martedì 31 agosto 2010

18 grazie!

Roby ha "fatto" i diciott'anni.

Per ringraziare gli auguri ricevuti e quelli sottintesi nel blog, mi ha delegato ad offrire un pezzetto di torta.

Virtuale, perché al rientro dalle ferie il pensiero corre ad abbuffate sfrenate, barbecue bolzaneschi, chili di gelati, angurie e meloni, assaggini ed assaggioni... insomma a leggeri sbracamenti culinari, che il rientro al lavoro rendono ancora più pesanti.


La torta

Il buffet, già spazzolato con qualche avanzo

Un angolo del locale

Statua del Buddha sulla spiaggia


domenica 29 agosto 2010

Diciott'anni

Oggi una bimba
compie diciott'anni.
Non è mia figlia,
ma se anche lo fosse,
non le vorrei più bene
di quanto gliene voglia
senza essere mia figlia.
BUON COMPLEANNO ROBY
E ricorda che, a parte il sesso,
tu sei quel che io ero
io sono quel che tu sarai.

(Non so di chi sia; sicuramente non di Jim Morrison, che battute così se le sognava. In cambio ne ha fatte di peggiori)

sabato 28 agosto 2010

La chioccia: seconda parte

(La puntata precedente ha visto la luce il 31 luglio. Tra ferie, caldo e altri interventi, siamo arrivati a oggi, 28 agosto. Metto in tavola questa seconda parte, servita in un bacile d'argento, come fosse un pissin d'or).

La vita esterna dei pollastri aveva delle regole precise.
Come tutte le regole, ciascun pollo, gatto compreso, le interpretava a modo suo.
La chioccia, salvo casi smaccati di stronzaggine, non metteva becco.
Purché non le si rompessero le ovaie, andava tutto bene.
Periodicamente, lo sparuto gruppo esterni veniva convocato in rapide riunioni presso il pollaio centrale.
Di solito, queste coincidevano con la presentazione di un nuovo megadirettore (talvolta addirittura galattico).
'Presentazione', in effetti, è un termine un pochino esagerato: c'era la nomina di questo nuovo megadirettore e il suo nome, le sue funzioni, il suo essere mega, venivano annunciati in pompa magna in queste rimpatriate, da un sotto-sotto-direttore, come prima grandiosa comunicazione in apertura dei lavori delle riunioni suddette.
Ai polli, per polli che fossero, il sapere che prima c'era Caio, cui era subentrato Giulio, seguito poi da Cesare, era un fatto che non li sconvolgeva più di tanto.
I temi di questi incontri erano i soliti di tutti i seminari, a qualunque genere siano destinati.
Ordine del giorno: 'presentazione' del nuovo megadirettore, marketing in generale, progetti, esame della situazione del pollaio (che si sa già in partenza ottima, altrimenti il convegno non sarebbe stato convocato), esame della concorrenza (fa schifo, schiacciata, non esiste proprio).
Il punto più interessante era sempre uno (mai previsto in odg, ma tacitamente sottinteso), ed era in programma come ultimo punto da esaminare, subito prima della partenza verso i lidi di stazionamento: la revisione della diaria e quella dei rimborsi chilometrici.
Di solito questa importantissima voce veniva spinta dal pollastro-capo più alla fine possibile del seminario, in modo da cercare di rinviarla ad altro capitolo.
I pollastri, ormai in partenza per le rispettive sedi, il più delle volte erano costretti ad affidare ai polli indigeni (quelli che bazziccavano nelle immediate vicinanze del pollaio) il sunto delle richieste, del cui sviluppo, obbligatoriamente positivo, sarebbero stati informati tramite passaparola telefonico.
Queste riunioni, come già detto identiche a tutte le riunioni di questo tipo, iniziavano con l'incontro nell'aula magna (non era proprio 'aula magna', ma detta così fa grandeur), appuntamento intorno alle dieci del mattino, bla-bla-bla sonnolento fin verso le dodici, pausa caffé, ripresa della discussione (ammesso che si potesse definire 'discussione' uno che parla e l'uditorio che sbadiglia, nascondendo con la mano o un giornale l'irriverenza di quell'atto), pausa pranzo verso le quattordici.
Lo so, non è un orario da impiegati o presunti tali; è più un orario da Poste italiane, solo che loro a quell'ora chiudono baracca e burattini, e la giornata è finita.
Nel nostro caso, la pausa tardiva era dovuta soprattutto al fatto di evitare la folla mensa, che, prima, ci avrebbe costretto a file da esodo estivo per riuscire a ingurgitare qualcosa.
Invece, a quell'ora, salone immenso, tavoli liberi, più calma nella scelta dei veleni da mandar giù.
C'era, è vero, il rischio di trovare solo avanzi, ma non è che dalla vita si possa avere tutto...
Comunque c'era una bella scelta.
E , se anche non ci fosse stata, era difficile, con lire 500, pretendere di più.
Primo a scelta tra tre o quattro piatti; secondo altrettanto; contorni con verdure di svariati colori; frutta; bevande, acqua birra vino aranciate the...
Per il dessert bisognava aggiungere 50 lire.
A occhio, il costo di un pasto, oggi sarebbe di circa 25 euro/centesimi.
Non stiamo parlando di prima della guerra, parliamo solo dei tempi della lira, tanto disprezzata allora quanto rimpianta oggi.
Fine pranzo, caffé, sigaretta per chi fumava, rientro nell'aula.
Fine della giornata 'lavorativa' verso le diciotto.
Rientro in albergo, rinfrescata... cena.

