venerdì 30 novembre 2012

Quando il gatto non c'è...

E' un detto comune riferito agli umani,
non ci sono prove che i topi ballino veramente.
Il gatto qui si spoglia leggermente, ad uso e consumo di chi apprezza il genere.
Sarà uno spogliarello del gatto.
(Diffida: chi al posto di "gatto" metterà una parte anatomica ormai inflazionata nel parlare comune, un po' meno nell'uso pratico, sarà bannato seduta stante da questo blog. Sempre che qualche anima buona gli dica come si esegue questa operazione).
Dunque: i primi cinque anni di vita di questo gatto sono stati dedicati a quello che (quasi) tutti i bambini fanno in quel periodo. Farsela addosso, di liquido e di solido; imparare a scaccolarsi senza fare uscire il sangue dal naso; giocare nella terra quanto più possibile, accettandone le dure manesche conseguenze; scannucciare sotto le gonne delle bambine alla ricerca di qualcosa che vagamente sapeva mancante, senza peraltro nulla conoscere dell'importanza di quella cosa che non c'era verso di riuscire almeno a vedere; importanza che sarebbe apparsa in tutta la sua evidenza in seguito. Molto in seguito.
Di quest'ultima operazione gli è rimasta impressa la maturità delle femminucce, detta in parole povere antesignana del "mamà, Toni me toca... tocame Toni". Le sue compagnine si posizionavano in modo da "richiedere" gli sguardi dei maschietti; ottenutili, correvano dalle suore e "Quello mi ha guardato... guardami Quello". Ed erano ceffoni e rampogne, tipo quelle che a guardare 'quella cosa' si andava all'inferno e cose del genere.
Per salvaguardare virtude si tarpavano le ali alla conoscenza. Ed era da non credere come mani leggere e diafane, sempre congiunte in chiesa nel pregare, diventassero pesanti e aperte come pale di mulino a vento nel pestaggio educativo.
E meno male che non avevano le cinghie a sostenere i gonnelloni.
Ma sono ricordi che poco hanno a che vedere col post, quindi stop.
Dai cinque ai dieci anni: completamente dedicati allo studio. A cercare di capire perché delle aste avrebbero dovuto attorcigliarsi per divenire vocali prima e consonanti poi. E assemblarle, fino a formare parole e frasi di senso compiuto, e a scriverle e a leggerle.
Marginalmente aveva anche appreso dell'esistenza degli scarabocchi detti numeri; assemblando pure questi per ottenerne prodotti diversi dalla loro singletudine.
Imparati i primi rudimenti della lettura, si era innamorato di questo passatempo, divorando tutto quello che appariva leggibile; che fosse o meno comprensibile aveva un'importanza relativa.
Col passare degli anni questa importanza è rimasta nel suo complesso tale e quale: relativa. Ancora oggi, importante è, intanto, leggere; a capire c'è tempo. Quando questo tempo c'è, altrimenti si sa che il mondo continua a girare, indifferente.
Libri, riviste, fogli strappati di libri e di riviste, brandelli di giornale, fumetti...
Uno dei posti preferiti per queste letture erano i 'gabinetti'; che, purtroppo, non erano a comoda tazza, bensì 'alla turca', e alla fine di ogni seduta di lettura si trovava con le gambotte anchilosate per la posizione tutt'altro che comoda.
La seconda decade di vita era stata dedicata alla degustazione e all'affinamento del piacere del leggere.
Forse il periodo più dolce, o meno amarevole, della sua esistenza.
Da lì in poi, per una ventina d'anni, il leggere era stato il suo mezzo per sopravvivere: come dire 'leggere o morire'.
Aveva letto di tutto e di più.
Abbastanza lautamente pagato.
Ma questo lo racconta qui, nell'intimo di un blog, a quei quattro gatti amici, visto che all'epoca il sindacato dei gatti lettori, e propaggini di contorno, proclamava agitazioni a tutto spiano per avere di più.
Di quello che, in confronto ad altre categorie di lavoratori, già si aveva.
Ma anche questo col post c'entra una mezza cippa, quindi anche qui stop.
Poi, finito il periodo di lettura obbligata per vivere, era intervenuto il tempo dello scribacchiare, per sopravvivere ancora.
A mano, visto che l'ingombro anche di una modesta portatile Lettera 22 avrebbe ridotto il bagaglio di indumenti e attrezzature varie del mestiere indispensabili per il suo girovagare.
E pensare che aveva pure fatto un corso di dattilografia, previsto per altri scopi, ma che sarebbe stato utile e soprattutto gradito a chi quel suo scribacchiare doveva poi 'tentare' di leggere.
Nel suo piccolo, all'epoca era apparso un tipo un po' strano, con le unghie delle mani dipinte con i pennarelli, di colore diverso una dall'altra, ogni colore corrispondente a specifici tasti della macchina da scrivere; quei colori che svanivano ogni volta che un dito s'incastrava tra un tasto e l'altro, soprattutto i mignoli, i più delicati e necessitanti di maggiore forza.
Corso poi buttato al vento, visto che ancora oggi le dita lavoratrici sono solo due, massimo tre, e i mignolotti sono in riposo perpetuo.
Comunque, ancora lautamente pagato.
Vista oggi, ma alla luce di quel tempo, era proprio una bella vita.
Poi basta, era finito il 'dovere' di leggere e/o scrivere.
E il piacere della lettura, non più vincolato al dovere della stessa, era, ed è, tornato ad essere la stessa goduria arrapante della seconda decade di vita.
Piacere puro, talvolta estenuante come una lunghissima dolce notte d'amore.
Questo leggero spogliarello il gatto l'ha messo in onda come preambolo al succo del post.



