domenica 16 gennaio 2011



L'imbarìgh


Da quand ch’ho vèst che i’an i ciàpa via,

che mor i dè senza un po’ ’d rimissiòn,

ho mes da un chént la mi reputaziòn

e am so zarchè e mi post in ‘t l’ustarìa.


D’in sdài in ‘t’la scaràna ad lègn e ‘d paja,

la nòta la’s strabìga pièn pianìn,

un zìgar, un sbadài, un pér ‘d quartìn,

do ciàcri, e ac-sé… a m’ingòz fin a la scaja.


E cun la testa pèrsa in ‘t un élt mond

cun la chitàra a bagàt una canzòn

par zarché and chilzè via che magòn,

ch’l’ha ardòt la mi vita a un mér ad piomb.


L’ingarbòj ad tot i dè, d’incùa e ad ììr

par un pér d’ori ài las in ‘t’un cantòn

e vers e zìl a soffi un’uraziòn

ch’im lassa sté pr’un po’ i mi pansìr.


Pu a m’imbarìgh pien pien, cun discreziòn,

a stagh so e a m’invèj longh a la stréda,

a trabàl cùme un scàf a l’ingulfèda

fin che a mardùs in péta a e mi purtòn…


… E a lè a m’afèrum, e quési cun rispét

a guérd cun i guzlùn in ti oc cla stéla

che a guardèva, agrapé a cla burdèla

che un dè la m’ha vlù ben. E am vagh a lét.


(Leonardo Maltoni – 1979)


L’ubriaco


Da quando ho visto che gli anni scappano,

che muoiono i giorni senza pietà,

ho messo da parte la mia reputazione

e mi sono cercato un posto all’osteria.


Seduto su un sedia di legno e di paglia,

la notte si trascina pian pianino,

un sigaro, uno sbadiglio, un paio di quartini,

due chiacchiere, e così bevo fino alla sbornia.


E con la testa perduta in un altro mondo

con la chitarra rovino una canzone

per cercare di calciare via quel magone,

che ha ridotto la mia vita a un mare di piombo.


Le delusioni della vita, di oggi e di ieri

per un paio d’ore le lascio in un angolo

e verso il cielo soffio una preghiera

affinché per un po’ i miei pensieri mi lascino in pace.


Poi mi ubriaco pian piano, con discrezione,

mi alzo e mi avvio lungo la strada,

vacillo come una barca nella tempesta

finché mi trascino di fronte al mio portone…


… E lì mi fermo, e quasi con rispetto

guardo con le lacrime agli occhi quella stella

che guardavo, abbracciato a quella ragazza

che un giorno mi ha voluto bene. E vado a letto.



11 commenti:

  1. con l'aiuto della tua traduzione l'ho letta un paio di volte e poi me la sono goduta in dialetto, certo occorrerebbe un bravo lettore esperto del dialetto per assaporarla al meglio. I versi finali della poesia sono bellissimi.
    ciao

    RispondiElimina
  2. I versi che hai scelto sono perfetta compagnia in questa uggiosa domenica di gennaio...

    RispondiElimina
  3. Dal mio punto di vista, questa straordinaria poesia, rispecchia un pò l'anima di tutti noi, ubriaca e vacillante di ricordi che affidiamo con tanta, tantissima nostalgia ad astri lontani anni luce, come la felicità vera!
    Buona Domenica, gatto e...vedi di svegliarti un pò più felino e meno pennuto dopo una lunga notte sul blog!
    Elisena

    RispondiElimina
  4. In questa poesia mi ci ritrovo in molte mie notti e in molti miei pensieri...peccato che io sia astemia. Un solo goccio di JD mi stende...anche se, ripensandoci, sarebbe un soluzione... :-)
    Versi stupendi!! Me la rileggo volentieri ( tradotta...of course!)
    Buona domenica, gatto!! :-)

    RispondiElimina
  5. Bella scelta e delicata come sempre. In realtà mi sono venute in mente molte cose, tra cui sviluppi alternativi a partire dalla medesima prima strofa, ma ho evitato per rispetto. Stimolante i sensi e il cuore, comunque, grazie!

    [PS. Volevo anche cogliere l'occasione per invitarti a leggere il mio nuovo racconto in cui compare di nuovo una gatta (!) ed è sui medesimi temi e le medesime 'note' del precedente che mi dicesti esserti piaciuto. E avrei voluto farti questo invito in privato, visto che è OT, ma non trovo una tua email da nessuna parte... quindi amen: se passi da me e mi dici che ne pensi, sappi che mi farà piacere. Ciao!]

    RispondiElimina
  6. Davvero bellissima la poesia. Ma io mi sono anche rivisto in quel simpaticissimo disegno lassù... anzi, mi sto giusto adesso mettendo delle gocce di collirio negli occhi arrossati... :D

    RispondiElimina
  7. Eh eh ho pensato la stessa cosa dello zio...
    sperando che non capiti mai in una notte cui segue una mattina di lavoro in ospedale...non potrei perdonarmelo! fortuna che lavoro di mattina solo ogni cinque giorni.
    PS la poesia senza la traduzione è come leggere il cuneiforme. Ma una volta tradotta merita.

    RispondiElimina
  8. eh eh... effettivamente assomiglia anche a me ogni mattina!
    un saluto

    RispondiElimina
  9. Bellissma poesia, purtroppo mi vien difficile godermela in dialetta, ma ora ci provo...

    RispondiElimina
  10. Mi piace l'idea del blog visto come un'osteria.
    Ho colto il senso del tuo post o sto prendendo una cantonata colossale?
    Nella mia osteria non dimentico i dispiaceri, ma amplifico le gioie con l'intento di condividerle.
    Bellissima poesia,il vernacolo, per una valginese doc, è pressochentemente incomprensibile ;)

    RispondiElimina