(Nota a margine: la sofferenza più grande per il vostro gatto, in questi convivi, era l'impossibilità del pisolino pomeridiano; d'altra parte fino agli sbadigli si poteva arrivare, oltre ci sarebbe stato il rischio di russamento, che non è mai cosa bella. Forse anche da queste astinenze è poi derivata la sacralità assoluta di questo vizietto).

Segue ancora... se vi pare.

venerdì 27 agosto 2010

Fotovoltaico: supplemento

Nella "fine dell'avventura" mi sono dilungato nel racconto, dimenticando quello che avrebbe dovuto essere il sugo del discorso.
Ossia i vantaggi di un impianto fotovoltaico.
Che, nonostante i Nicola di turno, una volta in produzione, ci sono.
Farò il possibile per essere chiaro (e sintetico, come sempre).
Il costo: a me l'impianto è costato 15.000 euro tondi tondi.
Si erano aggiunti 2.500 euro per l'intervento di Nicola; la ditta, coerentemente, se li è accollati per intero, evitandomi di trovarmi mazziato, dopo essere stato cornuto per 506 giorni.
Le tariffe di incentivazione sono di tre tipi, e variano in base alla collocazione dell'impianto.
Dal GSE, Gestore Servizi Energetici, ho avuto la tariffa di integrato, che è la migliore nella valutazione della sistemazione dell'impianto stesso.
Le altre due tariffe sono parzialmente integrato e non integrato. Entrambe ricevono un paio di centesimi in meno per ogni kw prodotto.
Queste tariffe sono destinate a scendere nel tempo, per adeguarle agli standard europei.
Per esempio: io che ho fatto la convenzione nel 2009, come integrato ricevo, e riceverò per i vent'anni successivi all'entrata in funzione, 0,48 cent/euro per ogni kw prodotto.
Chi la fa quest'anno, riceverà un paio di euro/cent in meno, e così via per ogni anno a venire.
Per dare un'idea su cosa sia questo incentivo: nelle bollette di consumo regolari, al di là dei vari sconti offerti dai gestori, l'addebito per ogni kwh consumato varia da 0,11 a 0,21 euro/cent. Più tasse e addizionali, che variano da regione a regione.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea (alla Marzullo) è: come fa il consumatore a pagare circa due terzi in meno di quanto costa la produzione da fotovoltaico?
La risposta è: i fondi del GSE, che retribuisce i produttori, sono alimentati da un piccolo contributo che noi tutti paghiamo su ogni bolletta, destinato appunto ad incentivare la produzione alternativa alle centrali, idroelettriche o a carbone oggi, domani (?) ad energia nucleare.
Il piccolo contributo, moltiplicato per milioni di utenti, diventa un grosso contributo.
Tutti i kw prodotti vengono retribuiti ogni due/tre mesi a seconda dell'importo ottenuto in base alla produzione.
Nel mio caso, l'annata è stata particolarmente infelice, per via delle piogge o nuvole che per mesi hanno ridotto, quando non annullato, la produzione.
E il fatto di avere inveito al solito "governo ladro!" non mi ha aiutato più di tanto.
Alla fine dei vent'anni, se la scalogna va in ferie, dovrei, sulla base di previsioni semi ottimistiche, ricevere circa 30.000 euro.
A questi, che sono netti ed esentasse, si aggiunge il cosiddetto scambio sul posto.
In pratica, sfruttando accortamente le giornate di sole, è possibile usufruire della corrente prodotta in proprio, evitando l'addebito del gestore.
Ossia, giornata splendida, impianto in piena produzione, accendo lavatrice, asciugacapelli, ventilatore (non ho messo l'aria condizionata perché mi sta antipatica; non c'era quando stavamo nelle caverne, non vedo perché adesso sia diventata indispensabile), computer, lavastoviglie (anche questa non ce l'ho, con tre ragazze in casa mi sembrerebbe un insulto alla loro voglia di fare): bene, tutti questi elettrodomestici andrebbero a consumare elettricità direttamente dal mio impianto, senza passare dalle grinfie del gestore, ergo a costo zero.
Purtroppo la bolletta del gestore (Enel nel mio caso) arriva ugualmente, con l'addebito del consumo delle ore notturne e delle giornate di maltempo che ostacolano la produzione.
Comunque ridotta, tanto più se il sole diventa perenne.
E, senza colpo ferire, una bottarella alla CO2 anche nel piccolo si può dare.
Una cosa: se qualcuno fosse orientato verso questo tipo di investimento, non si faccia impapinare da pubblicità che reclamizzano "Fotovoltaico a costo zero!", che fanno pensare a tecnici che vengono a casa, ti montano l'impianto, non cacci una lira e... goga mi goga!
Ormai neanche le mogli te la danno gratis, figuriamoci l'industria e il commercio di questi apparati.
Il 'costo zero' è riferito al fatto che il sole ti "restituirà" nel tempo quanto speso.
Con soldini propri o con mutuo specifico, i soldi bisogna avere il coraggio di cacciarli...