Assente per qualche giorno, al rientro, pimpante e riposato, è andato a vedere il 'lavoro' arretrato, iniziando dall'ultimo visionato prima della sua dipartita temporanea.
E' vero, i topi in assenza del gatto può essere che non ballino, ma i blogger sicuramente tarantelleggiano, manco aspettassero l'occasione buona per scatenarsi in uno scrivere sfrenato.
Altrimenti non si spiegherebbe la presenza di quasi
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post, uno appresso all'altro, che per leggerli tutti gli sembrerà di tornare indietro nel tempo, quando per lavoro non avrebbe potuto accantonarli.


Detto questo, tiremm innanz.

Ultim'ora: 
pioggia, vento, grandine.
Nei brevi intervalli,
grandine, vento, pioggia.
Amen.

mercoledì 21 novembre 2012

Assente giustificato






Sono fuori.
Di casa, intendo.
Da qualche giorno, e per qualche giorno ancora, mancherò sul blog e sui blog.
Metto le zampe avanti, prima che comincino a fischiarmi le orecchie.
No problemi di salute, né miei né in famiglia, a parte il solito.
No problemi con la giustizia (se mai dovesse succedere, mi farei dare i domiciliari e sarebbe una pacchia).
No problemi col fisco (posso tranquillamente dire "li mortacci sua", visto che sono contribuente pagante, ma non col sorriso sulle labbra, più che altro per come vengono spesi i miei soldi).
Vado solo a dare una mano a una famiglia amica, e con i mini-aggeggi non mi ci trovo.
Un caro saluto a tutti.
A presto, appena onorato quest'impegno.

domenica 11 novembre 2012

Sensualmente parlando

Capezzoli,
gemme brillanti,
in trepida attesa
di dolci carezze.
Turgidi,
al solo pensiero
del tocco gentile
dei miei polpastrelli.
Felici,
al solo sfiorarli
con un breve sussulto
mi cadono ai piedi.
Rassegnati,
per gioco o per amore,
e questo ben lo sanno,
sempre spremuti saranno.

Questa qui sopra non è una poesia, ci mancherebbe: è solo una presentazione di sensazioni che presuntuosamente nel titolo ho definito 'sensuali'.
In realtà si tratta di due chiacchiere, tra amici, non necessariamente al bar.
Chiacchiere, squisitamente quasi agricole.

