aveva appioppato, su esplicita richiesta delle interessate, una specie di collaborazione extra moenia, con altre due sue consorelle, non concorrenti dirette pur operando nello stesso ramo, che mi avevano cooptato non tanto per meriti miei particolari quanto per motivi logistici ed economici.
I rapporti con queste erano gli stessi che con la società che mi aveva in libro paga, soprattutto quelli con i dipendenti fissi di questi due gruppi; che, con la frequentazione telefonica quotidiana e quella fisica un po' di volte nel corso dell'anno e degli anni, erano divenuti rapporti di cordiale amicizia.
Dopo quegli anni di onorato, rispettato, leale e, per certi versi, divertente servizio, una sera a casa mi era arrivata una telefonata, sintetica ma precisa:
"Siamo interessati a te, a te interessa?".
(Ho un amico ferrarese, che a ogni domanda precisa riguardante, che so, un piatto, un film, una canzone, una città, una ragazza... proposta con un "Ti piace?",
invariabilmente risponde "Veh!", e io ci casco sempre con "Ma 'veh! sì o veh! no?"; bisognerebbe distinguere l'intonazione di quel veh! per avere la risposta immediata all'una o all'altra versione, e io questa sottigliezza vocale non l'ho ancora individuata).
Di sicuro, alla domanda telefonica avrò risposto affidandomi a un termine straniero, di quelli che ci consentono di non passare per parolacciari scostumati:
"Cazzo!".
Dall'altra parte:
"Ma cazzo sì, o cazzo no?".
"Cazzo e stracazzo, sì!".
Come detto, era una di quelle proposte che non si possono rifiutare, senza bisogno di teste di cavallo fatte trovare nel letto, a sollecitare una risposta positiva.
Detto fatto, avevo cambiato casacca.
Senza concorsi o test di ammissione che, se richiesti, mi avrebbero tagliato da subito le gambe e rispedito alle origini.
Solo la firma su un contratto, da cui risultava che di me sapevano già tutto, vita e miracoli. Morte, toccando tutt'ora ferro, no.
All'indomani avevo comunicato al mio capo galattico l'offerta ricevuta.
Telefonicamente dispiaciuto, mi aveva chiesto se avevo già deciso in merito.
Nel rispondere era emerso il mio lato femminile, mentendo come solo le donne sanno fare (superate, peraltro, in questo dai politici e dai parcheggiatori abusivi), avevo dato per "ci sto pensando" una decisione già presa d'amblé.
Gli avevo poi mandato due righe, quasi a giustificare il mio "tradimento", in cui attribuivo al desiderio pre-senile di verificare se davvero l'erba del vicino era più verde, il taglio a un passato collaborativo durato quasi cinque lustri, incredibilmente senza screzi, nonostante umani periodi di tensione.
Un paio di mesi dopo ero pienamente operativo, nel percorso che mi era stato assegnato, con le stesse modalità di quello precedente, solo con altra maglietta e altro numero di matricola.
E, nota secondaria assolutamente insignificante, altre condizioni economiche, che peraltro non avevano avuto alcun peso importante nella decisione (qui è ancora il mio lato femminile che prevale; però arrossisco, e questo è quello maschile che si prende la rivincita). 
Ma la nuova matrigna (detto in modo affettuoso), aveva voluto l'esclusiva assoluta del mio tempo e della mia, modesta, opera.
Per cui avevo salutato i precedenti amici per andarne a conoscere di nuovi.
Tra quelli lasciati ci sono i due "delinquenti" che mi hanno mandato questa lettera, rimasta nel cuore e nella mente, nonostante siano passati oltre vent'anni.
Spero sia leggibile, poiché per metterla in post ho fatto i salti mortali, non ne voleva sapere di riprodursi, e stavo per rinunciare; poi c'è entrata, malamente, smanettando qua e là, e non so il percorso seguito.
Al limite chi la volesse leggere ingrandisca con le opzioni in alto a destra o con una lente, e buona lettura.
Ho sbianchettato le parti riportanti le varie ragioni sociali interessate, che sarebbero marginali al post e darebbero indicazioni che, almeno per ora, voglio tenere nel cassetto.
Prendendo con le pinze tutti i termini 'adorativi', che sono una chiara (mi affido ancora ai benemeriti termini stranieri), affettuosa, presa per il culo. 