Se, negli eventuali commenti, qualche altra delucidazione venisse richiesta, il gatto è qui.

mercoledì 25 agosto 2010

IMPREVISTI

Un'amica, che non cito per via della solita privacy, ha avuto un piccolo problema col suo blog.
Ha minacciato di buttarsi nella piscina di un'amica, una piscina fatta a tazza di cacatuoru.
Questo tentativo di gesto insano mi spinge a tentare un salvataggio in extremis, dedicandole ovviamente una poesia, che serve soprattutto quando il web ti crolla addosso.
Devo chiedere a una Santa Cazzarola di non tirare lo scarico nel corso di questo intervento poetico. Se lo fa, l'idraulico dovrà cercarselo in paradiso, perchè questa poesia le intaserà la "piscina", e nella casa allagata potrà allevare rospi, alligatori, luppoli e jene, perché col cazzo che in agosto trova un idraulico. E, se lo trova, pagherà il mutuo per trent'anni...
Grace, per favore, non tirare sciacquino...

E MIRASOL
Quand a liv l'oc e la mènt a la sò... te' fond de' zil
che pe tot s'a gl'el d'e vent, che pé tot atàc a un fil
in tn'eterna ziravolta e' pò capi sol e' Signor...
S'a nisès un etra volta? Avreb nésar mirasòl.
Se' avreb nésar mirasòl, grand e gross t'è mèz d'un pré
par guardé a là dlà de' sòl, dov l'oc un'i po' andé...
Par zarche a là d'ciora d'posta, dov che l'essar un'a piò sens!
Cos c'lè c'guida stà grand giostra c'và avaiòu par l'univers?
Parché, s-cianàz, at vut limé e zarvél?
Avut andé a snaslér in dov ch'un s'pò.
Quand che tsé bé c'anciòu ut putrà di' quel
e c'uj srà sempar e sempar "un po' piò so"...
La lòna, e sòl, al stel... E pù?
E quand t'aj foss rivé a là d'ciòra d'posta?
T'aves putù scruvi néch l'ultum vel?
E quell t'aj truv la foss sol 'na timpesta,
una bussena eterna d'fug o d'gel
in st'e cadéj arvers, gonfi d'curiéndal...
c's'armastaresat?
E vut, e gnit, e buida toti al pert.
E t'ares pers che po' te incora d' bèl
cvéla d sré j occ par puté avdé piò in elt...
No, s-cianaz!
Te t pu andé coma la folgar, coma l'ela dla tu ment
T'cascaré strà la tu polbar... t'finiré cun la tu zént.
Mo st'né fed, tna saré mai cos c'l'è c'guida, cos c'l'è c'mòv,
cos c'da vita a na garnèla... A un struncòu, par guinté un fior...
Berto Marabini (1979)
(IL GIRASOLE - Quando alzo gli occhi e la mente lassù... nel profondo del cielo / che sembra tutto sulle ali del vento, che sembra attaccato a un filo / in un'eterna giravolta che può capire solo il Signore... / Se nascessi un'altra volta vorrei nascere girasole. / Sì, vorrei nascere girasole, grande e grosso in mezzo a un prato / per guardare al di là del sole, dove l'occhio non può arrivare... / Per cercare al di sopra di tutto, dove l'essere non ha più senso! / Cosa è che guida questa grande giostra che va in giro per l'universo? / Perché, uomo, vuoi arrovellarti? / Vuoi andare a curiosare dove non si può. / Quando sai bene che nessuno ti potrà dire qualcosa / e che ci sarà sempre e sempre "un po' più in alto"... / La luna, il sole, le stelle... e poi? / E anche quando tu fossi giunto al di sopra di tutto? / Avessi potuto scoprire anche l'ultimo velo? / E quello che ci trovi fosse solo una tempesta, / una tormenta eterna di fuoco o di gelo / in questo catino rovesciato, pieno di coriandoli... / Cosa rimarresti? / Il vuoto, il niente, il buio da ogni parte. / E avresti perso quel po' che ancora hai di bello, / chiudere gli occhi per poter vedere più in alto... / No, uomo! / Tu puoi andare come la folgore, come l'ala della tua mente. / Cadrai fra la tua polvere... finirai con la tua gente. / Ma se non hai fede, non saprai mai cos'è che guida, / cos'è che muove, / cos'è che dà vita ad un seme... a uno stelo, per diventare un fiore...).
Santa Cazzarola, adesso puoi tirare l'acqua... ho finito.