Novembre, andiamo... no, non è tempo di migrare, è tempo di raccolta.
Delle olive.
Siamo in anno paro, quindi non avrebbero dovuto esserci; o esserci, ma in quantità direi infinitesimali.
Negli anni pari precedenti, mano a mano che maturavano a nero, le raccoglievamo, le pesavamo (pesare = voce del verbo "pestare", secondo l'idioma locale, che ne estende il significato a "picchiare di santa ragione"; che si abbina, per completezza, a "palate", che si danno anche in assenza di pale a portata di mano, visto che significa "botte da orbi". Da cui "ti peso di palate", è da leggere "ti gonfio come un dirigibile"), le mettevamo sotto sale, per abbinarle alla bisogna, al coniglio, al baccalà, all'osso buco...
Invece quest'anno ci sono, abbondanti quasi come negli anni dispari.
E' un mistero difficile da spiegare, e manco ci provo.
Dice il vecchio saggio (c'è sempre un vecchio saggio, che spara un'unica cazzata e su quella ci campa una vita, incassando i diritti d'autore): "A l'è mei ciucé 'na pupa, pitost che ciucé 'n ciò" (è meglio succhiare una tetta piuttosto che succhiare un chiodo).
(Precisazione dovuta: non sono saggio, non incasso diritti d'autore, e chi dovesse definire questa una 'cazzata' deve dimostrarmi che invertendo il ciuciamento il piacere e, se del caso il nutrimento, sono identici).
Quindi, quest'anno, ciuciamo queste tette, più gradite poiché inattese.

Tanto, tanto, tanto tempo fa, la scoperta del capezzolo femminile in pieno turgore l'avevo abbinata ad un'oliva.
Forse non era solo frutto della mia fantasia (allora come adesso piuttosto limitata in fatto di 'attrezzature' sessuali, soprattutto femminili), ma a qualche 'letteratura' all'epoca definita pornografica, o perlomeno licenziosa. Verificata dal vivo, sempre decenni fa, mi era sembrato corrispondesse perfettamente al sinonimo mentale appioppatogli.
Che poi, visto che altri organi vengono sinonimati con ortaggi, con legumi, con volatili, con tuberi e con frutti, non vedo perché un'oliva bella lucente croccante non possa essere paragonata al culmine di un seno.
Ecco perché, nel 'carezzare' quelle olive per farle cadere ai miei piedi, in ognuna sentivo un capezzolo, non tanto in veste sessuale fine a se stessa, quanto come il ricordo dei primi, timidi, toccamenti, alle prime scoperte dell'universo femminile, quando arrivare a quello già preludeva esplosioni notturne senza controllo.
Tempi di gioventù, erano una droga innocua, sogni, cui bastava poco per alimentare la fantasia verso un mondo ancora tutto da scoprire.

Non sarò mai un gatto 'griffato', ma se vi basta un gatto 'graffiato', eccolo qui.
Papà ulivo difende i suoi frutti come può, così mi ritrovo con le mani, le braccia, il viso graffiati che manco li cani. Piccoli, inutili, ramoscelli secchi si infilano nelle orecchie, tentano di accecarmi, e mi raschiano la pelle come fossi un parmigiano.
E le ossa a pezzi, tra salire e scendere dalla scala e dall'albero; e chinarsi, raccogliere ginocchioni quelle sfuggite alla rete...
Con i polpastrelli già irruviditi, carezzo la terra nel raccoglierle ("amara Terra mia, amara e bella..." cantava Mimmo).
La carezzo e le parlo, proprio come si parlerebbe a una madre: :
"Amata Terra mia, nun t'aggità, nun te sfrollà come un budino; lo so bene che ogni tanto ti scuoti, come fanno i cani e l'altre bestie per scrollarsi di dosso zecche, pulci e parassiti. Dai una bottarella ogni tanto per scrollarti di dosso noi, che con te ci comportiamo come zecche pulci parassiti. Solo che nei tuoi sussulti vai a colpire gente che non lo merita, mentre le vere zecche pulci e parassiti se la cavano sempre. Anzi, questi impuniti, in risposta ai tuoi singhiozzi, bestialmente ridono. Datti una calmata, per favore, e lasciaci campare. Oppure fa un botto unico e chi s'è visto s'è visto".