La frase della lettera che mi fa ancora sorridere a tempo pieno è quella riferita al fatto che "... se ce l'hai fatta tu, perché non possiamo farcela anche noi?".
Roberto e Salvatore non sapranno mai quanto quello sfottò fosse veritiero.
Mi piacerebbe dire ai giovani d'oggi: "Se ce l'ho fatta io, potete farcela anche voi", senza falsa modestia, ma i tempi sono cambiati, troppo diversi dai miei, e oggi questa frase, a fronte della disoccupazione che maciulla tutte le capacità e tutte le intelligenze, di giovani e meno giovani, suonerebbe veramente come un ignobile, assurdo sfottò.
La posso solo offrire come un invito alla speranza, che qualcosa cambi e che le persone che meritano riescano a imbroccare la strada giusta, quella strada che consenta di vedere e vivere un futuro dignitoso.

lunedì 14 gennaio 2013

Chi troppo e chi niente

Chi lo è troppo...
Sono un tipo apprensivo.
Talvolta troppo.
Lo sono per fatti di salute, più per quella di chi mi circonda che per la mia.
Quando vado dal mio medico di famiglia, quello della mutua per intenderci, per qualcosa che non siano le semplici ricette (quelle sono smaltite dalla segretaria, senza necessità di incontro fisico), ci manca poco che mi chieda un documento di riconoscimento, per una verifica se faccio parte dei suoi pazienti.
Lo sono, apprensivo, per fatti economici, anche questi per fortuna riguardanti altri; per i miei sono abbastanza accorto, e la banca o altri istituti di credito che sperino di campare su miei interessi passivi possono attaccarsi al tram o andare a spannare pannocchie, ché da me non ne avranno mai. Da me non c'è trippa per le banche.
Il mio eccesso di apprensione si sviluppa, invece, di fronte a comunicazioni tipo quella della foto qui sotto.
Non ci sono abituato:


Già la modalità d'inoltro di questa raccomandata mi aveva mandato in tilt.
Forse assenti da casa, forse perché la postina non voleva assistere allo sbiancamento del mio viso, fatto sta che invece di citofonare aveva infilato nella buca una cartolina verde.
Lo so, il primo pensiero di una persona normale sarebbe stato che si trattasse di un invito dei Verdi/Sole-che-ride a qualche manifestazione.
A me, invece, era subito venuto il magone, lo stesso che ti prende quando uno sconosciuto ti tira un cazzotto nello stomaco, senza dire né be né ba.
Nella cartolina in tinta ecologica era solo segnalato il deposito in ufficio di una raccomandata, a me indirizzata, da ritirare il giorno successivo, dalle 11 in poi, senza alcun accenno né sulla provenienza né, tanto meno, sul contenuto.
Era stato sufficiente il colore a mandarmi da subito in tilt.
All'indomani, non dico di essermi alzato all'alba per recarmi subito in posta, ma il primo pensiero appena sveglio era stato lo stesso ultimo della sera prima.
A incrementare la tensione, la postina, sempre senza citofonare, mi aveva ficcato in buca un sollecito di ritiro: stavolta in busta chiusa, verde, tanto per cambiare.
Alle 11,01 ero allo sportello: fotocopia del documento d'identità, nonostante con l'addetto ci conoscessimo da più di trent'anni, si trattava di una comunicazione ufficiale e bisognava allegare la prova che era stata consegnata... firma qui... e anche qui.
E, finalmente, carta canta:

Notificazione atti giudiziari/amministrativi

Nonostante il frenetico desiderio di "sapere", avevo tenuto il bustone chiuso fino all'arrivo a casa. Neanche tanto inconsciamente per ricevere immediato soccorso in caso di deliqui, collassi o svenimenti.
Nel tragitto avevo fatto un rapido esame dei miei delitti passati, da quando facevo pipì dentro il mare o appresso di un albero innocente; a quando dipingevo baffi e pizzetti alle immaginette delle madonne e dei santi; più indietro ancora, quando all'asilo facevo di tutto per vedere le mutandine alle bambine, sempre con la speranza che non le avessero; a quella volta che avevo timbrato in ritardo e avevo corretto la cartolina, passandola liscia; a quell'altra che ero andato con la macchina in senso vietato per un centinaio di metri, per evitare un giro di un paio di chilometri (comunque c'ero solo io, e poteva essere un'attenuante); a quella volta che, all'uscita da un bar (per un caffé e un'informazione, non per sbevazzare), facendo manovra avevo urtato una macchina della polizia e, visto che i due agenti dall'interno non avevano sentito il botto, avevo proseguito la manovra allontanandomi gatton gattoni (tanto il danno l'ho poi pagato io, con le tasse); o quando, inviperito da ben altro, avevo quasi scassato una macchina per caffé all'ospedale, che me lo aveva negato con la scusa che era guasta, fregandomi peraltro la moneta...
E via di quel passo.
A pensarci bene, mi ero scoperto più delinquente di quanto credessi d'essere.
Quasi rassegnato alla fine della mia latitanza, avevo aperto la busta usando la lama di un coltello, come forma di religioso rispetto per il suo contenuto (di solito infilo l'unghia del mignolo e vado a strapparle):