lunedì 23 agosto 2010

Fotovoltaico: fine dell'avventura



Nel paese sede della ditta, e in altri paesi vicini e meno vicini, la prassi consolidata per l'avvio delle opere prevedeva la presentazione ai vari uffici tecnici dei comuni interessati di un progetto redatto da ingegneri aggregati alla ditta stessa.
Se non risultavano problemi particolari, l'OK all'inizio della messa in opera era immediato.
Devo qui precisare che lo sconfinamento nella mia regione era avvenuto per la prima volta con la stipula del mio contratto.
Non avendo avuto richieste antecedenti la mia, la ditta aveva visto la possibilità di sviluppo in una zona nuova, e intendeva operare al meglio, al fine di proporre una pubblicità pratica ad altri possibili committenti.
Qui devo dare alcune informazioni sintetiche relative al progetto.
L'installazione prevedeva dieci pannelli fotovoltaici, potenza di 2 kw, circa 17 mq di superficie radiante (ben visibili nella foto del post precedente).
A sostegno dei pannelli, una impalcatura di sei pali innocenti diametro 6 cm, conficcati in una base cementizia già esistente; i pannelli sarebbero risultati una tettoia di copertura alla discesa dal terrazzato superiore, descritto in un post precedente (quello di Peppo, per chiarire), a quello sottostante.
Nessun intervento edilizio, niente cemento, né armato né disarmato.
Per accelerare i tempi, pochi giorni dopo erano venuti tre operai, avevano preso le misure, con la carota adeguata (la carota è una trivella che perfora in modo perfetto, nella misura richiesta dai pali da piantare) avevano perforato il cemento e piazzato i pali verticali.
Successivamente avevano montato l'impalcatura di sostegno della tettoia.
Mancavano solo i pannelli.
Una giornata di lavoro.
Attesa dell'OK dal comune per la sistemazione dei pannelli e dei vari collegamenti elettrici.
Tutto filava alla perfezione.
Evidentemente troppo.
Per la presentazione del ‘progetto’ era necessario appoggiarsi a un professionista locale.
Quindi il titolare della ditta si era presentato con un geometra indigeno.
Che si chiama Nicola.
(Non ditemi che per i nomi non ho fantasia, ma se il Nicola della telecom e questo geometra hanno lo stesso nome, vero, non vedo perché, in nome della fantasia, dovrei cambiarglielo. Certo, un po' di complesso da Nicola mi è venuto... anzi, una idiosincrasia vera e propria).
Dunque, Nicola esordisce con la necessità di presentazione della DIA al comune.
Ovviamente nessun problema: ne avevo fatte due, avrei fatto la terza... (ricordate?).
No no no, la DIA è un progetto dettagliato da presentare in comune, per l'autorizzazione a costruire.
Anzi: l'impalcatura deve essere subito rimossa, perché se vengono i vigili fanno verbale, denunciano per falso ideologico e dimenticate l'impianto.
Per il comune, dice, non c'erano problemi, aveva conoscenze, per cui l'attesa sarebbe stata breve.
Smonta tutto di corsa: una giornata di lavoro, pali e giunti appoggiati nel parcheggio.
Passato il tempo necessario alla stesura del progetto (nel frattempo Nicola era venuto con un aiutante, aveva misurato tutto il misurabile, perimetro del giardino, altezza dei due terrazzati, distanze dai confini, colture in essere... tutto), aveva telefonato per la firma dei documenti.
Cerco di dirla in breve, perché ancora adesso se ci penso mi incazzo: un faldone alto una dozzina di centimetri, una quarantina di firme da apporre in calce ad altrettanti cartacei, elaborati grafici, fotografici, prospettici...
Documenti meravigliosamente cellophanati, uno per uno.
Una faccenda da brividi: per una tettoia, casualmente dedicata a un impianto fotovoltaico.
Con la destra anchilosata dalle firme, avevo avanzato la speranza di una soluzione rapida.
Rapida?
Erano passati i mesi, e alle porte dell'estate era arrivata la risposta del comune: era necessario il "vincolo paesistico", da richiedere alla provincia.
Stesse misure del faldone per il comune, stesso numero di firme.
In agosto il 'buon' Nicola aveva portato in provincia la documentazione.
In agosto, credo sia tutto dire...
Verso fine 2008 è arrivato il parere della provincia: OK.
In comune: manca lo "svincolo archeologico", da richiedere al capoluogo di regione.
Faldone dimezzato, firme ridotte...
(Il vincolo archeologico è provocato da alcuni scavi fuori paese, che avevano portato alla luce ossa e frammenti di vestigia antiche, una specie di mini necropoli, ormai abbandonata del tutto e coperta di erbacce).
Come avevo descritto, il mio giardino è circondato da abitazioni, costruite nel tempo, alcune più antiche altre più recenti, alcune regolari e altre abusive, poi condonate.
Ai documenti presentati alla sovrintendenza del capoluogo, la risposta era stata, forbita ma chiara: che cazzo di parere ci chiedete per una zona abitativa già in essere!
Pare che in comune, l'ingegnere ‘capo’ abbia commentato: che figura di merda abbiamo fatto!
Per me, una magrissima consolazione...
Poteva essere finita?
No: infatti la mole di documenti doveva tornare all'esame della commissione edilizia, per la concessione definitiva.
Il paese conta circa seimila abitanti. Lo dico per la valutazione del carico lavorativo che può avere una commissione edilizia in questo territorio comunale.
Questa “commissione” è composta da tre membri (intesi come persone nella loro interezza, anche se, visto come sono andate le cose, l’altra lettura non mi dispiace), si riunisce ogni quindici giorni, in seduta plenaria.
Se un membro è in missione, si rimanda.
Se un membro è ammalato, si rimanda.
Se ci sono tutti e tre, ma non hanno voglia di riunirsi, si rimanda.
Un’altra manciata di mesi andati a puttane.
Arrivato finalmente il “permesso a costruire”, finalmente avanti con il montaggio dell'impianto, i collegamenti elettrici all'inverter (l'apparecchio che commuta l'elettricità da continua in alternata).
Dall'inizio dei lavori al collaudo dell'impianto c'erano voluti due giorni.
Circa un mese dopo erano venuti i tecnici dell'Enel per la messa in opera del contatore del fotovoltaico e la sostituzione di quello di casa, da unidirezionale a bidirezionale (ossia per il calcolo della produzione in entrata e di quella del consumo in uscita).
Due ore di lavoro.
Un breve riassunto, per chi avesse preferito saltare tutta la pappardella di cui sopra.
Una tettoia per fotovoltaico, 17 mq di superficie totale, niente interventi edilizi, nel pieno centro di un'area edificabile di circa 1000 mq, hanno richiesto 506 giorni dalla firma del contratto all'effettiva messa in opera; di questi 506 giorni "ben" due (+ due ore) sono stati impiegati per la parte tecnica, 504 per strangolamenti burocratici.
Dal 25 gennaio 2008 al 12 giugno 2009.
A due chilometri in linea d'aria, lo stesso lavoro avrebbe richiesto, al massimo, cento giorni.
Ed è la considerazione che, più di tutte, me le fa girare a trottola, nonostante sia passato più di un anno dalla fine dell'avventura.