Fino a un paio di stagioni fa eravamo sei mani distribuite su tre scimmie; facevamo a gara a chi saliva più su, senza la grappa. Arrivare a quell'unica oliva sul ramo più alto, nera che manco Obama, che da lassù ci faceva l'occhiolino ("venitemi a prendere, se avete il coraggio") era una gara su ogni piede d'ulivo.
Vincevano sempre le due scimmie femmine, perché io oltre che gatto sono anche cavaliere e faccio sempre vincere chi, ufficialmente, appare più debole.
Anche perché mi è bastato cadere una volta da un albero e come esperienza mi basta e ne avanza.
Adesso manca una delle due scimmiette, e mancano due mani, dobbiamo sopperire in qualche modo, e, accarezzando le olive, virtualmente accarezzo lei, la mia scimmietta.
Ma son carezze amare.

Compagnia?
Le zanzare, forse le ultime, che prima del letargo tentano trasfusioni, senza badare al gruppo sanguigno, che se non fosse compatibile col loro potrebbe creare problemi. Ma vaglielo a dire, si fa prima a schiacciarle, quelle imbranate che si fanno beccare; le altre succhiano dove possono, e forse si eccitano al rosso dei graffi, manco fossero zanzare tipo toro.
Abbiamo finito da poco la vendemmia dell'uva fragola, fatta di corsa tra un temporale e l'altro.
Qui la compagnia ce l'avevano fatta le vespe.
Non ci puntavano direttamente, intente com'erano ad assaporare il dolce dell'uva; eravamo noi che le puntavamo, e mancava solo che le prendessimo a fucilate, gli altri tentativi per cacciarle quasi tutti andati a vuoto.
Boccia di vetro con acqua, zucchero e aceto: secondo chi ce lo aveva consigliato avrebbe dovuto verificarsi un suicidio di massa; invece solo qualche mosca, niente vespe, un flop.
Salvo dirci, dopo, che con i calabroni era una cuccagna.
Racchetta elettrificata, quella in uso per le zanzare: bisognava beccarle un per una e quando, stordite dalla botta, cadevano a terra, andare di corsa a schiacciarle col piede; oppure vederle volare via sghignazzando.
Erano centinaia, tutte ronzanti sotto quel pergolato, una legione di vespe.
Tra l'altro perennemente incazzate, non so il perché, quando gli incazzati dovevamo essere noi.
Inoltre ogni tanto a quelle 'normali' si aggregava un vespone enorme, tipo un colibrì, ma vespato in tutto e per tutto, e anche di più.
Forse un 'caporale', quelli che controllano e 'proteggono' le lavoratrici.
Come ultimo tentativo, prima di rinunciare alla raccolta, abbiamo fatto questa pensata: un aspirapolvere con serbatoio d'acqua, in cima alle prolunghe abbiamo piazzato un imbuto per allargare il diametro della presa d'aria, e con quell'aggeggio futurista le rincorrevamo per aspirarle all'interno del serbatoio; teoricamente, una volta aspirate sarebbero finite nell'acqua all'interno, impossibilitate ad uscire, e giustamente vespizzate.
Bene, è una delle poche volte che la pratica ha poi confermato la teoria.
Aperto il serbatoio, giorni dopo per sicurezza, ne è uscito un tappeto di vespe che il vespa nazionale sarebbe inorridito alla vista di tanti cloni.
Questi, peraltro, defunti.
Della poca uva che ci hanno lasciato ne abbiamo fatto marmellata, con la speranza di non trovarci dentro qualche sedere di vespa a strisce gialle e nere. Ma se anche fosse, sarebbe stato bollito insieme al resto, quindi biologicamente non dannoso. C'è gente al mondo che mangia gli spiedini di formiche, non vedo perché noi dovremmo essere schizzinosi (questo termine non è nel mio dizionario, non me lo sono mai potuto permettere, ma ultimamente va così di moda che il non citarlo sarebbe un peccato) verso un culetto di vespa bollito e addolcito.

E anche per quest'anno la raccolta è finita; ci risentiamo l'anno prossimo 
(Maya permettendo).

(Non illudetevi, parlavo solo del prossimo raccolto delle olive).