Mancato pagamento della tassa di circolazione
per l'autovettura con targa 313 per l'anno 2010

(La targa della macchina di Paperino è la prima che mi è venuta in mente, forse per affinità di sfortuna).
Mi ero concesso un liberatorio "mavaffanculo!", prima ancora di andare a verificare se davvero potevo avere dimenticato una cosa del genere.
Pagata, e non ne dubitavo, ma con una piccolezza che probabilmente aveva contribuito a farla credere non pagata .
Avevo fatto, per la prima volta, il versamento con bancoposta on-line; le altre volte l'avevo fatto all'ACI.
La verifica della ricevuta era stata (quasi) positiva.
Intestazione, indirizzo, codice fiscale: OK.
Targa e tipo di auto: OK.
Cavalli fiscali, cavalli vapore, asini, conigli, criceti: OK.
Data di scadenza 01/2010: sbagliata.
Avevo ritenuto la data di scadenza come data di scadenza dei termini di pagamento, come succede con il canone RAI, che da febbraio inizia a sanzionare il ritardo.
Avrei dovuto mettere "scadenza 12/2010", adesso lo so.
Poco male, mi son detto, e ho compilato e spedito il modulo "in autotutela", confessando l'errore e precisando che, poiché sia il bollo del 2009 e precedenti che quello del 2011 e seguente erano a posto, se non fosse stato accolto il ricorso si sarebbe creato un doppione, di cui avrei chiesto il rimborso.
Sono ancora in attesa di risposta, e sono passati circa due mesi.

... e chi lo è per niente

Ogni volta che entro o esco dal portone del palazzotto, il che succede abbastanza raramente poiché ho un'uscita dal mio parcheggio, o quando vado a ritirare la posta, non riesco a trattenermi dal darmi dell'imbecille.
Un titolo collegato alla prima parte di questo post, ma che mi affibbiavo già prima che questo incidente mi colpisse.
La foto qui sotto parla meglio di tante parole:


E' la buca delle lettere di un condòmino, con la serratura sfondata forse dal troppo spingere dentro, anche di brutto, la posta.
Posta quasi interamente fatta di cartoline e buste verdi, più numerose di quelle qui visibili, poiché sovente chi passa nell'androne le raccoglie da terra, essendoci cadute per il troppo pieno, rispingendole nel loro alveo.
E da altre che, pur non di colore, sono chiari inviti a pagare qualcosa da parte di enti vari.
Questo condòmino non è stanziale.
Ha comprato parecchi anni fa un alloggetto nel palazzo, ci fa visita una volta o due all'anno, di solito d'estate; nell'occasione vuota la cassetta della posta, immagino mettendola direttamente nel sacchetto della differenziata della carta.
Sicuramente non impressionato, né dal colore né dall'evidente contenuto della stessa.
Non ci vuole molta fantasia a pensare che questo alloggio, ben lontano dalla sua residenza, sia un punto di appoggio per le comunicazioni non gradite e sicuramente non inattese.
L'imbecillità che mi appioppo ogni volta che guardo quella buca delle lettere, tracimante di verde, è provocata dalla differenza di comportamento tra me, povero imbecille apprensivo, e lui beatamente menefreghista ad oltranza.
Mi piacerebbe avere almeno un pizzico della sua indifferenza, ma temo che sia troppo tardi per apprenderne anche solo i primi rudimenti.