(Con il fotovoltaico ho finito. Appena riesco a mettere insieme un po’ di materiale fotografico, per contrapposizione a questi post, mi riprometto di parlare di cemento, inteso come costruzioni assurde in luoghi assurdi).

sabato 21 agosto 2010

Scherzi da gatto

A SEM VECC
Com ogni fior quand l'ha sbuciè,
l'incumincia a sfiurì,
i se ogni vita apena neda
la incumincia a murì.
Ormai a sem vecc, e durenta sta pasigeda,
cla sia brota o cla sia bela,
u s'acumpagna e pensier
d'un anma gemela.
I nost cavel iè dvent tot biench,
la faza tota impigateda,
la vesta la è calè,
la testa la è suneda.
Enca la muntagna se pasè di an
la pò aveè un esterior mutament
ma e su interni e resta solid,
com at nun e sentiment.
Sora ad nun i segn de temp cle pas,
i riselta, ma in fond e cor
uiè qualcosa che resta sempre solid
e l'è l'amor.
Che l'alma gemela la sia
presenta, perduda opur luntena,
aigem pianin: "Stema davseina,
tnemsi per la mena".
E tramont e sta arivand, l'è ora d'andè chesa.
Perdunemma ma sta vita ogni cativa sorta
e guardema fiducius ad là,
ad là ad cla porta.
Adua Castelli (1981)


(SIAMO VECCHI - Come ogni fiore quando è sbocciato / incomincia a sfiorire, / così ogni vita appena nata / incomincia a morire. / Ormai siamo vecchi e durante questa passeggiata, / sia brutta o sia bella, / ci accompagna il pensiero / di un'anima gemella. / I nostri capelli son diventati tutti bianchi, / la faccia è tutta pieghe, / la vista è diminuita, / la testa è 'suonata'. / Anche la montagna col passar degli anni / può avere un mutamento esteriore, / ma il suo interno resta solido, / come in noi il sentimento. / Sopra di noi i segni del tempo che è passato risaltano, / ma in fondo al cuore / c'è qualcosa che resta sempre solido / ed è l'amore. / Che l'anima gemella sia presente, / perduta oppur lontana, / le diciamo pianino: "Stammi vicino, / teniamoci per mano". / Il tramonto sta arrivando, è ora di tornare a casa. / Perdoniamo a questa vita ogni cattiva sorte / e guardiamo fiduciosi al di là, / al di là di quella porta).


Ogni riferimento a persone o gatti viventi è puramente casuale.
Mi è piaciuta, e la dò in pasto a chi è affamato di poesia.
Vuole essere solo un dolcetto-scherzetto per addolcire una vita, che tra nani e ballerine, ci fa pensare al peggio.
Mi permetto, sommessamente, di ricordare che il peggio (?) è oltre "quella porta".
E che, insciallah, tutti dovremo attraversarla.
(Va da sé, che, dopo questa sparata, non le ho più: le ho consumate! Ma era solo uno scherzo!)

giovedì 19 agosto 2010

Fotovoltaico: inizio dell'avventura.