mercoledì 2 gennaio 2013

Passaparola

Sono un esperto di niente.
Contrapposto al tuttologo esiste il nientologo.
Se al mondo ce n'è uno, quello sono io.
Cominciando dai beveraggi (acqua, bibite, vini, liquori): non riesco a stare dietro alle autopsie delle bevande, in cui gli esperti riescono a captare profumi e sapori ormai inesistenti in natura (a parte la menta, il prezzemolo, il rosmarino, l'alloro, che mi abbondano in giardino); riescono a gustare essenze di frutti di bosco, fruttati di frutti esotici talvolta sconosciuti, annusano aromi di muschio di grotte montane (che io non so distinguere dall'odore d'alga di una caverna sottomarina), profumi di viola del pensiero...
La famosa pansé, che mi riporta alla vecchia e ormai desueta canzone "pansé mie, pansé tue, le uniamo tutt'e due... ecc.", che, in barba alla censura che la voleva bloccare poiché 'vagamente' lùbrica, l'adolescente voglia di credere di sapere tutto e subito mi faceva immaginare come due ombelichi che, dopo essersi fissati uno verso l'altro sorridenti, si univano in un bacio, prima leggero, poi appassionato, infine frenetico; i francesismi erano ancora lontani a venire, ma anche adesso che qualche parola la mastico, pur se storpiata, la pansé per me è memorizzata come "pancia", e credere che un profumo di pancia possa albergare in un liquido mi è difficile assai.
Questo in particolare per quanto riguarda i vini.
Che poi, da non molto, sono spuntati anche i degustatori di acqua.
Questi scoprono in quel liquido, che in natura mi pare sia tra i più semplici, svariate qualità e infinite possibilità di applicazione, bene reclamizzate da uccelli ammaestrati o da uno spermatozoo dentro una bottiglia che cerca disperatamente una spermatozoa con cui accoppiarsi.
In materia acquatica, però, non sono proprio a zero: per esempio, se nell'acqua che vado a bere ci fosse un ranocchio me ne accorgerei appena arriva in bocca e da qui lo metterei da parte per farmelo fritto; se invece ci fosse un branco di girini, sulla loro sopravvivenza, nel pur breve tragitto interno da percorrere, non avrei molta fiducia. E, comunque, all'uscita non farebbero plin plin allarmanti, forieri di calcoli dolorosi.
Per i cibi la capacità di cernita è la stessa: sono un modesto consumatore finale, che ignora (e il più delle volte preferisce ignorare) quello che c'è a monte di ciò che gli arriva nel piatto. Fiducioso che chi glielo ammannisce sappia quel che fa. Fin'ora mi è andata bene, non capisco chi dice di avere mal di stomaco, non so di cosa parli.
Sia nelle bevande che nei cibi seguo una regola facile facile: se mi piacciono consumo, se non mi piacciono evito di ingurgitare.
Sono anche una schiappa in letteratura, sia essa di prosa, di poesia, biografica, o di altre branche dello stesso calderone.
Qui, più che altrove, ho l'abitudine di assaggiare prima tutto quello che mi capita a tiro d'occhi, poi quello che mi piace lo leggo e lo gusto a tutto pieno; se non mi piace sospendo la lettura e accantono, nessuno mi obbliga a soffrire per pubblicazioni che avrebbero dovuto essere mai partorite.
Passaparola... è il titolo di questo post, che a questo punto potrebbe far pensare più a una passata, di pomodoro o verdure varie, che a una parola da passare da uno all'altro.
Quelle precedenti erano solo due chiacchiere, come un aperitivo con cubetto di ghiaccio, spicchio d'arancia e cannuccia, per parlare di un libro che nell'ultimo periodo mi ha appassionato, o, per farla breve, mi è piaciuto.
Moltissimo.
Non sono capace di recensire quello che leggo.
Come non esperto, ben conscio dei miei limiti, non saprei fare una critica articolata, censire senza apparire censore, condensare in poche parole (l'aggettivo "conciso" è sparito dal mio vocabolario e non lo riesco più a trovare), e pure appropriate, il contenuto, che so, di 297 pagine di un libro.
Di questo ho avuto modo di leggere recensioni, profonde, esaurienti (talvolta fin troppo, più che recensioni a me sembravano trame, che rischiavano di svelare un contenuto che, a mio incompetente parere, sarebbe invece tutto da scoprire e da godere, in modo assolutamente soggettivo), erudite, precise addirittura nell'interpretazione del pensiero dell'Autore...
Esposte da gente che, chiaramente, se ne intende, è esperta.
E io, come detto, non lo sono.
Mi permetto, in via eccezionale, di proporlo qui perché mi ha trasmesso emozioni che vorrei fossero condivise da più gente possibile.
Poi qualcuno dirà che sono di bocca buona, e in effetti lo sono: come non esiterei a disprezzare un piatto presentato da un grande chef o un vino decantato da un grande sommellier, così non mi tirerei indietro dall'osannare un piatto di pasta e fagioli (con cotiche) fatto come dio comanda.
Idem per quello che leggo.
Lo spunto, o la spinta, per questo post me l'ha data un piccolo episodio che lo riguarda direttamente.
Avendo ricevuto due copie del libro, avevo programmato di regalare il doppione a una prof che conosco e apprezzo.
Insegna matematica e fisica in un liceo scientifico.
Una prof con questa specializzazione fa subito pensare a un monolito fatto di numeri e formule, per cui il dono di questo libro avrebbe potuto apparire come un gettare perle ai porci (a margine, altro bel libro di altro autore), con tutto il rispetto.
In cambio del panettone con spumante che mi aveva portato, le avevo allungato il tomo; forse per avere in mano una prova tangibile dell'insulto alla sua serietà professionale, aveva voluto che glielo autografassi.
In vita mia, non breve purtroppo, ho 'autografato' solo una dozzina di volte, su altrettante farfalle per l'acquisto dei mobili quando mi 'fui' sposato.
Beh, per un attimo mi ero sentito importante.
Due giorni dopo mi aveva chiamato al telefono, sghignazzante (nel libro, in effetti, è previsto "anche" lo sghignazzo) mi aveva letto un passo che in quel momento aveva suscitato la sua ilarità, e di questa aveva voluto farmi partecipe.
Mi son detto: se questa lettura ha fatto breccia in un blocco di granito matematico, potrebbe essere di gradimento anche agli amici di blog che, come me, in questo momento hanno più che mai bisogno di qualche attimo di evasione (signor Monti, apra gli occhi, non è di quella fiscale che sto parlando, pur se, neanche tanto marginalmente, in questa fuga dalla realtà è coinvolto anche lei).
Ne espongo qui sotto e alla buona l'immagine: non sapendo nulla di fotomontaggi, come supporto ho racimolato qualcosa a portata di mano.
Che poi, visto il risultato, se volessi passarvi una sola, avrei fatto 'sta faticaccia?
Avrei potuto fare copia-incolla dal blog dell'Autore schiaffando semplicemente l'immagine della copertina, vista colà in alto a destra, magari facendo allo stesso un piacere, invece di farcire il tutto col prolisso di tante parole.
Indubbiamente, se fosse andato da Vespa Bruno, il ben noto talent scout, nell'altrettanto notorio salotto di Porca a Porca, il risultato della sua visita sarebbe rimbalzato per mari e per monti (minuscolo per evitare fraintendimenti), rendendo questo post giustamente superfluo.
Purtroppo questo Autore è un po' schizzinoso (lo metto in italiano, poiché non ricordo come si scrive nel famigerato originale), e non si è voluto presentare in quel ces.., pardon, in quel postribolo a causa di una idiosincrasia congenita nei confronti di un ospite particolare, fisso, di casa là dentro, come si dice.
Si tratta di un tizio che mentre il popolino si arrabbia come manco li cani, o si adira come fanno perfino i cristiani, lui si altera.
E, per farlo meglio, lo fa con cinque/sei centimetri di rialzo dei tacchi, dando per buona la versione che di lui offrono le vignette in suo onore.
Bon, chi è arrivato fin qui, prenda atto del mio capolavoro (non il libro, che mai fosse mio non sarei qui a sproloquiare in questo misero blog; starei già spaparanzato pansé all'aria in qualche paradiso, meglio fiscale che quell'altro) di costruzione fotografica, e si dia da fare, colmando la lacuna del non averlo letto o addirittura di non averlo già in casa.
Che sarebbe un'omissione delittuosa.

Il libro in questione non è quello del gatto,
che qui fa solo da sostegno nel primo gradino.
Quello giusto è quello in fronte verticale,
posato sui quattro piedestalli sottostanti.


Sintetizzando

Titolo: Quattro soli a motore
Autore: Nicola Pezzoli 
(più noto come Zio Scriba a 613 nipoti ufficiali, per altre migliaia sparsi per il mondo, più uno su Marte, solo lo Zio per antonomasia)
Editrice: Neo. edizioni (Castel di Sangro - AQ)
Prezzo: Euro 15 
 (= lit. scadute 29.044,05 - $ usa&getta 19,92 - £ inglese 12,21 - 
 Fr. svizzero 18,13 - Rublo russo 601,97 - Yuan 123,93 - Yen 1736,75 -   Barattabile con beni di consumo a lunga scadenza, con trattamento di riguardo verso prosciutti vini liquori formaggi/stagionati lingotti/oro-argento-mirra; con molta riserva sono accettati anche bond tedeschi, ma solo obtortocollo)