Primavera 2007, tempo di dichiarazione dei redditi, di "730".
Il mio commercialista di appoggio, tra addebiti e accrediti della denuncia, aveva trovato il tempo di parlarmi del fotovoltaico.
Nel periodo di questa dichiarazione, ci si concentra interamente su questa, e non è possibile dedicare i propri pensieri ad altro.
Avevo accantonato.
Per erudirmi, almeno a grandi linee, sul problema dell'inquinamento e sulla CO2, mi aveva passato una serie di depliant e copie di ritagli di giornale che trattavano l'argomento.
Passata l'estate, con la mente rinfrescata dall'autunno, avevo ripreso in mano il materiale e lo avevo esaminato.
La faccenda mi era sembrata interessante; ero tornato dal commercialista ecologista per avere maggiori ragguagli in merito.
Piuttosto genericamente mi aveva precisato che l'impianto sarebbe risultato a costo zero, perché la spesa sarebbe stata 'a carico' del sole.
Vista così la cosa era appetibile.
Per iniziare l'operazione era necessario verificare la fattibilità dell'impianto.
Tale verifica sarebbe stata effettuata da tecnici specifici.
Che sarebbero dovuti venire 'da fuori', perché in zona non ce n'erano.
Per ricevere questa visita occorreva fare un versamento postale di 300 euro, come garanzia della serietà dell'intento.
Questi 300 euro mi sarebbero stati scalati dal preventivo, in caso di stipula del contratto.
Mi si erano drizzate le vibrisse: se questi tecnici avessero stabilito la non fattibilità dell'impianto, per motivi loro, i miei 300 euro sarebbero svaniti nel nulla, come i contributi ai partiti; inoltre, in caso di ok, sarei stato vincolato al preventivo da questi proposto, salvo accettare di buttare, anche in questo caso, i miei pìccioli.
Nuovo accantonamento.
In dicembre, sempre 2007, mi ero recato, con le mie tre paperelle, in un centro commerciale a una ventina di chilometri dalla mia magione.
Qua e là avevo notato dei foglietti pubblicitari, manco a farlo apposta di una ditta specializzata negli impianti fotovoltaici.
Con rinnovato interesse me ne sono portato a casa uno: conteneva diverse immagini di vari sistemi di impianto, un preventivo generico, e informazioni sulla ditta.
Gennaio 2008: passate le feste, passata la befana, avevo fatto una telefonata di interessamento, chiedendo una visita di verifica.
Appuntamento per l'indomani.
Il titolare della ditta e un tecnico, valutata la situazione, prese alcune misure, scattate un paio di foto, si erano riservati di farmi avere un progettino, una proposta con preventivo dettagliato in breve tempo.
Infatti, qualche giorno dopo, erano tornati, con un bel progetto cellophanato e una proposta di contratto, con la possibilità di accesso a un mutuo agevolato per questi impianti.
I tempi di realizzazione erano stati quantificati in cento giorni al massimo, ritenuti più che sufficienti sulla base di altre loro realizzazioni similari.
Ormai convinto, firma del contratto; avevo lasciato in sospeso la possibilità della richiesta del mutuo.
Volevo ragionarci su un attimo.
Mi sono dilungato un po' troppo, rinvio il seguito a una prossima puntata.
Non prima di avere precisato a grandi linee la situazione territoriale: la ditta assegnataria dell'appalto ha sede nello stesso paese del centro commerciale in cui avevo prelevato la pubblicità prima descritta.
Questo paese si trova in una regione, i cui confini sono a circa due chilometri in linea d'aria da casa mia.
Che mi trovo, quindi, in un'altra regione, limitrofa.
Per ora stoppo qui.
Come detto, chi mi ama mi segua nella parte finale, che non a caso nel titolo ho definito 'avventura'.

martedì 17 agosto 2010

Strisce pedonali


I pedoni sono tutelati dalla Costituzione.
La loro protezione è implicitamente sancita dall'articolo sulle minoranze.
In quell'articolo sono segnalate solo alcune categorie: i pedoni furono esclusi dalla citazione esplicita, poiché all'epoca della promulgazione risultavano essere la parte maggioritaria degli esseri umani in movimento.
(Solo molto successivamente, la Costituzione viene letta, non come tutela di tutti i cittadini, ma come uso e consumo di una maggioranza; che, per renderla più moderna, appena può tenta di cambiarla laddove non coincide con questa lettura. Ma questo è un altro discorso...).
Col passare del tempo, questa maggioranza (dei pedoni) si è sfaldata.
Ormai, dal risveglio del mattino al rientro serale o notturno sotto le lenzuola, l'uso di qualsiasi mezzo di locomozione ha preso il sopravvento sull'uso delle proprie gambe.
Quindi, chi ancora le usa risulta in minoranza; che cala sempre più.
Per proteggere questi sopravvissuti sono state create corsie preferenziali, per agevolare l'attraversamento delle strade, soprattutto nei paesi e nelle città: le chiamano "strisce pedonali".
Il loro rispetto, a parte la Costituzione che, come detto, non ne parla proprio, è dettato dai vari codici: stradale, civile, penale, fiscale, davinci, avviamento postale, dileonardo, ecc. ecc.
Vigliacca terra se in uno solo di questi codici c'è un'indicazione comportamentale diretta a questa minoranza in via di estinzione.
Anche solo per invogliare i semoventi meccanizzati verso un tentativo di salvataggio.
Non servirebbe a niente, visto che i dinosauri e i mammuth sono scomparsi del tutto, pur essendo razze protette.
(Che ogni allusione a minoranze politiche sia immediatamente soffocata; non rientra nell'odg di questo post).
Ho preso la patente quando le strisce pedonali non esistevano proprio; esistevano le strisce pedonabili, quelle sì, ed erano quelle lasciate casualmente libere dal passaggio di pecore, asini, cavalli, mucche (dai cammelli no, erano extracomunitari, e li tenevano chiusi nei recinti degli zoo), ma soprattutto dei "ricordini" che perdevano per strada, mano a mano che pedonavano.
Pare che sbagliare la striscia pulita pedonabile portasse fortuna, soprattutto i rimasugli delle mucche, che per centrarli non c'era bisogno di prendere la mira; sicuramente fortuna la portavano a chi evitava di finirci sopra.
E i sacramenti che seguivano la pestata facevano pensare che i 'fortunati' non fossero così felici dell'evento.
Dicevo: forse da allora molte cose sono cambiate.
Non ho seguito gli aggiornamenti dei vari codici, per cui può darsi che non sia al corrente di modifiche: per esempio, mi piacerebbe sapere se negli articoli che li riguardano, ai pedoni sia raccomandata una certa accortezza o un minimo di sollecitudine nell'uso delle loro corsie preferenziali.
Così succede che queste strisce pedonali diventino strip, come nei fumetti.
Leggo queste tavole.
Arrivo in macchina, a passo d'uomo; striscia, persone anziane in camminata lenta: possono metterci un quarto d'ora, non faccio una piega (anche perché i coetanei meritano un occhio di riguardo).
Altra striscia: ancora anziani, in difficoltà. Mi è successo, tiro il freno a mano, scendo dalla macchina e vado ad aiutarli. E voi, sacchi di merda là dietro, suonate 'sto piffero e andate affanculo. Stronzi!
Donne incinte: prima il pancione, poi a seguire il retrotreno; mi commuovono sempre, e le accompagno con lo sguardo fino al marciapiede d'approdo.
Branco di ragazzi, adolescenti, studentelli delle superiori: vado regolarmente in crisi.
Attraversano in gruppi misti: un paio col cellulare all'orecchio, altri che confabulano animatamente (cosa abbiano da dirsi sulle strisce pedonali non lo so), altri, in coppie (forse maschili forse femminili forse miste) talmente avviluppate che non si riesce a distinguere chi sia l'uno e chi sia l'altra, una mano nella mano, una mano arpionante il gluteo sinistro l'altra quello destro, insomma dei polipi. Poiché chiaramente ignorano di essere su una strada, il timore è che a un certo punto crollino al suolo e, lì sulle strisce, finiscano per cosare sull'asfalto.
Passando, pare sia una dote comune, con una lentezza esasperante, ti fissano con aria di sfida.
Sembrano dire: vieni, insulto sottinteso, mettimi sotto, ché poi dovrai pagarmi per buono!
Bene, con questi, l'istinto omicida è fortissimo.
Mi leggo sul giornale dell'indomani:
"Automobilista strageggia dodici innocenti su un passaggio pedonale. Test negativi all'alcol, alla droga, al fumo e all'aspirina. Gesto inconsulto e incomprensibile. Non conosceva nessuno dei giovani stesi. Arrestato".
Tanto all'indomani sarei a piede libero in attesa di processo.
E metterei la firma per campare fino a quando, il primo, verrà messo a ruolo.
Comunque quello che mi frena di più è il pensiero di avere già fatto tanta prigione, da innocente, da non voler correre il rischio di tornarci, stavolta da colpevole.
Di queste fermate alle strisce, perfino davanti a quei dannati polipanti, una cosa positiva l'ho trovata: mi fermo più volentieri, e aspetto imperterrito la fine del passaggio delle lumache, quando dietro a me c'è un altro veicolo (se sono di più, poi, è un'apoteosi), che sicuramente mi insulta per la fermata, che con un piccolo tocco di volante potevo evitare, proseguendo e consentendo di proseguire i seguaci.
Quegli insulti 'eterei', che sento rimbalzare sul tetto e sui vetri della macchina, sono musica: poter far girare le palle, nel rispetto della legge, mi eccita come un riccio in calore; anche perché sono certo che chi in quel momento mi sta dietro, se fosse al mio posto, proverebbe lo stesso sentimento nei miei confronti.
Il motivo che mi ha portato a questo post, però, è un altro.
E' un fatterello che, nella sua semplicità, mi ha steso. E poiché non potevo raccontarlo da solo, ho pensato di precederlo con le considerazioni teofilosofiche di cui sopra.
Passaggio pedonale: personaggi in ordine di entrata in scena, una carrozzina con dentro un affarino (direte: non è bello definire 'affarino' una creatura; si può, vi dico che si può, non essendo in presa diretta, è il finale che consente il termine), la mamma (presumibilmente), con borsa spesa appesa a un manubrio del passeggino, il padre (presumibilmente), con altre due borse spesa, una per mano.
E' un'altra categoria che mi intenerisce.
Mi intenerisce meno quando il borsone della madre si squacchia dal manubrio, atterra, si sfascia e sparge a terra il contenuto.
Ma neanche questo mi smonta del tutto: sono cose che capitano.
(In lontananza qualcuno comincia a suonare; come detto, questa è musica).
Mentre padre e madre presunti si affannano a raccogliere le vettovaglie, il passeggino è fermo proprio davanti a me.
Per passare il tempo esamino il contenuto, accennando un sorriso.
Senza alcun ricambio.
Dal grugnetto, lo sguardo scorre sul braccino, languidamente appoggiato al bracciolino.
Alla fine del braccino c'è una zampetta.
La cosa non mi stupisce più di tanto: alla fine di ogni braccino sano c'è sempre una manina.
Solo che quella zampetta ha qualcosa di strano: il pollicino, l'indicino, l'anularino e il mignolino sono stretti a pugno; il mediolino è diritto.
Fisicamente, non è una cosa impressionante, una suppostina per bambini fa di peggio.
Moralmente, pur metaforico, il gesto mi ha scombussolato: fatto casuale o i bambini stanno facendo le prove per il futuro?
Dalla zampetta sono risalito al grugnetto e, forse condizionato, ho letto nei suoi occhi un lampo di sfida.
Tipo: vieni avanti, cretino!
I genitori (presunti), nel frattempo, avevano raccolto il malrovesciato.
Un gesto di 'grazie' per la pazienza dimostrata, e ripartono verso il marciapiede opposto, seguiti dal mio sguardo perplesso e sincopato.
Allontanandosi, l'affarino, che forse mi aveva preso in simpatia, si è sporto all'indietro, continuando a fissarmi.
Bontà sua, non ha alzato il braccino...
L'ho fotografato nella mente: sono un gatto con memoria d'elefante.
Con questo, se mi capita ancora a tiro, in galera ci vado!






sabato 14 agosto 2010

Stavo pensando...

... ma poi ho lasciato perdere,
troppo caldo,
i pensieri si sciolgono,
come un gelato alla cipolla.
Quindi, buon ferragosto a tutti!
A chi pensa, e parla.
A chi parla, ma non pensa.
A chi non pensa e non parla, ma agisce.
A quest'ultimi in particolare rivolgo l'augurio di un buon ferragosto!
Passato ferragosto, ci aspetta il carnevale di settembre...
Estote parati!

domenica 1 agosto 2010

ECOpreambolo



Intanto ecco la mia cassetta, sorella di decine di altre, e i miei mattoni, fratelli di tanti altri.
Come dice il saggio: finché c'è frutta e carta c'è speranza, dopo sarà solo perdenza.
Passo al succo di questo preambolo, in particolare per quanto riguarda le fasi burocratiche per la messa in opera sia del termocamino che dei pannelli solari.
Per usufruire in entrambi i casi della detrazione fiscale del 36% (fino all'anno prima era del 41%, ma non ho fatto in tempo, mannaggia li pescetti!), ho dovuto adempiere ad alcuni adempimenti, eseguiti con la lente in mano, perché una virgola sbagliata rischiava di mandare a schifio tutto l'ambaradan.
Fatturazione dei pezzi e della manodopera: fatto (nelle fatture, per esempio bisognava prestare attenzione al fatto che il prezzo di acquisto del bene doveva essere distinto dal costo della manodopera; e quest'ultimo, tassativamente, doveva essere superiore al costo del marchingegno. Una distinzione che non ho capito, ma come disse quello là: obbedisco!).
Bonifico alle ditte in modulo speciale, con specifica dettagliata delle motivazioni del versamento e riporto degli estremi delle fatture: fatto.
Compilazione dell'apposito modulo, riportante i propri dati personali e la specifica dei dati catastali dell'immobile: fatto.
Copia dei versamenti ICI dei cinque anni precedenti: fatto.
Restava da fare solo la DIA: che, per esteso, recita Denuncia Inizio Attività.
Da presentare al Comune e, protocollata la ricezione da parte di questi, allegare l'originale agli altri documenti.
Il tutto da inviare al Centro Operativo di Pescara, che 'dovrebbe' essere una sezione specifica della gloriosa Agenzia delle Entrate.
Bene: so, senza falsa modestia, che il mio modo di scrivere si può definire 'quasi infantile'; che piaccia o no, meglio non riesco a fare.
Sul 'leggere', invece sono un briciolino pignolo.
Leggere mi piace; ma per provare piacere nella lettura, devi assolutamente 'saper leggere'.
Inteso come entrare in quel che leggi, cercare di capire ciò che leggi, e, quando l'hai capito, rileggere ancora.
Qui davvero senza falsa modestia, 'credo' di saper leggere.
Torniamo alla DIA, e alla sua definizione per esteso.
Ho battuto a macchina una Dichiarazione Inizio Attività, che più o meno recitava:
"Ill.mo Sig. Sindaco, con la presente comunico alla S.V. l'inizio di lavori per la messa in opera di un termocamino (idem, successivamente, per i pannelli solari) presso la mia abitazione ecc. ecc. Distinti ossequi".
Al di là della considerazione sulle modalità di dialogo con il proprio sindaco, con la quasi obbligatorietà d'uso di termini spagnoleggianti o comunque medioevali, ho portato in Comune la/le dichiarazioni, me le ha protocollate un tizio nell'atrio e ho completato la documentazione.
Spedita, raccomandata postale semplice, e chiusura dell'operazione.
Questo preambolo probabilmente susciterà un piccolo coro antoniano di: ecchissenefrega!
Il motivo sarà evidente nel prossimo post riguardante l'impianto fotovoltaico.
Per completezza: il termocamino è costato 2349,60 euro, dalla posa al collaudo finale, compresi tutti i collegamenti idraulici all'impianto esistente.
I pannelli 1650,00, anche qui dalla posa ai collegamenti dal giardino alla caldaia.
Credo, ma non ne sono sicuro, che con la maggior diffusione, soprattutto dei pannelli, i costi siano calati.
I tre aggeggi, termocamino pannelli caldaia, funzionano in alternativa tra loro e pertanto sono collegati.


Chiudo il preambolo, ci vediamo alla prossima.